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mercoledì 21 febbraio 2018

Una terza persona si è dimessa per l’inchiesta di Fanpage sui rifiuti in Campania

È il presidente di una società pubblica che gestisce rifiuti in Campania: nel video girato dall'infiltrato del giornale un suo collaboratore sembra accettare una tangente


Negli ultimi giorni tre persone si sono dimesse dai loro incarichi pubblici in seguito all’inchiesta del giornale online Fanpage sulla gestione dei rifiuti in Campania. L’ultimo è stato Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, e protagonista del terzo video pubblicato da Fanpage in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50 mila euro.

Iacolare è il terzo personaggio pubblico a dimettersi in seguito all’inchiesta del giornale online di Napoli. Prima si era dimesso Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Domenica si era dimesso Roberto De Luca, assessore al Bilancio del comune di Palermo e figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la persona più importante tra quelle finora coinvolte nell’inchiesta.

Il suo avvocato lo ha difeso scrivendo ai giornali che Iacolare «ha incontrato in un’unica occasione una persona a lui presentata come un imprenditore, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose per lo smaltimento dei fanghi reflui. Come emerge chiaramente dalla visione del filmato, lo Iacolare non ha né chiesto né accettato alcuna somma di denaro». La conversazione mostrata nel filmato «verte unicamente sulla possibilità di applicare un prezzo più conveniente» e solo nel secondo segmento, quello che riporta un colloquio tra l’avvocato Oliviero e il sedicente imprenditore ,«si parla di un accordo economico»: ma «se tale accordo vi è stato, esso è avvenuto all’insaputa dello Iacolare, per cui dovrà essere eventualmente l’avvocato Oliviero a spiegare le circostanze riferibili alla sua condotta», conclude l’avvocato di Iacolare.

Nell’inchiesta del giornale, che dovrebbe comprendere in tutto sette video, Fanpage ha utilizzato come “infiltrato” e agente provocatore un ex camorrista con esperienza nel traffico dei rifiuti e collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella. Nell’introduzione all’inchiesta, Perrella racconta che avrebbe voluto usare la sua esperienza per smascherare i politici agli ordini della procura, ma spiega di non avere ottenuto il permesso. Per questa ragione si è accordato con Fanpage e, con l’aiuto dei giornalisti della testata, si è finto per settimane un imprenditore nel settore dei rifiuti riuscendo a organizzare appuntamenti e incontri con numerosi politici della regione, proponendo loro affari e tangenti. Utilizzare “agenti provocatori” per spingere le persone a commettere reati è illegale in Italia, e per questo l’autore dell’inchiesta Sacha Biazzo e il direttore di Fanpage Francesco Piccinini sono indagati.

L’episodio che ha suscitato più clamore fino a oggi è il primo, quello che riguarda Roberto De Luca. Durante l’incontro Perrella finge di voler proporre la propria azienda, «una multinazionale», per lo smaltimento di ecoballe (cilindri di grosse dimensioni in cui si compattano i rifiuti solidi urbani, trattati eliminando le parti non combustibili e le materie organiche) all’estero, e per questo fa organizzare un incontro con De Luca.

Nell’incontro – ripreso da Fanpage con una telecamera nascosta indosso a Perrella – non si parla di tangenti: Perrella però ne parla in un secondo momento, sempre ripreso, con Colletta, un ex candidato alle elezioni comunali di Angri (Salerno) con il centrodestra. Colletta viene presentato a Perrella come «socio in affari di Roberto De Luca» e dal video sembrerebbe alludere al fatto che nella tangente sia compresa una parte per Roberto De Luca. De Luca non dice nulla di compromettente nel video, ma è stato criticato per la facilità con cui ha concesso un incontro a Perella e per il fatto che abbia discusso con lui di rifiuti, una materia che, in quanto assessore al Bilancio, non avrebbe dovuto riguardarlo.

Sulla gestione dei rifiuti in Campania è in corso anche un’inchiesta della procura di Napoli. Tra gli indagati ci sono il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Luciano Passariello, candidato alla Camera alle elezioni del prossimo 4 marzo e accusato di corruzione. Di lui si parlava nel primo video dell’indagine di Fanpage, pubblicato il 16 febbraio. Secondo i giornali risultano coinvolti nelle indagini anche degli imprenditori, un commercialista e alcuni dipendenti della società regionale Sma (la società il cui presidente, Biagio Iacolare, si è dimesso ieri). In totale gli indagati sarebbero una decina di persone. L’indagine è coordinata dal procuratore Giovanni Melillo con il procuratore Giuseppe Borrelli e i pubblici ministeri Ilaria Sasso del Verme, Sergio Amato, Celeste Carrano, Ivana Fulco e il controverso magistrato Henry John Woodcock.

Fonte: Il Post

giovedì 25 gennaio 2018

Due anni di indagini su Giulio Regeni

A che punto siamo nella ricostruzione di chi nel 2016 ha rapito, torturato e ucciso un ricercatore italiano al Cairo

(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

La sera del 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, un ricercatore italiano dell’università di Cambridge, scomparve al Cairo mentre stava lavorando alla sua tesi di dottorato sui sindacati egiziani. Il suo corpo venne trovato nove giorni dopo, il 3 febbraio. Era stato abbandonato ai lati di una strada e sul corpo c’erano i segni di innumerevoli torture. «Ho riconosciuto mio figlio solo dalla punta del naso», ha raccontato sua madre, Paola Regeni. Due anni dopo, nonostante i forti sospetti sul coinvolgimento delle autorità egiziane nel sequestro e nell’omicidio, non si conoscono ancora i responsabili e le indagini sembrano essere arrivate a un punto morto.

Cosa sappiamo degli ultimi giorni di Regeni
Alle 19.41 del 25 gennaio Regeni mandò un messaggio alla sua ragazza: «Esco». Fu il suo ultimo messaggio, scritto mentre stava raggiungendo a piedi la fermata della metropolitana più vicina a casa sua. Regeni, che aveva 28 anni, viveva in un appartamento nel quartiere Dokki di Giza, una città a una ventina di chilometri a sud-ovest del Cairo. Era uscito per raggiungere la festa di compleanno di un amico, organizzata vicino a piazza Tahir, la piazza più importante del Cairo.

Regeni era stato a casa tutto il giorno, anche perché il 25 gennaio non era una data come le altre: era il quinto anniversario della rivoluzione del 2011, quella che portò alla caduta di Mubarak e alla successiva ascesa dei Fratelli Musulmani. La situazione non era tranquilla, come tutti i 25 gennaio dal 2011 a oggi: nelle ore precedenti la polizia egiziana aveva compiuto migliaia di perquisizioni per bloccare iniziative e proteste contro il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi. Il quartiere un po’ periferico dove viveva Regeni, comunque, non ne era stato coinvolto. Regeni scomparve quella sera nel tragitto da casa sua al posto dove era stata organizzata la festa con gli amici. Su quello che accadde tra la sera del 25 gennaio e il 3 febbraio ci sono solo sospetti.

Quello che sappiamo per certo era il motivo per cui Regeni si trovava in Egitto. Stava lavorando a una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti, un tema politico molto delicato in Egitto. Regeni cominciò a studiare i venditori di strada adottando un approccio conosciuto come “ricerca partecipata”, un metodo che prevede di trascorrere molto tempo con i soggetti della ricerca. Una data che sembra importante nella ricostruzione di quello che successe dopo è l’11 dicembre 2015, quando Regeni partecipò a un incontro pubblico e autorizzato sui sindacati indipendenti. Accaddero due cose: la prima è che Regeni fu impressionato dagli argomenti e dall’energia emersi dalla riunione, e ci scrisse sopra un articolo con frasi abbastanza forti; la seconda è che durante l’incontro a un certo punto gli si avvicinò una donna con il velo e lo fotografò. Regeni non era tra gli oratori e l’episodio lo mise in agitazione, raccontarono alcuni amici.

Poi successe un’altra cosa. Nell’autunno 2015 Regeni aveva ottenuto un finanziamento di 10mila sterline da una fondazione britannica che si occupa di progetti di sviluppo. Era una somma di denaro che Regeni avrebbe potuto usare come sostegno per le ricerche del suo dottorato e come aiuto per le persone che stava studiando. Ne parlò con Mohamed Abdallah, uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, che però si mostrò interessato più ai soldi che al progetto in sé. Il 7 gennaio Abdallah denunciò Regeni alle autorità egiziane. Dopo la morte di Regeni, Abdallah raccontò a un giornale egiziano di averlo fatto per proteggere il suo paese, ma insistette nel dire di non essere una spia. Gli egiziani hanno ammesso di aver indagato Regeni ma sostengono che il caso fu archiviato dopo tre giorni, senza conseguenze.

In risposta all’omicidio e ai depistaggi compiuti dalle autorità egiziane, nell’estate del 2016 il governo Renzi decise di ritirare l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari. Nell’agosto 2017, dopo circa un anno di assenza e in seguito a una maggiore collaborazione da parte della procura di Giza, il governo ha nominato un nuovo ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini.

