È il presidente di una società pubblica che gestisce rifiuti in Campania: nel video girato dall'infiltrato del giornale un suo collaboratore sembra accettare una tangente
Negli ultimi giorni tre persone si sono dimesse dai loro incarichi pubblici in seguito all’inchiesta del giornale online Fanpage sulla gestione dei rifiuti in Campania. L’ultimo è stato Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, e protagonista del terzo video pubblicato da Fanpage in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50 mila euro.
Iacolare è il terzo personaggio pubblico a dimettersi in seguito all’inchiesta del giornale online di Napoli. Prima si era dimesso Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Domenica si era dimesso Roberto De Luca, assessore al Bilancio del comune di Palermo e figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la persona più importante tra quelle finora coinvolte nell’inchiesta.
Il suo avvocato lo ha difeso scrivendo ai giornali che Iacolare «ha incontrato in un’unica occasione una persona a lui presentata come un imprenditore, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose per lo smaltimento dei fanghi reflui. Come emerge chiaramente dalla visione del filmato, lo Iacolare non ha né chiesto né accettato alcuna somma di denaro». La conversazione mostrata nel filmato «verte unicamente sulla possibilità di applicare un prezzo più conveniente» e solo nel secondo segmento, quello che riporta un colloquio tra l’avvocato Oliviero e il sedicente imprenditore ,«si parla di un accordo economico»: ma «se tale accordo vi è stato, esso è avvenuto all’insaputa dello Iacolare, per cui dovrà essere eventualmente l’avvocato Oliviero a spiegare le circostanze riferibili alla sua condotta», conclude l’avvocato di Iacolare.
Nell’inchiesta del giornale, che dovrebbe comprendere in tutto sette video, Fanpage ha utilizzato come “infiltrato” e agente provocatore un ex camorrista con esperienza nel traffico dei rifiuti e collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella. Nell’introduzione all’inchiesta, Perrella racconta che avrebbe voluto usare la sua esperienza per smascherare i politici agli ordini della procura, ma spiega di non avere ottenuto il permesso. Per questa ragione si è accordato con Fanpage e, con l’aiuto dei giornalisti della testata, si è finto per settimane un imprenditore nel settore dei rifiuti riuscendo a organizzare appuntamenti e incontri con numerosi politici della regione, proponendo loro affari e tangenti. Utilizzare “agenti provocatori” per spingere le persone a commettere reati è illegale in Italia, e per questo l’autore dell’inchiesta Sacha Biazzo e il direttore di Fanpage Francesco Piccinini sono indagati.
L’episodio che ha suscitato più clamore fino a oggi è il primo, quello che riguarda Roberto De Luca. Durante l’incontro Perrella finge di voler proporre la propria azienda, «una multinazionale», per lo smaltimento di ecoballe (cilindri di grosse dimensioni in cui si compattano i rifiuti solidi urbani, trattati eliminando le parti non combustibili e le materie organiche) all’estero, e per questo fa organizzare un incontro con De Luca.
Nell’incontro – ripreso da Fanpage con una telecamera nascosta indosso a Perrella – non si parla di tangenti: Perrella però ne parla in un secondo momento, sempre ripreso, con Colletta, un ex candidato alle elezioni comunali di Angri (Salerno) con il centrodestra. Colletta viene presentato a Perrella come «socio in affari di Roberto De Luca» e dal video sembrerebbe alludere al fatto che nella tangente sia compresa una parte per Roberto De Luca. De Luca non dice nulla di compromettente nel video, ma è stato criticato per la facilità con cui ha concesso un incontro a Perella e per il fatto che abbia discusso con lui di rifiuti, una materia che, in quanto assessore al Bilancio, non avrebbe dovuto riguardarlo.
Sulla gestione dei rifiuti in Campania è in corso anche un’inchiesta della procura di Napoli. Tra gli indagati ci sono il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Luciano Passariello, candidato alla Camera alle elezioni del prossimo 4 marzo e accusato di corruzione. Di lui si parlava nel primo video dell’indagine di Fanpage, pubblicato il 16 febbraio. Secondo i giornali risultano coinvolti nelle indagini anche degli imprenditori, un commercialista e alcuni dipendenti della società regionale Sma (la società il cui presidente, Biagio Iacolare, si è dimesso ieri). In totale gli indagati sarebbero una decina di persone. L’indagine è coordinata dal procuratore Giovanni Melillo con il procuratore Giuseppe Borrelli e i pubblici ministeri Ilaria Sasso del Verme, Sergio Amato, Celeste Carrano, Ivana Fulco e il controverso magistrato Henry John Woodcock.
Fonte: Il Post
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mercoledì 21 febbraio 2018
venerdì 22 settembre 2017
L’uragano Maria ha causato almeno 15 morti sull’isola di Dominica, nei Caraibi
La tempesta si è abbattuta su Guadalupa, Isole Vergini Americane, Porto Rico e Repubblica Dominicana e si trova ora al largo delle isole Turks e Caicos
Almeno 15 persone sono morte e 20 risultano disperse sull’isola di Dominica, a seguito del passaggio dell’uragano Maria, che l’ha investita in pieno lunedì 18 settembre 2017.
Finora, l’uragano ha causato la morte di almeno 33 persone, 15 a Porto Rico, due sull’isola di Guadalupa, 15 in Dominica e una nelle isole Vergini americane.
A riferirlo è stato lo stesso primo ministro dello stato insulare caraibico, Roosevelt Skerrit. “È un miracolo che il bilancio delle vittime non conti centinaia di morti”, ha detto Skerrit a una televisione locale.
Il primo ministro ha passato le ultime 24 ore a ispezionare i danni causati sull’isola dalla tempesta. “La devastazione è stata brutale, non avevamo mai visto nulla del genere”.
Fonte: The Post Internazionale
Il passaggio dell'uragano Maria ha danneggiato quasi il 90 per cento delle abitazioni sull'isola di Dominica. Credit: Reuters
Almeno 15 persone sono morte e 20 risultano disperse sull’isola di Dominica, a seguito del passaggio dell’uragano Maria, che l’ha investita in pieno lunedì 18 settembre 2017.
Finora, l’uragano ha causato la morte di almeno 33 persone, 15 a Porto Rico, due sull’isola di Guadalupa, 15 in Dominica e una nelle isole Vergini americane.
A riferirlo è stato lo stesso primo ministro dello stato insulare caraibico, Roosevelt Skerrit. “È un miracolo che il bilancio delle vittime non conti centinaia di morti”, ha detto Skerrit a una televisione locale.
Il primo ministro ha passato le ultime 24 ore a ispezionare i danni causati sull’isola dalla tempesta. “La devastazione è stata brutale, non avevamo mai visto nulla del genere”.
Fonte: The Post Internazionale
giovedì 21 settembre 2017
L’uragano Maria ha causato il black out totale dell’isola di Porto Rico, nei Caraibi
La tempesta, ora declassata a categoria 3, si è abbattuta sulle coste del territorio statunitense il 20 settembre, provocando la morte di almeno una persona
Il passaggio dell’uragano Maria ha bloccato le infrastrutture energetiche dell’isola di Porto Rico, causando la morte di una persona, colpita dai detriti lanciati in aria dai forti venti, e lasciando senza elettricità l’intero territorio statunitense, abitato da oltre tre milioni di persone.
La tempesta ha colpito le coste dell’isola nella giornata di mercoledì 20 settembre, dopo che nei giorni precedenti aveva già portato i propri venti e le forti piogge sulle isole Vergini statunitensi, sullo stato insulare di Dominica e sull’isola di Guadalupa, un dipartimento d’Oltremare francese, causando almeno nove morti.
L’uragano, declassato a categoria 3, si sta ora dirigendo verso la Repubblica Dominicana e le isole di Turks e Caicos, in direzione nord – nordest.
Porto Rico era stata risparmiata dall’uragano Irma, che non l’aveva colpita direttamente. La tempesta Maria ha invece investito in pieno l’isola.
I venti che hanno interessato il territorio statunitense soffiavano ad oltre 230 chilometri orari, tanto che sono riusciti a sfondare alcune porte dei rifugi messi a punto dalle autorità per proteggere la popolazione allertata.
Le autorità statunitensi avevano diramato un’allerta alluvione a causa dell’innalzamento del livello dei fiumi, in particolare nella parte orientale dell’isola. Il National Hurricane Center ha riferito che “inondazioni catastrofiche” hanno interessato oltre metà dei Porto Rico.
Il Rio Grande de Manati, un corso d’acqua che attraversa l’isola, ha battuto il proprio record nei pressi della città di Ciales, al centro del territorio statunitense. Le sue acque hanno raggiunto quasi gli otto metri.
Abner Gómez, a capo dell’agenzia di gestione delle catastrofi, ha affermato che è stato interrotto il servizio a tutte le utenze elettriche dell’isola di Porto Rico. Nonostante l’isola si fosse preparata all’arrivo dell’uragano, organizzando rifugi per la popolazione, il governatore Ricardo Rossello ha riferito che una persona è morta a causa dei detriti volanti portati dalla tempesta.
Secondo quanto riferito dallo stesso governatore Rossello sul suo profilo Twitter ufficiale, oltre 10mila persone e quasi 200 animali domestici hanno trovato rifugio nelle ore immediatamente precedenti l’arrivo di Maria, nelle oltre 500 strutture dedicate agli abitanti in fuga dalla tempesta.
Finora, l’uragano ha causato la morte di almeno 10 persone, una a Porto Rico, due sull’isola di Guadalupa e sette in Dominica. Si tratta del secondo uragano che colpisce i Caraibi questo mese, dal momento che la tempesta Irma ha già provocato 37 morti e miliardi di dollari di danni.
Fonte: The Post Internazionale
L'uragano Maria ha colpito Porto Rico il 20 settembre 2017. Credit: NASA
Il passaggio dell’uragano Maria ha bloccato le infrastrutture energetiche dell’isola di Porto Rico, causando la morte di una persona, colpita dai detriti lanciati in aria dai forti venti, e lasciando senza elettricità l’intero territorio statunitense, abitato da oltre tre milioni di persone.
La tempesta ha colpito le coste dell’isola nella giornata di mercoledì 20 settembre, dopo che nei giorni precedenti aveva già portato i propri venti e le forti piogge sulle isole Vergini statunitensi, sullo stato insulare di Dominica e sull’isola di Guadalupa, un dipartimento d’Oltremare francese, causando almeno nove morti.
L’uragano, declassato a categoria 3, si sta ora dirigendo verso la Repubblica Dominicana e le isole di Turks e Caicos, in direzione nord – nordest.
Porto Rico era stata risparmiata dall’uragano Irma, che non l’aveva colpita direttamente. La tempesta Maria ha invece investito in pieno l’isola.
I venti che hanno interessato il territorio statunitense soffiavano ad oltre 230 chilometri orari, tanto che sono riusciti a sfondare alcune porte dei rifugi messi a punto dalle autorità per proteggere la popolazione allertata.
Le autorità statunitensi avevano diramato un’allerta alluvione a causa dell’innalzamento del livello dei fiumi, in particolare nella parte orientale dell’isola. Il National Hurricane Center ha riferito che “inondazioni catastrofiche” hanno interessato oltre metà dei Porto Rico.
Il Rio Grande de Manati, un corso d’acqua che attraversa l’isola, ha battuto il proprio record nei pressi della città di Ciales, al centro del territorio statunitense. Le sue acque hanno raggiunto quasi gli otto metri.
Abner Gómez, a capo dell’agenzia di gestione delle catastrofi, ha affermato che è stato interrotto il servizio a tutte le utenze elettriche dell’isola di Porto Rico. Nonostante l’isola si fosse preparata all’arrivo dell’uragano, organizzando rifugi per la popolazione, il governatore Ricardo Rossello ha riferito che una persona è morta a causa dei detriti volanti portati dalla tempesta.
Secondo quanto riferito dallo stesso governatore Rossello sul suo profilo Twitter ufficiale, oltre 10mila persone e quasi 200 animali domestici hanno trovato rifugio nelle ore immediatamente precedenti l’arrivo di Maria, nelle oltre 500 strutture dedicate agli abitanti in fuga dalla tempesta.
Finora, l’uragano ha causato la morte di almeno 10 persone, una a Porto Rico, due sull’isola di Guadalupa e sette in Dominica. Si tratta del secondo uragano che colpisce i Caraibi questo mese, dal momento che la tempesta Irma ha già provocato 37 morti e miliardi di dollari di danni.
Fonte: The Post Internazionale
domenica 10 settembre 2017
L’uragano Irma è arrivato in Florida e ha colpito le isole Keys
L'uragano ha causato la morte di almeno tre persone, mentre le autorità dello stato hanno diramato l'allarme per la formazione di tornado e trombe marine nelle aree costiere
L’occhio dell’uragano Irma ha colpito le coste delle isole Keys, in Florida, con forti venti e pioggia, causando la morte di tre persone e lasciando senza elettricità oltre un milione di abitanti.
Più di cinque milioni di residenti dell’intero stato hanno ricevuto l’ordine di evacuazione. Le autorità hanno segnalato il rischio di formazione di tornado e trombe d’acqua a causa dell’arrivo dell’uragano.
Il centro del ciclone si trova ormai a soli 25 chilometri dal capoluogo dell’arcipelago Key West. Secondo i meteorologi, quando ha colpito le coste la tempesta aveva la potenza di un uragano di categoria 4.
Il Centro di controllo uragani statunitense ha fatto sapere che Irma si muove a una velocità di quasi 13 chilometri orari.
Almeno 22 persone nei Caraibi sono decedute a causa di Irma, che ha devastato diverse isole nell’arcipelago centro-americano.
L’agenzia federale statunitense Noaa che si occupa del monitoraggio di questi eventi atmosferici prevede che la tempesta devasterà l’intero stato nelle prossime 36 ore, fino a raggiungere le zone interne degli stati orientali degli Stati Uniti.
I venti estremi e le piogge portati dall’uragano mettono a rischio anche la barriera corallina al largo dell’arcipelago.
Le autorità si aspettano infatti onde alte più di quattro metri, che potrebbero devastare gli isolotti che si trovano a pelo d’acqua tutt’intorno alle isole.
Fonte: The Post Internazionale
Oltre un milione di persone sono rimaste senza elettricità in Florida a causa dell'uragano Irma.
L’occhio dell’uragano Irma ha colpito le coste delle isole Keys, in Florida, con forti venti e pioggia, causando la morte di tre persone e lasciando senza elettricità oltre un milione di abitanti.
Più di cinque milioni di residenti dell’intero stato hanno ricevuto l’ordine di evacuazione. Le autorità hanno segnalato il rischio di formazione di tornado e trombe d’acqua a causa dell’arrivo dell’uragano.
Il centro del ciclone si trova ormai a soli 25 chilometri dal capoluogo dell’arcipelago Key West. Secondo i meteorologi, quando ha colpito le coste la tempesta aveva la potenza di un uragano di categoria 4.
Il Centro di controllo uragani statunitense ha fatto sapere che Irma si muove a una velocità di quasi 13 chilometri orari.
Almeno 22 persone nei Caraibi sono decedute a causa di Irma, che ha devastato diverse isole nell’arcipelago centro-americano.
L’agenzia federale statunitense Noaa che si occupa del monitoraggio di questi eventi atmosferici prevede che la tempesta devasterà l’intero stato nelle prossime 36 ore, fino a raggiungere le zone interne degli stati orientali degli Stati Uniti.
I venti estremi e le piogge portati dall’uragano mettono a rischio anche la barriera corallina al largo dell’arcipelago.
Le autorità si aspettano infatti onde alte più di quattro metri, che potrebbero devastare gli isolotti che si trovano a pelo d’acqua tutt’intorno alle isole.
