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giovedì 7 settembre 2017

Perché è assurdo credere che i migranti portino la malaria

Due esponenti di Amref Health Africa spiegano a TPI cosa c'è di sbagliato in questa credenza

Credit: Reuters

“Ci stiamo battendo in queste ore affinché il caso di Sofia Zago non sia strumentalizzato dalle campagne mediatiche e politiche che alimentano l’odio contro i migranti”. Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa in Italia, parla a TPI delle bufale sul caso della bambina di Trento morta di malaria all’ospedale di Brescia.

“Quella cui ci troviamo di fronte è una tragedia, ma non dobbiamo strumentalizzarla. La malaria è una malattia terribile presente in tutto il mondo: i dati del 2015, parlano di 300 milioni di casi. Fra questi, 300 milioni annui, di cui il 90 per cento in Africa e 500mila morti ogni anno. Parliamo di migliaia di bambini. Ma è una tragedia che non tocca l’Italia, i numeri parlano chiaro”.

Sul processo di trasmissione cosa può dirci?

La malaria è una malattia che da anni è studiata dagli scienziati. Si parla già di una prima sperimentazione per un vaccino-test tra il 2018 e il 2020. Ma la letteratura medica sul tema già attesta che non c’è un processo di migrazione della malaria dall’Africa all’Europa.

Legare le migrazioni delle popolazioni africane a questa malattia è semplicemente una bufala. Si tratta, lo ripeto, di una schifosa strumentalizzazione.

In Italia cosa sta succedendo?

Quello che avviene è già sotto il controllo dell’Istituto superiore di sanità. I rischi che ci sono attualmente sono dovuti all’aumento dei movimenti globali dell’essere umano, come il trasporto delle zanzare nelle valigie, ma riguardano movimenti globali di persone che vanno ben oltre il concetto di migrazione.

Il rischio riguarda tutte le malattie trasmissimili e che possono ripresentarsi con casi isoalti in paesi dove non sono più presenti.

Chi si ammala in Africa e giunge nel nostro paese può contagiare altre persone?

Questa è un’assurdità. Le faccio un esempio per smontare questa bufala. Qualche anno fa, all’epoca dell’ebola, si credeva che la malattia sarebbe arrivata anche in Italia sempre a causa delle migrazioni.

Una persona che ha contratto l’ebola e viaggia nel Mediterraneo non sopravvive, perché il fisico non resiste. Con la malaria il processo di incubazione è sicuramente diverso e più lungo, ma la questione non cambia molto. Quando parliamo di cinque milioni di infetti, parliamo di persone debilitate. Se io prendo la malaria ho un fisico che mi permette di rispondere, ma quando la malattia tocca categorie più vulnerabili ha un processo di violento e porta velocemente alla morte.

È ridicolo pensare che un migrante malato sia in grado di percorrere l’intero tragitto, giungere in Libia e da lì partire per l’Italia, riuscendo a sopravvivere.

C’è quindi da avere paura?

Assolutamente no. Sul caso della bambina morta a Brescia non si conoscono le circostanze del contagio. Questo è l’unico che si sia mai presentato in Italia, paese nel quale sono giunti 200mila migranti solo quest’anno.

Senza considerare che il numero degli italiani che vanno in vacanza in Africa è tre volte superiore. È più facile che una zanzara sia portata nelle valigie piuttosto che il processo inverso.

***

Sul caso abbiamo intervistato anche Jared Oule, esperto di malaria per Amref.

Come si trasmette la malaria?

È una malattia che si trasmette con il morso di una zanzara anofele femmina infetta.

Disponiamo di prove di trasmissione da essere umano a essere umano?

Esistono indizi di trasmissioni congenite, ma non sono mai state quantificate. È anche possibile trasmettere la malaria per via sanguigna, con le trasfusioni, se un donatore di sangue non ha ricevuto i controlli specifici per la malattia.

Qual è la distanza maggiore che può percorrere una zanzara?

Il raggio di spostamento normale di una zanzara è di circa un chilometro, ma grazie al vento può arrivare fino a 10 chilometri.

Qual è la probabilità di morte se la malaria è diagnosticata e trattata in tempo?

In Kenya chiediamo di cercare cure immediate, ossia entro 24 ore dall’arrivo della febbre per evitare complicazioni e casi gravi, che possono diventare fatali. Il tasso di mortalità dipende dalla presenza o meno di complicazioni nell’infezione al momento della diagnosi e dalla disponibilità di strumenti negli istituti. Se è riconosciuta come severa, le probabilità di morte sono significativamente maggiori rispetto al caso contrario.

Esistono vaccini per la malaria?

La maggior parte dei vaccini contro la malaria sono in fase sperimentale. Il vaccino più avanzato utilizzato si chiama RTSS. Ha passato la fase tre della sperimentazione ed è al momento sottoposto al sistema di approvazione dell’Oms.

Le difficoltà nell’ottenere vaccini contro la malaria includono i costi di sviluppo e la natura temporanea dell’immunità data dalle vaccinazioni. Un vaccino sarà testato in Kenya e in altri due paesi africani il prossimo anno.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 19 luglio 2017

In ricordo di Paolo Borsellino


Il 19 luglio del 1992, alle ore 16.55, una Fiat 126 con circa 100 kg di tritolo esplose fragorosamente in Via D'Amelio, assassinando il Giudice Paolo Borsellino e gli angeli della sua scorta.



'Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola' (Paolo Borsellino)

domenica 19 febbraio 2017

Il senatore repubblicano McCain attacca Trump: la dittatura inizia quando manca la libertà di stampa

In una intervista alla Nbc, l'ex candidato alla Casa Bianca critica il presidente per la sua campagna contro i media

John McCain, senatore repubblicano, ex candidato alla Casa Bianca nel 2008. Credit: Reuters

Il senatore repubblicano John McCain, ex prigioniero di guerra in Vietnam e candidato repubblicano per la Casa Bianca nel 2008, è tornato ad attaccare il presidente americano Donald Trump. In una intervista all’emittente Nbc, rispondendo a una domanda a proposito dei consueti strali lanciati dall’ex tycoon ai giornalisti, McCain ha pronunciato parole durissime, anche se non rivolte direttamente al comandante in capo degli Stati Uniti.

“I dittatori iniziano sopprimendo la libertà di stampa. Non sto dicendo che il presidente Trump sia un dittatore. Sto dicendo che dobbiamo imparare dalla storia", ha detto il senatore repubblicano. “Senza una stampa libera, perderemmo molte delle nostre libertà individuali”, ha sottolienato McCain, che non ha mai nascosto la sua contrarietà nei confronti della politica di Trump, tanto da aver ritirato il proprio appoggio al magnate durante la corsa alla Casa Bianca.

La critica di McCain è arriva nelle stesse ore in cui Trump ha lanciato l'ennesimo attacco alla stampa, "responsabile di diffondere notizie false", che sono "nemiche di tutto il popolo americano, non solo del loro presidente".

I dissapori fra i due vanno avanti da mesi, da quando Trump in campagna elettorale aveva screditato i trascorsi militari di McCain, affermando che "non è un eroe di guerra perché è stato catturato dai nemici" Recentemente, il senatore repubblicano ha definito l’amministrazione statunitense avvolta nel caos.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 1 novembre 2016

È morta Tina Anselmi

Aveva 89 anni, era stata la prima donna a fare il ministro in Italia

Tina Anselmi. (ANSA)

È morta Tina Anselmi, importante politica italiana della Prima Repubblica, nota soprattutto per essere stata la prima donna a fare la ministra. Nata nel 1927 a Castelfranco Veneto, Anselmi è morta nella sua casa: aveva 89 anni. I funerali saranno celebrati venerdì 4 novembre nel Duomo di Castelfranco Veneto.



La sorella di Tina Anselmi, durante un convengo sui settant’anni di voto alle donne, ha raccontato: «Mio padre ha chiamato la prima figlia Tina, perché era il nome della cagnetta che gli aveva salvato la vita quando era militare, ed era diventata la mascotte del suo gruppo. Per accontentare il parroco, che non voleva un nome del genere, ha chiamato la seconda figlia, me, Maria». Il padre di Tina Anselmi era un aiuto farmacista, aveva idee socialiste e fu per questo perseguitato dai fascisti. La madre gestiva un’osteria insieme alla nonna. Quando aveva 17 anni, con il nome di battaglia “Gabriella”, Tina Anselmi entrò nella Resistenza: divenne una staffetta della brigata Cesare Battisti per poi passare al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà.

Dopo la Seconda guerra mondiale aderì alla Democrazia Cristiana, si laureò in Lettere all’Università Cattolica di Milano e divenne insegnante elementare. In quello stesso periodo si impegnò nell’attività sindacale nella CGIL e poi, dalla sua fondazione nel 1950, nella CISL. Nel 1968 fu eletta in Parlamento – ci restò per sei legislature, fino al 1992, eletta sempre nella circoscrizione Venezia-Treviso – e nel 1976 diventò la prima donna ministro, quando fu nominata ministro del Lavoro in uno dei molti governi Andreotti di quegli anni. Anselmi fu molto attiva nelle cosiddette questioni femminili. In un recente documentario di Anna Vinci intitolato “Tina Anselmi, la grazia della normalità” Anselmi dice: «Dico alle mie nipoti: attente, fate la guardia. Perché le conquiste non sono mai definitive». E ancora: «Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie, le vittorie sono state vittorie per tutta la società. La politica che vede le donne in prima linea è politica di inclusione, di rispetto delle diversità, di pace».



