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mercoledì 5 aprile 2017

È morto Giovanni Sartori

Aveva 92 anni ed era uno dei più importanti politologi al mondo, oltre che noto editorialista e opinionista

(EPA/Juan M. Espinosa/ANSA)

Giovanni Sartori è morto a 92 anni. Noto al pubblico più generale soprattutto come editorialista del Corriere della Sera e opinionista televisivo, nonché inventore di neologismi poi diventati di uso giornalistico e politico comune come “Mattarellum” e “Porcellum”, Sartori era il più importante scienziato politico italiano e uno dei più importanti al mondo, autore di testi sulla democrazia e i partiti studiati ancora oggi nelle università di mezzo mondo.

Nato a Firenze nel 1924, Sartori si laureò a Firenze in Scienze Politiche nel 1943; nella stessa università cominciò a insegnare dalla seconda metà degli anni Cinquanta, fino a diventare preside della facoltà di Scienze politiche tra il 1969 e il 1971. Nel corso della sua carriera, Sartori ha ricevuto otto lauree honoris causa e il premio Principe delle Asturie, il più importante per le scienze sociali. Ha donato moltissimi libri alla biblioteca del Senato, che nel 2016 gli ha dedicato una sala.



Nonostante la notorietà pubblica, quello accademico era probabilmente l’ambito in cui Sartori era più famoso: nella sua carriera ha insegnato in molte università italiane e internazionali, e al momento della sua morte era ancora professore emerito sia dell’Università di Firenze sia della Columbia University di New York. Fra i suoi libri più famosi c’è Democrazia e definizioni, un saggio uscito nel 1957 per il Mulino, e la raccolta Teoria dei partiti e caso italiano, del 1982.

Sartori era una figura difficilmente inquadrabile in una precisa ideologia, cosa rara in un’epoca in cui lo erano molti accademici, soprattutto nel suo campo. Negli anni, ha avuto pareri molto netti sui principali protagonisti della politica italiana: definì il sistema di potere di Silvio Berlusconi un “sultanato”, mentre più di recente aveva definito Matteo Renzi un “imbroglione aggressivo”. Sartori è rimasto molto attivo nel dibattito pubblico italiano anche negli ultimi anni: qui c’è la raccolta dei suoi editoriali pubblicati dal Corriere della Sera. Sempre sul Corriere della Sera, Antonio Carioti ha riassunto così la complessità della sua figura:


Riteneva fuorviante dipingere l’antagonismo tra Dc e Pci come un «bipartitismo imperfetto» (cioè senza alternanza), secondo la formula adottata da Giorgio Galli. A suo avviso l’Italia era invece un esempio di «pluralismo polarizzato»: molti partiti, alcuni dei quali antisistema, con un enorme divario ideologico dall’estrema destra all’estrema sinistra e robuste spinte centrifughe. Uno scenario tutt’altro che rassicurante, simile a quelli della Germania di Weimar, della Spagna alla vigilia della guerra civile, della Quarta Repubblica francese. E se l’attenuarsi delle tensioni ideologiche ha scongiurato le prospettive peggiori, non c’è dubbio che l’incapacità del Paese di trovare un assetto stabile conferma la sussistenza dei problemi di fondo rilevati dal politologo fiorentino.


Se si passa dall’elaborazione teorica al giudizio sulle vicende concrete, un tratto peculiare di Sartori era la sua estraneità agli schemi usuali. Era un moderato anticomunista («quando c’erano i comunisti», precisava), ma fermissimo nel denunciare il conflitto d’interessi che rendeva anomala la figura del politico imprenditore Silvio Berlusconi. Nel contempo, in rude polemica con la sinistra, criticava ogni sottovalutazione del problema costituito dall’immigrazione di massa: lontanissimo dalla retorica dell’accoglienza, temeva il multiculturalismo come motore di una deleteria «balcanizzazione» delle società occidentali. E non cessava di porre in rilievo la vocazione teocratica dell’Islam, fino trovarsi in una qualche sintonia con Oriana Fallaci.




Fonte: Il Post

lunedì 9 gennaio 2017

È morto il sociologo Zygmunt Bauman

Il sociologo e filosofo polacco, teorico della "società liquida", aveva 91 anni e aveva continuato a scrivere libri fino a pochi mesi fa

Zygmunt Bauman.

Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman è morto oggi, 9 gennaio 2017, a Leeds, nel Regno Unito. Aveva 91 anni. Bauman è il creatore del concetto di "società liquida", che molto successo ha avuto soprattutto nel corso degli ultimi anni.

Era nato nel 1925 a Poznan in una famiglia povera di origine ebraica, prima di fuggire in Unione Sovietica con lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Bauman aveva poi vissuto in Israele e infine in Gran Bretagna, dove cominciò a insegnare presso l'Università di Leeds.

Nell’ateneo britannico è stato a capo del dipartimento di sociologia fino al suo pensionamento, nel 1990, ma anche in seguito il professor Bauman ha continuato a pubblicare saggi che hanno avuto rilevanza mondiale anche oltre l’ambito accademico.

Proprio in questi anni infatti ha avuto sempre maggiore diffusione il concetto da lui proposto di “modernità liquida”, comparso nell’omonimo libro del 2000, che è stato poi approfondito negli anni successivi con altri testi all’insegna della “liquidità”, come “Liquid love”, “Liquid life” e “Liquid fear”.

Secondo quanto un altro illustre teorico, Umberto Eco, questa era la definizione di "società liquida": "Per Bauman tra le caratteristiche di questo presente in stato nascente si può annoverare la crisi dello Stato (quale libertà decisionale rimane agli stati nazionali di fronte ai poteri delle forze supernazionali?). Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i vari problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate la crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni.

Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità.

[...] C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno. Bauman rimane per ora una “vox clamantis in deserto”.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 5 gennaio 2017

È morto il linguista Tullio De Mauro

Il linguista e ministro della Pubblica istruzione si è spento all'età di 84 anni

Tullio De Mauro. Credit: La voce di New York

Il linguista Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica Istruzione dal 2000 al 2001, nel secondo governo Amato, è morto all'età di 84 anni.

È stato docente di Linguistica generale e ha diretto il Dipartimento di Scienze del Linguaggio nella Facoltà di Lettere e Filosofia e successivamente il Dipartimento di Studi Filologici Linguistici e Letterari nella Facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università la Sapienza di Roma, facoltà che ha contribuito a fondare, insieme ad Alberto Asor Rosa.

È padre di Giovanni De Mauro, direttore della rivista Internazionale.

Tra le sue opere principali vi sono la Storia linguistica dell'Italia unita, Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Guida all'uso delle parole e il Grande Dizionario Italiano dell'Uso.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 28 dicembre 2016

È morta l'attrice Carrie Fisher

La principessa Leila di "Star Wars" è scomparsa all'età di 60 anni dopo l'attacco cardiaco avuto il 23 dicembre su un volo intercontinentale

Una foto di Carrie Fisher risalente all'epoca della prima trilogia di "Guerre Stellari" (1977-1983).

Secondo quanto riportato da un portavoce della famiglia, ieri 27 dicembre alle 8:55 (le 17:55 italiane) è morta a Los Angeles l'attrice Carrie Fisher, celebre per aver interpretato la principessa Leila nella saga di Guerre stellari. L'attrice aveva 60 anni.

Il comunicato diffuso dalla famiglia recita "Con profonda tristezza Billie Lourd (la figlia dell'attrice, NdR) conferma che la sua amata madre Carrie Fisher è deceduta alle 8:55 di questa mattina. Carrie è stata amata dal mondo e ci mancherà profondamente. La nostra intera famiglia ringrazia per i vostri pensieri e le vostre preghiere".

L'attrice, infatti, era stata colpita da un infarto mentre viaggiava a bordo di un aereo venerdì 23 dicembre. Il volo partito da Londra era diretto a Los Angeles. Quindici minuti prima dell'atterraggio, Fisher era andata in arresto cardiaco.

Il personale di bordo aveva tentato di rianimarla praticando il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. La donna era poi stata immediatamente ricoverata in un ospedale di Los Angeles dopo l'atterraggio in pista.

Fisher era in tour per promuovere il suo ultimo libro, The Princess Diarist.

Una volta resa nota la notizia del suo malore, non erano mancati i messaggi di solidarietà dei suoi colleghi. Mark Hamill, che ha vestito i panni di Luke Skywalker, aveva fatto sapere di essere vicino alla famiglia Fisher, mentre Peter Mayhew, che ha impersonato Chewbacca, aveva pubblicato un pensiero su Twitter esprimendo il suo affetto per la "principessa preferita di tutti".

L'ultima apparizione di Carrie Fisher sul grande schermo risale allo scorso anno, nel sequel di Star Wars: Il risveglio della forza, il settimo episodio della saga. È anche apparsa in altri film, tra cui The Blues Brothers ed Harry ti presento Sally.

Non solo cinema: Carrie Fisher è autrice di quattro romanzi e tre libri memorie. Proprio nel suo ultimo libro di memorie, l'attrice aveva rivelato una relazione con Harrison Ford, nata durante le riprese di Star Wars. Lei aveva 19 anni e lui 33.

Fisher in un'intervista recente alla rivista People aveva infatti confessato che "si è trattato di un rapporto intenso. Durante la settimana eravamo Han Solo e Leila. Nei week end, Carrie ed Harrison".

