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giovedì 23 maggio 2019

27 anni fa la strage di Capaci


23 maggio 2019. Sono trascorsi 27 anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Per non dimenticare...



"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini" (Giovanni Falcone)

mercoledì 17 ottobre 2018

La Francia ha ammesso di avere espulso irregolarmente due migranti in Italia

La procura di Torino intanto ha aperto un'inchiesta


Lunedì sera la Francia ha ammesso di avere espulso in Italia due migranti attraverso una procedura irregolare, cioè ha confermato un controverso episodio risalente a venerdì scorso che però era emerso solo lunedì. La prefettura del dipartimento delle Haute Alpes ha detto che «nell’ambito di una missione di rimpatrio di stranieri irregolari, un veicolo della gendarmeria francese ha attraversato il confine franco-italiano in direzione di Claviére (Italia) senza previa autorizzazione della polizia italiana»; ha aggiunto che la polizia di Bardonecchia, città poco più a nord di Claviére, sulle Alpi torinesi, era a conoscenza del fatto che i due migranti sarebbero stati coinvolti in una procedura di espulsione. Fonti governative francesi hanno detto all’ANSA che è stato un incidente.

La Francia ha ammesso quindi di avere fatto una cosa che non si può fare, visto che le eventuali espulsioni di migranti verso il paese di loro primo arrivo in Europa – in questo caso l’Italia – devono essere notificate dalle autorità prima di essere applicate e devono essere concordate con la polizia del paese ricevente. Sulla vicenda erano intervenuti lunedì il ministero degli Esteri e dell’Interno italiani, che avevano criticato il governo francese per quello che era accaduto, e la Procura di Torino aveva aperto un’inchiesta.

Fonte: Il Post

giovedì 2 agosto 2018

Bologna, 2 agosto 1980. La più grande strage italiana di terrorismo


Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente 20 chili di esplosivo militare militare gelatinoso, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il ristorante. In pochi secondi 85 morti e 205 feriti di cui 70 con invalidità permanente. La più grande strage italiana di terrorismo.

In trent’anni sono stati condannati due manovali neo-fascisti Francesca Mambro e Giusva Fioravanti ma non conosciamo ancora i mandanti e i complici che lavorarono a un gigantesco depistaggio che non è ancora finito.

La strage di Bologna parla così alla nostra memoria e noi dobbiamo ricordarlo se crediamo alla nostra costituzione e agli uomini e donne migliori della repubblica.

giovedì 7 giugno 2018

È stato fermato l’uomo indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko


È stato fermato Antonio Pontoriero, il 42enne indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko, il sindacalista 29enne di origini maliane ucciso con una fucilata alla testa sabato scorso a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Il fermo è stato eseguito di persona dal pm a capo dell’indagine, Ciro Lotoro, per il rischio che Pontoriero scappasse. Pontoriero era stato indagato martedì, secondo i giornali per i molti indizi che suggerivano il suo coinvolgimento nell’omicidio: Repubblica, citando fonti investigative, scrive che è molto difficile che il fermo non venga convalidato allo scadere delle 48 ore.

Sacko era stato ucciso la sera di sabato mentre insieme a due conoscenti stava raccogliendo delle vecchie lamiere in una fornace abbandonata per ricostruire le baracche della vicina tendopoli di San Ferdinando, dove viveva. Un uomo era sceso da una Panda bianca e aveva sparato diversi colpi da circa 70 metri, per poi scappare. Sacko era piuttosto conosciuto perché collaborava con l’unione sindacale di base per i diritti dei braccianti dei campi della piana di Gioia Tauro.

Fonte: Il Post

mercoledì 23 maggio 2018

26 anni fa la strage di Capaci


23 maggio 2018. Sono trascorsi 26 anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Per non dimenticare...


"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini" (Giovanni Falcone)

sabato 21 aprile 2018

Le condanne per la “trattativa” stato-mafia

Politici e alti funzionari dello Stato accusati di avere trattato con la mafia, fra cui Marcello dell'Utri e Mario Mori, sono stati condannati a diversi anni di carcere

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Si è concluso il processo di primo grado sulla presunta “trattativa tra stato e mafia“, in corso da cinque anni a Palermo: sono stati condannati vari politici, alti funzionari dello stato e boss mafiosi. Fra gli altri, l’ex senatore di Forza Italia Marcello dell’Utri, già in carcere dal 2014, è stato condannato a 12 anni di carcere, e la stessa pena è stata decisa per l’ex comandante del ROS Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Il boss mafioso Leoluca Bagarella, in carcere dal 1995, è stato condannato ad altri 28 anni di carcere. L’ex super-testimone Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa, ha ricevuto una condanna a 8 anni. È stato invece assolto l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino.

Ciancimino era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Mancino era accusato di falsa testimonianza. Tutti gli altri erano accusati di violenza a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

Il processo riguardava le presunte trattative e scambi avvenuti tra politici, carabinieri e mafiosi nel corso degli anni Novanta. L’ipotesi dei magistrati è che nel corso degli anni Novanta, carabinieri e politici abbiano trattato con la mafia siciliana con lo scopo di far terminare le stragi. A condurre le indagini sono stati i magistrati della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. Il processo è durato quasi cinque anni, preceduto da altri cinque anni di indagini, e ha portato a 220 udienze e ad ascoltare oltre 200 testimoni.

L’oggetto delle indagini sono stati i cosiddetti “anni delle stragi” in cui erano avvenuti diversi attacchi violenti, anche molto gravi, da parte della mafia siciliana: l’omicidio del parlamentare siciliano della DC Salvo Lima (12 marzo 1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17 settembre 1992), le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via D’Amelio (19 luglio 1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le bombe in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993) e in via Palestro (27 luglio 1993) a Milano, le autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma, e il fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14 maggio 1993).

