giovedì 20 agosto 2015

Oltre 150 persone vittime di un attacco di Boko Haram

Per sfuggire a un attacco di Boko Haram, oltre 150 persone sono affogate in un fiume mentre cercavano di attraversarlo

Hauwa Nkaki, madre di una ragazza rapita da Boko Haram. Credit: Akintunde Akinleye

Il gruppo estremista islamico Boko Haram ha attaccato il villaggio di Kukuwa-Garid, nello stato federato di Yobe, nel nordest della Nigeria. Secondo quanto hanno riferito alcuni abitanti all'agenzia giornalistica Associated French Press (Afp), l'attentato sarebbe avvenuto giovedì 13 agosto e avrebbe causato fino a 160 morti. Alcuni colonnelli locali tuttavia hanno dichiarato che le vittime sono state circa 50.

I testimoni hanno raccontato ad Afp di aver visto arrivare in motocicletta circa 17 uomini armati che hanno aperto il fuoco sulle case. Almeno otto persone sono state uccise dai miliziani. Più di un centinaio di persone che cercavano di sfuggire all'attacco - soprattutto donne e bambini - sarebbero invece affogate nel tentativo di attraversare un fiume nei pressi del villaggio. Diversi corpi sono stati trascinati dalla forte corrente e sono poi stati recuperati molti chilometri più a valle.

Le notizie sull'attacco, rese pubbliche solo il 19 agosto, sarebbero giunte in ritardo a causa della distruzione dei pali del telefono da parte dei miliziani di Boko Haram.

Gli stati di Yobe e Borno, molto poveri e a forte maggioranza islamica, sono tra i più colpiti dalle azioni di Boko Haram, che dal 2009 a oggi hanno ucciso oltre 15mila persone. Il governo nigeriano cerca da anni di fronteggiare gli attentati del gruppo estremista, ma il livello di sicurezza nel Paese continua a essere critico, in particolar modo nelle regioni del nordest.

Se il bilancio di 160 vittime fosse confermato, l'attacco al villaggio di Kukuwa-Garid sarebbe il più grave compiuto da Boko Haram durante la presidenza di Muhammadu Buhari, eletto lo scorso 29 maggio.

Fonte: The Post Internazionale

Il Dragone si è fermato. Anche la Cina scopre cos’è la crisi

Una recessione riporterebbe il Paese nella povertà e il governo prova a tornare al vecchio modello basato sull’export. Ma non è detto che ora funzioni

Marcello Esposito

Feng Li/Getty Images

Gli economisti minimizzano. Il Fondo Monetario Internazionale giustifica e razionalizza. I gestori dei fondi sono disorientati ma sembrano disponibili a sposare la tesi prevalente di un Paese, la Cina, che forse non cresce al 7 per cento “ufficiale” ma che comunque gira a ritmi del 4-6 per cento. Dove le autorità sono un po’ maldestre quando si tratta di maneggiare i mercati finanziari. Ma perfettamente in grado di controllare la dinamica dell’economia reale e, con qualche colpo di timone, evitare pericolose sbandate.

Eppure c’è qualcosa che non torna in questo quadretto. Il prezzo delle materie prime continua a scendere e mediamente (indice Crb) si è quasi dimezzato rispetto al picco del 2011. Chi lavora in Cina, perché ha stabilimenti o esporta, ha da tempo abbandonato i sogni della crescita continua e infinita. La stagione delle semestrali delle grandi multinazionali europee e americane più legate al Dragone ha evidenziato dati drammatici, compatibili con una recessione in piena regola: Siemens (ingegneria) -8% vendite, Anheuser-Busch (alcolici) -6,5 per cento. In campo automobilistico, Ford prevede il primo calo delle vendite auto dal 1990 e Volkswagen ha visto una riduzione delle consegne pari a -3,9 per cento. Per non parlare dei brand del lusso, dove tuttavia un peso non indifferente lo ha giocato la stretta nella lotta alla corruzione dei funzionari pubblici lanciata dal governo di Pechino.

Il mercato azionario cinese non accenna a stabilizzarsi, nonostante gli interventi massicci delle autorità pubbliche. Martedì mattina ne abbiamo avuto la riprova, con un crollo di Shanghai del 6,5 per cento. Una “correzione” di quasi il 30% nel giro di due mesi, dopo una salita vertiginosa del 150%, non è una “normale” presa di beneficio. È lo scoppio di una bolla. E quando una bolla speculativa scoppia, le conseguenze possono essere devastanti.