Fonte: The Post Internazionale
sabato 9 settembre 2017
L’uragano Irma ha colpito Cuba e si dirige verso la Florida
La Florida si prepara per l'arrivo della tempesta, che è attesa nella mattina di domenica. Nei Caraibi Irma ha già provocato 21 vittime
L’uragano Irma ha colpito la costa settentrionale di Cuba con forti venti e pioggia sabato 9 settembre, mentre 5,6 milioni di residenti in Florida hanno ricevuto un ordine di evacuazione. La tempesta, che dopo essere stata declassata è tornata adesso ad intensità massima (pari al livello 5), ha già ucciso 21 persone nei Caraibi e devastato le isole orientali.
Irma, una delle più forti tempeste atlantiche dell’ultimo secolo, ha colpito l’arcipelago cubano di Sabana-Camagüey con una velocità di 260 chilometri orari secondo l’U.S. National Hurricane Center (NHC). È la prima volta che un uragano di categoria 5 colpisce Cuba da decenni.
“Le scene che si stanno verificando sulla costa centro-settentrionale di Cuba somigliano sempre di più agli orrori visti sulle isole dei Caraibi”, scrive il reporter di Reuters Mark Frank. “Mare mosso, cieli grigi, forte pioggia, palme piegate, onde enormi che si infrangono sugli scogli e linee elettriche abbattute hanno riempito i telegiornali dello stato”.
Le isole Bahamas, invece, sono invece state per lo più risparmiate dall’uragano, secondo quanto riporta la Bbc. La tempesta dovrebbe raggiungere la Florida nella mattina di domenica 10 settembre, portando massicci danni con vento e inondazioni nel quarto stato più popoloso degli Stati Uniti.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto in un video-messaggio che Irma è “una tempesta di storico potenziale distruttivo” e ha chiesto alle persone di seguire le raccomandazioni degli ufficiali governativi e applicare la legge, secondo quanto riportato da Reuters.
La Florida si prepara per l’arrivo dell’uragano Irma
Abbattendosi sulle coste della Florida, Irma potrebbe causare miliardi di dollari di danni e ha già messo a rischio le infrastrutture elettriche dello stato. Milioni di persone subiranno infatti gli effetti delle forti piogge e dei venti restando senza elettricità.
Le autorità dello stato meridionale stanno già evacuando turisti e residenti dalle isole Keys, dalla città di Miami e da quella di Miami beach. Il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto alla popolazione di prendere “solo il necessario” ed evacuare le zone a rischio.
“Possiamo ricostruire le vostre case, non la vostra vita”, ha detto Scott. I porti dello stato saranno chiusi da sabato 9 settembre e diversi voli sono già stati cancellati.
Il timore maggiore delle autorità riguarda quattro centrali nucleari presenti nello stato. Gli impianti a rischio sono il Crystal River 3, la centrale di Levy County, quella di St. Lucie e quella di Turkey Point.
Lo stato d’emergenza, dichiarato per la Florida, è stato esteso anche a Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord. Si prevede infatti che la tempesta, una volta colpita la Florida, proseguirà la sua corsa verso gli stati confinanti settentrionali.
Lo U.S. National Hurricane Center (NHC), prevede che i forti venti e le piogge colpiranno infatti la Georgia, la Carolina del Sud, l’Alabama, il Tennesse, fino ad arrivare in Kentucky.
Tre uragani nei Caraibi
Al momento nei Caraibi gli uragani sono ben tre. Oltre a Irma, che punta le coste di Cuba e della Florida, c’è anche la tempesta Jose, al momento ancora al largo dell’Atlantico, ma che si prevede seguirà le orme dell’uragano Irma. Il terzo uragano è Katia, ora al largo delle coste nord orientali del Messico e che minaccia lo stato di Veracruz. (Qui una guida visiva realizzata dalla Bbc)
Per quanto riguarda l’uragano Jose, più si avvicina alle coste delle isole caraibiche dove le acque sono più calde, più la perturbazione si fa intensa. Secondo quanto riferito da Reuters, la tempesta è stata riclassificata come uragano di categoria 4.
Intanto la situazione nei Caraibi ha già avuto effetto sui prezzi del petrolio, la regione del Golfo del Messico infatti è una delle maggiori produttrici di questo combustibile fossile del mondo.
Già l’uragano Harvey, che negli scorsi giorni ha colpito Texas e Louisiana, aveva avuto effetti sui mercati energetici mondiali, ma ora il prezzo del U.S. West Texas Intermediate (WTI), la principale varietà di petrolio prodotta nel Golfo, è salito del 5 per cento.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Alexandre Meneghini
L’uragano Irma ha colpito la costa settentrionale di Cuba con forti venti e pioggia sabato 9 settembre, mentre 5,6 milioni di residenti in Florida hanno ricevuto un ordine di evacuazione. La tempesta, che dopo essere stata declassata è tornata adesso ad intensità massima (pari al livello 5), ha già ucciso 21 persone nei Caraibi e devastato le isole orientali.
Irma, una delle più forti tempeste atlantiche dell’ultimo secolo, ha colpito l’arcipelago cubano di Sabana-Camagüey con una velocità di 260 chilometri orari secondo l’U.S. National Hurricane Center (NHC). È la prima volta che un uragano di categoria 5 colpisce Cuba da decenni.
“Le scene che si stanno verificando sulla costa centro-settentrionale di Cuba somigliano sempre di più agli orrori visti sulle isole dei Caraibi”, scrive il reporter di Reuters Mark Frank. “Mare mosso, cieli grigi, forte pioggia, palme piegate, onde enormi che si infrangono sugli scogli e linee elettriche abbattute hanno riempito i telegiornali dello stato”.
Le isole Bahamas, invece, sono invece state per lo più risparmiate dall’uragano, secondo quanto riporta la Bbc. La tempesta dovrebbe raggiungere la Florida nella mattina di domenica 10 settembre, portando massicci danni con vento e inondazioni nel quarto stato più popoloso degli Stati Uniti.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto in un video-messaggio che Irma è “una tempesta di storico potenziale distruttivo” e ha chiesto alle persone di seguire le raccomandazioni degli ufficiali governativi e applicare la legge, secondo quanto riportato da Reuters.
La Florida si prepara per l’arrivo dell’uragano Irma
Abbattendosi sulle coste della Florida, Irma potrebbe causare miliardi di dollari di danni e ha già messo a rischio le infrastrutture elettriche dello stato. Milioni di persone subiranno infatti gli effetti delle forti piogge e dei venti restando senza elettricità.
Le autorità dello stato meridionale stanno già evacuando turisti e residenti dalle isole Keys, dalla città di Miami e da quella di Miami beach. Il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto alla popolazione di prendere “solo il necessario” ed evacuare le zone a rischio.
“Possiamo ricostruire le vostre case, non la vostra vita”, ha detto Scott. I porti dello stato saranno chiusi da sabato 9 settembre e diversi voli sono già stati cancellati.
Il timore maggiore delle autorità riguarda quattro centrali nucleari presenti nello stato. Gli impianti a rischio sono il Crystal River 3, la centrale di Levy County, quella di St. Lucie e quella di Turkey Point.
Lo stato d’emergenza, dichiarato per la Florida, è stato esteso anche a Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord. Si prevede infatti che la tempesta, una volta colpita la Florida, proseguirà la sua corsa verso gli stati confinanti settentrionali.
Lo U.S. National Hurricane Center (NHC), prevede che i forti venti e le piogge colpiranno infatti la Georgia, la Carolina del Sud, l’Alabama, il Tennesse, fino ad arrivare in Kentucky.
Tre uragani nei Caraibi
Al momento nei Caraibi gli uragani sono ben tre. Oltre a Irma, che punta le coste di Cuba e della Florida, c’è anche la tempesta Jose, al momento ancora al largo dell’Atlantico, ma che si prevede seguirà le orme dell’uragano Irma. Il terzo uragano è Katia, ora al largo delle coste nord orientali del Messico e che minaccia lo stato di Veracruz. (Qui una guida visiva realizzata dalla Bbc)
Per quanto riguarda l’uragano Jose, più si avvicina alle coste delle isole caraibiche dove le acque sono più calde, più la perturbazione si fa intensa. Secondo quanto riferito da Reuters, la tempesta è stata riclassificata come uragano di categoria 4.
Intanto la situazione nei Caraibi ha già avuto effetto sui prezzi del petrolio, la regione del Golfo del Messico infatti è una delle maggiori produttrici di questo combustibile fossile del mondo.
Già l’uragano Harvey, che negli scorsi giorni ha colpito Texas e Louisiana, aveva avuto effetti sui mercati energetici mondiali, ma ora il prezzo del U.S. West Texas Intermediate (WTI), la principale varietà di petrolio prodotta nel Golfo, è salito del 5 per cento.
Fonte: The Post Internazionale
venerdì 8 settembre 2017
È iniziata l’evacuazione di una contea di Miami per l’arrivo dell’uragano Irma
Al momento la tempesta si trova ancora sul mare dei Caraibi, dove ha ucciso almeno 16 persone
L’uragano Irma, che si trova ora a nord della repubblica Dominicana, ha già ucciso almeno 16 persone, devastando diverse isole nel Golfo del Messico. È una della più potenti tempeste della storia formatesi nell‘oceano Atlantico e sta adesso puntando sulla Florida, dove a Miami, nella contea di Miami-Dade, è già iniziata l’evacuazione di decine di migliaia di persone.
Irma colpirà le coste degli Stati Uniti al più tardi di domenica 10 settembre.
Il numero maggiore delle vittime è stato registrato nel territorio d’oltremare francese di Saint Martin e Saint Barthélemy dove 11 persone sono state uccise dall’uragano e altre 23 sono rimaste ferite.
L’isola di Barbuda è diventata quasi inabitabile secondo le autorità ufficiali, mentre il territorio d’oltremare francese di Saint Martin è stato quasi distrutto. “È una catastrofe enorme, il 95 per cento dell’isola è stata distrutta”, ha detto il funzionario locale Daniel Gibbs. Secondo il presidente francese Macron, il bilancio delle vittime alla fine “sarà crudele”.
Con l’aumentare delle devastazioni, ci si aspetta infatti che salga anche il bilancio delle vittime. Con venti superiori ai 320 km l’ora, la tempesta sta mettendo a rischio tutto il nord del Golfo del Messico.
Un video del National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), l’agenzia federale statunitense che si occupa proprio di meteorologia e uragani, ha mostrato al mondo lo spaventoso occhio del ciclone.
La tempesta, con un diametro arrivato a misurare oltre 800 chilometri e un’estensione totale pari a quella della Francia, ha già superato Porto Rico, dove ha causato diversi black-out che hanno coinvolto oltre il 70 per cento della popolazione secondo il governatore del territorio statunitense Ricardo Rossello.
Secondo lo U.S. National Hurricane Center (NHC), l’agenzia federale statunitense che si occupa di monitorare queste tempeste, sostiene che la perturbazione si sta muovendo verso nord-ovest e che colpirà ancora gli stati caraibici di Haiti e Cuba, prima di abbattersi sulla Florida domenica 10 settembre, anche se la traiettoria precisa dell’uragano rimane imprevedibile, come riportato dall’agenzia Reuters.
Nonostante non si possa sapere con certezza dove toccherà terra la tempesta, l’intera costa meridionale dello stato è a rischio.
“Esorto tutti coloro che vivono sul percorso dell’uragano Irma a dare ascolto ai consigli e agli ordini delle autorità locali e statali”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul suo profilo Twitter. La potenza della tempesta è stata declassata a categoria 4.
Abbattendosi sulle coste della Florida, Irma potrebbe causare miliardi di dollari di danni e ha già messo a rischio le infrastrutture elettriche dello stato. Milioni di persone subiranno infatti gli effetti delle forti piogge e dei venti restando senza elettricità.
Le autorità dello stato meridionale stanno già evacuando turisti e residenti dalle isole Keys, dalla città di Miami e da quella di Miami beach. Il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto alla popolazione di prendere “solo il necessario” ed evacuare le zone a rischio.
“Possiamo ricostruire le vostre case, non la vostra vita”, ha detto Scott. I porti dello stato saranno chiusi da sabato 9 settembre e diversi voli sono già stati cancellati.
Il timore maggiore delle autorità riguarda quattro centrali nucleari presenti nello stato. Gli impianti a rischio sono il Crystal River 3, la centrale di Levy County, quella di St. Lucie e quella di Turkey Point.
Lo stato d’emergenza, dichiarato per la Florida, è stato esteso anche a Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord. Si prevede infatti che la tempesta, una volta colpita la Florida, proseguirà la sua corsa verso gli stati confinanti settentrionali.
Lo U.S. National Hurricane Center (NHC), prevede che i forti venti e le piogge colpiranno infatti la Georgia, la Carolina del Sud, l’Alabama, il Tennesse, fino ad arrivare in Kentucky.
Intanto nei Caraibi gli uragani al momento sono ben tre. Oltre a Irma, che punta le coste di Cuba e della Florida, c’è anche la tempesta Jose, al momento ancora al largo dell’Atlantico, ma che si prevede seguirà le orme dell’uragano Irma. Il terzo uragano è Katia, ora al largo delle coste nord orientali del Messico e che minaccia lo stato di Veracruz.
Per quanto riguarda l’uragano Jose, più si avvicina alle coste delle isole caraibiche dove le acque sono più calde, più la perturbazione si fa intensa. Secondo quanto riferito da Reuters, la tempesta è stata riclassificata come uragano di categoria 4.
Intanto la situazione nei Caraibi ha già avuto effetto sui prezzi del petrolio, la regione del Golfo del Messico infatti è una delle maggiori produttrici di questo combustibile fossile del mondo.
Già l’uragano Harvey, che negli scorsi giorni ha colpito Texas e Louisiana, aveva avuto effetti sui mercati energetici mondiali, ma ora il prezzo del U.S. West Texas Intermediate (WTI), la principale varietà di petrolio prodotta nel Golfo, è salito del 5 per cento.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Randy Bresnik/via Twitter/AstroKomrade
L’uragano Irma, che si trova ora a nord della repubblica Dominicana, ha già ucciso almeno 16 persone, devastando diverse isole nel Golfo del Messico. È una della più potenti tempeste della storia formatesi nell‘oceano Atlantico e sta adesso puntando sulla Florida, dove a Miami, nella contea di Miami-Dade, è già iniziata l’evacuazione di decine di migliaia di persone.
Irma colpirà le coste degli Stati Uniti al più tardi di domenica 10 settembre.
Il numero maggiore delle vittime è stato registrato nel territorio d’oltremare francese di Saint Martin e Saint Barthélemy dove 11 persone sono state uccise dall’uragano e altre 23 sono rimaste ferite.
L’isola di Barbuda è diventata quasi inabitabile secondo le autorità ufficiali, mentre il territorio d’oltremare francese di Saint Martin è stato quasi distrutto. “È una catastrofe enorme, il 95 per cento dell’isola è stata distrutta”, ha detto il funzionario locale Daniel Gibbs. Secondo il presidente francese Macron, il bilancio delle vittime alla fine “sarà crudele”.
Con l’aumentare delle devastazioni, ci si aspetta infatti che salga anche il bilancio delle vittime. Con venti superiori ai 320 km l’ora, la tempesta sta mettendo a rischio tutto il nord del Golfo del Messico.
Un video del National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), l’agenzia federale statunitense che si occupa proprio di meteorologia e uragani, ha mostrato al mondo lo spaventoso occhio del ciclone.