Le indagini
Le indagini condotte dalle autorità egiziane produssero quello che la procura di Roma, che collabora con la procura di Giza, ha definito una lunga sequenza di tentativi di depistaggio. La procura egiziana disse in un primo momento che Regeni era morto in un incidente stradale. La tesi fu smentita quando venne eseguita l’autopsia in Italia: Regeni era morto per lo spezzamento del collo, dopo essere stato sottoposto a numerose torture. I suoi denti erano stati spezzati, le sue mani fratturate. Gli investigatori italiani arrivati in Egitto furono ostacolati in ogni modo. Non gli venne permesso di interrogare i testimoni, se non in presenza della polizia egiziana e per pochi minuti. La procura di Giza richiese troppo tardi i video delle telecamere che si trovavano vicino al luogo della sparizione: i filmati di quella notte, a quel punto, risultavano essere già stati cancellati.

Ma il caso di despitaggio più clamoroso fu il modo in cui vennero ritrovati i documenti di Regeni. Il 24 marzo il ministro degli Interni egiziano scrisse su Facebook che il caso era risolto: i colpevoli erano quattro membri di una banda criminale «specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi». I sequestratori erano stati tutti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, quindi non poterono fornire la loro versione.

Il governo egiziano diffuse comunque le foto del passaporto di Regeni, della sua carta d’identità italiana, di una carta di credito e del suo tesserino dell’Università di Cambridge, tutto materiale che secondo gli agenti era stato trovato in possesso del gruppo di criminali. La ricostruzione, però, non resse che pochi giorni. Venne fuori che al momento della scomparsa di Regeni il capo della banda criminale si trovava a più di 100 chilometri dal luogo del sequestro. E c’erano altre cose che non tornavano: per esempio le autorità egiziane non seppero spiegare il motivo per cui dei criminali comuni avrebbero dovuto torturare Regeni per una settimana intera prima di ucciderlo.

L’attività degli investigatori italiani portò comunque qualche risultato, scrivono Carlo Bonini e Giulio Foschini su Repubblica.


Oggi sappiamo che Giulio fu oggetto di una stringente attività di spionaggio ingrassata dalla paranoia degli apparati del regime egiziano alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Che quella attività fu alimentata dal tradimento di chi Giulio si fidava, l’allora leader del sindacato degli ambulanti, Mohammed Abdallah (uomo dal passato miserabile e dal presente disperato, in cerca di denaro facile per sostenere l’operazione di cancro di sua moglie), pronto a venderlo nella sua veste di informatore di polizia e Servizi. Che a consegnare a Giulio la patente di “spia”, quale non era, per conto dei Servizi britannici, fu la “”colpa” del suo lavoro di ricerca condotto per l’università di Cambridge. Che della “pratica Regeni” si occupò la National security agency, il servizio segreto civile che aveva e ha come suo referente politico il ministro dell’Interno Abdel Ghaffar, l’altra figura chiave del regime con il presidente Al Sisi e contraltare di quest’ultimo. Che il regime egiziano per due anni ha depistato le indagini, arrivando a concepire e consumare la macabra messa in scena della morte di cinque innocenti da offrire all’Italia come responsabili della morte di Giulio.


Queste informazioni, scrivono i due giornalisti di Repubblica, provengono da «un’informativa dello Sco della Polizia e del Ros dei Carabinieri consegnata e condivisa dalla Procura generale del Cairo, nel dicembre scorso, che identifica nove, tra poliziotti e agenti dei Servizi, che aldilà di ogni ragionevole dubbio, furono coinvolti quantomeno nel sequestro di Giulio».

Le inchieste dei giornali
Accanto alle indagini ufficiali, nel corso degli ultimi due anni sono state pubblicate diverse inchieste giornalistiche. Del caso si è occupata l’agenzia di stampa Reuters che nell’agosto 2016 pubblicò uno dei primi articoli a sottolineare l’importanza dei rapporti di Regeni con i sindacati dei venditori ambulanti. A ottobre dello stesso anno il Guardian pubblicò una lunga ricostruzione dell’intera vicenda, in cui il giornalista Alexander Stille scrisse che la causa della morte di Regeni era probabilmente dovuta al clima di paranoia che in quel periodo stava vivendo il regime egiziano, quando le agenzie di sicurezza sospettavano qualsiasi straniero di essere una spia e un potenziale complice di forze rivoluzionarie.

Tra dicembre e gennaio, media arabi ed egiziani raccontarono la storia di Abdallah, il sindacalista che aveva denunciato Regeni. Fu pubblicato anche un video, che mostrava il sindacalista chiedere dei soldi al ricercatore egiziano, mentre nell’agosto del 2017, il New York Times scrisse che il governo italiano aveva ricevuto informazioni da quello americano sul coinvolgimento dei servizi segreti egiziani nella sparizione. Il governo italiano disse però che erano informazioni generiche, senza riscontri.

Anche la stampa italiana si è occupata a lungo del caso, seguendo le indagini della polizia e dei carabinieri italiani in Egitto e quelle della procura di Roma. Oltre a concentrarsi sulle responsabilità del governo egiziano, i giornalisti italiani si sono occupati a lungo dei professori di Regeni, accusandoli spesso di averlo “mandato allo sbaraglio”, spingendolo a fare ricerche in un ambiente molto rischioso. Alcuni quotidiani sono arrivati a suggerire che Regeni potesse essere stato manipolato e utilizzato più o meno inconsapevolmente come spia dai suoi professori. L’Università di Cambridge ha sempre respinto le accuse e ha difeso la professionalità di Regeni, sostenendo che era del tutto qualificato per il suo compito. Anche la procura di Roma ha seguito questa pista, interrogando e sequestrando diverso materiale alla professoressa Rabab El Mahdi, tutor di Regeni. Per il momento però non sono emerse prove di un comportamento scorretto da parte dell’università.

La situazione oggi
In una lettera al Corriere della Sera pubblicata oggi, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone spiega l’attuale stato delle indagini e la loro difficoltà. Racconta, per esempio, come sulla base delle informazioni raccolte dagli investigatori italiani sarebbe già possibile arrivare ad alcune conclusioni.


In una indagine ordinaria, sulla base dell’informativa depositata la Procura avrebbe potuto già trarre alcune, seppur parziali conclusioni. Invece, la collaborazione tra i due uffici impone un percorso più lento e faticoso: condividere l’informativa, dare il tempo ai colleghi di studiarla e, quindi, valutare assieme a loro le successive attività da compiere. Un iter complesso, basato sul reciproco spirito di collaborazione. Un metodo che non può avere la speditezza che tutti noi desidereremmo. Ma è l’unico possibile. Qualunque fuga in avanti da parte nostra si trasformerebbe in un boomerang in grado di vanificare quanto fin qui con fatica costruito.


Pignatone poi rivendica i successi della procura, che ha contribuito a evitare che le indagini prendessero strade sbagliate, per esempio insistendo sull’inesistente attività di spionaggio di Regeni o sull’ipotesi che a compiere l’omicidio fossero stati criminali comuni. Nella sua lettera, Pignatone critica l’Università di Cambridge per le “contraddizioni” nelle versioni che sarebbero state fornite su quanto accaduto a Regeni, e ringrazia invece il procuratore Nabeel A. Sadek, che guida le indagini in Egitto. «Da parte nostra», conclude la sua lettera, «possiamo assicurare che proseguiremo con il massimo impegno nel fare tutto quanto sarà necessario e utile affinché siano assicurati alla giustizia i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio».

Fonte: Il Post

lunedì 4 dicembre 2017

Dieci persone sono state arrestate per l’omicidio di Caruana Galizia

Tutti i sospettati sono cittadini maltesi, alcuni dei quali già noti alle forze di polizia

Credit: Afp

Dieci persone sono state arrestate lunedì 4 dicembre a Malta perché sospettate di essere coinvolte nella morte di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese scomparsa il 16 ottobre 2017.

Otto dei dieci arresti sono stati annunciati in mattinata da Joseph Muscat, primo ministro di Malta, durante una conferenza stampa.

Gli arresti sono stati effettuati in diverse aree dell’isola, tra cui Marsa e Buġibba, cittadina situata a una decina di chilometri dalla capitale La Valletta. Tutti i sospettati sono cittadini maltesi, alcuni dei quali già noti alle forze di polizia.

Ora la polizia ha ora 48 ore per interrogarli e formulare le accuse.

In conferenza stampa all’Auberge de Castille, il primo ministro Muscat ha spiegato che secondo gli investigatori si tratta “degli esecutori materiali dell’omicidio, quindi delle persone che hanno compiuto l’omicidio con l’autobomba, non quelle che l’hanno commissionato”.

Muscat ha anche ammesso di essere consapevole delle implicazioni e del rischio di fare una dichiarazione in questa prima fase delle indagini.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 14 novembre 2017

Quanto costerà all’Italia la mancata qualificazione ai mondiali di calcio di Russia 2018

Dall'editoria alla ristorazione, passando per merchandising, televisione, pubblicità e premi sportivi: la non partecipazione dell'Italia ai mondiali del 2018 lascerà un segno anche dal punto di vista economico

Credit: Afp

L’Italia è fuori dai mondiali di calcio per la prima volta dal 1958. La nazionale guidata da Gian Piero Ventura non è riuscita a ribaltare l’1-0 subito venerdì 10 novembre nella partita d’andata dei playoff contro la Svezia a Stoccolma, e nella partita di ritorno del 13 novembre l’effetto San Siro non è stato sufficiente per dare la scossa necessaria ai giocatori, fermati sullo 0-0 dalla squadra del coach Jan Andersson.

