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venerdì 20 gennaio 2017

La bufala sui “soldi scomparsi” per i terremotati

I 28 milioni di euro raccolti con gli SMS non sono "spariti", ovviamente: lo ha smentito anche la Protezione Civile

L'esercito al lavoro nelle aree colpite dal brutto tempo e dal terremoto, 19 gennaio 2017. (ANSA/ MINISTERO DELLA DIFESA)

Sui social network stanno circolando molto – anche perché rilanciati da alcuni siti di notizie false – diversi articoli che sostengono che i 28 milioni di euro raccolti dalla Protezione Civile con gli “SMS solidali” sarebbero “scomparsi” o “spariti”. La bufala cita un’interrogazione parlamentare di Laura Castelli, deputata del Movimento 5 Stelle, che chiede conto di un presunto “ritardo” nell’utilizzo di questi fondi.


La “sparizione” dei 28 milioni di euro è una notizia falsa: come ha risposto all’interrogazione la ministra Anna Finocchiaro, quei fondi erano destinati fin dall’inizio alla ricostruzione post-terremoto, e non sono “scomparsi”, mentre la gestione dell’emergenza è stata ed è finanziata con denaro stanziato dallo Stato. La Protezione Civile ha diffuso un comunicato per rispondere a queste “nuove errate informazioni” e smentire la bufala.


Terremoto centro Italia: chiarimenti sui fondi raccolti con il numero solidale 19 gennaio 2017


In riferimento alle nuove errate informazioni che circolano soprattutto sui social in merito all’utilizzo delle donazioni raccolte attraverso il numero 45500, si precisa che, come indicato anche nel Protocollo che ne disciplina il funzionamento, queste serviranno per supportare la ricostruzione dei territori colpiti. Per la fase di gestione dell’emergenza, infatti, sono destinate tutte le necessarie risorse attraverso i fondi pubblici. In particolare, in questa emergenza, come disposto dal decreto legge 189 convertito, le donazioni confluiranno nella contabilità speciale del Commissario straordinario alla ricostruzione e saranno gestite passando dal controllo di un Comitato dei Garanti, come prevede proprio il Protocollo. Saranno i territori a valutare, in raccordo con Regioni e Commissario e sulla base delle esigenze valutate nell’ambito del più complessivo piano della ricostruzione, a indicare su quali progetti destinarli. Lo stesso vale per le somme raccolte attraverso il conto corrente aperto dal Dipartimento

Fonte: Il Post

mercoledì 4 gennaio 2017

Perché si parla di Grillo e dei giornali

Il leader del M5S ha proposto l'istituzione di una giuria popolare per punire chi diffonde notizie false, rispondendo a un'altra proposta del presidente dell'Antitrust

Beppe Grillo (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Oggi i principali quotidiani nazionali parlano dell’ultimo scontro tra Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, e i giornalisti. È cominciato ieri, quando Beppe Grillo ha pubblicato sul suo sito un post per rispondere a una precedente proposta del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che chiedeva l’istituzione di enti terzi indipendenti che rimuovano dalla Rete i contenuti palesemente falsi, le cosiddette “fake news”, o illegali. Grillo ha definito l’ente proposto da Pitruzzella un “tribunale governativo” e ha scritto che dovrebbe essere invece istituita una “giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media”. La proposta di Grillo è stata molto criticata, anche perché da diverso tempo il suo partito – e quindi il suo blog, gli account social collegati e molti altri siti controllati dal M5S – è considerato una delle principali fonti di disinformazione in Italia.

Pitruzzella aveva parlato della sua proposta per la prima volta durante un’intervista al Financial Times, quando aveva chiesto agli stati membri dell’Unione Europea la creazione di una rete di agenzie per combattere la diffusione delle notizie false. Secondo Pitruzzella, questo è un lavoro di cui dovrebbe farsi carico lo stato e che non può essere demandato completamente alle società che gestiscono i social media, come per esempio Facebook: «La post-verità in politica è una di quelle cose che guida il populismo e una delle minacce alla nostra democrazia. Abbiamo raggiunto un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è ora, il selvaggio west, o se stabilire delle regole che si adeguino al modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di queste regole e questo è il ruolo che deve avere lo stato». Pitruzzella era tornato sull’argomento qualche giorno dopo, ribadendo la sua proposta con una lettera aperta indirizzata al Corriere della Sera.

La proposta di Pitruzzella ha provocato la reazione di Grillo, che sul suo blog ha definito l’ente terzo che dovrebbe giudicare le notizie false “un bel tribunale dell’inquisizione” e poi ha parlato della possibilità di istituire una giuria popolare per fare lo stesso lavoro. Secondo Grillo, della giuria dovrebbero far parte cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali: «Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo».

Il post di Grillo è stato molto criticato. Enrico Mentana, giornalista e direttore del telegiornale di La7, ha scritto su Facebook che intende denunciare Grillo perché sul post pubblicato il logo del suo tg appare tra quelli definiti “fabbricatori di notizie false”. Altre critiche sono arrivate da diversi esponenti politici, tra cui il senatore Francesco Giro di Forza Italia, il deputato Stefano Pedica del Partito Democratico e il capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera Arturo Scotto. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, ha parlato di “linciaggio mediatico di stampo qualunquista” contro i giornalisti e ha accusato Grillo di minacciare e intimidire la categoria.

Fonte: Il Post

martedì 3 gennaio 2017

La bufala sulla meningite e gli immigrati

Risale allo scorso aprile ed è infondata, ma è tornata a circolare dopo un post su Facebook di Forza Nuova


Un post condiviso su Facebook dalla pagina ufficiale di Forza Nuova, un movimento politico neofascista, ha rilanciato negli ultimi giorni una discussione sgangherata sui legami tra la diffusione del batterio della meningite e le persone che arrivano dall’Africa. L’immagine poi è stata rimossa, ma mostrava una persona toccarsi le tempie ed era accompagnata dalla scritta “Meningite. Tutti sappiamo da dove arriva. Basta accoglienza killer”.

Il post si riferiva al presunto “allarme meningite”. Il post di Forza Nuova, oltre a generare ulteriore allarmismo, conteneva un’accusa razzista e infondata, perché sosteneva che la meningite fosse portata dai migranti che arrivano in Italia (addirittura, secondo l’immagine, questa origine della malattia era molto evidente: “tutti sappiamo da dove arriva”). Nei commenti su Facebook molti utenti hanno segnalato link di siti che hanno smentito queste teorie. Il post è stato segnalato come offensivo da molti utenti e ora è stato apparentemente rimosso, non è chiaro se da Facebook o dai gestori della pagina.


Quella ripresa dal post di Forza Nuova è una vecchia bufala, fatta circolare lo scorso aprile inizialmente da alcuni siti che pubblicano notizie false (spesso dai contenuti razzisti) che avevano interpretato in malafede un documento dell’ASL di Firenze. Adriano Lazzarin, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale San Raffaele di Milano, ha spiegato a Repubblica che non c’è nessun collegamento tra l’immigrazione e i casi di meningite in Italia: «Prima di tutto perché in Africa è diffuso il meningococco di tipo A, mentre da noi si sono verificati finora soltanto casi di infezione riconducibili ai ceppi B e C. Bisogna poi considerare che il meningococco non lo “importiamo” dall’Africa ma è già presente in Italia: secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel nostro paese ci sono tra i 5 e i 10 milioni di portatori sani di meningococco. Quindi è molto più probabile essere contagiati da un italiano piuttosto che da un migrante». Anche il medico Roberto Burioni, molto attivo su Facebook nella promozione dei vaccini, ha spiegato perché i migranti non c’entrano con i casi di meningite:



Molti medici hanno poi spiegato che non siamo in un momento emergenziale, per quanto riguarda la diffusione della meningite: nel 2016 ci sono stati 190 casi di meningite da meningococco, ha detto Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità, mentre nel 2015 erano stati 196. L’andamento è quindi stabile, ha spiegato Rezza: «In Italia non abbiamo un’emergenza meningite». Rezza ha precisato che è «innegabile che in tempo di globalizzazione i germi si muovono con gli uomini», ma ha detto che questo vale tanto per i viaggi dei migranti come per quelli dei cittadini italiani all’estero.

Fonte: Il Post

mercoledì 23 novembre 2016

Facebook ha sviluppato uno strumento di censura per tornare in Cina

Il social network è al bando da 7 anni ma vuole conquistare la più numerosa popolazione di utenti internet al mondo, la soluzione potrebbe essere un software di controllo

Facebook è stato vietato in Cina nel 2009. Credit: Thomas White

Secondo il New York Times, Facebook ha sviluppato, con estrema discrezione, uno strumento di censura volto a convincere Pechino a togliere il bando, imposto sette anni fa, contro il più popolare dei social network e consentirgli di tornare su un mercato decisamente ghiotto come quello della seconda economia del pianeta.