Continua a leggere su Linkiesta.it

mercoledì 19 agosto 2015

La bufala di Marte grande come la Luna il 27 agosto

Il messaggio è diventato virale, ma si tratta di un evento astronomico irrealizzabile, seppur con qualcosa di "vero"


Marte grande come la Luna il 27 agosto: è questa la promessa di uno spettacolo astronomico che sta spopolando sul web in queste ultime ore. Peccato che si tratti di una bufala. Vecchia, per giunta, che torna in auge direttamente dal 2009.

Marte, il Pianeta Rosso – NASA/Getty Images

«MARTE GRANDE COME LA LUNA IL 27 AGOSTO» - Basta fare un giro per la Rete per rendersi conto di quanto sia diffusa la falsa notizia: circolano messaggi in lingua francese e spagnola, tutti che invitano ad alzare gli occhi al cielo poco dopo la mezzanotte del 27 agosto quando, per una non meglio precisata congiunzione astrale, Marte sarà «grande come la Luna», diventando il pianeta più luminoso del cielo. Uno spettacolo incredibile che, sempre secondo il testo del messaggio, si ripeterà in un futuro molto remoto, nel 2287.

«LA PROSSIMA VOLTA NEL 2287» - Purtroppo per chi ci sperava è una bufala: Marte non sarà mai grande quanto la Luna, né il 27 agosto 2015, né nel 2287. L’origine della “trovata virale” arriva da un evento astronomico realmente accaduto il 27 agosto 2003, quando il Pianeta Rosso si trovò alla distanza minima dalla Terra: 56 milioni di chilometri. Questo permise a tutti coloro dotati di un buon telescopio di ammirare un Marte più luminoso del solito, ma mai grande quanto la Luna.

«MARTE RESTA A DISTANZA» - Anche la data del 2287, riportata dalla bufala come anno in cui il fenomeno dovrebbe ripetersi, non è casuale: per quella data l’orbita del Pianeta Rosso dovrebbe tornare ad avvicinarsi ancora di più alla Terra, restando comunque a milioni di chilometri di distanza. Niente doppia Luna in cielo, quindi.

(Photocredit copertina: YouTube)

Fonte: Giornalettismo

I due attacchi di oggi in Turchia

Due uomini armati hanno sparato fuori dal famoso Palazzo Dolmabahçe di Istanbul, otto soldati sono stati uccisi nella provincia sudorientale di Siirt

Alcuni poliziotti sulla strada che porta al Palazzo Dolmabache di Istanbul, in Turchia. (AP Photo/Emrah Gurel)

Mercoledì mattina in Turchia ci sono stati due attacchi, uno a Istanbul e uno nella provincia sud-orientale di Siirt.

Nel primo attacco due uomini armati hanno lanciato una piccola bomba e poi hanno sparato contro i gabbiotti della polizia di fronte al Palazzo Dolmabahçe, che si trova nel quartiere di Besiktas, nella parte europea di Istanbul. Il Palazzo, oltre ad avere grande importanza storica ed essere una popolare meta turistica, è anche la sede dell’ufficio del primo ministro in città. Al momento dell’attacco, comunque, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu si trovava ad Ankara, la capitale della Turchia. Il quotidiano turco Hurriyet ha scritto che un poliziotto è rimasto lievemente ferito. I due uomini che hanno sparato sono stati arrestati poco dopo dalla polizia mentre andavano in direzione del consolato tedesco.


Il secondo attacco è stato compiuto nella provincia turca di Siirt, a circa 140 chilometri dal confine con la Siria. Otto soldati turchi sono rimasti uccisi in un’esplosione avvenuta lungo l’autostrada, proprio al momento del passaggio di un mezzo militare. Nessuno ha rivendicato l’attacco, ma in molti accusano i militanti curdi del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Non è chiaro se ci sia un legame tra i due attacchi.


Da circa un mese la situazione in Turchia è molto tesa. Il 20 luglio lo Stato Islamico ha rivendicato un attentato nella città turca di Suruc, in cui sono rimaste uccise 28 persone. Come reazione all’attacco, la Turchia ha cominciato a bombardare alcune postazioni dell’ISIS al di là del confine, in territorio siriano. Allo stesso tempo i curdi del PKK, con cui la Turchia aveva stabilito una tregua due anni fa, hanno cominciato ad accusare il governo turco di essere responsabile dell’attentato e di non avere fatto abbastanza per fermare l’ISIS. Nell’ultimo mese le autorità turche hanno arrestato centinaia di persone con l’accusa di essere coinvolte nelle attività dell’ISIS o del PKK.

