Visualizzazione post con etichetta Finanza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Finanza. Mostra tutti i post

domenica 21 ottobre 2018

Salvini e Di Maio hanno fatto pace

Nel Consiglio dei ministri si sono accordati per escludere dal decreto fiscale le misure contestate dal M5S

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Lo scontro tra i due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali leader del governo, si è concluso sabato dopo il Consiglio dei Ministri convocato in via eccezionale per risolvere le divergenze sul decreto fiscale approvato lunedì scorso. In una conferenza stampa Salvini, Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno detto di aver approvato il decreto in via definitiva, dopo che per giorni si era parlato di bozze contrastanti e presunte manipolazioni.

I dettagli della versione definitiva del decreto non sono ancora del tutto noti, ma a quanto ha detto Conte sono stati esclusi i due punti contestati dal M5S, cioè l’estensione del condono all’imposta sui capitali detenuti all’estero e il cosiddetto “scudo penale”, la depenalizzazione di alcuni reati tra cui il riciclaggio. Non è ancora chiaro nemmeno cosa sia stato deciso sull’estensione del condono all’IVA, un’altra misura che secondo Di Maio era stata aggiunta a sua insaputa nel decreto fiscale.

Non è invece ancora chiaro se sia stata soddisfatta quella che sembrava essere la richiesta della Lega per risolvere la crisi, e cioè il ritiro di buona parte degli 81 emendamenti proposti dal M5S sul decreto sicurezza, una misura voluta da Salvini. In conferenza stampa, Di Maio ha detto che se ne parlerà nei prossimi giorni. Sempre Salvini aveva fatto intendere di non gradire il condono edilizio di Ischia, inserito dal M5S nel cosiddetto “decreto Genova”: sembrava fosse stato aggiunto come elemento nelle trattative, ma anche in questo caso non si sa ancora se sia stato modificato.

Al centro della polemica di questi giorni tra Lega e M5S c’era stato il tentativo della prima di ampliare il più possibile le maglie del condono fiscale previsto nel decreto, permettendo anche a chi ha evaso svariate centinaia di migliaia di euro di risolvere le proprie pendenze con il fisco senza rischiare nulla. Giovedì Di Maio aveva accusato una “manina” di aver manipolato il testo del decreto a sua insaputa aggiungendo queste misure alle quali il M5S è fortemente contrario. In realtà, come si era capito, il decreto approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri conteneva solo indicazioni generali delle misure previste, che erano state poi compilate dai tecnici del governo: è probabile che la Lega abbia provato a sfruttare la vaghezza delle indicazioni iniziali per inserire norme alle quali teneva, e che il M5S abbia capito solo in seguito che la libertà lasciata dal testo iniziale era troppo ampia.

Lo scontro tra Di Maio e Savlini era stato il più duro dall’inizio del governo. Salvini in particolare aveva riservato diverse critiche a Di Maio, al limite della derisione: in una diretta Facebook, venerdì, aveva smentito la versione del leader del M5S sostenendo che al Consiglio dei Ministri «Conte leggeva e Di Maio scriveva».Di Maio aveva risposto avvertendo Salvini di non farlo passare «per bugiardo o distratto». A quel punto, secondo i giornali, era stato coinvolto Conte, a cui il M5S avrebbe chiesto di schierarsi. La presidenza del Consiglio aveva poi smentito la ricostruzione di Salvini, sostenendo che le misure in questione non erano state verbalizzate.

Fonte: Il Post

sabato 20 ottobre 2018

Su cosa litigano Lega e Movimento 5 Stelle

Cosa c'è di preciso nel condono che secondo Di Maio sarebbe stato "manipolato", e come potrebbe essere cambiato se i due partiti trovassero un accordo

(ANSA/Angelo Carconi)

Lega e Movimento 5 Stelle sono arrivati molto vicini a una crisi di governo e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è arrivato – secondo i retroscena dei giornali – a minacciare le dimissioni a causa dello scontro sul condono fiscale che, secondo il capo del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, sarebbe stato segretamente modificato senza il consenso di tutto il governo. Il provvedimento in teoria era già stato approvato al Consiglio dei ministri di lunedì scorso, ma in realtà è stato materialmente scritto nei giorni successivi: ora i due partiti di maggioranza parlamentare litigano su quali esattamente fossero gli accordi raggiunti lunedì.

La Lega vorrebbe un condono il più ampio possibile, che permetta anche a chi ha evaso svariate centinaia di migliaia di euro di risolvere le proprie pendenze con il fisco senza rischiare nulla. Il Movimento 5 Stelle invece vorrebbe un condono più ridotto e vorrebbe limitare la non punibilità degli evasori.

Al momento il testo del condono che circola tra i vari uffici ministeriali e di cui parlano i giornali è più vicino alle intenzioni della Lega. Ci sono varie “strade” previste per risolvere le proprie pendenze con il fisco, per esempio l’annullamento di tutti i debiti con il fisco fino a mille euro relativi al periodo 2000-2010 (si tratta soprattutto di multe e contravvenzioni), ma la parte controversa è quella all’articolo 9 del decreto fiscale, in cui vengono messe le basi del principale meccanismo di condono.

In sostanza, il condono permette di fare una dichiarazione dei redditi “integrativa”, e su questi nuovi redditi dichiarati pagare un’aliquota forfettaria del 20 per cento. Significa che è possibile dichiarare di aver evaso le tasse, presentare una dichiarazione dei redditi aggiuntiva in cui si specifica l’importo evaso e su questa pagare il 20 per cento di tasse, senza sanzioni, senza multe e senza rischiare di essere indagati per i reati connessi all’evasione.

I limiti inseriti a questo condono sono abbastanza ampi. L’articolo stabilisce che si possono dichiarare fino a 100 mila euro per ogni imposta evasa nei cinque anni tra il 2013 e il 2017. Le imposte oggetto di condono sono IRPEF, IRPEG, IRAP, imposta sui capitali all’estero e IVA. Il condono permetterà di far emergere 100 mila euro per ognuna delle imposte per un periodo di cinque anni. Il totale che è quindi possibile far emergere è pari a 2,5 milioni di euro (è improbabile che qualcuno si trovi nelle condizioni di far emergere questa cifra, ma resta comunque possibile).

Il condono introduce anche una depenalizzazione di alcuni reati tributari: coloro che si autodenunciano non possono essere perseguiti per reati come la dichiarazione infedele. Quest’ultimo è un provvedimento senza il quale un condono non può funzionare, poiché nessuno si autodenuncerebbe se così facendo rischiasse di essere indagato. Molti però hanno notato che il condono introduce depenalizzazioni anche per reati non strettamente tributari, come riciclaggio e autoriciclaggio.

Secondo Di Maio e gli esponenti del Movimento 5 Stelle, l’estensione del condono all’IVA e all’imposta sui capitali detenuti all’estero, oltre alla depenalizzazione del riciclaggio e dell’autoriciclaggio, non erano stati concordati, e anzi il Consiglio dei ministri aveva stabilito in maniera esplicita di eliminarli dal condono. Sarebbe stata quindi la famosa “manina” ad aggiungerli di nascosto. La Lega smentisce questa ricostruzione e sostiene che il condono contenesse queste formule sin dall’inizio.

Oggi è quasi impossibile stabilire chi abbia ragione. Il comunicato stampa con cui lunedì il governo ha comunicato l’accordo raggiunto sul condono è così vago che è impossibile valutare cosa realmente si siano detti i vari ministri. Quasi certamente nel corso del Consiglio sono state prese decisioni vaghe di indirizzo politico che potevano essere interpretate in maniera differente (nessuno finora ha prodotto i verbali della riunione). Come spesso accade, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che in realtà non esisteva: il testo è stato compilato soltanto nei giorni successivi, sulla base di un accordo politico che in realtà si è rivelato poco chiaro.

Probabilmente l’episodio è stato possibile grazie all’ambiguità che la complessità del sistema fiscale italiano permette di mantenere: durante la fase di trattativa gli esponenti leghisti potrebbero aver lasciato intendere che si sarebbero contenuti in fase di scrittura del decreto, mentre in realtà ne hanno allargato le maglie appena possibile. Il Movimento 5 Stelle ha lasciato correre, convinto di poter gestire la vicenda, per poi denunciarla quando si sono accorti dell’estensione raggiunta dal condono e dell’eco che aveva sui media.

I leader dei due partiti dovrebbero incontrarsi nuovamente sabato per un vertice di maggioranza seguito da un Consiglio dei ministri, durante il quale il testo del decreto potrebbe essere modificato. Il leader della Lega Matteo Salvini aveva inizialmente liquidato le preoccupazione del Movimento 5 Stelle, ma tra giovedì sera e venerdì mattina ha ammorbidito le sue posizioni. Al momento i giornali scrivono che dalla riunione di sabato il condono potrebbe uscire privato della non punibilità del riciclaggio e senza lo scudo per evitare l’imposta sui capitali all’estero.

Fonte: Il Post

mercoledì 17 ottobre 2018

Cosa c’è nella manovra

Il governo ha approvato la bozza della legge di bilancio per il 2019, che contiene il condono fiscale, il cosiddetto "reddito di cittadinanza" e la "quota 100" per i pensionati

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Lunedì sera il governo ha approvato la bozza di disegno di legge che contiene la legge di bilancio – il documento che stabilisce entrate e spese dello Stato per l’anno successivo – insieme al decreto fiscale, che contiene il condono fortemente voluto dalla Lega. Poco prima di mezzanotte i documenti sono stati inviati alla Commissione Europea per una valutazione e saranno resi pubblici nei prossimi giorni, quando saranno inviati alle camere per l’esame del Parlamento.