Secondo il quotidiano statunitense, Facebook, con il benestare di Mark Zuckerberg, ha ideato un software che impedisce ai post di apparire in determinate aree geografiche.

“Diciamo da tempo che ci interessa la Cina, e stiamo investendo del tempo per capire e imparare di più su questo paese”, ha commentato la portavoce di Facebook Arielle Aryah, interpellata dall’agenzia di stampa Reuters.

“Tuttavia, non abbiamo ancora deciso quale approccio adottare. La nostra priorità in questo momento è aiutare le imprese cinesi e gli sviluppatori a espandere le loro attività su nuovi mercati fuori dalla Cina attraverso la nostra piattaforma pubblicitaria”, ha proseguito Aryah.

Le società estere in Cina, specialmente nel settore dei media, combattono con regolamenti molto rigidi. Secondo alcune voci all’interno dell’establishment cinese, internet è il più importante fronte della battaglia ideologica contro le forze occidentali anti-cinesi.

La Cina, che ha la più numerosa popolazione di utenti internet, vietò Facebook in seguito alle rivolte urumqi del 2009 per limitare il flusso di informazioni circa il sollevamento etnico che causò 140 vittime.

Secondo il New York Times, pur avendo sviluppato lo strumento di censura per limitare la diffusione dei post, Facebook non intende eliminare i post stessi.

Piuttosto offrirà un software che consentirà di monitorare i post e i topic più popolari nel paese e di determinare quali post escludere dal flusso di notizie degli utenti.

Il quotidiano precisa però che non ci sono prove che Facebook abbia offerto tale strumento alle autorità di Pechino. Si tratta infatti di una delle opzioni sul tavolo volte a consentire il ritorno del social network nel gigante asiatico e potrebbe non essere quella prescelta.

Facebook, che ultimamente è stata criticata per la rimozione ingiustificata di alcuni contenuti, sta cercando di espandere la propria penetrazione nei paesi in via di sviluppo.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 17 novembre 2016

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false

Entrambe le società renderanno più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false. Credit: Reuters

Facebook e Google si sono impegnate nella lotta contro le notizie false che circolano in rete, attraverso una nuova politica sulla pubblicità. Entrambe le società infatti hanno l'obiettivo di rendere più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale.

"Limiteremo la pubblicazione di annunci pubblicitari su pagine che travisano o nascondono informazioni sugli editori e sullo scopo principale della pagina web", ha detto un portavoce di Google a Reuters.

Non è ancora chiaro se Google abbia o meno la capacità di identificare correttamente tali siti. Lunedì 14 novembre, per alcune ore uno dei primi contenuti apparsi sul motore di ricerca digitando le parole "risultati elettorali definitivi", era di "70 news", e dava la notizia, falsa, secondo cui Donald Trump aveva vinto anche il voto popolare con un vantaggio di 700.000 voti. Si trattava chiaramente di una bufala dal momento che Clinton è in testa con un milione di voti, pur avendo perso le elezioni in termini di Grandi elettori, necessari per essere eletti presidenti.

Anche Facebook ha intrapreso la stessa via, vietando gli annunci pubblicitari su siti che mostrano contenuti "fuorvianti o illegali" e su siti di notizie false.

Facebook era stato accusato nei giorni successivi all’Election Day, di aver contribuito alla vittoria di Trump attraverso una serie di notizie false o manipolate che hanno influenzato il modo in cui ha votato l’elettorato americano. Secondo le accuse l'algoritmo di Facebook avrebbe promosso notizie bufale sui news feed di milioni di utenti. Secondo Buzzfeed circa 100 siti pro-Trump, che promuovevano notizie false, provenivano dalla stessa città nei Balcani.

Facebook si è ufficialmente difeso sostenendo di essere una fonte di informazione imparziale, tuttavia molti dirigenti hanno espresso preoccupazione per l’eccessiva diffusione di post e immagini razziste.

Tagliare gli introiti economici di tali siti, limitando la quantità di denaro ricavabile dalla pubblicità, può aiutare a limitarne la proliferazione. Ma Facebook si trova di fronte ad un altro problema: se gli utenti interagiscono più con le notizie false che con quelle vere, allora l'algoritmo di Facebook promuoverà maggiormente la notizia falsa. La lotta alla diffusione di notizie false è ancora aperta.

--- LEGGI ANCHE: Che ruolo ha avuto Facebook nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 30 marzo 2016

La tecnologia ci rende più felici?


Di Marco Cedolin

Sono le 7,30 del mattino, Luciano si sveglia al suono del suo smartphone, si alza va in bagno a lavarsi e poi si siede a fare colazione. Mentre sorseggia il caffè, senza degnare sua sorella di uno sguardo, apre il social network, commenta i post di una mezza dozzina di "amici", guarda un paio di video e scrive un breve messaggio, augurando a tutti una buona giornata ed informandoli che lì c'è il sole e fa caldo. Si veste e scende nel box a prendere l'auto. Il termometro sul cruscotto segna 23 gradi, il computer di bordo lo informa sui consumi di benzina, il navigatore con voce suadente lo ragguaglia riguardo al percorso da seguire....
Mentre attraversa il telepass telefona Cristina, ma per rispondere non deve neppure togliere le mani dal volante grazie all'auricolare bluethoot, si accorda per un apericena in centro alle 18,30, cercando disperatamente di ricordare se l'appuntamento per il torneo di calcio online sia per le 22,30 o le 23, poco importa dopo manderà un messaggio a Max per domandarglielo.

La mattinata in ufficio scorre veloce, ogni tanto pubblica un post o un selfie sul social network, qualche battuta e qualche video che spezzi la monotonia. Verso mezzogiorno telefona al suo frigorifero, per sapere cosa deve acquistare il pomeriggio all'ipermercato, poi va al baretto con i colleghi a mangiare un piattino. La conversazione è scarsa, ognuno é immerso nel suo smartphone, impegnato a leggere o pubblicare sul social network, e quando si discorre lo si fa parlando di quel filmato o quella battuta che si sono appena visti, magari mentre si scatta una foto del piatto che ci si accinge a mangiare per condividerla online con gli "amici". Poi si paga, sempre con lo smartphone e c'è appena il tempo per un paio di telefonate e qualche messaggio prima di riprendere il lavoro. Max ha scritto che il torneo é alle 23, quindi per l'apericena c'é tempo.

Con Cristina passa un paio d'ore piacevoli, durante le quali fra il bip di una notifica e l'altra riescono a farsi qualche confidenza. Lei gli piace, ma è molto meno intrigante di alcune "amiche" che frequenta sul social network, forse un giorno potranno avere una storia o forse no. Mentre torna a casa va a fare la spesa, paga alla cassa automatica, poi ascolta le notizie facendosele leggere dallo smartphone e telefona al forno per accenderlo ed iniziare a riscaldarlo. Dopo cena si cimenta nel torneo di calcio online e poi, mentre lo smartphone è in carica, passa un paio d'ore nel social network con il televisore, prima di coricarsi, dopo avere impostato la sveglia sullo smartphone ed urlato alla luce "Spegni".

Il "Luciano" di qualche decennio fa, sicuramente si sarebbe alzato dopo il trillo della sveglia, avrebbe fatto colazione chiacchierando del più e del meno con sua sorella, si sarebbe scritto su un bigliettino la lista della spesa, avrebbe tirato fuori le monetine per pagare al casello e avrebbe ricordato la strada senza l'ausilio del navigatore. In ufficio fra un'incombenza e l'altra avrebbe trovato il tempo per qualche chiacchiera con i colleghi, al baretto avrebbe riso e scherzato in compagnia, avrebbe tirato fuori il portafoglio per pagare e prima di rientrare al lavoro si sarebbe recato in una cabina per telefonare a Max e Cristina. Al supermercato avrebbe pagato mentre faceva una battuta alla cassiera e una volta rientrato a casa avrebbe dovuto accendere il forno, approfittando di quel quarto d'ora di tempo per preparare la tenuta per andare a giocare a calcetto con Max. Dopo il calcetto avrebbero passato un paio d'ore in birreria con gli amici e prima di coricarsi avrebbe dovuto ricaricare la sveglia e spegnere la luce.

