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domenica 22 gennaio 2017

La vignetta di Charlie Hebdo sulla slavina che fa arrabbiare (di nuovo) gli italiani

A due giorni dalla slavina che ha colpito l'hotel Rigopiano nel pescarese Charlie Hebdo pubblica una vignetta satirica che fa indignare moltissimi italiani

La vignetta di Charlie Hebdo

Pochi giorni dopo il terremoto di Amatrice del 24 agosto, il giornale satirico Charlie Hebdo aveva pubblicato una vignetta per la quale moltissimi italiani si erano sentiti offesi.

Sull’ultima pagina del giornale compariva infatti un’immagine intitolata "Terremoto all'italiana: penne al sugo, penne gratinate, lasagne", in cui sotto al testo si vedono un uomo e una donna sporchi di sangue e una pila di cadaveri sepolti sotto diversi strati di macerie, che era valsa anche una querela al giornale da parte del comune di Amatrice, per diffamazione aggravata.

A due giorni dalla slavina che ha colpito l'hotel Rigopiano nel pescarese, e che ha scosso l'Italia intera, la storia si ripete. Charlie Hebdo pubblica una vignetta satirica e gli italiani si indignano. Numerosi sono stati infatti i commenti polemici rivolti al giornale attraverso la sua pagina social. L'immagine raffigura la morte che scende dalla montagna su degli sci impugnando due falci al posto delle racchette. La didascalia è: "Italia: è arrivata la neve", e la morte esclama "Non ce ne sarà abbastanza per tutti!", riprendendo una frase solitamente usata quando si parla di promozioni, saldi e simili.

Ecco la vignetta che ha fatto indignare, scatenando nuove polemiche:


Fonte: The Post Internazionale

giovedì 13 ottobre 2016

È morto il premio Nobel Dario Fo

Era nato nel 1926 in provincia di Varese. Nel 1997 vinse il premio Nobel per la letteratura

Dario Fo. Credit: Alessandro Bianchi

Si è spento oggi a Milano Dario Fo, drammaturgo, attore, regista, scrittore, pittore e scenografo italiano. Era nato nel 1926 in provincia di Varese. Nel 1997 vince il premio Nobel per la letteratura. Mistero Buffo è la sua opera più nota e apprezzata in tutto il mondo. Le sue opere sono ispirate alla commedia dell'arte italiana. Per anni è stato impegnato nella satira politica e sociale.

"Con Dario Fo l'Italia perde uno dei grandi protagonisti del teatro, della cultura, della vita civile del nostro paese. La sua satira, la ricerca, il lavoro sulla scena, la sua poliedrica attività artistica restano l'eredità di un grande italiano nel mondo. Ai suoi familiari il cordoglio mio personale e del governo italiano", ha commentato il presidente del consiglio Matteo Renzi.

"Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi", è la motivazione del Nobel che gli fu assegnato dall'Accademia svedese nel 1997.

Fin da giovane fu un attivista di sinistra, insieme con la moglie Franca Rame, attrice e drammaturga scomparsa nel 2013.

Tra le sue opere più importanti anche: Lu Santo Jullare Françesco, Non si paga, non si paga!, Morte accidentale di un anarchico, La marijuana della mamma è la più bella.

Per le elezioni politiche italiane del 2013 manifestò il proprio appoggio alla lista Rivoluzione civile di Antonio Ingroia e al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Lo stesso Grillo propose il nome di Dario Fo come possibile successore dii Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica. Fo declinò dicendo: "Fare questo lavoro è duro e sarebbe disastroso per i miei interessi fondamentali cui tengo molto: tenere lezioni ai ragazzi, incontrarmi coi giovani, avere rapporti creativi, scrivere, tenere conferenze".

Un video tratto da Mistero Buffo:



Fonte: The Post Internazionale

domenica 25 settembre 2016

In Giordania è stato ucciso uno scrittore accusato di vilipendio dell'islam per una vignetta

L'uomo è stato ucciso all'ingresso del tribunale di Amman, dove avrebbe dovuto affrontare un processo per aver pubblicato una vignetta ritenuta offensiva dell'islam

La vignetta incriminata

Lo scrittore giordano Nahed Hattar è stato ucciso oggi 25 settembre all'ingresso del tribunale della capitale giordana Amman, dove avrebbe dovuto affrontare un processo con l'accusa di vilipendio della religione islamica per aver condiviso sui social media una vignetta ritenuta offensiva dell'islam. Lo scrittore è stato ucciso con tre colpi di pistola.

Il killer, un 39enne predicatore musulmano di una moschea della capitale è stato arrestato sul posto, secondo quanto riferiscono i media locali.

Hattar, cristiano e attivista anti-islamista e sostenitore del presidente siriano Bashar al-Assad, era stato arrestato il mese scorso, dopo aver condiviso una caricatura che raffigurava un uomo barbuto in paradiso che fumava mentre era a letto con alcune donne e chiedeva a Dio di portargli del vino e degli anacardi.