In cambio della fine della strategia stragista, secondo i magistrati dell’accusa, politici e carabinieri avrebbero offerto l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi che si trovavano in prigione. Secondo i magistrati la trattativa sarebbe proseguita anche dopo l’arresto del capo della mafia siciliana, Totò Riina, avvenuto nel 1993, e avrebbe effettivamente portato diversi benefici alla mafia. La prova principale, secondo loro, è il mancato rinnovo del 41bis per circa 300 persone condannate per associazione mafiosa (tra cui però non c’era alcun boss, né personaggi di spicco dell’organizzazione criminale).

Il secondo elemento, sempre secondo l’accusa, è il mancato arresto del successore di Riina, Bernardo Provenzano, nel 1995, che sarebbe stato impedito dal generale dei carabinieri Mario Mori. Un episodio, però, che è stato raccontato soltanto molti anni dopo da alcuni pentiti e da testimoni ritenuti poco affidabili, come Massimo Ciancimino. Mori è stato separatamente processato sia per questa ipotetica “mancata cattura” sia per un’altra ipotesi di reato, la “mancata perquisizione” del covo di Riina. In entrambi i procedimenti Mori è stato assolto definitivamente e questo, hanno scritto diversi giornalisti, aveva indebolito molto le posizioni dell’accusa.

In questi anni più volte sono stati espressi dubbi sulla reale esistenza della “trattativa”, per la quale sostanzialmente non si trovano documenti o altre fonti scritte che ne attestino l’esistenza. Quasi tutte le prove consistono in testimonianze rese molti anni dopo da ex mafiosi e personaggi come minimo di dubbia affidabilità. L’unica prova di uno scambio, cioè di qualcosa che la mafia avrebbe ricevuto da parte dello stato, è il mancato rinnovo dei 300 41bis, che però non riguardò personaggi particolarmente importanti.

Il processo sulla trattativa ha avuto anche diversi momenti eclatanti, come la deposizione nel 2014 dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che venne interrogato al Quirinale dai magistrati di Palermo (il testo completo della deposizione si può leggere qui). Un altro momento molto intenso del procedimento fu quando i magistrati, che stavano intercettando Nicola Mancino, registrarono una telefonata tra quest’ultimo e il presidente della Repubblica Napolitano. I magistrati chiesero di poter utilizzare la telefonata, ma la Corte costituzionale ne ordinò la distruzione (la Corte stabilì che non si poteva intercettare un presidente della Repubblica in carica).

Fonte: Il Post

sabato 24 febbraio 2018

Il presidente del Potenza Calcio Salvatore Caiata, indagato per riciclaggio, è stato escluso dal M5S


Salvatore Caiata, presidente del Potenza Calcio e candidato per il Movimento 5 Stelle alla Camera in Basilicata, è stato escluso dal M5S perché si è scoperto essere indagato a Siena per riciclaggio. Lo ha scritto il leader del M5S Luigi Di Maio su Facebook, specificando che Caiata non aveva informato nessuno nel Movimento dell’indagine a suo carico. Enrico De Martino, legale di Caiata, ha detto all’ANSA che lui e il suo assistito sapevano dell’indagine dal 2016.

La notizia dell’indagine era stata data venerdì mattina da alcuni giornali. Caiata ha 47 anni ed è anche un imprenditore nel settore della ristorazione: La Stampa scrive che «aveva accumulato negli anni la proprietà di vari locali e ristoranti, tre dei quali nella sola Piazza del Campo». Al centro delle verifiche ordinate dai pubblici ministeri ci sarebbero una serie di trasferimenti poco chiari di immobili e capitali per la compravendite di attività commerciali e immobili a Siena e anche altre città italiane. Nell’indagine sarebbero coinvolti anche altri due imprenditori molto noti a Siena: Cataldo Staffieri, manager de La Cascina (grossa cooperativa romana associata alla Compagnia delle Opere e finita anche nella cosiddetta “inchiesta di Mafia Capitale”), e Igor Bidilo, imprenditore kazako.

Fonte: Il Post

mercoledì 21 febbraio 2018

Una terza persona si è dimessa per l’inchiesta di Fanpage sui rifiuti in Campania

È il presidente di una società pubblica che gestisce rifiuti in Campania: nel video girato dall'infiltrato del giornale un suo collaboratore sembra accettare una tangente


Negli ultimi giorni tre persone si sono dimesse dai loro incarichi pubblici in seguito all’inchiesta del giornale online Fanpage sulla gestione dei rifiuti in Campania. L’ultimo è stato Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, e protagonista del terzo video pubblicato da Fanpage in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50 mila euro.

Iacolare è il terzo personaggio pubblico a dimettersi in seguito all’inchiesta del giornale online di Napoli. Prima si era dimesso Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Domenica si era dimesso Roberto De Luca, assessore al Bilancio del comune di Palermo e figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la persona più importante tra quelle finora coinvolte nell’inchiesta.

Il suo avvocato lo ha difeso scrivendo ai giornali che Iacolare «ha incontrato in un’unica occasione una persona a lui presentata come un imprenditore, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose per lo smaltimento dei fanghi reflui. Come emerge chiaramente dalla visione del filmato, lo Iacolare non ha né chiesto né accettato alcuna somma di denaro». La conversazione mostrata nel filmato «verte unicamente sulla possibilità di applicare un prezzo più conveniente» e solo nel secondo segmento, quello che riporta un colloquio tra l’avvocato Oliviero e il sedicente imprenditore ,«si parla di un accordo economico»: ma «se tale accordo vi è stato, esso è avvenuto all’insaputa dello Iacolare, per cui dovrà essere eventualmente l’avvocato Oliviero a spiegare le circostanze riferibili alla sua condotta», conclude l’avvocato di Iacolare.