Verrebbe spontaneo domandarsi se sia in fondo più felice il Luciano di oggi o quello di trent'anni fa, ma la domanda partirebbe da un presupposto sbagliato. La tecnologia è un qualcosa di neutro che non rende migliori o peggiori, a prescindere da quanto se ne faccia uso. La qualità dei nostri rapporti con gli altri e lo spessore delle nostre conversazioni dipendono unicamente da noi, non dal mezzo tecnologico attraverso il quale eventualmente sono veicolati. Un bel rapporto di amicizia può avere la stessa valenza sia che si cementi intorno al tavolino di un bar, sia qualora venga portato avanti con l'ausilio di un social network, così come una conversazione di spessore può avvenire guardandosi negli occhi, ma anche scrivendo in una chat. Alla stessa stregua i discorsi sciocchi, le battute stupide, gli atteggiamenti volgari e via discorrendo, continuano a rimanere tali a prescindere dal fatto che ci sia o meno uno strumento tecnologico a mediarli.

La tecnologia è solo un mezzo, che possiamo usare più o meno smodatamente, ma non potrà mai farsi carico di responsabilità che sono unicamente nostre e in quanto tali ci appartengono, senza che si possa scaricarle sulle spalle di uno smartphone.

Fonte: IL CORROSIVO di marco cedolin

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lunedì 22 febbraio 2016

Perché Apple litiga con l’FBI, dall’inizio

Dietro la decisione di non fornire un accesso a un iPhone per le indagini su un attentato c'è un tema che riguarda tutti: spetta alle aziende o agli stati proteggere la privacy delle persone?

Il CEO di Apple, Tim Cook (Stephen Lam/ Getty Images)

Apple vuole spostare il confronto in corso con l’FBI e il governo degli Stati Uniti riguardo l’iPhone della strage di San Bernardino dai tribunali al Congresso, in modo da farlo diventare un dibattito più generale sui confini entro i quali aziende e istituzioni devono muoversi per tutelare la privacy degli individui. La proposta è contenuta in un nuovo comunicato di Apple – con “domande e risposte” – che fa seguito alla lettera della settimana scorsa del CEO Tim Cook.

Secondo Apple, il modo migliore per affrontare il tema è attraverso “una commissione o un gruppo di esperti su intelligence, tecnologia e libertà civili in cui discutere le implicazioni per la legge, la sicurezza nazionale, la privacy e le libertà individuali”; “Apple sarebbe contenta di partecipare”. Cook ha ribadito lo stesso concetto in un’email inviata stamattina a tutti i dipendenti Apple, nella quale li ringrazia per il sostegno alla decisione senza precedenti con cui una delle più grandi e redditizie aziende del mondo ha deciso di contestare un’ordinanza di tribunale, per lo più su un tema di sicurezza nazionale.

Cosa vuole l’FBI
Durante le indagini sulla strage di San Bernardino, in California, in cui sono state uccise 14 persone e i due autori dell’attacco, è stato trovato un iPhone 5C appartenuto a Syed Rizwan Farook, uno dei due assalitori. L’FBI ha ottenuto da Apple i backup che il telefono fa automaticamente online tramite il servizio iCloud, ma ha scoperto che non sono recenti abbastanza per ottenere informazioni sulle attività dei terroristi nelle settimane precedenti all’attacco. Gli agenti hanno quindi chiesto a Apple – tramite un’ordinanza di un giudice – di creare una versione modificata ad hoc del suo sistema operativo iOS da installare su quel telefono, in modo da fornire un accesso secondario agli investigatori e permettere loro di ottenere i dati più recenti dall’iPhone di Farook, che sono criptati sul dispositivo. Apple si è opposta, dicendo che una soluzione di questo tipo creerebbe un precedente molto pericoloso, perché l’FBI potrebbe accedere a qualsiasi altro iPhone in suo possesso e che una modifica di questo tipo a iOS sarebbe tecnicamente molto difficile. Tim Cook ha spiegato le motivazioni dell’azienda nella sua lunga lettera, che ha ricevuto il sostegno di tutte le grandi aziende statunitensi del web – come Facebook e Google – e che ha aperto un dibattito molto ampio sul delicatissimo tema della tutela dei dati online.

Accesso secondario
Nei giorni seguenti alla lettera, è emerso che la vicenda si è complicata in parte proprio a causa dell’FBI. L’iPhone 5C del terrorista di San Bernardino era un telefono “aziendale”, gli era stato fornito dalla contea di San Bernardino, per cui lavorava. Dopo avere recuperato l’iPhone 5C, l’FBI ha chiesto ai tecnici della contea di resettare la password da remoto, cioè da un altro dispositivo, pensando così di poter ottenere direttamente i dati dal backup di iCloud, senza coinvolgere direttamente Apple. Questa soluzione ha però bloccato i backup dei file più recenti verso iCloud, perché se la modifica è stata effettuata da un altro dispositivo Apple chiede per renderla effettiva si debba sbloccare il telefono utilizzando il codice deciso dalla persona che lo utilizza. Il codice che utilizzò Farook non è noto e non si possono provare tutti quelli possibili, perché dopo un certo numero di tentativi sbagliati iOS blocca completamente l’accesso.

L’FBI vorrebbe che Apple creasse una versione di iOS per superare questo problema, in modo che l’FBI possa fare tentativi infiniti fino a ottenere il codice giusto (“brute force”). Secondo il Dipartimento di Giustizia (DOJ), che ha emesso una mozione molto dura nei confronti di Apple accusandola di aver preso questa posizione per mere ragioni di marketing, le informazioni all’interno dei backup non sono sufficienti e occorre quindi sbloccare il telefono.

Privacy e NSA
Il modo in cui iOS protegge i dati sugli iPhone e sugli iPad è conseguenza, almeno in parte, di quanto è emerso negli ultimi anni grazie a Edward Snowden sul piano di sorveglianza di massa delle telecomunicazioni messo in atto dalla National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti. I documenti riservati resi pubblici da Snowden dimostrarono che la NSA aveva ottenuto accessi secondari a tutti i principali servizi di comunicazione online, ai sistemi operativi più diffusi e ad altri programmi, in modo da recuperare informazioni praticamente su qualsiasi obiettivo. Le rivelazioni portarono a una maggiore attenzione da parte delle aziende di Internet, che negli ultimi anni hanno aggiunto sistemi per criptare meglio i dati e renderli inaccessibili.

Apple ha assunto misure molto incisive a riguardo: con la versione 8 di iOS si è volontariamente tagliata fuori dai dati contenuti negli iPhone e negli iPad. Le informazioni oggi sugli iPhone vengono criptate e se non si possiedono i codici di accesso è impossibile ottenere i dati, che nel caso di ripetuti tentativi di accesso non autorizzati vengono cancellati dai dispositivi. Qualcosa può essere recuperato nel caso esistano dei backup fatti tramite iCloud, ma la maggior parte delle informazioni resta criptata nel telefono e si tratta di dati difficili da recuperare. Per questo motivo Apple si rifiuta di obbedire all’ordinanza, sostenendo inoltre che per creare una copia alternativa di iOS sarebbero necessari mesi di lavoro e che molte cose potrebbero andare storte, non trattandosi di una versione sperimentata a sufficienza del software prima della sua diffusione: un solo errore di programmazione potrebbe causare ugualmente la distruzione dei dati criptati nel telefono.

Polemiche
Attraverso il DOJ, il governo degli Stati Uniti ha chiesto formalmente ad Apple di collaborare, L’azienda entro venerdì dovrà presentare in tribunale le sue obiezioni all’ordinanza e non è chiaro quali potrebbero essere gli sviluppi della vicenda, considerato che non ci sono precedenti di questo tipo. Intanto il dibattito negli Stati Uniti è montato molto e ha coinvolto anche i candidati alle primarie per le presidenziali di quest’anno. Donald Trump, il candidato attualmente in testa tra i Repubblicani, ha scritto in un tweet che gli statunitensi dovrebbero boicottare Apple per la sua scelta, anche se nei giorni seguenti ha continuato a twittare da un iPhone (ha poi detto di usare sia i telefoni Apple sia quelli Android).


In un’intervista, il procuratore di Manhattan, Cyrus R. Vance Jr., ha detto che se Apple fornisse lo strumento richiesto dall’FBI questo dovrebbe essere utilizzato in qualsiasi altra indagine penale, confermando di fatto che le preoccupazioni di Cook sono fondate. Ha poi spiegato che attualmente solo a New York ci sono 175 iPhone che le forze dell’ordine non riescono a sbloccare per ottenere i dati al loro interno. Il direttore dell’FBI, James Comey, ha scritto una lettera aperta in cui dice che il governo “non vuole creare un precedente nP mandare un qualche tipo di segnale”, aggiungendo che l’intera vicenda si riduce al tema “delle vittime e della giustizia”.