L’ultimo episodio di violenza prima di oggi risale al 10 agosto, poco più di una settimana fa, quando nello stesso giorno c’erano stati due attacchi a Istanbul – uno al consolato americano e un altro di fronte a una centrale di polizia nel quartiere Sultanbeyli – e degli scontri tra soldati dell’esercito turco e miliziani curdi nel sud della Turchia, nella provincia di Sirnak (a Sirnak erano morti anche quattro agenti di polizia per un’esplosione).

Fonte: Il Post

L'Isis ha decapitato un archeologo a Palmyra

Khaled Asaad, archeologo che negli ultimi 50 anni ha studiato le rovine di Palmyra, il 18 agosto è stato ucciso dai militanti dell'Isis

L'archeologo Khaled Asaad, decapitato dall'Isis lo scorso 18 agosto. Credit: Marc Deville

Il 18 agosto i militanti dell'Isis hanno ucciso Khaled Asaad, ex-responsabile del sito archeologico di Palmyra, in Siria. Secondo quanto riferisce Al Jazeera, Asaad è stato decapitato in pubblico e il suo corpo è stato appeso a una colonna, nella piazza di fronte al museo archeologico di Tadmur, città nei pressi delle rovine di Palmyra.

L’archeologo, di 82 anni, era stato il responsabile del sito archeologico per 40 anni. Dal 2003 era in pensione, ma continuava a lavorare come esperto del museo di antiquariato e a scrivere numerosi articoli accademici. Khaled Asaad era considerato uno degli archeologi più esperti delle rovine di Palmyra, patrimonio dell'umanità che si trova a circa 210 chilometri da Damasco.

Asaad era stato preso in ostaggio dall’Isis a luglio ed era stato sottoposto a torture e interrogatori, probabilmente nel tentativo di fargli confessare dove avesse nascosto i reperti archeologici portati via da Palmyra e messi al sicuro.

I militanti dell'Isis hanno conquistato il sito archeologico lo scorso maggio, cacciando via le forze governative fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad. Il gruppo estremista ha già distrutto numerosi siti archeologici in Iraq e si teme possa attaccare anche le rovine di Palmyra.

A giugno i militanti hanno distrutto la statua nota come "il leone di Alat", che si trovava davanti al museo di Palmyra e che fu ritrovata presso il tempio di Alat. Era alta tre metri, pesava 15 tonnellate e risaliva a duemila anni fa.

Fonte: The Post Internazionale

L’attentatore di Bangkok faceva parte di una rete terroristica

Un poliziotto di fronte al santuario di Erawan, a Bangkok, il 18 agosto. (Athit Perawongmetha, Reuters/Contrasto)

L’attentatore che ha fatto esplodere la bomba nel centro di Bangkok faceva parte di una rete terroristica e sul luogo dell’attentato erano presenti due complici. Lo ha dichiarato la polizia tailandese.

Nel frattempo il tempio indù di Erawan, davanti al quale lunedì è scoppiata la bomba che ha causato 22 morti, è stato riaperto stamattina. Il santuario si trova in una zona molto frequentata dei turisti.

Stamattina è stato pubblicato un identikit del sospettato, per il quale la polizia ha emesso un mandato d’arresto. È un uomo con gli occhiali e i capelli neri, che secondo le autorità è arrivato sul luogo dell’attentato a bordo di un tuk tuk (un taxi a tre ruote). Secondo le forze dell’ordine è uno straniero.

Tutti e tre i presunti attentatori sono stati filmati dalle videocamere di sicurezza. Il primo sospettato avrebbe abbandonato uno zaino sul luogo dell’attentato. Parlando alla stampa, il capo della polizia tailandese ha dichiarato: “Non l’ha fatto sicuramente da solo. Fa parte di una rete”.

Le vittime dell’attentato sono in maggioranza tailandesi, ma tra di loro ci sono anche alcuni stranieri, tra cui nessun italiano.



L’attacco non è stato ancora rivendicato. Secondo il governo tailandese l’obiettivo erano i turisti e chi l’ha organizzato voleva colpire l’economia del paese. Sembrano sempre meno probabili le piste legate ai separatisti islamici, che operano nel sud della Thailandia ma che non hanno mai fatto attentati nel resto del paese né contro i turisti, e alle cosiddette camice rosse, i sostenitori degli ex premier Thaksin e Yingluck Shinawatra.