In tutto la manovra dovrebbe costare 36,4 miliardi di euro, di cui circa 21 arriveranno da nuovo debito, 7 da tagli e risparmi e altri 8 da aumenti di entrate, cioè soprattutto nuove tasse. Per il momento il governo ha fornito un elenco sintetico dei 24 punti contenuti nella legge: mancano ancora molti dettagli su come funzioneranno i vari provvedimenti. Nell’attesa del testo completo, ecco gli interventi principali che saranno introdotti con la legge.

Reddito di cittadinanza
È di fatto un sussidio di disoccupazione che prevede di integrare il reddito della persona che ne fa richiesta sino ad arrivare a 780 euro al mese. Al momento non si conoscono i dettagli, ma stando a quanto hanno detto diversi dirigenti del Movimento 5 Stelle e a quello che scrivono i giornali, sarà altamente condizionato. Chi lo riceve dovrà fornire otto ore di lavoro gratuito alla comunità alla settimana, dovrà iscriversi ai centri per l’impiego e potrà rifiutare solo tre offerte di lavoro (ammesso che gli arrivino) oltre, probabilmente, a quelle che arrivano da fuori dalla sua regione (che potranno essere rifiutate senza costi).

Dovrebbe essere previsto anche un monitoraggio del tipo di acquisti fatti col reddito di cittadinanza – si è parlato di evitare acquisti “immorali” o di merci non italiane – ma non è ancora chiaro come dovrebbe essere realizzato. Questa misura dovrebbe costare 9 miliardi e iniziare a primavera, in modo da ridurne il costo complessivo nel corso del’anno.

Pensione di cittadinanza
È di fatto un aumento delle pensioni minime, che passeranno da poco più di 500 a 780 euro. Il governo scrive che sarà prevista «una differenziazione tra chi è proprietario di un immobile e chi non lo è», ma per il momento non si conoscono altri dettagli.

“Flat tax” per partite Iva e piccole imprese
Si tratta in realtà di uno sconto fiscale per alcune partite IVA: l’attuale regime che prevede di pagare il 15 per cento di IRPEF fino a 30 mila euro viene esteso anche a chi fattura fino a 65 mila euro. Il costo di questa misura è di circa 600 milioni di euro per il 2019 e di 1,7 miliardi a partire dal 2020. 

Superamento della legge Fornero
Viene introdotto un nuovo percorso per andare in pensione, la cosiddetta “quota 100”: si potrà andare in pensione a 62 anni di età, a patto di aver versato almeno 38 anni di contributi. Il governo scrive che per le donne viene prorogata «“Opzione Donna”, che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione». Questa misura dovrebbe costare intorno ai 7 miliardi di euro e dovrebbe partire da febbraio.

Investimenti pubblici
Viene prevista una spesa di circa 5 miliardi di euro l’anno per i prossimi tre anni per realizzare investimenti «nell’ambito infrastrutturale, dell’adeguamento antisismico, dell’efficientamento energetico, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie».

Piano di assunzioni straordinario
Il governo spenderà circa 500 milioni di euro per assumere agenti di polizia, magistrati e personale amministrativo impegnati nelle forze dell’ordine e nella giustizia.

Fine del finanziamento pubblico all’editoria
Il sostegno pubblico all’editoria – già radicalmente tagliato negli anni scorsi – sarà gradualmente azzerato, non è stato però ancora specificato in quali tempi e modalità.

“Pensioni d’oro”
Il governo dice di voler intervenire sulle pensioni oltre i 4.500 euro netti mensili, in modo da renderle “più eque” in rapporto ai contributi versati. Dalle indiscrezioni sembra che il governo intenda effettuare un ricalcolo contributivo delle pensioni più ricche, ma anche su questo i dettagli sono ancora pochi (e ci sono vari pareri sulla sua dubbia costituzionalità). Questa misura dovrebbe far incassare risorse pari a un miliardo di euro in tre anni, ma secondo l’INPS il totale potrebbe essere inferiore (si parla di un centinaio di milioni l’anno).

Condono
La manovra prevede quattro sanatorie in un unico provvedimento. Il decreto fiscale prevede la possibilità di non pagare interessi e sanzioni per chi si accorda con il fisco (è la cosiddetta “terza rottamazione” e, scrive il governo, può essere sfruttata soltanto da chi aveva usufruito della “seconda rottamazione”); una strada facilitata per risolvere le controversie attualmente in corso; la cancellazione totale dei debiti inferiori a mille euro (multe comprese) relativi al periodo 2000-2010. Infine, la parte principale: chi ha già presentato una dichiarazione dei redditi può pagare un’aliquota forfettaria del 20 per cento per risolvere la sua pendenza, evitando così sanzioni e interessi. Soprattutto è prevista la possibilità di presentare una dichiarazione integrativa, in cui si afferma che all’epoca della dichiarazione originaria non si era dichiarato tutto ciò che era dovuto. Questa dichiarazione integrativa non deve essere superiore al 30 per cento del già dichiarato e comunque non superiore ai 100 mila euro. La dichiarazione aggiuntiva potrà ugualmente essere sanata col pagamento di un’aliquota del 20 per cento.

Dove aumenteranno le tasse?
La manovra prevede aumenti di entrate, cioè di tasse, pari a 8 miliardi di euro, mentre pochi giorni fa il governo prevedeva un leggero aumento della pressione fiscale per il 2019. Nei documenti pubblicati fino a questo momento dal governo, però, non c’è traccia di aumenti di imposte. Fonti della maggioranza hanno riferito alle agenzie che gli aumenti riguarderanno banche e assicurazioni, ma dovremo aspettare per avere ulteriori dettagli.

Fonte: Il Post

lunedì 6 novembre 2017

Paradise Papers, conti off-shore per la regina Elisabetta e per altri nomi influenti della politica

Sono stati diffusi i 13,4 milioni di file su soldi portati all’estero da personalità di spicco della politica, dell’imprenditoria e del mondo dello spettacolo. Tra questi anche il ministro del Commercio di Trump

Regina Elisabetta, credit: fp

Nell’aprile del 2016 – grazie a una inchiesta giornalistica condotta dall’International consortium of investigative journalists (ICIJ), insieme al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, e ad altre 100 testate giornalistiche di tutto il mondo (per l’Italia ha preso parte all’inchiesta il settimanale l’Espresso) – venivano diffusi 11,5 milioni di documenti che portavano alla luce lo scandalo dei Panama Papers.

L’inchiesta rivelava la pratica del trasferimento di ricchezze nei paradisi fiscali da parte di migliaia di imprenditori, politici e personaggi dello spettacolo di tutto il mondo.

Domenica 5 novembre sono stati diffusi i “Paradise Papers”, ossia 13,4 milioni di file su soldi portati all’estero da personalità di spicco della politica, dell’imprenditoria e del mondo dello spettacolo.

L’inchiesta, anche questa volta, è stata condotto dal quotidiano tedesco Zeitung, che ha chiesto al consorzio internazionale dei giornalisti investigativi di procedere con le indagini. Per l’Italia è stata seguita dal settimanale l’Espresso e dalla trasmissione televisiva Report.

Tra i grandi nomi portati alla luce dalle indagini emerge quello della regina Elisabetta II d’Inghilterra. In particolare, l’inchiesta svela che 10 milioni di sterline dei fondi privati di Sua Maestà sono stati investiti in un fondo off-shore, alle isole Cayman, quello che viene identificato come un paradiso fiscale che garantisce l’anonimato oltre all’assenza di tasse, e alle Bermuda dal Ducato di Lancaster, insieme al Ducato di Cornovaglia dell’erede al trono.

La Bbc riporta che il Ducato di Lancaster ha sostenuto di non essere coinvolto nelle decisioni su come vengono investiti i soldi della regina. Decisione prese dai fondi di investimento ai quali l’argent della sovrana sono conferiti. Ma non c’è alcuna prova che Sua Maestà abbia conoscenza di specifici investimenti fatti a suo nome.

Sempre secondo la Bbc, le rivelazioni emerse domenica costituiscono solo una piccola parte di una mole molto più importante di informazioni che verranno diffuse noi prossimi giorni.

Dai documenti spuntano però anche i nomi di personaggi come le star Madonna e Bono, o del generale Wesley Clark, già comandante supremo della Nato in Europa, e del co-fondatore della Microsoft, Paul Allen.

A essere coinvolto dallo scandalo dei Paradise Papers c’è anche Wilbur Ross, ministro al Commercio di Trump, noto anche come l’uomo che avrebbe fatto affari con parenti e amici del presidente russo Vladimir Putin.

Ross, in particolare, ha interessi nella Navigator Holdings – di cui è membro del consiglio di amministrazione dal 2012 – che guadagna milioni di dollari ogni anno trasportando petrolio e gas per il colosso energetico russo Sibur, che vede tra gli azionisti il genero del presidente russo, Kirill Shamalov, marito di Yekaterina Putin.

Di Ross si conosce la società WL Ross & Co., specializzata nel prendere aziende sull’orlo del fallimento, risanarle e rivenderle una volta messe a posto. L’indagine dei Paradise Papers rivela come il rapporto tra Ross e la Navigator Holdigs sarebbe continuato attraverso società con sede alle isole Cayman.

Le rivelazioni su Wilbur Ross rischiano di creare nuovi imbarazzi per la Casa Bianca e il presidente statunitense Trump, mettendo in luce nuovi collegamenti che uniscono la presidenza Trump al supporto russo.

La sua presidenza è stata spesso coinvolta da accuse che insinuano come i russi abbiamo cercato di influenzare l’esito delle elezioni statunitensi dello scorso anno. Accuse dalle quali il presidente si è sempre difeso parlando di “notizie false”.