Nel 1978 Anselmi fu nominata ministra della Sanità e fu fra i principali autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Successivamente fu presidente della commissione di indagine parlamentare sulla P2, della commissione nazionale per le pari opportunità e della commissione nazionale sulle conseguenze delle leggi razziali per la comunità ebraica italiana che concluse i lavori nel 2001. Anselmi è stata anche presidente onoraria dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Quest’anno, in occasione della festa della Repubblica e dell’anno in cui si celebrano i settant’anni dal voto alle donne, Poste Italiane ha emesso un francobollo dedicato a Tina Anselmi.



Fonte: Il Post

martedì 19 luglio 2016

In ricordo di Paolo Borsellino


Il 19 luglio del 1992, alle ore 16.55, una Fiat 126 con circa 100 kg di tritolo esplose fragorosamente in Via D'Amelio, assassinando il Giudice Paolo Borsellino e gli angeli della sua scorta.



'Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola' (Paolo Borsellino)

sabato 9 aprile 2016

La difesa di Bruno Vespa

Ha spiegato sul Corriere della Sera la sua scelta di intervistare il figlio di Totò Riina, tirando in ballo Enzo Biagi e Michele Santoro

(ANSA/CLAUDIO PERI)

Sul Corriere della Sera di oggi il giornalista e conduttore televisivo Bruno Vespa ha difeso la scelta di avere ospitato nel suo programma tv Porta a Porta il figlio del noto boss mafioso Totò Riina, Salvatore Riina. Nei giorni precedenti e successivi alla trasmissione, Vespa era stato molto criticato, e accusato da più parti di voler “legittimare” la mafia. Rosy Bindi, a capo della Commissione parlamentare antimafia, si era opposta alla messa in onda della puntata dicendo che Porta a Porta si prestava «a essere il salotto del negazionismo della mafia». La puntata è andata regolarmente in onda mercoledì 6 aprile.

Nella lettera al Corriere, Vespa ha spiegato che siccome «la Storia è stata in larga parte scritta dai Cattivi, compito dei cronisti è intervistarli per approfondire e intervistare l’immagine della Cattiveria». Vespa ha anche fatto notare che in passato altri noti giornalisti della RAI come Enzo Biagi e Sergio Zavoli avevano intervistato terroristi o mafiosi senza attirarsi grosse critiche, e che di recente Michele Santoro ha ospitato a più riprese Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino noto per essere stato vicino alla mafia, a sua volta condannato per riciclaggio e sotto processo per associazione a delinquere.


Caro Direttore,
se Adolf Hitler risalisse per un giorno dall’inferno e mi offrisse di intervistarlo, temo che dovrei rifiutare. Vedo, infatti, che dopo il «caso Riina» vengono messi in discussione i parametri di base del giornalismo. La Storia è stata in larga parte scritta dai Cattivi. Compito dei cronisti è intervistarli per approfondire e mostrare l’immagine della Cattiveria. Aveva ragione nel gennaio del ’91 il governo Andreotti a voler bloccare (senza riuscirci) la mia intervista a Saddam Hussein alla immediata vigilia della prima Guerra del Golfo perché il dittatore iracheno era un nostro nemico? Chi ha intervistato per la Rai il dittatore libico Gheddafi o quello siriano Assad avrebbe dovuto puntare sui crimini commessi da entrambi invece di focalizzare il colloquio sulla loro politica estera?


Quando l’editore del libro di Salvo Riina ha offerto una intervista esclusiva al Corriere della Sera , a Oggi e a Porta a porta , non immaginavo né di fare il colpo della vita, né di creare un turbamento sensazionale. Ho letto il libro, ho detto ai miei colleghi che era l’opera di un mafioso a 24 carati e ho informato quell’eccellente professionista che è il nuovo direttore di Raiuno che avremmo potuto mostrare per la prima volta il ritratto della più importante famiglia mafiosa della storia italiana vista dall’interno. Decidemmo allora di far seguire all’intervista un dibattito con parenti delle vittime di Riina e con dirigenti di associazioni che coraggiosamente si battono contro la mafia. Così è avvenuto.



Fonte: Il Post

sabato 26 marzo 2016

È morto a 86 anni Paolo Poli

Era un eccezionale attore di teatro, amato per il suo senso dell'umorismo e la sua indipendenza di pensiero: ha lavorato in tv fino a pochi mesi fa

(ANSA/ WEB/ MOVIEPLAYER)

Paolo Poli, uno dei più noti e apprezzati attori italiani di teatro, è morto venerdì 25 marzo. Aveva 86 anni. Poli era nato a Firenze nel 1929: nella sua carriera aveva fatto anche cinema e televisione, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta: caratterizzando i suoi ruoli sempre con una grande brillantezza, senso dell’umorismo, e autonomia dai conformismi. Si era pubblicamente dichiarato omosessuale in tempi in cui era raro e difficile, capace di essere indipendente anche rispetto a questo. Negli ultimi anni era tornato spesso in tv: è stato ospite a Che tempo che fa e alle Invasioni barbariche, e nel 2015 ha condotto un programma autobiografico di 8 puntate su Rai3.



Poli aveva cominciato a recitare da attore professionista nei teatri di Firenze, Roma e Genova negli anni Sessanta, divenendo subito molto noto per il suo talento e le sue esibizioni sopra le righe (durante le recite si travestiva spesso, anche da donna). Negli anni ha recitato in famosissime commedie teatrali, e adattato testi letterari in altrettanti spettacoli: da Rita da Cascia del 1966 – nel quale recitava nella parte di una ragazza – fino a Tito Andronico di Shakespeare, Rosmunda di Vittorio Alfieri, L’asino d’oro di Apuleio, passando per gli adattamenti di Esercizi di stile di Raymond Queneau e Aquiloni, uno spettacolo tratto dalle poesie di Giovanni Pascoli.



Ma Poli ha fatto anche parecchia televisione: fra gli anni Cinquanta e Sessanta leggeva fiabe e poesie sulla RAI, per la quale recitò anche in diverse miniserie. Nel 1970 condusse il programma televisivo Babau, nel quale oltre a recitare intervistava importanti personaggi della cultura italiana del tempo come Umberto Eco e Camilla Cederna. Il programma fu censurato dalla RAI e andò in onda molti anni dopo.





Nel 2015 ha condotto la sua ultima trasmissione, E lasciatemi divertire, andata in onda per otto puntate su Rai3 assieme a Pino Strabioli. L’ultima puntata di E lasciatemi divertire è andata in onda l’8 novembre 2015.

Fonte: Il Post

mercoledì 16 marzo 2016

Cosa ha detto al Sisi su Giulio Regeni

Il presidente egiziano è stato intervistato da Repubblica ma ha risposto in maniera vaga, accusando i terroristi dell'omicidio del dottorando italiano

Abdel Fattah al-Sisi (AP Photo/Thomas Hartwell)

Repubblica ha pubblicato oggi la prima parte di una lunga intervista al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi sulla morte di Giulio Regeni, il dottorando italiano trovato morto al Cairo all’inizio di febbraio. La seconda parte dell’intervista, che è stata fatta al Cairo dal direttore di Repubblica Mario Calabresi e dal vicedirettore Gianluca Di Feo, sarà pubblicata domani: il fatto che l’intervista sia stata divisa in due parti suggerisce che non contenga alcuna informazione rilevante sul caso Regeni. Questa è tuttavia la prima volta che al Sisi parla direttamente di quanto successo a Regeni e delle accuse che sono state rivolte al suo regime riguardo a un suo possibile coinvolgimento nel suo assassinio.

Al Sisi, come prevedibile, ha risposto alle domande di Calabresi e Di Feo in maniera molto vaga, senza mai parlare direttamente dei tentativi di depistaggio compiuti dagli investigatori egiziani nelle ultime settimane e della reticenza delle autorità locali a collaborare con gli italiani. Al Sisi si è limitato a frasi di circostanza sulle indagini, per esempio quella molto ripresa oggi dai siti di news: «Non ci fermeremo finché non sarà stata raggiunta la verità sulla fine di Giulio Regeni». Al Sisi ha parlato di quanto successo a Regeni come di una cosa inaccettabile – «Ciò che è accaduto è terribile e inaccettabile, non ci appartiene e sconvolge non solo il governo ma tutto il popolo egiziano» – evitando di citare i molti casi di sequestri di persona e tortura compiuti dalle forze di sicurezza sotto il suo regime, soprattutto contro cittadini egiziani, e di cui il suo governo è ritenuto responsabile.

Nell’intervista data a Repubblica, al Sisi ha praticamente accusato dell’omicidio di Regeni i suoi nemici: quelli che vogliono isolare l’Egitto e colpire l’economia locale, quelli che si oppongono alla «grande guerra che l’Egitto sta conducendo contro le forze dell’estremismo e del terrorismo» e quelli che vogliono rovinare i rinnovati rapporti di amicizia con il governo italiano di Matteo Renzi. Ha detto:


«Sulla morte di Regeni ci sono molti interrogativi che dobbiamo porci: il primo è sulla tempistica, in particolare sulla scoperta del corpo. Perché è accaduta durante la visita di una delegazione italiana di imprenditori con il ministro dello Sviluppo economico, che erano al Cairo per rafforzare la nostra cooperazione? Perché è accaduto mentre le relazioni tra noi hanno raggiunto un livello senza precedenti dal punto di vista economico e politico? Un’altra domanda inevitabile è capire chi ha interesse a boicottare o bloccare l’ampia collaborazione tra Italia e Egitto sul fronte dell’energia e della sicurezza, in una fase di turbolenza in tutta la regione.»


