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martedì 9 gennaio 2018
Raffale Marra – ex dirigente del comune di Roma – è stato rinviato a giudizio, il processo inizierà il 20 aprile
L’ex dirigente del comune di Roma Raffaele Marra è stato rinviato a giudizio con l’accusa di falso. Il suo processo inizierà il prossimo 20 aprile. Marra, ex capo del personale, è accusato di aver favorito il fratello per fargli ottenere un posto in comune. Marra è un ex ufficiale della Guardia di Finanza, a lungo collaboratore dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. La sindaca Virginia Raggi lo considerava uno dei suoi collaboratori più fidati e lo ha difeso pubblicamente più volte, anche dagli attacchi degli altri membri del Movimento 5 Stelle. Marra era indagato insieme a Raggi, accusata di falso per aver avvallato le nomine di Marra. Raggi ha richiesto di essere giudicata con rito immediato. Il suo processo inizierà il 21 giugno.
Fonte: Il Post
martedì 17 ottobre 2017
La giornalista che ha indagato sui MaltaFiles è morta nell’esplosione della sua auto
Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno agitando l'Europa
Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, è morta nell’esplosione della sua automobile a Bidnija, nella parte settentrionale dell’isola.
Secondo l’agenzia stampa Reuters non si tratta di un incidente, ma le circostanze sono ancora da verificare. Stando alle prime notizie diffuse dalla polizia maltese, la Peugeot 108 sulla quale si trovava la giornalista è esplosa a causa di un ordigno molto potente.
Caruana Galizia aveva seguito l’inchiesta internazionale sui MaltaFiles, secondo la quale la piccola isola del Mediterraneo sarebbe diventata un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea.
Secondo la stampa maltese, Caruana Galizia aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte quindici giorni fa.
È stata inoltre la prima a diffondere la notizia del coinvolgimento nei Panama Papers di Konrad Mizzi e Keith Schembri, rispettivamente capo staff di Muscat e ministro dell’Energia e della Salute.
Una delle sue inchieste più recenti aveva lanciato ombre su Michelle Muscat, moglie del primo ministro, accusata di essere la beneficiaria di una società con sede a Panama che muoveva ingenti quantità di denaro su conti bancari in Azerbaigian.
Caruana Galizia, la cui carriera era iniziata nel 1987 sulle pagine del Times of Malta, aveva 53 anni e gestiva un blog molto popolare chiamato Running Commentary sul quale denunciava casi di presunta corruzione a Malta.
Tra i bersagli della giornalista anche il primo ministro maltese, Joseph Muscat, che ha definito l’attentato “un barbarico attacco alla libertà di stampa”.
“Non mi fermerò fino a quando non sarà fatta giustizia. Il nostro paese lo merita”, ha detto Muscat in un messaggio televisivo.
Inoltre, il politico quarantatreenne ha annunciato che l’FBI (Federal Bureau of Investigation), ente investigativo di polizia federale degli Usa, aiuterà nelle indagini mandando alcuni agenti sull’isola.
Adrian Delia, leader dell’opposizione maltese, ha detto che la blogger è stata vittima di “un omicidio politico”.
Delia ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per far luce sulle cause della sua morte: “Non accetteremo un’indagine condotta da polizia, esercito o magistratura, i cui vertici sono stati duramente criticati da Caruana Galizia”, ha aggiunto Delia.
Lo scandalo che la donna aveva fatto emergere aveva portato Joseph Muscat a indire elezioni anticipate lo scorso giugno, nuovamente vinte dal partito Laburista da lui guidato.
Quest’anno Caruana Galizia era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno “modellando e agitando l’Europa”.
I giornalisti dell’Espresso, con i quali Caruana Galizia aveva collaborato per i Panama Papers, hanno manifestato il loro cordoglio: “Apprendiamo con sgomento e dolore la notizia dell’uccisione della coraggiosa collega Daphne Caruana Galizia , vittima oggi a Malta di un attentato”.
“Il brutale omicidio di Daphne dimostra ancora una volta quanto un’informazione documentata e di denuncia sia percepita come un pericolo dai potenti e della criminalità organizzata”, si legge nell’articolo di commiato.
Fonte: The Post Internazionale
Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, è morta nell’esplosione della sua automobile a Bidnija, nella parte settentrionale dell’isola.
Secondo l’agenzia stampa Reuters non si tratta di un incidente, ma le circostanze sono ancora da verificare. Stando alle prime notizie diffuse dalla polizia maltese, la Peugeot 108 sulla quale si trovava la giornalista è esplosa a causa di un ordigno molto potente.
Caruana Galizia aveva seguito l’inchiesta internazionale sui MaltaFiles, secondo la quale la piccola isola del Mediterraneo sarebbe diventata un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea.
Secondo la stampa maltese, Caruana Galizia aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte quindici giorni fa.
È stata inoltre la prima a diffondere la notizia del coinvolgimento nei Panama Papers di Konrad Mizzi e Keith Schembri, rispettivamente capo staff di Muscat e ministro dell’Energia e della Salute.
Una delle sue inchieste più recenti aveva lanciato ombre su Michelle Muscat, moglie del primo ministro, accusata di essere la beneficiaria di una società con sede a Panama che muoveva ingenti quantità di denaro su conti bancari in Azerbaigian.