La serata del 13 novembre sarà ricordata come una totale disfatta per il calcio italiano, resa ancora più triste dall’addio di alcuni protagonisti del trionfo a Germania 2006 come il capitano Gianluigi Buffon, Daniele De Rossi e Andrea Barzagli.

Un disastro non solo sportivo, ma anche economico. La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali di Russia 2018 intacca i settori più disparati: dall’editoria alla ristorazione, passando per il merchandising, la televisione e la pubblicità.

I tradizionali milioni di tifosi davanti alla televisione – per Brasile 2014 si sono toccati i livelli record di 17,7 milioni di telespettatori – saranno ridotti in maniera drastica; pub, bar e ristoranti che puntano molto sulle partite dell’Italia per attirare clienti subiranno senza dubbio un ingente calo dei profitti nel corso della prossima estate.

Stesso discorso per i giornali: testate sportive come “La Gazzetta dello Sport” e “Corriere dello Sport-Stadio”, tra le più lette e diffuse a livello nazionale, vendono soprattutto quando la nazionale italiana vince e convince ai mondiali o agli europei. Basti pensare che il primato assoluto di tiratura per “La Gazzetta dello Sport” (1.469.043 copie) fu stabilito il 12 luglio 1982, il giorno successivo la finale dei mondiali di Spagna, vinti dagli Azzurri con un indimenticabile 3-1 sulla Germania Ovest.

L’assenza dell’Italia dalla competizione corrisponde a un interesse decisamente inferiore nei confronti della manifestazione calcistica più importante al mondo. Un evento con meno appeal porterà ad un’asta per i diritti tv decisamente ridotta rispetto al solito: per trasmettere le partite di Sudafrica 2010 e Brasile 2014, come affermato da M. Bellinazzo e A. Biondi su “Il Sole 24 Ore”, la Rai ha sborsato 360 milioni di euro in tutto (180 e 180).

Senza partite degli Azzurri, è difficile credere che si farà avanti qualche competitor – per Russia 2018, oltre ai tradizionali Rai e Sky, dovrebbe avanzare una proposta anche Mediaset – disposto a spendere cifre simili. Una bella batosta anche per la Fifa, che potrebbe perdere circa 100 milioni di diritti tv sul mercato italiano.

Le televisioni perderanno ingenti profitti dalla vendita di spazi pubblicitari, così come la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) non potrà contare sui contributi economici garantiti dalla Fifa alle squadre partecipanti a Russia 2018. Il totale per l’edizione dell’anno prossimo ammonta alla cifra record di 790 milioni di dollari, 214 in più rispetto a quella messa a disposizione per i mondiali in Brasile di tre anni fa.

Le 32 squadre che si sono qualificate alla fase finale potranno fare affidamento sui 400 milioni di dollari loro riservati per premi e passaggi di turno: di questi, 8 andranno alle 16 squadre eliminate nella fase a gironi, 28 alla seconda classificata e 38 alla nazionale che si laureerà campione del mondo. La semplice partecipazione nei gruppi in Russia avrebbe permesso all’Italia di Ventura di guadagnare 12 milioni: una cifra significativa per la FIGC, che nel 2015 e nel 2016 – anno degli europei in Francia – ha fatturato rispettivamente 153 e 174 milioni di euro.

Ma le perdite della Federazione non si fermeranno qui: la Rai potrebbe ritrattare le cifre degli accordi per la trasmissione delle partite della Nazionale (25 milioni di euro) e top sponsor quali Eni e Poste Italiane potrebbero non rinnovare i contratti in scadenza l’anno prossimo.

Oltre a questo, si aggiungeranno i mancati versamenti delle royalties legate alla partecipazione a eventi sportivi speciali garantiti dallo sponsor tecnico Puma, che con la Federazione guidata da Carlo Tavecchio ha un accordo di 18,7 milioni annui fino al 2022 e che dovrà abbassare di molto le stime di vendita del merchandising della nazionale italiana di calcio nel corso della prossima estate.

La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali russi dell’anno prossimo apre una voragine all’interno del calcio tricolore e rischia di colpire tutta l’economia nazionale. Una squadra che vince o addirittura trionfa – come quella guidata da Marcello Lippi a Germania 2006 – in un paese fortemente appassionato di calcio qual è l’Italia, porta benefici insperati in tanti settori diversi, come rivelò uno studio condotto nel 2014 dalla Coldiretti: “L’anno successivo alla vittoria degli azzurri nel campionato mondiale di calcio del 2006 in Germania, l’economia nazionale è cresciuta in modo sostenuto con un aumento record del 4,1 per cento del Pil a valori correnti mentre il numero di disoccupati è diminuito del 10 per cento. Nel 2007 si è anche verificato un incremento delle vendite nazionali all’estero del 10 per cento, e a beneficiarne maggiormente sono stati i prodotti simbolo del Made in Italy”.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 6 novembre 2017

Paradise Papers, conti off-shore per la regina Elisabetta e per altri nomi influenti della politica

Sono stati diffusi i 13,4 milioni di file su soldi portati all’estero da personalità di spicco della politica, dell’imprenditoria e del mondo dello spettacolo. Tra questi anche il ministro del Commercio di Trump

Regina Elisabetta, credit: fp

Nell’aprile del 2016 – grazie a una inchiesta giornalistica condotta dall’International consortium of investigative journalists (ICIJ), insieme al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, e ad altre 100 testate giornalistiche di tutto il mondo (per l’Italia ha preso parte all’inchiesta il settimanale l’Espresso) – venivano diffusi 11,5 milioni di documenti che portavano alla luce lo scandalo dei Panama Papers.

L’inchiesta rivelava la pratica del trasferimento di ricchezze nei paradisi fiscali da parte di migliaia di imprenditori, politici e personaggi dello spettacolo di tutto il mondo.

Domenica 5 novembre sono stati diffusi i “Paradise Papers”, ossia 13,4 milioni di file su soldi portati all’estero da personalità di spicco della politica, dell’imprenditoria e del mondo dello spettacolo.

L’inchiesta, anche questa volta, è stata condotto dal quotidiano tedesco Zeitung, che ha chiesto al consorzio internazionale dei giornalisti investigativi di procedere con le indagini. Per l’Italia è stata seguita dal settimanale l’Espresso e dalla trasmissione televisiva Report.

Tra i grandi nomi portati alla luce dalle indagini emerge quello della regina Elisabetta II d’Inghilterra. In particolare, l’inchiesta svela che 10 milioni di sterline dei fondi privati di Sua Maestà sono stati investiti in un fondo off-shore, alle isole Cayman, quello che viene identificato come un paradiso fiscale che garantisce l’anonimato oltre all’assenza di tasse, e alle Bermuda dal Ducato di Lancaster, insieme al Ducato di Cornovaglia dell’erede al trono.

La Bbc riporta che il Ducato di Lancaster ha sostenuto di non essere coinvolto nelle decisioni su come vengono investiti i soldi della regina. Decisione prese dai fondi di investimento ai quali l’argent della sovrana sono conferiti. Ma non c’è alcuna prova che Sua Maestà abbia conoscenza di specifici investimenti fatti a suo nome.

Sempre secondo la Bbc, le rivelazioni emerse domenica costituiscono solo una piccola parte di una mole molto più importante di informazioni che verranno diffuse noi prossimi giorni.

Dai documenti spuntano però anche i nomi di personaggi come le star Madonna e Bono, o del generale Wesley Clark, già comandante supremo della Nato in Europa, e del co-fondatore della Microsoft, Paul Allen.

A essere coinvolto dallo scandalo dei Paradise Papers c’è anche Wilbur Ross, ministro al Commercio di Trump, noto anche come l’uomo che avrebbe fatto affari con parenti e amici del presidente russo Vladimir Putin.

Ross, in particolare, ha interessi nella Navigator Holdings – di cui è membro del consiglio di amministrazione dal 2012 – che guadagna milioni di dollari ogni anno trasportando petrolio e gas per il colosso energetico russo Sibur, che vede tra gli azionisti il genero del presidente russo, Kirill Shamalov, marito di Yekaterina Putin.

Di Ross si conosce la società WL Ross & Co., specializzata nel prendere aziende sull’orlo del fallimento, risanarle e rivenderle una volta messe a posto. L’indagine dei Paradise Papers rivela come il rapporto tra Ross e la Navigator Holdigs sarebbe continuato attraverso società con sede alle isole Cayman.

Le rivelazioni su Wilbur Ross rischiano di creare nuovi imbarazzi per la Casa Bianca e il presidente statunitense Trump, mettendo in luce nuovi collegamenti che uniscono la presidenza Trump al supporto russo.