Fonte: The Post Internazionale

sabato 29 ottobre 2016

Alla fine Bob Dylan ha rotto il silenzio sul premio Nobel

"La notizia del premio Nobel per la letteratura mi ha lasciato senza parole". Bob Dylan ha commentato così il conferimento del prestigioso riconoscimento

Bob Dylan durante un concerto. Credit: Reuters

"La notizia del premio Nobel per la letteratura mi ha lasciato senza parole". Ha commentato così Bob Dylan, dopo 3 settimane di silenzio, il conferimento del prestigioso riconoscimento assegnato dall'Accademia di Svezia.

Il cantautore statunitense ha accettato il premio, ha comunicato la Fondazione Nobel, che dopo l'assegnazione non era riuscita a mettersi in contatto con lui.

La Fondazione ha riferito che non era ancora stato deciso se il cantante avrebbe partecipato alla cerimonia di premiazione che si terrà nel mese di dicembre a Stoccolma.

Tuttavia Bob Dylan, come riferito dal giornale britannico Daily Telegraph, ha detto di aver intenzione di ritirare il premio di persona "se sarà possibile".

Il premio era stato assegnato lo scorso 13 ottobre "per aver creato nuove espressioni poetiche all'interno della grande tradizione della canzone americana".

La scorsa settimana, un membro dell'Accademia svedese che assegna il premio Nobel, aveva descritto il suo silenzio come "maleducato e arrogante".

Ma poche ore fa la Fondazione Nobel ha riferito che Dylan ha chiamato Sara Danius, segretario permanente dell'Accademia svedese, dicendole: "La notizia del premio Nobel mi ha lasciato senza parole. Apprezzo l'onore così tanto".

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 13 ottobre 2016

Bob Dylan ha vinto il Nobel per la Letteratura

"Per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana"

Bob Dylan, 2012 (FRED TANNEAU/AFP/GettyImages)

Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2016 “per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”. L’annuncio è stato dato alle 13 di oggi a Stoccolma, dall’Accademia Svedese, l’istituzione che assegna il premio. Del premio alla letteratura per Bob Dylan si parla ormai da anni, nel 2011 gli scommettitori lo davano a 8/1 mentre quest’anno era dato a 50/1, dopo Joyce Carol Oates, Amos Oz, ma prima di Cormac McCarthy e Salman Rushdie.


Bob Dylan è uno dei più grandi autori e cantanti statunitensi, con canzoni che riconoscono praticamente tutti anche senza saperne i titoli, da “Blowin’ in the wind” a “Mr. Tambourine Man”. Nato il 24 maggio 1941 a Duluth, in Minnesota, il suo vero nome è Robert Allen Zimmerman. Oltre al Nobel per la Letteratura ha vinto molti premi, tra cui un Grammy Award alla carriera nel 1991; il Premio Oscar nel 2001 per la canzone “Things Have Changed” dalla colonna sonora del film Wonder Boys; il Premio Pulitzer, sempre alla carriera nel 2008; e altri due riconoscimenti americani, la National Medal of Arts nel 2009 e la Presidential Medal of Freedom nel 2012.

Oltre ai dischi Dylan ha pubblicato alcuni libri sperimentali, come la raccolta di versi, apologhi, giochi di parole e parabole Tarantula, del 1971 e pubblicato in italiano da Feltrinelli, e la raccolta di scritti e disegni Writings and Drawings nel 1973. Feltrinelli ha anche pubblicato il primo volume della sua autobiografia, Chronicles che racconta la sua vita dagli anni Sessanta agli anni Ottanta.

Dylan è nato in una famiglia di origine ebraica e cominciò a suonare in gruppi musicali fin da giovane: da subito gli piacevano il genere folk, in particolare la musica del cantautore Woody Guthrie, e il blues. Lo influenzarono anche gli autori della cosiddetta Beat Generation come Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Nel 1961, a vent’anni, Dylan si trasferì a New York, e cominciò a esibirsi nei locali del quartiere Greenwich Village. Il suo primo disco, Bob Dylan, uscì nel 1962: negli anni ne avrebbe poi realizzati 27, l’ultimo dei quali, Fallen Angels, è uscito lo scorso maggio.

A metà degli anni Sessanta, Bob Dylan era già molto famoso ed era associato soprattutto alla musica folk. Aveva partecipato diverse volte al Newport Folk Festival, un festival organizzato ogni anno a Rhode Island, negli Stati Uniti, a partire dal 1959, ed era stato molto folk: nell’abbigliamento, nella scelta delle canzoni, nella semplicità acustica degli strumenti musicali e del loro suono. Per il pubblico di Newport Dylan era un modello, un idolo, quasi un profeta: la sua voce era in quegli anni la “voce di una generazione“. Dylan era diventato molto famoso soprattutto grazie a “Blowin’ in the Wind”, scritta nel 1962.

Nel 1965, sei settimane prima di andare a Newport per la terza volta, Dylan aveva pubblicato un nuovo disco: Bringing It All Back Home (“riportando tutto a casa”). Il lato B di quel disco continuava a essere molto folk e acustico, il lato A iniziava invece ad avere sonorità rock e blues. Sul lato A di quel disco c’era, tra le altre, “Subterranean Homesick Blues”. Dopo quel disco e cinque giorni prima dell’esibizione al Festival di Newport, Dylan aveva pubblicato un nuovo singolo: “Like a Rolling Stone”.

Dylan aveva quindi già mostrato inclinazioni rock, ma non ci si aspettava che proprio a Newport avrebbe scelto di esprimere in modo diretto ed evidente l’inizio della sua personale rivoluzione elettrica. La sera del 25 luglio 1965, Dylan doveva suonare al Festival tra due gruppi folk decisamente tradizionali: i Cousin Emmy e i Sea Island Singers. Quando salì sul palco lo fece con i membri della Paul Butterfield Blues Band: con in mano una chitarra elettrica – una Fender Stratocaster – e addosso una giacca di pelle Dylan iniziò a cantare e suonare una nuova e potente versione di “Maggie’s Farm”. Dylan suonò altre canzoni “elettriche”, tra cui anche “Like a Rolling Stone”. Sembra che avesse preso questa decisione poche ore prima di suonare, ma non a tutti piacque la sua inattesa “svolta elettrica”.

Nei mesi successivi al 1965 Dylan continuò a “suonare elettrico” e a ricevere apprezzamenti e critiche: è molto famoso l’episodio in cui nel 1966 un fan urlò a Dylan la parola “Giuda”, a cui Dylan rispose dicendo alla sua band: «Play it fucking loud!» (“suonatela fottutamente forte”).

Fonte: Il Post

sabato 30 luglio 2016

È morta Anna Marchesini

Aveva 62 anni ed era una nota attrice italiana, conosciuta soprattutto per aver fatto parte del "Trio" con Solenghi e Lopez: soffriva da anni di artrite reumatoide

Anna Marchesini nel 2008 (Alessandra di Meo/ANSA)

Anna Marchesini, famosa attrice di teatro italiana, è morta oggi all’età di 62 anni. La notizia è stata comunicata dal fratello Gianni questa mattina su Facebook. Marchesini, che era diventata famosa negli anni Ottanta insieme a Tullio Solenghi e Massimo Lopez, con i quali formava il gruppo comico conosciuto come “Trio”, era malata da molto tempo di artrite reumatoide, una malattia che colpisce le articolazioni, e nel 2014 era apparsa in televisione per l’ultima volta, ospite del programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, su Raitre.



Marchesini si diplomò all’accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico di Roma nel 1979, ma aveva debuttato in teatro ancora prima, nel 1976, quando era ancora un’allieva. Oltre al teatro, nei primi anni Ottanta Marchesini iniziò anche a lavorare come doppiatrice di cartoni animati, e negli anni successivi anche di note serie televisive. Nel 1982 iniziò a lavorare con Tullio Solenghi e Massimo Lopez, come autrice, attrice e regista, ottenendo un grande successo. Il Trio esordì in radio con lo spettacolo di Radio 2 Helzapoppin e negli anni successivi partecipò a diversi varietà televisivi, come Tastomatto, Domenica In e Fantastico. Nel 1986, nel 1987 e nel 1989 fecero anche parte del cast del Festival di Sanermo. Il Trio si sciolse nel 1994 e Marchesini continuò a lavorare per un breve periodo solo con Solenghi, per poi proseguire per conto suo la carriera teatrale. Continuò anche ad avere dei ruoli in diversi programmi televisivi della Rai, come Quelli che il calcio e La posta del cuore.





Marchesini si sposò nel 1991 con l’attore Paki Valente, e nel 1992 i due ebbero una figlia, Virginia. Nel 2006 Marchesini dovette annullare tutti i suoi impegni a causa di un attacco di artrite reumatoide, per cui si assentò dalla scene per molto tempo. Scrisse quattro libri: l’ultimo, Moscerine, in cui parlò della sua malattia, venne pubblicato nel 2013.

Fonte: Il Post

sabato 9 aprile 2016

La difesa di Bruno Vespa

Ha spiegato sul Corriere della Sera la sua scelta di intervistare il figlio di Totò Riina, tirando in ballo Enzo Biagi e Michele Santoro

(ANSA/CLAUDIO PERI)

Sul Corriere della Sera di oggi il giornalista e conduttore televisivo Bruno Vespa ha difeso la scelta di avere ospitato nel suo programma tv Porta a Porta il figlio del noto boss mafioso Totò Riina, Salvatore Riina. Nei giorni precedenti e successivi alla trasmissione, Vespa era stato molto criticato, e accusato da più parti di voler “legittimare” la mafia. Rosy Bindi, a capo della Commissione parlamentare antimafia, si era opposta alla messa in onda della puntata dicendo che Porta a Porta si prestava «a essere il salotto del negazionismo della mafia». La puntata è andata regolarmente in onda mercoledì 6 aprile.