Nell’inchiesta del giornale, che dovrebbe comprendere in tutto sette video, Fanpage ha utilizzato come “infiltrato” e agente provocatore un ex camorrista con esperienza nel traffico dei rifiuti e collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella. Nell’introduzione all’inchiesta, Perrella racconta che avrebbe voluto usare la sua esperienza per smascherare i politici agli ordini della procura, ma spiega di non avere ottenuto il permesso. Per questa ragione si è accordato con Fanpage e, con l’aiuto dei giornalisti della testata, si è finto per settimane un imprenditore nel settore dei rifiuti riuscendo a organizzare appuntamenti e incontri con numerosi politici della regione, proponendo loro affari e tangenti. Utilizzare “agenti provocatori” per spingere le persone a commettere reati è illegale in Italia, e per questo l’autore dell’inchiesta Sacha Biazzo e il direttore di Fanpage Francesco Piccinini sono indagati.

L’episodio che ha suscitato più clamore fino a oggi è il primo, quello che riguarda Roberto De Luca. Durante l’incontro Perrella finge di voler proporre la propria azienda, «una multinazionale», per lo smaltimento di ecoballe (cilindri di grosse dimensioni in cui si compattano i rifiuti solidi urbani, trattati eliminando le parti non combustibili e le materie organiche) all’estero, e per questo fa organizzare un incontro con De Luca.

Nell’incontro – ripreso da Fanpage con una telecamera nascosta indosso a Perrella – non si parla di tangenti: Perrella però ne parla in un secondo momento, sempre ripreso, con Colletta, un ex candidato alle elezioni comunali di Angri (Salerno) con il centrodestra. Colletta viene presentato a Perrella come «socio in affari di Roberto De Luca» e dal video sembrerebbe alludere al fatto che nella tangente sia compresa una parte per Roberto De Luca. De Luca non dice nulla di compromettente nel video, ma è stato criticato per la facilità con cui ha concesso un incontro a Perella e per il fatto che abbia discusso con lui di rifiuti, una materia che, in quanto assessore al Bilancio, non avrebbe dovuto riguardarlo.

Sulla gestione dei rifiuti in Campania è in corso anche un’inchiesta della procura di Napoli. Tra gli indagati ci sono il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Luciano Passariello, candidato alla Camera alle elezioni del prossimo 4 marzo e accusato di corruzione. Di lui si parlava nel primo video dell’indagine di Fanpage, pubblicato il 16 febbraio. Secondo i giornali risultano coinvolti nelle indagini anche degli imprenditori, un commercialista e alcuni dipendenti della società regionale Sma (la società il cui presidente, Biagio Iacolare, si è dimesso ieri). In totale gli indagati sarebbero una decina di persone. L’indagine è coordinata dal procuratore Giovanni Melillo con il procuratore Giuseppe Borrelli e i pubblici ministeri Ilaria Sasso del Verme, Sergio Amato, Celeste Carrano, Ivana Fulco e il controverso magistrato Henry John Woodcock.

Fonte: Il Post

martedì 20 febbraio 2018

L’inchiesta su Virginia Raggi è stata archiviata

Il gip ha accolto la richiesta della procura, che non ha trovato prove della volontà di Raggi di favorire Salvatore Romeo

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

L’inchiesta sulla sindaca di Roma Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della sua segreteria è stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Roma, che non aveva trovato prove sufficienti per sostenere l’accusa di abuso di ufficio che era stata formulata. Raggi era accusata di aver scelto Romeo come capo della sua segreteria in modo arbitrario, in modo da fargli ottenere uno stipendio molto maggiore di quello che aveva per il suo precedente lavoro al Dipartimento partecipate. Romeo stesso era indagato con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, e anche per lui la procura ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’indagine.

La vicenda della sua nomina era anche collegata alla storia delle polizze assicurative aperte da Romeo a nome di Raggi, di cui si era parlato molto un anno fa: secondo i procuratori, non costituiscono una prova della scorrettezza della nomina. Raggi – che dal 21 giugno sarà a processo con l’accusa di falso per la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del comune di Roma – ha commentato la notizia su Facebook.

Fonte: Il Post

giovedì 25 gennaio 2018

Due anni di indagini su Giulio Regeni

A che punto siamo nella ricostruzione di chi nel 2016 ha rapito, torturato e ucciso un ricercatore italiano al Cairo

(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

La sera del 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, un ricercatore italiano dell’università di Cambridge, scomparve al Cairo mentre stava lavorando alla sua tesi di dottorato sui sindacati egiziani. Il suo corpo venne trovato nove giorni dopo, il 3 febbraio. Era stato abbandonato ai lati di una strada e sul corpo c’erano i segni di innumerevoli torture. «Ho riconosciuto mio figlio solo dalla punta del naso», ha raccontato sua madre, Paola Regeni. Due anni dopo, nonostante i forti sospetti sul coinvolgimento delle autorità egiziane nel sequestro e nell’omicidio, non si conoscono ancora i responsabili e le indagini sembrano essere arrivate a un punto morto.

Cosa sappiamo degli ultimi giorni di Regeni
Alle 19.41 del 25 gennaio Regeni mandò un messaggio alla sua ragazza: «Esco». Fu il suo ultimo messaggio, scritto mentre stava raggiungendo a piedi la fermata della metropolitana più vicina a casa sua. Regeni, che aveva 28 anni, viveva in un appartamento nel quartiere Dokki di Giza, una città a una ventina di chilometri a sud-ovest del Cairo. Era uscito per raggiungere la festa di compleanno di un amico, organizzata vicino a piazza Tahir, la piazza più importante del Cairo.