Da quando è diventato presidente, al Sisi ha instaurato un regime molto duro contro tutti i suoi oppositori, soprattutto contro i Fratelli Musulmani, il gruppo politico-religioso del deposto presidente Mohammed Morsi contro cui l’esercito guidato da al Sisi fece un colpo di stato nel luglio del 2013. Al Sisi ha associato spesso i suoi oppositori ai terroristi: ha anche giustificato misure straordinarie – come decine di arresti arbitrari – usando l’argomento del terrorismo internazionale (l’Egitto ha subìto diversi attacchi terroristici negli ultimi mesi, per lo più compiuti dalla provincia del Sinai dello Stato Islamico). Stando alle novità emerse finora dalle indagini, sembra però più che improbabile che Regeni sia stato ucciso da un gruppo terroristico. Sembra invece molto più probabile che già settimane prima della sua morte fosse stato individuato dalle autorità egiziane come un soggetto da tenere d’occhio, a causa della sua attività di ricerca sui sindacati egiziani, e che sia stato sequestrato e torturato per giorni prima di essere ucciso, forse da qualche agente delle forze egiziane.

Fonte: Il Post

sabato 20 febbraio 2016

La morte di Umberto Eco

È stato uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, oltre che l'autore di "Il nome della Rosa"

Umberto Eco, morto a 84 anni ((FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)

Lo scrittore e intellettuale Umberto Eco è morto venerdì notte a Milano. La Stampa scrive che Gianni Coscia, avvocato e vecchio amico di Eco, ha detto, commentando la sua morte: «Sapevo che Umberto era malato da due anni di tumore, ma nessuno pensava che la sua fine sarebbe stata così imminente». Coscia scrive che «era uscito di casa per l’ultima volta a metà gennaio». Sempre La Stampa scrive che “secondo voci vicine alla famiglia” Eco verrà commemorato martedì alle 15 a Milano, con rito civile.

Umberto Eco era nato il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, dove suo padre lavorava in una ferramenta. Quando era già importantissimo e noto in Italia per il suo lavoro di studioso e linguista diventò famoso in tutto il mondo nel 1980 grazie al romanzo Il nome della Rosa, scritto dopo avere investito con l’editore Valentino Bompiani – della cui casa editrice fu condirettore dal 1959 al 1975 – sulla possibilità che anche nella società di massa si sarebbe potuto scrivere un bestseller senza venire meno alla qualità. Nel 1988 Umberto Eco pubblicò Il pendolo di Foucault, un altro bestseller mondiale. La sua attività di intellettuale e studioso era iniziata però molto prima, già negli anni Cinquanta: Eco si era laureato in filosofia con una tesi su Tommaso d’Aquino, poi entrò alla Rai e contribuì alla fondazione del cosiddetto “Gruppo ’63”. I suoi saggi e articoli sull’influenza dei mezzi di comunicazione di massa sulla cultura risalgono ai primi anni Sessanta.

Nel 1961 Umberto Eco pubblicò Diario minimo che conteneva il saggio, poi famosissimo, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in cui Eco spiegava che il motivo del successo del conduttore – e della televisione in generale – era la sua capacità di corrispondere e interpretare la medietà umana: e la capacità di affrontare seriamente e scientificamente un tema così “pop” divenne un tratto ammiratissimo della sua opera. Nel 1964 uscì Apocalittici e integrati: il titolo della raccolta fu scelto dall’editore Bompiani, mentre in un primo tempo Eco aveva scelto Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Anche in questa raccolta di saggi, Eco analizzava il rapporto tra cultura di massa e cultura cosiddetta colta, riprendendo le teorie sulla cultura bassa, media e alta espresse da Dwight Mac Donald nel 1962 nel saggio Against the American Grain: Essays on the Effects of Mass Culture.



Nello stesso periodo Umberto Eco cominciò a interessarsi di semiotica – lo studio dei segni – materia che insegnò all’università di Bologna a partire dal 1965, anche da direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS. All’insegnamento universitario e all’attività di studioso, Umberto Eco affiancò per molto tempo la collaborazione con i giornali, iniziata nel 1955 su L’Espresso, dove negli ultimi trent’anni ha tenuto la rubrica “La bustina di Minerva” sull’ultima pagina del giornale: la rubrica si occupava di politica, libri, cinema, fumetti con una libertà e una curiosità inizialmente insoliti per un intellettuale italiano.

Per Umberto Eco il lavoro intellettuale – ed è stato questo a renderlo unico rispetto agli altri studiosi della sua generazione – non poteva essere confinato in alcuna specializzazione. Eco voleva specializzarsi in tutte le discipline del sapere o almeno nel maggior numero possibile, non avendo paura di esprimersi sulla cultura in ogni sua forma, dalla televisione, al fumetto, dalla filosofia medievale alla letteratura contemporanea, dalle canzoni alla semiotica alla politica. Per esempio Eco firmò delle lettere aperte già sul caso Pinelli – l’anarchico morto precipitando da una finestra della questura di Milano nel 1969 – autodenunciandosi per solidarietà con il giornale Lotta Continua che accusò la polizia, mentre negli ultimi anni schierandosi su posizioni fortemente antiberlusconiane (fu tra i fondatori del movimento di intellettuali antiberlusconiani Libertà e Giustizia).

Nell’ottobre scorso Umberto Eco era stato tra i fondatori della Nave di Teseo, la casa editrice nata dall’uscita della direzione editoriale di Bompiani dopo l’acquisizione del gruppo RCS Libri da parte di Mondadori. Il nuovo libro di Umberto Eco dovrebbe essere tra i primi a uscire per la nuova casa editrice, che incomincerà a pubblicare in primavera.

Umberto Eco aveva una casa piena di libri ed era dotato di una memoria prodigiosa. Era un erudito e uno studioso, ma questo non gli ha impedito di essere divertente e curioso e di provare, sempre, a capire quello che gli succedeva intorno. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha scritto che Eco è stato un «Esempio straordinario di intellettuale europeo» e «univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro». La notizia della morte sta avendo grande spazio sui principali siti d’informazione internazionali. Il Guardian ha definito Eco «uno dei più importanti nomi della letteratura internazionale» e il New York Times ne ha parlato come di «un esperto nell’arcano campo della semiotica». Daria Bignardi, la nuova direttrice di Rai 3, ha fatto sapere che questa sera ci sarà a Che tempo che fa “uno speciale ricordo” di Eco e che sarà trasmesso il film Il nome della rosa.

Fonte: Il Post

sabato 16 gennaio 2016

Rischia otto anni di carcere per un’inchiesta sulla mafia. Intervista a Agostino Pantano

di Cristiana Mastronicola 


Rischia fino a otto anni di carcere e l’accusa è quella di ricettazione: Agostino Pantano, nel 2010, pubblica sul quotidiano Calabria Ora un’inchiesta sullo scioglimento per mafia del comune di Taurianova, nel reggino. Per quell’inchiesta, Pantano venne accusato di diffamazione, processato e prosciolto nel 2011: quanto scritto rientra “nell’esercizio del diritto di cronaca e di critica politica”, scriveva il gip di Cosenza. Quella relazione, però, non andava pubblicata e Pantano viene accusato di ricettazione: per il pm il giornalista si sarebbe appropriato in modo illecito dell’atto che sanciva lo scioglimento del consiglio comunale. Dunque, la “cosa” ricettata sarebbe un atto di interesse pubblico – di cui non esiste traccia. La “cosa” ricettata sarebbe la notizia. Agostino Pantano sta subendo il processo e si impegna affinché il suo non diventi un precedente: “Parliamo di entrata a gamba tesa del sistema contro il diritto dei giornalisti di informare”, come spiega ad Articolo21.

Come è possibile che oggi vieni processato per ricettazione e ieri sei stato prosciolto, sulla stessa inchiesta, per diffamazione?
Io sono stato prosciolto per la diffamazione. Nel 2011 il gip di Cosenza si pronuncia con delle parole molto chiare, in cui si riconosce il mio diritto di scrivere: Pantano ha esercitato il suo diritto di cronaca. Dov’è l’accanimento? Per la stessa inchiesta giornalistica, che io scrissi nel 2010, io ora vengo processato una seconda volta – dopo che la prima volta per diffamazione sono stato prosciolto – con l’accusa ancora più grave di ricettazione, in cui io rischio da due a otto anni. La parte giudiziaria la stanno seguendo bene i miei legali, Salvatore Costantino e Claudio Novella, e io non entro perché nel processo noi dimostreremo che manca la ricettazione perché manca il furto di base. La ricettazione è quel reato in cui il ricettatore trae vantaggio da un reato commesso da altri. E, invece, solo perché nel 2010 scrissi un’inchiesta giornalistica sullo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Taurianova, quindi ho messo in evidenza il connubio tra mafia e certa politica, io sto pagando con due processi. Fra l’altro un’inchiesta giornalistica che all’epoca non venne mai smentita. L’accusa di ricettazione c’è stata perché, secondo l’accusa, io avrei tratto vantaggio da notizie secretate. Nel processo noi spiegheremo che la relazione che porta allo scioglimento per mafia di un consiglio comunale è un atto citato nel decreto di scioglimento. Quindi un atto amministrativo non può essere una notizia secretata, perché stiamo parlando della relazione prefettizia. Anche questa è una questione tecnica. Io penso questo: la libertà di stampa oggi non è solo minacciata dalle organizzazioni criminali, ma è minacciata anche dai colpi di coda di un sistema che non tutela il giornalista e il suo diritto-dovere – nel mio caso, tra l’altro, un diritto-dovere stabilito pure dall’ordinanza del gip. Se io avessi rivelato la fonte di quelle notizie presuntamente secretate probabilmente non mi avrebbero neanche processato. Colpi di coda di un sistema che processa per due volte un giornalsita in base a un reato che è del tutto infondato, perché vi è una interrogazione parlamentare, presentata sul mio casa dalla senatrice Ricciuti, in cui si dice che le relazioni che portano allo scioglimento dei consigli comunali sono prodromiche al decreto firmato dal Presidente della Repubblica. Per definizione devono essere nelle disponibilità dell’opinione pubblica.