La tempesta, con un diametro arrivato a misurare oltre 800 chilometri e un’estensione totale pari a quella della Francia, ha già superato Porto Rico, dove ha causato diversi black-out che hanno coinvolto oltre il 70 per cento della popolazione secondo il governatore del territorio statunitense Ricardo Rossello.
Secondo lo U.S. National Hurricane Center (NHC), l’agenzia federale statunitense che si occupa di monitorare queste tempeste, sostiene che la perturbazione si sta muovendo verso nord-ovest e che colpirà ancora gli stati caraibici di Haiti e Cuba, prima di abbattersi sulla Florida domenica 10 settembre, anche se la traiettoria precisa dell’uragano rimane imprevedibile, come riportato dall’agenzia Reuters.
Nonostante non si possa sapere con certezza dove toccherà terra la tempesta, l’intera costa meridionale dello stato è a rischio.
“Esorto tutti coloro che vivono sul percorso dell’uragano Irma a dare ascolto ai consigli e agli ordini delle autorità locali e statali”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul suo profilo Twitter. La potenza della tempesta è stata declassata a categoria 4.
Abbattendosi sulle coste della Florida, Irma potrebbe causare miliardi di dollari di danni e ha già messo a rischio le infrastrutture elettriche dello stato. Milioni di persone subiranno infatti gli effetti delle forti piogge e dei venti restando senza elettricità.
Le autorità dello stato meridionale stanno già evacuando turisti e residenti dalle isole Keys, dalla città di Miami e da quella di Miami beach. Il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto alla popolazione di prendere “solo il necessario” ed evacuare le zone a rischio.
“Possiamo ricostruire le vostre case, non la vostra vita”, ha detto Scott. I porti dello stato saranno chiusi da sabato 9 settembre e diversi voli sono già stati cancellati.
Il timore maggiore delle autorità riguarda quattro centrali nucleari presenti nello stato. Gli impianti a rischio sono il Crystal River 3, la centrale di Levy County, quella di St. Lucie e quella di Turkey Point.
Lo stato d’emergenza, dichiarato per la Florida, è stato esteso anche a Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord. Si prevede infatti che la tempesta, una volta colpita la Florida, proseguirà la sua corsa verso gli stati confinanti settentrionali.
Lo U.S. National Hurricane Center (NHC), prevede che i forti venti e le piogge colpiranno infatti la Georgia, la Carolina del Sud, l’Alabama, il Tennesse, fino ad arrivare in Kentucky.
Intanto nei Caraibi gli uragani al momento sono ben tre. Oltre a Irma, che punta le coste di Cuba e della Florida, c’è anche la tempesta Jose, al momento ancora al largo dell’Atlantico, ma che si prevede seguirà le orme dell’uragano Irma. Il terzo uragano è Katia, ora al largo delle coste nord orientali del Messico e che minaccia lo stato di Veracruz.
Per quanto riguarda l’uragano Jose, più si avvicina alle coste delle isole caraibiche dove le acque sono più calde, più la perturbazione si fa intensa. Secondo quanto riferito da Reuters, la tempesta è stata riclassificata come uragano di categoria 4.
Intanto la situazione nei Caraibi ha già avuto effetto sui prezzi del petrolio, la regione del Golfo del Messico infatti è una delle maggiori produttrici di questo combustibile fossile del mondo.
Già l’uragano Harvey, che negli scorsi giorni ha colpito Texas e Louisiana, aveva avuto effetti sui mercati energetici mondiali, ma ora il prezzo del U.S. West Texas Intermediate (WTI), la principale varietà di petrolio prodotta nel Golfo, è salito del 5 per cento.
Fonte: The Post Internazionale
giovedì 31 agosto 2017
38 morti per l’uragano Harvey
E ci sono circa 32.000 persone in centri di accoglienza, mentre alcuni posti in Texas sono ancora inaccessibili anche via barca
Le autorità locali del Texas hanno detto che fin qui almeno 38 persone sono morte per gli eventi collegati all’uragano Harvey, che da ieri ha perso ulteriormente intensità diventando una “depressione tropicale” e si è spostato dal Texas verso la Louisiana e il Mississippi.
Tra i morti, ha scritto il New York Times, ci sono anche un agente di polizia, una donna che è stata trascinata in un canale, una donna che è morta nella sua casa schiacciata da un albero e una famiglia annegata mentre cercava di allontanarsi in auto da una zona allagata. Il numero dei morti, hanno detto le autorità, potrebbe ancora salire. A Beaumont una bambina è stata salvata dopo essere stata trovata aggrappata al corpo morto di sua madre, trascinato dalla corrente in una zona allagata. A Corsby, poco fuori Houston, ci sono state due esplosioni in un impianto chimico e un agente di polizia è stato ricoverato in ospedale dopo aver respirato dei fumi usciti dall’impianto. L’incidente è stato causato dallo spegnimento degli impianti di raffreddamento di alcuni magazzini della società che gestisce la struttura, la francese Arkema, ha detto che potrebbero esserci altre esplosioni.
Mentre in alcune parti del Texas ha smesso di piovere ed è passato il momento peggiore della tempesta, enormi aree dello stato sono ancora allagate e inaccessibili. In tutto il Texas circa 32.000 persone sono ospitate in centri di accoglienza per via degli allagamenti e in migliaia potrebbero rimanere bloccati fuori dalle loro case per giorni. La zona più gravemente colpita, quella intorno a Houston, ha una popolazione di circa 11 milioni di persone che vivono in 50 contee e più di 300 città: e fuori da Houston – dove da oggi la situazione sembra essere un po’ migliorata e hanno riaperto parzialmente due aeroporti – ci sono le situazioni peggiori, con zone che non sono raggiungibili nemmeno via barca. In tutto, per aiutare con i soccorsi nel sud est del Texas, sono stati mobilitati 24.000 uomini della Guardia Nazionale.
Fonte: Il Post
(Icon Sportswire via AP Images)
Le autorità locali del Texas hanno detto che fin qui almeno 38 persone sono morte per gli eventi collegati all’uragano Harvey, che da ieri ha perso ulteriormente intensità diventando una “depressione tropicale” e si è spostato dal Texas verso la Louisiana e il Mississippi.
Tra i morti, ha scritto il New York Times, ci sono anche un agente di polizia, una donna che è stata trascinata in un canale, una donna che è morta nella sua casa schiacciata da un albero e una famiglia annegata mentre cercava di allontanarsi in auto da una zona allagata. Il numero dei morti, hanno detto le autorità, potrebbe ancora salire. A Beaumont una bambina è stata salvata dopo essere stata trovata aggrappata al corpo morto di sua madre, trascinato dalla corrente in una zona allagata. A Corsby, poco fuori Houston, ci sono state due esplosioni in un impianto chimico e un agente di polizia è stato ricoverato in ospedale dopo aver respirato dei fumi usciti dall’impianto. L’incidente è stato causato dallo spegnimento degli impianti di raffreddamento di alcuni magazzini della società che gestisce la struttura, la francese Arkema, ha detto che potrebbero esserci altre esplosioni.
Lo stabilimento chimico di Crosby, rimasto allagato e senza corrente per 3 giorni (Godofredo A. Vasquez / Houston Chronicle)
Mentre in alcune parti del Texas ha smesso di piovere ed è passato il momento peggiore della tempesta, enormi aree dello stato sono ancora allagate e inaccessibili. In tutto il Texas circa 32.000 persone sono ospitate in centri di accoglienza per via degli allagamenti e in migliaia potrebbero rimanere bloccati fuori dalle loro case per giorni. La zona più gravemente colpita, quella intorno a Houston, ha una popolazione di circa 11 milioni di persone che vivono in 50 contee e più di 300 città: e fuori da Houston – dove da oggi la situazione sembra essere un po’ migliorata e hanno riaperto parzialmente due aeroporti – ci sono le situazioni peggiori, con zone che non sono raggiungibili nemmeno via barca. In tutto, per aiutare con i soccorsi nel sud est del Texas, sono stati mobilitati 24.000 uomini della Guardia Nazionale.
Fonte: Il Post
domenica 27 agosto 2017
Almeno cinque persone sono morte in Texas a causa dell’uragano Harvey
La tempesta è nata nel Golfo del Messico e i suoi venti hanno raggiunto una velocità di oltre 100 chilometri orari, causando già milioni di dollari di danni
Malgrado sia stato declassato a tempesta tropicale, negli Stati Uniti almeno cinque persone sono morte da quando l’uragano Harvey ha colpito la costa dello stato meridionale del Texas.
Una persona infatti è morta a Rockport, una cittadina costiera situata sulla Live Oak Peninsula, in riva al Golfo del Messico, in Texas. Una donna è invece deceduta a Houston, capoluogo della contea di Harris, sulla costa centrale dello stato.
Altre mille persone sono state già tratte in salvo nella stessa città di Houston dall’intervento dei servizi di emergenza. Molti erano rimasti intrappolati nelle proprie auto o nelle abitazioni a seguito delle piogge torrenziali che stanno colpendo tutto il sud dello stato del Texas.
L’uragano ha colpito per prima la costa di Copano Bay nei pressi della città industriale di Corpus Christi. L’area conta almeno 350 mila abitanti, qui la tempesta ha provocato decine di feriti a causa dei crolli e dei danni provocati dal forte vento.
Harvey ha poi causato diversi black-out, almeno 155mila texani sono infatti rimasti senza luce. La regione colpita dal ciclone conta un gran numero di raffinerie che producono oltre 5 milioni di barili di petrolio al giorno.
Diverse compagnie petrolifere hanno già chiuso i propri impianti ed evacuato anche le piattaforme di trivellazione al largo della costa degli Stati Uniti.
Le previsioni annunciano almeno 60 centimetri di pioggia per i prossimi giorni. Le autorità si attendono poi un aumento del livello del mare fino a quattro metri. L’area costiera tra il Messico e lo stato meridionale della Louisiana.
Il governatore del Texas, Greg Abbott ha già ottenuto per decreto del presidente Trump il riconoscimento dello stato di calamità naturale.
Centinaia di membri della Guardia nazionale sono stati richiamati proprio da Abbott per far fronte ai danni provocati da quello che è stato definito il più potente uragano che abbia mai colpito gli Stati Uniti negli ultimi 11 anni.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters
Malgrado sia stato declassato a tempesta tropicale, negli Stati Uniti almeno cinque persone sono morte da quando l’uragano Harvey ha colpito la costa dello stato meridionale del Texas.
Una persona infatti è morta a Rockport, una cittadina costiera situata sulla Live Oak Peninsula, in riva al Golfo del Messico, in Texas. Una donna è invece deceduta a Houston, capoluogo della contea di Harris, sulla costa centrale dello stato.
Altre mille persone sono state già tratte in salvo nella stessa città di Houston dall’intervento dei servizi di emergenza. Molti erano rimasti intrappolati nelle proprie auto o nelle abitazioni a seguito delle piogge torrenziali che stanno colpendo tutto il sud dello stato del Texas.
L’uragano ha colpito per prima la costa di Copano Bay nei pressi della città industriale di Corpus Christi. L’area conta almeno 350 mila abitanti, qui la tempesta ha provocato decine di feriti a causa dei crolli e dei danni provocati dal forte vento.
Harvey ha poi causato diversi black-out, almeno 155mila texani sono infatti rimasti senza luce. La regione colpita dal ciclone conta un gran numero di raffinerie che producono oltre 5 milioni di barili di petrolio al giorno.
Diverse compagnie petrolifere hanno già chiuso i propri impianti ed evacuato anche le piattaforme di trivellazione al largo della costa degli Stati Uniti.
L’uragano è stato declassato a tempesta tropicale dal centro federale per la previsione degli uragani (Nhc). Il pericolo maggiore però, secondo il National Hurricane Center, è ora rappresentato dalle piogge in arrivo, destinate a provocare inondazioni potenzialmente mortali.Catastrophic flooding underway across the middle/upper Texas coast from #Harvey. Follow @NWSHouston @NWSCorpus @NWSWPC for more information pic.twitter.com/Y5FqDLhUzG— NHC Atlantic Ops (@NHC_Atlantic) 27 agosto 2017
Le previsioni annunciano almeno 60 centimetri di pioggia per i prossimi giorni. Le autorità si attendono poi un aumento del livello del mare fino a quattro metri. L’area costiera tra il Messico e lo stato meridionale della Louisiana.
Il governatore del Texas, Greg Abbott ha già ottenuto per decreto del presidente Trump il riconoscimento dello stato di calamità naturale.
Centinaia di membri della Guardia nazionale sono stati richiamati proprio da Abbott per far fronte ai danni provocati da quello che è stato definito il più potente uragano che abbia mai colpito gli Stati Uniti negli ultimi 11 anni.
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 16 agosto 2017
Il presidente della Sierra Leone ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per la frana avvenuta nella capitale
Lunedì 14 agosto, il disastro provocato dalle forti piogge aveva causato la morte di centinaia di persone nella città di Freetown e in diverse altre aree del paese, uno dei più poveri del continente
Si è aggravato il bilancio delle vittime della frana di fango avvenuta a Freetown, capitale della Sierra Leone. I morti sono almeno 400, di cui oltre un centinaio sono minori. A riferirlo sono fonti ufficiali del governo. Le autorità intanto stanno continuando a prestare soccorso ai feriti tra le macerie.
Ernest Bai Koroma presidente della Sierra Leone ha quindi chiesto alla comunità internazionale di aiutare il proprio paese ad affrontare l’alluvione causata dalle forti piogge intervenute nei giorni scorsi e che hanno causato almeno 400 vittime e oltre 600 dispersi.
“Siamo stati sopraffatti dal disastro”, ha detto il presidente Koroma. “La Sierra Leone ha urgente bisogno di aiuto”. “Abbiamo già recuperato 400 corpi ma le previsioni ci fanno temere almeno 500 vittime”, ha aggiunto il presidente.
Diversi governi tra cui quello di Israele, del Regno Unito e la Commissione europea hanno già dichiarato il loro pieno sostegno al paese africano.
Lunedì 14 agosto, una frana provocata dalle forti piogge aveva causato la morte di centinaia di persone nella città di Freetown e in diverse altre aree del paese, uno dei più poveri del continente.
La situazione peggiore però è proprio quella della capitale, dove le abbondanti precipitazioni hanno fatto crollare un’intera collina della città. La frana di fango ha così travolto le abitazioni, abusive, costruite sulle sue pendici.
Le inondazioni non sono insolite in Sierra Leone, dove spesso le abitazioni costruite in economia vengono spazzate via dalle forti precipitazioni. Nel 2015, a Freetown sono morte dieci persone per alcune frane causate da un’alluvione.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters
Si è aggravato il bilancio delle vittime della frana di fango avvenuta a Freetown, capitale della Sierra Leone. I morti sono almeno 400, di cui oltre un centinaio sono minori. A riferirlo sono fonti ufficiali del governo. Le autorità intanto stanno continuando a prestare soccorso ai feriti tra le macerie.
Ernest Bai Koroma presidente della Sierra Leone ha quindi chiesto alla comunità internazionale di aiutare il proprio paese ad affrontare l’alluvione causata dalle forti piogge intervenute nei giorni scorsi e che hanno causato almeno 400 vittime e oltre 600 dispersi.
“Siamo stati sopraffatti dal disastro”, ha detto il presidente Koroma. “La Sierra Leone ha urgente bisogno di aiuto”. “Abbiamo già recuperato 400 corpi ma le previsioni ci fanno temere almeno 500 vittime”, ha aggiunto il presidente.
Diversi governi tra cui quello di Israele, del Regno Unito e la Commissione europea hanno già dichiarato il loro pieno sostegno al paese africano.
Lunedì 14 agosto, una frana provocata dalle forti piogge aveva causato la morte di centinaia di persone nella città di Freetown e in diverse altre aree del paese, uno dei più poveri del continente.