Nella lettera al Corriere, Vespa ha spiegato che siccome «la Storia è stata in larga parte scritta dai Cattivi, compito dei cronisti è intervistarli per approfondire e intervistare l’immagine della Cattiveria». Vespa ha anche fatto notare che in passato altri noti giornalisti della RAI come Enzo Biagi e Sergio Zavoli avevano intervistato terroristi o mafiosi senza attirarsi grosse critiche, e che di recente Michele Santoro ha ospitato a più riprese Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino noto per essere stato vicino alla mafia, a sua volta condannato per riciclaggio e sotto processo per associazione a delinquere.


Caro Direttore,
se Adolf Hitler risalisse per un giorno dall’inferno e mi offrisse di intervistarlo, temo che dovrei rifiutare. Vedo, infatti, che dopo il «caso Riina» vengono messi in discussione i parametri di base del giornalismo. La Storia è stata in larga parte scritta dai Cattivi. Compito dei cronisti è intervistarli per approfondire e mostrare l’immagine della Cattiveria. Aveva ragione nel gennaio del ’91 il governo Andreotti a voler bloccare (senza riuscirci) la mia intervista a Saddam Hussein alla immediata vigilia della prima Guerra del Golfo perché il dittatore iracheno era un nostro nemico? Chi ha intervistato per la Rai il dittatore libico Gheddafi o quello siriano Assad avrebbe dovuto puntare sui crimini commessi da entrambi invece di focalizzare il colloquio sulla loro politica estera?


Quando l’editore del libro di Salvo Riina ha offerto una intervista esclusiva al Corriere della Sera , a Oggi e a Porta a porta , non immaginavo né di fare il colpo della vita, né di creare un turbamento sensazionale. Ho letto il libro, ho detto ai miei colleghi che era l’opera di un mafioso a 24 carati e ho informato quell’eccellente professionista che è il nuovo direttore di Raiuno che avremmo potuto mostrare per la prima volta il ritratto della più importante famiglia mafiosa della storia italiana vista dall’interno. Decidemmo allora di far seguire all’intervista un dibattito con parenti delle vittime di Riina e con dirigenti di associazioni che coraggiosamente si battono contro la mafia. Così è avvenuto.



Fonte: Il Post

sabato 20 febbraio 2016

La morte di Umberto Eco

È stato uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, oltre che l'autore di "Il nome della Rosa"

Umberto Eco, morto a 84 anni ((FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)

Lo scrittore e intellettuale Umberto Eco è morto venerdì notte a Milano. La Stampa scrive che Gianni Coscia, avvocato e vecchio amico di Eco, ha detto, commentando la sua morte: «Sapevo che Umberto era malato da due anni di tumore, ma nessuno pensava che la sua fine sarebbe stata così imminente». Coscia scrive che «era uscito di casa per l’ultima volta a metà gennaio». Sempre La Stampa scrive che “secondo voci vicine alla famiglia” Eco verrà commemorato martedì alle 15 a Milano, con rito civile.

Umberto Eco era nato il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, dove suo padre lavorava in una ferramenta. Quando era già importantissimo e noto in Italia per il suo lavoro di studioso e linguista diventò famoso in tutto il mondo nel 1980 grazie al romanzo Il nome della Rosa, scritto dopo avere investito con l’editore Valentino Bompiani – della cui casa editrice fu condirettore dal 1959 al 1975 – sulla possibilità che anche nella società di massa si sarebbe potuto scrivere un bestseller senza venire meno alla qualità. Nel 1988 Umberto Eco pubblicò Il pendolo di Foucault, un altro bestseller mondiale. La sua attività di intellettuale e studioso era iniziata però molto prima, già negli anni Cinquanta: Eco si era laureato in filosofia con una tesi su Tommaso d’Aquino, poi entrò alla Rai e contribuì alla fondazione del cosiddetto “Gruppo ’63”. I suoi saggi e articoli sull’influenza dei mezzi di comunicazione di massa sulla cultura risalgono ai primi anni Sessanta.

Nel 1961 Umberto Eco pubblicò Diario minimo che conteneva il saggio, poi famosissimo, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in cui Eco spiegava che il motivo del successo del conduttore – e della televisione in generale – era la sua capacità di corrispondere e interpretare la medietà umana: e la capacità di affrontare seriamente e scientificamente un tema così “pop” divenne un tratto ammiratissimo della sua opera. Nel 1964 uscì Apocalittici e integrati: il titolo della raccolta fu scelto dall’editore Bompiani, mentre in un primo tempo Eco aveva scelto Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Anche in questa raccolta di saggi, Eco analizzava il rapporto tra cultura di massa e cultura cosiddetta colta, riprendendo le teorie sulla cultura bassa, media e alta espresse da Dwight Mac Donald nel 1962 nel saggio Against the American Grain: Essays on the Effects of Mass Culture.



Nello stesso periodo Umberto Eco cominciò a interessarsi di semiotica – lo studio dei segni – materia che insegnò all’università di Bologna a partire dal 1965, anche da direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS. All’insegnamento universitario e all’attività di studioso, Umberto Eco affiancò per molto tempo la collaborazione con i giornali, iniziata nel 1955 su L’Espresso, dove negli ultimi trent’anni ha tenuto la rubrica “La bustina di Minerva” sull’ultima pagina del giornale: la rubrica si occupava di politica, libri, cinema, fumetti con una libertà e una curiosità inizialmente insoliti per un intellettuale italiano.

Per Umberto Eco il lavoro intellettuale – ed è stato questo a renderlo unico rispetto agli altri studiosi della sua generazione – non poteva essere confinato in alcuna specializzazione. Eco voleva specializzarsi in tutte le discipline del sapere o almeno nel maggior numero possibile, non avendo paura di esprimersi sulla cultura in ogni sua forma, dalla televisione, al fumetto, dalla filosofia medievale alla letteratura contemporanea, dalle canzoni alla semiotica alla politica. Per esempio Eco firmò delle lettere aperte già sul caso Pinelli – l’anarchico morto precipitando da una finestra della questura di Milano nel 1969 – autodenunciandosi per solidarietà con il giornale Lotta Continua che accusò la polizia, mentre negli ultimi anni schierandosi su posizioni fortemente antiberlusconiane (fu tra i fondatori del movimento di intellettuali antiberlusconiani Libertà e Giustizia).

Nell’ottobre scorso Umberto Eco era stato tra i fondatori della Nave di Teseo, la casa editrice nata dall’uscita della direzione editoriale di Bompiani dopo l’acquisizione del gruppo RCS Libri da parte di Mondadori. Il nuovo libro di Umberto Eco dovrebbe essere tra i primi a uscire per la nuova casa editrice, che incomincerà a pubblicare in primavera.

Umberto Eco aveva una casa piena di libri ed era dotato di una memoria prodigiosa. Era un erudito e uno studioso, ma questo non gli ha impedito di essere divertente e curioso e di provare, sempre, a capire quello che gli succedeva intorno. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha scritto che Eco è stato un «Esempio straordinario di intellettuale europeo» e «univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro». La notizia della morte sta avendo grande spazio sui principali siti d’informazione internazionali. Il Guardian ha definito Eco «uno dei più importanti nomi della letteratura internazionale» e il New York Times ne ha parlato come di «un esperto nell’arcano campo della semiotica». Daria Bignardi, la nuova direttrice di Rai 3, ha fatto sapere che questa sera ci sarà a Che tempo che fa “uno speciale ricordo” di Eco e che sarà trasmesso il film Il nome della rosa.

Fonte: Il Post

venerdì 19 febbraio 2016

È morta Harper Lee

Aveva 89 anni ed era la scrittrice di "Il buio oltre la siepe"; l'anno scorso aveva pubblicato il suo secondo romanzo


È morta la scrittrice statunitense Harper Lee. La notizia della morte è stata data dalla stampa locale dell’Alabama intorno alle 16.20 ora italiana ma è stata confermata dal suo editore circa mezz’ora dopo.

Harper Lee era nata a Mornoeville, in Alabama, nel 1926, ed era considerata tra le più importanti scrittrici statunitensi. Il suo primo romanzo – Il buio oltre la siepe – fu pubblicato nel 1960: l’anno dopo vinse il premio Pulitzer per la letteratura e nel 1962 ne venne tratto l’omonimo film diretto da Robert Mulligan, con Gregory Peck – che vinse l’Oscar come Miglior attore per la sua interpretazione di Atticus Finch – e Mary Badham nel ruolo della figlia Scout. Nel tempo Il buio oltre la siepe diventò uno dei grandi classici americani, vendendo oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo. Nonostante sia stato a lungo l’unico libro pubblicato da Lee, le è valso la Medaglia presidenziale per la libertà, il più importante riconoscimento civile degli Stati Uniti.