Alcuni investitori di Apple hanno sollevato perplessità sulla scelta di mettersi così esplicitamente contro il governo, considerato che gli interessi dell’azienda dovrebbero essere altri e prettamente commerciali. Molti osservatori hanno invece commentato positivamente l’iniziativa di Tim Cook, che già in passato ha impegnato la sua azienda su altri temi legati alla privacy e ai diritti civili, sostenendo tra le altre cose quelli per la comunità LGBT. In questo il CEO di Apple si sta dimostrando molto diverso dal cofondatore dell’azienda, Steve Jobs, e ha spiegato che alcune decisioni devono essere prese anche solo perché “sono la cosa giusta da fare”.

Fonte: Il Post

martedì 2 febbraio 2016

Facebook contro il “clickbait”, di nuovo

L'algoritmo della sezione Notizie è stato ritoccato ancora per disincentivare l'uso di esche per attirare clic

(DENIS CHARLET/AFP/Getty Images)

Facebook ha introdotto alcune nuove modifiche al modo in cui funziona la sua sezione Notizie (“News Feed”), dove viene mostrata una selezione dei post dei propri amici e delle Pagine, con l’obiettivo di renderla più coinvolgente e affine ai gusti di ogni singolo utente e disincentivare il “clickbait“. L’azienda lavora di continuo agli algoritmi di questa sezione per migliorarla, sperimentando soluzioni che talvolta vengono criticate dagli utenti perché di fatto nascondono alcuni contenuti privilegiandone altri. Le nuove modifiche, dicono quelli di Facebook, metteranno in risalto le “storie più rilevanti” per ogni singolo utente, sulla base di alcuni nuovi parametri elaborati grazie ai test condotti negli ultimi mesi.

Per capire come si comportano i suoi iscritti Facebook utilizza sistemi di vario tipo, a partire da un “Feed Quality Panel”, un gruppo di mille utenti che fa da campione statistico e che ogni giorno valuta la propria esperienza sul social network. A questi si aggiungono i dati raccolti sulla base del comportamento di decine di migliaia di iscritti in tutto il mondo, per capire che cosa li interessa di più e quali sono i temi su cui discutono di più con i loro amici. Facebook usa anche un sistema di valutazione, che forse vi è capitato di usare qualche volta, per dare da una a cinque stelline indicando l’interesse suscitato da un contenuto mostrato nella propria sezione Notizie. Sulla base di queste informazioni Facebook determina quali post sono più rilevanti per ogni utente e meritano quindi di finire in testa alla sezione Notizie, in bella evidenza. Il sistema serve anche per capire con quale probabilità ogni contenuto riceverà commenti, condivisioni e “Mi piace” dai singoli utenti.

Facebook ha introdotto la nuova modifica sulla base di queste valutazioni:


Grazie alla nostra ricerca, abbiamo visto che le persone segnalano di avere una migliore esperienza con la loro sezione Notizie quando le storie che vedono in testa sono contenuti che tendono a valutare positivamente, quando gli viene chiesto, e dai quali si fanno coinvolgere.
Abbiamo aggiornato la sezione Notizie in modo da tenere conto di entrambi questi indicatori. La sezione Notizie prenderà in considerazione sia la probabilità che vogliate vedere una data storia all’inizio della sezione sia la probabilità che sia lasciato un “Mi piace”, un commento, una condivisione o che ci sia un clic sul link. Metteremo più in risalto le storie con le quali gli utenti potrebbero interagire e che gli stessi potrebbero volere in testa alla loro sezione Notizie.


Cosa cambia per gli utenti
La modifica implica che ci potrebbero essere alcune differenze tra il tipo di contenuti visualizzati finora nella sezione Notizie e quelli scelti con il nuovo sistema, in modo automatico da Facebook. Anche se i responsabili del social network non lo dicono esplicitamente, è probabile che saranno visualizzati meno contenuti che tendono a coinvolgere direttamente ed esplicitamente gli utenti con formule del tipo “Che ne pensate?” o con i classici “Clicca qui”, così come potrebbe essere penalizzato il “clickbait”, cioè la pratica di omettere il contenuto di ciò che viene condiviso con formule del tipo “Non crederete mai cosa si vede in questa foto” per incentivare a fare clic sul link condiviso. Almeno nelle intenzioni di Facebook, gli utenti devono potersi fare un’idea del contenuto condiviso attraverso l’anteprima e solo a quel punto decidere come interagire, lasciando un “Mi piace”, un commento e facendo clic per raggiungere il sito linkato.

Cosa cambia per le Pagine
Facebook dice che la nuova modifica ai suoi algoritmi della sezione Notizie potrebbe avere alcune ripercussioni per le Pagine, cioè i profili usati da aziende, giornali, personaggi pubblici e compagnia:


L’impatto di questi cambiamenti sul modo in cui viene diffusa una storia varieranno a seconda di come è fatto il vostro pubblico e del modo in cui postate le cose. In generale, questo aggiornamento non dovrebbe avere un impatto significativo per quanto riguarda la capacità di raggiungere il proprio pubblico (“reach”) e il numero di accessi al proprio sito provenienti dalle Pagine; tuttavia, alcune Pagine potrebbero rilevare un aumento del traffico, mentre altre una riduzione. Le Pagine potrebbero notare una riduzione del traffico verso il loro sito se il tasso di clic ricevuto dai loro contenuti non corrisponde a quanto gli utenti dicono di volere vedere quel tipo di contenuti in testa alla loro sezione Notizie. Questo aggiornamento aiuta a ribilanciare questi due fattori, in modo che le persone possano vedere più contenuti rilevanti per i loro gusti.


Per le Pagine il consiglio è attenersi alle strategie consigliate dagli stessi esperti di Facebook per fare circolare i loro post, senza essere penalizzate. Tra i consigli c’è quindi evitare sistemi per indurre gli utenti a cliccare a tutti i costi, proprio come il “clickbait”: finora la pratica ha portato ad aumenti temporanei di accessi ai siti attraverso le Pagine, ma con il nuovo sistema potrebbero esserci penalizzazioni perché quel numero di clic potrebbe non risultare compatibile con l’effettivo interesse mostrato dagli utenti.

Fonte: Il Post

giovedì 24 dicembre 2015

Ilaria Cucchi e gli auguri di Natale da non dimenticare


La sorella di Stefano: «Buon Natale anche al signor La Russa, che da Ministro della Difesa garantì a gran voce e ammonendo tutti che 'i Carabinieri non c'entravano assolutamente'»

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, affida a un post su Facebook i suoi auguri per Natale. All’indomani dell’inchiesta bis che vede coinvolti alcuni carabinieri nel pestaggio e morte del ragazzo Ilaria ricorda:

Auguro buon Natale a tutti ma proprio a tutti. E lo dico col cuore. Buon Natale anche al signor La Russa, che da Ministro della Difesa immediatamente dopo l’orribile morte di Stefano garantì a gran voce e ammonendo tutti che ‘i Carabinieri non c’entravano assolutamente’.
Buon Natale al professor Arbarello, che ha eseguito l’autopsia in modo così brillante da meritarsi poi la nomina a consigliere di amministrazione di un grande gruppo assicurativo insieme al figlio del signor La Russa a processo in corso.
Buon Natale al nuovo perito professor Introna, appartenente al partito del signor La Russa già candidato capolista nelle elezioni del 2009 in Puglia.
Buon Natale a tutti coloro che sicuramente sosterranno che noi vogliamo sceglierci i periti e ai quali rispondo: ‘c’è una legge che impone che tutti i periti e consulenti di parte pubblica nel processo Cucchi debbano per forza aver legami col signor La Russa?’


Auguro buon Natale a tutti ma proprio a tutti. E lo dico col cuore.Buon Natale anche al signor La Russa, che da...
Posted by Ilaria Cucchi on Mercoledì 23 dicembre 2015


Fonte: Giornalettismo

giovedì 17 dicembre 2015

Internet, Islam, immigrazione: storia dei deliri di Donald Trump

Il “fenomeno” Trump continua a tenere banco in vista delle presidenziali americane. La tattica è quella di attirare l’attenzione, ma dietro ci sono solo idee razziste e retrograde


Di Arianna Pescini

All’annuncio ufficiale della propria candidatura, nel gigantesco grattacielo che porta il suo nome, a New York, Donald Trump si presentò con abito blu, camicia bianca e cravatta rossa: una modesta personificazione della bandiera americana con capelli improbabili e denti bianchi e splendenti. Che altrettanto modestamente dichiarò che gli Stati Uniti hanno bisogno di un grande leader, un vincente: «Sono più serio di quanto non lo sia mai stato prima, perché l’America è nei guai» – così ha convinto la platea, lui che minacciava di candidarsi ad ogni tornata elettorale, più o meno ininterrottamente, dal 1988.