La sua presidenza è stata spesso coinvolta da accuse che insinuano come i russi abbiamo cercato di influenzare l’esito delle elezioni statunitensi dello scorso anno. Accuse dalle quali il presidente si è sempre difeso parlando di “notizie false”.

Non ci sono prove per affermare che Ross abbia violato formalmente alcuna legge ma politicamente il discorso è di opportunità sul continuare ad avere contatti con la Navigator Holding. Ross è una persona vicina a Donald Trump sin dagli anni Novanta, quando contribuì a salvarlo da una bancarotta per la costruzione di un casinò ad Atlantic City.

Secondo la Bbc le rivelazioni delle ultime ore sono solo la punta dell’iceberg fatto di centinaia di politici, multinazionali, celebrità e personaggi di alto spessore che hanno utilizzato trust, fondazioni e società fittizie con un sistema di scatole cinesi per proteggere le loro ricchezze dal fisco.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 17 ottobre 2017

La giornalista che ha indagato sui MaltaFiles è morta nell’esplosione della sua auto

Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno agitando l'Europa


Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, è morta nell’esplosione della sua automobile a Bidnija, nella parte settentrionale dell’isola.

Secondo l’agenzia stampa Reuters non si tratta di un incidente, ma le circostanze sono ancora da verificare. Stando alle prime notizie diffuse dalla polizia maltese, la Peugeot 108 sulla quale si trovava la giornalista è esplosa a causa di un ordigno molto potente.

Caruana Galizia aveva seguito l’inchiesta internazionale sui MaltaFiles, secondo la quale la piccola isola del Mediterraneo sarebbe diventata un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea.

Secondo la stampa maltese, Caruana Galizia aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte quindici giorni fa.

È stata inoltre la prima a diffondere la notizia del coinvolgimento nei Panama Papers di Konrad Mizzi e Keith Schembri, rispettivamente capo staff di Muscat e ministro dell’Energia e della Salute.

Una delle sue inchieste più recenti aveva lanciato ombre su Michelle Muscat, moglie del primo ministro, accusata di essere la beneficiaria di una società con sede a Panama che muoveva ingenti quantità di denaro su conti bancari in Azerbaigian.

Caruana Galizia, la cui carriera era iniziata nel 1987 sulle pagine del Times of Malta, aveva 53 anni e gestiva un blog molto popolare chiamato Running Commentary sul quale denunciava casi di presunta corruzione a Malta.

Tra i bersagli della giornalista anche il primo ministro maltese, Joseph Muscat, che ha definito l’attentato “un barbarico attacco alla libertà di stampa”.

“Non mi fermerò fino a quando non sarà fatta giustizia. Il nostro paese lo merita”, ha detto Muscat in un messaggio televisivo.

Inoltre, il politico quarantatreenne ha annunciato che l’FBI (Federal Bureau of Investigation), ente investigativo di polizia federale degli Usa, aiuterà nelle indagini mandando alcuni agenti sull’isola.

Adrian Delia, leader dell’opposizione maltese, ha detto che la blogger è stata vittima di “un omicidio politico”.

Delia ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per far luce sulle cause della sua morte: “Non accetteremo un’indagine condotta da polizia, esercito o magistratura, i cui vertici sono stati duramente criticati da Caruana Galizia”, ha aggiunto Delia.

Lo scandalo che la donna aveva fatto emergere aveva portato Joseph Muscat a indire elezioni anticipate lo scorso giugno, nuovamente vinte dal partito Laburista da lui guidato.

Quest’anno Caruana Galizia era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno “modellando e agitando l’Europa”.

I giornalisti dell’Espresso, con i quali Caruana Galizia aveva collaborato per i Panama Papers, hanno manifestato il loro cordoglio: “Apprendiamo con sgomento e dolore la notizia dell’uccisione della coraggiosa collega Daphne Caruana Galizia , vittima oggi a Malta di un attentato”.

“Il brutale omicidio di Daphne dimostra ancora una volta quanto un’informazione documentata e di denuncia sia percepita come un pericolo dai potenti e della criminalità organizzata”, si legge nell’articolo di commiato.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 16 agosto 2017

Cosa c’è scritto nell’inchiesta del New York Times sulla morte di Giulio Regeni

Il quotidiano statunitense ha dedicato una lunga inchiesta sul caso del giovane ricercatore morto nel 2016 al Cairo e dalla quale emergono importanti rivelazioni sui rapporti tra Italia ed Egitto


“La leadership egiziana era pienamente consapevole delle circostanze intorno alla morte di Regeni”, lo scrive in una lunga e approfondita inchiesta del New York Times il giornalista Declan Walsh che cita come fonti tre ex funzionari dell’amministrazione Obama.

Il quotidiano statunitense ha infatti dedicato un lungo articolo dal titolo “Perché un dottorando italiano è stato torturato e ucciso in Egitto?” nel quale ha esaminato i rapporti tra Italia ed Egitto e ha rivelato alcune importanti informazioni sulla morte del ricercatore italiano il cui cadavere martoriato fu ritrovato il 3 febbraio 2016 in un fosso alla periferia del Cairo.

L’articolo è stato pubblicato il 15 agosto, stesso giorno in cui la Farnesina ha annunciato che l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini tornerà al Cairo, in Egitto, dopo un anno e quattro mesi di assenza.

Ma cosa dice esattamente l’articolo del Nyt?

L’inchiesta ripercorre diverse fasi della morte di Regeni e si sofferma sulle informazioni in possesso dell’amministrazione statunitense, di quelle trasferite al governo italiano e dei complessi equilibri di potere tra Italia ed Egitto.

“Nelle settimane successive alla morte di Regeni gli Stati Uniti vennero in possesso dall’Egitto di prove di intelligence esplosive: elementi che dimostravano come Regeni fosse stato rapito, torturato e ucciso da elementi della sicurezza egiziana”, scrive il giornalista. ” ‘Avevamo prove incontrovertibili di responsabilità ufficiali egiziane’, spiega un membro dell’amministrazione Obama, uno dei tre ex esponenti governativi che hanno confermato l’esistenza di quelle prove. Su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, gli Stati Uniti consegnarono questa conclusione al governo Renzi. Ma per evitare di bruciare la propria fonte, gli statunitensi non condivisero i materiali di intelligence”, prosegue l’articolo.

Dunque gli americani sapevano e dissero agli italiani che la leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze relative alla morte di Regeni. “Non avevamo dubbi sul fatto che questa era una cosa nota fino ai livelli più alti”, spiega al giornalista Declan Walsh un altro ex rappresentante del governo. “Non so se ne fossero responsabili. Ma sapevano. Sapevano”.

Ma se l’Italia era a conoscenza delle responsabilità del governo egiziano perché non intervenne in modo più deciso nei confronti dell’Egitto?

Probabilmente perché, secondo le ricostruzioni del Nyt, il governo italiano non poteva in alcun modo recidere i rapporti con l’Egitto: le agenzie di intelligence italiane avevano bisogno dell’aiuto dei colleghi egiziani per affrontare la “minaccia dell’Isis, gestire il conflitto in Libia e monitorare l’ondata di migranti nel Mediterraneo”.

Ma la condizione di subordinazione al volere del governo egiziano non sembra essere stato l’unico problema dell’intelligence italiana nel corso delle indagini sulla morte di Regeni.

Secondo quanto rivelato dal Nyt, sembrerebbe che “l’avvertita collaborazione fra Eni e servizi di intelligence italiani diventò fonte di tensione all’interno del governo”.

“Secondo un funzionario del ministero degli Esteri italiano, i diplomatici erano giunti alla conclusione che l’Eni si era unita alle forze del servizio di intelligence dell’Italia nel tentativo di trovare una rapida risoluzione del caso”, si legge nell’articolo. “Ministero degli Esteri e funzionari dell’intelligence cominciarono a essere prudenti gli uni con gli altri, talvolta trattenendo informazioni”.

Un’altra possibile risposta alla domanda titolo dell’articolo del Nyt fa riferimento alla precisa volontà del governo egiziano di mandare “un messaggio ad altri stranieri e governi stranieri per smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”, scrive Walsh. “Sotto al Sisi, anche un occidentale poteva essere sottoposto a torture brutali”. Tale tesi sarebbe in parte confermata anche da un altro particolare: il ritrovamento del cadavere di Giulio puntellato a un muro. “Volevano che venisse ritrovato?” si domanda il giornalista.

Scoprire la verità sulle atrocità commesse sul corpo del giovane ricercatore italiano sarebbe stato reso ancora più complesso per i continui “depistaggi compiuti dalle forze di intelligence egiziane”.

L’allora ambasciatore italiano Massari avrebbe dovuto ricorrere a soluzioni vecchio stile per comunicare con Roma per il timore che i suoi messaggi venissero decriptati dagli egiziani impiegati presso la sede diplomatica italiana e poi inviati alle agenzie di sicurezza egiziane.

“Presto smise di usare le email e il telefono per le comunicazioni delicate,ricorrendo ad una soluzione vecchio stile, per comunicare con Roma: una macchina che scriveva messaggi criptati su carta. Si temeva che in un appartamento posto accanto all’ambasciata, le cui luci erano costantemente spente, fosse stato piazzato quanto necessario per spiare le mosse dei rappresentanti italiani”, si legge nell’articolo.