Nella vignetta, l'uomo chiedeva inoltre a Dio di lavargli i piatti e di bussare alla porta prima di entrare. La vignetta, secondo le intenzioni dell'autore, era satirica nei confronti dei musulmani radicali e non nei confronti di Allah.

Molti conservatori giordani musulmani hanno comunque considerato l'immagine di Hattar offensiva nei confronti della loro religione.

Due testimoni hanno raccontato che l'assassino indossava un tradizionale abito arabo tipico tra gli ultra conservatori salafiti sunniti che aderiscono a una versione puritana dell'Islam che condanna gli stili di vita occidentali.

Alcuni sostenitori laici e liberali dell'intellettuale hanno detto che il suo arresto è stato una violazione della libertà di parola.

Hattar è stato accusato di vilipendio della religione e di seminare tensioni settarie, dal momento che quel disegno era "un insulto all'entità divina, all'Islam e ai simboli religiosi".

Hattar, che si era scusato anche sui social media, ha detto che non intendeva insultare Dio, ma aveva condiviso la vignetta per prendere in giro i radicali sunniti fondamentalisti che si credevano così potenti da avere persino Dio stesso al loro servizio.

Il governo giordano ha condannato l'attacco. "La legge verrà applicata rigorosamente contro colui che ha compiuto questo atto criminale e colpirà con il pugno di ferro tutti coloro che cercano di danneggiare lo stato di diritto", ha detto il portavoce del governo, Mohammad Momani.

Il gruppo islamista moderato dei Fratelli musulmani ha messo in guardia contro il divampare di tensioni religiose e settarie in un paese in cui i giordani cristiani sono una minoranza, ma hanno una vasta influenza politica ed economica.

La vignetta incriminata:


Fonte: The Post Internazionale

venerdì 2 settembre 2016

La vignetta di Charlie Hebdo sulle vittime del terremoto in Italia

Una vignetta comparsa sull'ultimo numero del celebre giornale satirico sta scatenando molte polemiche per il tono offensivo con cui tratta la tragedia del sisma

La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto del centro Italia.

Nell’ultimo numero di Charlie Hebdo, il noto giornale satirico francese, è comparsa una vignetta che questa volta non ha indignato gli estremisti islamici, ma moltissimi italiani che si sono sentiti offesi per il tono con il quale è stato trattato il sisma che ha colpito il centro Italia il 24 agosto, causando la morte di quasi trecento persone.

Sull’ultima pagina del giornale, comparso in edicola mercoledì 31 agosto, compare infatti un’immagine intitolata "Terremoto all'italiana: penne al sugo, penne gratinate, lasagne", in cui sotto al testo si vedono un uomo e una donna sporchi di sangue e una pila di cadaveri sepolti sotto diversi strati di macerie.

(La vignetta di Charlie Hebdo che ha suscitato la polemica)


La vignetta ha suscitato molta indignazione da quando è comparsa su Twitter, e nonostante in Francia non abbia finora fatto notizia, gli italiani sembrano non aver apprezzato questo genere di ironia.

Sempre all’interno del giornale è comparsa anche un’altra battuta relativa al terremoto, che ha affrontato il dramma con una dubbia ironia rivolta all’islamismo: "Circa trecento morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa che il sisma abbia gridato 'Allah akbar' prima di far tremare la terra".

Fonte: The Post Internazionale

martedì 27 ottobre 2015

La parola agli esperti


In Italia funziona così. Non solo ogni tanto qualcuno si improvvisa specialista in qualche disciplina, ma spesso viene pure preso sul serio. Laddove, quando a pronunciarsi sono i veri esperti, tutti hanno da ridire. Parla uno che senza aver mai aperto un libro di medicina pretende di avere inventato una cura miracolosa, e c’è gente che scende addirittura in piazza a manifestare in suo favore. Parla uno scienziato, e anche chi non sa nemmeno in quale pianeta sia vissuto Galileo si sente in diritto di avanzare dubbi e insinuare sospetti.

Il discorso non cambia se passiamo alla politica. Renzi fa una politica di destra. Ancor prima del sostegno di Confindustria e dell’ostilità del sindacato, lo dicono i fatti. Ciudadanos, il movimento spagnolo che ha un programma molto simile al suo (i renziani spagnoli, come sono stati definiti da qualcuno) si colloca a destra e nessuno dice che è di sinistra. In Italia, invece, no. Basta che Renzi, o chi per lui, dica di essere di sinistra e i fatti passano in secondo piano. Eppure se proprio non si arriva a distinguerli, i fatti, basterebbe affidarsi al giudizio degli addetti ai lavori.