Regeni era stato a casa tutto il giorno, anche perché il 25 gennaio non era una data come le altre: era il quinto anniversario della rivoluzione del 2011, quella che portò alla caduta di Mubarak e alla successiva ascesa dei Fratelli Musulmani. La situazione non era tranquilla, come tutti i 25 gennaio dal 2011 a oggi: nelle ore precedenti la polizia egiziana aveva compiuto migliaia di perquisizioni per bloccare iniziative e proteste contro il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi. Il quartiere un po’ periferico dove viveva Regeni, comunque, non ne era stato coinvolto. Regeni scomparve quella sera nel tragitto da casa sua al posto dove era stata organizzata la festa con gli amici. Su quello che accadde tra la sera del 25 gennaio e il 3 febbraio ci sono solo sospetti.

Quello che sappiamo per certo era il motivo per cui Regeni si trovava in Egitto. Stava lavorando a una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti, un tema politico molto delicato in Egitto. Regeni cominciò a studiare i venditori di strada adottando un approccio conosciuto come “ricerca partecipata”, un metodo che prevede di trascorrere molto tempo con i soggetti della ricerca. Una data che sembra importante nella ricostruzione di quello che successe dopo è l’11 dicembre 2015, quando Regeni partecipò a un incontro pubblico e autorizzato sui sindacati indipendenti. Accaddero due cose: la prima è che Regeni fu impressionato dagli argomenti e dall’energia emersi dalla riunione, e ci scrisse sopra un articolo con frasi abbastanza forti; la seconda è che durante l’incontro a un certo punto gli si avvicinò una donna con il velo e lo fotografò. Regeni non era tra gli oratori e l’episodio lo mise in agitazione, raccontarono alcuni amici.

Poi successe un’altra cosa. Nell’autunno 2015 Regeni aveva ottenuto un finanziamento di 10mila sterline da una fondazione britannica che si occupa di progetti di sviluppo. Era una somma di denaro che Regeni avrebbe potuto usare come sostegno per le ricerche del suo dottorato e come aiuto per le persone che stava studiando. Ne parlò con Mohamed Abdallah, uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, che però si mostrò interessato più ai soldi che al progetto in sé. Il 7 gennaio Abdallah denunciò Regeni alle autorità egiziane. Dopo la morte di Regeni, Abdallah raccontò a un giornale egiziano di averlo fatto per proteggere il suo paese, ma insistette nel dire di non essere una spia. Gli egiziani hanno ammesso di aver indagato Regeni ma sostengono che il caso fu archiviato dopo tre giorni, senza conseguenze.

In risposta all’omicidio e ai depistaggi compiuti dalle autorità egiziane, nell’estate del 2016 il governo Renzi decise di ritirare l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari. Nell’agosto 2017, dopo circa un anno di assenza e in seguito a una maggiore collaborazione da parte della procura di Giza, il governo ha nominato un nuovo ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini.

Le indagini
Le indagini condotte dalle autorità egiziane produssero quello che la procura di Roma, che collabora con la procura di Giza, ha definito una lunga sequenza di tentativi di depistaggio. La procura egiziana disse in un primo momento che Regeni era morto in un incidente stradale. La tesi fu smentita quando venne eseguita l’autopsia in Italia: Regeni era morto per lo spezzamento del collo, dopo essere stato sottoposto a numerose torture. I suoi denti erano stati spezzati, le sue mani fratturate. Gli investigatori italiani arrivati in Egitto furono ostacolati in ogni modo. Non gli venne permesso di interrogare i testimoni, se non in presenza della polizia egiziana e per pochi minuti. La procura di Giza richiese troppo tardi i video delle telecamere che si trovavano vicino al luogo della sparizione: i filmati di quella notte, a quel punto, risultavano essere già stati cancellati.

Ma il caso di despitaggio più clamoroso fu il modo in cui vennero ritrovati i documenti di Regeni. Il 24 marzo il ministro degli Interni egiziano scrisse su Facebook che il caso era risolto: i colpevoli erano quattro membri di una banda criminale «specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi». I sequestratori erano stati tutti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, quindi non poterono fornire la loro versione.

Il governo egiziano diffuse comunque le foto del passaporto di Regeni, della sua carta d’identità italiana, di una carta di credito e del suo tesserino dell’Università di Cambridge, tutto materiale che secondo gli agenti era stato trovato in possesso del gruppo di criminali. La ricostruzione, però, non resse che pochi giorni. Venne fuori che al momento della scomparsa di Regeni il capo della banda criminale si trovava a più di 100 chilometri dal luogo del sequestro. E c’erano altre cose che non tornavano: per esempio le autorità egiziane non seppero spiegare il motivo per cui dei criminali comuni avrebbero dovuto torturare Regeni per una settimana intera prima di ucciderlo.

L’attività degli investigatori italiani portò comunque qualche risultato, scrivono Carlo Bonini e Giulio Foschini su Repubblica.


Oggi sappiamo che Giulio fu oggetto di una stringente attività di spionaggio ingrassata dalla paranoia degli apparati del regime egiziano alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Che quella attività fu alimentata dal tradimento di chi Giulio si fidava, l’allora leader del sindacato degli ambulanti, Mohammed Abdallah (uomo dal passato miserabile e dal presente disperato, in cerca di denaro facile per sostenere l’operazione di cancro di sua moglie), pronto a venderlo nella sua veste di informatore di polizia e Servizi. Che a consegnare a Giulio la patente di “spia”, quale non era, per conto dei Servizi britannici, fu la “”colpa” del suo lavoro di ricerca condotto per l’università di Cambridge. Che della “pratica Regeni” si occupò la National security agency, il servizio segreto civile che aveva e ha come suo referente politico il ministro dell’Interno Abdel Ghaffar, l’altra figura chiave del regime con il presidente Al Sisi e contraltare di quest’ultimo. Che il regime egiziano per due anni ha depistato le indagini, arrivando a concepire e consumare la macabra messa in scena della morte di cinque innocenti da offrire all’Italia come responsabili della morte di Giulio.