Una terza possibile spiegazione alla morte di Giulio Regeni viene identificata nel coinvolgimento del giovane ricercatore in una guerra incrociata tra le diverse agenzie di sicurezza e intelligence egiziane: la Sicurezza Nazionale, l’Intelligence militare, e la General Intelligence Service,— l’equivalente egiziano della Cia — se pur tutte fedeli al presidente Al Sisi, vengono descritte come “in competizione tra loro”.

L’ipotesi del coinvolgimento di qualche apparato di sicurezza egiziano nell’uccisione di Regeni non era una cosa nuova. Mesi dopo, nel settembre 2016, gli stessi investigatori egiziani ammisero per la prima volta che Regeni era stato indagato dalla polizia egiziana, un’informazione fino a quel momento sempre smentita dall’Egitto.

Sulle rivelazione fornite dall’inchiesta del Nyt restano aperte alcune domande: quando esattamente queste prove furono passate dall’intelligence statunitense al governo italiano? Di quali prove si parla? Fino a che punto il governo egiziano è responsabile della morte di Regeni? Quanto al Sisi è coinvolto in questo caso?

Fonte: The Post Internazionale

domenica 14 maggio 2017

È morto Oliviero Beha

Giornalista e cofondatore del Fatto Quotidiano: aveva 68 anni

(Davide Fracassi/Pacific Press via ZUMA Wire)

Beha ha scritto per moltissimi giornali italiani fra cui Tuttosport, Repubblica, l’Unità e il Fatto Quotidiano, di cui è stato cofondatore. Diventò noto soprattutto negli anni Novanta per via di alcuni programmi radiofonici di informazione come Radio Zorro. Repubblica scrive che era malato da tempo.

Fonte: Il Post

martedì 2 maggio 2017

È morto Valentino Parlato

Giornalista, scrittore e tra i fondatori del quotidiano Il Manifesto: aveva 86 anni

Valentino Parlato nell'aprile del 2006 (© PIERGIORGIO PIRRONE / TEAM / Lapresse)

Martedì 2 maggio è morto Valentino Parlato, giornalista, scrittore, tra i fondatori del quotidiano comunista Il Manifesto di cui è stato più volte direttore e presidente della cooperativa editrice. Parlato aveva 86 anni. La notizia è stata data su Facebook da Ritanna Armeni e poco dopo il Manifesto ha scritto un breve messaggio sul suo sito:


«Comunista per tutta la vita, ha militato nel Pci fino alla radiazione, lavorato a Rinascita, fondato e difeso il manifesto in tutta la sua lunga storia. Per ora ci fermiamo qui, abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene». 


Valentino Parlato era nato a Tripoli il 7 febbraio del 1931 da una famiglia originaria di Favara, in provincia di Agrigento. Il padre era un funzionario del fisco che fu trasferito dalla Sicilia per lavoro. Parlato si iscrisse al Partito comunista libico, ma nel 1951 venne espulso dal Protettorato britannico: «Ero studente in Legge: se fossi sfuggito a questa prima ondata sarei diventato un avvocato tripolino e quando Gheddafi m’avrebbe cacciato, nel 1979, insieme a tutti gli altri, mi sarei ritrovato in Italia, a quasi cinquant’anni, senz’arte né parte. Sarei finito a fare l’avvocaticchio per una compagnia d’assicurazione ad Agrigento, a Catania. Un incubo. L’ho veramente scampata bella», aveva raccontato.

Parlato si trasferì a Roma dove all’inizio degli anni Cinquanta conobbe Luciana Castellina. In quello stesso periodo si iscrisse al PCI, entrando a far parte della corrente di Giorgio Amendola. Alle elezioni del 1953 accettò di lavorare per la federazione di Agrigento, ma poi decise di tornare a Roma dove cominciò a lavorare per l’Unità come corrispondente e poi a Rinascita come redattore economico. Nel 1969 fu radiato dal PCI con gli altri fondatori e fondatrici del Manifesto: «Io ero il pesce più piccolo, fui licenziato da Rinascita, mi trattarono bene in fondo: ebbi anche la liquidazione». Da quel momento in poi la sua storia politica e lavorativa coincise con quella del nuovo giornale. A quel tempo Il Manifesto era un mensile composto da quattro pagine, costava 50 lire contro le 90 degli altri giornali e già allora non aveva editori, ma era gestito da una cooperativa formata dagli intellettuali e dai giornalisti che ci lavoravano. La proprietà era dunque di un collettivo che non si distingueva dalla redazione e dalla direzione: tutti i lavoratori e le lavoratrici ne facevano parte. Il 28 aprile del 1971 il Manifesto divenne un quotidiano e Parlato ne fu direttore diverse volte: dal 1975 al 1985 (affiancato da altri direttori), poi dal 1988 al 1990 e dal 1995 fino al 30 marzo 1998. E del Manifesto Parlato ha affrontato le ripetute crisi finanziarie, fino all’amministrazione coatta del 2011.

(Valentino Parlato, commosso, abbraccia una giornalista del Manifesto nella redazione del quotidiano alla notizia della liberazione di Giuliana Sgrena, 2005 – Ansa Foto)

La procedura di liquidazione e la richiesta di riduzione dell’organico pretesa dai commissari avevano causato spaccature e tensioni all’interno della redazione tra chi si sarebbe dovuto salvare o lasciar andare via. E avevano portato all’abbandono spontaneo di alcuni e alcune che il giornale l’avevano fondato e di altri che erano considerate “firme storiche”: Vauro, Rossana Rossanda, Joseph Halevi, Marco d’Eramo, Alessandro Robecchi e anche Valentino Parlato.

(Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Valentino Parlato con la redazione – Ansa Foto)

Come Ingrao e Rossanda («con Rossanda ci sentiamo ogni settimana al telefono», aveva dichiarato l’anno scorso) anche Parlato aveva raccontato la sua storia: non in un libro, ma in un documentario intitolato “Vita e avventure del Signor di Bric à Brac”, scritto e diretto dal figlio Matteo insieme a Marina Catucci e Roberto Salinas. Parlato ha scritto diversi libri, anche sulla storia del Manifesto (“Se trentacinque anni vi sembrano pochi”, “La rivoluzione non russa. Quaranta anni di storia del Manifesto”). E ha curato le edizioni delle opere di Adam Smith, Lenin e Antonio Gramsci, tra gli altri. Era un fumatore accanito e nel 2007 dichiarò di fumare ancora 70 Pueblo al giorno. Delle limitazioni imposte da Girolamo Sirchia, ministro della Salute del secondo Governo Berlusconi che impose il divieto di fumo nei locali pubblici, disse: «Non escludo che, dopo le sigarette, si passi a vietare tutto il resto».

 (Valentino Parlato nella redazione del Manifesto di Via Tomacelli a Roma – Ansa Foto)

Al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla riforma del governo Renzi Parlato aveva votato “No” e alle amministrative di Roma aveva votato (come la sua seconda moglie Maria Delfina Bonada) per Virginia Raggi: «Ero talmente indignato verso il PD che per la prima volta ho tradito la sinistra, spero sia anche l’ultima».

Il 9 aprile del 2017 Parlato aveva scritto un articolo sul Manifesto intitolato “Cambio d’epoca”: raccontava della crisi della sinistra, della politica, della cultura e della scuola non solo in Italia. E si concludeva così:


«Dobbiamo capire che siamo a un passaggio d’epoca, direi un po’ come ai tempi di Marx quando il capitalismo diventava realtà e cambiava non solo i modi di produzione, ma anche i modi di vivere degli esseri umani.


Quando scrivo «passaggio d’epoca» vorrei ricordare che il capitalismo fu, certamente, un passaggio d’epoca, ma conservò modi di pensare e valori e anche autori del passato greco-romano, come dire che nella discontinuità c’è sempre anche una continuità, ma questo non ci deve impedire di capire i mutamenti che condizioneranno la vita dei giovani e delle generazioni future.


Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà».

Fonte: Il Post

mercoledì 26 aprile 2017

La libertà di stampa nel mondo nel 2017

Secondo il report di Rsf, i paesi con maggiore libertà d'informazione sono Norvegia e Svezia. L'Italia recupera 25 posizioni ed è 52esima. Ultima la Corea del Nord

“Abbiamo raggiunto l'età della post-verità, della propaganda e della soppressione delle libertà”, si legge nel documento. Credit: Rsf.org

Il rapporto del 2017 sulla libertà di stampa realizzato da Reporters sans Frontieres (Rsf) “riflette un mondo in cui gli attacchi contro i media sono diventati ordinari e gli uomini forti sono in ascesa. Abbiamo raggiunto l'età della post-verità, della propaganda e della soppressione delle libertà, soprattutto nelle democrazie”. Inizia così il rapporto dell'organizzazione che tutti gli anni evidenzia la situazione di tutti i paesi del mondo in riferimento alla libertà di stampa.

Credit: Rsf.org

Nell'indice, in cui si evidenzia la libertà d'informazione in paesi come Norvegia (prima), Svezia (seconda) e Finlandia (terza), si assiste a una risalita dell'Italia: dal 77esimo posto del 2016 all'attuale 52esimo.