Non ci sono prove per affermare che Ross abbia violato formalmente alcuna legge ma politicamente il discorso è di opportunità sul continuare ad avere contatti con la Navigator Holding. Ross è una persona vicina a Donald Trump sin dagli anni Novanta, quando contribuì a salvarlo da una bancarotta per la costruzione di un casinò ad Atlantic City.

Secondo la Bbc le rivelazioni delle ultime ore sono solo la punta dell’iceberg fatto di centinaia di politici, multinazionali, celebrità e personaggi di alto spessore che hanno utilizzato trust, fondazioni e società fittizie con un sistema di scatole cinesi per proteggere le loro ricchezze dal fisco.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 29 aprile 2017

Quante promesse ha mantenuto Trump?

Per i primi cento giorni da presidente, che cadono oggi, aveva elencato una trentina di impegni: ne ha rispettati pochini

(BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)

Oggi, sabato 29 aprile, sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti: la sua cerimonia di insediamento si è tenuta infatti il 20 gennaio 2017. Di recente Trump ha ammesso che pensava che fare il presidente «sarebbe stato più facile», ma anche che i primi 100 giorni della sua amministrazione sono stati quelli «più di successo nella storia del paese».

Al di là di questa dichiarazione poco condivisa da osservatori e giornalisti, i primi 100 giorni di ogni nuovo governo o amministrazione sono spesso considerati sufficienti per tracciare un primo bilancio: non sono abbastanza per progetti strutturali e a lungo termine, ma sono sufficienti per dare un’idea di quale direzione prenderà l’amministrazione negli anni successivi. Specialmente quando, come nel caso di Trump, è lo stesso candidato presidente a promettere cambiamenti radicali e ad elencare una serie di misure che avrebbe fatto entro i primi tre mesi di governo: cosa che Trump fece nell’ottobre 2016, in un documento intitolato “Contratto con l’elettore americano” (a-ehm).

Molti siti e giornali – tra cui Vox e l’Atlantic – hanno analizzato e commentato i primi tre mesi di Trump proprio a partire da questo documento. Trump si prese una trentina di impegni. Ne ha rispettati tre, circa un decimo. In altri casi ha cambiato idea, non ci ha nemmeno provato o non ha ottenuto risultati concreti.

Cosa ha fatto Trump
Tra le cose che Trump è riuscito a fare c’è la nomina in tempi piuttosto rapidi di Neil Gorsuch per il seggio vacante della Corte Suprema, il più importante organo giuridico americano. Il seggio era vacante dalla morte del giudice conservatore Antonin Scalia, e per via dell’ostruzionismo del partito Repubblicano il Senato non aveva mai esaminato e ratificato il giudice proposto da Barack Obama. È una scelta che lascerà il segno, perché Gorsuch è piuttosto giovane – ha 49 anni – e la nomina a giudice della Corte Suprema dura a vita.

Trump ha anche mantenuto la promessa di ritirarsi dal trattato TPP, cioè il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico, da non confondersi con altre cose con sigle simili). Il TPP è uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, che però dovevano ancora ratificarlo. Il Congresso a maggioranza Repubblicana aveva già fatto sapere di non volerne sapere: quindi per Trump è stata una vittoria facile, più che altro simbolica, ma comunque una vittoria.

Secondo Vox la terza promessa mantenuta di Trump riguarda l’immigrazione: «ha fatto passi significativi per rendere più dure e intimidatorie le misure sull’immigrazione», e grazie ai suoi numerosi divieti è riuscito a creare effettivamente un clima più ostile per gli immigrati, nonostante le successive sospensioni dei decreti ordinate dai tribunali. Trump aveva detto di voler espellere dal paese 2 milioni di immigrati illegali e di voler rendere molto più difficile l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Gli immigrati espulsi sono stati molti meno di 2 milioni, ma ci sono state altre misure – come la sospensione del programma di accoglienza per i richiedenti asilo siriani – che hanno fatto capire che l’approccio è cambiato.

Cosa non ha fatto Trump
Vox ha scritto che «c’è una gran quantità di leggi che Trump ha detto avrebbe fatto approvare e che non sono diventate leggi e, in molti casi, non sono nemmeno state proposte nella forma di qualcosa che somigli anche solo lontanamente a una legge».

La più grande sconfitta di Trump è però quella sull’Obamacare, la storica riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore Barack Obama nel 2014. In campagna elettorale Trump puntò molto sulla proposta della sua abolizione, e promise che l’avrebbe rimpiazzata entro tre mesi. In realtà in marzo ha ritirato la sua confusa proposta di riforma prima ancora che venisse votata dalla Camera, capendo che sarebbe stata bocciata perché una trentina di deputati Repubblicani avevano fatto sapere che non l’avrebbero votata.

Trump non è nemmeno riuscito – ma questo era oggettivamente più difficile – a convincere il Messico a pagare totalmente il muro che intende costruire tra Messico e Stati Uniti e, per la verità, non ha nemmeno iniziato a costruirlo (nel Contratto aveva promesso di trovare i finanziamenti entro i primi 100 giorni). Trump aveva anche detto di voler tagliare da subito i fondi alle cosiddette “sanctuary cities”, cioè le città che scelgono di non considerare come reato l’immigrazione clandestina. Come successo per i divieti sull’immigrazione, Trump ha firmato un ordine esecutivo a riguardo, ma un giudice federale ha bloccato il provvedimento.

Per quanto riguarda invece il clima, Trump aveva detto di voler togliere i finanziamenti miliardari degli Stati Uniti all’ONU (e in generale di impegnarsi meno per combattere il cambiamento climatico), per investire quei soldi per sistemare le infrastrutture degli Stati Uniti. Non l’ha fatto, ma ha comunque firmato un ordine esecutivo per cancellare buona parte delle iniziative adottate dall’amministrazione Obama per contrastare il cambiamento climatico, che però al momento rimane sulla carta.

Nel documento sui suoi primi 100 giorni da presidente Trump non parlò molto di politica estera, ed è quindi difficile dire se ha mantenuto o meno quanto promesso. Trump però fu molto duro nei confronti della Cina – disse di volerla mettere nella lista di paesi che manipolano la propria valuta – ma da presidente ha cambiato decisamente idea, e al momento sembra voglia collaborare con la Cina per provare a gestire la situazione in Corea del Nord.

Trump inoltre aveva detto di voler imporre un limite di mandati per ogni membro del Congresso, e di voler prendere una serie di provvedimenti per limitare i costi della politica e per semplificarne i meccanismi (parlò ad esempio di voler imporre l’eliminazione di due norme federali per ogni nuova norma approvata): anche in questo caso, la promessa non è stata mantenuta, e non è chiaro a che punto siano gli sforzi dell’amministrazione per rispettarla.

Cose da leggere sui primi 100 giorni di Trump
Il New York Times ha chiesto ai suoi lettori di raccontare se e come questi 100 giorni li hanno cambiati e ha raccolto i suoi titoli sui primi 100 giorni da presidenti di Trump, Barack Obama e George W. Bush; il Washington Post ha analizzato i tweet di Trump e ha scritto in un editoriale che ci sono state cose allarmanti ma che «il sistema sta funzionando» e per ora non si è «entrati nella realtà distopica che molti, noi compresi, temevano». Il Guardian ha scritto invece che «tutte le prove di questi 100 giorni mostrano che il futuro sarà profondamente imprevedibile».

Fonte: Il Post

lunedì 30 gennaio 2017

Tutti gli ordini esecutivi firmati da Trump finora

Nei primi giorni della sua amministrazione il presidente statunitense ha già firmato 17 ordini esecutivi in ambiti come sanità, immigrazione, petrolio, aborto e commercio

Il presidente degli Stati Uniti firma l'ordine esecutivo che autorizza la costruzione dei controversi oleodotti

Il 20 gennaio 2017 Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca. Dalle prime ore dopo il giuramento il nuovo presidente degli Stati Uniti ha iniziato a firmare ordini esecutivi, alcuni dei quali particolarmente controversi, che hanno provocato accese proteste nel paese e nel resto del mondo.

Che cos'è un ordine esecutivo?

Un ordine esecutivo, nell'ordinamento statunitense, è un provvedimento firmato dal presidente degli Stati Uniti d'America che indirizza le politiche esecutive delle agenzie del Governo americano. Gli ordini esecutivi hanno forza di legge quando sono emessi da un'autorità legislativa che delega questo potere all'esecutivo. Per esempio il Congresso può demandare con una legga delega una parte dei propri poteri al governo.

Nei primi sette giorni pieni della sua amministrazione, il presidente Trump aveva già firmato 17 azioni esecutive con effetti ad ampio raggio all'interno e all'esterno dei confini degli Stati Uniti, in ambiti che riguardano la sanità, l'immigrazione, il petrolio, l'aborto, il commercio e altre ancora.

I 17 ordini esecutivi firmati da Trump

1. Obamacare – La prima mossa da presidente è stata la firma di un decreto esecutivo diretto alle agenzie governative per ridurre il peso economico dell'Affordable Care, la riforma sanitaria del suo predecessore, nota come Obamacare, che consentiva una copertura sanitaria tramite sussidi federali anche ai meno abbienti.

2. Congelamento dei regolamenti – Il presidente ha congelato tutte le norme attualmente in corso di approvazione – ma non approvate – fino a quando non saranno approvati da lui o da un'agenzia dopo il suo insediamento. Questo significa che qualsiasi regolamento firmato dall'ex presidente Barack Obama nelle ultime settimane alla Casa Bianca è congelato.