Queste informazioni, scrivono i due giornalisti di Repubblica, provengono da «un’informativa dello Sco della Polizia e del Ros dei Carabinieri consegnata e condivisa dalla Procura generale del Cairo, nel dicembre scorso, che identifica nove, tra poliziotti e agenti dei Servizi, che aldilà di ogni ragionevole dubbio, furono coinvolti quantomeno nel sequestro di Giulio».

Le inchieste dei giornali
Accanto alle indagini ufficiali, nel corso degli ultimi due anni sono state pubblicate diverse inchieste giornalistiche. Del caso si è occupata l’agenzia di stampa Reuters che nell’agosto 2016 pubblicò uno dei primi articoli a sottolineare l’importanza dei rapporti di Regeni con i sindacati dei venditori ambulanti. A ottobre dello stesso anno il Guardian pubblicò una lunga ricostruzione dell’intera vicenda, in cui il giornalista Alexander Stille scrisse che la causa della morte di Regeni era probabilmente dovuta al clima di paranoia che in quel periodo stava vivendo il regime egiziano, quando le agenzie di sicurezza sospettavano qualsiasi straniero di essere una spia e un potenziale complice di forze rivoluzionarie.

Tra dicembre e gennaio, media arabi ed egiziani raccontarono la storia di Abdallah, il sindacalista che aveva denunciato Regeni. Fu pubblicato anche un video, che mostrava il sindacalista chiedere dei soldi al ricercatore egiziano, mentre nell’agosto del 2017, il New York Times scrisse che il governo italiano aveva ricevuto informazioni da quello americano sul coinvolgimento dei servizi segreti egiziani nella sparizione. Il governo italiano disse però che erano informazioni generiche, senza riscontri.

Anche la stampa italiana si è occupata a lungo del caso, seguendo le indagini della polizia e dei carabinieri italiani in Egitto e quelle della procura di Roma. Oltre a concentrarsi sulle responsabilità del governo egiziano, i giornalisti italiani si sono occupati a lungo dei professori di Regeni, accusandoli spesso di averlo “mandato allo sbaraglio”, spingendolo a fare ricerche in un ambiente molto rischioso. Alcuni quotidiani sono arrivati a suggerire che Regeni potesse essere stato manipolato e utilizzato più o meno inconsapevolmente come spia dai suoi professori. L’Università di Cambridge ha sempre respinto le accuse e ha difeso la professionalità di Regeni, sostenendo che era del tutto qualificato per il suo compito. Anche la procura di Roma ha seguito questa pista, interrogando e sequestrando diverso materiale alla professoressa Rabab El Mahdi, tutor di Regeni. Per il momento però non sono emerse prove di un comportamento scorretto da parte dell’università.

La situazione oggi
In una lettera al Corriere della Sera pubblicata oggi, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone spiega l’attuale stato delle indagini e la loro difficoltà. Racconta, per esempio, come sulla base delle informazioni raccolte dagli investigatori italiani sarebbe già possibile arrivare ad alcune conclusioni.


In una indagine ordinaria, sulla base dell’informativa depositata la Procura avrebbe potuto già trarre alcune, seppur parziali conclusioni. Invece, la collaborazione tra i due uffici impone un percorso più lento e faticoso: condividere l’informativa, dare il tempo ai colleghi di studiarla e, quindi, valutare assieme a loro le successive attività da compiere. Un iter complesso, basato sul reciproco spirito di collaborazione. Un metodo che non può avere la speditezza che tutti noi desidereremmo. Ma è l’unico possibile. Qualunque fuga in avanti da parte nostra si trasformerebbe in un boomerang in grado di vanificare quanto fin qui con fatica costruito.


Pignatone poi rivendica i successi della procura, che ha contribuito a evitare che le indagini prendessero strade sbagliate, per esempio insistendo sull’inesistente attività di spionaggio di Regeni o sull’ipotesi che a compiere l’omicidio fossero stati criminali comuni. Nella sua lettera, Pignatone critica l’Università di Cambridge per le “contraddizioni” nelle versioni che sarebbero state fornite su quanto accaduto a Regeni, e ringrazia invece il procuratore Nabeel A. Sadek, che guida le indagini in Egitto. «Da parte nostra», conclude la sua lettera, «possiamo assicurare che proseguiremo con il massimo impegno nel fare tutto quanto sarà necessario e utile affinché siano assicurati alla giustizia i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio».

Fonte: Il Post

Gli arresti contro la famiglia Spada a Ostia

Questa notte 32 persone sono state fermate in una grande operazione di polizia: l'accusa è di associazione a delinquere di tipo mafioso


32 persone sono state arrestate questa notte a Ostia, in provincia di Roma, in una grande operazione di polizia e carabinieri coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. Gli arresti sono stati disposti dal Giudice per le indagini preliminari Simonetta D’Alessandro e le accuse sono di associazione a delinquere di stampo mafioso.

L’operazione è cominciata intorno alle 4 di notte e ha coinvolto decine di mezzi della polizia e dei carabinieri, coordinati dall’alto da un elicottero. Tra gli arrestati ci sono diversi membri della famiglia Spada, quella di cui si era cominciato a parlare molto dopo l’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi, lo scorso novembre: “Carmine (il boss), Armando, Ottavio, Massiliano, Enrico (detto Maciste), Roberto il fratello del boss già rinviato a giudizio dopo che a novembre fece finire in ospedale Daniele Piervincenzi”, dice Repubblica. Tra i reati a loro contestati ci sono “omicidio, estorsione, usura, intestazione fittizia”, scrive sempre Repubblica.