Nonostante il balzo in avanti di 25 posizioni, restano però “intimidazioni verbali o fisiche, provocazioni e minacce” e “pressioni di gruppi mafiosi e organizzazioni criminali”. Tra i problemi indicati anche l'effetto di “responsabili politici come Beppe Grillo che non esitano a comunicare pubblicamente l'identità dei giornalisti che danno loro fastidio”.

Nel rapporto 2017 si sottolinea che “sei giornalisti italiani sono sempre sotto protezione della polizia 24 ore su 24 dopo minacce di morte da parte di mafia o gruppi fondamentalisti”.

Credit: Rsf.org

“I giornalisti subiscono pressioni da parte dei politici e optano sempre più per l'autocensura: un nuovo testo di legge fa pesare su chi diffama politici, magistrati o funzionari, pene che vanno da 6 a 9 anni di carcere”, si legge ancora nel capitolo dedicato all'Italia.

L'indice realizzato da Reporters sans Frontieres si basa su alcuni criteri che sono il pluralismo dei media, l'indipendenza, la qualità del quadro giuridico e la sicurezza dei giornalisti in 180 paesi del mondo. È stilato mediante la compilazione di un questionario in 20 lingue inviato a esperti di tutto il mondo. Nell'indice minore è il punteggio, maggiore è la libertà di stampa nel paese.

L'ossessione per la sorveglianza e le violazioni dei diritti hanno contribuito a un continuo declino di paesi precedentemente ritenuti virtuosi, secondo Rsf. Tra questi paesi sono inclusi gli Stati Uniti (scesi di due posti, ora al 43esimo), il Regno Unito (due posizioni in meno), il Cile e la Nuova Zelanda.

Secondo il rapporto, l'ascesa di Trump e la campagna per la Brexit sono responsabili di una “bastonata” ai media e di una campagna tossica contro i media stessi che ha portato il mondo “nell'era della post-verità, della disinformazione e delle fake news”.

Critiche dal rapporto arrivano nei confronti del governo polacco e di Jaroslaw Kaczynski e verso l'Ungheria guidata da Viktor Orban.

Sempre più complicata si fa la situazione in Turchia, dopo il tentato colpo di stato del luglio 2016. Il presidente Recep Tayyip Erdogan viene accusato di aver instaurato un “regime autoritario” che lo rende “l'uomo che detiene più professionisti dei media in prigione”. In basso nella graduatoria, poco davanti rispetto alla Turchia (155esima) c'è la Russia di Vladimir Putin, in 148esima posizione.

Dopo sei anni al primo posto, la Finlandia ha ceduto la testa della classifica in seguito a pressioni politiche e a casi di conflitto d'interesse. Il primo posto va alla Norvegia, seguita dalla Svezia che guadagna quattro posizioni. I giornalisti continuano a subire minacce in Svezia, ma “le autorità hanno inviato segnali positivi nel combattere i responsabili”.

In fondo alla graduatoria si trova invece l'Eritrea (179esima) che ha però lasciato l'ultimo posto per la prima volta dal 2007. A fare peggio ora c'è la Corea del Nord, un paese che “continua a tenere la sua popolazione nell'ignoranza e nel terrore”. Nelle ultime posizioni anche il Turkmenistan e la Siria.

La libertà dei media, secondo quanto si legge ancora nel report, non è mai stata così minacciata e “l'indicatore globale” di Rsf non è mai stato così alto. Nell'ultimo anno, quasi due terzi dei paesi (62,2 per cento) ha fatto registrare una deteriorazione della situazione, mentre il numero di paesi in cui la libertà dei media si può definire “buona” è scesa del 2,3 per cento.

Il Medio Oriente e il Nord Africa restano i luoghi con più difficoltà al mondo e le regioni più pericolose per i giornalisti. Situazione complicata anche tra l'est Europa e l'Asia centrale.

La zona dell'Asia Pacifica vive una situazione globalmente meno drammatica, ma detiene molti record negativi. Due dei suoi paesi, Cina e Vietnam, sono tra le più grandi prigioni per giornalisti e blogger. In quella zona ci sono inoltre alcuni dei paesi più pericolosi per i giornalisti, come Pakistan, Filippine e Bangladesh.

A seguire troviamo l'Africa e le Americhe, dove Cuba è l'unico paesi segnato nella “zona nera” dell'indice.

Le regioni in cui la libertà dei media è maggiore sono l'Unione europea e i Balcani, nonostante l'indicatore regionale ha fatto registrare il più grande incremento degli ultimi anni tra il 2016 e il 2017.

Credit: Rsf.org

Il paese che è sceso di più nella classifica nel 2017 è il Nicaragua, perdendo 17 posizioni e arrivando al 92esimo posto.

In un quadro di declino generale, Rsf sottolinea nel rapporto due paesi in cui i miglioramenti continuano e lasciano ben sperare. Sono la Gambia e la Colombia.

L'Italia è un altro dei paesi segnalati per i suoi miglioramenti, in particolare in riferimento al caso dei due giornalisti “che erano stati accusati nel caso Vatileaks 2”. L'Italia rimane comunque “uno dei paesi europei dove più giornalisti sono minacciati”.

La Francia è risalita di sei posizioni ma si tratta semplicemente di un “recupero rispetto all'eccezionale caduta di cui ha sofferto nel 2016 in seguito al massacro di Charlie Hebdo”.

Il paese viene definito come uno in cui “i giornalisti si battono per difendere la loro indipendenza in un crescendo di violenza e in un'ambiente ostile”.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 24 aprile 2017

Gabriele Del Grande è tornato in Italia

Il documentarista italiano era stato liberato questa mattina, dopo avere passato due settimane in carcere in Turchia

Gabriele Del Grande insieme al ministro degli Esteri Angelino Alfano al suo arrivo all'aeroporto di Bologna, il 24 aprile 2017 (LaPresse - Massimo Paolone)

Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista italiano di 35 anni che da due settimane era detenuto in Turchia, è stato liberato ed è tornato in Italia. La notizia della liberazione di Del Grande era stata confermata dal ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, che aveva detto di avere avvisato i familiari di Del Grande dopo avere ricevuto dal suo collega turco, Mevlut Cavusoglu, informazioni sulla liberazione. Del Grande è arrivato all’aeroporto di Bologna questa mattina, intorno alle 10.30.



Gabriele Del Grande, che è di Lucca, era stato fermato dalla polizia ad Hatay, nella provincia sud-orientale al confine con la Siria, e tra il 9 e il 10 aprile era stato portato in carcere. Il ministero degli Esteri italiano aveva confermato la notizia, e dato informazioni sulle sue buone condizioni il 15 aprile, mentre solo il 18 Del Grande aveva potuto fare una telefonata verso l’Italia, comunicando a familiari e amici di trovarsi a Muğla, nella parte sud-occidentale della Turchia. Il ministero degli Esteri italiano aveva chiesto in più occasioni la sua liberazione “nel pieno rispetto della legge”.

Del Grande aveva raggiunto la Turchia il 7 aprile scorso per realizzare interviste a profughi siriani per il suo nuovo libro Un partigiano mi disse, dedicato alla guerra in Siria e alla formazione dello Stato Islamico (o ISIS). Secondo il governo turco, Del Grande si era spinto in una zona di confine nella quale non è consentito l’accesso ai giornalisti, da qui la decisione di arrestarlo. In un primo momento sembrava che la Turchia fosse intenzionata a espellere Del Grande entro poche ore dall’arresto, ma ciò non era avvenuto e la situazione si era fatta più complicata, con difficoltà da parte del ministero degli Esteri italiano a ottenere informazioni sulle sue condizioni.

Il 18 aprile il ministero degli Esteri aveva diffuso una nota nella quale confermava il proprio impegno, e quello dell’ambasciata italiana ad Ankara, per ottenere la liberazione di Del Grande. Il 21 aprile il documentarista aveva incontrato in carcere il console italiano e un avvocato di fiducia, per la prima volta dal momento del suo arresto. La vicenda e la scarsità di informazioni sulla prigionia avevano portato nei giorni scorsi a campagne e iniziative sui social network, coordinate con l’hashtag #iostocongrabriele.

Fonte: Il Post

giovedì 20 aprile 2017

Il calendario delle mobilitazioni per la liberazione di Gabriele Del Grande

Il blogger e documentarista toscano è bloccato in Turchia dal 10 aprile. La pagina Fb “Io sto con la sposa“ ha pubblicato l'elenco delle manifestazioni per il suo rientro

Del grande ha cominciato lo sciopero della fame per rivendicare i suoi diritti.

Gabriele Del Grande è un giornalista e documentarista specializzato nel seguire le problematiche legate all'immigrazione. È bloccato in Turchia dal 10 aprile. Le autorità di Ankara l'avevano fermato mentre si trovava in una zona del paese in cui non è consentito l'accesso.

Il blogger che si trovava in Turchia per alcune interviste ma secondo la polizia non era in possesso dei documenti necessari a svolgere attività giornalistica nel paese. Il suo rientro in Italia era previsto entro pochi giorni, ma la sua vicenda giudiziaria si è complicata.