Caruana Galizia, la cui carriera era iniziata nel 1987 sulle pagine del Times of Malta, aveva 53 anni e gestiva un blog molto popolare chiamato Running Commentary sul quale denunciava casi di presunta corruzione a Malta.
Tra i bersagli della giornalista anche il primo ministro maltese, Joseph Muscat, che ha definito l’attentato “un barbarico attacco alla libertà di stampa”.
“Non mi fermerò fino a quando non sarà fatta giustizia. Il nostro paese lo merita”, ha detto Muscat in un messaggio televisivo.
Inoltre, il politico quarantatreenne ha annunciato che l’FBI (Federal Bureau of Investigation), ente investigativo di polizia federale degli Usa, aiuterà nelle indagini mandando alcuni agenti sull’isola.
Adrian Delia, leader dell’opposizione maltese, ha detto che la blogger è stata vittima di “un omicidio politico”.
Delia ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per far luce sulle cause della sua morte: “Non accetteremo un’indagine condotta da polizia, esercito o magistratura, i cui vertici sono stati duramente criticati da Caruana Galizia”, ha aggiunto Delia.
Lo scandalo che la donna aveva fatto emergere aveva portato Joseph Muscat a indire elezioni anticipate lo scorso giugno, nuovamente vinte dal partito Laburista da lui guidato.
Quest’anno Caruana Galizia era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno “modellando e agitando l’Europa”.
I giornalisti dell’Espresso, con i quali Caruana Galizia aveva collaborato per i Panama Papers, hanno manifestato il loro cordoglio: “Apprendiamo con sgomento e dolore la notizia dell’uccisione della coraggiosa collega Daphne Caruana Galizia , vittima oggi a Malta di un attentato”.
“Il brutale omicidio di Daphne dimostra ancora una volta quanto un’informazione documentata e di denuncia sia percepita come un pericolo dai potenti e della criminalità organizzata”, si legge nell’articolo di commiato.
Fonte: The Post Internazionale
martedì 26 settembre 2017
La storia dei concorsi truccati all’università
Cosa sappiamo sull'indagine della procura di Firenze e sui sette professori universitari arrestati con l’accusa di corruzione
Sui giornali di oggi ci sono maggiori dettagli sulla vicenda dei sette professori di diritto tributario messi agli arresti domiciliari da ieri, lunedì 25 settembre, con l’accusa di corruzione per aver truccato i concorsi per l’abilitazione all’insegnamento. Altri 22 docenti sono stati sospesi dall’insegnamento per dodici mesi, mentre il numero totale degli indagati dalla procura di Firenze in quella stessa inchiesta è 59. Le accuse vanno dalla corruzione all’induzione indebita e alla turbativa del procedimento amministrativo. Molti degli indagati, in quanto membri delle commissioni nazionali nominate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per rilasciare le abilitazioni all’insegnamento, sono pubblici ufficiali.
I docenti arrestati sono Fabrizio Amatucci, docente della Federico II di Napoli, Giuseppe Maria Cipolla (Università di Cassino), Adriano di Pietro (Università di Bologna), Alessandro Giovannini (Università di Siena), Valerio Ficari (Università di Roma 2), Giuseppe Zizzo (Università Carlo Cattaneo di Castellanza, Varese), Guglielmo Fransoni (Università di Foggia). Tra i professori sospesi, scrive Repubblica, ci sono tra gli altri Giuseppe Marino dell’Università di Milano, delegato di Confindustria presso l’Ocse; Roberto Cordeiro Guerra, ordinario a Firenze e difensore dei titolari della Menarini farmaceutici nel maxi-processo per riciclaggio; Livia Salvini della Luiss, nel consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore. Altri sette professori saranno infine ascoltati dal giudice per le indagini preliminari, che deciderà se interdirli. Tra le persone coinvolte c’è anche Augusto Fantozzi, ministro per tre volte negli anni Novanta, commissario straordinario di Alitalia dal 2008 al 2011 e oggi è rettore dell’Università degli Studi Giustino Fortunato di Benevento. Fantozzi tramite il suo legale ha spiegato di essere estraneo ai fatti anche perché all’epoca era già andato in pensione.
Le indagini della procura di Firenze sono cominciate nel 2013 a partire dalla denuncia di un ricercatore dell’Università di Firenze, candidato dal novembre del 2012 all’abilitazione all’insegnamento. Il ricercatore si chiama Philip Laroma Jezzi, ha 49 anni e ha raccontato che alcuni docenti gli avevano chiesto di ritirarsi da un concorso per fare spazio ad altri candidati già individuati come vincitori designati. Laroma Jezzi si è rifiutato, nel dicembre del 2013 è stato bocciato, ha presentato ricorso al Tar e ha vinto: attualmente è dunque abilitato come associato. Laroma Jezzi ha però anche deciso di presentarsi in procura con le registrazioni sul telefonino delle minacce ricevute da un professore che gli chiedeva di ritirarsi. La denuncia di Laroma Jezzi ha fatto iniziare le indagini, che sono durate mesi: dalle intercettazioni ordinate dalla procura si è scoperto che la commissione che si occupava di scegliere i vincitori del concorso non lo faceva usando criteri di merito, ma in base all’influenza dei singoli professori e dei loro ricercatori favoriti (sono accuse di cui si parla da anni in Italia, e chiunque abbia a che fare con l’università lo considera il classico segreto che sanno tutti, con le eccezioni del caso). La Guardia di Finanza ha parlato di «sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario» finalizzati a rilasciare abilitazioni «secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori». E questo per soddisfare «interessi personali, professionali o associativi».