La situazione peggiore però è proprio quella della capitale, dove le abbondanti precipitazioni hanno fatto crollare un’intera collina della città. La frana di fango ha così travolto le abitazioni, abusive, costruite sulle sue pendici.
Le inondazioni non sono insolite in Sierra Leone, dove spesso le abitazioni costruite in economia vengono spazzate via dalle forti precipitazioni. Nel 2015, a Freetown sono morte dieci persone per alcune frane causate da un’alluvione.
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 14 agosto 2017
Almeno 180 persone sono morte per una frana in Sierra Leone
Una frana provocata dalle forti piogge ha causato la morte di almeno 180 persone nella città di Freetown, capitale della Sierra Leone. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo, l’agenzia di stampa Afp parla di 180 possibili morti ma secondo il vice presidente del paese, Victor Foh, “è probabile che sotto le macerie ci siano centinaia di corpi”.
Dopo le abbondanti precipitazioni che si sono abbattute sulla capitale, un’intera collina della città è crollata coprendo di fango due quartieri. Secondo la Bbc, molte persone potrebbero essere state travolte dal fango nelle loro abitazioni durante il sonno.
I servizi di emergenza sono al lavoro per soccorrere chi è rimasto intrappolato in casa.
Le inondazioni non sono insolite in Sierra Leone, dove spesso le abitazioni più pericolanti vengono spazzate via dalle forti precipitazioni. Nel 2015, a Freetown sono morte dieci persone per le frane.
Fonte: The Post Internazionale
sabato 29 luglio 2017
L’acqua a Roma non sarà razionata per il momento
Lo ha stabilito in extremis il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, assumendosi personalmente la responsabilità di questa decisione
Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che l’acqua a Roma non sarà razionata, assumendosi personalmente la responsabilità di questa decisione.
A dispetto di quanto aveva invece continuato ad affermare Acea, dunque, non avverrà più – almeno per ora – il razionamento idrico per 1,5 milioni di cittadini a Roma, previsto a partire dal prossimo lunedì 31 luglio.
Le interruzioni dell’acqua a Roma, di cui si è parlato ampiamente in questi ultimi giorni, sarebbero state suddivise in diversi turni di 8 ore al giorno ciascuna.
Come si è arrivati fin qui
Inizialmente il governatore della regione Lazio, Nicola Zingaretti, aveva deciso di sospendere il prelievo dell’acqua dal lago di Bracciano al fine di frenare il prosciugamento del bacino idrico, messo a dura prova dalla siccità di questa stagione.
Tuttavia Acea – operatore nazionale nel settore idrico che fornisce servizi nelle regioni Lazio, Toscana, Umbria e Campania – aveva criticato la soluzione della regione di stoppare il prelievo dell’acqua dal lago di Bracciano, definendola abnorme, illegittima e inutile. L’unica via percorribile, dal punto di vista di Acea, era a quel punto di razionare l’acqua nella città di Roma.
La questione del lago di Bracciano
Dal lago di Bracciano vengono prelevati 86 mila metri cubi al giorno, che sono pari a un prosciugamento di 1,5 millimetri. L’acqua prelevata dal lago laziale contribuisce all’8 per cento del fabbisogno della popolazione, cioè fornisce il servizio a circa 200mila cittadini, lontani dal milione e mezzo che dovrebbe riguardare il razionamento.
Fonte: The Post Internazionale
Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che l’acqua a Roma non sarà razionata, assumendosi personalmente la responsabilità di questa decisione.
A dispetto di quanto aveva invece continuato ad affermare Acea, dunque, non avverrà più – almeno per ora – il razionamento idrico per 1,5 milioni di cittadini a Roma, previsto a partire dal prossimo lunedì 31 luglio.
Le interruzioni dell’acqua a Roma, di cui si è parlato ampiamente in questi ultimi giorni, sarebbero state suddivise in diversi turni di 8 ore al giorno ciascuna.
Come si è arrivati fin qui
Inizialmente il governatore della regione Lazio, Nicola Zingaretti, aveva deciso di sospendere il prelievo dell’acqua dal lago di Bracciano al fine di frenare il prosciugamento del bacino idrico, messo a dura prova dalla siccità di questa stagione.
Tuttavia Acea – operatore nazionale nel settore idrico che fornisce servizi nelle regioni Lazio, Toscana, Umbria e Campania – aveva criticato la soluzione della regione di stoppare il prelievo dell’acqua dal lago di Bracciano, definendola abnorme, illegittima e inutile. L’unica via percorribile, dal punto di vista di Acea, era a quel punto di razionare l’acqua nella città di Roma.
La questione del lago di Bracciano
Dal lago di Bracciano vengono prelevati 86 mila metri cubi al giorno, che sono pari a un prosciugamento di 1,5 millimetri. L’acqua prelevata dal lago laziale contribuisce all’8 per cento del fabbisogno della popolazione, cioè fornisce il servizio a circa 200mila cittadini, lontani dal milione e mezzo che dovrebbe riguardare il razionamento.
Fonte: The Post Internazionale
venerdì 2 giugno 2017
Trump annuncia l'uscita degli USA dall'accordo sul clima di Parigi
L'accordo di Parigi era stato firmato nel 2016 da 190 paesi. Gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo che inquina di più dopo la Cina
Ora è ufficiale: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l'uscita dall'accordo sul clima di Parigi. L'annuncio è arrivato il primo giugno 2017 nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca.
Trump ha tenuto un discorso in cui ha espresso il suo forte dissenso per i benefici che alcuni paesi, tra cui Cina e India, ottengono rispetto agli Stati Uniti con questo accordo sul clima, motivo per cui Washington non vuole farne parte.
"Questo accordo non ha nulla a che vedere con la salvaguardia dell'ambiente, quanto piuttosto con il semplice fatto che alcuni paesi ottengono vantaggi economici a danno degli Stati Uniti", ha detto Trump.
La notizia dell'uscita di Washington dall'accordo era stata anticipata, nei giorni precedenti alla dichiarazione ufficiale di Trump, dal sito Axios, citando fonti vicine all'amministrazione, e poi ribadita anche dalle emittenti e agenzie di stampa statunitensi CBS, ABC e AP.
All'accordo sul clima si era giunti nel 2015 nell'ambito della conferenza sul clima di Parigi Cop21, atto poi firmato a New York il 22 dicembre 2016.
L'accordo sul clima di Parigi è stato firmato da 190 paesi.
Gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo che inquina di più dopo la Cina.
LEGGI ANCHE: Cosa prevede l'accordo sul clima di Parigi
Fonte: The Post Internazionale
"Questo accordo non ha nulla a che vedere con la salvaguardia dell'ambiente, quanto piuttosto con il fatto che alcuni paesi ottengono vantaggi economici a danno degli Stati Uniti".
Ora è ufficiale: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l'uscita dall'accordo sul clima di Parigi. L'annuncio è arrivato il primo giugno 2017 nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca.
Trump ha tenuto un discorso in cui ha espresso il suo forte dissenso per i benefici che alcuni paesi, tra cui Cina e India, ottengono rispetto agli Stati Uniti con questo accordo sul clima, motivo per cui Washington non vuole farne parte.
"Questo accordo non ha nulla a che vedere con la salvaguardia dell'ambiente, quanto piuttosto con il semplice fatto che alcuni paesi ottengono vantaggi economici a danno degli Stati Uniti", ha detto Trump.
La notizia dell'uscita di Washington dall'accordo era stata anticipata, nei giorni precedenti alla dichiarazione ufficiale di Trump, dal sito Axios, citando fonti vicine all'amministrazione, e poi ribadita anche dalle emittenti e agenzie di stampa statunitensi CBS, ABC e AP.
All'accordo sul clima si era giunti nel 2015 nell'ambito della conferenza sul clima di Parigi Cop21, atto poi firmato a New York il 22 dicembre 2016.
L'accordo sul clima di Parigi è stato firmato da 190 paesi.
Gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo che inquina di più dopo la Cina.
LEGGI ANCHE: Cosa prevede l'accordo sul clima di Parigi
Fonte: The Post Internazionale
sabato 29 aprile 2017
Quante promesse ha mantenuto Trump?
Per i primi cento giorni da presidente, che cadono oggi, aveva elencato una trentina di impegni: ne ha rispettati pochini
Oggi, sabato 29 aprile, sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti: la sua cerimonia di insediamento si è tenuta infatti il 20 gennaio 2017. Di recente Trump ha ammesso che pensava che fare il presidente «sarebbe stato più facile», ma anche che i primi 100 giorni della sua amministrazione sono stati quelli «più di successo nella storia del paese».
Al di là di questa dichiarazione poco condivisa da osservatori e giornalisti, i primi 100 giorni di ogni nuovo governo o amministrazione sono spesso considerati sufficienti per tracciare un primo bilancio: non sono abbastanza per progetti strutturali e a lungo termine, ma sono sufficienti per dare un’idea di quale direzione prenderà l’amministrazione negli anni successivi. Specialmente quando, come nel caso di Trump, è lo stesso candidato presidente a promettere cambiamenti radicali e ad elencare una serie di misure che avrebbe fatto entro i primi tre mesi di governo: cosa che Trump fece nell’ottobre 2016, in un documento intitolato “Contratto con l’elettore americano” (a-ehm).
Molti siti e giornali – tra cui Vox e l’Atlantic – hanno analizzato e commentato i primi tre mesi di Trump proprio a partire da questo documento. Trump si prese una trentina di impegni. Ne ha rispettati tre, circa un decimo. In altri casi ha cambiato idea, non ci ha nemmeno provato o non ha ottenuto risultati concreti.
Cosa ha fatto Trump
Tra le cose che Trump è riuscito a fare c’è la nomina in tempi piuttosto rapidi di Neil Gorsuch per il seggio vacante della Corte Suprema, il più importante organo giuridico americano. Il seggio era vacante dalla morte del giudice conservatore Antonin Scalia, e per via dell’ostruzionismo del partito Repubblicano il Senato non aveva mai esaminato e ratificato il giudice proposto da Barack Obama. È una scelta che lascerà il segno, perché Gorsuch è piuttosto giovane – ha 49 anni – e la nomina a giudice della Corte Suprema dura a vita.
Trump ha anche mantenuto la promessa di ritirarsi dal trattato TPP, cioè il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico, da non confondersi con altre cose con sigle simili). Il TPP è uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, che però dovevano ancora ratificarlo. Il Congresso a maggioranza Repubblicana aveva già fatto sapere di non volerne sapere: quindi per Trump è stata una vittoria facile, più che altro simbolica, ma comunque una vittoria.
Secondo Vox la terza promessa mantenuta di Trump riguarda l’immigrazione: «ha fatto passi significativi per rendere più dure e intimidatorie le misure sull’immigrazione», e grazie ai suoi numerosi divieti è riuscito a creare effettivamente un clima più ostile per gli immigrati, nonostante le successive sospensioni dei decreti ordinate dai tribunali. Trump aveva detto di voler espellere dal paese 2 milioni di immigrati illegali e di voler rendere molto più difficile l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Gli immigrati espulsi sono stati molti meno di 2 milioni, ma ci sono state altre misure – come la sospensione del programma di accoglienza per i richiedenti asilo siriani – che hanno fatto capire che l’approccio è cambiato.
Cosa non ha fatto Trump
Vox ha scritto che «c’è una gran quantità di leggi che Trump ha detto avrebbe fatto approvare e che non sono diventate leggi e, in molti casi, non sono nemmeno state proposte nella forma di qualcosa che somigli anche solo lontanamente a una legge».
La più grande sconfitta di Trump è però quella sull’Obamacare, la storica riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore Barack Obama nel 2014. In campagna elettorale Trump puntò molto sulla proposta della sua abolizione, e promise che l’avrebbe rimpiazzata entro tre mesi. In realtà in marzo ha ritirato la sua confusa proposta di riforma prima ancora che venisse votata dalla Camera, capendo che sarebbe stata bocciata perché una trentina di deputati Repubblicani avevano fatto sapere che non l’avrebbero votata.
Trump non è nemmeno riuscito – ma questo era oggettivamente più difficile – a convincere il Messico a pagare totalmente il muro che intende costruire tra Messico e Stati Uniti e, per la verità, non ha nemmeno iniziato a costruirlo (nel Contratto aveva promesso di trovare i finanziamenti entro i primi 100 giorni). Trump aveva anche detto di voler tagliare da subito i fondi alle cosiddette “sanctuary cities”, cioè le città che scelgono di non considerare come reato l’immigrazione clandestina. Come successo per i divieti sull’immigrazione, Trump ha firmato un ordine esecutivo a riguardo, ma un giudice federale ha bloccato il provvedimento.
Per quanto riguarda invece il clima, Trump aveva detto di voler togliere i finanziamenti miliardari degli Stati Uniti all’ONU (e in generale di impegnarsi meno per combattere il cambiamento climatico), per investire quei soldi per sistemare le infrastrutture degli Stati Uniti. Non l’ha fatto, ma ha comunque firmato un ordine esecutivo per cancellare buona parte delle iniziative adottate dall’amministrazione Obama per contrastare il cambiamento climatico, che però al momento rimane sulla carta.
Nel documento sui suoi primi 100 giorni da presidente Trump non parlò molto di politica estera, ed è quindi difficile dire se ha mantenuto o meno quanto promesso. Trump però fu molto duro nei confronti della Cina – disse di volerla mettere nella lista di paesi che manipolano la propria valuta – ma da presidente ha cambiato decisamente idea, e al momento sembra voglia collaborare con la Cina per provare a gestire la situazione in Corea del Nord.
Trump inoltre aveva detto di voler imporre un limite di mandati per ogni membro del Congresso, e di voler prendere una serie di provvedimenti per limitare i costi della politica e per semplificarne i meccanismi (parlò ad esempio di voler imporre l’eliminazione di due norme federali per ogni nuova norma approvata): anche in questo caso, la promessa non è stata mantenuta, e non è chiaro a che punto siano gli sforzi dell’amministrazione per rispettarla.
Cose da leggere sui primi 100 giorni di Trump
Il New York Times ha chiesto ai suoi lettori di raccontare se e come questi 100 giorni li hanno cambiati e ha raccolto i suoi titoli sui primi 100 giorni da presidenti di Trump, Barack Obama e George W. Bush; il Washington Post ha analizzato i tweet di Trump e ha scritto in un editoriale che ci sono state cose allarmanti ma che «il sistema sta funzionando» e per ora non si è «entrati nella realtà distopica che molti, noi compresi, temevano». Il Guardian ha scritto invece che «tutte le prove di questi 100 giorni mostrano che il futuro sarà profondamente imprevedibile».
Fonte: Il Post
(BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)
Oggi, sabato 29 aprile, sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti: la sua cerimonia di insediamento si è tenuta infatti il 20 gennaio 2017. Di recente Trump ha ammesso che pensava che fare il presidente «sarebbe stato più facile», ma anche che i primi 100 giorni della sua amministrazione sono stati quelli «più di successo nella storia del paese».
Al di là di questa dichiarazione poco condivisa da osservatori e giornalisti, i primi 100 giorni di ogni nuovo governo o amministrazione sono spesso considerati sufficienti per tracciare un primo bilancio: non sono abbastanza per progetti strutturali e a lungo termine, ma sono sufficienti per dare un’idea di quale direzione prenderà l’amministrazione negli anni successivi. Specialmente quando, come nel caso di Trump, è lo stesso candidato presidente a promettere cambiamenti radicali e ad elencare una serie di misure che avrebbe fatto entro i primi tre mesi di governo: cosa che Trump fece nell’ottobre 2016, in un documento intitolato “Contratto con l’elettore americano” (a-ehm).