3. Aborto – il 23 gennaio il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti. Il provvedimento era stato introdotto nel 1984 dall'allora presidente repubblicano Ronald Reagan e sottoscritto a Città del Messico. Fu poi ribaltato sotto la presidenza Clinton nel gennaio del 1993 e ripristinato ancora da George W. Bush durante il suo primo mandato nel 2001. Infine, annullato dall'ultimo presidente democratico Barack Obama nel 2009.

4. Tpp – Nei primi giorni di presidenza Trump ha dato seguito a una delle promesse fatte in campagna elettorale e ha firmato un ordine esecutivo per uscire dall’accordo commerciale transpacifico (Tpp). Lo scopo dell'accordo era approfondire i legami economici e stimolare la crescita, anche attraverso la riduzione delle tariffe tra i paesi firmatari. Gli stati coinvolti, oltre agli Stati Uniti, sono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, che insieme rappresentano circa il 40 per cento dell’economia mondiale. Trump aveva aspramente criticato il Tpp, dicendo che danneggiava la produzione industriale statunitense e che sarebbero stati preferibili accordi bilaterali con i singoli paesi.

5. Congelamento delle assunzioni federali – Il presidente ha detto le agenzie federali non possono riempire le posizioni vacanti né aprirne di nuove, con due eccezioni: il personale militare e le posizioni nell'ambito della pubblica sicurezza.

6 e 7. Oleodotti in North Dakota – Martedì 24 gennaio Trump ha apposto la sua firma su altri due ordini esecutivi che autorizzano la costruzione di due controversi oleodotti – Keystone e Dakota Access – nelle terre sacre dei nativi americani in North Dakota. Ostacolato da mesi da attivisti e residenti, in particolare dalle tribù dei Sioux della riserva di Standing Rock, il progetto era stato bloccato da Obama. Gli ordini non concedono per il momento i permessi finali, ma avviano entrambi i progetti verso l'approvazione. Già in diverse occasioni e in campagna elettorale, Trump aveva ripetuto più volte di voler dare il via libera a questi progetti, sostenendo l'industria petrolifera che aveva finanziato il progetto e alimentando l'idea che la loro realizzazione rappresenterebbe innumerevoli opportunità lavorative. Il progetto è stato osteggiato da ambientalisti e democratici

8. Accelerare l'approvazione dei progetti ambientali prioritari – Il presidente Trump ha ordinato che le agenzie e il presidente del White House Council on Environmental Quality lavorino insieme per impostare scadenze più imminenti e l'approvazione dei progetti di infrastrutture “ad alta priorità”.

9. Uso dell'acciaio prodotto in Americano nei gasdotti – Trump ha chiesto al segretario del Commercio di varare con un piano per garantire che tutti i gasdotti costruiti o riparati negli Stati Uniti essere costruiti con materiali di fabbricazione americana "nella massima misura possibile".

10. Revisione dei regolamenti sulla produzione – In questo ordine esecutivo, il presidente ha ordinato al segretario del Commercio di avviare una revisione di 60 giorni dei regolamenti per i produttori americani, con l'obiettivo di trovare il modo di accelerare il rilascio delle autorizzazioni e tutti i processi federali di cui hanno bisogno.

11. Deportazioni e “città santuario” – Trump ha chiesto alle agenzie di governo di intensificare l'espulsione di coloro che sono nel paese illegalmente. In particolare le seguenti categorie: coloro che sono stati condannati per un reato; coloro che sono stati accusati di un crimine; quelli che hanno commesso un atto per il quale possono essere perseguiti; coloro hanno abusato di un programma di welfare; chi è sotto ordine di espulsione e chi può “nel giudizio di un funzionario dell'immigrazione, rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica o la sicurezza nazionale”.

Lo stesso ordine esecutivo prevede inoltre l'assunzione di 10mila agenti per l'Immigrazione e il controllo delle frontiere e ordina al procuratore generale e al segretario della Sicurezza di bloccare sovvenzioni federali alle cosiddette “città sanctuario”, le città che non rispettano alcune leggi in materia di immigrazione.

12. Il muro al confine con il Messico – Il presidente ha ordinato alle agenzie di iniziare a pianificare e individuare finanziamenti per costruire un muro al confine con il Messico. Questo ordine prevede anche l'assunzione di 5mila agenti di pattugliamento delle frontiere. La costruzione del muro con il Messico era uno dei punti chiave del programma presentato da Trump in campagna elettorale. Il presidente messicano Enrique Pena Nieto ha detto in un messaggio alla nazione che non ha intenzione di finanziarne la costruzione e ha in seguito annullato la visita alla Casa Bianca.

13. Riforma del settore militare – Questo ordine esecutivo avvia un processo più ampio di revisione e pianificazione del settore militare. Delega il progetto al segretario della Difesa.

14. Divieto di ingresso per gli immigrati di 7 paesi musulmani – Il presidente ha firmato il 27 gennaio l'ordine esecutivo Proteggere la nazionale dall'ingresso dei terroristi musulmani negli Stati Uniti, che ha scatenato proteste in tutto il paese. L'intenzione della Casa Bianca è quella di chiudere le frontiere a quei paesi e agli individui potenzialmente connessi con il terrorismo. L'ordine inoltre sospende per 120 giorni l'intero sistema di ammissione dei rifugiati nel paese, lo U.S. Refugee Admissions Program (Usrap), e limita per almeno 90 giorni l’ingresso di rifugiati e migranti provenienti da alcuni paesi di Medio Oriente e Nord Africa, a maggioranza musulmana: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen

15. Combattere l'Isis – Con questo ordine il presidente ha posto le basi per stilare un nuovo piano per la lotta contro lo Stato Islamico entro 30 giorni.

16. Riorganizzare i consigli di sicurezza – È un ordine esecutivo che riguarda tre importanti consigli di sicurezza: il Consiglio del presidente per la sicurezza nazionale, il Consiglio di sicurezza nazionale e il Comitato di presidenza. La nuova configurazione aggiunge la figura dell'Assistente del presidente e chief strategist, Steve Bannon.

17. Divieto di lobbing per i membri della sua amministrazione – Questo ordine vieta ai funzionari nominati dalla sua amministrazione di fare attività di lobbying per cinque anni dopo la fine dell'incarico e impedisce loro di fare lobbying per conto di un governo straniero.

--- LEGGI ANCHE: Cosa prevede in pratica il divieto contro immigrati e musulmani voluto da Trump

--- LEGGI ANCHE: I Paesi Bassi vogliono finanziare le Ong pro aborto a cui Trump ha tagliato i fondi

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 23 dicembre 2016

MPS sarà salvata dallo Stato

L'operazione con capitali privati è fallita: il governo ha spiegato come la banca sarà salvata – per la terza volta – con soldi pubblici

(EPA/MATTIA SEDDA)

La sera di giovedì 22 dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che porterà al salvataggio di Monte dei Paschi di Siena. Qualche ora prima il consiglio di amministrazione della banca aveva ufficialmente dichiarato il fallimento dell’aumento di capitale da cinque miliardi di euro. L’operazione prevista dal decreto impiegherà parte di un fondo da 20 miliardi di euro che sarà utilizzata per una “ricapitalizzazione precauzionale”. Lo Stato diventerà il primo azionista di MPS con una quota di maggioranza assoluta che gli consegna il controllo della banca.

Lo stato, quindi, preparerà il nuovo piano industriale e guiderà la banca fino a che non sarà risanata. A quel punto, venderà le quote della società sul mercato. L’operazione di ricapitalizzazione con cui lo stato diventerà azionista di maggioranza durerà alcuni mesi, mentre quella di risanamento potrebbe durare un anno o più. Le regole europee prevedono che in casi come questo, quando lo stato salva una banca con denaro pubblico, azionisti e obbligazionisti vengano coinvolti nell’operazione, contribuendo al salvataggio con i loro soldi, in modo da non lasciare il peso del salvataggio soltanto ai contribuenti. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, però, ha detto che l’impatto per i risparmiatori sarà «minimizzato, se non reso nullo».

Di fatto, chi possiede azioni della banca avrà i suoi titoli diluiti fino al punto di essere sostanzialmente azzerati dall’aumento di capitale fatto dallo Stato. A seconda della forma che prenderà l’operazione e delle decisioni dei regolatori europei, saranno coinvolti in vario modo anche gli obbligazionisti, cioè coloro che hanno investito nella banca prestandole dei soldi. Il comunicato del governo scrive così:


Le condizioni della conversione delle obbligazioni subordinate in azioni sono determinate con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, su proposta della Banca d’Italia, da pubblicare in Gazzetta Ufficiale. Nel caso della Banca Monte dei Paschi di Siena le condizioni sono determinate nel decreto legge:


– la conversione delle obbligazioni Tier 1 – sottoscritte per lo più da clientela istituzionale – avverrà a un valore corrispondente al 75 percento del valore nominale;


– la conversione delle obbligazioni Tier 2 – sottoscritte per lo più da clientela retail – avverrà a un valore corrispondente al 100 percento del valore nominale.


I cosiddetti “retail” sono i piccoli risparmiatori, che sono circa 40 mila: in tutto MPS ha emesso circa 4,5 miliardi di euro di obbligazioni subordinate, le più rischiose e remunerative, 2 dei quali sono stati acquistati dai cosiddetti “retail”. I giornali scrivono che il piano del governo prevede la conversione delle obbligazioni subordinate in azioni, e poi una loro successiva riconversione in obbligazioni ordinarie. In questo modo gli obbligazionisti retail potrebbero non subire alcuna perdita. Il piano comunque è ancora poco chiaro e i dettagli di come si svolgerà l’operazione non sono ancora stati pubblicati.