Il Corriere della Sera, così come altri giornali, riportano oggi diverse parti delle intercettazioni raccolte dalla procura: il professore che ha cercato di convincere Philip Laroma Jezzi a ritirare la propria richiesta di abilitazione si chiama Pasquale Russo e gli avrebbe spiegato come funzionava realmente il sistema: «Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve anda’ avanti per cui…». E ancora: «Così ti giochi la carriera. Invece se accetti, ti facciamo scrivere un paio di articoli così reimposti il tuo curriculum e vieni abilitato nella prossima tornata». Sempre Pasquale Russo avrebbe spiegato che «la logica universitaria è questa (…) un do ut des, tu mi dai questi a Napoli e io do… funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari: io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio». Il 14 gennaio 2014, durante un incontro tra Laroma Jezzi con Russo e un altro professore, Guglielmo Fransoni, quest’ultimo avrebbe detto: «Io non ho capito la tua scelta di restare dopo che ti era stato dato il messaggio di ritirarti. Cioè se uno ti dà il messaggio di ritirarti un motivo c’era… cioè una consapevolezza del… di come si era orientata la Commissione. C’era il veto di Roberto Cordeiro Guerra perché non voleva che tu passassi davanti a Dorigo (un altro ricercatore, ndr)».
Il Corriere attribuisce poi ad Augusto Fantozzi queste dichiarazioni, fatte nel giugno del 2014: «Se uno fa i concorsi così non ci sarà mai un minimo di… perché naturalmente nessuno ha responsabilità di niente e ognuno va lì con il coltello alla gola e dice “o mi dai quello o… quindi capite”. Bisogna trovare delle persone di buona volontà che di qua e di là, di sotto o di sopra… e ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia nei futuri concorsi». Fantozzi avrebbe parlato del sistema come di «una nuova cupola».
Le abilitazioni sono il prerequisito necessario dopo la riforma Gelmini del 2010 per accedere ai concorsi e diventare docente universitario (ordinario o associato). A decidere chi può ottenere l’abilitazione è una commissione nazionale composta da 5 docenti che vengono sorteggiati tra gli ordinari di un determinato settore e che hanno inviato la loro candidatura. Dal 2016 è possibile presentare la propria richiesta nel corso di tutto l’anno. Le richieste (i cui requisiti sono fissati da un bando nazionale e poi precisati da ciascuna singola commissione) vengono successivamente raggruppate e valutate ogni 4 mesi. Per ottenere l’abilitazione è necessario il voto favorevole di 3 commissari su 5. L’abilitazione è valida per sei anni e dà la possibilità di partecipare ai concorsi delle varie università per avere un posto. Chi viene bocciato può ritentare dopo 12 mesi.
Commentando la notizia sugli arresti, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha detto: «Sui concorsi truccati voglio andare fino in fondo». Ha annunciato entro il prossimo ottobre l’introduzione di un codice di comportamento per l’università sul quale il suo ministero ha lavorato insieme all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC).
Fonte: Il Post
Un'auto della Guardia di Finanza su Ponte Vecchio, Firenze, 2012 (La Presse)
Sui giornali di oggi ci sono maggiori dettagli sulla vicenda dei sette professori di diritto tributario messi agli arresti domiciliari da ieri, lunedì 25 settembre, con l’accusa di corruzione per aver truccato i concorsi per l’abilitazione all’insegnamento. Altri 22 docenti sono stati sospesi dall’insegnamento per dodici mesi, mentre il numero totale degli indagati dalla procura di Firenze in quella stessa inchiesta è 59. Le accuse vanno dalla corruzione all’induzione indebita e alla turbativa del procedimento amministrativo. Molti degli indagati, in quanto membri delle commissioni nazionali nominate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per rilasciare le abilitazioni all’insegnamento, sono pubblici ufficiali.
I docenti arrestati sono Fabrizio Amatucci, docente della Federico II di Napoli, Giuseppe Maria Cipolla (Università di Cassino), Adriano di Pietro (Università di Bologna), Alessandro Giovannini (Università di Siena), Valerio Ficari (Università di Roma 2), Giuseppe Zizzo (Università Carlo Cattaneo di Castellanza, Varese), Guglielmo Fransoni (Università di Foggia). Tra i professori sospesi, scrive Repubblica, ci sono tra gli altri Giuseppe Marino dell’Università di Milano, delegato di Confindustria presso l’Ocse; Roberto Cordeiro Guerra, ordinario a Firenze e difensore dei titolari della Menarini farmaceutici nel maxi-processo per riciclaggio; Livia Salvini della Luiss, nel consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore. Altri sette professori saranno infine ascoltati dal giudice per le indagini preliminari, che deciderà se interdirli. Tra le persone coinvolte c’è anche Augusto Fantozzi, ministro per tre volte negli anni Novanta, commissario straordinario di Alitalia dal 2008 al 2011 e oggi è rettore dell’Università degli Studi Giustino Fortunato di Benevento. Fantozzi tramite il suo legale ha spiegato di essere estraneo ai fatti anche perché all’epoca era già andato in pensione.