Abbiamo, per esempio, sentito Ferrara, la cui competenza è fuori discussione, sostenere che Renzi è l’erede naturale di Berlusconi. Abbiamo sentito Ennio Floris, che Berlusconi conosce come le sue tasche – le quali, per chi non lo sapesse, conosce benissimo – indicare in Renzi il figlio di Berlusconi. E abbiamo sentito pure Cicchito affermare che il presidente-segretario ha addirittura superato Berlusconi. Finanche Adriano Tilgher, poco noto ai più, ma che di fascismo e delle cose di destra in generale può essere annoverato tra i massimi esperti, ha candidamente dichiarato che Renzi è il nuovo leader della destra.

Ma, viene da chiedersi, perché in Italia persiste questa brutta abitudine? Perché ci ostiniamo a non dare retta a quelli che se ne intendono? Per prendere atto che Renzi è di destra, chi altri dovrebbe esprimersi? Si aspetta forse che a dargli il suo imprimatur sia Mussolini uscito dalla tomba?

Fonte: Botta di Classe

mercoledì 29 aprile 2015

Bufale e giornali, quando i clic sostituiscono la serietà

Le notizie false girano sul web ad una velocità impressionante. Anche colpa dei giornali online. Che non verificano e non rettificano


Ricordate quando sono stati ritrovati in Messico i corpi degli studenti rapiti in una fossa comune? E la notizia della donna che si è fatta impiantare il terzo seno? O la più recente notizia dell’abolizione del bollo per l’auto? Per non parlare delle arance infettate con Aids e quella della bambina malata ibernata in attesa di nuove cure? Beh, se ve le ricordate forse non sapete che tutte e tre queste notizie che sono circolate in rete tra lo scorso autunno e questa primavera hanno un unico comun denominatore: sono false.

Bufale, un tanto al chilo. È il prezzo del web. Se è vero che la rete consente a tutti di esprimere il proprio pensiero ad una sempre più ampia platea, è altrettanto vero che c’è un maggior rischio che notizie non verificate o certamente false passino da schermo a schermo e da tastiera a tastiera, diventando “vere”. Talvolta è colpa dell’ingenuità di chi scrivere, molto più spesso la creazione di bufale (e il loro effetto virale sui social network e sui giornali online) fruttano agli inventori e ai giornali che li riprendono svariate migliaia di euro di ritorno pubblicitario. E non mancano poi le bufale create ad arte come quelle prodotte da regimi autoritari. La Russia, per esempio, è uno dei paesi che maggiormente utilizza la propaganda via web per far passare una certa e predeterminata visione della situazione in Ucraina. Tra i fake più clamorosi quella foto satellitare che ritrarrebbe il volo civile abbattuto sui cieli ucraini da un Mig di Kiev. Peccato che la foto sia un clamoroso falso che ha girato sul web ad una velocità impressionante, diventando per molti, anche grazie alle cosiddette “pagine” di contro-informazione, “verità accertate” e “prove inconfutabili”.

Un libro per riflettere. Craig Silverman, giornalista canadese esperto di bufale sul web, ha scritto un interessante libro “Bugie, bugie virali e giornalismo” (tradotto in italiano e distribuito gratuitamente in ebook da il Post), un ottimo manuale per chi produce informazione ma importante compendio anche per chi sulla rete si informa, per conoscere i meccanismi che stanno dietro ad una bufala: propaganda politica, interessi pubblicitari o fake per colpire aziende concorrenti. Lo potete scaricare qui.

La rettifica, questa sconosciuta. Silverman spiega come i giornali online spesso non verificano notizie false e, anche quando la bufala è conclamata, raramente rettificano la notizia. Quasi mai vengono corretti i primi articoli, ma vengono – semmai – scritti dei nuovi per specificare meglio la notizia o per chiedere venia ai propri lettori. In questo modo, però, la bufala rimane online e continua a girare per mesi, se non – addirittura – per anni. Così, l’industria del falso si alimenta da sé: produce guadagni ai creatori del fake (o un ritorno non necessariamente economico) e ai giornali che l’hanno ripresa, e genera caos informativo sui social network dove è sempre più difficile distinguere le notizie vere da quelle false. E non aiuta nemmeno più autorevolezza della testata che la riporta. Anzi, una buona fascia degli utenti di internet è più propensa a credere ad un blog sconosciuto che ad un giornale storicamente affermato.