Fonte: Il Post

venerdì 12 gennaio 2018

Ignazio Marino è stato condannato per peculato e falso

L'ex sindaco di Roma è stato giudicato colpevole di aver pagato cene personali con i soldi del comune


L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino è stato condannato in appello a due anni per le spese fatte con la carta di credito del comune. Marino, che era stato assolto in primo grado, è stato condannato per i reati di falso e peculato. Secondo i giudici, Marino avrebbe speso 13 mila euro per 26 cene avvenute «in tempi liberi da impegni istituzionali». Diversi ristoratori, inoltre, avrebbero riconosciuto nell’unico altro partecipante alla cena la moglie del sindaco. In altre parole, Marino avrebbe usato la carta di credito del comune per pagare alcune sue cene personali. Marino è stato invece assolto dall’accusa di truffa per alcuni presunti pagamenti irregolari a un dipendente della sua Onlus Imagine. Il cosiddetto “scandalo degli scontrini” è uno dei numerosi episodi che spinsero il Partito Democratico a ritirare il suo appoggio al sindaco di Roma e a far cadere la giunta nell’ottobre 2015.

Fonte: Il Post

martedì 9 gennaio 2018

Raffale Marra – ex dirigente del comune di Roma – è stato rinviato a giudizio, il processo inizierà il 20 aprile


L’ex dirigente del comune di Roma Raffaele Marra è stato rinviato a giudizio con l’accusa di falso. Il suo processo inizierà il prossimo 20 aprile. Marra, ex capo del personale, è accusato di aver favorito il fratello per fargli ottenere un posto in comune. Marra è un ex ufficiale della Guardia di Finanza, a lungo collaboratore dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. La sindaca Virginia Raggi lo considerava uno dei suoi collaboratori più fidati e lo ha difeso pubblicamente più volte, anche dagli attacchi degli altri membri del Movimento 5 Stelle. Marra era indagato insieme a Raggi, accusata di falso per aver avvallato le nomine di Marra. Raggi ha richiesto di essere giudicata con rito immediato. Il suo processo inizierà il 21 giugno.

Fonte: Il Post

venerdì 5 gennaio 2018

Il processo a Virginia Raggi inizierà il 21 giugno


Il giudice per l’udienza preliminare ha accolto la richiesta della sindaca di Roma Virginia Raggi, di essere giudicata col rito immediato nel processo che subirà per falso al tribunale di Roma. Secondo l’accusa, Raggi mentì alla responsabile anticorruzione del comune di Roma in merito alla nomina a capo del dipartimento del Turismo di Renato Marra (fratello di Raffaele, l’ex capo del personale del comune poi arrestato con l’accusa di corruzione).

Grazie alla richiesta, Raggi salterà la fase di udienza preliminare che era già stata fissata per il 9 gennaio, a meno di due mesi dalle elezioni politiche. Il processo “regolare” inizierà invece il 21 giugno.

Fonte: Il Post

giovedì 14 dicembre 2017

Secondo Medici Senza Frontiere, la scorsa estate almeno 6.700 rohingya sono stati uccisi nelle violenze in Myanmar


Secondo l’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, lo scorso agosto almeno 6.700 rohingya sono stati uccisi nelle violenze in Myanmar da parte del governo e dell’esercito. Del tentativo dell’esercito del Myanmar di fare una pulizia etnica della minoranza musulmana rohingya si è molto parlato negli ultimi mesi: circa 647.000 persone erano state costrette con la forza a lasciare le loro case e cercare rifugio in Bangladesh e il governo del Myanmar aveva parlato di circa 400 persone morte (anche se non aveva mai ammesso la sua responsabilità nelle violenze).

Lo studio di Medici Senza Frontiere, basato su interviste con più di 600.000 profughi rohingya, dice che il numero dei morti è molto più alto di quello ammesso dal governo del Myanmar: secondo MSF circa 9.000 persone sono morte tra il 25 agosto e il 25 settembre dopo l’inizio delle violenze e il numero di 6.700 morti è la loro stima più conservativa. Tra i morti, dice MSF, circa 750 erano minorenni.

Rohingya in attesa di essere chiamati per ricevere cibo e acqua nel campo profughi di Kutupalong (ED JONES/AFP/Getty Images)

Fonte: Il Post

lunedì 11 dicembre 2017

Perché si parla di nuovo di Dell’Utri

Il tribunale ha deciso che l'ex senatore di Forza Italia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, deve restare in carcere nonostante le sue condizioni di salute

(ANSA/MICHELE NACCARI)

In questi giorni si è tornato a parlare molto di Marcello Dell’Utri, cofondatore ed ex senatore di Forza Italia, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La scorsa settimana il tribunale di sorveglianza di Roma gli ha negato una richiesta di scarcerazione per motivi di salute. Dell’Utri ha 74 anni e soffre di varie gravi patologie che però, secondo la decisione del tribunale, sono compatibili con il regime carcerario. La decisione del tribunale ha causato molte polemiche e dichiarazioni da parte dei leader politici e intellettuali in particolare di centrodestra, ma anche della sinistra più liberale, che hanno definito la carcerazione di Dell’Utri una pena eccessiva, se non una forma di tortura o di pena di morte.

Dell’Utri aveva presentato la richiesta di scarcerazione più di un anno fa, ma il tribunale è arrivato a una decisione soltanto lo scorso 7 dicembre. Il tribunale ha deciso di seguire le indicazioni contenute nella perizia dei due esperti che aveva nominato la scorsa estate: il medico legale Alessandro Fineschi e il cardiologo Luciano De Biase. Secondo i medici, Dell’Utri può restare in carcere a patto che determinate cure mediche gli vengano somministrate in ospedale. Nella motivazione alla decisione, i giudici hanno scritto: «Sulla scorta del quadro clinico complessivo i periti hanno concluso per la compatibilità con il carcere non emergendo criticità o urgenze tali da rendere necessario il ricorso a cure o trattamenti non attuabili in regime di detenzione ordinario».