Le indagini della procura di Firenze sono cominciate nel 2013 a partire dalla denuncia di un ricercatore dell’Università di Firenze, candidato dal novembre del 2012 all’abilitazione all’insegnamento. Il ricercatore si chiama Philip Laroma Jezzi, ha 49 anni e ha raccontato che alcuni docenti gli avevano chiesto di ritirarsi da un concorso per fare spazio ad altri candidati già individuati come vincitori designati. Laroma Jezzi si è rifiutato, nel dicembre del 2013 è stato bocciato, ha presentato ricorso al Tar e ha vinto: attualmente è dunque abilitato come associato. Laroma Jezzi ha però anche deciso di presentarsi in procura con le registrazioni sul telefonino delle minacce ricevute da un professore che gli chiedeva di ritirarsi. La denuncia di Laroma Jezzi ha fatto iniziare le indagini, che sono durate mesi: dalle intercettazioni ordinate dalla procura si è scoperto che la commissione che si occupava di scegliere i vincitori del concorso non lo faceva usando criteri di merito, ma in base all’influenza dei singoli professori e dei loro ricercatori favoriti (sono accuse di cui si parla da anni in Italia, e chiunque abbia a che fare con l’università lo considera il classico segreto che sanno tutti, con le eccezioni del caso). La Guardia di Finanza ha parlato di «sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario» finalizzati a rilasciare abilitazioni «secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori». E questo per soddisfare «interessi personali, professionali o associativi».
Il Corriere della Sera, così come altri giornali, riportano oggi diverse parti delle intercettazioni raccolte dalla procura: il professore che ha cercato di convincere Philip Laroma Jezzi a ritirare la propria richiesta di abilitazione si chiama Pasquale Russo e gli avrebbe spiegato come funzionava realmente il sistema: «Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve anda’ avanti per cui…». E ancora: «Così ti giochi la carriera. Invece se accetti, ti facciamo scrivere un paio di articoli così reimposti il tuo curriculum e vieni abilitato nella prossima tornata». Sempre Pasquale Russo avrebbe spiegato che «la logica universitaria è questa (…) un do ut des, tu mi dai questi a Napoli e io do… funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari: io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio». Il 14 gennaio 2014, durante un incontro tra Laroma Jezzi con Russo e un altro professore, Guglielmo Fransoni, quest’ultimo avrebbe detto: «Io non ho capito la tua scelta di restare dopo che ti era stato dato il messaggio di ritirarti. Cioè se uno ti dà il messaggio di ritirarti un motivo c’era… cioè una consapevolezza del… di come si era orientata la Commissione. C’era il veto di Roberto Cordeiro Guerra perché non voleva che tu passassi davanti a Dorigo (un altro ricercatore, ndr)».
Il Corriere attribuisce poi ad Augusto Fantozzi queste dichiarazioni, fatte nel giugno del 2014: «Se uno fa i concorsi così non ci sarà mai un minimo di… perché naturalmente nessuno ha responsabilità di niente e ognuno va lì con il coltello alla gola e dice “o mi dai quello o… quindi capite”. Bisogna trovare delle persone di buona volontà che di qua e di là, di sotto o di sopra… e ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia nei futuri concorsi». Fantozzi avrebbe parlato del sistema come di «una nuova cupola».
Le abilitazioni sono il prerequisito necessario dopo la riforma Gelmini del 2010 per accedere ai concorsi e diventare docente universitario (ordinario o associato). A decidere chi può ottenere l’abilitazione è una commissione nazionale composta da 5 docenti che vengono sorteggiati tra gli ordinari di un determinato settore e che hanno inviato la loro candidatura. Dal 2016 è possibile presentare la propria richiesta nel corso di tutto l’anno. Le richieste (i cui requisiti sono fissati da un bando nazionale e poi precisati da ciascuna singola commissione) vengono successivamente raggruppate e valutate ogni 4 mesi. Per ottenere l’abilitazione è necessario il voto favorevole di 3 commissari su 5. L’abilitazione è valida per sei anni e dà la possibilità di partecipare ai concorsi delle varie università per avere un posto. Chi viene bocciato può ritentare dopo 12 mesi.
Commentando la notizia sugli arresti, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha detto: «Sui concorsi truccati voglio andare fino in fondo». Ha annunciato entro il prossimo ottobre l’introduzione di un codice di comportamento per l’università sul quale il suo ministero ha lavorato insieme all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC).
Fonte: Il Post
giovedì 20 luglio 2017
Tutte le condanne per il processo di Mafia Capitale
Il tribunale di Roma ha condannato Massimo Carminati a 20 anni di reclusione e Salvatore Buzzi a 19 anni
Il 20 luglio il tribunale di Roma ha emesso le sentenze di primo grado per gli imputati del processo su Mafia Capitale: Massimo Carminati 20 anni; Salvatore Buzzi 19 anni; Riccardo Brugia, 11 anni; Luca Gramazio, 11 anni; Franco Panzironi 10 anni;Luca Odevaine, 6 anni e 6 mesi; Mirko Coratti, 6 anni.