Razzisti, narcisi e Lercio. Il fenomeno è mondiale e non interessa solo l’Italia. Nel nostro Paese esistono siti di propaganda politica (soprattutto di estrema destra e filo-Putin) che pubblicano notizie false o inesatte soprattutto contro immigrati, politici e personaggi famosi. A farne le spese, proprio in questi giorni, è Gianni Morandi che aveva difeso i migranti e per questo “colpito” sul web con una foto bufale di una sua presunta villa (“Dove può ospitare gli immigrati”), che poi si è scoperto sia un ospizio. Ci sono poi i creatori di bufale che potremmo definire “narcisi”. È il caso di Ermes Maiolica, già scovato dalla trasmissione Le Iene qualche mese fa, che firma tutte le bufale che fa girare sul web. E non mancano nemmeno i siti satirici come l’oramai noto “Lercio”. In realtà, questo è un sito di satira che produce bufale per irridere il mondo dell’informazione. Il problema è che ci sono ancora giornali che prendono Lercio come fonte attendibile pur essendo chiaro l’intento provocatorio.

Fonte: Diritto di critica

mercoledì 15 aprile 2015

Pizza o McDonalds? L’ironico contro-spot dei napoletani

I bambini preferiscono la "pizza a portafoglio": nel video del food blogger "Puok e med" l'ironica e tagliente risposta alla multinazionale americana del fast food.



"Papà, ma ch'amma fa cu' sta schifezza? Io voglje ‘a pizza!". Stavolta la risposta allo spot anti-pizza di McDonalds Italia è alla napoletana: ironica e tagliente. Sono i bambini in un video ideato da Egidio Cerrone, alias "Puok e med", giovane food-blogger partenopeo, a replicare alla multinazionale autrice della discusso spot pubblicitario in cui i bambini preferiscono il fast food alla pizzeria. Il video girato da Giuseppe Tuccillo con le musiche di Danjlo Turco ha già ottenuto un enorme successo su Facebook, con migliaia di condivisioni, like e commenti divertiti alle immagini di bambini dall'inconfondibile accento partenopeo che addentano tranci di pizza.

Nel video di "Puok e med" ad essere celebrata è la popolare "pizza a portafoglio", gustosa variante "mini" e da asporto della pizza margherita, venduta per lo più all'ora di pranzo dalle pizzerie e gustata in piedi, davanti al banco, nella caratteristica posizione "incurvata" per evitare che l'olio finisca sulla giacca. Anche questo è "fast food" sembra sottintendere il provocatorio video che dopo, l'incursione dei pizzaioli in una sede napoletana del colosso americano, allontana con una grassa risata il polverone polemico sollevato dal messaggio della campagna McDonald's.

Fonte: fanpage.it

lunedì 30 marzo 2015

Chicche giornalistiche (e non solo) di fine marzo. Imperdibili


La signora D'Urso annuncia l'uscita dei nuovi dati auditel, così.
Posted by Nonleggerlo on Lunedì 30 marzo 2015


Top 10: la classifica dei migliori tweet (e post su Facebook) scritti da #Salvini.#nonrassegna L'Espresso #Lega
Posted by Nonleggerlo on Lunedì 30 marzo 2015


Genio.#Gazebo
Posted by Nonleggerlo on Domenica 29 marzo 2015


#epicfail del @corriereit: come chiama #Vettel?… #Lubitz, il copilota del disastro aereo.@Mantzarlis #nonrassegna
Posted by Nonleggerlo on Domenica 29 marzo 2015


Messi male.#nonrassegna
Posted by Nonleggerlo on Giovedì 26 marzo 2015


Buongiorno...
Posted by Nonleggerlo on Giovedì 26 marzo 2015


Viste sulla pagina Facebook di Nonleggerlo

giovedì 5 marzo 2015

Je suis Prageeth Eknaligoda

La storia del vignettista dello Sri Lanka scomparso 5 anni fa per la sua satira contro il governo e di cui non si hanno notizie

di Lorena Cotza


Fu sua moglie l'ultima persona a sentire la sua voce.

La sera del 24 gennaio 2010, Prageeth la chiamò dopo aver lasciato il suo ufficio per avvisarla che stava per tornare a casa.

La donna aspettò sveglia per ore, ma quella notte Praageth non ritornò. A cinque anni di distanza, ancora non si hanno sue notizie.

Il giornalista, commentatore politico e vignettista satirico Prageeth Eknaligoda da tempo era nella lista nera del governo dello Sri Lanka: le sue critiche anti-governative e la sua satira sferzante non passavano facilmente inosservate. Fu fatto “sparire” quattro giorni prima delle elezioni presidenziali.

Nonostante il disperato appello della moglie Sandhya, il governo dello Sri Lanka si è finora rifiutato di lanciare un'investigazione sul caso e ha negato qualsiasi responsabilità.

Quando la donna andò alla stazione di polizia per denunciare l'accaduto, fu accusata di essere una bugiarda e di essersi inventata tutto solo per fare pubblicità al marito.

Secondo diverse organizzazioni per la libertà di stampa e i diritti umani - come PEN e Amnesty International - l'ipotesi più plausibile è che i responsabili della sparizione siano forze pro-governative.