Dopo il successo del suo primo e a lungo unico romanzo, Lee aveva condotto una vita molto ritirata insieme alla sorella Alice, morta a 103 anni nel novembre 2014; Alice Lee era stata l’avvocato di Harper Lee fino al 2011, quando ha dovuto cedere l’incarico alla collega Tonja Carter per problemi di salute. Nel novembre del 2015 è uscito Và, metti una sentinella (in inglese Go, set a watchman), il suo nuovo e molto atteso secondo romanzo. La storia del secondo romanzo è ambientata a Maycomb, in Alabama, nella metà degli anni Cinquanta, vent’anni dopo i fatti narrati ne Il buio oltre la siepe: è una sorta di sequel del romanzo in cui ricompaiono molti di quei personaggi. Scout (la bambina protagonista di Il buio oltre la siepe) è diventata adulta e ritorna da New York a Maycomb per far visita al padre Atticus Finch, finendo per confrontarsi con lui sulla segregazione razziale allora comune negli Stati del Sud.

Uno dei motivi per cui si è parlato di più del libro dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti è proprio il modo in cui viene ritratto Atticus: descritto come un modello di tolleranza e giustizia nel Buio oltre la siepe, qui si rivela invece un suprematista bianco, contrario ad abolire la segregazione e certo dell’inferiorità dei neri. Più in generale, chi conosceva Lee ha raccontato che era ormai quasi cieca e quasi sorda: che aveva giurato di non voler più pubblicare nulla ma allo stesso tempo che avrebbe firmato qualsiasi cosa gli fosse stata proposta da qualcuno di caro. Dopo i vari sospetti circolati per la pubblicazione del libro seguita alla morte di sua sorella Alice, lo stato dell’Alabama ha aperto un’indagine per circonvenzione di incapace: l’indagine è stata chiusa, i sospetti non sono stati considerati fondati.

Fonte: Il Post

giovedì 29 ottobre 2015

Cosa vuol dire davvero “capitale morale”?

L'espressione più citata dai giornali di oggi – che ha riaperto la discussione sulle differenze tra Roma e Milano – ha una lunga storia: e fino a qualche tempo fa aveva un altro significato


La maggior parte delle prime pagine dei giornali di oggi riporta nei titoli di apertura le parole del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, che ha definito Milano «capitale morale» del paese, criticando Roma che «non sta dimostrando di avere gli anticorpi morali di cui ha bisogno e che tutti ci auguriamo recuperi». Cantone ha fatto un paragone tra le due città facendo riferimento alla corruzione, ai due grandi eventi che sono in corso o che cominceranno a breve (Expo a Milano e il Giubileo a Roma) e alla situazione politica in generale: ha usato un’espressione piuttosto nostalgica – “capitale morale” – che ha origini precise ma che non aveva all’epoca alcun riferimento “etico”, e ha riportato la discussione (almeno quella giornalistica) su una rivalità costante, a volte implicita a volte esplicita, ma anche piuttosto surreale.

“Capitale morale”
Milano fu la capitale della Repubblica Cisalpina e dell’Italia napoleonica, ma mai capitale dell’Italia intesa come Regno dal 1861 e poi come Repubblica. In epoca napoleonica, nel ballottaggio tra Venezia e Milano, i francesi scelsero Milano spostando da quelle parti la banca (il Monte Napoleone) e celebri opere d’arte prima conservate in Veneto. La stessa scelta venne fatta dagli Asburgo ma i Savoia, una volta raggiunta l’Unità, stabilirono la capitale a Torino. Milano nel frattempo si stava industrializzando: lo storico Renzo De Felice ne parlò come di «un’instancabile incubatrice del nuovo che nasce nel Paese». Nel 1881 venne organizzata l’Esposizione Nazionale Industriale che celebrò il primato di Milano nello sviluppo del paese.

Risale a quel periodo la definizione di Milano come “capitale morale”: l’espressione viene attribuita a Ruggero Bonghi, giornalista napoletano che in quegli anni dirigeva il quotidiano milanese La Perseveranza. Questo ruolo venne riconosciuto alla città da numerosi intellettuali e scrittori dell’epoca. Solo nel 1881 furono ben due i testi pubblicati e intitolati “I dintorni di Milano” scritti da due dei maggiori autori di quegli anni, Emilio De Marchi e Giovanni Verga (che definì Milano «la città più città d’Italia»).

La “moralità” a cui si faceva riferimento all’epoca – come ha precisato la studiosa Giovanna De Rosa, autrice di un saggio intitolato “Il mito della capitale morale” – non aveva però a che fare con l’etica, ma derivava dal fatto che Milano si stava imponendo come guida effettiva (dal punto di vista economico e culturale) e non ufficiale del paese. Nel corso del tempo questo significato è però cambiato, l’etica ha cominciato a essere al centro della definizione, e il primato di “capitale morale” affidato a Milano, nel racconto giornalistico e simbolico, è venuto meno quando nel 1992 cominciarono le inchieste sulla corruzione note come Tangentopoli. Per capirci: si diceva “capitale morale” come oggi si dice “vincitori morali” (quelli che hanno perso ma avrebbero meritato di vincere) e non nell’accezione di “questione morale” (cioè etica).

Il parallelismo
Il confronto tra Milano e Roma – per come è stato presentato nelle frasi di Cantone, e per come è stato raccontato in gran parte dai giornali – sembra accettare definitivamente la trasformazione del significato dell’espressione, da guida “di fatto” a “città del buon esempio” per il paese. Va comunque tenuto presente che non esiste una definizione esatta di questa espressione, che i suoi i contorni sono sfumati e opinabili e che il tema del degrado – esteriore e istituzionale – di Roma è talmente vasto, vecchio, abusato da essere utilizzato spesso come un luogo comune (per quanto in certi casi fondato).

Al di là di alcuni parallelismi improbabili e di chi ci sguazza – il Corriere ha aperto per esempio un sondaggio che chiede tra l’altro di votare il Cenacolo o il Giudizio Universale, Dario Fo o Gigi Proietti – diversi giornali presentano una serie di dati oggettivi: Roma ha una popolazione di 2.869.169 residenti e Milano ne ha poco meno della metà; il reddito imponibile pro capite a Roma è 24.555 euro e a Milano 29.803; la metropolitana di Roma è lunga 60 chilometri e a Milano – che è dieci volte più piccola – 96,9 chilometri; le rapine ogni 100 mila abitanti a Roma sono 93 e a Milano 136; il superamento della soglia di pericolosità di sostanze inquinanti nell’aria a Milano nel 2014 è avvenuto molto più spesso che a Roma.

Tra questi dati, però, l’unico utile per stabilire se Milano sia ancora o sia tornata ad essere la “capitale morale” del paese è quello sui livelli di corruzione. Secondo i dati raccolti dal Corriere della Sera e pubblicati oggi, a Roma dal 2013 e fino al primo semestre del 2014 il numero degli arrestati e indagati per corruzione è aumentato, mentre a Milano è diminuito.

La politica
Le due città stanno vivendo periodi molto diversi anche dal punto di vista politico. Le ultime vicende di Roma sono piuttosto note: Ignazio Marino si è dimesso (o forse no) dopo due anni di mandato. In due anni ha cambiato la giunta per tre volte dopo aver perso, per dimissioni spontanee o richieste, otto assessori su dodici. Le dimissioni gli sono state richieste dal suo stesso partito, il PD; il PD romano dopo l’inchiesta “Mafia Capitale” è stato commissariato e da circa un mese l’ormai ex sindaco era stato affiancato nell’amministrazione della città dal prefetto Franco Gabrielli.

La situazione di Roma poi è particolarmente complicata da anni, a causa soprattutto dei problemi nei trasporti pubblici e della problematica gestione dei rifiuti: a tutto questo va aggiunto il Giubileo straordinario che inizierà tra soli due mesi e che rende la situazione in generale ancora più precaria. Prima di Marino ci sono state le inchieste giudiziarie che hanno coinvolto Gianni Alemanno, quelle sulla cosiddetta “parentopoli” nelle società municipalizzate e quella del 2012 sul tesoriere della Margherita, Luigi Lusi. C’è stato l’arresto di Samuele Piccolo, vicepresidente del Consiglio comunale con il PdL, accusato di associazione a delinquere e finanziamento illecito ai partiti; c’è stato l’arresto del consigliere regionale Franco Fiorito, sempre del PdL; c’è stato il crollo della giunta regionale di Renata Polverini per la questione dei rimborsi impropri ai consiglieri regionali.

La Stampa ricorda comunque che anche a Milano ci sono stati di recente diversi arresti e inchieste: se la giunta di Giuliano Pisapia ne è rimasta indenne, in regione ci sono ancora diversi problemi. A maggio del 2014 la procura di Milano aveva disposto l’arresto di sette persone accusate di corruzione nell’ambito di diverse attività legate a Expo 2015. Qualche mese dopo Antonio Acerbo, ex commissario per le opere infrastrutturali di Expo 2015, era stato arrestato con l’ipotesi di corruzione e turbativa d’asta. Lo scorso settembre quattro funzionari legati al settore dell’edilizia pubblica sono stati arrestati con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione. Poi c’è la Regione, con le inchieste sulla sanità legate alla presidenza di Roberto Formigoni, quelle sulla vicenda delle raccomandazioni di due collaboratrici di Roberto Maroni e, infine, l’arresto dell’ex vicepresidente Mario Mantovani.