-- LEGGI ANCHE: Chi è il giornalista Gabriele Del Grande e perché è bloccato in Turchia

In una telefonata alla sua compagna Del grande ha annunciato di aver iniziato lo sciopero della fame per il rispetto dei suoi diritti chiedendo la mobilitazione generale. A favore della liberazione di Gabriele sono state organizzate diverse manifestazioni.

La pagina Facebook “Io sto con la sposa” – che è anche il titolo dell'ultimo documentario del giornalista – ha pubblicato il calendario di tutti gli eventi in programma.



Fonte: The Post Internazionale

martedì 18 aprile 2017

Quindi la Turchia non è più una democrazia?

La risposta è che non lo è più, ma non è successo col referendum di domenica

Recep Tayyip Erdogan (Yasin Bulbul/Presidential Press Service via AP)

Domenica quasi 50 milioni di turchi hanno deciso con un referendum di trasformare il sistema istituzionale del loro paese in una repubblica presidenziale, dando nuovi grandi poteri al presidente Recep Tayyip Erdoğan. La riforma costituzionale, che è stata al centro del dibattito politico turco per mesi, ha già provocato molte reazioni preoccupate, soprattutto dei paesi europei che stavano discutendo di un’eventuale entrata della Turchia nell’Unione Europea. Murat Yetkin, giornalista e opinionista del quotidiano turco Hurriyet, ha scritto che il voto di domenica è stato «il più controverso degli ultimi anni», mentre l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), che tra le altre cose si occupa di monitorare la regolarità dei processi elettorali, ha detto che il referendum non ha rispettato gli standard internazionali richiesti per una votazione corretta. Quindi è vero che la Turchia sta diventando uno stato autoritario, come si legge un po’ ovunque?

La risposta breve è sì, ma bisogna tenere conto di una cosa: non lo è diventato domenica, il giorno del referendum. La Turchia non è più un paese democratico da tempo, da quando è diventato “normale” arrestare i parlamentari di opposizione, chiudere i giornali critici col governo, licenziare centinaia di migliaia di insegnanti e altri dipendenti pubblici solo perché sospettati – spesso senza prove – di essere lontani dalle posizioni del presidente.

Cosa prevede la riforma
Prima del voto, almeno sulla carta, il sistema turco era di tipo parlamentare, simile a quello italiano. Ogni quattro anni si tenevano le elezioni legislative e il Parlamento votava la fiducia a un governo, titolare del potere esecutivo. Il presidente della Repubblica, sempre in teoria, era una figura imparziale: per ricoprire quel ruolo doveva dimettersi da qualsiasi carica di partito ed essere super partes. Nella realtà da un paio di anni le cose erano già molto diverse.

Il sistema turco ha cominciato a cambiare di fatto nel 2014, quando Erdoğan, dopo avere raggiunto il limite di mandati da primo ministro, è stato eletto presidente. Da allora, mossa dopo mossa, Erdoğan ha usato la sua grande popolarità per rafforzare i suoi poteri: uno dei momenti più importanti di questo processo è stato l’allontanamento nel maggio 2016 dell’ex primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, con cui da tempo Erdoğan aveva diversi contrasti.

Davutoğlu era la persona più moderata del governo turco, quella che parlava con i leader europei, che si opponeva alle incarcerazioni preventive di giornalisti e accademici oppositori del governo e spingeva per dialogare con i ribelli curdi del sud-est della Turchia. Dopo Davutoğlu non c’è più stato un capo del governo in grado di fare da contrappeso a Erdoğan. Il voto di domenica ha consolidato la posizione del presidente e gli ha dato ulteriori poteri: grazie alla riforma d’ora in avanti Erdoğan sarà titolare del potere esecutivo (mentre la figura del primo ministro sarà abolita), potrà ricoprire incarichi all’interno del suo partito e potrà esercitare maggiore influenza su uno degli organi di giustizia più importanti del paese. Le modifiche più importanti decise dalla riforma approvata domenica sono state così sintetizzate in un’infografica dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).


Di per sé queste modifiche non significano la trasformazione di un sistema democratico in uno autoritario: sia gli Stati Uniti che la Francia hanno sistemi presidenziali e allo stesso tempo sono democrazie, per esempio. Ma nel caso della Turchia le cose sono diverse. L’insofferenza di Erdoğan per qualsiasi forma di opposizione aveva già ridotto moltissimo la libertà di stampa: negli ultimi mesi – e in particolare dopo il tentato colpo di stato di luglio, poi sventato dalle forze militari fedeli al governo – in Turchia sono stati arrestati più di 100 giornalisti, spesso sulla base di minuzie, e sono stati chiusi o trasformati radicalmente diversi quotidiani e televisioni prima critici con il governo, come Zaman.

Anche la vita degli avversari politici di Erdoğan è diventata molto più complicata: per esempio nel novembre scorso era stato fermato e poi rilasciato il più carismatico oppositore di Erdoğan, il leader curdo Selahattin Demirtaş. Martedì il principale partito di opposizione turco, il Partito popolare repubblicano (CHP), di orientamento laico e vicino alle idee del fondatore dello stato turco Mustafa Kemal, ha annunciato di voler presentare richiesta di annullamento del voto alla Commissione elettorale a causa di presunti brogli. Nel frattempo Erdoğan ha già detto che ignorerà le denunce di irregolarità elettorali fatte dall’OSCE: «Continueremo per la nostra strada. Non c’è un solo paese europeo che tiene delle elezioni così democratiche», ha detto.

Cosa cambierà ora
Una delle conseguenze più annunciate e discusse riguarda il futuro della Turchia nell’Unione Europea, per la verità già traballante da tempo. In passato Erdoğan aveva mostrato di essere poco incline a fare compromessi con l’Unione Europea e dopo il tentato colpo di stato del luglio scorso il governo turco aveva anche annunciato la possibile reintroduzione della pena di morte, una misura incompatibile con i trattati europei. Guy Verhofstadt, uno dei più influenti politici liberali nella UE ed ex primo ministro del Belgio, ha detto che l’unica conclusione logica del referendum di domenica è l’interruzione dei negoziati per l’entrata della Turchia nella UE e il ripensamento delle relazioni con il governo turco. Durante la campagna elettorale per il referendum, Erdoğan si era inoltre scontrato apertamente con alcuni governi europei in merito all’organizzazione di manifestazioni filo-governative che avrebbero dovuto convincere i turchi residenti in Europa a votare a suo favore. Diversi analisti avevano scritto che il vero obiettivo di Erdoğan era l’ottenimento dei consensi dei nazionalisti turchi, contrari alla UE, la cui base politica si era in precedenza allontanata dalle posizioni del presidente. In pratica Erdoğan aveva mostrato di poter sacrificare senza troppe reticenze il suo rapporto con l’Unione Europea per questioni di opportunità politica interna.

Non sono in pericolo solo i negoziati per l’entrata della Turchia nella UE. Potrebbe essere rimesso in discussione anche l’accordo sui migranti tra governo turco e UE entrato in vigore nel marzo 2016, che prevede che la Turchia riceva dei soldi per bloccare il flusso dei migranti diretti in Europa. Se dovesse succedere l’UE dovrà ripensare una nuova strategia per affrontare il tema dei migranti, una questione su cui finora ha mostrato molta debolezza e divisioni interne.

I cambiamenti contenuti nella riforma costituzionale entreranno in vigore solo dopo le elezioni parlamentari e presidenziali del novembre 2019, ma qualcosa sugli effetti del referendum si potrà capire anche prima: sia perché, come detto, la trasformazione della Turchia in un sistema autoritario è in corso da tempo, sia perché due novità saranno introdotte da subito. Erdoğan potrà tornare ad avere incarichi all’interno del suo partito (il Partito per la giustizia e lo sviluppo, AKP la sigla in turco), un ruolo che aveva dovuto abbandonare nel 2014 quando si era candidato alla presidenza. Inoltre al 40esimo giorno dalla pubblicazione dei risultati ufficiali del voto di domenica cambierà anche la composizione del Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri, uno degli organi di giustizia più importanti in Turchia e secondo Erdoğan uno dei più vicini a Fethullah Gülen, un influente religioso che vive negli Stati Uniti ed è stato accusato dal governo turco di essere l’organizzatore del tentato colpo di stato di luglio. Il numero dei membri del Consiglio verrà ridotto ma aumenteranno in percentuale le nomine che potrà fare il presidente. Dopo essersi attribuito il potere esecutivo, Erdoğan potrebbe quindi aumentare notevolmente la sua influenza anche su quello giudiziario.

Fonte: Il Post

mercoledì 5 aprile 2017

È morto Giovanni Sartori

Aveva 92 anni ed era uno dei più importanti politologi al mondo, oltre che noto editorialista e opinionista

(EPA/Juan M. Espinosa/ANSA)

Giovanni Sartori è morto a 92 anni. Noto al pubblico più generale soprattutto come editorialista del Corriere della Sera e opinionista televisivo, nonché inventore di neologismi poi diventati di uso giornalistico e politico comune come “Mattarellum” e “Porcellum”, Sartori era il più importante scienziato politico italiano e uno dei più importanti al mondo, autore di testi sulla democrazia e i partiti studiati ancora oggi nelle università di mezzo mondo.