Nello specifico, per i giudici del tribunale di Roma, riunitisi per la sentenza nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, non è stata considerata valida l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso sostenuta dai pm, fatto che ha portato a condanne più basse di quelle proposte inizialmente.
Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, insieme al procuratore aggiunto Paolo Ielo e ai sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, hanno ritenuto di aver individuato in Buzzi e Carminati i personaggi più influenti di un presunto clan che poteva contare su numerose altre figure e che poteva disporre dei favori di alcuni politici locali.
Massimo Carminati, nato a Milano nel 1958, negli anni di piombo si avvicinò all’organizzazione terrorista di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) ed ebbe legami con la Banda della Magliana. Per questi fatti è stato condannato in tutto a oltre 11 anni di carcere.
Salvatore Buzzi, nato a Roma nel 1955, venne condannato a 30 anni nel 1980 per aver ucciso un suo collega di banca con cui organizzava alcuni furti. In prigione, Buzzi si laureò, fu considerato un detenuto modello e nel 1985 fondò la cooperativa 29 giugno, che si occupa di dare lavoro a detenuti. Nel 1994, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli concesse la grazia.
La possibile esistenza di un organizzazione criminale nota con il nome Mafia Capitale è emersa con l’operazione degli inquirenti Mondo di mezzo ed è divenuta nota il 3 dicembre 2014, quando Buzzi, Carminati e decine di altre persone tra cui l’ex capo di gabinetto del comune di Roma Luca Odevaine, l’ex amministratore dell’Ama Franco Panzironi e l’ex ad di Eur spa Riccardo Mancini.
Una seconda ondata di arresti nell’ambito dell’inchiesta arrivò nel giugno 2015, quando altre 44 persone finirono in manette, tra cui diversi esponenti politici locali.
Secondo gli inquirenti, tra queste persone sarebbe esistito un sodalizio criminale attivo in vari settori, ottenendo soldi pubblici con l’assistenza ai migranti ed ottenendo appalti e finanziamenti grazie alle persone a loro vicine nelle istituzioni, talvolta senza sapere di essere usate dai membri dell’organizzazione.
I pm hanno chiesto, alla fine del processo, una condanna a 28 anni di carcere per Massimo Carminati e di 26 anni e 8 mesi per Salvatore Buzzi. Oltre a loro due, sono stati richiesti 25 anni e 10 mesi per Riccardo Bruggia, 22 per Fabrizio Testa, 21 per Franco Panzironi e 19 e 6 mesi per Luca Gramazio.
Fonte: The Post Internazionale
Il 20 luglio il tribunale di Roma ha emesso le sentenze di primo grado per gli imputati del processo su Mafia Capitale: Massimo Carminati 20 anni; Salvatore Buzzi 19 anni; Riccardo Brugia, 11 anni; Luca Gramazio, 11 anni; Franco Panzironi 10 anni;Luca Odevaine, 6 anni e 6 mesi; Mirko Coratti, 6 anni.
Nello specifico, per i giudici del tribunale di Roma, riunitisi per la sentenza nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, non è stata considerata valida l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso sostenuta dai pm, fatto che ha portato a condanne più basse di quelle proposte inizialmente.
Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, insieme al procuratore aggiunto Paolo Ielo e ai sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, hanno ritenuto di aver individuato in Buzzi e Carminati i personaggi più influenti di un presunto clan che poteva contare su numerose altre figure e che poteva disporre dei favori di alcuni politici locali.
Massimo Carminati, nato a Milano nel 1958, negli anni di piombo si avvicinò all’organizzazione terrorista di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) ed ebbe legami con la Banda della Magliana. Per questi fatti è stato condannato in tutto a oltre 11 anni di carcere.
Salvatore Buzzi, nato a Roma nel 1955, venne condannato a 30 anni nel 1980 per aver ucciso un suo collega di banca con cui organizzava alcuni furti. In prigione, Buzzi si laureò, fu considerato un detenuto modello e nel 1985 fondò la cooperativa 29 giugno, che si occupa di dare lavoro a detenuti. Nel 1994, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli concesse la grazia.
La possibile esistenza di un organizzazione criminale nota con il nome Mafia Capitale è emersa con l’operazione degli inquirenti Mondo di mezzo ed è divenuta nota il 3 dicembre 2014, quando Buzzi, Carminati e decine di altre persone tra cui l’ex capo di gabinetto del comune di Roma Luca Odevaine, l’ex amministratore dell’Ama Franco Panzironi e l’ex ad di Eur spa Riccardo Mancini.
Una seconda ondata di arresti nell’ambito dell’inchiesta arrivò nel giugno 2015, quando altre 44 persone finirono in manette, tra cui diversi esponenti politici locali.
Secondo gli inquirenti, tra queste persone sarebbe esistito un sodalizio criminale attivo in vari settori, ottenendo soldi pubblici con l’assistenza ai migranti ed ottenendo appalti e finanziamenti grazie alle persone a loro vicine nelle istituzioni, talvolta senza sapere di essere usate dai membri dell’organizzazione.