Molti siti e giornali – tra cui Vox e l’Atlantic – hanno analizzato e commentato i primi tre mesi di Trump proprio a partire da questo documento. Trump si prese una trentina di impegni. Ne ha rispettati tre, circa un decimo. In altri casi ha cambiato idea, non ci ha nemmeno provato o non ha ottenuto risultati concreti.
Cosa ha fatto Trump
Tra le cose che Trump è riuscito a fare c’è la nomina in tempi piuttosto rapidi di Neil Gorsuch per il seggio vacante della Corte Suprema, il più importante organo giuridico americano. Il seggio era vacante dalla morte del giudice conservatore Antonin Scalia, e per via dell’ostruzionismo del partito Repubblicano il Senato non aveva mai esaminato e ratificato il giudice proposto da Barack Obama. È una scelta che lascerà il segno, perché Gorsuch è piuttosto giovane – ha 49 anni – e la nomina a giudice della Corte Suprema dura a vita.
Trump ha anche mantenuto la promessa di ritirarsi dal trattato TPP, cioè il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico, da non confondersi con altre cose con sigle simili). Il TPP è uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, che però dovevano ancora ratificarlo. Il Congresso a maggioranza Repubblicana aveva già fatto sapere di non volerne sapere: quindi per Trump è stata una vittoria facile, più che altro simbolica, ma comunque una vittoria.
Secondo Vox la terza promessa mantenuta di Trump riguarda l’immigrazione: «ha fatto passi significativi per rendere più dure e intimidatorie le misure sull’immigrazione», e grazie ai suoi numerosi divieti è riuscito a creare effettivamente un clima più ostile per gli immigrati, nonostante le successive sospensioni dei decreti ordinate dai tribunali. Trump aveva detto di voler espellere dal paese 2 milioni di immigrati illegali e di voler rendere molto più difficile l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Gli immigrati espulsi sono stati molti meno di 2 milioni, ma ci sono state altre misure – come la sospensione del programma di accoglienza per i richiedenti asilo siriani – che hanno fatto capire che l’approccio è cambiato.
Cosa non ha fatto Trump
Vox ha scritto che «c’è una gran quantità di leggi che Trump ha detto avrebbe fatto approvare e che non sono diventate leggi e, in molti casi, non sono nemmeno state proposte nella forma di qualcosa che somigli anche solo lontanamente a una legge».
La più grande sconfitta di Trump è però quella sull’Obamacare, la storica riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore Barack Obama nel 2014. In campagna elettorale Trump puntò molto sulla proposta della sua abolizione, e promise che l’avrebbe rimpiazzata entro tre mesi. In realtà in marzo ha ritirato la sua confusa proposta di riforma prima ancora che venisse votata dalla Camera, capendo che sarebbe stata bocciata perché una trentina di deputati Repubblicani avevano fatto sapere che non l’avrebbero votata.
Trump non è nemmeno riuscito – ma questo era oggettivamente più difficile – a convincere il Messico a pagare totalmente il muro che intende costruire tra Messico e Stati Uniti e, per la verità, non ha nemmeno iniziato a costruirlo (nel Contratto aveva promesso di trovare i finanziamenti entro i primi 100 giorni). Trump aveva anche detto di voler tagliare da subito i fondi alle cosiddette “sanctuary cities”, cioè le città che scelgono di non considerare come reato l’immigrazione clandestina. Come successo per i divieti sull’immigrazione, Trump ha firmato un ordine esecutivo a riguardo, ma un giudice federale ha bloccato il provvedimento.
Per quanto riguarda invece il clima, Trump aveva detto di voler togliere i finanziamenti miliardari degli Stati Uniti all’ONU (e in generale di impegnarsi meno per combattere il cambiamento climatico), per investire quei soldi per sistemare le infrastrutture degli Stati Uniti. Non l’ha fatto, ma ha comunque firmato un ordine esecutivo per cancellare buona parte delle iniziative adottate dall’amministrazione Obama per contrastare il cambiamento climatico, che però al momento rimane sulla carta.
Nel documento sui suoi primi 100 giorni da presidente Trump non parlò molto di politica estera, ed è quindi difficile dire se ha mantenuto o meno quanto promesso. Trump però fu molto duro nei confronti della Cina – disse di volerla mettere nella lista di paesi che manipolano la propria valuta – ma da presidente ha cambiato decisamente idea, e al momento sembra voglia collaborare con la Cina per provare a gestire la situazione in Corea del Nord.
Trump inoltre aveva detto di voler imporre un limite di mandati per ogni membro del Congresso, e di voler prendere una serie di provvedimenti per limitare i costi della politica e per semplificarne i meccanismi (parlò ad esempio di voler imporre l’eliminazione di due norme federali per ogni nuova norma approvata): anche in questo caso, la promessa non è stata mantenuta, e non è chiaro a che punto siano gli sforzi dell’amministrazione per rispettarla.
Cose da leggere sui primi 100 giorni di Trump
Il New York Times ha chiesto ai suoi lettori di raccontare se e come questi 100 giorni li hanno cambiati e ha raccolto i suoi titoli sui primi 100 giorni da presidenti di Trump, Barack Obama e George W. Bush; il Washington Post ha analizzato i tweet di Trump e ha scritto in un editoriale che ci sono state cose allarmanti ma che «il sistema sta funzionando» e per ora non si è «entrati nella realtà distopica che molti, noi compresi, temevano». Il Guardian ha scritto invece che «tutte le prove di questi 100 giorni mostrano che il futuro sarà profondamente imprevedibile».
Fonte: Il Post
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Andrea De Luca
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giovedì 9 febbraio 2017
Esplosione in una centrale nucleare in Francia
Secondo la prefettura non ci sono rischi di contaminazione. Cinque persone intossicate, spento il reattore
Si è verificata un’esplosione nella centrale nucleare di Flamanville, nel nord della Francia, intorno alle 10 di giovedì 9 febbraio 2017. Secondo la prefettura non ci sono rischi di contaminazione. Cinque persone sono “leggermente intossicate” a causa dell'incendio divampato dopo l'esplosione che si è verificata nella sala macchine della centrale, dove non ci sono elementi radioattivi. I soccorsi sono giunti sul posto ed è in corso un'operazione dei vigili del fuoco. Il reattore nucleare è stato spento “per precauzione”.
Fonte: The Post Internazionale
La centrale nucleare di Flamanville si affaccia sullo stretto della Manica.
Si è verificata un’esplosione nella centrale nucleare di Flamanville, nel nord della Francia, intorno alle 10 di giovedì 9 febbraio 2017. Secondo la prefettura non ci sono rischi di contaminazione. Cinque persone sono “leggermente intossicate” a causa dell'incendio divampato dopo l'esplosione che si è verificata nella sala macchine della centrale, dove non ci sono elementi radioattivi. I soccorsi sono giunti sul posto ed è in corso un'operazione dei vigili del fuoco. Il reattore nucleare è stato spento “per precauzione”.
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 30 gennaio 2017
Tutti gli ordini esecutivi firmati da Trump finora
Nei primi giorni della sua amministrazione il presidente statunitense ha già firmato 17 ordini esecutivi in ambiti come sanità, immigrazione, petrolio, aborto e commercio
Il 20 gennaio 2017 Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca. Dalle prime ore dopo il giuramento il nuovo presidente degli Stati Uniti ha iniziato a firmare ordini esecutivi, alcuni dei quali particolarmente controversi, che hanno provocato accese proteste nel paese e nel resto del mondo.
Che cos'è un ordine esecutivo?
Un ordine esecutivo, nell'ordinamento statunitense, è un provvedimento firmato dal presidente degli Stati Uniti d'America che indirizza le politiche esecutive delle agenzie del Governo americano. Gli ordini esecutivi hanno forza di legge quando sono emessi da un'autorità legislativa che delega questo potere all'esecutivo. Per esempio il Congresso può demandare con una legga delega una parte dei propri poteri al governo.
Nei primi sette giorni pieni della sua amministrazione, il presidente Trump aveva già firmato 17 azioni esecutive con effetti ad ampio raggio all'interno e all'esterno dei confini degli Stati Uniti, in ambiti che riguardano la sanità, l'immigrazione, il petrolio, l'aborto, il commercio e altre ancora.
I 17 ordini esecutivi firmati da Trump
1. Obamacare – La prima mossa da presidente è stata la firma di un decreto esecutivo diretto alle agenzie governative per ridurre il peso economico dell'Affordable Care, la riforma sanitaria del suo predecessore, nota come Obamacare, che consentiva una copertura sanitaria tramite sussidi federali anche ai meno abbienti.
2. Congelamento dei regolamenti – Il presidente ha congelato tutte le norme attualmente in corso di approvazione – ma non approvate – fino a quando non saranno approvati da lui o da un'agenzia dopo il suo insediamento. Questo significa che qualsiasi regolamento firmato dall'ex presidente Barack Obama nelle ultime settimane alla Casa Bianca è congelato.
3. Aborto – il 23 gennaio il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti. Il provvedimento era stato introdotto nel 1984 dall'allora presidente repubblicano Ronald Reagan e sottoscritto a Città del Messico. Fu poi ribaltato sotto la presidenza Clinton nel gennaio del 1993 e ripristinato ancora da George W. Bush durante il suo primo mandato nel 2001. Infine, annullato dall'ultimo presidente democratico Barack Obama nel 2009.
4. Tpp – Nei primi giorni di presidenza Trump ha dato seguito a una delle promesse fatte in campagna elettorale e ha firmato un ordine esecutivo per uscire dall’accordo commerciale transpacifico (Tpp). Lo scopo dell'accordo era approfondire i legami economici e stimolare la crescita, anche attraverso la riduzione delle tariffe tra i paesi firmatari. Gli stati coinvolti, oltre agli Stati Uniti, sono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, che insieme rappresentano circa il 40 per cento dell’economia mondiale. Trump aveva aspramente criticato il Tpp, dicendo che danneggiava la produzione industriale statunitense e che sarebbero stati preferibili accordi bilaterali con i singoli paesi.
5. Congelamento delle assunzioni federali – Il presidente ha detto le agenzie federali non possono riempire le posizioni vacanti né aprirne di nuove, con due eccezioni: il personale militare e le posizioni nell'ambito della pubblica sicurezza.
6 e 7. Oleodotti in North Dakota – Martedì 24 gennaio Trump ha apposto la sua firma su altri due ordini esecutivi che autorizzano la costruzione di due controversi oleodotti – Keystone e Dakota Access – nelle terre sacre dei nativi americani in North Dakota. Ostacolato da mesi da attivisti e residenti, in particolare dalle tribù dei Sioux della riserva di Standing Rock, il progetto era stato bloccato da Obama. Gli ordini non concedono per il momento i permessi finali, ma avviano entrambi i progetti verso l'approvazione. Già in diverse occasioni e in campagna elettorale, Trump aveva ripetuto più volte di voler dare il via libera a questi progetti, sostenendo l'industria petrolifera che aveva finanziato il progetto e alimentando l'idea che la loro realizzazione rappresenterebbe innumerevoli opportunità lavorative. Il progetto è stato osteggiato da ambientalisti e democratici
8. Accelerare l'approvazione dei progetti ambientali prioritari – Il presidente Trump ha ordinato che le agenzie e il presidente del White House Council on Environmental Quality lavorino insieme per impostare scadenze più imminenti e l'approvazione dei progetti di infrastrutture “ad alta priorità”.
9. Uso dell'acciaio prodotto in Americano nei gasdotti – Trump ha chiesto al segretario del Commercio di varare con un piano per garantire che tutti i gasdotti costruiti o riparati negli Stati Uniti essere costruiti con materiali di fabbricazione americana "nella massima misura possibile".
10. Revisione dei regolamenti sulla produzione – In questo ordine esecutivo, il presidente ha ordinato al segretario del Commercio di avviare una revisione di 60 giorni dei regolamenti per i produttori americani, con l'obiettivo di trovare il modo di accelerare il rilascio delle autorizzazioni e tutti i processi federali di cui hanno bisogno.
11. Deportazioni e “città santuario” – Trump ha chiesto alle agenzie di governo di intensificare l'espulsione di coloro che sono nel paese illegalmente. In particolare le seguenti categorie: coloro che sono stati condannati per un reato; coloro che sono stati accusati di un crimine; quelli che hanno commesso un atto per il quale possono essere perseguiti; coloro hanno abusato di un programma di welfare; chi è sotto ordine di espulsione e chi può “nel giudizio di un funzionario dell'immigrazione, rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica o la sicurezza nazionale”.
Lo stesso ordine esecutivo prevede inoltre l'assunzione di 10mila agenti per l'Immigrazione e il controllo delle frontiere e ordina al procuratore generale e al segretario della Sicurezza di bloccare sovvenzioni federali alle cosiddette “città sanctuario”, le città che non rispettano alcune leggi in materia di immigrazione.
12. Il muro al confine con il Messico – Il presidente ha ordinato alle agenzie di iniziare a pianificare e individuare finanziamenti per costruire un muro al confine con il Messico. Questo ordine prevede anche l'assunzione di 5mila agenti di pattugliamento delle frontiere. La costruzione del muro con il Messico era uno dei punti chiave del programma presentato da Trump in campagna elettorale. Il presidente messicano Enrique Pena Nieto ha detto in un messaggio alla nazione che non ha intenzione di finanziarne la costruzione e ha in seguito annullato la visita alla Casa Bianca.
13. Riforma del settore militare – Questo ordine esecutivo avvia un processo più ampio di revisione e pianificazione del settore militare. Delega il progetto al segretario della Difesa.
14. Divieto di ingresso per gli immigrati di 7 paesi musulmani – Il presidente ha firmato il 27 gennaio l'ordine esecutivo Proteggere la nazionale dall'ingresso dei terroristi musulmani negli Stati Uniti, che ha scatenato proteste in tutto il paese. L'intenzione della Casa Bianca è quella di chiudere le frontiere a quei paesi e agli individui potenzialmente connessi con il terrorismo. L'ordine inoltre sospende per 120 giorni l'intero sistema di ammissione dei rifugiati nel paese, lo U.S. Refugee Admissions Program (Usrap), e limita per almeno 90 giorni l’ingresso di rifugiati e migranti provenienti da alcuni paesi di Medio Oriente e Nord Africa, a maggioranza musulmana: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen
15. Combattere l'Isis – Con questo ordine il presidente ha posto le basi per stilare un nuovo piano per la lotta contro lo Stato Islamico entro 30 giorni.
16. Riorganizzare i consigli di sicurezza – È un ordine esecutivo che riguarda tre importanti consigli di sicurezza: il Consiglio del presidente per la sicurezza nazionale, il Consiglio di sicurezza nazionale e il Comitato di presidenza. La nuova configurazione aggiunge la figura dell'Assistente del presidente e chief strategist, Steve Bannon.
17. Divieto di lobbing per i membri della sua amministrazione – Questo ordine vieta ai funzionari nominati dalla sua amministrazione di fare attività di lobbying per cinque anni dopo la fine dell'incarico e impedisce loro di fare lobbying per conto di un governo straniero.
--- LEGGI ANCHE: Cosa prevede in pratica il divieto contro immigrati e musulmani voluto da Trump
--- LEGGI ANCHE: I Paesi Bassi vogliono finanziare le Ong pro aborto a cui Trump ha tagliato i fondi
Fonte: The Post Internazionale
Il presidente degli Stati Uniti firma l'ordine esecutivo che autorizza la costruzione dei controversi oleodotti
Il 20 gennaio 2017 Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca. Dalle prime ore dopo il giuramento il nuovo presidente degli Stati Uniti ha iniziato a firmare ordini esecutivi, alcuni dei quali particolarmente controversi, che hanno provocato accese proteste nel paese e nel resto del mondo.