In questi giorni sta circolando anche l’ipotesi che la bomba sia legata alla minoranza uigura, perseguitata dalle autorità cinesi: il mese scorso la Thailandia, d’accordo con Pechino, ha rimpatriato 109 uiguri cinesi, accusandoli di terrorismo. Alcuni mezzi d’informazione cinesi sostengono la tesi della ritorsione e temono che fossero proprio i turisti cinesi l’obiettivo dell’attacco.

Ieri mattina c’è stato un secondo attacco: una granata è stata lanciata sul molo Sathorn, frequentato dai pendolari. È caduta in acqua senza fare vittime né danni.

Fonte: Internazionale

martedì 18 agosto 2015

Giubileo 2015, ecco le zone rosse per movida, spaccio e prostituzione

Da San Pietro fino all’Eur passando per Trastevere, San Lorenzo e Pigneto


Giubileo 2015, ecco le zone sorvegliate speciali dal Campidoglio per movida, spaccio e prostituzione: sono oltre 30 le aree della Capitale per le quali sarà previsto un innalzamento del dispositivo di sicurezza in occasione dell’Anno Santo della Misericordia. Parliamo di zone che già negli scorsi anni sono state al centro dei pensieri dell’amministrazione capitolina e che, in vista del grande evento convocato da Papa Francesco, non potranno che essere ulteriormente sottoposti a misure drastiche.

GIUBILEO 2015, ECCO LE ZONE ROSSE PER MOVIDA, SPACCIO E PROSTITUZIONE
Lorenzo de Cicco sulla Cronaca di Roma del Messaggero dettaglia il contenuto del dossier che è nelle mani del delegato del sindaco per la Sicurezza, Rossella Matarazzo, che sta elaborando i dati forniti dal Sistema Integrato per Roma Sicura – il Sirs, che dal 2008 sistematizza tutte le segnalazioni e le informazioni provenienti dal territorio.

Da una parte, spiega la Matarazzo, sono state assemblate «le basi cartografiche» (dallo stradario TomTom alla cartografia satellitare, passando per le sezioni dei censimenti, le zone Cap, le zone urbanistiche e toponomastiche) a cui si aggiungono alcuni dati «tematici» come mobilità (semafori, stazioni metro, sottopassi pedonali), scuole, esercizi pubblici, impianti di videosorveglianza. A questa base sono stati aggiunti i fenomeni di micro-criminalità diffusa segnalati dalla Polizia locale: spacciatori e movida, prostituzione, insediamenti abusivi (villaggi illegali, stabili occupati, ripari per senza tetto), strutture ricettive senza permessi (affittacamere, B&B, case vacanza), parcheggiatori abusivi, Ncc irregolari. E così l’intreccio dei vari dati, sotto la gestione della Direzione Emergenza e sicurezza urbana del gabinetto del sindaco, ha permesso di elaborare la Mappa del rischio. Che ora verrà usata per definire il piano Sicurezza in vista dell’Anno santo straordinario.

Sotto osservazione principalmente tre fenomeni: spaccio di droga, prostituzione, microcriminalità con borseggi e altri fenomeni che potrebbero avere un impennata fra pellegrini e turisti.

Le zone dello spaccio “classiche” per la città di Roma, quelle della movida notturna, sono note, e saranno ulteriormente presidiate durante le celebrazioni.

Sulla mappa sono cerchiate di rosso tre zone: Pigneto, Trastevere e San Lorenzo. «Le attività di contrasto al fenomeno della movida in questi anni – spiega la Matarazzo – si sono prevalentemente concentrate nelle aree di Trastevere, con particolare riguardo all’area compresa tra piazza Trilussa, piazza di Santa Maria in Trastevere, piazza della Malva, piazza Sant’Egidio e piazza della Scala, ma anche nei quartieri del Pigneto e San Lorenzo». Ed è qui che potrebbe essere rafforzata la presenza dei vigili anche durante il periodo del Giubileo.

Per quanto riguarda la prostituzione, invece, negli ultimi mesi fece rumore nella Capitale il progetto dei quartieri a luci rosse, il cosiddetto zoning; una proposta poi archiviata ma che sembra rientrare dalla finestra nel piano sicurezza del Giubileo: in alcune aree della città, la tolleranza sarà davvero zero.