Il denaro utilizzato per salvare la banca fa parte dei 20 miliardi di euro che il governo ha a disposizione per interventi sul settore bancario. Il Parlamento ha autorizzato la spesa ieri con una veloce votazione in entrambe le camere. Il denaro sarà ottenuto emettendo nuovo debito pubblico a seconda delle esigenze che si presenteranno. Altre tre banche, Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banca Carige, potrebbero avere bisogno di un aiuto pubblico nelle prossime settimane.

Anche dopo il salvataggio MPS avrà comunque bisogno di liberarsi di circa 27 miliardi di euro di crediti deteriorati, cioè prestiti che non riesce più a farsi restituire. Questi crediti sono la principale zavorra che ha appesantito i conti della banca e che l’ha portata vicina al fallimento. Dopo anni di crisi, infatti, la banca è riuscita a rimettere i suoi conti in ordine: è operativa e produce utili. Se non si libererà dei crediti deteriorati, però, continuerà ancora ad aver bisogno di molti capitali. Non è chiaro come procederà l’operazione di vendita di crediti deteriorati, ma con ogni probabilità sarà coinvolto Atlante, il fondo privato creato su forte spinta del governo proprio con lo scopo di aiutare le banche a liberarsi dei crediti difficili.

Fonte: Il Post

martedì 6 dicembre 2016

Renzi si dimetterà dopo l'approvazione della legge di bilancio al Senato

Su richiesta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio ha congelato le proprie dimissioni fino al via libera alla manovra

Il premier italiano Matteo Renzi durante la conferenza stampa in cui ha annunciato le sue dimissioni. Credit: Alessandro Bianchi

Durante i colloqui che si sono svolti nella serata di lunedì 5 dicembre tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Matteo Renzi, il capo dello Stato ha chiesto al presidente del Consiglio di congelare le sue dimissioni fino all'approvazione della legge di bilancio da parte del Senato, che è attesa entro venerdì 9 dicembre.

“Il presidente della Repubblica, considerata la necessità di completare l’iter parlamentare di approvazione della legge di bilancio onde scongiurare i rischi di esercizio provvisorio, ha chiesto al Presidente del Consiglio di soprassedere alle dimissioni per presentarle al compimento di tale adempimento”, si legge in una nota diffusa dal Quirinale dopo l'incontro.

Il governo dovrebbe porre una fiducia tecnica sulla legge di bilancio al Senato, assicurandosi la sua approvazione senza che possano essere apportate modifiche. Questo renderebbe necessaria la navetta, cioè una nuova votazione del testo modificato alla Camera.

Resta l'interrogativo sulle eventuali elezioni anticipate e su chi assumerà l'incarico dopo l'uscita di scena del premier Renzi, dopo la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale. I nomi più accreditati sono il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, il presidente del Senato Piero Grasso e il ministro per le Infrastrutture e i trasporti Graziano Delrio. Ma si parla anche del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il ministro della Cultura Dario Franceschini.

Intanto il Partito democratico ha rimandato a martedì 6 dicembre la riunione che deciderà le sorti della leadership del centrosinistra, mentre il piano del premier è quello di puntare alle elezioni in primavera. In una trasmissione televisiva il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha dichiarato che è pronto a scommettere che si andrà a votare già a fine febbraio.

L'opposizione è spaccata. Il Movimento cinque stelle e il segretario della Lega nord Matteo Salvini invocano le urne, mentre l'ex premier Silvio Berlusconi sostiene che tocca al Pd formare un nuovo esecutivo, dal momento che detiene ancora la maggioranza in parlamento, e si dice pronto a fornire il suo contributo sulla legge elettorale.

Intanto, la riunione dei ministri delle Finanze dell'eurogruppo ieri si è conclusa con la richiesta al futuro governo italiano di prendere le misure necessarie per rispettare il patto di stabilità. La cancelliera Angela Merkel si è detta dispiaciuta delle dimissioni di Renzi, aggiungendo di aver sempre sostenuto le sue politiche di riforma.

--- LEGGI ANCHE: Cosa succede ora che ha vinto il no al referendum costituzionale

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 5 dicembre 2016

E adesso che succede?

Quali sono i punti fermi in mezzo a tonnellate di scenari, ipotesi, retroscena, dopo la vittoria del No al referendum

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Dopo la vittoria del No al referendum costituzionale, Matteo Renzi ha detto che lunedì riunirà il Consiglio dei ministri per l’ultima volta e poi andrà al Quirinale per dimettersi da capo del governo. La fine del governo Renzi, nato circa 1.000 giorni fa, apre una fase di grande incertezza per l’Italia sia dal punto di vista politico che dal punto di vista economico: cercare di prevedere cosa accadrà è impossibile, ma qualcosa sappiamo.

Come da prassi, il presidente della Repubblica accetterà le dimissioni del governo Renzi e gli chiederà di restare in carica dimissionario per occuparsi dei cosiddetti “affari correnti” fino all’insediamento del nuovo governo. Poi il presidente inizierà le consultazioni per capire se in Parlamento esista una maggioranza di deputati e senatori interessata a sostenere un nuovo governo, ed eventualmente chi possa guidarlo: Sergio Mattarella vedrà i leader di partito e i capi dei gruppi parlamentari, e poi prenderà una decisione. Potrebbe decidere a quel punto di affidare a qualcuno l’incarico di formare un governo, se una parte maggioritaria del Parlamento dovesse manifestare questa intenzione, oppure sciogliere le camere, porre fine alla legislatura e indire le elezioni anticipate.

È importante qui ricordarsi che il Partito Democratico ha ancora la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e al Senato, insieme ad Area Popolare: saranno loro a decidere se sostenere o no un altro governo. Potrebbe essere un governo guidato da un politico (si fanno da mesi i nomi di Dario Franceschini e Graziano Delrio), oppure da un tecnico (un altro nome che circola è quello dell’attuale ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan); il nuovo governo potrebbe ricevere un mandato pieno dal Parlamento oppure il solo compito di guidare la scrittura di una nuova legge elettorale prima di andare alle elezioni anticipate. Non lo sappiamo: probabilmente il primo momento in cui si avrà una qualche indicazione sarà la riunione della direzione nazionale del Partito Democratico, prevista per martedì. Sulla base di quanto detto da Renzi dopo la sconfitta, un suo reincarico è da escludere.

La questione della legge elettorale è molto importante. In questo momento in Italia sono in vigore due leggi diverse: una per la Camera e una per il Senato, che l’esito del referendum costituzionale conferma nella forma e nelle funzioni. Quella che vale per la Camera è l’Italicum, che Renzi si era comunque impegnato a cambiare dopo il referendum e sul quale pende un imminente giudizio della Corte Costituzionale; quella che vale per il Senato è il cosiddetto “Consultellum”, cioè il “Porcellum” come modificato dalla Corte Costituzionale, cioè in sostanza un proporzionale puro. Sono due leggi elettorali poco coerenti – una delle quali potrebbe venire mutilata nel giro di pochi giorni – che oggi renderebbe praticamente certo un esito elettorale simile a quello del 2013: nessun partito con la maggioranza assoluta e necessità di formare una grande coalizione.

Per quanto riguarda le altre possibili conseguenze economiche, una delle più importanti è l’approvazione della legge di bilancio, che è stata approvata alla Camera e dovrebbe passare in seconda lettura al Senato. Non è necessario che ci sia un governo in carica con pieni poteri per farla approvare, ma in passato i governi (come quello Berlusconi nel 2011 e quello Monti nel 2012) hanno atteso l’approvazione della legge prima di presentare le proprie dimissioni al presidente della Repubblica. Il governo aveva promesso di inserire alcune modifiche nella legge di stabilità durante la seconda lettura al Senato (per esempio un emendamento per limitare il numero di slot machine), ma non è chiaro se questi provvedimenti saranno portati avanti anche con un governo dimissionario.

Investitori e giornali internazionali sono preoccupati anche per il destino di otto banche italiane che si trovano in grosse difficoltà e che nei prossimi mesi dovranno procedere a complicati aumenti di capitale. Il Monte dei Paschi, in particolare, sta tentando di portare a termine un’operazione particolarmente difficile. Diversi esperti hanno sostenuto nelle scorse settimane che, in caso di caduta del governo, queste operazioni sarebbero state molto più incerte. È difficile prevedere cosa accadrà, ora che Renzi ha annunciato le sue dimissioni, ma in molti ritengono che lo scenario peggiore – ossia un fallimento dell’operazione più importante, quella di Unicredit che dovrà raccogliere 13 miliardi di euro – sia ancora abbastanza remoto.

In ogni caso, nei prossimi giorni è probabile che l’euro subirà delle perdite rispetto al dollaro e che lo spread tra i titoli di stato italiani e i bund decennali tedeschi continui a rialzarsi, come ha fatto nelle ultime settimane: in estrema sintesi vorrà dire che per lo Stato italiano prendere soldi in prestito sarà più costoso.

Fonte: Il Post

giovedì 1 dicembre 2016

Renzi fa sul serio sul gioco d’azzardo?

Il governo sta trattando per eliminare un terzo delle slot machine: sarebbe la prima norma del genere in un paese che ha dati assurdi sul gioco d'azzardo

(Britta Pedersen/dpa)

Da alcune settimane il governo sta trattando con le regioni per approvare un provvedimento che sarebbe il primo del suo genere: ridurre del 30 per cento il numero di slot machine in Italia. Al momento la trattativa è ancora in corso, ma l’obiettivo del governo è chiudere entro il 15 dicembre e inserire la norma nella legge di bilancio. Fino a oggi il numero di licenze per slot machine non ha fatto che aumentare ogni anno, tanto che l’Italia è arrivata ad avere uno dei settori del gioco d’azzardo più grandi al mondo per valore assoluto, dietro soltanto Giappone, Stati Uniti e Cina. Se consideriamo la spesa pro-capite nel gioco d’azzardo legale, quindi, l’Italia è probabilmente al primo posto al mondo.