Che cos'è un ordine esecutivo?
Un ordine esecutivo, nell'ordinamento statunitense, è un provvedimento firmato dal presidente degli Stati Uniti d'America che indirizza le politiche esecutive delle agenzie del Governo americano. Gli ordini esecutivi hanno forza di legge quando sono emessi da un'autorità legislativa che delega questo potere all'esecutivo. Per esempio il Congresso può demandare con una legga delega una parte dei propri poteri al governo.
Nei primi sette giorni pieni della sua amministrazione, il presidente Trump aveva già firmato 17 azioni esecutive con effetti ad ampio raggio all'interno e all'esterno dei confini degli Stati Uniti, in ambiti che riguardano la sanità, l'immigrazione, il petrolio, l'aborto, il commercio e altre ancora.
I 17 ordini esecutivi firmati da Trump
1. Obamacare – La prima mossa da presidente è stata la firma di un decreto esecutivo diretto alle agenzie governative per ridurre il peso economico dell'Affordable Care, la riforma sanitaria del suo predecessore, nota come Obamacare, che consentiva una copertura sanitaria tramite sussidi federali anche ai meno abbienti.
2. Congelamento dei regolamenti – Il presidente ha congelato tutte le norme attualmente in corso di approvazione – ma non approvate – fino a quando non saranno approvati da lui o da un'agenzia dopo il suo insediamento. Questo significa che qualsiasi regolamento firmato dall'ex presidente Barack Obama nelle ultime settimane alla Casa Bianca è congelato.
3. Aborto – il 23 gennaio il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti. Il provvedimento era stato introdotto nel 1984 dall'allora presidente repubblicano Ronald Reagan e sottoscritto a Città del Messico. Fu poi ribaltato sotto la presidenza Clinton nel gennaio del 1993 e ripristinato ancora da George W. Bush durante il suo primo mandato nel 2001. Infine, annullato dall'ultimo presidente democratico Barack Obama nel 2009.
4. Tpp – Nei primi giorni di presidenza Trump ha dato seguito a una delle promesse fatte in campagna elettorale e ha firmato un ordine esecutivo per uscire dall’accordo commerciale transpacifico (Tpp). Lo scopo dell'accordo era approfondire i legami economici e stimolare la crescita, anche attraverso la riduzione delle tariffe tra i paesi firmatari. Gli stati coinvolti, oltre agli Stati Uniti, sono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, che insieme rappresentano circa il 40 per cento dell’economia mondiale. Trump aveva aspramente criticato il Tpp, dicendo che danneggiava la produzione industriale statunitense e che sarebbero stati preferibili accordi bilaterali con i singoli paesi.
5. Congelamento delle assunzioni federali – Il presidente ha detto le agenzie federali non possono riempire le posizioni vacanti né aprirne di nuove, con due eccezioni: il personale militare e le posizioni nell'ambito della pubblica sicurezza.
6 e 7. Oleodotti in North Dakota – Martedì 24 gennaio Trump ha apposto la sua firma su altri due ordini esecutivi che autorizzano la costruzione di due controversi oleodotti – Keystone e Dakota Access – nelle terre sacre dei nativi americani in North Dakota. Ostacolato da mesi da attivisti e residenti, in particolare dalle tribù dei Sioux della riserva di Standing Rock, il progetto era stato bloccato da Obama. Gli ordini non concedono per il momento i permessi finali, ma avviano entrambi i progetti verso l'approvazione. Già in diverse occasioni e in campagna elettorale, Trump aveva ripetuto più volte di voler dare il via libera a questi progetti, sostenendo l'industria petrolifera che aveva finanziato il progetto e alimentando l'idea che la loro realizzazione rappresenterebbe innumerevoli opportunità lavorative. Il progetto è stato osteggiato da ambientalisti e democratici
8. Accelerare l'approvazione dei progetti ambientali prioritari – Il presidente Trump ha ordinato che le agenzie e il presidente del White House Council on Environmental Quality lavorino insieme per impostare scadenze più imminenti e l'approvazione dei progetti di infrastrutture “ad alta priorità”.
9. Uso dell'acciaio prodotto in Americano nei gasdotti – Trump ha chiesto al segretario del Commercio di varare con un piano per garantire che tutti i gasdotti costruiti o riparati negli Stati Uniti essere costruiti con materiali di fabbricazione americana "nella massima misura possibile".
10. Revisione dei regolamenti sulla produzione – In questo ordine esecutivo, il presidente ha ordinato al segretario del Commercio di avviare una revisione di 60 giorni dei regolamenti per i produttori americani, con l'obiettivo di trovare il modo di accelerare il rilascio delle autorizzazioni e tutti i processi federali di cui hanno bisogno.
11. Deportazioni e “città santuario” – Trump ha chiesto alle agenzie di governo di intensificare l'espulsione di coloro che sono nel paese illegalmente. In particolare le seguenti categorie: coloro che sono stati condannati per un reato; coloro che sono stati accusati di un crimine; quelli che hanno commesso un atto per il quale possono essere perseguiti; coloro hanno abusato di un programma di welfare; chi è sotto ordine di espulsione e chi può “nel giudizio di un funzionario dell'immigrazione, rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica o la sicurezza nazionale”.
Lo stesso ordine esecutivo prevede inoltre l'assunzione di 10mila agenti per l'Immigrazione e il controllo delle frontiere e ordina al procuratore generale e al segretario della Sicurezza di bloccare sovvenzioni federali alle cosiddette “città sanctuario”, le città che non rispettano alcune leggi in materia di immigrazione.
12. Il muro al confine con il Messico – Il presidente ha ordinato alle agenzie di iniziare a pianificare e individuare finanziamenti per costruire un muro al confine con il Messico. Questo ordine prevede anche l'assunzione di 5mila agenti di pattugliamento delle frontiere. La costruzione del muro con il Messico era uno dei punti chiave del programma presentato da Trump in campagna elettorale. Il presidente messicano Enrique Pena Nieto ha detto in un messaggio alla nazione che non ha intenzione di finanziarne la costruzione e ha in seguito annullato la visita alla Casa Bianca.
13. Riforma del settore militare – Questo ordine esecutivo avvia un processo più ampio di revisione e pianificazione del settore militare. Delega il progetto al segretario della Difesa.
14. Divieto di ingresso per gli immigrati di 7 paesi musulmani – Il presidente ha firmato il 27 gennaio l'ordine esecutivo Proteggere la nazionale dall'ingresso dei terroristi musulmani negli Stati Uniti, che ha scatenato proteste in tutto il paese. L'intenzione della Casa Bianca è quella di chiudere le frontiere a quei paesi e agli individui potenzialmente connessi con il terrorismo. L'ordine inoltre sospende per 120 giorni l'intero sistema di ammissione dei rifugiati nel paese, lo U.S. Refugee Admissions Program (Usrap), e limita per almeno 90 giorni l’ingresso di rifugiati e migranti provenienti da alcuni paesi di Medio Oriente e Nord Africa, a maggioranza musulmana: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen
15. Combattere l'Isis – Con questo ordine il presidente ha posto le basi per stilare un nuovo piano per la lotta contro lo Stato Islamico entro 30 giorni.
16. Riorganizzare i consigli di sicurezza – È un ordine esecutivo che riguarda tre importanti consigli di sicurezza: il Consiglio del presidente per la sicurezza nazionale, il Consiglio di sicurezza nazionale e il Comitato di presidenza. La nuova configurazione aggiunge la figura dell'Assistente del presidente e chief strategist, Steve Bannon.
17. Divieto di lobbing per i membri della sua amministrazione – Questo ordine vieta ai funzionari nominati dalla sua amministrazione di fare attività di lobbying per cinque anni dopo la fine dell'incarico e impedisce loro di fare lobbying per conto di un governo straniero.
--- LEGGI ANCHE: Cosa prevede in pratica il divieto contro immigrati e musulmani voluto da Trump
--- LEGGI ANCHE: I Paesi Bassi vogliono finanziare le Ong pro aborto a cui Trump ha tagliato i fondi
Fonte: The Post Internazionale
Pubblicato da
Andrea De Luca
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Economia,
Finanza,
Giustizia,
Guerre,
Immigrazione,
Informazione,
Lavoro,
Medicina,
Mondo,
Politica,
Salute,
Sicurezza,
Società
mercoledì 25 gennaio 2017
Virginia Raggi è stata convocata dalla Procura di Roma
Per l'inchiesta sulla nomina di Renato Marra: lo ha annunciato lei su Facebook, secondo i giornali è indagata
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha pubblicato su Facebook alle 18.30 di martedì sera un post in cui annuncia di avere ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma rispetto all’inchiesta sulle modalità della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele Marra, arrestato con l’accusa di corruzione a dicembre – al Comune di Roma. Secondo diverse testate giornalistiche Raggi sarebbe formalmente indagata. Le ipotesi di reato sarebbero abuso di ufficio e falso in atto pubblico: i magistrati stanno cercando di capire se la nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo abbia coinvolto il fratello Raffaele, che era a capo dell’ufficio personale. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) si era occupata di questo caso e aveva giudicato “configurabile” il “conflitto di interessi”, e a quel punto Raggi aveva annullato l’incarico. Secondo i giornali, Raggi è indagata per falso per avere detto all’ANAC di aver deciso in autonomia sulla nomina di Marra, e per abuso d’ufficio per non avere impedito a Raffaele Marra di intervenire nella decisione.
Il segretario del PD, Matteo Renzi, è stato tra i primi a commentare l’invito a comparire ricevuto dalla sindaca Raggi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Invito dunque tutto il PD a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. La Raggi faccia il suo lavoro, al quale i cittadini di Roma l’hanno chiamata e mostri quel che vale, se ne è capace».
Raggi ha sempre detto che Raffaele Marra si limitava a eseguire le sue indicazioni, e quindi non era coinvolto direttamente nella nomina del fratello, ma il Fatto fa notare che altri fatti emersi nel corso dell’indagine potrebbero mettere in discussione questa tesi.
In una conversazione sulla chat dei “Quattro amici al bar“, com’era chiamato il gruppo su Telegram con il quale la sindaca si teneva in contatto con Marra, con l’ex vicesindaco Daniele Frongia e con l’ex capo della segreteria Salvatore Romeo, Raggi chiedeva notizie sullo stipendio che Renato avrebbe percepito da capo dipartimento: sarebbe la prova che l’ex capo del personale gestì la nomina in conflitto di interessi.
Non solo. In un altro scambio di messaggi, anche questo acquisito dalla procura, Raggi si lamenta con Marra per l’aumento di stipendio garantito al fratello in seguito alla promozione. “Perché se c’era un aumento di stipendio tu non me lo hai detto?”, chiede la sindaca al suo fidatissimo capo del personale. Uno scambio che, a detta degli inquirenti, smentisce il fatto che la sindaca possa aver deciso da sola.
Leggi anche: Sei mesi di errori
Dal momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato si è cominciato a parlare con insistenza e concretezza, sui giornali e tra gli addetti ai lavori, della possibilità che Virginia Raggi venisse indagata dai magistrati della procura di Roma. Molti hanno messo questa possibilità in relazione con la decisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio di sottoporre agli iscritti del Movimento 5 Stelle un “codice di comportamento” che non avrebbe più richiesto le dimissioni dei politici indagati del Movimento ma una valutazione caso per caso da parte di alcuni organi del partito e di Beppe Grillo.
Fonte: Il Post
(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha pubblicato su Facebook alle 18.30 di martedì sera un post in cui annuncia di avere ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma rispetto all’inchiesta sulle modalità della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele Marra, arrestato con l’accusa di corruzione a dicembre – al Comune di Roma. Secondo diverse testate giornalistiche Raggi sarebbe formalmente indagata. Le ipotesi di reato sarebbero abuso di ufficio e falso in atto pubblico: i magistrati stanno cercando di capire se la nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo abbia coinvolto il fratello Raffaele, che era a capo dell’ufficio personale. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) si era occupata di questo caso e aveva giudicato “configurabile” il “conflitto di interessi”, e a quel punto Raggi aveva annullato l’incarico. Secondo i giornali, Raggi è indagata per falso per avere detto all’ANAC di aver deciso in autonomia sulla nomina di Marra, e per abuso d’ufficio per non avere impedito a Raffaele Marra di intervenire nella decisione.
Il segretario del PD, Matteo Renzi, è stato tra i primi a commentare l’invito a comparire ricevuto dalla sindaca Raggi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Invito dunque tutto il PD a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. La Raggi faccia il suo lavoro, al quale i cittadini di Roma l’hanno chiamata e mostri quel che vale, se ne è capace».
Raggi ha sempre detto che Raffaele Marra si limitava a eseguire le sue indicazioni, e quindi non era coinvolto direttamente nella nomina del fratello, ma il Fatto fa notare che altri fatti emersi nel corso dell’indagine potrebbero mettere in discussione questa tesi.
In una conversazione sulla chat dei “Quattro amici al bar“, com’era chiamato il gruppo su Telegram con il quale la sindaca si teneva in contatto con Marra, con l’ex vicesindaco Daniele Frongia e con l’ex capo della segreteria Salvatore Romeo, Raggi chiedeva notizie sullo stipendio che Renato avrebbe percepito da capo dipartimento: sarebbe la prova che l’ex capo del personale gestì la nomina in conflitto di interessi.
Non solo. In un altro scambio di messaggi, anche questo acquisito dalla procura, Raggi si lamenta con Marra per l’aumento di stipendio garantito al fratello in seguito alla promozione. “Perché se c’era un aumento di stipendio tu non me lo hai detto?”, chiede la sindaca al suo fidatissimo capo del personale. Uno scambio che, a detta degli inquirenti, smentisce il fatto che la sindaca possa aver deciso da sola.
Leggi anche: Sei mesi di errori
Dal momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato si è cominciato a parlare con insistenza e concretezza, sui giornali e tra gli addetti ai lavori, della possibilità che Virginia Raggi venisse indagata dai magistrati della procura di Roma. Molti hanno messo questa possibilità in relazione con la decisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio di sottoporre agli iscritti del Movimento 5 Stelle un “codice di comportamento” che non avrebbe più richiesto le dimissioni dei politici indagati del Movimento ma una valutazione caso per caso da parte di alcuni organi del partito e di Beppe Grillo.
Fonte: Il Post
venerdì 13 gennaio 2017
Ci sono guai anche per Renault?
La procura di Parigi ha avviato un'indagine per sospette violazioni delle leggi sulla produzione di sostanze inquinanti dei suoi motori diesel
La procura di Parigi ha avviato un’indagine sulla casa automobilistica francese Renault, per verificare se abbia truccato in qualche modo i dati sulle emissioni dei suoi motori diesel. La decisione è stata annunciata dai media francesi nella mattina di oggi, a poche ore di distanza dalle accuse formulate dall’EPA, l’agenzia di controllo e protezione dell’ambiente statunitense, nei confronti di FIAT Chrysler (FCA), sospettata di avere utilizzato sistemi per far risultare a norma le emissioni di circa 104mila veicoli diesel, venduti negli Stati Uniti a partire dal 2014. Il titolo di Renault in borsa ha perso circa il 4 per cento nella mattina di oggi e poi ha recuperato qualcosa, mantenendosi comunque in negativo e realizzando uno dei suoi peggiori risultati degli ultimi mesi.
Le Figaro scrive che l’indagine su Renault richiederà molto tempo e non è chiaro quali potrebbero essere i suoi sviluppi. L’azienda ha comunque respinto ogni accusa e in un comunicato scrive che i suoi veicoli “sono conformi alle norme in vigore” sulle emissioni, sia per quanto riguarda le leggi francesi sia per quelle dell’Unione Europea. Al momento Renault si è quindi limitata a “prendere atto” della decisione di aprire un’indagine nei suoi confronti, e attenderà i prossimi sviluppi.