Un accanimento, quindi, che deriva dalle falle del sistema.
Secondo me è conseguenza di un sistema che, in questo momento, tenta di far pagare agli anelli deboli della catena, cioè i giornalisti, le falle interne agli “uffici”. La magistratura se vuole colpire le fughe di notizia deve ragionare al proprio interno per fare luce. Il giornalista ha il dovere di scrivere le notizie che ha. È il giudice che dice che Pantano aveva il diritto di scrivere. La mia riflessione parte proprio da quell’ordinanza del gip, illuminante perché si legge “non può non ravvisarsi l’esercizio del diritto di cronaca e di critica politica, sussistendone i presupposti di interesse pubblico, verità della notizia e continenza”. E allora il giornalista può essere processato se ha un diritto? L’articolo 51 del Codice Penale crea un esimente: non è punibile chiunque faccia un’azione nell’ambito di un diritto-dovere. La mia biografia parla di un giornalista in passato intimidito dalle organizzazioni criminali, – tanto che la mia storia, insieme a quella di altri colleghi è stata raccontata da Ossigeno e nel libro di Roberto Rossi e Roberta Mani “Avamposto” sui giornalisti di frontiera –. Io vengo da un curriculum di questo tipo e oggi mi vedo, invece, considerato un imputato di un reato che si applica ai “mariuoli”. L’unica volta, invece, in cui mi hanno interrogato, nel 2010, ebbi a dichiarare a verbale: “guardate che io questo documento presuntamente secretato non ce l’ho, perché io ho avuto solo la possibilità di leggerlo”. Nessuno mi ha mai perquisito per cercare questo documento. Tornando all’aspetto tecnico, risulta che io rispondo di ricettazione in un processo in cui manca la refurtiva – cioè non c’è il documento –, in cui non sono mai stato interrogato per la ricettazione. Che cosa considerano come materiale ricettato? Gli articoli pubblicati da me nel 2010. quindi io arrivo all’assurdo di dire: in Italia informarsi è diventato un reato? Andando nell’archivio di quel giornale calabrese, Calabria Ora, ancora si trovano quegli articoli. Allora chiunque legga quegli articoli favorisce la ricettazione? Si sta considerando materiale ricettato la notizia. L’articolo della ricettazione è iscritto nel secondo libro del Codice Penale, cioè i reati contro il patrimonio. Perché ci sia la ricettazione, deve esserci la cosa. Ma in questo caso la cosa non c’è, la cosa è la notizia: un genere immateriale. Ci sono stati altri casi in cui un giornalista è stato indagato per ricettazione, ma qui la fattispecie è diversa. Negli altri casi, infatti, c’era l’oggetto, come è stato per il giallo di Avetrana, in cui qualcuno aveva sottratto dall’articolo una foto e la giornalista che l’ha pubblicata è stata indagata per ricettazione di un oggetto. In questo caso, però, manca l’oggetto,manca la relazione. Leggendo l’articolo della ricettazione c’è da farsi accapponarsi la pelle: il ricettatore è colui il quale trae un profitto da una condotta commessa da un altro. Ma, di grazia, quale sarebbe il profitto del giornalista? Che ha pubblicato la notizia? Siamo all’assurdo.

Cosa dovrebbe fare il mondo della stampa?
Il mondo della stampa dovrebbe fare quadrato perché aldilà del singolo caso – io sono un giornalista di provincia, sono l’ultima ruota del carro –, come è successo a me potrebbe succedere a chiunque. Se passa il concetto che la notizia può essere un bene ricettato, qua siamo tutti ricettatori. E i lettori sono ricettatori. Io mi sto impegnando nella mia difesa, non solo per evitare la condanna, ma anche per stabilire un principio, quello secondo cui alcuni reati legati alla nostra professione possono essere considerati degli incidenti di percorso in qualche modo giustificabili, altri no. È possibile che mi querelino per diffamazione, ad esempio. Qui invece c’è una nuova frontiera, c’è un salto di qualità perverso dei reati. Non stiamo più parlando di lite temeraria. Ad esempio, un tale mi ha citato in sede civile chiedendomi 500 mila euro di risarcimento danni: si tratta di una lite temeraria in cui un privato si sente diffamato. Non accetto la situazione – perché è temeraria – ma è da considerarsi un incidente di percorso. In questo caso, invece, parliamo proprio di entrata a gamba tesa contro del sistema contro il diritto dei giornalisti di informare. Nel mio caso aggravato dal fatto che un giudice si è già espresso riconoscendomelo in un’ordinanza.

Fonte: Articolo 21

mercoledì 9 dicembre 2015

La tregua di Homs tra i ribelli e il governo siriano

Il quartiere Al Qosur a Homs, in Siria, l’8 dicembre 2015. (Omar Sanadiki, Reuters/Contrasto)

Decine di persone hanno lasciato l’ultimo quartiere controllato dai ribelli a Homs, nell’ovest della Siria, grazie a una tregua raggiunta a livello locale tra il governo siriano e gli insorti, il 1 dicembre scorso. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, un’ong con sede a Londra, ha riferito che in giornata l’accordo ottenuto tra le parti per un corridoio umanitario permetterà a circa 750 persone di lasciare in pullman il distretto di Waer. Tra questi ci sono sia combattenti sia civili, anche se la priorità è stata data a donne, bambini e feriti gravi. 

L’isolamento della popolazione di Waer. Le Nazioni Unite stanno monitorando il rispetto del cessate il fuoco, ottenuto dopo più di due anni di trattative sporadiche tra le parti nel quartiere Waer, che le forze fedeli al presidente Bashar al Assad assediavano dal 2012, impedendo alla popolazione civile l’accesso al cibo e altri beni di prima necessità. Dopo che è stata raggiunta l’intesa, la settimana scorsa le organizzazioni umanitarie sono riuscite a raggiungere la zona.

Gli altri accordi di tregua sul terreno. Il governo e i ribelli non sono riusciti a raggiungere una simile intesa su Damasco mentre, alla fine del settembre scorso, l’Iran e la Turchia – che sostengono le parti opposte nel conflitto siriano – erano riusciti a promuovere degli accordi sul campo nella città di Zabadani, vicino al confine libanese, e in due villaggi della provincia nordoccidentale di Idlib.

La diplomazia. Mentre proseguono gli sforzi internazionali per garantire le basi istituzionali di una transizione politica – dopo le due riunioni di Vienna, il prossimo incontro si terrà prima di Natale a New York – i diplomatici sono convinti che quella degli accordi di pace raggiunti a livello locale tra siriani sia la strada più efficace per riportare la pace nel paese arabo dopo quasi cinque anni di conflitto.

I contenuti della tregua. Tra i punti dell’accordo raggiunto a Homs, c’è che i feriti possano lasciare la zona e ricevere cure mediche adeguate; il cessate il fuoco; un corridoio umanitario per permettere che aiuti e cibo raggiungano il quartiere e la protezione degli operatori umanitari. Durante una tregua simile, nel 2014, alcuni operatori umanitari furono attaccati.

In una recente intervista alla televisione di stato siriana, il governatore di Homs, Talal al Barazi, ha spiegato che la realizzazione dell’accordo richiederà tra i 45 e i 60 giorni e passerà attraverso diverse fasi. “La prima sarà convincere i guerriglieri a lasciare il quartiere. Perché l’obiettivo principale è proteggere i civili e ripristinare l’ordine a Waer”, ha spiegato Al Barazi. La partenza dei guerriglieri è cominciata in queste ore e proseguirà nei prossimi giorni. Homs è composta da 36 distretti e Waer era l’ultimo occupato da milizie, ha sottolineato il governatore, aggiungendo che “i residenti hanno svolto un ruolo fondamentale nella tregua”.

Fonte: Internazionale

lunedì 23 novembre 2015

I musulmani odiano l’Isis, non facciamogli cambiare idea

Secondo un sondaggio di Pew Research, il consenso per il Daesh, nel mondo islamico, è molto basso. Perché allora ci ostiniamo a veder nemici anche dove non esistono?

di Francesco Cancellato

OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images

I musulmani non amano l’Isis, e non c’era bisogno di una manifestazione di pubblica dissociazione sotto la pioggia per dimostrarlo. Un sondaggio di Pew Research della scorsa primavera mostra come persino nei territori occupati palestinesi, la percentuale di chi ha una percezione negativa dello Stato Islamico raggiunge l'84%, contro il 6% di chi ne ha un’opinione favorevole.

Basterebbe questo dato per smontare la propaganda di chi parla di scontro di civiltà, abusando di quell'orrore semantico del “senza se e senza ma” che abbiamo ereditato dall’11 settembre 2001 e che fa di ogni distinguo e di ogni critica all’Occidente un segnale di fiancheggiamento per il nemico. Ovviamente, solo se proviene da un musulmano.

"Basterebbe questo dato per smontare la propaganda di chi parla di scontro di civiltà, abusando di quell'orrore semantico del “senza se e senza ma” che abbiamo ereditato dall’11 settembre 2001 e che fa di ogni distinguo e di ogni critica all’Occidente un segnale di fiancheggiamento per il nemico

Eppure né i sondaggi, né le manifestazioni - sebbene siano rassicuranti - possono lasciarci tranquilli. Per almeno due motivi. Il primo lo ha spiegato il sociologo dell’Islam Renzo Guolo nell’intervista che ha concesso a Linkiesta: perché il jihadismo islamico è oggi l'unica ideologia radicalmente critica nei confronti dell’Occidente. E dopo otto anni di crisi, con il Pil che arranca e la disoccupazione che non accenna a calare, di gente insoddisfatta e critica ce n’è parecchia, soprattutto nelle periferie, soprattutto tra gli stranieri, soprattutto nei figli di un ceto medio non più affluente, in molti casi impoverito.