Fonte: Il Post

venerdì 23 ottobre 2015

“Danneggia l’immagine della Calabria“, i sindaci della locride contro la programmazione di “Anime nere” su Sky

I primi cittadini di Locri, Staiti e Sant’Agata del Bianco hanno annunciato azioni legali contro Sky per la decisione di voler trasmettere il film di Francesco Munzi che racconta la ‘ndrangheta calabrese

di Gaetano Moraca

Il cast di “Anime Nere” al Festival del Cinema di Venezia (Getty Images/Pascal Le Segretain)

Quello che accade al Sud, in questo caso in Calabria, ha spesso qualcosa di molto vicino al teatro dell’assurdo. Più o meno un anno fa, alla settantunesima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il film di Francesco Munzi Anime Nere, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, è stato scelto nella rosa dei quattro film italiani in concorso. Dopo di che è sbarcato al Toronto Film Festival, ha fatto incetta di premi a destra e a sinistra (tra cui 9 David di Donatello), è stato tradotto il 19 Paesi, accolto da una plaudente stampa internazionale.

Il libro è stato addirittura pubblicato nel 2008, dalla calabrese Rubbettino. Ma ora, in seguito alla decisione di Sky di inserire il film di Munzi a rotazione nella propria programmazione, alcuni sindaci della locride (in cui è ambientata la storia) hanno ritenuto inaccettabile questa decisione che, a loro dire, danneggia gravemente l’immagine di un’intera regione.

Anime nere, per chi non lo sapesse, racconta la ’ndrangheta calabrese senza retorica né sconti ad alcuno. E lo fa dall’interno di una famiglia malavitosa, mettendo in risalto le tragiche dinamiche parentali. Intervistati da Klaus Davi, tre sindaci della locride hanno fatto sapere di non aver gradito la decisione di Sky. A oltre un anno dall’uscita del film, a oltre sette da quella del libro. La potenza del piccolo schermo?

"Intervistati da Klaus Davi, tre sindaci della locride hanno fatto sapere di non aver gradito la decisione di Sky. A oltre un anno dall’uscita del film, a oltre sette da quella del libro. La potenza del piccolo schermo? 

Nell’intervista, apre le danze il primo cittadino di Locri, Giovanni Calabrese, visibilmente piccato. Di Anime nere parla come di «un servizio pessimo alla Calabria e ai calabresi, perché descrive una situazione fuori dalla realtà, creando un danno d’immagine a un’intera regione. Questo film descrive situazioni di degrado morale oggi non più reali. Non sto dicendo che la mafia non esiste, ma queste descrizioni ci rendono ancora più difficile uscire dalla nostra situazione». Gli fa eco il sindaco del microscopico comune di Staiti, Antonio Domenico Principato, che afferma: «Gli uomini della malavita organizzata sono una sparuta minoranza, il film dà un’immagine troppo nera della Calabria. Io faccio il sindaco da tre anni e non ho mai avuto nessun problema. Inoltre i pastori non sono quelli descritti nel film, che tengono le capre allo stato brado, ma lavorano anche con tecnologie avanzate. Non escludiamo una diffida nei confronti di Sky».

Più pacato invece Giuseppe Strangio, sindaco di Sant’Agata del Bianco e presidente dell’Associazione dei Comuni della locride: «Già il libro mi era sembrato molto greve come denuncia sociale, il film lascia parecchio sgomenti per la durezza delle immagini. Andare in giro e sentirsi etichettati come ‘ndranghetisti, criminali e trafficanti di droga non è una bella cosa. Sky dovrebbe mandare anche altri messaggi, dando voce a tutte le nostre attività legate alla legalità per esempio. Il rischio è che si cada nel banale, riducendo la Calabria a solo quello che si vede nel film».

"Carlo Freccero: “Affermare che Anime nere non debba essere programmato perché lede l’immagine della Calabria è assolutamente sbagliato. Guardiamo agli Stati Uniti, dove ormai il pensiero critico passa soprattutto attraverso fiction e cinema. Serie tv come Breaking Bad e House of cards rappresentano una presa di coscienza collettiva su fenomeni importanti”

Il film intanto è il primo – e su questo la Calabria è incredibilmente in ritardo – a parlare apertamente della ‘ndrangheta. Criaco, che ora in giro per promuovere il nuovo libro Il saltozoppo (Feltrinelli), narra la criminalità organizzata calabrese con la perizia del sociologo, la saggezza dell’antropologo e i toni del poeta tragico, cercando di scovare sempre le origini di quel male.

Come ha ribattuto Carlo Freccero, esperto di tv e comunicazione (e dall’estate scorsa consigliere d’amministrazione Rai) durante la conferenza su tv e informazione organizzata nell'ambito del “Tropea Festival Leggere & Scrivere”, «affermare che Anime nere non debba essere programmato perché lede l’immagine della Calabria è assolutamente sbagliato. Guardiamo agli Stati Uniti, dove ormai il pensiero critico passa soprattutto attraverso fiction e cinema. Serie tv come Breaking Bad e House of cards rappresentano una presa di coscienza collettiva su fenomeni importanti. Allo stesso modo in Italia, la serie tv La Piovra, negli anni Ottanta e Novanta ha consentito agli italiani di comprendere cosa fosse la mafia più di quanto abbiano fatto le inchieste giudiziarie».

Fonte: Linkiesta.it

giovedì 8 ottobre 2015

Svetlana Alexievich ha vinto il premio Nobel per la Letteratura

È una giornalista bielorussa che ha raccontato Chernobyl, l'Unione Sovietica e i paesi che ne facevano parte

Svetlana Alexievich (MAXIM MALINOVSKY/AFP/Getty Images)

Svetlana Alexievich ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2015 “per le sue opere polifoniche, un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo”.

Svetlana Alexievich è una giornalista bielorussa che ha raccontato i principali eventi dell’Unione Sovietica nel secondo dopoguerra, ed è stata costretta a lasciare la Bielorussia perché accusata dal regime di Aleksandr Lukašenko di collaborare con la CIA. I libri più importanti di Alexievich pubblicati in Italia sono: Preghiera per Cernobyl’ ( edizioni E/O) a proposito del disastro nucleare in Ucraina, Ragazzi di zinco (edizioni E/O) che tratta invece il tema della guerra in Afghanistan e Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani), una raccolta di testimonianze dall’URSS. Alexievitch era la favorita secondo le quote del sito inglese di scommesse Ladbrokes, dove la sua vittoria era data 5 a 1. Nel 2014 il vincitore del premio Nobel per la letteratura è stato lo scrittore francese Patrick Modiano.





Alexevich è nata in Ucraina nella città di Ivano-Frankivs’k nel 1948 da padre bielorusso e madre ucraina e si è trasferita da piccola con la famiglia in Bielorussia. Dopo gli studi ha lavorato come giornalista in diversi giornali locali, in seguito come corrispondente per la rivista Neman a Minsk. Raccogliendo testimonianze dalla popolazione, ha raccontato gli eventi più drammatici avvenuti in Bielorussia nel secondo dopoguerra e si è dedicata a molti fatti storici, dalla guerra sovietica in Afghanistan alla caduta dell’Unione Sovietica. Perseguitata dal regime del presidente Aleksandr Lukašenko ha lasciato la Bielorussia e attualmente vive a Parigi.

Fonte: Il Post

mercoledì 7 ottobre 2015

Ricordando Anna Politkovskaja

Il 7 ottobre 2006, nove anni fa, veniva uccisa a Mosca la giornalista e attivista russa


Il 7 ottobre del 2006, nove anni fa, la giornalista e attivista per i diritti umani russa Anna Politkovskaja veniva uccisa a colpi di pistola all’interno dell’ascensore nell'edificio in cui abitava nel centro di Mosca.

A partire dal 1999 Politkovskaja aveva cominciato a seguire il conflitto in Cecenia per il periodico indipendente Novaja Gazeta. Il suo impegno in difesa dei diritti umani, i reportage dalle zone di guerra e la sua opposizione alle derive autoritarie del governo di Vladimir Putin le valsero il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani nel 2001, e il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia nel 2003.

La Russia di Putin è il libro-inchiesta della Politkovskaja del 2005, traduzione di Claudia Zonghetti e in Italia edito da Adelphi, sul governo Putin e più in generale sulla Russia dei primi anni Duemila.

Il 9 giugno 2014 si è concluso il processo ai sicari ceceni colpevoli dell’esecuzione materiale dell’omicidio della Politkovskaja, con dure condanne per tutti gli imputati e due ergastoli. Il processo non è stato in grado, tuttavia, di identificare i mandanti.

Nel 2009 il settimanale Internazionale e il comune di Ferrara hanno istituito il premio Anna Politkovskaja, per commemorare la vita della giornalista russa e “sostenere l’impegno e il coraggio di giovani reporter che nel mondo si sono distinti per le loro inchieste”.

L'uccisione della Politkovskaja avvenne lo stesso giorno del compleanno di Putin, che ricorre il 7 ottobre.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 5 ottobre 2015

Mondadori acquista Rcs Libri (ma non Adelphi), ora controlla il 40% del mercato

Operazione da circa 130 milioni di euro. Marina Berlusconi: «Siamo particolarmente orgogliosi. Investimento sul futuro del nostro Paese»


Rivoluzione nel mercato dei libri italiano. Rcs Media Group ha siglato il contratto per la cessione di Rcs Libri alla Mondadori per 127,5 milioni di euro, su una valutazione complessiva di 130 milioni. Mondadori insomma diventa assoluto protagonista nel settore della vendita dei libri con un quota che si aggira intorno al 40% (e ricavi per circa 500 milioni l’anno).