“Da quando Prageeth è scomparso molte persone mi hanno chiesto perché non avessi cercato di fermarlo e di farlo smettere di scrivere”, racconta Sandhya in un'intervista a The Independent. “Ma perché avrei dovuto? Non stava facendo nulla di male. Cercava solo di far qualcosa di buono per il futuro del nostro Paese”.

Per 26 anni lo Sri Lanka è stato teatro di una sanguinosa guerra civile (1983 - 2009), combattuta tra le forze governative e il movimento separatista delle Tigri Tamil. Il conflitto era esploso a causa delle tensioni tra la minoranza tamil, prevalentemente di religione hindu, e la maggioranza buddista dei cingalesi.

Prageeth Eknaligoda proveniva da una ricca famiglia aristocratica di etnia cingalese. Avrebbe potuto condurre una vita agiata, ma nel 1971 - dopo aver assistito alla sanguinosa repressione del governo contro i tamil - si appassionò al socialismo, rinunciò ai suoi averi e iniziò a lavorare prima in un sindacato e poi come giornalista.

All'epoca della sua sparizione, Prageeth lavorava per il sito web Lanka E-news e stava investigando sul presunto uso di armi chimiche contro i civili da parte delle forze governative, negli scontri contro i ribelli delle Tigri Tamil.

Nelle sue vignette satiriche, Prageeth puntava il dito contro la corruzione del governo, gli abusi dei diritti umani e la mancanza di vera democrazia nel Paese.

In uno dei suoi disegni più celebri, una donna seminuda è a terra di fronte a un gruppo di uomini che la guardano e ridono. La didascalia, “La democrazia è ciò che preferisce la maggioranza”, si riferisce ai crimini nei confronti della minoranza etnica tamil di cui si è macchiato il governo cingalese, pur essendo stato eletto democraticamente.

Nello Sri Lanka giornalisti e scrittori sono spesso vittime di violenze e intimidazioni. In seguito all'attacco alla redazione di Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio, diverse associazioni hanno lanciato appelli alla comunità internazionale, per non dimenticare gli attacchi alla libertà di stampa nello Sri Lanka e per puntare i riflettori sulle varie testate in stile “Charlie Hebdo” di cui raramente si sente parlare.

Dal 1992, in Sri Lanka 19 giornalisti sono stati uccisi a sangue freddo, nella più totale impunità.

Poco dopo le elezioni del 26 gennaio 2010, in cui il presidente Mahinda Rajapaksa fu rieletto per il secondo mandato, la redazione di Lanka E-news fu distrutta da un incendio doloso. Il direttore del giornale fu costretto a lasciare il Paese: le intimidazioni e le minacce erano ormai costanti e le autorità non offrivano alcuna protezione.

Lo stesso Praageth era già stato vittima di un attacco nell'agosto del 2009, quando fu bendato e sequestrato per una notte intera.

Secondo l'associazione Committee to Protect Journalists, i suoi sequestratori gli dissero che stava parlando troppo e che avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa.

Nei mese seguenti, Praageth e sua moglie continuarono a ricevere chiamate intimidatorie e c'era sempre un “camion bianco” senza numero di targa parcheggiato di fronte alla loro casa.

Questo tipo di sparizioni, per i familiari, sono quasi peggiori della morte: “Non sapere dov'è la persona che ami è una tortura psicologica. Ed è peggiore di una tortura fisica, perché non lascia alcuna traccia che tu possa far vedere al mondo”, dice Sandhya Eknaligoda.

I camion bianchi sono tristemente famosi nel Paese: oppositori del regime, giornalisti e attivisti che vengono caricati sui “white vans” difficilmente tornano a raccontare le loro storie.

Secondo i dati dell'Onu, lo Sri Lanka è il Paese con il più alto numero di “sparizioni forzate” al mondo. La maggior parte dei casi si sono verificati durante la guerra, ma Amnesty International ha denunciato oltre una ventina di casi anche negli ultimi anni.

Nonostante la guerra civile si sia conclusa nel 2010, le ferite sono ancora aperte.

Dopo decenni di combattimenti, nel 2008 il presidente Rajapaksa lanciò un’ultima offensiva contro le Tigri Tamil. I civili furono spinti dall'esercito verso la cosiddetta “no-fire zone”, un’area neutrale dove gli era stata promessa assoluta protezione.

Ma si rivelò una trappola: il governo bombardò intenzionalmente l'area, colpendo anche campi per rifugiati e ospedali. Secondo l'Onu, nell'ultima fase del conflitto furono uccise tra le 40 e le 70 mila persone. Gran parte dei crimini commessi contro i civili durante gli ultimi anni della guerra sono ancora impuniti.

È per questo che il nuovo presidente Maithripala Sirisena - eletto lo scorso 8 gennaio - ha incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta alla corruzione e sul rendere giustizia alle vittime del conflitto.