Il secondo motivo? Siamo noi e la nostra ansia da rassicurazione. Che oggi ci porta a tapparci occhi e orecchie di fronte a chi, musulmano, ci parla della sua insoddisfazione, delle discriminazioni, piccole e grandi, che subisce, del senso di frustrazione di sentirsi ”cittadino di carta”, della rabbia che prova nel vedere che, qui da noi, quelli come lui, che vengono dai posti da cui proviene, sono considerati morti di serie b, che le responsabilità dell’Occidente in Medio Oriente vengono colpevolmente sottaciute, i luoghi di culto negati. 

L’Isis è orrore e barbarie e ci sono delle zone di incompatibilità tra la cultura islamica e quella occidentale, questo è acclarato. Ma se ad ogni bomba, ad ogni minaccia, sappiamo solo chiedere di sfilare e di dissociarsi, rifiutando di ascoltare chiunque alzi il dito per raccontarci l'altra faccia della nostra autorappresentazione e delle nostre società, facciamo un tragico errore. Perché l'Isis le ascolta quelle voci, le coltiva, le fa proprie, dà loro un’alternativa e un’utopia. Mentre a noi danno solo fastidio.

Fonte: Linkiesta.it

sabato 21 novembre 2015

Come la Francia dovrebbe combattere l'Isis in Siria

Intervista a Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, membro del Centro di Analisi Previsione e Strategia del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri francese

di Lavinia Orefici

Un combattente curdo di fianco a un camion dell'Isis demolito. Credit: Ahmad al-Rubaye

A Roma abbiamo incontrato Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, membro del CAPS, il Centro di Analisi Previsione e Strategia del ministero degli Esteri francese. È un servizio creato nel 1973 che risponde direttamente al ministro. Il suo ruolo principale è di fornire al capo della diplomazia un secondo parere.

Hollande ha detto che la Francia è in guerra. Queste parole hanno conseguenze sul piano del diritto internazionale?

Le sue parole sottolineano l’importanza di quello che sta accadendo, ma non hanno conseguenze sul piano tecnico perché la guerra è un fatto politico e non una nozione giuridica. È da molto che non si dichiara una guerra, per esempio la Francia non lo fa dalla Seconda guerra mondiale.

“Siamo in guerra” ha un effetto maggiore sulla comunicazione politica ed è usato per insistere sull’importanza di quello che sta accadendo.

È da almeno due decenni che il terrorismo islamista colpisce in Europa e possiamo considerare di essere in guerra, ma oggi l’effetto delle parole di Hollande è diverso perché la popolazione è traumatizzata dagli attentati di venerdì 13. È da tanto che siamo in guerra, una guerra diversa, più a lungo termine e che non si combatte solo su un territorio preciso.

Come bisogna reagire?

Bisogna colpire più duramente l'Isis. E per fare questo sono necessari più mezzi.

Cosa dovrà fare la Francia?

Due cose possono essere fatte, ma personalmente penso che ne vada aggiunta una terza: un’operazione della Nato dovrebbe essere tenuta in considerazione.

Per cominciare bisognerebbe insistere con gli americani per far sigillare la frontiera tra Turchia e Siria. Se l'Isis può colpirci è perché ha dei mezzi e se li ha bisogna tagliarglieli e prosciugare le risorse.

Sopravvive perché ha preso soldi nelle banche, come è successo a Mosul, perché esporta petrolio, idrocarburi e gas. E tutto questo insieme al traffico umano di combattenti stranieri che vanno a ingrossare le fila dell'Isis passa dal confine turco.

Ma Ankara è tutt’ora ambigua. È contro l'Isis ma è ancora di più contro i curdi e questo fa sì che non ha fatto tutti gli sforzi necessari per combattere l'Isis.

Noi proviamo a lottare distruggendo gli impianti di idrocarburi. Negli ultimi giorni gli americani hanno colpito più di 160 camion cisterna e questo è un messaggio molto forte per tutti gli uomini alla guida di quei convogli.
Senza misure aggiuntive, infatti, i bombardamenti potranno solo indebolirlo. In secondo luogo bisogna fornire più sostegno e più armi a quei gruppi che sono tra Assad e l'Isis, sono almeno 44.

Il problema è che gli obiettivi della comunità internazionale non convergono, i russi vogliono proteggere Assad, noi invece vogliamo che se ne vada, sia per ragioni morali, sia perché ormai il suo esercito è molto debole. Dobbiamo far capire a Mosca che il problema comune è l'Isis.

Un intervento di terra in Siria ancora non c’è stato, ma lei sostiene sia necessario, perché?

Non è stato scelto perché la mente vola subito al ricordo traumatico dell’Iraq e dell’Afghanistan e ha portato a credere che gli interventi di terra occidentali non funzionino.

Io però la penso in un altro modo: non si può distruggere l'Isis soltanto con i bombardamenti dal cielo, intervenire sul suolo è necessario. La questione è capire chi può farlo.

Per tanto tempo abbiamo creduto di poter fare affidamento sulle popolazioni locali, ma ciascuna di queste ha obiettivi diversi. I curdi intervengono solo nella loro zona per difendere il Kurdistan, non per Raqqa.

In questa zona del mondo ognuno ha i suoi interessi e spesso contrastanti, come abbiamo già detto l’obiettivo principale di Mosca non è distruggere l'Isis, ma proteggere Assad.

Secondo me è dunque necessario un intervento di terra di una coalizione occidentale, non un dispiegamento di forze come in Iraq, ma forze speciali che compiano azioni mirate e appunto per non ripetere gli errori del passato dev’essere coordinato dalle Nazioni Unite per arrivare a un processo di consolidamento di pace.

È quello che per esempio è mancato in Libia, dove c’è stato un intervento seguito da un ritiro e poi non c’è stato più nulla.

Ma la situazione attuale in Libia è la conseguenza di un intervento voluto e sostenuto dall’ex presidente francese Sarkozy…

In realtà la situazione è più complessa. L’intervento del 2011 sicuramente ha avuto un ruolo, ma non c’è un legame diretto con l’attuale caos libico.

Ci dimentichiamo sempre che nel 2012, per un anno e mezzo dopo l’operazione, la situazione era migliore nel Paese, tanto che i cittadini hanno organizzato le prime elezioni della loro storia. È solo dopo che poco a poco il caos ha preso il sopravvento.

Se fosse stato una conseguenza diretta dell’intervento si sarebbe scatenato immediatamente.

Noi avevamo proposto al nuovo governo libico di aiutarli, facendo quello che si chiama “consolidamento della pace” e loro hanno rifiutato. Una rinuncia che deriva dall’esempio iracheno, non voleva essere visto dalla propria popolazione come un governo instaurato o protetto da stranieri.

Lasciare Gheddafi al potere sarebbe stato meglio?

Abbiamo l’esempio siriano, Assad è ancora al suo posto adesso, 4 anni dopo l’inizio delle rivolte. Con Gheddafi avremmo potuto avere una situazione analoga perché la contestazione non sarebbe scomparsa, quindi si sarebbe arrivati a una situazione di guerra civile come in Siria. La crisi migratoria di cui risentiamo oggi sarebbe iniziata prima.

Credo che abbiamo avuto ragione d’intervenire in Libia, il problema è stato la gestione del dopo. Se mai avessimo insistito per restare questo sarebbe stato denunciato come del neo colonialismo. Invece quando uno non rimane e scoppia il caos si viene accusati aver lasciato fare … Dunque è sempre difficile.

Abbiamo visto il prezzo dell’intervento francese in Siria. Quale sarebbe il prezzo di un non intervento?

Non credo che l’attentato sia la conseguenza diretta dell’intervento francese in Siria, ci sarebbe stato lo stesso. È molto importante che il Paese era minacciato già prima dell’operazione in Siria.

L'Isis non sopporta quello che questo Paese è e i valori che la Francia difende.

La prova sta nella rivendicazione degli attentati del 13 novembre. Il gruppo spiega di aver preso di mira Parigi perché capitale dell’abominio e della perversione. Questo significa che la Francia è al centro del mirino per quello che è, prima di esserlo per quello che fa.

Perché la Francia sembra essere diventata il bersaglio principale dell'Isis?

Direi insieme agli Stati Uniti, ma la Francia è più facile da colpire, per una semplice questione geografica. I francesi in Siria sono più di mille, tornano in massa e poi è abbastanza facile spostarsi in Europa.

Alcuni terroristi che hanno colpito Parigi avevano il passaporto francese.

Le misure che Hollande ha annunciato di voler prendere non potevano essere adottate già lo scorso gennaio dopo la sparatoria nella redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo?

Forse si sarebbe potuto decidere di intensificare i bombardamenti contro l'Isis prima, ma abbiamo un problema di capacità visto che la Francia è attualmente impegnata in cinque operazioni all'estero, di cui l’Iraq e la Siria ne costituiscono solamente una. Quindi non è facile.

A seguito degli attentati di gennaio abbiamo l’operazione “sentinelle” per cui 10 mila uomini, militari, sono impegnati sul territorio francese.

Questa decisione ha portato a molte discussioni perché ci si chiede se i militari non sarebbero utilizzati meglio in missioni all'estero piuttosto che nelle strade e nelle stazioni.