Una norma per ridurre il numero di slot machine era stata inserita la prima volta nella legge di bilancio del 2015, ma non aveva prodotto effetti immediati. La riduzione avrebbe dovuto concludersi nel 2019, mentre nel corso del 2015 il numero di licenze è continuato ad aumentare. Lo scorso settembre la vicenda ha avuto un’improvvisa accelerazione quando il presidente del Consiglio Renzi ha annunciato che intendeva anticipare il taglio dal 2019 al 2017. Poche settimane dopo il governo ha iniziato una trattativa con la conferenza Stato-regioni, in cui è rappresentato dal sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta (PD).

L’ultima riunione è avvenuta lo scorso 17 novembre, si prevede un prossimo e ultimo incontro il 15 dicembre. «Stiamo lavorando su alcuni aspetti sensibili, come il problema delle distanze degli apparecchi dalle zone sensibili, come le scuole, e l’orario in cui è possibile giocare», ha spiegato Baretta al Post: «L’obiettivo è anticipare al 2017 la riduzione del 30 per cento nel numero di macchinette. Visto che prenderemo come riferimento il numero di macchinette al 31 luglio 2015, la riduzione sarà in realtà leggermente superiore, intorno al 33 per cento». Il testo in discussione prevede anche l’eliminazione totale delle slot machine dai cosiddetti “esercizi generalisti secondari” (alberghi, negozi, edicole, ristoranti, stabilimenti balneari). In futuro, ha detto Baretta, il governo pensa di introdurre un’altra norma che «in tempi congrui» porti all’eliminazione completa delle slot machine anche da bar e tabaccherie.

«È un intervento», spiega Fabio La Rosa, professore di diritto aziendale all’università di Enna e curatore del volume “Il gioco d’azzardo in Italia“, uscito la scorsa primavera, «che non posso salutare se non con favore, mirato ad un “ritorno alle origini” del gioco, ossia mero divertimento, limitato nel tempo come nella possibilità di spesa». Lo Stato, continua La Rosa, «non dovrebbe ritenere di poter fare fortemente affidamento su questa voce di introiti, nel definire le proprie manovre finanziarie».

Il provvedimento, però, non piace a tutti. Alcuni gruppi di attivisti “no-slot”, per esempio, chiedono al governo una proibizione totale e immediata delle slot machine in bar e tabaccherie. Il Post ha chiesto un commento a Sistema Gioco Italia, la federazione di Confindustria che raggruppa gli operatori del settore, ma i vertici dell’associazione non sono stati raggiungibili. Le associazioni dei tabaccai hanno protestato con forza contro la norma, ma le loro obiezioni sono diminuite in seguito all’approvazione da parte della Camera del ripristino dell’aggio del 5 per cento sulla vendita di valori bollati telematici, una norma che i tabaccai chiedevano da tempo. «Alcuni settori hanno guadagnato dal gioco, quindi altre forme di compensazione sono comprensibili», spiega Baretta.

Anche la trattativa con le regioni ha degli aspetti che devono ancora essere chiariti. Negli anni precedenti diversi consigli regionali hanno agito in autonomia per cercare di limitare il fenomeno delle slot machine. Non potendole vietare, hanno scelto di limitare l’orario in cui potevano essere mantenute in funzione e lo spostamento delle slot machine fuori dai centri città (come ha deciso di fare, tra gli altri, il comune di Roma guidato dalla sindaca Virginia Raggi). Il problema è che spostando le slot machine nei quartieri periferici si finisce con il concentrarle nei luoghi più vulnerabili. «Il rischio è creare dei “quartieri a luci rosse” del gioco. È un problema serio che stiamo cercando di comporre con gli enti locali, non vogliamo concentrare un eccesso di offerta nelle periferie degradate», spiega Baretta.

Se l’accordo con le regioni dovesse essere chiuso, cosa che tutti al momento sembrano dare per scontata, la diminuzione delle slot machine sarà inserita con un emendamento alla legge di bilancio 2017 nel corso della seconda lettura del provvedimento, che comincerà in Senato nei primi giorni di dicembre. Prima di allora, però, diverse cose possono ancora andare storte. Se il governo deciderà di approvare la legge di bilancio con la fiducia (come ha appena fatto alla Camera), gli emendamenti, come quello sulla riduzione delle slot machine, rischiano di essere eliminati. Anche se il governo dovesse cadere prima di terminare il percorso della legge in Senato (per esempio a causa di una vittoria dei “No” al referendum) le trattative con le regioni e l’inserimento della norma nella legge di bilancio potrebbero bloccarsi.

Il gioco d’azzardo legale in Italia ha raggiunto dimensioni da record: ogni anno il settore fattura 88 miliardi di euro, cioè un quinto del totale mondiale, circa 450 miliardi. Metà del fatturato italiano, poco più di 47 miliardi, arriva dalle slot machine: ce ne sono più di 400 mila nel nostro paese, cioè circa una ogni 155 abitanti, contro una ogni 261 abitanti in Germania e una ogni 372 negli Stati Uniti. Il Giappone è uno dei pochi paesi al mondo con una concentrazione più alta: ci sono circa dieci milioni di apparecchi per il “pachinko”, una specie di slot machine. Mentre in Giappone il settore è in crisi da anni e i giocatori si sono quasi dimezzati nell’ultimo quindicennio, in Italia è cresciuto del 191 per cento tra il 2005 ed oggi. Soltanto nel 2015 il numero di slot machine è aumentato del 10 per cento.

La decisione di ridurre il numero di slot machine è un cambio di approccio per il governo Renzi, che negli anni precedenti aveva lasciato che il numero di licenze continuasse ad aumentare. Per lo Stato italiano il gioco d’azzardo rappresenta un’entrata importante, che nel solo 2015 ha generato 8,7 miliardi di euro. Il settore in Italia dà lavoro a circa 140 mila persone. Baretta ammette che negli ultimi anni si è «esagerato con l’offerta» e spiega il cambio di approccio del governo con un aumento della «sensibilità sociale nei confronti dei rischi del fenomeno».

Da anni le associazioni e i gruppi “no-slot” si battono contro la proliferazione di apparecchi per il gioco e anche esperti ed economisti hanno messo in guardia contro i rischi del gioco d’azzardo, che costituisce una tassa volontaria sui più poveri e meno istruiti. In un articolo pubblicato nel 2012 sulla rivista Stato e Mercato, i ricercatori Simone Sarti e Moris Triventi avevano scoperto che la percentuale del proprio reddito che una famiglia spende nel gioco d’azzardo cresce mano a mano che il reddito disponibile cala. I più poveri e i meno istruiti, in sostanza, giocano una percentuale maggiore dei loro guadagni rispetto a tutti gli altri.

Fonte: Il Post

mercoledì 30 novembre 2016

I dirigenti di Banca Etruria sono stati assolti

Nel primo procedimento per il fallimento della banca toscana: la sentenza potrebbe avere effetti anche sulle indagini in corso


Tre dirigenti di Banca Etruria sono stati assolti dal tribunale di Arezzo nel corso di uno dei procedimenti sul fallimento dell’istituto. L’ex presidente Giuseppe Fornasari, l’ex direttore generale Luca Bronchi e il direttore centrale Canestri Davide Canesti erano accusati di ostacolo alla vigilanza per due episodi avvenuti nel 2011 e nel 2012. Secondo l’accusa i tre manager avevano finanziato in maniera irregolare gli acquirenti di una società del gruppo. Successivamente, sempre secondo l’accusa, avrebbero nascosto la gravità di alcuni crediti deteriorati (cioè prestiti non più esigibili) all’interno del bilancio.

Il giudice per le indagini preliminari Annamaria Lopresti ha assolto tutti e tre gli imputati perché “il fatto non sussiste”, nel primo caso, e perché “il fatto non costituisce reato”, nel secondo. I magistrati avevano chiesto tra i due anni e i due anni e otto mesi per i tre imputati. Banca Etruria, insieme ad altre tre banche popolari, si è trovata in una situazione molto difficile nel corso del 2015 e in autunno è stata salvata con un intervento del governo, che ha applicato un versione parziale della procedura di bail-in.

I tre manager e altri dirigenti della banca sono indagati in altri procedimenti in cui vengono ipotizzati reati come truffa, fatture false e bancarotta. Non è chiaro se tra gli indagati oggi ci sia ancora il padre del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, che per alcuni anni è stato consigliere d’amministrazione della banca. Diversi giornali oggi scrivono che molte di queste indagini, nessuna delle quali è ancora entrato nella fase processuale, si basano sull’ipotesi che i manager della società fossero a conoscenza del pessimo stato di salute della banca e che si siano adoperati per nasconderlo alla vigilanza della Banca d’Italia, agli azionisti e ai clienti della banca. La sentenza di oggi, secondo cui i manager non hanno nascosto informazioni sensibili alla vigilanza, potrebbe quindi avere effetti anche sulle altre indagini.

Fonte: Il Post

mercoledì 28 settembre 2016

Cosa c’è nella nota di aggiornamento al DEF

Il governo ha abbassato le stime di crescita per il 2016 al +0,8 per cento, mentre per l'anno prossimo il deficit resterà al 2,4 per cento: cosa vuol dire?