“L'incredibile vittoria di Sirisena segna una grande opportunità per lo Sri Lanka e per il rispetto della libertà di stampa nel Paese”, ha commentato Sumit Galhotra, ricercatrice per l'organizzazione Committe For Protecting Journalists, in un'intervista a Inter Press Service.

“Un chiaro senso in questa direzione sarebbe rispondere all'appello di Sandhya Eknaligoda, che cerca suo marito da ben cinque anni”, ha concluso la donna.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 12 febbraio 2015

Tutti sono Charlie. E di Erri De Luca nessuno parla

Il processo a carico dello scrittore napoletano è cominciato lo scorso 28 Gennaio. È stato rinviato al 16 Marzo. L’accusa: istigazione a delinquere


In realtà, non è proprio così. Qualcuno che parla di Erri De Luca c’è: ma si tratta di blogger, piccoli siti, coraggiosi anti-sistema che s’arrampicano con le loro arringhe virtuali e provano a combattere i Mulini al Vento. Sulle grandi testate, di De Luca si parla quel tanto che basta per riempire uno spazio: che sta succedendo, perché, qual è l’accusa. Ci interessa oppure no.

Di Erri De Luca conservo i ricordi di quand’ero bambino, quando per la prima volta sfogliavo i suoi libri, piccoli, sottili, che potevo rigirarmi tra le mani e che mi incuriosivano per l’odore, per le parole che portavano stampate; per i bei colori delle copertine. Poi ci sono i ricordi dell’adolescenza, quando De Luca è diventato un maestro e anche un confidente – era lui, talvolta, a suggerirmi come dire una data cosa. E quindi quelli di oggi, quelli moderni: quelli che allo scrittore mischiano l’attivista, e alle sue parole associano il reato imputato. Il parallelismo, dovuto e sinceramente sentito da qualcuno, tra la storia di Erri De Luca, accusato di istigazione a delinquere, e quella di Charlie Hebdo è un pigrissimo esercizio di stile e di retorica, che riempie bene i titoli ma che, tirate le somme, non viene affrontato nel modo giusto.

Si parte da troppo lontano o da troppo vicino, e alla fine tutto quello che resta è un cartello: quello appeso, in decine e decine di copie, fuori dall’aula del tribunale nella quale De Luca sta venendo processato. Je suis Erri, e la voce si fa mantra, litania, preghiera, ecc. ecc
La questione, qui, è un’altra. Parliamo di un uomo, un poeta e scrittore, che ha detto una frase: la TAV va sabotata. E nel verbo sabotare De Luca è riuscito a trovare cento e più significati e sfumature, la resistenza democratica all’oppressore e la giustezza e l’importanza di certe posizioni che riprendono a piene mani l’anti-violenza di Gandhi.
La TAV va sabotata perché è stata imposta; perché non è condivisa, perché per essere costruita decine e decine di famiglie perderanno la casa, il lavoro, la terra. E che senso ha un’opera pubblica quando minaccia e colpisce la società? Il ragionamento non è così oscuro, e sinceramente l’istigazione al sabotaggio non è neppure così veniale come qualche magistrato potrebbe pensare. C’è un ragionamento, condivisibile o meno; e c’è la libertà di un uomo di potersi esprimere: non è una frase fine a se stessa, quella che De Luca ha detto; è la conclusione di un passaggio logico lineare e puntuale, che forse con l’istigazione di reato ha poco e niente a che fare.

Non c’è un richiamo all’intervento armato, alla lotta, alla violenza; c’è il passivo subire. Il sabotaggio si fa bloccando, fermando, imponendo la propria presenza. Sabota anche chi, semplicemente, evita il regolare svolgimento di un’attività: chi si mette davanti alle macchine in strada; chi allarga le braccia e rimane fermo, immobile, davanti all’ingresso di un negozio. Chi non fa (non compra, non accetta, non vota).

«La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori»