In tempi che dovrebbero essere sobri e di riflessione, a buttare benzina sul fuoco ci pensa lui, l’emblema del “self-made man” americano amante degli show, sempre allegro e dotato di bordate mediatiche (nonché dispensatore di attacchi ai giornalisti) che in confronto alcuni personaggi di casa nostra impallidiscono. Basta dare un’occhiata al sito ufficiale della campagna del miliardario, dove campeggia in prima pagina il motto “Make America great again!”, ovvero “Facciamo tornare grande questo Paese”. (Guarda qui: https://www.donaldjtrump.com/ )

Immigrati vs “nativi” Usa Riprendendo culture politiche razziste e retaggio di idee emerse nei secoli passati, il magnate di hotel e resorts di lusso ha cominciato le sue “sparate” sui social e sui giornali quattro anni fa, innescando una polemica sulla riforma sanitaria e sulla persona di Obama, che secondo una teoria sarebbe nato in Kenya e non avrebbe avuto, quindi, il diritto di essere Presidente. Dall’inizio della corsa alle primarie Trump si è scagliato poi, nell’ordine: contro l’immigrazione proveniente dal Messico: «I messicani che entrano clandestinamente negli Usa sono tutti criminali e stupratori, bisogna costruire un muro sul confine»; contro gli 11 milioni di immigrati irregolari (per i quali Obama ha firmato il permesso per restare a vivere negli Stati Uniti): «Annullerò quegli ordini, vanno cacciati tutti»; e, cavalcando l’onda della paura e degli eventi, contro tutti i musulmani, compresi quelli che sono cittadini americani e si trovano momentaneamente all’estero: «Vietiamo l’ingresso negli Usa ai musulmani, almeno fino a quando chi ci rappresenta non sarà in grado di capire quello che sta succedendo». Una deriva ideologica preoccupante, che alimenta la paura in potenziali nemici interni ed esterni.

Donald il salvatore La lista delle sparate trumpiane è lunga, e comprende anche la chiusura economica nei confronti della Cina: «Nel mondo ridono di noi. I cinesi ci uccidono e si prendono i nostri lavori. Io vincerò contro la Cina, sempre!». Arrivano poi l’invito a chiudere Internet e i social networks, «covo e fucina di estremisti», e la promessa di parlarne personalmente con Bill Gates. Ma Donald il Salvatore ha dichiarato anche che da Presidente avrebbe potuto evitare la tragedia dell’11 settembre: «Adottando una politica sull’immigrazione più restrittiva, il commando di Al Qaeda non sarebbe entrato nel nostro Paese».

Tattica pericolosa Erano anni che non si vedeva un candidato alle primarie così paradossale e allo stesso tempo potente. Si, perché seguendo il cliché del politico-imprenditore che difende la grandezza statunitense, a suon di comizi il boss dell’edilizia sta puntando con successo (lo dicono i sondaggi, anche se una vittoria alle primarie pare molto dubbia) sui punti deboli degli americani, appena usciti dal grosso della crisi economica ma sensibili a temi come la sicurezza e il mantenimento dei valori autoctoni ed occidentali. L’enorme capitale di Trump (si aggira sui 9 miliardi di dollari, grazie alla multinazionale Trump Organization, ereditata in giovane età dal padre) è da mesi al servizio di una campagna elettorale delirante, che sta di fatto spostando all’estrema destra molti sostenitori del partito repubblicano, i cui candidati contendenti sono stati spesso accusati di fare solo retorica dallo stesso miliardario.

Fonte: Diritto di critica

mercoledì 18 novembre 2015

Attentati a Parigi: Diesel, il cane morto da eroe nel blitz a Saint-Denis. “E’ tornato per morire vicino al padrone”

Si è sacrificato per i suoi compagni. La Francia commossa dalla storia del quadrupede coraggioso


Di Boris Sollazzo

DIESEL, IL CANE UCCISO NEL BLITZ A SAINT-DENIS - Si chiamava Diesel, aveva sette anni. Era un malinois, ovvero un cane da pastore belga. Ed è morto da eroe. Il RAID (Recherche Assistance Intervention Dissuasion) fin dalla sua nascita arruola tra le sue fila forze canine, fondamentali per il suo lavoro e sempre in linea, soprattutto per le operazioni di ricerca. Oggi Diesel era a Saint-Denis. E mentre quattro dei suoi commilitoni umani venivano feriti, lui, coraggioso e impavido, veniva ucciso dai terroristi. Mandato in avanscoperta nell’appartamento preso d’assalto “per valutare la minaccia” è stato investito dall’esplosione provocata dalla donna kamikaze che si è lasciata esplodere. Probabilmente il suo sacrificio ha salvato le vite dei suoi compagni, che ora lo piangono e danno notizia del suo atto eroico su Twitter.
E subito sono partiti hashtag (#jesuischien, #RIPDiesel, #prayfordog) e tweet in onre di Diesel, per cui molti già chiedono la stessa onorificenza che si tributerebbe a un caduto in servizio umano. A strapparci il cuore però è la testimonianza di uno dei presenti. “E’ tornato indietro, per morire ai piedi del suo padrone. Anzi, del compagno”.

Qui un video di un’esercitazione delle unità K-9. Così vengono chiamate le formazioni uomo-cane del RAID:



(Photocredit account twitter @pnationale)

Fonte: Giornalettismo

martedì 1 settembre 2015

Oltre 10.000 islandesi sono pronti ad accogliere i rifugiati siriani


Mentre in altri paesi si litiga per accogliere profughi e migranti, una bella lezione di civiltà e umanità arriva da una piccola nazione del Nord Europa.

Dopo che il governo islandese ha annunciato il mese scorso che avrebbe accettato solo cinquanta rifugiati umanitari provenienti dalla Siria, la professoressa Bryndis Bjorgvinsdottir ha lanciato un’iniziativa su Facebook per incoraggiare i concittadini a parlare in favore di chi ha bisogno di asilo. Nel giro di ventiquattro ore, più di 10.000 islandesi si sono resi disponibili per offrire case e aiuti, inoltre hanno sollecitato il loro governo a fare di più.

Il governo islandese, rispondendo ai post, ha detto che avrebbe preso in considerazione l'aumento del contingente sui rifugiati siriani.

Sulla bacheca della pagina dell'iniziativa ci sono stati molti i commenti di solidarietà verso chi scappa dalla guerra a differenza forse di alcuni pareri nostrani, disgustosi e offensivi. Ribadisco ancora una volta il concetto che i delinquenti non hanno bandiere e chi fa tutta un’erba, un fascio, ha la coscienza sporca oppure si è fatto manipolare la mente da persone e fatti inventati solo per creare odio.

Photo credit Andreas Tille [GFDL or CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

Fonte: Web sul blog

giovedì 27 agosto 2015

Omicidio in diretta, abbiamo il diritto di vedere senza sentirci colpevoli

Quel che possiamo fare è cercare di essere onesti con noi stessi e con chi ci legge, offrendo ogni strumento possibile per comprendere e interpretare

Francesco Cancellato


La notizia, più o meno, è questa: ieri a Roanoke, in Virginia, sono morti la giornalista Alison Parker e il suo cameraman Adam Ward, per mano di un loro ex collega di nome Vester Lee Flanagan, mentre stavano lavorando. Alison e Adam, sono due delle 8512 persone morte nel solo 2015, nei soli Stati Uniti d'America, per colpi d'arma da fuoco.

Fosse stata questa, la notizia, forse non ci avrebbero aperto giornali e telegiornali in America, figurarsi in Italia. Il problema è che la notizia era un’altra: che a Roanoke, in Virginia, Alison Parker e Adam Ward sono morti durante una diretta televisiva. Che lui stava filmando lei che stava intervistando una persona. Che sentono dei colpi d'arma da fuoco. Che la faccia di Alison diventa una maschera di terrore. Che l'inquadratura si accascia, e con lei Adam. Che quella sequenza sembra un film, o un videogioco.

Nemmeno questo dettaglio - la diretta tv - sarebbe tuttavia bastato a far diventare un piccolo caso di cronaca nera locale in un argomento di discussione su scala globale, se non ci fossero stati i social network. È attraverso Facebook e Twitter che i media americani hanno cominciato a diffondere i video dell'episodio. Ed è attraverso gli stessi canali che Vester Lee Flanagan ha cominciato a postare video in soggettiva del suo gesto. È così, soprattutto, che volenti o nolenti abbiamo finito per occuparcene, come giornalisti e come utenti che bazzicano quello strano ipermondo che si chiama internet.

Partiamo dai media. C'è chi quei video non l'ha mostrato al proprio pubblico, soprattutto grandi e autorevoli media come The New York Times, The Guardian, Le Monde. C'è chi come Vox.com (o anche come Linkiesta, in una breaking news, ndr) ha mostrato solamente il primo dei due video, quello della diretta televisiva, dandogli più o meno risalto nel contesto della notizia. Chi come i più grandi e autorevoli giornali di casa nostra, Corriere della Sera, Repubblica, e la Stampa ha pubblicato tutto.