RCS MONDADORI, L’OPERAZIONE - La decisione della vendita della divisione Libri di Rcs è stata assunta ieri all’unanimità dal consiglio di amministrazione. L’ad Pietro Scott Jovane ha dunque proceduto alla firma del contratto con l’ad di Mondadori Ernesto Mauri. Mondadori in una nota ha spiegato che l’accordo consentirà al gruppo Mondadori di consolidare la propria presenza in Italia nel mercato dei libri trade e nell’editoria scolastica, ma anche negli illustrati a livello internazionale.

Il perimetro dell’operazione comprende l’intera quota (99,99%) posseduta da Rcs nella società Rcs Libri, con le sottostanti partecipazioni. Al closing queste includeranno anche il 94,71% di Marsilio Editore spa. Il 58% posseduto in Adelphi Edizioni verrà invece ceduto al socio Roberto Calasso. Le attività oggetto della vendita hanno registrato nell’esercizio 2014 ricavi pro forma per 221,6 milioni, ebitda (acronimo che sta per earning before interests, il margine operativo lordo) ante oneri non ricorrenti per 8,8 milioni e investimenti per 11 milioni, di cui 1,7 milioni destinati al rinnovo delle librerie Rizzoli.

RCS MONDADORI: MARINA BERLUSCONI: «ORGOGLIOSI» - «È un’operazione di cui siamo particolarmente orgogliosi. Un rilevante investimento, da parte di una grande azienda italiana, in un settore nobile e speciale come quello del libro», ha dichiarato la presidente di Mondadori Marina Berlusconi. «La Mondadori, di cui la mia famiglia è l’editore da ormai 25 anni, torna a crescere e compie un passo cruciale verso una sempre maggiore solidità. Ma quello annunciato ieri sera è anche un investimento sul futuro del nostro Paese e sulla qualità di questo futuro. Le dinamiche del settore spingono in tutto il mondo gli editori ad unire le forze».

(Foto di copertina: ANSA / STEFANO PORTA)

Fonte: Giornalettismo

martedì 29 settembre 2015

Merkel crolla nei consensi, ma ora punta all’Onu

Patricia Szarvas: «La Cancelliera non si ricandiderà nel 2017. Sui profughi ha fatto le scelte giuste, ma ora la gente inizia ad avere paura»

Silvia Favasuli

Foto Alexandra Beier/Getty Images

Quando ha annunciato a fine agosto che nessun siriano sarebbe più stato fermato al confine, il consenso dei tedeschi verso Angela Merkel – già alto - ha raggiunto il picco. Ora, poco più di un mese dopo si attesta su ben altre posizioni. È come se l’onda emotiva e solidale di fine agosto che ha spinto molti tedeschi a soccorrere le famiglie di rifugiati in arrivo da Est fosse scemata e si fosse trasformata in paura.

La Cancelliera, entrata per otto volte nella classifica delle donne più potenti di Forbes, si è confrontata nel week-end con le statistiche pubblicate da diverse testate, da Der Spiegel, al magazine Stern, all’emittente privata Rtl: tutte le hanno rivelato una significativa perdita di consenso dovuta proprio alle scelte fatte in materia di immigrazione. Pochi dati su tutti: secondo Der Spiegel la popolarità di Frau Merkel è calata del 5% rispetto a tre mesi fa, arrivando al 63% nella classifica dei politici più amati del Paese, quarto posto. In cima non c’è più lei, ma il ministro delle Finanze Frank-Walter Steinmeier, con un bel 67 per cento. Nella stessa classifica l’alleato bavarese della Csu, Horst Seehofer, che fin da subito ha giudicato «errata» la scelta del cancelliere sui rifugiati, ha avuto un balzo in avanti di sei punti, arrivando al 44 per cento.

Possibile che la Cancelliera non abbia fatto bene i conti con il suo elettorato? Possibile che non abbia immaginato che gli altri leader europei a un certo punto avrebbero preso le distanze, di fronte alle statistiche che vedono in aumento il numero di richiedenti asilo in arrivo? «È probabile che molti più rifugiati attraverseranno questi Paesi, non meno. Soprattutto ora che si sentono invitati in Europa», ha commentato l’alleato e amico polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, al termine di un viaggio tra Turchia, Giordania ed Egitto.

Perché la Cancelliera ha scelto di aprire le porte ai siriani?

Abbiamo fatto tutte queste domande a Patricia Szarvas, giornalista tedesca che nel libro Ricca Germania, Poveri Tedeschi - Il lato oscuro del benessere (Egea, 2014) ha analizzato la situazione economica del regno di Merkel, luci e soprattutto ombre. «Al nostro Paese servirebbero almeno 500.000 immigrati all’anno», ha detto a Linkiesta. «E probabilmente Merkel ha già deciso che non si ricandiderà nel 2017».

Patriacia Szarvas, pensa che ci siano state ragioni economiche forti dietro la scelta di Angela Merkel di sospendere gli Accordi di Dublino e di accogliere i rifugiati in arrivo da Est?
Vedo tre ragioni principali. La prima, più ovvia, è che la maggior parte di questi richiedenti asilo arriva da una zona che è in guerra dal 2011, la Siria. Sono persone che emigrano per salvarsi la vita. Ci sono però anche una ragione demografica e una economica. Più della metà di chi viene dalla Siria ha 25 anni circa o meno. Secondo una ricerca di Bertelsmann Studio, per mantenere lo stesso livello di forza lavoro attuali, la Germania avrebbe bisogno da qui al 2050 di 500.000 immigrati all’anno. Nei prossimi anni, quando anche i baby boomers andranno in pensione, si calcola che il numero di lavoratori tedeschi scenderà sotto il 50 per cento. Cioè avremo un dimezzamento della forza lavoro. Questo accade in un Paese in cui il numero medio di figli per coppia è di 1,2. Per la Germania è importante mantenere alti i livelli di forza lavoro per poter garantire il pagamento delle pensioni attraverso i contributi versati da chi ancora lavora. Ma c’è anche una ragione strettamente economica. Occorre tenere costante anche la domanda interna. Se non ci sono consumatori, il Pil soffre. Il problema però è che questa immigrazione deve essere controllata e qualificata. Al momento non abbiamo ancora infrastrutture adatte ad accogliere un numero così alto di persone contemporaneamente. Bisogna selezionare un flusso consistente, capire chi è davvero rifugiato e chi no, proteggerci da eventuali infiltrazioni terroristiche. Servono strutture per insegnare a tutti loro la lingua tedesca. Inoltre, occorrono persone che vogliono arrivare e lavorare, imparare la lingua, integrarsi, rispettare le regole. Persone che vogliono partecipare al paese e non solo prendere.

Credi che sia proprio quest’ultima la ragione per cui Merkel abbia deciso di accogliere questa ondata di profughi, ora che, scrivono diversi giornali, sta emigrando la fascia medio-alta della popolazione siriana, la borghesia cittadina, laureata e benestante?

Questo non saprei dirlo. Non abbiamo bisogno solo di lauree. Alla Germania servono anche apprendisti e tecnici che possano lavorare nell’industria tedesca.

Abbiamo visto i tedeschi accogliere con entusiasmo la scelta di Merkel a fine agosto. Perché ora questo calo di popolarità?

Il popolo sta iniziando a pensare: quanto ci costerà tutto questo? Siamo un Paese dove c’è povertà interna crescente (quella che Patricia Szarvas ha rivelato bene nel suo libro, nonostante la Germania sia visto da tutti come un paese economicamente forte e ricco, ndr), e che sta ancora soffrendo gli effetti della riunificazione tedesca. Le persone povere che ricevono 450 euro al mese dallo Stato si arrabbiano quando sentono che ai rifugiati ne vengono date 670. Per me che vivo e lavoro a Zurigo è facile avere una visione di lungo termine e giudicare alla luce delle ragioni demografiche ed economiche. Ma chi sta in Germania vede tutt’altra scena. C’è anche paura di una islamizzazione della società e della cultura tedesca. Molti turchi arrivati in Germania dopo la Seconda guerra mondiale non si sono ancora davvero integrati. I mariti lavorano e imparano il tedesco, le donne spesso restano a casa, fanno figli - che è positivo per la demografia - ma molte di loro dopo molti anni conoscono ancora appena poche parole di tedesco, indossano veli e niqab. C’è il timore di una religiosità militante. Ed è una discussione aperta in Germania: “noi, in nome di un senso di umanità, accogliamo e aiutiamo, ma poi che ne è della mia voglia di vivere libero nel mio Paese se l’immigrato mi guarda male quando sono vestito bene e sfoggio un orologio di lusso?”, si chiede le gente. Gli stranieri in Germania sono il 9% della popolazione, sopra la media europea.

Cosa dovrebbe fare Angela Merkel di fronte a queste preoccupazioni?

La Cancelliera dovrebbe raccogliere i segnali che arrivano dagli attacchi ai centri per rifugiati fatti nelle ultime settimane dai gruppi estremisti. Dovrebbe ascoltare il popolo. C’è un miscuglio di paura, povertà diffusa e anche non il sapere bene come stanno le cose. La pressione sul governo è sempre più forte in Germania e se Merkel continua in questo modo ne resterà “decapitata”. È come se non le importasse più di vincere le prossime elezioni. Ci sono pressioni dal popolo, pressioni da membri del suo governo, pressioni dagli altri leader dell’Unione Europea. In questo periodo Merkel, nella gerarchia dei politici più amati, è ai minimi di popolarità da quando è diventata cancelliera.