I pm hanno chiesto, alla fine del processo, una condanna a 28 anni di carcere per Massimo Carminati e di 26 anni e 8 mesi per Salvatore Buzzi. Oltre a loro due, sono stati richiesti 25 anni e 10 mesi per Riccardo Bruggia, 22 per Fabrizio Testa, 21 per Franco Panzironi e 19 e 6 mesi per Luca Gramazio.
Fonte: The Post Internazionale
domenica 2 aprile 2017
Nuove manifestazioni di protesta a Mosca, 29 arresti
Decine di persone, almeno 29 secondo l'Interfax, sono state arrestate a Mosca durante manifestazioni non autorizzate nella capitale
Decine di persone, almeno 29 secondo l'Interfax, sono state arrestate a Mosca durante manifestazioni non autorizzate nella capitale, una settimana dopo le proteste anti-governative scoppiate in tutta la Russia che hanno condotto all'arresto di Alexei Navalni.
Tantissime le forze di polizia presenti. Era possibile accedere alla Piazza Rossa solo attraverso il metal-detector e gli agenti hanno bloccato piazza Pushkin. Gli arrestati sono accusati di aver violato l'ordine pubblico.
Almeno 20 persone sono state fermate mentre tentavano di condurre una marcia lungo piazza Triumphalnaya, adiacente alla via principale della capitale, mentre altri 9 sono stati arrestati a Manezhnaya Square, vicino al Cremlino. Tra i fermati ci sono molti minorenni.
Nelle proteste dello scorso 26 marzo, oltre mille persone erano state arrestate a Mosca, in quelle che sono state definite come le più grandi proteste contro il presidente Vladimir Putin dal 2012.
Le manifestazioni, che si sono tenute in circa 100 città di tutto il paese, erano state organizzate dall'oppositore di Putin Alexei Navalny e non sono state autorizzate dal governo russo.
Il Cremlino aveva definito le proteste del 26 marzo come una “provocazione”.
Fonte: The Post Internazionale
La polizia ha arrestato 29 manifestanti. Credit: Maxim Shemetov
Tantissime le forze di polizia presenti. Era possibile accedere alla Piazza Rossa solo attraverso il metal-detector e gli agenti hanno bloccato piazza Pushkin. Gli arrestati sono accusati di aver violato l'ordine pubblico.
Almeno 20 persone sono state fermate mentre tentavano di condurre una marcia lungo piazza Triumphalnaya, adiacente alla via principale della capitale, mentre altri 9 sono stati arrestati a Manezhnaya Square, vicino al Cremlino. Tra i fermati ci sono molti minorenni.
Nelle proteste dello scorso 26 marzo, oltre mille persone erano state arrestate a Mosca, in quelle che sono state definite come le più grandi proteste contro il presidente Vladimir Putin dal 2012.
Le manifestazioni, che si sono tenute in circa 100 città di tutto il paese, erano state organizzate dall'oppositore di Putin Alexei Navalny e non sono state autorizzate dal governo russo.
Il Cremlino aveva definito le proteste del 26 marzo come una “provocazione”.
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 27 marzo 2017
Le più grandi proteste in Russia contro Putin dal 2012
Il 26 marzo la polizia ha arrestato un migliaio di persone a Mosca, tra cui il leader dell'opposizione Alexei Navalny. Le manifestazioni si sono tenute in circa 100 città
Sono 1.030 le persone fermate domenica 26 marzo 2017 e portate nelle stazioni di polizia di Mosca per aver partecipato a quelle che sono state definite come le più grandi proteste contro il presidente Vladimir Putin dal 2012.
Le manifestazioni, che si sono tenute in circa 100 città di tutto il paese, sono state organizzate dall'oppositore di Putin Alexei Navalny e non sono state autorizzate dal governo russo.
Durante le proteste lo stesso Navalny è stato fermato e caricato su un pulmino della polizia, scatenando la reazione della folla che ha assaltato il mezzo al grido di “fascisti, liberatelo!”.
Navalny dovrebbe comparire lunedì 27 marzo davanti ai giudici del tribunale Tverskoi di Mosca con l'accusa di aver organizzato manifestazioni non autorizzate. Secondo l'avvocata Olga Mikhailova, Navalny è accusato dell'organizzazione di un'azione di massa che ha causato la violazione dell'ordine pubblico e rischia fino a 15 giorni di arresto amministrativo.
Secondo quanto sostiene l'agenzia di stampa Interfax alcuni dei fermati sono stati rilasciati, mentre altri sono stati accusati di “infrazioni amministrative”. Secondo un'altra fonte citata da Interfax “46 minori sono stati individuati sui luoghi della manifestazione non autorizzata a Mosca” e sono stati tutti “consegnati ai genitori”. La polizia russa aveva riferito domenica 26 marzo di aver fermato circa 500 persone durante la manifestazione.
Navalny ha organizzato manifestazioni contro la corruzione in tutto il paese. Nel mirino il premier Dimitry Medvedev, accusato di controllare un vero e proprio impero attraverso una rete di organizzazioni no-profit.
A San Pietroburgo si sono registrati momenti di tensione accompagnati da tafferugli fra manifestanti e agenti di polizia, mentre a Novosibirsk, in Siberia, secondo i siti dell'opposizione, hanno partecipato al corteo circa duemila persone.