Erri De Luca è l’operaio-scrittore, quello che più di ogni altro ha saputo dare voce a una fetta di società, alla classe dipendente, alla lotta contro il sistema e il “padrone”; Erri De Luca non è un sovversivo, non lo è nella stessa misura in cui essere sovversivi viene (male) interpretato nella pura e sfiancante illegalità dei gesti. Uno scrittore che non fa questo, che non diventa interprete e garante della sofferenza dei suoi lettori, non è uno scrittore che mira a cambiare qualcosa con la propria opera. E prima di essere uno che racconta le storie, De Luca è uno che le vive: è protagonista non solo voce. Le vuole vedere con i propri occhi le barricate, le manifestazioni, la rimostranze.
“La TAV va sabotata” e dal nulla nasce l’istigazione a delinquere.
Dimentichiamo l’atto dovuto della critica al più forte, dello sfottò del più povero contro il più ricco. Questa è la satira, ma è pure, più generalmente, la libertà di espressione. E in essa rientrano anche Erri De Luca e la sua dichiarazione, così come rientrano Charlie Hebdo e le sue vignette.
“La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori”, scrive Erri De Luca ne “Il giorno prima della felicità”. Ed è vero: la libertà non è così scontata come si potrebbe pensare; è un valore attivo più che passivo. L’uomo nasce libero, cresce libero, ma potrebbe morire schiavo. E la schiavitù non è solo quella delle catene e del lavoro; è pure quella della mente, del pensiero, della fantasia. Un governo che ti dice – che ti impone – cosa puoi o cosa non puoi dire; chi ti accusa di istigare alla violenza e a commettere reato se al pensiero fai seguire la parola (e non l’azione); chi ti dice cosa puoi e cosa non puoi diventare, sono anche queste tante piccole forme di schiavitù. Di mancata libertà. E ora possiamo dire tutti quanti, io sto con Erri o je suis Erri. Ma non basta ripeterlo ad alta voce perché il nostro desiderio si realizzi. Qui è in gioco la libertà d’espressione, la stessa che ci siamo sentiti legittimati a difendere quando sono morte 12 persone nella redazione di Charlie Hebdo; la stessa che, ogni giorno, sputiamo in faccia a chi uccide, tortura, impone la propria fede all’altro. Invocare il sabotaggio è istigazione a delinquere? Allora lo è anche dire che non si è d’accordo, che alla tua idea oppongo la mia; che non accetto certe condotte, che la politica faccia talvolta malgoverno.

(testo di Gianmaria Tammaro, foto GettyImages)

Fonte: GQItalia.it

martedì 13 gennaio 2015

Charlie Hebdo domani sarà normalmente in edicola. Ecco la copertina

Charlie Hebdo non si ferma neanche dopo l'attentato della scorsa settimana in cui sono morti 10 membri della redazione. Il settimanale satirico domani sarà normalmente in edicola. Il sito Libération ha diffuso la copertina che uscirà mercoledì nelle edicole francesi. Di questo numero saranno stampate 3 milioni di copie. I vignettisti hanno ripreso regolarmente a lavorare venerdì sera, a 48 ore dall'attacco armato. Ecco la copertina:


'Tout est pardonné' che tradotto vuol dire 'Tutto è perdonato'. L'immagine raffigura Maometto con il cartello Je suis Charlie. Una vignetta poco offensiva ma che farà discutere. Maometto come potrebbe definirsi Charlie dal giornale che ha deriso lui e la religione musulmana più di una volta? Comunque neppure l'attacco armato ha fermato la satira di Charlie Hebdo. Una buona notizia. Come ogni mercoledì il settimanale satirico sarà normalmente in edicola.

venerdì 9 gennaio 2015

Siamo tutti Charlie Hebdo

Disegnatori di tutto il mondo hanno espresso solidarietà con le loro vignette verso la rivista Charlie Hebdo

di Caterina Michelotti


Il 7 gennaio 2015 - segnatevi questa data - uomini armati hanno fatto irruzione nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e hanno aperto il fuoco. Tra i dodici morti, giornalisti e fumettisti, compreso il direttore.

In risposta all'attacco, considerato un attentato alla libertà di stampa, diversi illustratori di tutto il mondo hanno disegnato vignette di solidarietà verso la rivista Charlie Hebdo.

Leggi cosa sta succedendo a Parigi,
aggiornamenti - Sette gennaio 2015, scolpitevi nella mente questa data. Il commento di Davide Lerner

(Sotto il fumetto di Chappatte, International New York Times)


(Sotto: Ruben L. Oppenheimer)



(Sotto: la copertina del The Independent)


(Sotto: L'illustratrice Lucille Clerc per la strage di Charlie Hebdo. Il suo disegno è stato pubblicato dall’account Instagram di Banksy.)


(Sotto: Bernardo Erlich)


(Sotto: Darrin Bell, Washington Post)


(Sotto: Joep Bertrams)


(Sotto: Maumont)


(Sotto: David Pope)


(Sotto: Satish Acharya)


(Sotto: Ann Telnaes, Washington Post)



(Sotto: Boulet)


(Sotto: James Walmesley)


Fonte: The Post Internazionale

Articoli correlati

Sette gennaio 2015

La sparatoria nella redazione di Charlie Hedbo

giovedì 8 gennaio 2015

Je suis Charlie


L'attacco armato contro la redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, nel quale sono morte almeno 12 persone, rappresenta un agghiacciante assalto alla libertà d'espressione. Ogni uomo deve essere libero di esprimere le sue idee, in qualsiasi modo. Piena solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo. E un pensiero voglio rivolgerlo al Direttore Stéphane Charbonnier, detto Charb, e ai disegnatori uccisi.

lunedì 17 novembre 2014

Opinione del Rockpoeta: Una drammatica giornata di sole…


Mi chiamo Daniele Verzetti, in arte Rockpoeta, sono genovese e sono molto preoccupato. Abbiamo una grave emergenza: oggi è domenica 16 novembre 2014 ed in Liguria abbiamo il sole. E' un dramma perchè non sappiamo come gestire quest'evento così raro ed emergenziale.