Già nell’autunno del 2015 quando era iniziato il cosiddetto “dieselgate”, con l’apertura di un’indagine nei confronti di Volkswagen da parte dell’EPA, molti osservatori avevano fatto notare che sarebbe stata solo questione di tempo prima che si aprissero nuove indagini, nei confronti di altri produttori. Le norme per la verifica delle emissioni prevedono, nella maggior parte dei casi, test sui motori da eseguire in laboratorio dove raramente sono riprodotte con efficacia condizioni realistiche, paragonabili a quelle che si verificano guidando per strada. L’inchiesta su Volkswagen era proprio nata in seguito a una serie di test condotti in ambito universitario per dimostrare la discrepanza tra quando dichiarato dai produttori sulle emissioni dei loro motori, e l’effettiva produzione d’inquinanti su strada.
La notizia di ieri sulle accuse nei confronti di FCA da parte dell’EPA ha portato qualche conseguenza anche in Europa. Il ministero dei Trasporti del Regno Unito, per esempio, ha chiesto all’EPA di condividere quante più informazioni possibile sui dati raccolti nei confronti dei veicoli diesel di FCA e sulla loro produzione di inquinanti. Il governo britannico potrebbe in seguito aprire proprie indagini e verifiche nei confronti della casa automobilistica, che ha comunque già respinto ogni accusa dicendo di avere rispettato le leggi sulle emissioni negli Stati Uniti.
FCA era già stata al centro dell’attenzione a inizio settimana, quando la Commissione Europea aveva invitato l’azienda a collaborare con le autorità tedesche, che hanno avviato indagini sui veicoli diesel Fiat 500X, Fiat Doblò e Jeep Renegade. Anche in questo caso il sospetto è che questi modelli utilizzino un software che falsa i risultati sulle emissioni nelle fasi di test, condizione fermamente respinta da FCA e dal suo amministratore delegato Sergio Marchionne.
Fonte: Il Post
(PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)
La procura di Parigi ha avviato un’indagine sulla casa automobilistica francese Renault, per verificare se abbia truccato in qualche modo i dati sulle emissioni dei suoi motori diesel. La decisione è stata annunciata dai media francesi nella mattina di oggi, a poche ore di distanza dalle accuse formulate dall’EPA, l’agenzia di controllo e protezione dell’ambiente statunitense, nei confronti di FIAT Chrysler (FCA), sospettata di avere utilizzato sistemi per far risultare a norma le emissioni di circa 104mila veicoli diesel, venduti negli Stati Uniti a partire dal 2014. Il titolo di Renault in borsa ha perso circa il 4 per cento nella mattina di oggi e poi ha recuperato qualcosa, mantenendosi comunque in negativo e realizzando uno dei suoi peggiori risultati degli ultimi mesi.
Le Figaro scrive che l’indagine su Renault richiederà molto tempo e non è chiaro quali potrebbero essere i suoi sviluppi. L’azienda ha comunque respinto ogni accusa e in un comunicato scrive che i suoi veicoli “sono conformi alle norme in vigore” sulle emissioni, sia per quanto riguarda le leggi francesi sia per quelle dell’Unione Europea. Al momento Renault si è quindi limitata a “prendere atto” della decisione di aprire un’indagine nei suoi confronti, e attenderà i prossimi sviluppi.
Già nell’autunno del 2015 quando era iniziato il cosiddetto “dieselgate”, con l’apertura di un’indagine nei confronti di Volkswagen da parte dell’EPA, molti osservatori avevano fatto notare che sarebbe stata solo questione di tempo prima che si aprissero nuove indagini, nei confronti di altri produttori. Le norme per la verifica delle emissioni prevedono, nella maggior parte dei casi, test sui motori da eseguire in laboratorio dove raramente sono riprodotte con efficacia condizioni realistiche, paragonabili a quelle che si verificano guidando per strada. L’inchiesta su Volkswagen era proprio nata in seguito a una serie di test condotti in ambito universitario per dimostrare la discrepanza tra quando dichiarato dai produttori sulle emissioni dei loro motori, e l’effettiva produzione d’inquinanti su strada.
La notizia di ieri sulle accuse nei confronti di FCA da parte dell’EPA ha portato qualche conseguenza anche in Europa. Il ministero dei Trasporti del Regno Unito, per esempio, ha chiesto all’EPA di condividere quante più informazioni possibile sui dati raccolti nei confronti dei veicoli diesel di FCA e sulla loro produzione di inquinanti. Il governo britannico potrebbe in seguito aprire proprie indagini e verifiche nei confronti della casa automobilistica, che ha comunque già respinto ogni accusa dicendo di avere rispettato le leggi sulle emissioni negli Stati Uniti.
FCA era già stata al centro dell’attenzione a inizio settimana, quando la Commissione Europea aveva invitato l’azienda a collaborare con le autorità tedesche, che hanno avviato indagini sui veicoli diesel Fiat 500X, Fiat Doblò e Jeep Renegade. Anche in questo caso il sospetto è che questi modelli utilizzino un software che falsa i risultati sulle emissioni nelle fasi di test, condizione fermamente respinta da FCA e dal suo amministratore delegato Sergio Marchionne.
Fonte: Il Post
lunedì 19 dicembre 2016
Sei mesi di errori
Breve storia di Virginia Raggi e del Movimento 5 Stelle a Roma, tra pasticci burocratici, complotti, scontri interni e inchieste giudiziarie
Il 19 giugno Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma al ballottaggio con il 67,15 per cento dei voti, il risultato migliore in città da quando è stata introdotta l’elezione diretta dei sindaci. Da quel giorno sembrano essere passati molto più di sei mesi. Dopo una lunga e laboriosissima composizione della Giunta comunale, oggi Roma è senza vicesindaco, senza capo di gabinetto e senza direttori generali nelle più importanti società partecipate cittadine. La giunta è stata decimata da dimissioni e inchieste della magistratura, mentre il Movimento 5 Stelle romano è diviso e attraversato da rivalità che emergono sotto forma di fughe di notizie e indiscrezioni fatte arrivare ai giornalisti.
Secondo esperti e giornalisti, il Movimento 5 Stelle ha pagato la mancanza di una leadership chiara e le divisioni interne, le difficoltà di attrarre personale qualificato, da cui a sua volta deriva una scarsa conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e la necessità di affidarsi a persone apparentemente tecniche ma in realtà rappresentanti di interessi poco trasparenti. In altre parole quelli che vengono considerati i punti di forza del Movimento – la sua “novità”, la sua mancanza di una struttura professionale – sembrano essere almeno in parte anche le cause del fallimento della sua prima vera prova di governo.
Il caso Marra
Questi problemi emergono con chiarezza nella storia di Raffaele Marra, il capo del personale del comune arrestato venerdì scorso con l’accusa di corruzione. Marra, spesso definito il “braccio destro” di Raggi, è un dirigente esperto di pubblica amministrazione: uno che «sapeva i regolamenti a memoria», secondo quanto diceva la stessa sindaca. È un ex ufficiale della Guardia di Finanza, nominato dirigente dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico dall’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno che poi lo porto con sé quando nel 2008 venne eletto sindaco di Roma. Marra ha lavorato soprattutto come dirigente per amministrazioni di centrodestra, ma ha lavorato anche per il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, del PD.
Fino a oggi Marra non era mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie, ma era spesso descritto come molto vicino ad alcune persone molto discusse, come Franco Panzironi, un altro dirigente pubblico vicino al centrodestra, coinvolto in “Mafia Capitale” e nella “parentopoli” dell’AMA, caso per cui è stato condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi. Per questa ragione Marra è stato spesso criticato da giornalisti ed esponenti del Movimento 5 Stelle, ma per via della sua competenza tecnica era invece ammirato da Raggi e dai suoi collaboratori più stretti. Il 28 giugno, appena dieci giorni dopo la vittoria al ballottaggio, il primo atto di Raggi fu nominare Marra vicecapo di gabinetto e il suo collaboratore Daniele Frongia capo di gabinetto, due incarichi che rappresentano il “braccio operativo” di un sindaco.
Fu un atto affrettato tecnicamente e politicamente, alla prova dei fatti. Frongia risultò incompatibile con la carica di capo di gabinetto a causa della cosiddetta “legge Severino”: in quanto consigliere comunale eletto non poteva ricoprire una carica dirigenziale. La nomina di Marra, invece, non piacque al “comitato di controllo” che Beppe Grillo aveva assegnato a Virginia Raggi. Il comitato del partito, di cui facevano parte la senatrice Paola Taverna e la deputata Roberta Lombardi, rispondeva direttamente a Grillo: Raggi era obbligata da un contratto (sulla cui legalità ci sono molti dubbi) a consultarlo per ogni decisione importante. Quell’episodio mostrò per la prima volta le contrapposizioni che stavano nascendo nel Movimento 5 Stelle a Roma: «La divisione più semplice da fare è quella tra i sostenitori della Raggi e di Roberta Lombardi», ha spiegato al Post Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa ed esperto delle dinamiche interne al Movimento.
Lombardi e Taverna fecero sapere pubblicamente che disapprovavano la nomina di Marra: Lombardi lo definì «un virus» che stava infettando il Movimento. Altri dirigenti del partito si schierarono con Raggi: il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, difese la scelta di Raggi e disse che il Movimento non aveva «pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni». A metà luglio lo scontro divenne particolarmente intenso e, secondo le voci riportate dai giornali, Raggi arrivò a minacciare le dimissioni nel caso in cui l’avessero obbligata a rinunciare all’aiuto di Marra. Alla fine venne trovato un compromesso: il suo collaboratore Frongia venne promosso vicesindaco, mentre Marra conservò la sua posizione almeno fino al suo arresto, la scorsa settimana (in seguito il Movimento ha costretto alle dimissioni anche lo stesso Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica e importante collaboratore di Raggi).
Le dimissioni dei tecnici
Il 7 luglio, 18 giorni dopo la vittoria alle elezioni, Raggi presentò la sua giunta con più di una settimana di ritardo sulla sua compagna di partito, Chiara Appendino, sindaca di Torino, e sugli altri sindaci delle grandi città, Giuseppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Comporla non era stato semplice. «Il Movimento 5 Stelle ha difficoltà ad attirare personale qualificato», spiega il professor Roberto Biorcio, professore di sociologia all’Università Milano-Bicocca e autore del libro “Politica a 5 Stelle“: «In parte perché molte persone con esperienza sono legate ad altri partiti, in parte perché gli manca la rete di relazioni necessaria a identificare i candidati più adatti».
Anche il clima di diffidenza reciproca e fughe di notizie creato dallo scontro su Marra e Frongia non aiutò la scelta. Il risultato: le posizioni più importanti nella giunta furono occupate da “tecnici” suggeriti da Francesco Paolo Tronca, il prefetto che aveva governato Roma da commissario dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Tra loro i più importanti erano l’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, 44 anni, professore all’università Bocconi di Milano ed ex analista della CONSOB; e Carla Raineri, 61 anni, magistrato della Corte d’appello di Milano, nominata capo di gabinetto al posto di Frongia. Il rapporto tra i “tecnici” e il gruppo di Raggi fu teso fin da subito; in particolare quello tra Raineri e il suo vice, Marra. A un certo punto qualcuno fece arrivare ai giornali la notizia che Raineri guadagnava 193 mila euro l’anno, causandole critiche tra gli attivisti del Movimento. Alla fine di agosto, come ha raccontato il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo:
Sulla scrivania del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone piove una lettera con la quale il Comune di Roma chiede lumi sulla compatibilità di Carla Raineri, che fra l’altro ha pure la delega per la lotta alla corruzione. La lettera è firmata Virginia Raggi, ma l’ha scritta il vice di Carla Raineri: Marra. Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica.
Fu uno dei molti episodi simili che avvennero in quei giorni e che continuano anche oggi. «Quello che abbiamo documentato in questi mesi è una profonda rissosità e divisione all’interno dei militanti del Movimento 5 Stelle: c’è una grandissima tendenza alla “faida” e alle accuse reciproca», spiega Iacoboni. Dopo la fuga di notizie Raggi disse che avrebbe revocato l’incarico di Raineri, che in risposta si dimise immediatamente. Minenna, appena tornato dalle ferie, fece la stessa cosa, seguito immediatamente da altri tre manager che Tronca aveva nominato alla guida di importanti società municipalizzate (qui avevamo raccontato la cronaca di quei giorni).
In poche ore divenne chiaro che Raggi non si aspettava quelle dimissioni e non aveva persone con le quali sostituirle. Il Movimento non spiegò cosa stava succedendo per quasi un’intera settimana e per tutto settembre la città rimase senza assessore al Bilancio, la carica più delicata dell’intera giunta. Vennero proposti in maniera rocambolesca e poi scartati una serie di nomi, spesso improbabili, e alla fine la questione dell’assessore al Bilancio venne risolta con due compromessi: la nomina al Bilancio di Andrea Mazzillo, coordinatore dello staff di Raggi, e quella di un imprenditore veneto vicino al centrodestra e a Gianroberto Casaleggio, Massimo Colomban, alle Partecipate. Gli altri incarichi lasciati scoperti dalle dimissioni di settembre sono ancora vuoti, tre mesi dopo: e sono le società che gestiscono i trasporti pubblici e i rifiuti, due delle questioni più importanti e delicate della città.
Il caso Muraro
Il pasticcio più imbarazzante per il Movimento 5 Stelle a Roma però è probabilmente quello dell’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro, che si è dimessa una settimana fa dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Muraro è stata per 12 anni una consulente di AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma: anche lei è considerata vicina a dirigenti di centrodestra come Panzironi, e con un ruolo particolarmente importante in una serie di impianti di trattamento dei rifiuti, i tritovagliatori, di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che è anche proprietario della famigerata discarica di Malagrotta chiusa dall’ex sindaco Ignazio Marino. Secondo i magistrati, Muraro avrebbe avuto in passato rapporti poco trasparenti con Cerroni, arrestato nel 2014 con l’accusa di traffico di rifiuti. Quando era assessore Muraro insistiva affinché venissero usati soprattutto gli impianti di Cerroni per trattare i rifiuti prodotti da Roma, scontrandosi spesso con gli ex dirigenti di AMA.
Muraro sapeva di essere indagata da luglio, ma quando le prime voci di un suo coinvolgimento si diffusero tra i giornalisti, lei disse di non aver ricevuto “alcun avviso di garanzia”: un’affermazione omissiva ma formalmente corretta, visto che aveva scoperto di essere indagata facendo una richiesta di informazioni alla procura e non grazie a una comunicazione della procura stessa. Dell’indagine sapevano anche la sindaca Raggi e il vicepresidente della Camera Di Maio (qualcuno fece arrivare ai giornali una mail che dimostrava che era stato informato). In quei giorni le fughe di notizie furono così numerose da costringere lo stesso Grillo a intervenire.
Il Movimento fu molto criticato, anche dai suoi stessi attivisti, per aver tentato goffamente di coprire la vicenda, soprattutto perché in passato era stato severissimo con gli altri partiti e i rivali interni: essere indagati, sostenevano in passato i dirigenti del Movimento, obbligava a dimissioni immediate.
Che cosa ha fatto Raggi?