In altre città della regione, come Krasnoyarsk e Omsk, i manifestanti erano circa 1.500. Secondo il sito di Navalny, le proteste erano programmate in 99 città, ma in 72 le autorità locali hanno negato il permesso.
Secondo la polizia alle proteste a Mosca hanno partecipato circa 7mila persone.
Le manifestazioni del 26 marzo sono state la dimostrazione più importante contro il presidente Vladimir Putin dal 2012, quando i russi scesero in piazza nel periodo delle elezioni presidenziali.
Le reazioni
Il Cremlino ha definito le proteste del 26 marzo come una “provocazione”.
Gli Stati Uniti hanno condannato “fermamente gli arresti di centinaia di manifestanti pacifici in Russia” e hanno chiesto “al governo russo di rimetterli subito in libertà”, secondo quanto riferito in una nota da Mark Toner, portavoce del dipartimento di Stato Usa. “Fermare dei manifestanti pacifici, degli osservatori dei diritti dell'uomo e dei giornalisti è un affronto ai valori democratici fondamentali”, afferma ancora Toner.
Gli Stati Uniti si sono detti preoccupati per l'arresto di Navalny a un anno dalle elezioni presidenziali russe e intendono “seguire la situazione”.
Condanna ferma anche da parte dell'Unione europea e dall'alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.
“Il giro di vite della polizia russa ha impedito l'esercizio delle libertà fondamentali di espressioni, associazioni e assemblea pacifica, che sono diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione russa”, ha dichiarato Mogherini. “Chiediamo alle autorità russe di rispettare pienamente gli impegni internazionali presi per la difesa di questi diritti e il rilascio senza indugi dei dimostranti pacifici che sono stati imprigionati”.
Fonte: The Post Internazionale
Le forze dell'ordine fermano un oppositore del governo durante le manifestazioni a Mosca. Credit: Maxim Shemetov
Sono 1.030 le persone fermate domenica 26 marzo 2017 e portate nelle stazioni di polizia di Mosca per aver partecipato a quelle che sono state definite come le più grandi proteste contro il presidente Vladimir Putin dal 2012.
Le manifestazioni, che si sono tenute in circa 100 città di tutto il paese, sono state organizzate dall'oppositore di Putin Alexei Navalny e non sono state autorizzate dal governo russo.
Durante le proteste lo stesso Navalny è stato fermato e caricato su un pulmino della polizia, scatenando la reazione della folla che ha assaltato il mezzo al grido di “fascisti, liberatelo!”.
Navalny dovrebbe comparire lunedì 27 marzo davanti ai giudici del tribunale Tverskoi di Mosca con l'accusa di aver organizzato manifestazioni non autorizzate. Secondo l'avvocata Olga Mikhailova, Navalny è accusato dell'organizzazione di un'azione di massa che ha causato la violazione dell'ordine pubblico e rischia fino a 15 giorni di arresto amministrativo.
Secondo quanto sostiene l'agenzia di stampa Interfax alcuni dei fermati sono stati rilasciati, mentre altri sono stati accusati di “infrazioni amministrative”. Secondo un'altra fonte citata da Interfax “46 minori sono stati individuati sui luoghi della manifestazione non autorizzata a Mosca” e sono stati tutti “consegnati ai genitori”. La polizia russa aveva riferito domenica 26 marzo di aver fermato circa 500 persone durante la manifestazione.
Navalny ha organizzato manifestazioni contro la corruzione in tutto il paese. Nel mirino il premier Dimitry Medvedev, accusato di controllare un vero e proprio impero attraverso una rete di organizzazioni no-profit.
A San Pietroburgo si sono registrati momenti di tensione accompagnati da tafferugli fra manifestanti e agenti di polizia, mentre a Novosibirsk, in Siberia, secondo i siti dell'opposizione, hanno partecipato al corteo circa duemila persone.
In altre città della regione, come Krasnoyarsk e Omsk, i manifestanti erano circa 1.500. Secondo il sito di Navalny, le proteste erano programmate in 99 città, ma in 72 le autorità locali hanno negato il permesso.
Secondo la polizia alle proteste a Mosca hanno partecipato circa 7mila persone.
Le manifestazioni del 26 marzo sono state la dimostrazione più importante contro il presidente Vladimir Putin dal 2012, quando i russi scesero in piazza nel periodo delle elezioni presidenziali.
Le reazioni
Il Cremlino ha definito le proteste del 26 marzo come una “provocazione”.
Gli Stati Uniti hanno condannato “fermamente gli arresti di centinaia di manifestanti pacifici in Russia” e hanno chiesto “al governo russo di rimetterli subito in libertà”, secondo quanto riferito in una nota da Mark Toner, portavoce del dipartimento di Stato Usa. “Fermare dei manifestanti pacifici, degli osservatori dei diritti dell'uomo e dei giornalisti è un affronto ai valori democratici fondamentali”, afferma ancora Toner.
Gli Stati Uniti si sono detti preoccupati per l'arresto di Navalny a un anno dalle elezioni presidenziali russe e intendono “seguire la situazione”.
Condanna ferma anche da parte dell'Unione europea e dall'alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.