La discussione sul ruolo dei media nel trattare contenuti scabrosi è nata in funzione di tali scelte divergenti. Corriere, Repubblica e Stampa, come spesso accade, sono stati un ottimo bersaglio. L'accusa principe - riassunta, per semplicità, prendendo a prestito la definizione che ne ha dato il blogger Massimo Mantellini - è quella di “giornalismo degli squali”, «quelli che hanno scelto di frugare dentro il calderone dei contenuti in rete trasformandolo nella propria attività principale». Dall'altra parte, invece, «i guardiani dell’informazione, quelli che credono che sia giusto ed economicamente conveniente offrire ai lettori un punto di vista organico, un filtro, un’interpretazione». E che, quindi, non hanno pubblicato la sparatoria di Roanoke, rinunciando a qualche clic in più.

Da questa vicenda, a uscirne bene, è chi non ha pubblicato il video. Ci ha guadagnato in reputazione, probabilmente anche in clic, e adesso può pontificare su chi invece ha preso la decisione opposta. Cinicamente, si trova anche nella condizione di poter tranquillamente trattare la notizia - lo ripetiamo: che senza video sarebbe stata di rilevanza globale - senza essersi sporcato le mani. Se può farlo - come lo stanno facendo ora il Guardian e il New York Times - è perché altri se le sono sporcate. Perché i loro lettori, quei video, li hanno visti altrove.

Eccoci al punto. Sbaglia chi dice che i due video non aggiungono nulla alla notizia. Quei video sono la notizia. Sono il punto cruciale della sua comprensione. Perché «sono estremamente disturbanti - come dice Vox.com nel suo articolo - ma mostrano anche la realtà della violenza da armi da fuoco». Perché, aggiungiamo noi, senza vederli, non si può cogliere né il potenziale ipnotico della morte in diretta, né tantomeno si può comprendere il potere di amplificazione esponenziale dei social media, la loro capacità di imporre l'agenda, a colpi di clic, like e retweet, a chi dovrebbe avere le mani sul timone dell'informazione.

Non è compito nostro dire se sia bene o male. Non crediamo di essere guardiani dell'informazione, figurarci se pensiamo di esserlo della morale. Quel che possiamo fare è cercare di essere onesti con noi stessi e con chi ci legge, offrendo ogni strumento possibile per comprendere e interpretare la realtà. Anche il più disturbante, se necessario. Con buona pace degli stomachi deboli, delle mani pulite e dei ditini alzati.

Fonte: Linkiesta.it

mercoledì 1 luglio 2015

Roma. Un militare si finge poliziotto e stupra una ragazza. Tutti zitti?


di Luca Fiore

Sarebbe un militare di 31 anni in servizio presso l'Arsenale della Marina lo stupratore arrestato oggi per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne avvenuto nei pressi di piazzale Clodio a Roma la notte tra il 29 e il 30 giugno.
Il militare è stato infatti riconosciuto dalla vittima quale autore della violenza subìta la sera precedente. In quell'occasione l'uomo, fingendosi poliziotto, con il pretesto di infliggere una sanzione alla giovane, in quanto l'aveva vista bere birra all'aperto assieme a due coetanee, le aveva intimato di mostrargli i documenti e di seguirlo al commissariato per gli accertamenti. A quel punto però, il sedicente poliziotto, dopo aver assicurato a un palo la bicicletta con cui era arrivato sul posto, l'ha condotta, a piedi, in via Teulada e, all'altezza del parcheggio di via Casale Strozzi, l'ha trascinata con forza nel parchetto sito nelle vicinanze e l'ha violentata.
Le indagini avrebbero consentito di ricostruire la dinamica della vicenda e il percorso effettuato dal fermato assieme alla vittima. L'appostamento nei pressi del luogo ove era stata parcheggiata la bicicletta utilizzata dal violentatore per i suoi spostamenti, ha consentito di individuarlo dopo che era stato fermato il fratello - poi denunciato per favoreggiamento - inviato a recuperare il mezzo. Inoltre secondo alcuni media con noti agganci in Questura le telecamere di un locale di via Mirabello, a Roma, avrebbero ripreso lo stupratore mentre fuggiva dopo lo stupro: il video ritrae un uomo muscoloso, alto circa un metro e 75, che indossava una maglietta gialla e un paio di pantaloni chiari e che corrisponderebbe al sospettato. Secondo un comunicato emesso dagli inquirenti durante la perquisizione effettuata presso la casa del fratello dell’arrestato, sono stati rinvenuti e sequestrati un paio di pantaloncini, appena lavati, e corrispondenti a quelli descritti dalla vittima.
Colpisce in questa ennesima vicenda di strupro contro una donna sia la figura sociale dello strupratore sia la insolita "prudenza" dei mass media. Non vogliamo pensare a quale sarebbe stata la gestione di questa vicenda se lo strupratore fosse stato un immigrato. Per coerenza con quanto abbiamo letto e sentito in questi tempi, qualcuno dovrebbe proporre un assalto riparatore all'Arsenale della Marina o l'invio di ruspe per demolire la caserma. Assai evidente intanto il tentativo da parte di alcuni media di sorvolare sull'identità dell'uomo arrestato, un militare definito eufemisticamente un 'dipendente del Ministero della Difesa in forza presso l'Arsenale della Marina'. Evidente anche l'imbarazzo di molti improvvisati commentatori che sui social network, spiazzati dal fatto che il sospettato non sia un immigrato e che quindi non si possano invocare le salviniane 'ruspe', concentrano le proprie attenzioni sulle presunte responsabilità e sulle abitudini sessuali della vittima, "una sedicenne ancora in giro a mezzanotte"...


Fonte: contropiano.org

sabato 27 giugno 2015

Un appello alla stampa responsabile

Perché non recensire ogni giorno i siti web virtuosi e segnalare quelli che spacciano bufale? Un servizio al pubblico sempre più necessario


L'opinione di Umberto Eco

Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.

La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.

Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.

È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. E alcune scomposte reazioni che ho poi visto in rete confermano la mia ragionevolissima tesi. Addirittura, qualcuno aveva riportato che secondo me in rete hanno la stessa evidenza le opinioni di uno sciocco e quelle di un premio Nobel, e subito si è diffusa viralmente una inutile discussione sul fatto che io avessi preso o no il premio Nobel. Senza che nessuno andasse a consultare Wikipedia. Questo per dire come si è inclini a parlare a vanvera.

Un utente normale della rete dovrebbe essere in grado di distinguere idee sconnesse da idee ben articolate, ma non è sempre detto, e qui sorge il problema del filtraggio, che non riguarda solo le opinioni espresse nei vari blog o twitter, ma è questione drammaticamente urgente per tutti i siti web, dove (e vorrei vedere chi ora protesta negandolo) si possono trovare sia cose attendibili e utilissime, sia vaneggiamenti di ogni genere, denunce di complotti inesistenti, negazionismi, razzismi, o anche solo notizie culturalmente false, imprecise, abborracciate.

Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.

Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno.

Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avrà bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al di fuori della redazione. È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa.

Fonte: L'Espresso

Leggi anche: Umberto Eco: "Con i social parola a legioni di imbecilli"

martedì 16 giugno 2015

Cara razzista ti scrivo


Lettera aperta all'autrice di un post anti-immigrati diventato virale su Facebook. Che ha scritto di sé «sì, sono razzista. Me ne fotto».

Di Davide Piacenza

Sabato notte prima di dormire scorrevo pigramente i post della sezione Notizie di Facebook. Una ex compagna dei tempi dell’università condivide un corposo intervento di Pippi Ferraro, «blogger e organizzatrice di eventi» secondo il Corriere del Mezzogiorno, in calce alla foto di un ragazzo nero seduto su un treno. Il nome poco noto dell’autrice del post non ha impedito al suddetto di raggiungere la ribalta della viralità: quando lo leggo ha già 44 mila condivisioni. Il mattino dopo, al mio risveglio, ha già passato il traguardo dei 130 mila “mi piace”. Nel testo, Pippi Ferraro lamenta un doppiopesismo di trattamento in favore degli immigrati a partire da una scena cui ha assistito giovedì scorso su un regionale diretto a Napoli, dove a un gruppo di giovani di colore è stato permesso di viaggiare senza biglietto, mentre un’anziana signora italiana è stata multata per lo stesso motivo.