A partire dalle vie individuate dalla mappa del rischio. «Dai riscontri effettuati dal personale della Polizia locale – spiegano dal Campidoglio – è emerso che il fenomeno della prostituzione su strada è stato riscontrato maggiormente in queste zone: Via delle Robinie (Centocelle), Via Aurelia, Tor Sapienza, Via Ardeatina, Viale Palmiro Togliatti, Via Salaria, Via degli Olmi, Quartiere Spinaceto, Torraccia, Eur, San Saba, Via Tiberio Imperatore, Viale Marconi e Via Boccea». La stretta del Comune, quando sarà approvato il nuovo regolamento dei vigili, aumenterà anche le sanzioni per i clienti. Previste maxi multe tra i 350 e i 400 euro. Ma ci saranno anche altri due tipi di ammenda: «Una inferiore per chi esercita e una per chi semplicemente effettua manovre pericolose in prossimità di situazioni del genere», e cioè per i clienti che, ad esempio, in auto fanno inversioni proibite per avvicinarsi alle prostitute.

Le misure di repressione di piccoli furti e altri fenomeni di microcriminalità sono di competenza delle misure di sicurezza che saranno disposte, in generale, dalla prefettura e dal rappresentante del governo Franco Gabrielli.

Gli ultimi dati forniti dal questore di Roma Nicolò D’Angelo dimostrano il buon lavoro fatto in questi mesi dalle forze dell’ordine: in città sono diminuiti non solo i furti (-11,16%), ma anche reati di maggiore gravità come le rapine (-8%). Ora si lavora per evitare che durante l’Anno santo straordinario, quando in città sono attesi 25 milioni di pellegrini, possano esserci recrudescenze. La presenza di polizia e carabinieri – così come dei soldati in arrivo da Milano al termine dell’Expo – verrà definita da Palazzo Valentini entro il 1 novembre, quando è in programma l’attivazione del 112 come numero unico per le emergenze.

Fonte: Giornalettismo

Con questa politica economica, la crescita è impossibile

Incentivi alle imprese senza pretendere impegni, manovre elettoralistiche, attenzione solo per grandi imprese e banche: così l’economia non riparte

Marcello Esposito

Il premier Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Abbiamo finalmente il quadro del Pil dell’Eurozona nel secondo trimestre del 2015. E purtroppo non è molto confortante per l’Italia. La crescita è pari all’1,2% su base annua (0,3% su base trimestrale) per l’Eurozona, mentre è pari allo 0,5% su base annua (0,2% trimestrale) per l’Italia. Peggio di noi (su base annuale) non c’è nessuno, tranne la Finlandia con -1% che però è giustificata dal fatto di essere alle prese con la doppia crisi, della Russia e della Nokia. Anche la Grecia fa sorprendentemente meglio di noi, mettendo a segno un +0,8% su base annuale.

Però, il confronto che brucia di più è quello con la Spagna di Mariano Rajoy. Anche perché la Spagna è schierata nel campo dei paesi filo-austerity, con la Germania. Il campo contro cui Matteo Renzi vorrebbe andare “a far casino” questo autunno, imbracciando il gonfalone della “crescita”. Ebbene, in silenzio e senza sollevare troppi polveroni mediatici, la Spagna cresce del 3,1% annuale e dell’1% su base trimestrale ed è in continua accelerazione: nel primo trimestre cresceva infatti del 2,7% su base annuale e dello 0,9% trimestrale.

Il dato è particolarmente deludente perché ci si sarebbe aspettato molto di più dal combinato disposto di euro debole, prezzo dell’energia e delle materie prime in picchiata, tassi a zero e liquidità abbondante grazie al Qe di Draghi. Gli obiettivi del Governo di una crescita dello 0,7% per il 2015 e del 1,4% per il 2016 non sono affatto compromessi, però è chiaro che quello che poteva apparire come un risultato modesto diventa adesso un obiettivo sfidante.

Ma il dato evidenzia anche che c’è qualcosa che non funziona nella strategia economica del governo Renzi. Se infatti la situazione esterna è la più favorevole che si possa immaginare e non c’è nessun altro Paese nella recente storia europea che possa vantare un track-record di riforme strutturali come il nostro (così perlomeno sostiene Renzi), allora c’è qualcosa che non va nelle scelte e nelle priorità che il Governo si è dato.