In questo caso c’è stato un buco nella comunicazione tra i servizi segreti dei Paesi?

Per forza. Però è difficile, si parla di loro quando succede un attentato. È impossibile essere infallibili. A quanto pare la cooperazione tra Francia e Belgio è stata fallimentare, evidentemente c’è stato un problema di comunicazione.

Come ne esce la Francia da questo attentato? Più debole o più forte?

Credo ne esca più forte perché ha rinforzato la nostra determinazione. Sapevamo già il perché del nostro intervento in Siria, ma a posteri ha giustificato alcune nostre azioni. Per esempio la decisione di incrementare i nostri bombardamenti in Iraq e in Siria è stata criticata da alcuni giuristi.

Quindi andava dimostrato che c’era una minaccia imminente che giustificasse il nostro intervento … ed ecco hanno avuto la dimostrazione. Combattevamo in Siria proprio per evitare questo genere di attentati. Purtroppo non ha evitato questo, ma forse i nostri bombardamenti ne hanno evitati altri. Non lo sapremo mai. Sicuramente questo attentato ci ha reso più determinati.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 10 novembre 2015

Sei risposte sul voto indipendentista del parlamento catalano

I deputati del Partito popolare e il leader Xavier Garcia Albiol, a Barcellona, il 9 novembre 2015. (Albert Gea, Reuters/Contrasto)

Tobias Buck, Financial Times, Regno Unito

Il 9 novembre il parlamento regionale della Catalogna ha approvato una controversa risoluzione a favore dei primi passi concreti verso il “distacco” dal resto della Spagna e la creazione di uno stato indipendente. La risoluzione è stata approvata per 72 voti contro 63, una proporzione che riflette la nuova maggioranza indipendentista emersa in parlamento dopo le elezioni regionali del 27 settembre.

Il parlamento catalano ha dichiarato l’indipendenza?

No, quella approvata dal parlamento di Barcellona è stata una “solenne risoluzione” che dichiara l’inizio di un processo formale verso l’indipendenza. Una simile soluzione era attesa e fa chiaramente parte del programma elettorale intorno al quale i partiti indipendentisti hanno fatto campagna elettorale prima del voto di settembre.

Ma la risoluzione raggiunta lunedì si è rivelata molto più decisa di quella inizialmente promessa da Artur Mas, il presidente uscente della regione catalana. Essa afferma, per esempio, che le decisioni della corte costituzionale spagnola non sono più valide in Catalogna. Dà inoltre appena trenta giorni al parlamento per approvare delle leggi che creerebbero un’autorità fiscale e un sistema di previdenza fiscale catalani, i primi passi concreti verso la creazione di uno stato all’interno di quello spagnolo.

Perché tanta fretta?

Paradossalmente, lo stesso movimento indipendentista è spinto ad agire in maniera più decisa e rapida proprio a causa di due punti interrogativi che creano incertezza all’interno del fronte indipendentista. 

Entrambi hanno a che vedere con i risultati delle elezioni di settembre, durante le quali i due principali partiti indipendentisti, il piccolo Candidatura d’unitat popular (Cup) di estrema sinistra e il più ampio e moderato movimento Junts pel Sí, hanno ottenuto insieme il 47,8 per cento dei voti. Questo è stato sufficiente a garantirgli una maggioranza dei seggi nel parlamento regionale ma è un risultato chiaramente lontano dalla maggioranza di cui avrebbero avuto bisogno in un vero e proprio referendum.

Secondo gli analisti il risultato ha reso il fronte degli indipendentisti più determinato a mostrare che il loro obiettivo è ancora intatto. “Devono far vedere che il processo non si ferma. Per questo hanno spinto il piede sull’acceleratore”, ha dichiarato Oriol Bartomeus, politologo all’Università autonoma di Barcellona.

L’altra incertezza dipende dalla chiara divisione ideologica interna agli indipendentisti. Mas e il suo movimento Junts pel Sí non hanno una maggioranza senza il Cup, un partito di estrema sinistra che si oppone all’ingresso della Catalogna nella Nato e nell’Unione europea.

Secondo molti osservatori la risoluzione del 9 novembre è il prezzo che Mas e altri nazionalisti più moderati devono pagare per mantenere “a bordo” il Cup e garantire l’unità della campagna per l’indipendenza. Ma questo significa anche che la coesione interna del movimento è oggi minacciata. Mas è stato tradizionalmente sostenuto dal mondo imprenditoriale catalano e dagli elettori di classe media della regione. Pare che le principali figure dell’economia, e molti degli ex alleati del presidente tra i nazionalisti moderati, siano inorriditi dalla piega che hanno ultimamente preso le cose. Privatamente alcuni accusano Mas di avere, di fatto, ceduto le redini del movimento indipendentista a un gruppo di estremisti.

Come ha reagito Madrid?

Mariano Rajoy, il primo ministro spagnolo, ha chiarito il 9 novembre che il suo governo chiederà alla corte costituzionale spagnola di annullare la risoluzione. “La Catalogna non si staccherà e non ci sarà una secessione”, ha dichiarato.

Al tribunale occorreranno mesi per emettere una sentenza, e nel frattempo la risoluzione sarà sospesa. Ed è qui che le cose potrebbero complicarsi. Se il parlamento catalano decidesse di agire conformemente alla risoluzione, sfidando la più alta corte spagnola, la risposta di Madrid (politica, finanziaria e legale) potrebbe essere davvero molto dura.

Alcuni ministri hanno già ventilato la possibilità di tagliare il sostegno finanziario alla regione. La corte costituzionale spagnola, intanto, ha il potere d’imporre sanzioni contro i singoli dirigenti che si sottraggono alle sue decisioni. Ma chi farà rispettare tali sanzioni? Le forze di polizia catalane saranno disposte a impedire al presidente del parlamento catalano l’ingresso in aula? Sarà Madrid a ordinare alla polizia nazionale di farlo?

Sembra una cosa piuttosto pericolosa.

Lo è, ed è probabilmente ragionevole affermare che mai, negli ultimi anni, funzionari e osservatori sono stati così preoccupati dalla situazione. La tensione è alta, i nervi sono tesi e il margine di manovra si riduce ogni giorno. Ma vale anche la pena ricordare che entrambi gli schieramenti si sono abbastanza abituati a gestire il conflitto senza giungere a un vero scontro. Negli ultimi tre anni ci sono stati vari momenti di alta tensione, anche a proposito di dichiarazioni e decisioni della corte costituzionale, seguiti però da mesi di relativa calma.
Cosa sperano di ottenere in definitiva i dirigenti catalani?

All’interno del movimento indipendentista appare sempre più chiaro che Madrid non accetterà mai una separazione “concordata”, sul modello del referendum scozzese del 2014. I leader indipendentisti affermano inoltre che, nel perseguire i loro obiettivi, non ricorreranno mai alla violenza.

Non rimane che l’intervento esterno come unica strada possibile per l’indipendenza e la creazione di uno stato catalano. Per ora, niente suggerisce che l’Unione europea o i governi dei singoli paesi vogliano essere coinvolti. Anzi, Angela Merkel e altri leader europei hanno ripetutamente affermato il loro sostegno nei confronti dell’unità spagnola e che tutte le parti in causa devono restare fedeli alla costituzione. Ma è possibile che una crisi modifichi le loro posizioni? È sicuramente quello che sperano alcuni dirigenti catalani oggi determinati ad aumentare la pressione proprio per questo motivo.

Chi potrebbe trarre vantaggio dallo stallo attuale?

In termini politici, è probabile che l’aumento delle tensioni vada a vantaggio, innanzitutto, di Rajoy. Il primo ministro spagnolo dovrà affrontare le elezioni politiche il 20 dicembre e considera lo stallo catalano, insieme alla ripresa economica spagnola, come una delle sue carte vincenti. Spera che la maggioranza degli elettori fuori della Catalogna lo ricompenserà per la sua decisa difesa dell’unità spagnola. A dicembre Rajoy si troverà di fronte dei candidati giovani e perlopiù inesperti, quasi tutti sui trenta o al massimo quarant’anni. Con il deciso aumento della tensione politica, i suoi anni d’esperienza di governo potrebbero, in fin dei conti, essere apprezzati.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Fonte: Internazionale

martedì 27 ottobre 2015

I comitati antivaccino: una posizione tutta da spiegare


Stefano Montanari

A proposito dell’intervista rilasciata a Vitalmicroscopio che invito a leggere (http://www.stefanomontanari.net/sito/blog/2761-ancora-unintervista-sui-vaccini.html) mi scrive il sig. Francesco Bettinelli: “…Vorrei chiederle un chiarimento su un suo passaggio che mi ha incuriosito: "Dall’altra parte i comitati antivaccino continueranno a piagnucolare senza fare nulla di efficace pur disponendo di armi che, se fossero usate correttamente, sarebbero devastanti." Quali sarebbero secondo lei queste armi?”
Pur avendo toccato il tema innumerevoli volte, evidentemente non sono stato abbastanza efficace per essere compreso. Ecco, allora, che, invece di rispondere al solo sig. Bettinelli, scrivo per chiunque abbia la voglia e la pazienza di leggermi, sperando finalmente di essere compreso e di chiudere la vicenda.....