In questi giorni circola online un post in cui un’attivista del Movimento elenca i “successi” ottenuti dalla giunta Raggi che, secondo lui, sarebbero stati oscurati dai media nazionali. L’elenco comprende una serie di piani solo promessi e non ancora realizzati, come la riforma della polizia locale; progetti approvati dai sindaci precedenti, come l’arrivo di alcuni nuovi autobus; iniziative controverse, come la lotta all’abusivismo commerciale, da un lato contrastata con operazioni di polizia e dall’altro legalizzata, con l’ampliamento delle licenze e l’appoggio ai cosiddetti “bancarellari”, i potenti e influenti ambulanti autorizzati, come quelli della famiglia Tredicine in pessimi rapporti con la giunta Marino, che li aveva estromessi dal centro storico.
Gli accordi fatti dal comune con gli ambulanti mostrano un’altra delle caratteristiche dei primi sei mesi di amministrazione del Movimento, spiega Iacoboni: «Una continua e costante ricerca di compromesso, o in alcuni casi una filiazione e provenienza diretta, con i soggetti esistenti: gli studi di avvocati d’affari dell’ex giro Previti, Muraro, gli imprenditori dei rifiuti, che a Roma chiamano “i monnezzari”, alcuni palazzinari, la destra Panzironi-Alemanno, ma anche i sindacati di base all’interno delle municipalizzate, AMA e ATAC, che sono state vere basi elettorali dei cinque stelle a Roma».
È impossibile risolvere i problemi di una città complessa come Roma in sei mesi, ed è ancora più difficile farlo con una giunta traballante e tra le critiche e i complotti della propria stessa maggioranza. In questo scenario, spiega Iacoboni: «Virginia Raggi – che ora nel M5S cercano di far passare come unico capro espiatorio, come qualcosa di esterno al M5S – è invece la quintessenza del Movimento 5 Stelle: una forza politica molto scalabile sia dall’interno che dall’esterno, cioè dai poteri che si trova davanti. Nel caso di Roma, gruppi di interesse vicini al centrodestra». La tesi di Matteo Orfini, deputato romano e presidente del PD, è che Raggi – che ha lavorato per lo studio legale che ha assistito Cesare Previti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Mediaset – sia «organica alla peggiore destra romana».
Secondo il professor Biorcio, con una leadership forte, come quella che ha annunciato Grillo alla fine dello scorso settembre, il Movimento potrebbe evitare le insidie che hanno danneggiato Raggi negli ultimi sei mesi e dimostrarsi in grado di gestire una città complessa come Roma. Diversi giornalisti hanno ipotizzato negli ultimi giorni che Grillo voglia portare avanti un piano di accentramento, facendo nominare alla carica di vice-sindaco l’assessore al bilancio Colomban, che aveva imposto lo scorso settembre. Colomban però sembra non voler fare la fine dei tanti che lo hanno preceduto. Lunedì 19 dicembre ha fatto sapere di non essere disponibile a fare il vicesindaco.
Fonte: Il Post
(AP Photo/Gregorio Borgia)
Il 19 giugno Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma al ballottaggio con il 67,15 per cento dei voti, il risultato migliore in città da quando è stata introdotta l’elezione diretta dei sindaci. Da quel giorno sembrano essere passati molto più di sei mesi. Dopo una lunga e laboriosissima composizione della Giunta comunale, oggi Roma è senza vicesindaco, senza capo di gabinetto e senza direttori generali nelle più importanti società partecipate cittadine. La giunta è stata decimata da dimissioni e inchieste della magistratura, mentre il Movimento 5 Stelle romano è diviso e attraversato da rivalità che emergono sotto forma di fughe di notizie e indiscrezioni fatte arrivare ai giornalisti.
Secondo esperti e giornalisti, il Movimento 5 Stelle ha pagato la mancanza di una leadership chiara e le divisioni interne, le difficoltà di attrarre personale qualificato, da cui a sua volta deriva una scarsa conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e la necessità di affidarsi a persone apparentemente tecniche ma in realtà rappresentanti di interessi poco trasparenti. In altre parole quelli che vengono considerati i punti di forza del Movimento – la sua “novità”, la sua mancanza di una struttura professionale – sembrano essere almeno in parte anche le cause del fallimento della sua prima vera prova di governo.
Il caso Marra
Questi problemi emergono con chiarezza nella storia di Raffaele Marra, il capo del personale del comune arrestato venerdì scorso con l’accusa di corruzione. Marra, spesso definito il “braccio destro” di Raggi, è un dirigente esperto di pubblica amministrazione: uno che «sapeva i regolamenti a memoria», secondo quanto diceva la stessa sindaca. È un ex ufficiale della Guardia di Finanza, nominato dirigente dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico dall’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno che poi lo porto con sé quando nel 2008 venne eletto sindaco di Roma. Marra ha lavorato soprattutto come dirigente per amministrazioni di centrodestra, ma ha lavorato anche per il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, del PD.
Fino a oggi Marra non era mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie, ma era spesso descritto come molto vicino ad alcune persone molto discusse, come Franco Panzironi, un altro dirigente pubblico vicino al centrodestra, coinvolto in “Mafia Capitale” e nella “parentopoli” dell’AMA, caso per cui è stato condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi. Per questa ragione Marra è stato spesso criticato da giornalisti ed esponenti del Movimento 5 Stelle, ma per via della sua competenza tecnica era invece ammirato da Raggi e dai suoi collaboratori più stretti. Il 28 giugno, appena dieci giorni dopo la vittoria al ballottaggio, il primo atto di Raggi fu nominare Marra vicecapo di gabinetto e il suo collaboratore Daniele Frongia capo di gabinetto, due incarichi che rappresentano il “braccio operativo” di un sindaco.
Fu un atto affrettato tecnicamente e politicamente, alla prova dei fatti. Frongia risultò incompatibile con la carica di capo di gabinetto a causa della cosiddetta “legge Severino”: in quanto consigliere comunale eletto non poteva ricoprire una carica dirigenziale. La nomina di Marra, invece, non piacque al “comitato di controllo” che Beppe Grillo aveva assegnato a Virginia Raggi. Il comitato del partito, di cui facevano parte la senatrice Paola Taverna e la deputata Roberta Lombardi, rispondeva direttamente a Grillo: Raggi era obbligata da un contratto (sulla cui legalità ci sono molti dubbi) a consultarlo per ogni decisione importante. Quell’episodio mostrò per la prima volta le contrapposizioni che stavano nascendo nel Movimento 5 Stelle a Roma: «La divisione più semplice da fare è quella tra i sostenitori della Raggi e di Roberta Lombardi», ha spiegato al Post Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa ed esperto delle dinamiche interne al Movimento.
Lombardi e Taverna fecero sapere pubblicamente che disapprovavano la nomina di Marra: Lombardi lo definì «un virus» che stava infettando il Movimento. Altri dirigenti del partito si schierarono con Raggi: il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, difese la scelta di Raggi e disse che il Movimento non aveva «pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni». A metà luglio lo scontro divenne particolarmente intenso e, secondo le voci riportate dai giornali, Raggi arrivò a minacciare le dimissioni nel caso in cui l’avessero obbligata a rinunciare all’aiuto di Marra. Alla fine venne trovato un compromesso: il suo collaboratore Frongia venne promosso vicesindaco, mentre Marra conservò la sua posizione almeno fino al suo arresto, la scorsa settimana (in seguito il Movimento ha costretto alle dimissioni anche lo stesso Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica e importante collaboratore di Raggi).
Le dimissioni dei tecnici
Il 7 luglio, 18 giorni dopo la vittoria alle elezioni, Raggi presentò la sua giunta con più di una settimana di ritardo sulla sua compagna di partito, Chiara Appendino, sindaca di Torino, e sugli altri sindaci delle grandi città, Giuseppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Comporla non era stato semplice. «Il Movimento 5 Stelle ha difficoltà ad attirare personale qualificato», spiega il professor Roberto Biorcio, professore di sociologia all’Università Milano-Bicocca e autore del libro “Politica a 5 Stelle“: «In parte perché molte persone con esperienza sono legate ad altri partiti, in parte perché gli manca la rete di relazioni necessaria a identificare i candidati più adatti».
Anche il clima di diffidenza reciproca e fughe di notizie creato dallo scontro su Marra e Frongia non aiutò la scelta. Il risultato: le posizioni più importanti nella giunta furono occupate da “tecnici” suggeriti da Francesco Paolo Tronca, il prefetto che aveva governato Roma da commissario dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Tra loro i più importanti erano l’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, 44 anni, professore all’università Bocconi di Milano ed ex analista della CONSOB; e Carla Raineri, 61 anni, magistrato della Corte d’appello di Milano, nominata capo di gabinetto al posto di Frongia. Il rapporto tra i “tecnici” e il gruppo di Raggi fu teso fin da subito; in particolare quello tra Raineri e il suo vice, Marra. A un certo punto qualcuno fece arrivare ai giornali la notizia che Raineri guadagnava 193 mila euro l’anno, causandole critiche tra gli attivisti del Movimento. Alla fine di agosto, come ha raccontato il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo:
Sulla scrivania del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone piove una lettera con la quale il Comune di Roma chiede lumi sulla compatibilità di Carla Raineri, che fra l’altro ha pure la delega per la lotta alla corruzione. La lettera è firmata Virginia Raggi, ma l’ha scritta il vice di Carla Raineri: Marra. Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica.
Fu uno dei molti episodi simili che avvennero in quei giorni e che continuano anche oggi. «Quello che abbiamo documentato in questi mesi è una profonda rissosità e divisione all’interno dei militanti del Movimento 5 Stelle: c’è una grandissima tendenza alla “faida” e alle accuse reciproca», spiega Iacoboni. Dopo la fuga di notizie Raggi disse che avrebbe revocato l’incarico di Raineri, che in risposta si dimise immediatamente. Minenna, appena tornato dalle ferie, fece la stessa cosa, seguito immediatamente da altri tre manager che Tronca aveva nominato alla guida di importanti società municipalizzate (qui avevamo raccontato la cronaca di quei giorni).
In poche ore divenne chiaro che Raggi non si aspettava quelle dimissioni e non aveva persone con le quali sostituirle. Il Movimento non spiegò cosa stava succedendo per quasi un’intera settimana e per tutto settembre la città rimase senza assessore al Bilancio, la carica più delicata dell’intera giunta. Vennero proposti in maniera rocambolesca e poi scartati una serie di nomi, spesso improbabili, e alla fine la questione dell’assessore al Bilancio venne risolta con due compromessi: la nomina al Bilancio di Andrea Mazzillo, coordinatore dello staff di Raggi, e quella di un imprenditore veneto vicino al centrodestra e a Gianroberto Casaleggio, Massimo Colomban, alle Partecipate. Gli altri incarichi lasciati scoperti dalle dimissioni di settembre sono ancora vuoti, tre mesi dopo: e sono le società che gestiscono i trasporti pubblici e i rifiuti, due delle questioni più importanti e delicate della città.
Il caso Muraro
Il pasticcio più imbarazzante per il Movimento 5 Stelle a Roma però è probabilmente quello dell’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro, che si è dimessa una settimana fa dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Muraro è stata per 12 anni una consulente di AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma: anche lei è considerata vicina a dirigenti di centrodestra come Panzironi, e con un ruolo particolarmente importante in una serie di impianti di trattamento dei rifiuti, i tritovagliatori, di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che è anche proprietario della famigerata discarica di Malagrotta chiusa dall’ex sindaco Ignazio Marino. Secondo i magistrati, Muraro avrebbe avuto in passato rapporti poco trasparenti con Cerroni, arrestato nel 2014 con l’accusa di traffico di rifiuti. Quando era assessore Muraro insistiva affinché venissero usati soprattutto gli impianti di Cerroni per trattare i rifiuti prodotti da Roma, scontrandosi spesso con gli ex dirigenti di AMA.
Muraro sapeva di essere indagata da luglio, ma quando le prime voci di un suo coinvolgimento si diffusero tra i giornalisti, lei disse di non aver ricevuto “alcun avviso di garanzia”: un’affermazione omissiva ma formalmente corretta, visto che aveva scoperto di essere indagata facendo una richiesta di informazioni alla procura e non grazie a una comunicazione della procura stessa. Dell’indagine sapevano anche la sindaca Raggi e il vicepresidente della Camera Di Maio (qualcuno fece arrivare ai giornali una mail che dimostrava che era stato informato). In quei giorni le fughe di notizie furono così numerose da costringere lo stesso Grillo a intervenire.
Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno nè dichiarazioni nè interviste su Roma nei prossimi giorni— Beppe Grillo (@beppe_grillo) 27 settembre 2016
Grazie di cuore a tutti
Il Movimento fu molto criticato, anche dai suoi stessi attivisti, per aver tentato goffamente di coprire la vicenda, soprattutto perché in passato era stato severissimo con gli altri partiti e i rivali interni: essere indagati, sostenevano in passato i dirigenti del Movimento, obbligava a dimissioni immediate.
Che cosa ha fatto Raggi?
In questi giorni circola online un post in cui un’attivista del Movimento elenca i “successi” ottenuti dalla giunta Raggi che, secondo lui, sarebbero stati oscurati dai media nazionali. L’elenco comprende una serie di piani solo promessi e non ancora realizzati, come la riforma della polizia locale; progetti approvati dai sindaci precedenti, come l’arrivo di alcuni nuovi autobus; iniziative controverse, come la lotta all’abusivismo commerciale, da un lato contrastata con operazioni di polizia e dall’altro legalizzata, con l’ampliamento delle licenze e l’appoggio ai cosiddetti “bancarellari”, i potenti e influenti ambulanti autorizzati, come quelli della famiglia Tredicine in pessimi rapporti con la giunta Marino, che li aveva estromessi dal centro storico.
Gli accordi fatti dal comune con gli ambulanti mostrano un’altra delle caratteristiche dei primi sei mesi di amministrazione del Movimento, spiega Iacoboni: «Una continua e costante ricerca di compromesso, o in alcuni casi una filiazione e provenienza diretta, con i soggetti esistenti: gli studi di avvocati d’affari dell’ex giro Previti, Muraro, gli imprenditori dei rifiuti, che a Roma chiamano “i monnezzari”, alcuni palazzinari, la destra Panzironi-Alemanno, ma anche i sindacati di base all’interno delle municipalizzate, AMA e ATAC, che sono state vere basi elettorali dei cinque stelle a Roma».
È impossibile risolvere i problemi di una città complessa come Roma in sei mesi, ed è ancora più difficile farlo con una giunta traballante e tra le critiche e i complotti della propria stessa maggioranza. In questo scenario, spiega Iacoboni: «Virginia Raggi – che ora nel M5S cercano di far passare come unico capro espiatorio, come qualcosa di esterno al M5S – è invece la quintessenza del Movimento 5 Stelle: una forza politica molto scalabile sia dall’interno che dall’esterno, cioè dai poteri che si trova davanti. Nel caso di Roma, gruppi di interesse vicini al centrodestra». La tesi di Matteo Orfini, deputato romano e presidente del PD, è che Raggi – che ha lavorato per lo studio legale che ha assistito Cesare Previti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Mediaset – sia «organica alla peggiore destra romana».
Secondo il professor Biorcio, con una leadership forte, come quella che ha annunciato Grillo alla fine dello scorso settembre, il Movimento potrebbe evitare le insidie che hanno danneggiato Raggi negli ultimi sei mesi e dimostrarsi in grado di gestire una città complessa come Roma. Diversi giornalisti hanno ipotizzato negli ultimi giorni che Grillo voglia portare avanti un piano di accentramento, facendo nominare alla carica di vice-sindaco l’assessore al bilancio Colomban, che aveva imposto lo scorso settembre. Colomban però sembra non voler fare la fine dei tanti che lo hanno preceduto. Lunedì 19 dicembre ha fatto sapere di non essere disponibile a fare il vicesindaco.
Fonte: Il Post
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