In effetti sono circolate voci secondo cui Merkel starebbe pensando di sostituire Ban Ki-moon al termine del mandato da Segretario generale delle Nazioni Unite. Pensi che sia per questo che non si cura molto delle reazioni dell’elettorato?
È proprio difficile capire questo, ora, dove Merkel si colloca nella scena attuale. Siamo di fronte a un problema globale, i rifugiati nel mondo sono 60 milioni. Merkel sta spingendo in Europa perché si affronti il problema alla base, dove ci sono le ragioni che muovono i richiedenti asilo. Per questo ha iniziato il dialogo con Putin, importante alleato di Assad, mentre la Francia ha iniziato a bombardare la Siria e anche Kerry si sta muovendo sulla scena diplomatica. La cancelliera cerca uno sforzo mondiale e cerca di essere presente sulla scena internazionale. Forse, sta cercando qualcuno che la appoggi, che la sostenga. Di certo, non sta dimostrando interesse a essere rieletta nel 2017.

Fonte: Linkiesta.it

sabato 8 agosto 2015

«Renzi scopre la questione meridionale, ma è lui che sta sfasciando il Sud»

Parla Pino Aprile, autore di Terroni. «Sono 150 anni che i governi danneggiano il Sud. Hanno tolto persino i nostri poeti dai programmi di scuola»

Marco Sarti

Hunter333 - Flickr

«Se non fosse vero sembrerebbe un testo comico. Il presidente del Consiglio, udite udite, scopre che esiste una questione meridionale. E questo perché uno scrittore gli scrive una lettera. Ma va?». Pino Aprile è un’autorità in materia. Giornalista, scrittore, sul Meridione ha pubblicato una lunga serie di successi editoriali. Terroni è il titolo più famoso. Senza dimenticare Giù al Sud, Mai più terroni, Il Sud puzza e l’ultimo Terroni ’ndernescional. La presa di coscienza del premier non sembra entusiasmarlo troppo. «Siamo alle comiche finali. Renzi scopre la questione meridionale e convoca un vertice di partito il 7 agosto. Della serie: chissenefrega. Ma è proprio il suo governo che ha sfasciato il Sud. Esattamente come i governi precedenti»

Il governo Renzi ha sfasciato il Sud?
Le porto solo un piccolo esempio. Recentemente il governo ha preso 4.860 milioni di euro per le ferrovie e li ha distribuiti così: 4.800 dove hanno già tutto, da Firenze in su. E 60 milioni al Meridione, per fare una pernacchia a chi non ha nulla. Ma forse Renzi non è stato informato che sotto Napoli c'è una protesi territoriale che si chiama Sud, ed è ancora sotto la sovranità italiana. Lei lo sa che a Matera non arriva il treno? In Cina hanno inaugurato da due anni la stazione ferroviaria più alta del mondo. È a 5mila metri, sull'Himalaya. Ma dicono che a Matera non possono portare la ferrovia perché non è in pianura. Intanto però stanno costruendo linee ad alta velocità inutili, giustificate solo dagli scambi di mazzette che ci girano attorno. Prendiamo l’alta velocità tra Milano e Torino. Secondo uno studio del Politecnico di Milano, per avere una sostenibilità economica su questa linea dovrebbero passare circa 300 treni al giorno. Invece ne passano una trentina. Provi a immaginare se un simile scempio fosse successo al Sud, magari tra Napoli e Bari.

Sarebbe scoppiato un bello scandalo.
E invece tra Napoli e Bari, le due principali città del Sud, c’è un altro scempio. Manca una linea diretta di collegamento. Era stata progettata dai Borbone prima del 1860. Con l’Unità d’Italia l’appalto è stato tolto e affidato a massoni e banchieri con abbondante uso di mazzette. E così è finito in un grande scandalo di tangenti.

Sfatiamo il primo mito, quindi. Non è il Sud la patria della corruzione.
Basta conoscere le vicende italiane. La storia dei Savoia è un continuo smazzettamento. Cose note, scritte, dette e ridette.

Torniamo a governi più recenti. Chi ha danneggiato il Meridione?
Quello che oggi fa Renzi non è inedito. Lo hanno fatto prima di lui i governi per oltre un secolo e mezzo. Ma prendiamo solo l’ultima tranche di progetti presentati per i cofinanziamenti europei. Ci sono 7.900 milioni. Di questi solo quattro sono destinati al Sud. Poi uno mi chiede perché c’è la questione meridionale.

Andiamo con ordine.
Quando Silvio Berlusconi decide di eliminare l’Ici a tutti gli italiani, come finanzia questa misura? Sottraendo a Calabria e Sicilia i soldi già stanziati per riparare le strade. Giulio Tremonti (ex ministro dell’Economia, ndr) ha rastrellato decine di miliardi di fondi destinati al Sud per darli al Nord. Ma parliamo della cultura, visto che la scuola e l'università rappresentano il futuro del Paese. L’ex ministro Gelmini ha preso i soldi destinati a riattare le scuole malmesse del Sud e li ha spesi dove voleva lei. Peggio. Con un’indicazione del ministero ha persino abolito l’insegnamento di tutti i poeti e gli scrittori meridionali del ’900. Sono anni che combatto contro questa ingiustizia. Hanno cancellato anche premi Nobel, Salvatore Quasimodo, Grazia Deledda… Le sembra normale?

Poi venne il governo Monti.
Bene. Parliamo dei fondi per le scuole terremotate. Su 24mila istituti, 13mila erano concentrati in tre regioni del Sud: Calabria, Campania e Sicilia. Eppure quei soldi sono stati dati per un terzo dell’intera somma alla Lombardia. Totale: il 97 per cento del denaro è finito al Nord e il 3 per cento al Sud.

Anche Enrico Letta ha seguito la stessa linea?
Parliamo di evasione scolastica. Il record europeo si registra a Scampia e in alcune zone di Palermo. Eppure durante il governo Letta i fondi per combattere questo fenomeno sono finiti al Nord, ancora una volta. Per non parlare del più grande “culturicidio”, deciso da un immondo decreto della ministra Carrozza. È stato deciso che le migliori università italiane sono le più ricche. I criteri per la ripartizione dei fondi? La ricchezza del territorio. Così se all’ateneo di Canicattì insegnano Einstein, Rita Levi Montalcini e il signor Newton, comunque l'università sarà considerata tra le peggiori del Paese. Intanto le risorse vengono assegnate agli atenei più ricchi, quasi sempre al Nord.

A sentire lei il quadro è desolante.
Al prossimo che mi chiede cos’è la questione meridionale do un pugno. Questa ondata di meraviglia che ogni tanto alcuni personaggi si fanno venire per dimostrare che si preoccupano del Meridione è persino peggio del male che ci stanno facendo. Volete penalizzare il Sud? Va bene, ma almeno non prendeteci in giro.

Guardi che Renzi ha invitato a smetterla con i piagnistei...
Ma se è da più di vent’anni che assistiamo a un continuo piagnisteo da parte del Nord… Non solo rubano, si lamentano pure. È come il marito che picchia la moglie e poi si infastidisce se lei piange. Quello di Matteo Renzi è un atteggiamento razzista e arrogante, che neppure la sua ignoranza può giustificare. Ma è un atteggiamento molto diffuso al Nord.

Negli ultimi 15 anni il Sud Italia ha avuto un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello greco. Eppure tanti giovani meridionali continuano a fare impresa, nonostante tutto.
Questo è vero. Sono tantissimi i giovani che al Sud si stanno inventando nuovi lavori. Penso ai due ragazzi di Monopoli che hanno creato la Blackshape e oggi producono gli aerei in fibra di carbonio più leggeri del mondo. I nostri giovani hanno idee, creano aziende. È un fenomeno interessante. In parte figlio della disperazione, ma anche di una crisi generalizzata che ha reso meno appetibili le migrazioni di un tempo. Ci sono cooperative di giovani che grazie alla rete riescono superare le difficoltà logistiche. E non solo quelle.

Ad esempio?
Il denaro che il governo Renzi ha utilizzato per incrementare le occupazioni è stato preso da un fondo di coesione sociale dove erano accantonati 3 miliardi e mezzo per il Sud. Ufficialmente sono soldi utilizzati per favorire le aziende che assumono. Ma dove sono queste aziende? Al Nord. E così per finanziare nuovi posti di lavoro nelle regioni settentrionali sono stati tolti fondi al Meridione.

Una responsabilità importante della mancata crescita del Sud spetta alla criminalità organizzata. Che ormai non è più solo un problema meridionale.
Che la criminalità organizzata freni l’economia è un dato di fatto. Ma se questo succede al Sud non significa che non accada anche al Nord. La criminalità è come la politica, coglie le opportunità. Adesso l’opportunità di fare soldi è al Nord. Ma le mafie hanno colonizzato quelle Regioni con la complicità di una parte della classe dirigente settentrionale. È il Nord che conta. La vittima di questo sistema, invece, è il Nord che non conta, la brava gente. Esattamente come accade al Sud.

La criminalità organizzata viene comunque associata al Meridione.
Ma la prima trattativa Stato-Mafia nasce con l’Unità d’Italia. Anno 1860. Per preparare l'invasione della Sicilia i vari Francesco Crispi, Rosolino Pilo e il generale Giovanni Corrao fecero un accordo con i delinquenti. Allora non c’era ancora la mafia come la conosciamo oggi. Alla fine si accordarono per una somma in denaro. In cambio di quattro tarì al giorno, quelli si scoprirono unitaristi e patrioti. Nell'autobiografia di Joe Bonanno, la più grande mente politica di Cosa Nostra, è spiegato molto bene. Lui racconta: «Gli uomini della mia tradizione hanno avuto un ruolo importante nella nascita dell’Unità d’Italia. Giuseppe Garibaldi prese contatto con noi. L’accordo fu raggiunto, mio nonno e i suoi seguirono le camicie rosse». E la stessa cosa accadde a Napoli con la camorra. È proprio questo che rende inestirpabile la mafia.