Ci si aspettava forse un colpo di reni da parte degli imprenditori italiani, dopo tutto quello che il governo ha fatto per loro? Il Premier col tempo capirà che la storia del “non hanno più alibi” in Italia non ha mai funzionato. Non basta accontentare le élite imprenditoriali e finanziarie con leggi pro-business, incentivi pro-investimenti, posti nei CdA delle aziende a partecipazione pubblica, cooptazione nei ministeri, etc etc. Bisogna che gli interventi siano teutonicamente “condizionali”. Magari, dall’anno prossimo gli sgravi contributivi saranno condizionali all’aumento netto dell’occupazione e non alla semplice rotazione contrattuale. Seguendo la proposta di un economista come Luca Ricolfi, che non può essere certo tacciato di simpatie per l’estrema sinistra. Magari, al posto dell’ennesima incentivazione agli investimenti in non si sa bene quale tipo di macchinari, si procederà ad un disboscamento della giungla di agevolazioni e trasferimenti alle imprese per finanziare una riduzione generalizzata della tassazione sul reddito d’impresa. Seguendo la proposta di un economista come Francesco Giavazzi che se ne era occupato circa due anni fa in occasione di uno dei tanti tentativi di spending review poi abbandonati per l’opposizione delle lobby, quelle vere.

La politica economica del governo Renzi è stata indubbiamente sbilanciata a favore delle grandi imprese e delle banche. La delega fiscale si è concentrata nelle sue parti più innovative sulle esigenze delle grandi imprese, ma ha completamente trascurato i piccoli imprenditori e il lavoro autonomo, con scivoloni clamorosi come quello sul regime dei minimi. Al momento la partita più importante che il governo sta negoziando con Bruxelles riguarda la bad bank, cioè il permesso di traferire sul bilancio pubblico i crediti in sofferenza del sistema bancario. Nella illusione che questo tolga, un’altra volta, tutti gli alibi alle banche e consenta di riaprire i rubinetti del credito. Come se al momento il problema del credito fosse l’assenza di liquidità sul mercato.

Quello che appare sempre più evidente è che le riforme “strutturali” devono essere adesso bilanciate a favore della “domanda”, che è stata quasi totalmente trascurata. Il governo non ha fatto praticamente nulla per la protezione del consumatore, per la liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi, per dare certezze e garanzie sulla tenuta del Welfare State.

Guardiamo al Welfare State. Prima della pausa estiva, il Governo, al posto di promuovere una riforma del modo in cui si finanzia la sanità pubblica, è intervenuto a gamba tesa con tagli lineari da 2,5 miliardi che finiranno per colpire, forse più nella percezione che nella sostanza, uno dei capisaldi delle famiglie italiane. Quello a cui gli italiani tengono maggiormente e la cui assenza genera le maggiori ansie, in base a recenti sondaggi. A settembre si rischia di replicare con le pensioni. Non si è fatto in tempo a digerire l’allungamento obbligatorio dell’età minima di pensionamento, che già si inizia a parlare di flessibilità in uscita. È troppo pessimistico aspettarsi, nel clima politico attuale, una serie abborracciata di annunci e smentite su un tema così delicato e sensibile?

E non serve a nulla corteggiare i consumatori con manovre dal sapore “elettoralistico”, come gli 80 euro. Perché le manovre elettoralistiche non sono credibili e puzzano di “deficit spending”. Le famiglie italiane sono vaccinate e, a fronte di un aumento del deficit, rispondono risparmiando. Come è giusto e razionale che avvenga.

Renzi e Padoan hanno imparato la lezione degli 80 euro? Difficile crederlo se è vero che la prossima Finanziaria prevede l’abolizione della tassazione (Imu/Tasi) sulla prima casa. Se l’obiettivo è fare ripartire il mercato edilizio, allora bisogna agire sulla tassazione delle “seconde” case, che ha raggiunto livelli abnormi e incompatibili con la natura illiquida di questa tipologia di investimento. Se l’obiettivo è invece elettoralistico, allora il discorso è diverso. Ma non aspettiamoci grandi risultati “economici”, né sul fronte edilizio e nemmeno su quello dei consumi. Perché le famiglie, dopo 10 anni di continui interventi anche lessicali (Ici, Imu, Tsi, … e in futuro Local Tax), la prima cosa che si chiederanno è: da dove i Comuni potranno prendere le risorse che verranno così a mancare?

Fonte: Linkiesta.it