Il post nel frattempo è stato rimosso dal profilo Facebook dell’autrice. Diversi siti web, non ultimo il già citato Corriere, l’hanno tuttavia ripreso condividendone ampi stralci. Tra le altre cose, l’autrice a un certo punto dice di essersi presa della fascista e della razzista, per poi concedere polemicamente ai suoi detrattori: «Sì, sono razzista». Luigi Manconi di recente ha scritto che coi fascisti non si discute, e probabilmente, come spesso gli capita, ha ragione. Questo però non significa che non si possa scrivere loro.


Cara Pippi Ferraro,

mi permetto un tono colloquiale, da conoscente di vecchia data, perché rileggendo il tuo post ho sentito l’eco di discorsi coi parenti, rimbrotti di conoscenti e qualche amico, commenti di anziani e meno anziani in fila all’ufficio postale, preoccupazioni e paure di vicini di casa e di quartiere, retoriche abusate di amanti dell’ordine bolsi o rampanti. Quando, descrivendo la tua vicenda, dici che «otto ragazzi di colore» salgono sul tuo treno e «affollano» il tuo vagone parlando «una lingua rumorosa e gutturale», un campanello d’allarme inizia appena percettibilmente a suonare in me: è possibile che la tua percezione dei fatti sia stata alterata da una forma di pregiudizio nei confronti di questi neri vestiti con «cappellini da baseball, catene d’oro pesanti come i rapper, zaini Invicta, cuffie enormi appoggiate al collo e iPhone in mano»? «Nessuno di loro era più basso del metro e ottanta, ed erano tutti in carne», riporti, per poi chiosare il primo di una serie di sardonici «poveri profughi che fuggono dalle guerre. Davvero, poverini. Come soffrono, è evidente ai più» (però specifichi, dopo aver ricevuto critiche relative a questo commento, che ma sì, certo, era ovvio che tu volessi sottolineare che non erano profughi. La tua era evidentemente ficcante satira da Facebook).

Contesti un trattamento di favore goduto dal gruppo di africani, a cui un controllore si limita a chiedere «scendete a Salerno?» non obiettando nulla quando gli viene mostrato un singolo biglietto logoro. Poi c’è l’anziana signora italiana, una figura tragica davvero troppo già vista e salviniana per non considerarla il MacGuffin della tua storia, ma meriti un atto di cieca fiducia: il controllore torna, viene implorato dalla nonnina di soprassedere sulla di lei inadempienza (non aveva obliterato il biglietto per la fretta, ma si è autodenunciata) ma in un impeto di rinnovata crudeltà lui le fa la multa. «Poi ripassa vicino agli otto di colore senza biglietto e fa finta di non vederli, anche se sa benissimo che non sono scesi dove avevano detto e che non erano in regola». Dici di aver pensato «due pesi e due misure» e non te ne si può certo fare una colpa: il controllore ha effettivamente usato due pesi e due misure.

Il post di Ferraro ripreso dal Corriere del Mezzogiorno.

A questo punto vorrei cercare di capire con te il motivo di tanta disparità, però: pensi sia perché loro erano otto e «in carne», mentre la signora da sola e intimorita? O perché loro, al di là dei loro iPhone, delle loro cuffie e della loro lingua gutturale, avevano la pelle nera? Credi che il controllore abbia permesso loro di arrivare a Napoli gratuitamente perché aveva paura? Eppure non descrivi nulla di eclatante nel loro comportamento: sì, davano occhiate alle ragazze e sì, parlavano ad alta voce. Io al contrario di te non amo definirmi razzista, ma ho come l’impressione di poter concepire l’esistenza di persone bianche e italianissime abituate a squadrare le donne che passano e parlare a voce alta sui convogli che collegano Napoli al Cilento. In anni da pendolare, peraltro, non ho mai incontrato un controllore che abbia garantito un trattamento di favore a un gruppo di immigrati, o presunti tali. Anzi, in diversi casi ho notato una certa inclinazione all’aggressività verbale nel multarli, farli scendere dal treno e minacciarli di chiamare la polizia – la soluzione che tu auspichi con un entusiasmo à la Maroni.

In seguito parli del terribile caso di cronaca di queste ore, quello che ha visto un controllore milanese attaccato a colpi di machete da un gruppo di ragazzini di El Salvador, membri di una gang di latinos della periferia. «E allora ripenso all’episodio capitato a me», dici, ma non è chiaro come una banda di assassini possa essere accostata a un gruppo di ragazzi che non ha fatto un biglietto su un treno regionale. Scrivi, poi, che «stiamo subendo un’invasione senza precedenti» (di salvadoregni?) e qui, oltre al qualunquismo, ti si deve rimproverare una falsità assoluta. Nei primi quattro mesi del 2015 sono sbarcati in Italia circa 25 mila immigrati, dato sostanzialmente in linea – se non leggermente in calo – con quello dello scorso anno. Delle 62 mila persone passate da Milano lo scorso anno, nel capoluogo si sono fermati in 207. Questi sono i numeri dell’«invasione», cara Pippi Ferraro. Il resto è sapiente propaganda elettorale.

Dovresti provare ad andarci, in quelle stazioni che nel tuo j’accuse definisci «ridotte a campi di accoglienza» 

E credimi, dovresti provare ad andarci, in quelle stazioni che nel tuo j’accuse definisci «ridotte a campi di accoglienza con gente buttata per terra nello sporco, piscio, pannolini di bambini e spazzatura ovunque». Io l’ho fatto spesso negli ultimi tempi, l’ultima volta giusto ieri. Non troverai gang di criminali dall’atteggiamento strafottente o ragazzi in carne che ridono rumorosamente; avrai intorno persone dall’aspetto macilento e dallo sguardo segnato, bambini e madri ridotti a spettri dal volto umano, osserverai «il silenzio dei torturati, più duro d’ogni macigno» di cui parlava Piero Calamandrei. Non ci saranno i «cinquecento malati di scabbia» di cui parli perché non esiste quell’«allarme scabbia» creato a uso e consumo del piccolo circo politico e mediatico che lo brandisce con fare garrulo, e anche se li trovassi non sarebbe un grosso problema, perché per contrarre la loro malattia dovresti dormire nelle loro lenzuola per giorni e giorni. Se vorrai andare alla stazione Centrale di Milano per verificare i tuoi assunti avrai intorno madri che cercano di addormentare i propri figli su una panchina di marmo, padri di famiglia e giovani che non mangiano da giorni ma rifiutano il poco cibo delle associazioni di volontariato perché credono di avere soltanto più una cosa di loro proprietà esclusiva, e quella cosa si chiama grosso modo dignità.

E no, Pippi Ferraro, non è vero nemmeno che «quelli di colore e i rom e i clandestini viaggiano gratis, mangiano gratis, alloggiano gratis, non pagano le tasse, non pagano l’occupazione del suolo pubblico, non necessitano di documenti, non vanno in galera, non rispettano le leggi», queste come altre sono cose che hai sentito dire, berciate in talk show e telegiornali, che vivono nelle conversazioni al bar e nei discorsi delle persone suggestionabili. Ma la realtà con questo non c’entra nulla. I famosi 40 o 45 (o 50, in altri casi) euro di cui godrebbero giornalmente i nuovi arrivati sono pura fantasia: 35 euro è la somma media per richiedente asilo che viene erogata dai Comuni direttamente ai centri di accoglienza e alle associazioni, e spesso basta a malapena per il vitto, la manutenzione e la pulizia degli stabili. E si tratta, cara Pippi, di soldi erogati da un fondo del ministero dell’Interno, una disposizione che esiste pressoché ovunque e si rifà direttamente alla Convenzione dei diritti dell’Uomo. Agli immigrati vengono offerte sì e no le chiamate in patria per avvisare i familiari che hanno avuto la fortuna di non morire durante la traversata. Credi che si accaniscano «sempre e solo contro di noi», sottinteso noi italiani, ma forse non sai che molte di queste persone – spesso medici, studenti universitari, artisti – trovano soltanto porte sbarrate e trattamenti ben poco di favore. Succede da anni a Pozzallo, nel ragusano, e ora per motivi diversi anche al Brennero. Anche in quei posti troverai persone che in Italia non solo non vogliono delinquere o vivere «gratis», ma non intendono nemmeno rimanere.

Sentenzi «me ne fotto», tu, ma bisognerebbe ricordarti che da «me ne frego» e succedanei in questo paese non è mai venuto fuori nulla di particolarmente buono. Sei esasperata e parli di una «guerra» di cui dovremmo accorgerci, ma non ti rendi conto tu stessa di esserti resa il megafono di auspicati pogrom che servono da trampolino di lancio per carriere di politicanti spregiudicati. In un altro post recente citi la frase di un romanzo che hai letto: «I libri la proteggono dalla stupidità». E viene da sé, a questo punto, esortarti a proteggere te stessa: puoi cominciare da Primo Levi sul Corriere nel maggio del ’74: «Ogni tempo ha il suo fascismo […] A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione […] e diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine». Leggi, informati come si conviene, tocca con mano, e solo dopo armati per la guerra. E un’ultima cosa: se ti capiterà, com’è successo a me, di andare a vivere per un periodo all’estero, non sorprenderti o risentirti per quegli sguardi straniti oppure direttamente ostili. È per via di quella «lingua rumorosa e gutturale» che parli.