Fonte: Linkiesta.it

giovedì 11 giugno 2015

Umberto Eco: “Con i social parola a legioni di imbecilli”

Allo scrittore la laurea honoris causa in «Comunicazione e Cultura dei media» a Torino

Il conferimento laurea honoris causa in “Comunicazione e Culture dei Media” a Umberto Eco LAPRESSE

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Attacca internet Umberto Eco nel breve incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino, dopo aver ricevuto dal rettore Gianmaria Ajani la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco.

La sua lectio magistralis, dopo la laudatio di Ugo Volli, è dedicata alla sindrome del complotto, uno dei temi a lui più cari, presente anche nel suo ultimo libro `Numero zero´. In platea il sindaco di Torino, Piero Fassino e il rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi. Quando finisce di parlare scrosciano gli applausi. Eco sorride: «non c’è più religione, neanche una standing ovation». La risposta è immediata: tutti in piedi studenti, professori, autorità.

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osserva Eco che invita i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno».

Eco vede un futuro per la carta stampata. «C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale».

Fonte: La Stampa

sabato 30 maggio 2015

L’assistenza sessuale ai disabili in Italia è ancora tabù

Un ddl che istituisce il progetto è fermo da un anno in Parlamento. La prostituzione non c’entra, gli specialisti sono educatori e psicologi

Marco Sarti

Valentina Cinelli/Flickr

«In Italia le persone disabili sono considerate come dei bambini. Angeli asessuati. Ma non è così, le persone con disabilità hanno delle necessità fisiche come tutti gli altri». Fabiano Lioi è un musicista. Affetto da Osteogenesi Imperfetta, da qualche giorno ha lanciato una petizione online per accelerare l’iter legislativo di una proposta presentata un anno fa al Senato. È un provvedimento rivoluzionario. «Un obiettivo di civiltà», destinato a permettere anche nel nostro Paese l’assistenza sessuale ai disabili. Nulla a che vedere con la prostituzione. Basta leggere la norma per rendersi conto che il progetto è molto più complesso. «La dimensione della sessualità delle persone con disabilità - così il disegno di legge - può e deve essere sostenuta attraverso un intervento di assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità». 

Peccato che l’argomento sia ancora un tabù. «Di sessualità e handicap in Italia non si può parlare. C’è un pregiudizio totale», racconta Lioi. La petizione ha l’obiettivo di smuovere le acque. «Come tutti i disegni di legge dalla portata innovativa, anche questo provvedimento per essere approvato ha bisogno di trovare un consenso nell’opinione pubblica» ammette il senatore Pd Sergio Lo Giudice, primo firmatario del testo. L’idea della legge è nata un anno fa, dopo il suo incontro con il comitato LoveGiver (www.lovegiver.it), la prima organizzazione italiana impegnata apertamente per il riconoscimento dell’assistenza sessuale ai disabili. Un’esperienza raccontata da ricercatori scientifici, operatori del settore e tanti diretti testimoni nel libro “LoveAbility”, edito da Erickson. «È stato proprio quel libro, uscito lo scorso anno, a sollevare un po’ di attenzione sul fenomeno» spiega Lo Giudice.

È una realtà poco conosciuta, non per questo poco diffusa. Ma è anzitutto una questione di diritti. In Italia già trent’anni fa la Corte Costituzionale ha riconosciuto la sessualità come «uno degli essenziali modi di espressione della persona umana», confermando che «il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizione soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana che l’articolo 2 Cost. impone di garantire». Ma quella dell’assistenza sessuale per i disabili è soprattutto una questione sentita. Specie da chi la vive sulla propria pelle senza poterne parlare liberamente.

In pochi giorni la petizione sul sito Change.org ha raggiunto 12mila firmatari. Chi conosce l’argomento non sembra stupirsi troppo. Maximiliano Ulivieri è il fondatore del comitato LoveGiver. Da due anni combatte perché anche in Italia venga riconosciuta la figura dell’assistente sessuale. Oltre alla formazione di futuri specialisti, lo scorso anno il comitato ha dato vita a un osservatorio nazionale sul fenomeno. Un organo coordinato dal presidente dell’Istituto italiano di sessuologia scientifica Fabrizio Quattrini che attraverso oltre 66 protocolli di osservazione ha creato le basi per il disegno di legge depositato al Senato (ma un testo identico è stato presentato più recentemente anche alla Camera dei deputati).

«Purtroppo - racconta Ulivieri - in Italia manca ancora la conoscenza di quanto sia reale e diffuso il bisogno». Molti si rivolgono privatamente al comitato. «Spesso le famiglie rappresentano il primo problema - continua il fondatore di LoveGiver - Vedendo i propri figli disabili come eterni bambini, i genitori non riescono neppure a cogliere queste necessità». Per comprendere il fenomeno è importante circoscriverne la portata. «Io sono un disabile, ma sono sposato e ho avuto le mie storie», dice Ulivieri. Come spiega il disegno di legge, l’assistenza sessuale diventa necessaria solo in situazioni specifiche. Per i disabili con «una ridotta autosufficienza a livello di mobilità e motilità», ad esempio. Senza dimenticare particolari disabilità mentali e i casi di persone dall’aspetto fisico lontano dai modelli estetici dominanti. Necessità reali, a cui in certe situazioni si aggiunge «l’impossibilità di pervenire autonomamente a soddisfacenti pratiche di autoerotismo».

La forzata assenza di sessualità non è priva di conseguenze. «Nel disabile psichico la difficoltà a vivere la sfera dell’intimità e della sessualità alimenta la perdita di autonomia» conferma il testo parlamentare. Ne possono derivare stati di emarginazione affettiva e relazionale. «Sono costrizioni che formano il carattere - spiega ancora Ulivieri - Si diventa chiusi, ma soprattutto si inizia a percepire il proprio corpo come una fonte di dolore».

In assenza di una legge, ognuno si arrangia come può. «Nella maggior parte delle situazioni - spiega il senatore Lo Giudice - le famiglie sono obbligate a ricorrere al mercato della prostituzione». Un fenomeno che riguarda uomini e donne in uguale misura, ovviamente. Eppure limiti umani e ambientali spesso non rendono possibile neppure questa soluzione (peraltro estremamente limitata rispetto alle necessità di cui si parla). «In alcuni casi - continua Ulivieri - sono le madri ad essere costrette a masturbare i figli». Vicende drammatiche, spesso poco conosciute. Il disegno di legge offre una soluzione. Il testo istituisce la figura dell’assistente «per la sana sessualità e il benessere psico-fisico delle persone disabili». Un operatore che deve essere formato con un preciso ciclo didattico di tipo «psicologico, sessuologico e medico», con l’obiettivo finale di aiutare le persone con disabilità psichica o fisico motoria «a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale e a indirizzare al meglio le proprie energie interne, spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività».

Il sesso rappresenta solo una minima parte dell’intervento. «Non è quello il concetto - racconta Fabiano Lioi - Parliamo di prendere coscienza del proprio corpo. Io sono un musicista e un attore, lo conosco il mio corpo. Ma ho amici affetti da distrofia muscolare che non possono dire lo stesso». Maximiliano Ulivieri è d’accordo. «Non si tratta solo di far provare esperienze fisiche ed emotive, ma di agire a livello psicologico ed educativo». In attesa di un riconoscimento ufficiale, il comitato LoveGiver non può promuovere specifici corsi. Però ha già selezionato un primo gruppo di assistenti sessuali. È stata una valutazione lunga e complessa, coordinata direttamente dal professor Quattrini. «Sono stati usati criteri molto severi - dice Ulivieri - privilegiando molto la sfera empatica». Di quasi cento richieste, alla fine sono state individuate solo trenta persone. Uomini e donne. Anche stavolta è bene sottolineare la distanza da qualsiasi fenomeno prostitutivo. «I nostri assistenti non sono escort - racconta Quattrini - Per la maggior parte sono educatori, psicologi, in alcuni casi fisioterapisti».

Mentre il Parlamento continua a ignorare l’argomento, a livello regionale qualcosa si muove. Negli ultimi mesi almeno tre amministrazioni hanno assicurato di voler prendere in considerazione il progetto, annunciando percorsi di sperimentazione. Il comitato LoveGiver racconta l’interesse di Toscana, Emilia Romagna e Piemonte. Inutile negare che nell’opinione pubblica restano i dubbi di tanti. Spesso avvicinata erroneamente alla prostituzione, l’assistenza sessuale per le persone disabili viene vista con disagio, quando non apertamente osteggiata. «Esiste qualcuno a cui questo progetto non va a genio?- risponde Ulivieri - Beh, esiste anche qualcuno che se ne frega. Il consenso totale non si potrà mai ottenere su nulla». Gran parte delle principali associazioni legate al mondo della disabilità non si sono ancora espresse. «Mi invitano a decine di convegni - continua il fondatore di LoveGiver - Mi fanno parlare, poi nessuno vuole mettere la faccia sul nostro disegno di legge. Non capiscono che se tutti si nascondono è difficile creare consenso attorno a questo progetto».

Fonte: Linkiesta.it