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Martedì, poco prima di mezzanotte, il consiglio dei Ministri ha approvato la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (DEF) 2016, in cui il governo aggiorna le sue previsioni sull’andamento dell’economia e su cosa intende fare negli anni successivi. Per il 2016 il governo prevede una crescita dello 0,8 per cento, 0,4 punti in meno rispetto al DEF pubblicato ad aprile. Quest’anno il deficit, cioè la differenza tra quanto lo Stato incassa e quanto spende, sarà al 2,4 per cento del PIL. Per il 2017 le stime di crescita sono state abbassate a +1 per cento, mentre il deficit è fissato al 2 per cento, anche se il governo ha già detto che chiederà lo 0,4 per cento in più per rispondere alle emergenze della sicurezza, dei migranti e del terremoto.



Il DEF è un documento di indirizzo: non contiene quindi norme che si applicano immediatamente. Il contenuto del DEF approvato martedì sera era già stato in gran parte anticipato ai giornali, anche se rispetto alle indiscrezioni dei giorni scorsi ci sono alcune piccole differenze. Il dato più atteso è probabilmente quello sulla crescita, che è anche quello che è cambiato di più rispetto alle previsioni iniziali del governo. Nell’autunno scorso la stima per il 2016 era di una crescita al +1,6 per cento. Ad aprile, quando è stato presentato il DEF, la stima era stata abbassata a +1,2 per cento. A fine agosto, nelle 30 slide in cui il governo elencava i successi ottenuti nei primi 30 mesi in carica, dava per assicurata una crescita al +1 per cento.


Poi, la settimana scorsa, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva detto che nella nota di aggiornamento la stima sarebbe stata abbassata a meno del +1 per cento, in linea con le stime di centri studi e istituzioni internazionali. Infine, domenica, Repubblica ha pubblicato un’indiscrezione secondo cui la stima sarebbe stata mantenuta al +1 per cento. L’indiscrezione è stata smentita dal documento approvato martedì sera. Nel corso della conferenza stampa, Renzi ha scherzato sul balletto di stime delle ultime settimane, spiegando di aver discusso con il ministro dell’Economia e che alla fine ha prevalso: «San Prudenzio, linea Padoan. Non è la linea del 7,8 per cento di crescita proposta da Palazzo Chigi».

L’altro punto importante contenuto nel documento è quanto il governo intende spendere l’anno prossimo, cioè la previsione del deficit per il 2017. Nei documenti presentati nei mesi scorsi, il deficit era fissato all’1,8 per cento. Ieri il governo ha annunciato che il deficit salirà al 2 per cento, a cui sarà aggiunta una richiesta alla Commissione Europea di un ulteriore 0,4 per cento per eventi eccezionali, in particolare l’emergenza sicurezza, quella dei migranti e la ricostruzione per il terremoto nel Lazio. Si tratta di un deficit aggiuntivo che dovrà essere approvato dalla Commissione Europea.

Fonte: Il Post

mercoledì 14 settembre 2016

Il discorso sullo stato dell'Unione europea di Juncker al parlamento Ue

Il presidente della commissione europea ha tenuto questa mattina l'annuale discorso sullo stato dell'Unione.

Jean Claude Juncker. Credit: Reuters

Si è tenuto questa mattina l'annuale discorso sullo stato dell'Unione del presidente della commissione europea dal parlamento di Strasburgo. Jean Claude Juncker ha toccato vari temi tra cui immigrazione, Brexit, accordo sul clima, crescita economica, unificazione di Cipro, internet e copyright, disoccupazione, investimenti e altro ancora.

"Un anno fa avevo detto che la situazione nell'Unione europea lasciava a desiderare, non c'era abbastanza Europa e non c'era abbastanza unione nella Ue. A un anno di distanza questa constatazione in Europa resta. La Ue non è in gran forma. Sono cambiate tante cose. Possiamo parlare di crisi esistenziale", ha detto lui in apertura del suo discorso, sostenendo inoltre che l'ambito in cui cooperiamo insieme è ancora troppo piccolo.

L'integrazione europea non deve piegarsi agli interessi degli stati-nazione in Europa non può diventare un melting pot incolore, sostiene il presidente della commissione Ue, scagliandosi contro il pericolo di populismo.

"Tenere un discorso europeista qui non è così difficile, ma tutti devono fare discorsi europeisti nei loro parlamenti nazionali. Dire sì con entusiasmo a Bruxelles e poi fare finta di non aver partecipato è il contrario di quello che definisco coerenza. Non dobbiamo più menare per il naso i cittadini europei. Li dobbiamo guardare negli occhi: sono stufi di lotte interne e menzogne. Si aspettano risultati e attuazione di quanto decisivo", ha detto lui chiamando in causa la coerenza degli stati membri.

Non è mancato naturalmente un riferimento alla Brexit. "Rispettiamo e allo stesso tempo ci rammarichiamo della decisione del Regno Unito, ma la Ue in sé non è a rischio. Saremmo felici se la richiesta di lanciare l'articolo 50 avvenga il prima possibile", ha detto, in linea con quello che i leader europei sostengono da giugno, ovvero che si avvii il prima possibile la procedura di uscita, per non creare ulteriore instabilità all'Europa.

Juncker ha inoltre toccato l'aspetto della disoccupazione, dei diritti sociali e delle divisioni interne. "La disoccupazione è ancora troppo alta e l'ingiustizia sociale continua, nonostante siano stati creati 8 milioni di posti di lavoro", ha detto, e poi ancor: "Propongo un programma positivo per i prossimi 12 mesi, che saranno decisivi, se vogliamo superare le divisioni tra est e ovest che si sono aperte in questi ultimi mesi. Li dobbiamo superare se vogliamo dimostrare al mondo che l'Europa esiste", ha detto inoltre il capo dell'esecutivo Ue.

Per quanto riguarda l'immigrazione Juncker ha detto che è pronto "un ambizioso piano di investimenti per l'Africa da 44 miliardi di euro. Si può arrivare fino a 88 miliardi se gli Stati membri contribuiscono", ha detto spiegando che serviranno per migliorare le condizioni di vita nei paesi ed evitare che migliaia di persone siano costrette a intraprendere pericolosi viaggi per sfuggire a guerre, fame e dittature.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 6 luglio 2016

La mafia è entrata nella partita Expo, undici arresti a Milano

Tra loro anche un avvocato, sarebbero i terminali di aziende infiltrate a cui erano stati affidati appalti


FABIO POLETTI
MILANO

La mafia aveva messo le mani su Expo. Quello che era solo un timore è diventato realtà stamattina quando la Guardia di Finanza ha iniziato a eseguire 11 arresti di cui 4 ai domiciliari, su richiesta dei magistrati milanesi antimafia Sara Ombra e Paolo Storari, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa Nostra, in particolare la famiglia Pietrapersa di Enna, a riciclaggio e frode fiscale.

Gli uomini del Gico della Finanza hanno sequestrato pure alcuni milioni di euro, una goccia dei 20 milioni di euro elargiti in 3 anni dall’Ente Fiera al consorzio Dominus controllato dalla società Nolostand. In manette è finito pure l’avvocato Danilo Tipo di Caltanissetta, fino a pochi mesi fa presidente della Camera Penale nissena.

Importanti i lavori sul Decumano di Expo finti nel mirino degli investigatori. Dalla costruzione dei padiglioni di Francia e Kuwait a quelli di Guinea, dello sponsor Birra Poretti, del Palazzo Congressi e dell’Auditorium. Non risultano indagati nè responsabilità penali all’Ente Fiera nè alla società di gestione Expo 2015. Ma i magistrati sono particolarmente puntigliosi nel sottolineare che nella gestione degli appalti da parte degli enti pubblici c’è stata una «censurabile sottovalutazione» e «nessuna riflessione su alcune evidenti anomalie». 

«L’operazione di oggi è molto importante perché ancora una volta dimostra una stretta interconnessione tra organizzazioni criminali mafiose e criminalità economica», ha commentato il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco. L’indagine, ha spiegato il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda milanese Ilda Boccassini, «è importante» in quanto questa volta «segnala» in Lombardia non «le infiltrazioni della ’ndrangheta, ma di Cosa Nostra».

Fonte: La Stampa

Lionel Messi condannato a 21 mesi per frode fiscale

Il tribunale di Barcellona ha diffuso oggi la sentenza per il fuoriclasse del Barcellona, che è stato condannato insieme al padre Jorge per frode al fisco spagnolo

Lionel Messi con la maglia del Barcellona. Credit: Reuters

Lionel Messi, il calciatore argentino da anni attaccante del Barcellona, è stato condannato a 21 mesi di carcere insieme a suo padre Jorge per frode fiscale.

ll tribunale di Barcellona ha diffuso oggi la sentenza per frode al fisco spagnolo. Nonostante l'entità della pena, Messi non sconterà effettivamente nemmeno un giorno di carcere effettivo, perché la pena non raggiunge i 24 mesi.

Secondo la magistratura spagnola, Messi avrebbe aver evitato il pagamento di 4,1 milioni di euro al fisco spagnolo dal 2007 al 2009 per questioni di diritti legati alla sua immagine.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 18 maggio 2016

Giuseppe Sala è ineleggibile?