Ripeto per l’ennesima volta che io ritengo l’invenzione dei vaccini qualcosa di geniale. Ritengo, però, che come sono preparati oggi, come sono somministrati oggi e come sono illustrati oggi i vaccini siano tradimenti per la Medicina e uno schiaffo all’onestà con diverse incursioni nella peggiore criminalità. Di questo ho parlato e scritto innumerevoli volte e, se non altro per non annoiare persino me stesso, non ci torno più sopra. E, allora, come ho sempre sottolineato, tra genialità e crimine è indispensabile fare chiarezza senza riguardo per chi, in qualunque modo, fa i soldi con i vaccini o per chi ottiene posizioni di potere o anche solo per chi dei vaccini ha un concetto quasi religioso. È un fatto che la chiarezza, certo non difficile da ottenere, non la vuole nessuno.
Che non la vogliano le industrie farmaceutiche, pur nell’estremo disprezzo che merita la loro posizione, è in qualche modo comprensibile, e pure lo è l’evidenza che, con loro, non la vogliano tutti i personaggi i quali, su piani diversi e per le dimensioni più disparate, ruotano intorno alla montagna sempre crescente di denaro che i vaccini generano. Medici criminali, medici ignoranti, medici senza spirito critico, medici avidi, politici immorali, burocrati degli enti di cosiddetto controllo, funzionari delle ASL, giornalisti e semplici blogger sono categorie corposamente rappresentate tra i pianeti, i pianetini e gli asteroidi di cui sopra. A questi si uniscono non poche persone comuni.
A fronteggiare quello schieramento c’è quello contrapposto di chi dichiara che i vaccini sono responsabili di un’infinità di disgrazie, alcune fondate, altre ragionevoli, altre fantasiose. Io non ho mai nascosto il mio più fiero disprezzo nei confronti della categoria di quelli che chiamerò “vaccinisti” , ritenendoli in diverse circostanze dei veri e propri criminali, ma devo aggiungere che nemmeno i vari comitati degli “antivaccinisti” ad oltranza mi sono simpatici. A mio parere questi ultimi dovrebbero insistere per quella chiarezza mai data e dovrebbero, per questo, costringere all’angolo istituzioni come l’Istituto superiore di sanità o personaggi come l’ineffabile professoressa Susanna Esposito generosamente sponsorizzata da Big Pharma così come si è esibita nel corso della famigerata trasmissione di Italia 1 chiamata Open Space. E, per farlo, basterebbe presentare i risultati delle analisi che noi stiamo conducendo da anni sui vaccini, facendolo non in una registrazione TV dove il conduttore, fin troppo spesso di regime, può fare il bello e il cattivo tempo e dove si possono effettuare tagli a volontà prima di andare in onda, ma in una sede pubblica al cospetto di chi voglia intervenire e porre domande. Ricordo che così si fece a Dublino quando si mandò all’aria il progetto già regolarmente approvato di costruire un inceneritore di rifiuti. Certo, noi italioti non abbiamo lo stesso concetto di democrazia degl’irlandesi. Da noi democrazia significa che chiunque può esternare opinioni su qualunque argomento, anche i più tecnicamente complessi, pretendendo e ottenendo di essere presi per esperti credibili e autorevoli pur sapendone meno di zero. In tutto questo marasma di chiacchiere, l’esperienza insegna che nessuno, assolutamente nessuno, è in grado di giustificare le porcherie che troviamo nei vaccini e, allora, non si vede perché i comitati dovrebbero tralasciare quell’arma. A meno che non ci siano ragioni da non rivelare e di cui io non sono al corrente. Il fatto innegabile è che assolutamente nessun comitato si è mosso per andare a curiosare che cosa c’è nei vaccini.
Sempre a mio parere, bisognerebbe smettere di dare spazio e credito a personaggi intrisi di boria e d’ignoranza come Paolo Mieli, un giornalista che si è sempre occupato di politica ma che, per motivi noti solo a lui, si è lanciato in un pistolotto sul Corriere della Sera del 20 ottobre scorso a difesa dei vaccini talmente assurdo da cadere nel ridicolo. Assurdo, però, solo per i veri addetti ai lavori, cioè coloro che non lucrano scegliendo una posizione piuttosto che un’altra, perché tanto popolo bue è disposto a regalare credito anche al signor Mieli quando spara sciocchezze su argomenti a lui palesemente ignoti. A questo proposto la dottoressa Gabriella Lesmo ha scritto un articolo molto esaustivo contestando le stravaganze del tuttologo di turno nell’illusione che costui non solo lo leggesse ma addirittura capisse che cosa lei, pediatra e vera esperta di vaccini, scrive (http://autismovaccini.org/2015/10/21/vaccini-scienza-coscienza-e-complottismo/). Pia illusione, appunto, perché quello di vaccini sa meno di una comare da cortile, di Medicina sa ancora meno e di metodo scientifico non ha mai sentito parlare nei salottini buoni che frequenta con profitto e, quindi, non esiste.
Dall’altra parte della barricata, tuttavia, non si fa meglio. A me capitò un paio di volte di partecipare a convegni indetti dagli antivaccinisti e, al di là di chi era titolato a parlare perché in un modo o nell’altro era esperto dell’argomento, sfilavano sul palco e nei corridoi personaggi a dir poco imbarazzanti, dai sedicenti laureati che mai hanno messo piede in un laboratorio di ricerca secondo cui la scienza è quello che inventano loro alle mamme con una quinta elementare in bacheca che sparano patetiche idiozie pretendendo che quelle valgano perché loro hanno un figlio autistico o morto di cancro. Ecco: sono proprio quei personaggi a far sì che chi vuole la chiarezza che io invoco sia strumentalmente confuso con gli antivaccinisti ad oltranza e non ottenga ascolto quando non, addirittura, ricavi sberleffi. Del resto, gli stravaganti pseudoscienziati e le mamme addolorate sono bersagli fin troppo facili per gli “scienziati” a gettone e per i giornalisti che non si vergognano a fare da bambolotto dei ventriloqui disposti a dare loro un’elemosina.
A questi si aggiungono associazioni come I Bambini delle Fate, capaci di raccogliere palate di quattrini fingendo di fare ricerca sull’autismo e, di fatto, agendo in modo che la ricerca non sia fatta e fornendo così una sponda importante a chi continua allegramente ad arricchirsi a spese della salute e della vita stessa di tutti.
Insomma, in questo modo non si va da nessuna parte ed è così che Big Pharma e tutta la sua corte dei miracoli stravincono la partita. stefanomontanari.net

Fonte: Lo spergiuro d'Ippocrate

Segnalazione di Marco Cedolin

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venerdì 23 ottobre 2015

Marino: «Se si faranno le primarie, possibile che ci sia anch’io»

Il sindaco di Roma non molla


Ignazio Marino conferma la possibilità e l’intenzione di ricandidarsi ancora alle Elezioni Comunali a Roma. Il sindaco della Capitale in un’intervista a Repubblica ha affermato: se si tornasse al voto e «se si faranno le primarie nel Pd» per scegliere il candidato «è possibile che ci sia anche io».

IGNAZIO MARINO: «MAI USATO DENARO PUBBLICO PER FINI PRIVATI» - Nell’intervista Marino dimostra di voler prendere ancora tempo per decidere se lasciare la poltrona di sindaco. A 11 giorni dalle dimissioni il primo cittadino dice: «La legge mi dà 20 giorni per verificare se la mia esperienza è davvero finita o se ci sono le condizioni per rispettare il partito che mi ha eletto alle primarie col 52%, parlo del Pd e di Sel, e al ballottaggio col 64%». E ancora: «Io sono un nativo del Pd, e penso che questa sia una crisi politica, che vada riportata dentro i confini della politica. È una questione che deve essere valutata dal Pd». «Questa – dichiara Marino – è la sfida della mia vita, e io voglio vincerla. Ma tocca agli eletti dal popolo, alla mia maggioranza, dirmi se questa esperienza deve proseguire o deve essere interrotta». Sull’accusa di peculato poi il sindaco ribadisce: «Non ho mai, ripeto mai, usato denaro pubblico a fini privati. Mi sono dimesso perché volevo andare dai magistrati senza alcuna protezione formale».

IGNAZIO MARINO: «TRA QUALCHE GIORNO ARRIVANO 38 MLN DI EURO» Marino parla anche di trasporti: «Tra qualche giorno – spiega – nelle casse del Comune di Roma entreranno 38 milioni di euro. E anche grazie a questi soldi potremo comprare nuovi autobus, riparare le linee delle metropolitane». «Nel 2003 un debitore che doveva dare al Comune circa 30 milioni di euro disse: ‘Non ho i soldi, vi do in pegno questo rocchetto di nichel che vale questa cifra’. Bene, ora l’abbiamo venduto».

(Foto: ANSA / MASSIMO PERCOSSI)

Fonte: Giornalettismo

“Danneggia l’immagine della Calabria“, i sindaci della locride contro la programmazione di “Anime nere” su Sky

I primi cittadini di Locri, Staiti e Sant’Agata del Bianco hanno annunciato azioni legali contro Sky per la decisione di voler trasmettere il film di Francesco Munzi che racconta la ‘ndrangheta calabrese

di Gaetano Moraca

Il cast di “Anime Nere” al Festival del Cinema di Venezia (Getty Images/Pascal Le Segretain)

Quello che accade al Sud, in questo caso in Calabria, ha spesso qualcosa di molto vicino al teatro dell’assurdo. Più o meno un anno fa, alla settantunesima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il film di Francesco Munzi Anime Nere, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, è stato scelto nella rosa dei quattro film italiani in concorso. Dopo di che è sbarcato al Toronto Film Festival, ha fatto incetta di premi a destra e a sinistra (tra cui 9 David di Donatello), è stato tradotto il 19 Paesi, accolto da una plaudente stampa internazionale.

Il libro è stato addirittura pubblicato nel 2008, dalla calabrese Rubbettino. Ma ora, in seguito alla decisione di Sky di inserire il film di Munzi a rotazione nella propria programmazione, alcuni sindaci della locride (in cui è ambientata la storia) hanno ritenuto inaccettabile questa decisione che, a loro dire, danneggia gravemente l’immagine di un’intera regione.