Secondo gli avvocati, invece, Dell’Utri non può più rimanere in carcere a causa di alcune gravi patologie, tra cui un problema cardiocircolatorio, un tumore alla prostata e una forma di diabete. Il procedimento è durato molto, con la prima udienza che si era tenuta nel settembre del 2016. Mentre gli esperti nominati dal tribunale hanno contestato le affermazioni degli avvocati, una vecchia perizia di alcuni periti scelti dalla procura (e quindi dell’accusa) sosteneva invece la tesi degli avvocati difensori e cioè che Dell’Utri non potesse più restare in carcere. La procura ha preferito ascoltare i periti nominati dal tribunale invece che i suoi, e ha chiesto che la richiesta di scarcerazione venisse respinta.

Dopo la decisione del tribunale Dell’Utri ha fatto diverse dichiarazioni, attraverso i suoi avvocati e chi lo visita in carcere. In un primo momento ha detto che avrebbe rifiutato cibo e cure mediche, e diversi giornali gli hanno attribuito la frase: «Ora mi lascio morire». Alcuni visitatori hanno poi riferito che in questi giorni Dell’Utri si sta nutrendo soltanto di acqua e fette biscottate. Diversi parlamentari del centrodestra hanno chiesto che a Dell’Utri venga concessa la grazia dal presidente della Repubblica, una campagna sostenuta anche da quotidiani come Il Giornale e Il Tempo. Pochi giorni fa però Dell’Utri ha detto che non intende chiedere la grazia, e che se gli venisse concessa la rifiuterebbe.

Dell’Utri era stato condannato a 7 anni di carcere nel maggio del 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che non esiste nel codice penale ed è molto discusso dai giuristi (ci arriviamo). Dopo un breve periodo di latitanza, venne arrestato a Beirut e nel giugno dello stesso anno venne estradato in Italia. Secondo i giudici che lo hanno condannato, Dell’Utri svolse per anni il ruolo di anello di congiunzione tra Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della mafia siciliana. Nella sentenza definitiva è scritto che nel corso degli anni Ottanta ci fu «un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell’Utri». Anche questo processo è stato lungo e particolarmente tortuoso. Le prime indagini risalgono al 1994, il processò iniziò nel 1997 e terminò nel 2004 con una condanna a 9 anni di reclusione. Il processo di appello terminò nel 2010, ma fu annullato dalla Cassazione nel 2012. Nel 2013 Dell’Utri fu condannato nuovamente in appello, condanna che poi definitivamente confermata in Cassazione.

Oltre alle sue condizioni di salute, anche il reato per cui è stato condannato ha suscitato molte polemiche. Il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” non esiste nel codice penale. Deriva infatti dalla “fusione” di due diversi reati: l’associazione per delinquere di tipo mafioso, articolo 416 bis, e l’articolo 110, che prevede il concorso di persone in altri reati. Il tema era tornato di attualità dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Bruno Contrada, un ex dirigente della polizia e dei servizi segreti condannato nel 2007 a 10 anni anche lui per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel luglio scorso, in seguito a un ricorso presentato dai legali di Contrada, la Corte di Cassazione aveva stabilito che la pena, già scontata da Contrada parte in carcere e parte ai domiciliari, era da considerarsi «ineseguibile e improduttiva di effetti» poiché all’epoca dei fatti di cui era accusato il concorso esterno non era un reato sufficiente “tipizzato”, cioè era ancora troppo generico e poco preciso. Secondo i magistrati Dell’Utri ha compiuto il reato fino al 1992, prima che venisse “tipizzato”, quindi anche lui potrebbe rientrare nella stessa categoria di Contrada e vedersi la condanna annullata in caso di ricorso.

Fonte: Il Post

mercoledì 6 dicembre 2017

La Russia non parteciperà ai Giochi olimpici invernali del 2018

I Giochi olimpici invernali di Pyeongchang inizieranno il 9 febbraio 2018 e termineranno il 25 dello stesso mese

Credit: AFP PHOTO / Kirill KUDRYAVTSEV

Il Comitato olimpico internazionale ha deciso: la Russia non parteciperà ai giochi invernali del 2018 a Pyeongchang, in Corea del Sud.

Il bando è stato introdotto per punire le autorità di Mosca in relazione all’utilizzo massiccio di doping da parte degli atleti nella scorsa edizione del 2014, ospitate proprio dalla Russia a Sochi.

Secondo le indagini svolte dal Comitato olimpico internazionale, le autorità russe avrebbero avuto responsabilità evidenti nella vicenda, attraverso manipolazioni di leggi e sistemi anti-doping.

Responsabilità però sempre respinte dal Cremlino, che ha parlato di “manipolazioni politiche”.

Il Cio non ha però chiuso le porte alla partecipazione di atleti russi alla competizione.

Questi potranno gareggiare solo sotto bandiera neutrale e dovranno dimostrare di non essere mai stati coinvolti nel programma sponsorizzato dallo stato o aver fatto utilizzo di sostanze dopanti nel corso della loro carriera.

Gli atleti russi invitati a gareggiare si sfideranno sotto la bandiera olimpica, come avviene tradizionalmente per tutti coloro che competono al di fuori di una determinata federazione sportiva nazionale.

I Giochi olimpici invernali di Pyeongchang inizieranno il 9 febbraio 2018 e termineranno il 25 dello stesso mese.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 4 dicembre 2017

Dieci persone sono state arrestate per l’omicidio di Caruana Galizia

Tutti i sospettati sono cittadini maltesi, alcuni dei quali già noti alle forze di polizia

Credit: Afp

Dieci persone sono state arrestate lunedì 4 dicembre a Malta perché sospettate di essere coinvolte nella morte di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese scomparsa il 16 ottobre 2017.