Lo sostengono i Radicali e il M5S, anche se un primo ricorso è stato respinto dal Tar: c'entra il suo precedente incarico di commissario a Expo 2015

Giuseppe Sala durante una conferenza stampa nella sede di Expo a Milano, 16 gennaio 2015 (ANSA / MATTEO BAZZI)

Da settimane, dopo un articolo uscito su Panorama, si discute della candidabilità ed eleggibilità di Giuseppe Sala a sindaco di Milano. Sala è il candidato del centrosinistra alle amministrative del prossimo 5 giugno e ha vinto le primarie organizzate dalla sua coalizione. La candidatura di Sala e il fatto che possa essere eletto sindaco è stata messa in discussione per via della sua precedente qualifica di commissario unico di Expo 2015, incarico da cui si è dimesso: secondo alcuni però queste dimissioni non sono valide. Inoltre, per lo stesso motivo, Sala non potrebbe nemmeno ricoprire l’incarico di consigliere d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti, la Cdp, che invece ha assunto lo scorso ottobre.

Giuseppe Sala è stato sia amministratore delegato che commissario unico della società Expo, nominato il 6 maggio del 2013 con un decreto firmato dall’allora presidente del Consiglio Enrico Letta. Lo scorso 7 febbraio, poi, Sala ha vinto le primarie a Milano diventando il candidato sindaco per il centrosinistra. Sala si è dimesso da amministratore delegato di Expo il 18 dicembre del 2015, prima di candidarsi: l’atto delle dimissioni è stato ratificato ufficialmente due mesi dopo. La lettera con cui Sala si è dimesso da commissario è stata invece inviata il 15 gennaio ed è stata protocollata da Palazzo Chigi il 18 gennaio.

Chi ha sollevato il problema dell’ineleggiblità di Sala cita innanzitutto la procedura delle sue dimissioni. Panorama e altri sostengono che per essere valide le dimissioni avrebbero dovuto essere certificate da un “atto di pari efficacia costituzionale” rispetto a quello stesso incarico di nomina governativa. Poiché Sala è stato nominato con un decreto del presidente del Consiglio, ci sarebbe voluto un altro decreto per notificare l’accettazione delle dimissioni. Matteo Renzi avrebbe avuto tempo fino alla data di presentazione delle candidature per farlo, cioè fino all’8 maggio scorso. Poiché questo non è avvenuto, Sala non sarebbe eleggibile. Sia lo stesso Sala che alcune fonti consultate dai giornali a Palazzo Chigi, e citate da Repubblica, sostengono invece che un atto formale di dimissioni sia già pienamente efficace.

La questione è regolata dall’articolo 60 del TUEL, il Testo Unico sugli Enti Locali, ha a che fare con l’ineleggibilità e sembrerebbe dare ragione a Sala: dice che «non sono eleggibili a sindaco e altre cariche, nel territorio nel quale esercitano le loro funzioni, i commissari di governo e altri funzionari dello Stato», ma poi al comma 3 dello stesso articolo aggiunge che «le cause di ineleggibilità non hanno effetto se l’interessato cessa dalle funzioni per dimissioni, trasferimento, revoca dell’incarico o del comando». E Sala si è effettivamente dimesso. Al comma 5 la legge precisa che «la pubblica amministrazione è tenuta ad adottare i provvedimenti di cui al comma 3 [quello sulle dimissioni che permettono l’eleggibilità] entro cinque giorni dalla richiesta», ma si aggiunge anche che «ove l’amministrazione non provveda, la domanda di dimissioni o aspettativa accompagnata dalla effettiva cessazione delle funzioni ha effetto dal quinto giorno successivo alla presentazione». In conclusione: nonostante manchi un atto formale del governo sull’accettazione delle dimissioni, queste sono diventate automaticamente valide dopo cinque giorni; Sala si può candidare e potrà anche essere eletto. Ma la storia è più complicata.

C’è infatti un’altra questione, quella “dell’effettiva cessazione delle funzioni” stabilita dal comma 5 e precisata poi dal comma 6: «La cessazione delle funzioni importa la effettiva astensione da ogni atto inerente all’ufficio rivestito». Se ci fossero atti d’ufficio compiuti dopo le dimissioni, questi stessi atti renderebbero di fatto non valide le dimissioni. Lo scorso 3 febbraio – quindi dopo la lettera di dimissioni e dopo la sua automatica accettazione – Sala ha firmato il rendiconto della contabilità speciale di Expo. Sala il 27 aprile ha firmato anche la “Situazione dei conti Expo al 31 dicembre 2015 e 18 febbraio 2016” (anche per la non pubblicazione finale del bilancio di Expo Sala è molto criticato, ma questa è un’altra storia). Con questi due atti Sala sarebbe dunque tornato ad esercitare le sue funzioni di commissario di governo: le sue dimissioni non sarebbero più valide e tornerebbe ad essere valido l’articolo 60 del Tuel. Sala sarebbe insomma tornato a essere ineleggibile.

L’ultimo problema riguarda l’altro incarico che Sala ricopre dallo scorso ottobre, quello di consigliere d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti. La Cassa depositi e prestiti è una società per azioni a controllo pubblico: il ministero dell’Economia e delle Finanze ne detiene circa l’80 per cento del capitale, mentre il 18 per cento appartiene a un gruppo di fondazioni di origine bancaria. Lo scorso 28 ottobre in un un documento per la Cassa depositi e prestiti Sala aveva dichiarato di non ricoprire cariche governative – come quelle di commissario – che sarebbero state incompatibili con la carica di consigliere che stava per accettare. La sua lettera di dimissioni è stata presentata solo dopo, a gennaio: a ottobre era ancora commissario.

Il Foglio ha pubblicato un articolo in cui presenta delle argomentazioni a favore di Sala. Dice in sostanza che l’incarico di commissario di Expo non è incompatibile con quello di sindaco, altrimenti non sarebbe stata possibile la nomina a commissario di Letizia Moratti quando era sindaco di Milano, tra il 2007 e il 2011, e che le firme di Sala successive alle dimissioni erano “atti dovuti”, cose di burocrazia.


«A ben vedere, tutta la questione della presunta incompatibilità neanche si pone: quello di commissario unico per Expo 2015 rappresenta infatti un incarico non riconducibile a quello di “commissario straordinario di governo” per il quale la legge prevede l’incompatibilità. Lo dimostra il fatto che la legge istitutiva della carica di commissario Expo prevedeva che a ricoprire la carica fosse il sindaco di Milano (Letizia Moratti): ma se il Testo unico stabilisce l’incompatibilità tra sindaco e commissario di governo, perché il governo ha nominato Moratti commissario dell’esposizione universale? Semplice: perché, secondo il legislatore, alla carica di commissario Expo non si applicano le cause di incompatibilità.


Anche la seconda argomentazione appare piuttosto ardita. Che Sala abbia firmato il rendiconto dell’esercizio Expo 2015 il 3 febbraio, cioè tre settimane dopo le sue dimissioni, non sorprende nessuno che abbia un minimo di conoscenze in fatti amministrativi. Si tratta infatti di “atti dovuti”, cioè di semplici attestazioni formali relative ad attività svolte in precedenza, per le quali appare ovvia la necessità di una firma del diretto responsabile».


Francesco Saverio Marini, ordinario di Diritto pubblico all’università di Roma Tor Vergata, ha spiegato al Post che c’è però una sostanziale confusione, in queste argomentazioni, tra il concetto di “incompatibilità” e quello di “ineleggibilità”. Incompatibilità significa che una persona non può svolgere contemporaneamente due funzioni che siano considerate dalla legge in conflitto tra loro. L’ineleggibilità (a cui si riferisce l’articolo 60 del Tuel) ha invece a che fare con il momento elettorale: con il fatto cioè che un soggetto possa in funzione della sua carica influenzare gli elettori. Ci sono cariche – per esempio quella di capo della polizia, di direttore sanitario, di prefetto, di commissario del governo – che se esercitate sul territorio di cui si vuole diventare sindaco possono influenzare gli elettori e le elettrici.

Qualche giorno fa Marco Cappato dei Radicali, anche lui candidato sindaco a Milano, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica, all’Autorità garante della concorrenza e all’Autorità anticorruzione, sull’eleggibilità di Sala. Un altro ricorso contro la sua candidatura è stato presentato al Tribunale amministrativo regionale (Tar) dal Movimento 5 Stelle, ma è stato dichiarato “inammissibile”. Nella motivazione del Tar si dice che il ricorso è inammissibile perché non spetta al Tar decidere sull’incandidabilità. Anche i giudici fanno una distinzione tra i concetti di “incandidabilità” e “ineleggibilità”: «La questione circa l’asserita ineleggibilità potrà trovare tutela, successivamente all’espletamento delle elezioni e a seguito della convalida degli eletti, davanti a un giudice ordinario, ai sensi della normativa in vigore». L’elezione di Sala – a sindaco o a consigliere comunale, se non dovesse vincere – potrà essere messa in discussione eventualmente solo dopo le elezioni. Gianluca Corrado, candidato sindaco del M5S a Milano, ha detto: «La sentenza del Tar è chiara, il nostro ricorso è inammissibile perché Sala è ineleggibile e non incandidabile. Questo è il frutto delle assurde leggi italiane che permettono a Sala di candidarsi, ma immediatamente dopo di poter essere dichiarato ineleggibile, con la conseguente decadenza dalla carica di sindaco».

La difesa presentata dagli avvocati di Sala contro il ricorso del M5S al Tar dice «che lo stesso Sala si è spogliato definitivamente delle funzioni di Commissario delegato» e che «non ha alcun rilievo la circostanza che lo stesso successivamente abbia sottoscritto alcuni atti, attenendo detta circostanza alla validità o meno di tali atti e non già alla permanenza in capo al suddetto delle funzioni di Commissario Delegato delle quali, come detto, si è definitivamente spogliato a far data del primo febbraio 2016». Commentando l’articolo di Panorama, Sala ha detto: «È l’ennesima puntata del fango che stanno cercando di buttare su di me e ne arriverà ancora, perché questi sono professionisti dell’infamia».

Fonte: Il Post