Anime nere, per chi non lo sapesse, racconta la ’ndrangheta calabrese senza retorica né sconti ad alcuno. E lo fa dall’interno di una famiglia malavitosa, mettendo in risalto le tragiche dinamiche parentali. Intervistati da Klaus Davi, tre sindaci della locride hanno fatto sapere di non aver gradito la decisione di Sky. A oltre un anno dall’uscita del film, a oltre sette da quella del libro. La potenza del piccolo schermo?

"Intervistati da Klaus Davi, tre sindaci della locride hanno fatto sapere di non aver gradito la decisione di Sky. A oltre un anno dall’uscita del film, a oltre sette da quella del libro. La potenza del piccolo schermo? 

Nell’intervista, apre le danze il primo cittadino di Locri, Giovanni Calabrese, visibilmente piccato. Di Anime nere parla come di «un servizio pessimo alla Calabria e ai calabresi, perché descrive una situazione fuori dalla realtà, creando un danno d’immagine a un’intera regione. Questo film descrive situazioni di degrado morale oggi non più reali. Non sto dicendo che la mafia non esiste, ma queste descrizioni ci rendono ancora più difficile uscire dalla nostra situazione». Gli fa eco il sindaco del microscopico comune di Staiti, Antonio Domenico Principato, che afferma: «Gli uomini della malavita organizzata sono una sparuta minoranza, il film dà un’immagine troppo nera della Calabria. Io faccio il sindaco da tre anni e non ho mai avuto nessun problema. Inoltre i pastori non sono quelli descritti nel film, che tengono le capre allo stato brado, ma lavorano anche con tecnologie avanzate. Non escludiamo una diffida nei confronti di Sky».

Più pacato invece Giuseppe Strangio, sindaco di Sant’Agata del Bianco e presidente dell’Associazione dei Comuni della locride: «Già il libro mi era sembrato molto greve come denuncia sociale, il film lascia parecchio sgomenti per la durezza delle immagini. Andare in giro e sentirsi etichettati come ‘ndranghetisti, criminali e trafficanti di droga non è una bella cosa. Sky dovrebbe mandare anche altri messaggi, dando voce a tutte le nostre attività legate alla legalità per esempio. Il rischio è che si cada nel banale, riducendo la Calabria a solo quello che si vede nel film».

"Carlo Freccero: “Affermare che Anime nere non debba essere programmato perché lede l’immagine della Calabria è assolutamente sbagliato. Guardiamo agli Stati Uniti, dove ormai il pensiero critico passa soprattutto attraverso fiction e cinema. Serie tv come Breaking Bad e House of cards rappresentano una presa di coscienza collettiva su fenomeni importanti”

Il film intanto è il primo – e su questo la Calabria è incredibilmente in ritardo – a parlare apertamente della ‘ndrangheta. Criaco, che ora in giro per promuovere il nuovo libro Il saltozoppo (Feltrinelli), narra la criminalità organizzata calabrese con la perizia del sociologo, la saggezza dell’antropologo e i toni del poeta tragico, cercando di scovare sempre le origini di quel male.

Come ha ribattuto Carlo Freccero, esperto di tv e comunicazione (e dall’estate scorsa consigliere d’amministrazione Rai) durante la conferenza su tv e informazione organizzata nell'ambito del “Tropea Festival Leggere & Scrivere”, «affermare che Anime nere non debba essere programmato perché lede l’immagine della Calabria è assolutamente sbagliato. Guardiamo agli Stati Uniti, dove ormai il pensiero critico passa soprattutto attraverso fiction e cinema. Serie tv come Breaking Bad e House of cards rappresentano una presa di coscienza collettiva su fenomeni importanti. Allo stesso modo in Italia, la serie tv La Piovra, negli anni Ottanta e Novanta ha consentito agli italiani di comprendere cosa fosse la mafia più di quanto abbiano fatto le inchieste giudiziarie».

Fonte: Linkiesta.it

lunedì 19 ottobre 2015

Erri De Luca è stato assolto dall’accusa di istigazione al sabotaggio per la sua frase sulla TAV

"Perché il fatto non sussiste". De Luca aveva detto in un'intervista che «la TAV va sabotata»

Erri De Luca, 28 gennaio 2015 (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Erri De Luca, scrittore 65enne, è stato assolto dal tribunale di Torino per le sue frasi contro la linea ferroviaria ad alta velocità TAV “perché il fatto non sussiste”. L’accusa era di isti­ga­zione al sabotaggio: De Luca aveva affer­mato in un’intervista nel settembre del 2013 all’Huffington Post che «la TAV va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti». I pubblici ministeri Andrea Padalino e Antonio Rinaudo avevano chiesto, lo scorso 21 settembre, una condanna a 8 mesi con le attenuanti generiche perché lo scrittore «con la forza delle sue parole ha sicuramente incitato a commettere reati».

All’inizio dell’udienza di oggi De Luca ha letto una dichiarazione spontanea: «Confermo la mia convinzione che la linea sedicente ad Alta Velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua». De Luca ha più volte detto che in caso di condanna non avrebbe fatto ricorso in appello né avrebbe presentato domanda di grazia («Ci sono detenuti che meritano davvero la grazia, e non è il mio caso»). De Luca è da molti anni uno dei personaggi più noti ad aver preso posizione netta a favore degli attivisti No TAV, che contestano i cantieri dell’Alta Velocità della Val di Susa in Piemonte. Dopo l’intervista all’Huffington Post, la Lyon-Turin ferroviarie (Ltf), la società che lavora alla tratta comune della linea ad alta velocità Torino-Lione, aveva deciso di denunciare lo scrittore costituendosi poi parte civile. Nel giugno del 2014 De Luca era stato rinviato a giudizio e il processo era iniziato lo scorso 28 gennaio.

La versione di Erri De Luca
De Luca – che sulla sua vicenda ha scritto anche un libro, «La parola contraria» – fin dal suo primo interrogatorio si era difeso insistendo sul significato della parola “sabotare” – «il verbo è un verbo nobile», aveva detto – spiegando che in italiano la parola “sabotare” ha più di un significato e che lui l’aveva usata facendo riferimento al suo significato più vicino a quello di “intralciare”: «Il primo [significato] che risulta è quello di danneggiamento materiale. Gli altri sono intralciare, impedire e ostacolare. Ritengo di aver detto che la TAV [..] vada ostacolata, impedita e intralciata e perciò di fatto sabotata. Con cesoie e molotov? Evidentemente no. L’intralcio che dura da più di venti anni è stato attuato da una comunità unanime, che finora è riuscita a sabotare l’opera. Se il sabotaggio avvenisse con le cesoie l’opera sarebbe già conclusa da un pezzo».

Uno dei principali argomenti degli avvocati di De Luca, dello scrittore stesso e anche dei suoi sostenitori al di fuori del tribunale è poi che l’articolo del codice penale a cui l’accusa ha fatto riferimento è del 1930, di epoca fascista, e che il principio che sarebbe stato necessario tutelare in questo specifico caso è quello contenuto nell’articolo 21 della Costi­tu­zione, sulla libertà di mani­festa­zione del proprio pen­siero.

A conclusione di una delle udienze del processo l’avvocato di De Luca, Gianluca Vitale, ha concluso citando la frase «On n’arrête pas Voltaire» («Non si arresta Voltaire»), pronunciata dal generale De Gaulle nel 1968 per sostenere la libertà di manifestazione del pensiero. Vitale ha detto: «Questo processo è importante perché parliamo di libertà di manifestazione del pensiero e perché l’Italia sta affrontando un esame con questo processo: le chiedo, giudice, di decidere se le parole di De Luca, che inducono a una riflessione, possano essere pronunciate in un sistema democratico. Se la risposta è sì, allora Voltaire può continuare a esprime sue idee. Se è no, allora Voltaire può essere arrestato».

La posizione di De Luca è ben riassunta in questa sua recente intervista fatta da Corrado Formigli a Piazza Pulita:



In questi ultimi mesi Erri De Luca è stato difeso pubblicamente da diversi scrittori e personaggi pubblici. Molti intellettuali francesi, oltre a François Hollande, alla sindaca di Parigi, a Salman Rushdie e a Paul Auster hanno firmato un appello, “Liberté pour Erri De Luca”, in nome della libertà d’espressione. De Luca ha invece più volte fatto notare il mancato sostegno di molti scrittori e intellettuali italiani («un’assenza che si nota, si sono presi la responsabilità della loro assenza»).

La versione dell’accusa
I pubblici ministeri Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, durante le varie udienze, hanno cercato di dimostrare convocando diversi testimoni, compreso l’ex dirigente della Digos, Giuseppe Petronzi, che gli assalti al cantiere della TAV si sono intensificati dopo la pubblicazione delle dichiarazioni di De Luca sul sabotaggio. L’accusa – che ha chiesto il minimo della pena, cioè otto mesi di carcere – ha parlato più volte «di forza sug­ge­stiva» ricor­dando che nel set­tem­bre del 2013 dopo le frasi incri­mi­nate si sono veri­fi­cate tre azioni con­tro delle aziende al lavoro sulla TAV.

Il presupposto dell’accusa era che quelle parole non sono state «pronunciate da uno qualunque. Quando il signor De Luca parla, le sue parole hanno un peso determinante». E ancora: «Mi pare inevitabile che queste parole siano dirette a incidere sull’ordine pubblico. De Luca ha peso, pregnanza, possibilità di incidere sulla volontà di altri e con la forza delle sue parole ha sicuramente incitato a commettere reati».

Fonte: Il Post