Otto dei dieci arresti sono stati annunciati in mattinata da Joseph Muscat, primo ministro di Malta, durante una conferenza stampa.

Gli arresti sono stati effettuati in diverse aree dell’isola, tra cui Marsa e Buġibba, cittadina situata a una decina di chilometri dalla capitale La Valletta. Tutti i sospettati sono cittadini maltesi, alcuni dei quali già noti alle forze di polizia.

Ora la polizia ha ora 48 ore per interrogarli e formulare le accuse.

In conferenza stampa all’Auberge de Castille, il primo ministro Muscat ha spiegato che secondo gli investigatori si tratta “degli esecutori materiali dell’omicidio, quindi delle persone che hanno compiuto l’omicidio con l’autobomba, non quelle che l’hanno commissionato”.

Muscat ha anche ammesso di essere consapevole delle implicazioni e del rischio di fare una dichiarazione in questa prima fase delle indagini.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 29 novembre 2017

Ci sono state 151 presunte violenze sessuali in una piccola comunità norvegese

Hanno coinvolto soprattutto appartenenti a una popolazione indigena, e questo spiega perché siano emerse soltanto ora

Un centro ricreativo di Tysfjord. (TORE MEEK/AFP/Getty Images)

La polizia norvegese ha individuato 151 casi di presunta violenza sessuale, inclusi stupri di bambini, in una piccola e isolata comunità di Tysfjord, che ha meno di duemila abitanti ed è affacciata sul Mare Artico. Per ora due persone sono state formalmente accusate di un totale di dieci violenze sessuali, ma la polizia ha detto che potrebbero esserci altre incriminazioni. Il 70 per cento delle persone coinvolte appartiene alla popolazione indigena Sami, cioè i lapponi, e molti sono fedeli laestadiani, un movimento luterano revivalista molto diffuso in Scandinavia.

L’indagine della polizia è cominciata dopo che nel 2016 il Verdens Gang, un giornale locale, pubblicò le testimonianze di uomini e donne di Tysfjord che dicevano di avere subìto violenze sessuali. Il rapporto della polizia ha identificato però un totale di 82 vittime, di età comprese tra i 4 e i 72 anni, e di 92 sospetti: in alcuni casi ci sono persone che sono sia presunte vittime che presunti colpevoli. Dei 151 casi di presunta violenza sessuale, 43 sono stupri e in tre casi hanno avuto dei bambini come vittime. I primi risalgono al 1953, e infatti oltre 100 casi non saranno perseguiti perché interessati dalla prescrizione.

Del caso di Tysfjord si sta infatti discutendo in Norvegia non solo per la gravità e la natura delle accuse, ma perché secondo molti è rappresentativo dei problemi nel rapporto tra i Sami e le autorità nazionali norvegesi. I giornali norvegesi raccontano infatti che in molti casi le vittime si sono rivolte alle autorità religiose, invece che alla polizia, per raccontare le violenze subite. I Sami sono qualche decina di migliaia, e sono stati a lungo discriminati dalle autorità norvegesi: hanno uno stile di vita strettamente legato alla natura, minacciato dallo sfruttamento minerario ed energetico norvegese.

Una portavoce della polizia ha detto che «non ci sono ragioni per pensare che l’appartenenza etnica o la fede religiosa siano spiegazioni del perché sono avvenute le violenze». Ha però ammesso che ci sono stati certi «meccanismi» nella comunità «che hanno reso difficile che certe cose emergessero», spiegando che c’è «una grande necessità di chiudersi nella famiglia, in un contesto in cui la società norvegese ti guarda dall’alto verso il basso».

Lars Magne Andreassen, direttore di un centro di cultura Sami a Tysfjord, ha detto al Guardian di essere addolorato che questi casi si siano verificati, ma di essere orgoglioso che finalmente siano stati denunciati. Secondo Andreassen c’è stato tanto «un silenzio delle vittime» quanto delle autorità, che non hanno ascoltato la comunità locale.

Fonte: Il Post

giovedì 23 novembre 2017

La Birmania ha firmato un accordo col Bangladesh per il rimpatrio dei musulmani rohingya

Il governo birmano ha detto di essere pronto a ricevere i musulmani rohingya prima possibile. Per il Bangladesh è un “primo passo” per la soluzione della crisi

Rifugiati rohingya in Bagladesh. Credit: Shahnewaz Khan/Sputnik

La Birmania e il Bangladesh hanno firmato giovedì 23 novembre un memorandum d’intesa per il rimpatrio di centinaia di migliaia di musulmani rohingya che hanno lasciato lo stato birmano di Rakhine per sfuggire agli attacchi dell’esercito.

L’accordo è stato firmato dai funzionari nella capitale della Birmania, Naypidaw. Non sono stati diffusi dettagli sul contenuto del documento, ma le autorità del Bangladesh hanno detto che si è trattato di un “primo passo” per la soluzione della crisi.

La Birmania ha detto di essere pronta a ricevere i musulmani rohingya “prima possibile”. Il segretario del ministero birmano del lavoro, dell’immigrazione e della popolazione Myint Kyaing, ha detto che il paese è in attesa di ricevere i moduli di registrazione con i dati personali dei rohingya prima del rimpatrio.

Le agenzie umanitarie, però, hanno avanzato dei dubbi sul ritorno forzato degli appartenenti a questa minoranza, chiedendo che sia garantita la loro sicurezza.

Le violenze contro i rohingya si sono acuite alla fine di agosto del 2017, quando sono scoppiati gli scontri tra le forze di sicurezza birmane e alcuni miliziani del gruppo paramilitare Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), formazione paramilitare vicina alla comunità rohingya.

La lotta ha causato centinaia di morti nello stato di Rakhine e ha dato inizio a un esodo che ha portato finora 600mila musulmani rohingya ad attraversare il confine con il Bangladesh.

Fonte: The Post Internazionale