Abbiamo paura di subire danni seri agli occhi per l'eccesso di luce. Forse la nostra pelle potrebbe scottarsi. Aggiungo che fa troppo caldo e temiamo una forte siccità.

E poi, tutti quei soldi spesi per canoe, gommoni e stivaloni. Se ora queste emergenze si riproponessero maggiormente, avremmo problemi anche a spostarci non avendo più automobili ed altri mezzi di locomozione su gomma.

Perdonate questo prologo sarcastico e denso di amarezza. Denso come il fango che ha invaso la mia terra, come i fiumi pieni di terra e detriti che hanno invaso strade e paesi ed ancora anche la mia città, Genova. 

Perdonatemi, perchè se è vero che queste tragedie sono figlie di errori (o forse sarebbe meglio dire di orrori) che hanno origine nel passato, va anche detto che hanno anche colpe molto recenti. Aver costruito sui greti dei torrenti nei decenni scorsi è una grave colpa, ma perseverare oggi con la cementificazione selvaggia, come nel caso dei box in costruzione a Piazza Rotonda a Borgoratti nel capoluogo ligure con la frana relativa verificatasi ieri, proprio in quel punto, o il voler fare 15.000 mq di centro commerciale alla Foce nell'area dell'ex Fiera, dimostra come questi siano tutti segnali di come non si voglia cambiare in alcun modo direzione.

Nel 2015 avremo le elezioni regionali. Ovvio che mi auguro che la Paita non sia nemmeno tra le possibili scelte per il Governatore della Regione. Su Cofferati, mi limito a dire che l'esperienza di Bologna non mi fa ben sperare e che sono anche stanco che si portino dei big a svernare nei comuni importanti o nelle grandi Regioni per far fare loro qualcosa.

Sostengo, inoltre, che per risolvere forse queste problematiche, ci vorrebbero alcune svolte concrete. In primis le grandi opere: no alla gronda ed al terzo valico e sì allo scolmatore da 250 milioni di euro per il Bisagno. Sì ad altre opere di medio termine e di prima necessità per cercare di difendersi al meglio in attesa di vedere conclusa la mega opera dello scolmatore. Aggiungo poi che in certi casi come terremoti, alluvioni, ecc., i soldi che i Comuni hanno e che sono assurdamente bloccati dal Patto di Stabilità, dovrebbero essere invece svincolati dallo stesso ed usati. Vi faccio un esempio concreto e reale: Ceriale, ridente località turistica della Riviera Ligure di Ponente: ebbene loro hanno un rio che esonda sempre alla minima precipitazione. Quel comune, ha detto il Sindaco, ha sia i soldi che il progetto per realizzare quanto serve per mettere gli abitanti di Ceriale in sicurezza e quindi mettere quel rio in condizione di non nuocere più, ma ovviamente, non li può usare. Questa è l'Europa, un'Europa che secondo me va riformata seriamente e non nella direzione voluta dalla BCE, da Renzi e dalla Merkel. Comunque, queste sono altre questioni, da discutere in seguito. 

Ora vi devo lasciare, i raggi del sole sono adesso troppo forti e devo chiudere le persiane per difendermi. E spero che queste barriere di luce siano sufficienti per limitare i danni...

Daniele Verzetti Rockpoeta®

Vi propongo questa mia poesia intitolata 'In ginocchio nel fango': http://agoradelrockpoeta.blogspot.it/2014/11/langolo-del-rockpoeta-in-ginocchio-nel.html

Daniele Verzetti Rockpoeta
Blog: http://www.agoradelrockpoeta.blogspot.it/
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E-mail: daniverpoeta@yahoo.it

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giovedì 10 gennaio 2013

martedì 25 settembre 2012

E' iniziato il cambiamento!

Dovrei aprire una nuova rubrica e chiamarla tipo Daniela Santanchè e i social network. Ieri avevo postato un suo strafalcione grammaticale clamoroso su Twitter. Oggi, invece, la Santanchè ha scritto questo post su Facebook:


L'aeroporto di Ciampino era chiuso per lavori e Berlusconi ha preso un treno!!!
E' iniziato il cambiamento si, ma ... di mezzo!!!

martedì 19 giugno 2012

Il biscotto? Meglio le orecchiette

E così il biscotto, questa volta, non c'è stato. L'Italia si è qualificata per i quarti di finale dell'Europeo. Avrà portato bene anche questa tifosa col suo cartello:


Evviva la cucina italiana...