Nell’immagine in evidenza: Un immigrato nigeriano a Lampedusa. 22 aprile 2015 (Dan Kitwood/Getty Images)

Fonte: Rivista Studio

giovedì 11 giugno 2015

Umberto Eco: “Con i social parola a legioni di imbecilli”

Allo scrittore la laurea honoris causa in «Comunicazione e Cultura dei media» a Torino

Il conferimento laurea honoris causa in “Comunicazione e Culture dei Media” a Umberto Eco LAPRESSE

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Attacca internet Umberto Eco nel breve incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino, dopo aver ricevuto dal rettore Gianmaria Ajani la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco.

La sua lectio magistralis, dopo la laudatio di Ugo Volli, è dedicata alla sindrome del complotto, uno dei temi a lui più cari, presente anche nel suo ultimo libro `Numero zero´. In platea il sindaco di Torino, Piero Fassino e il rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi. Quando finisce di parlare scrosciano gli applausi. Eco sorride: «non c’è più religione, neanche una standing ovation». La risposta è immediata: tutti in piedi studenti, professori, autorità.

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osserva Eco che invita i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno».

Eco vede un futuro per la carta stampata. «C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale».

Fonte: La Stampa

mercoledì 6 maggio 2015

Paletti, ostacoli e tranelli. La riforma della scuola raccontata da una maestra


Ieri migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in tutta Italia contro il Governo Renzi e la riforma scolastica.

Roma stamattina, come altre sei città italiane, è in fermento: maestri, professori, studenti di tutte le età si affrettano a raggiungere i tanti cortei di protesta che hanno sfilato per protestare contro la futura riforma della scuola. Un ddl che lascia aperti molti dubbi sulle reali intenzioni del premier Renzi e del ministro dell’istruzione Stefania Giannini di risolvere i tanti problemi che assillano la scuola pubblica, come il lento assorbimento dei precari, l’assenza di manutenzione degli edifici scolastici e la carenza di fondi, che allontanano l’istruzione pubblica da qualità ed efficienza.

Alessandra Ruggiero è una maestra di sostegno. Originaria della provincia di Salerno, insegna da sei anni tra i comuni campani e Roma. Racconta che, da quando ha iniziato, non è mai stata più di un anno nella stessa scuola, ma i problemi che ha osservato sono stati sempre gli stessi. L’incontro è casuale, su uno dei tanti autobus che collegano i quartieri della capitale alla stazione Termini, verso il punto di raccolta. Alessandra è allegra ed entusiasta: “Una manifestazione così non si vedeva da anni! Scuole chiuse in tutta Italia, con tantissimi insegnanti e genitori che hanno voglia di partecipare. Questa volta riusciamo a cambiare le cose, a farci ascoltare!”

La lasciamo andare al tanto atteso appuntamento, per poi raggiungerla telefonicamente la sera per raccogliere le sue impressioni a caldo.

“Sono davvero delusa. Mi aspettavo una marcia indietro da parte del Governo, e invece hanno rifiutato il dialogo. La Giannini ha persino detto che non ha capito perché protestiamo.”

Cosa ti aspettavi da questa manifestazione?

Maggiore ascolto da parte del Governo e partecipazione da parte degli operatori della scuola e dei genitori, che invece è stata bassa. Ho notato molta disorganizzazione. Parlando con un gruppo di maestre provenienti da Napoli, ho capito che il problema sta nella mancanza di coordinamento tra sindacati e operatori della scuola. Se non fosse stato per alcune maestre che hanno lanciato petizioni e gruppi tramite Facebook, molti neanche avrebbero saputo di questa riforma.

Riflettendo insieme a loro, abbiamo capito che serve una carta della scuola scritta da chi vive e lavora nella scuola, e sa di cosa ha bisogno. Nessuno l’ha fatto ancora. Si potrebbero usare anche i social network per raccogliere idee e proposte, e coinvolgere più persone possibile.

I genitori hanno manifestato con voi?

Sì, ma in pochi. Neanche loro si rendono conto di quello che sta succedendo e forse la colpa è nostra, che non siamo stati in grado di trasmettere questo messaggio.

Cosa ne pensi quindi di questa legge?

Non mi piace. Ho la sensazione che si vogliano piazzare tante piccole trappole per complicarci la vita, nascoste dall’illusione dell’assunzione. Assunzioni che poi sono frutto delle pressioni dell’Unione Europea, non è stata una scelta del governo. Dare poteri indiscriminati ai presidi sulle assunzioni e il salario, e stabilire dei crediti per i docenti per merito mi sembra un accanimento contro la classe insegnante. Ci trattano da fannulloni, come se fossimo noi la mela marcia della situazione.

E dei contributi alla privata?

Mi sarei aspettata che si parlasse di investimenti per la scuola pubblica e non di contributi alla privata.

Conosci la scuola Principe di Piemonte, all’Eur? È una scuola occupata dal 30 aprile scorso, perché, a causa dei tagli, il numero di docenti in organico è inferiore a quello necessario a garantire il corretto svolgimento delle lezioni. E sapevi del contributo volontario? Oltre alle tasse che ogni famiglia annualmente paga, e che dovrebbero servire anche alla scuola pubblica, si è ormai consolidata la prassi di versare 90 euro all’anno. E non è poi così “volontario”, perché questi soldi sono indispensabili per l’acquisto di materiali didattici e nessuno si sente di rifiutarli. Senza parlare delle risme di carta o delle cartucce che portano gratuitamente i genitori, o delle fotocopie che fanno per noi al lavoro. Nella mia scuola possiamo fare 100 fotocopie a classe al mese! Essendo minimo tre docenti per classe, ne risulta un numero ridicolo. Noi maestre per i nostri bagni ci compriamo sapone e carta igienica, e lo stesso fanno i genitori per quelli dei bambini. Dove ho lavorato l’anno scorso non c’era neanche la fotocopiatrice. Non era una scuola di Scampia, si trovava vicino al Gianicolo (noto quartiere benestante di Roma, ndr). In quella in cui sono adesso c’è un’aula da due anni chiusa per perdite d’acqua dal soffitto, e non ci sono i soldi per ripararla. Gli edifici cadono a pezzi. Anche i soldi che questa legge prevede per l’Edilizia sembrano fumo negli occhi, perché bisognerà vedere se li erogano davvero.

Neanche la carta prepagata con 500 euro da spendere per ogni insegnante è positiva?

No, è un contentino: in tanti musei e teatri noi maestri già possiamo entrare gratis. Spesso ci invitano a visitare le mostre, soprattutto quando prevedono laboratori per bambini. I corsi d’aggiornamento di solito ce li paghiamo da soli. Ma invece di costringerci a frequentare corsi privati, potrebbero organizzarli nelle scuole in modo da coinvolgere molti più docenti, e poter così risparmiare soldi pubblici. Insomma, questa carta non ci serve: abbiamo bisogno di fotocopiatrici, pc, aule attrezzate e più grandi: molte classi sono così piccole e così sovraffollate, che se dovesse esserci un incidente, non ci sarebbe lo spazio per scappare.

Parlaci dei tuoi alunni, quelli più vulnerabili: i disabili

La loro situazione è ancora più critica. L’anno scorso avevamo una bambina affetta da una sindrome gravissima, che spesso rendeva impossibile tenerla in classe coi compagni. Ma per lei non c’era un’altra aula, al massimo potevamo stare nell’androne. A volte si addormentava sul banco, perché non avevamo neanche un divanetto su cui spostarla: otto ore parcheggiata a scuola, senza attrezzature specifiche né un programma individualizzato, che almeno stia comoda! Avrebbe avuto bisogno di attrezzature molto grandi, oppure di ascoltare della musica, ma nessuna di queste cose si poteva fare in classe, perché mancava lo spazio oppure per evitare di disturbare i compagni che, come lei, hanno diritto a studiare sereni. L’alternativa spesso sono i corridoi oppure gli sgabuzzini polverosi e pieni di spigoli.

Domani che cosa succederà secondo te?

Nulla. Domani tornerò al lavoro con la sensazione che sia stato tutto inutile, che non siamo stati in grado di ottenere nulla, se non il taglio di 70 euro dalla busta paga per questa giornata di assenza.

Alessandra Fabbretti

Fonte: OltremediaNews