Nato a Firenze nel 1924, Sartori si laureò a Firenze in Scienze Politiche nel 1943; nella stessa università cominciò a insegnare dalla seconda metà degli anni Cinquanta, fino a diventare preside della facoltà di Scienze politiche tra il 1969 e il 1971. Nel corso della sua carriera, Sartori ha ricevuto otto lauree honoris causa e il premio Principe delle Asturie, il più importante per le scienze sociali. Ha donato moltissimi libri alla biblioteca del Senato, che nel 2016 gli ha dedicato una sala.



Nonostante la notorietà pubblica, quello accademico era probabilmente l’ambito in cui Sartori era più famoso: nella sua carriera ha insegnato in molte università italiane e internazionali, e al momento della sua morte era ancora professore emerito sia dell’Università di Firenze sia della Columbia University di New York. Fra i suoi libri più famosi c’è Democrazia e definizioni, un saggio uscito nel 1957 per il Mulino, e la raccolta Teoria dei partiti e caso italiano, del 1982.

Sartori era una figura difficilmente inquadrabile in una precisa ideologia, cosa rara in un’epoca in cui lo erano molti accademici, soprattutto nel suo campo. Negli anni, ha avuto pareri molto netti sui principali protagonisti della politica italiana: definì il sistema di potere di Silvio Berlusconi un “sultanato”, mentre più di recente aveva definito Matteo Renzi un “imbroglione aggressivo”. Sartori è rimasto molto attivo nel dibattito pubblico italiano anche negli ultimi anni: qui c’è la raccolta dei suoi editoriali pubblicati dal Corriere della Sera. Sempre sul Corriere della Sera, Antonio Carioti ha riassunto così la complessità della sua figura:


Riteneva fuorviante dipingere l’antagonismo tra Dc e Pci come un «bipartitismo imperfetto» (cioè senza alternanza), secondo la formula adottata da Giorgio Galli. A suo avviso l’Italia era invece un esempio di «pluralismo polarizzato»: molti partiti, alcuni dei quali antisistema, con un enorme divario ideologico dall’estrema destra all’estrema sinistra e robuste spinte centrifughe. Uno scenario tutt’altro che rassicurante, simile a quelli della Germania di Weimar, della Spagna alla vigilia della guerra civile, della Quarta Repubblica francese. E se l’attenuarsi delle tensioni ideologiche ha scongiurato le prospettive peggiori, non c’è dubbio che l’incapacità del Paese di trovare un assetto stabile conferma la sussistenza dei problemi di fondo rilevati dal politologo fiorentino.


Se si passa dall’elaborazione teorica al giudizio sulle vicende concrete, un tratto peculiare di Sartori era la sua estraneità agli schemi usuali. Era un moderato anticomunista («quando c’erano i comunisti», precisava), ma fermissimo nel denunciare il conflitto d’interessi che rendeva anomala la figura del politico imprenditore Silvio Berlusconi. Nel contempo, in rude polemica con la sinistra, criticava ogni sottovalutazione del problema costituito dall’immigrazione di massa: lontanissimo dalla retorica dell’accoglienza, temeva il multiculturalismo come motore di una deleteria «balcanizzazione» delle società occidentali. E non cessava di porre in rilievo la vocazione teocratica dell’Islam, fino trovarsi in una qualche sintonia con Oriana Fallaci.




Fonte: Il Post

lunedì 27 marzo 2017

Cosa si sa dell’omicidio di Alatri

Un ragazzo di vent'anni è morto dopo essere stato picchiato fuori da un locale in provincia di Frosinone, le indagini sono ancora in corso


Nella notte tra venerdì e sabato ad Alatri, in provincia di Frosinone, Emanuele Morganti – un ventenne originario della vicina frazione di Tecchiena – è stato violentemente picchiato fuori da un locale del centro ed è morto domenica 26 marzo per le ferite. I giornali di oggi si occupano molto di questa storia, che tuttavia è ancora poco chiara e su cui è iniziata un’indagine dei carabinieri che per ora non ha portato a nessun arresto.

Quello che dicono le prime testimonianze riportate dai giornali è che Emanuele Morganti si trovava con alcuni amici e con la sua ragazza al circolo Arci Mirò di Alatri, dove a un certo punto intorno alle due di notte ha litigato con un altro ragazzo – di origini albanesi, dicono alcuni testimoni – che aveva fatto qualche battuta inappropriata alla sua ragazza. Morganti e l’altro ragazzo sono stati bloccati dai buttafuori e portati fuori del locale, dove però il litigio è continuato, diventando sempre più violento. A un certo punto Morganti è stato colpito alla testa con un oggetto di ferro – un paletto di quelli usati per evitare il parcheggio delle auto sui marciapiedi, scrive Repubblica; una spranga o un cric, dice il Corriere della Sera – e questo gli avrebbe causato le ferite più gravi. Scrive Repubblica: “Emanuele, con fratture multiple al cranio e nella zona cervicale, è stato subito trasferito dal locale ospedale all’Umberto I di Roma, dove ieri sera i medici si sono dovuti arrendere e dichiararne la morte. I familiari hanno acconsentito alla donazione degli organi”.

Non si sa ancora chi sia stato a colpire Morganti – sia Repubblica che il Corriere della Sera dicono però che diversi testimoni avrebbero individuato questa persona – e non è ancora chiarissimo in che modo dal litigio si sia arrivati al pestaggio di Morganti, che secondo diversi testimoni è stato colpito violentemente anche una volta che era caduto a terra senza sensi dopo il colpo ricevuto (il Corriere scrive che il suo volto era irriconoscibile per via dei colpi ricevuti). Le descrizioni dei giornali passano da quelle di una rissa tra due gruppi di persone – gli amici di Morganti e quelli del ragazzo con cui litigava, con 25 persone coinvolte in tutto – a quelle di un pestaggio di molte persone ai danni di una. A questa incertezza si aggiunge che secondo qualcuno anche i cinque buttafuori del locale sembrerebbero aver avuto un ruolo nella rissa, anche se non è chiaro in che termini.

Le indagini dei carabinieri sono iniziate sabato, dopo il ricovero di Morganti. I testimoni principali sono stati interrogati subito e – scrive il Corriere – nove persone ritenute responsabili del pestaggio (tra cui quattro buttafuori del Mirò, dice sempre il Corriere) sono state fermate già sabato notte prima di essere rilasciate. Sulle indagini, Repubblica scrive invece che:


i carabinieri prima e il pm Vittorio Misiti poi hanno ascoltato per un giorno intero oltre 20 persone. Concentrati i sospetti su nove di loro — tre buttafuori albanesi e uno di Ceccano e cinque giovani del posto — gli inquirenti li hanno quindi riconvocati ieri pomeriggio in caserma. «I miei clienti hanno negato di aver picchiato la vittima», assicura il difensore dei buttafuori, Giampiero Vellucci. «Nessun fermo al momento», precisa in tarda serata il maggiore Antonio Contente. Ma la svolta appare vicina. Il pestaggio sarebbe stato ripreso anche da una telecamera di sorveglianza del Comune e ieri sono state acquisite altre immagini delle telecamere del centro storico.

Fonte: Il Post

lunedì 20 marzo 2017

Due giornalisti di Report sono stati liberati dopo l'arresto in Congo

Luca Chianca e Paolo Palermo erano stati fermati il 15 marzo mentre conducevano un'inchiesta su una tangente Eni in Nigeria

Uno screenshot del video pubblicato su Facebook con il momento dell'arrivo dei due giornalisti all'aeroporto di Fiumicino

Due giornalisti della trasmissione di Rai 3 Report sono stati liberati il 20 marzo 2017 dopo essere stati fermati in Congo. Luca Chianca e Paolo Palermo erano stati trattenuti nel paese africano dove stavano indagando sullo sfruttamento del giacimento “Opl245” in Nigeria e su una presunta tangente Eni.

I dettagli della vicenda sono stati resi noti sul sito della trasmissione. Le autorità non avevano comunicato la notizia del fermo che era avvenuto il 15 marzo per non influire negativamente sull'attività della diplomazia italiana.

I servizi di sicurezza del Congo hanno arrestato i due giornalisti a Pointe-Noire mentre si trovavano in albergo, dopo una loro intervista a un imprenditore italiano, Fabio Ottonello. Chianca e Palermo sono stati accusati di essere sprovvisti del visto per i giornalisti.

Gli inviati di report non sono riusciti a salvare il materiale video dell'intervista perché la trasmissione si è interrotta per un blocco della connessione internet. “I due giornalisti sono stati trasportati nel palazzo della Direction de la Surveillance du Territoire, dove sono stati segregati per tre giorni e due notti, seduti su una sedia di plastica, in una stanza di due metri quadrati invasa dagli insetti”, si legge sul sito di Report.

I due inviati sono arrivati alle 4.30 del 20 marzo all'aeroporto di Fiumicino.

Fonte: The Post Internazionale