“Il giro di vite della polizia russa ha impedito l'esercizio delle libertà fondamentali di espressioni, associazioni e assemblea pacifica, che sono diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione russa”, ha dichiarato Mogherini. “Chiediamo alle autorità russe di rispettare pienamente gli impegni internazionali presi per la difesa di questi diritti e il rilascio senza indugi dei dimostranti pacifici che sono stati imprigionati”.
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 6 marzo 2017
Le novità sull’inchiesta CONSIP
Le cose da sapere sulla complicata indagine che coinvolge anche il padre di Matteo Renzi e il ministro dello Sport Luca Lotti
Negli ultimi giorni i magistrati hanno interrogato diverse persone coinvolte nel cosiddetto “scandalo CONSIP“, una complessa vicenda che riguarda un possibile caso di corruzione e di pressioni indebite che coinvolge la società che si occupa dell’assegnazione di molti appalti pubblici, la CONSIP, appunto. Tra gli altri, i magistrati hanno interrogato il padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, Tiziano, sospettato di aver chiesto all’amministratore di CONSIP di favorire alcuni imprenditori. Per il momento non ci sono state novità eclatanti, ma alcuni aspetti della vicenda cominciano a chiarirsi. Ecco le cose da sapere.
Dove eravamo arrivati?
Secondo i magistrati Tiziano Renzi e un suo amico, Carlo Russo, hanno fatto pressioni sull’amministratore di CONSIP, Luigi Marroni, per favorire amici imprenditori nell’assegnazione di appalti. Uno degli imprenditori che avrebbero favorito è il napoletano Alfredo Romeo, che è stato arrestato la settimana scorsa e che secondo i magistrati avrebbe promesso loro del denaro in cambio dell’aiuto. Al momento non esistono prove di versamenti di denaro da parte di Romeo a Tiziano Renzi o a Carlo Russo. Non ci sono nemmeno prove di incontri tra Romeo e Tiziano Renzi, che ha negato di aver mai conosciuto l’imprenditore napoletano. In un altro filone della stessa inchiesta, il ministro dello Sport Luca Lotti e alcuni alti ufficiali dei carabinieri sono accusati di aver detto a Marroni che il suo ufficio era sorvegliato dalla magistratura e sono quindi accusati di rivelazione di segreti e favoreggiamento.
Che novità ci sono?
Oggi è stato interrogato Alfredo Romeo, l’imprenditore accusato di aver corrotto un dirigente di CONSIP e di aver promesso denaro a Tiziano Renzi e Carlo Russo. Romeo si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha negato di aver mai incontrato Tiziano Renzi o qualsiasi altro membro dell’entourage dell’ex presidente del Consiglio.
La settimana scorsa Tiziano Renzi è stato interrogato dai magistrati di Roma e ha negato tutte le accuse. Il giorno dopo, parti del suo interrogatorio sono state pubblicate da tutti i principali giornali e i suoi avvocati hanno denunciato una fuga di notizie. Il giorno successivo, la procura di Roma ha detto di aver ritirato la titolarità delle indagini al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, che le aveva portate avanti fino a quel momento. La pubblicazione di atti di indagini in corso è molto diffusa in Italia e sostanzialmente tollerata, ma non è permessa dalla legge. I responsabili di solito sono gli agenti che svolgono le indagini, gli avvocati delle parti o gli stessi magistrati. Raramente i responsabili delle fughe di notizie vengono individuati con precisione.
Un altro verbale di interrogatorio di cui i giornali hanno parlato molto è quello di Luigi Marroni, l’amministratore di CONSIP che avrebbe ricevuto pressioni da parte di Russo e Tiziano Renzi. L’interrogatorio è avvenuto lo scorso 20 dicembre ed è stato raccontato su l’Espresso da Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia. Marroni avrebbe detto ai magistrati di aver ricevuto pressioni da parte di Russo per favorire una società vicina a Denis Verdini, il senatore uscito da Forza Italia per sostenere il governo Renzi. Russo avrebbe anche detto a Marroni che se non avesse soddisfatto le richieste avrebbe rischiato di perdere l’incarico di amministratore di CONSIP. In un incontro a Firenze, ha raccontato Marroni, Tiziano Renzi gli avrebbe chiesto di «accontentare» le richieste di Russo. Marroni ha detto ai magistrati di aver ignorato tutte queste richieste.
Il personaggio più importante per i magistrati, al momento, sembra essere quindi proprio Marroni. La sua testimonianza sembra essere l’unico elemento forte che i magistrati hanno per provare le pressioni che Tiziano Renzi avrebbe fatto per favorire alcuni imprenditori. Ed è sempre la sua testimonianza a coinvolgere il ministro dello Sport Luca Lotti. Secondo Marroni, infatti, nel luglio del 2016 Lotti lo avvertì di un’indagine in corso nei suoi confronti.
Le reazioni di Renzi
L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha risposto sul caso nel corso del programma Otto e mezzo la settimana scorsa in cui ha detto, riferendosi a suo padre: «Mi piacerebbe pensare che se fosse davvero colpevole, dovrebbe avere una pena doppia». Pochi giorni dopo, Renzi e Grillo hanno polemizzato su questa storia scrivendosi l’un l’altro post sui propri blog.
La questione politica
Per il momento la posizione più complicata nell’inchiesta sembra essere quella del ministro dello Sport Luca Lotti che, secondo alcune testimonianze, avrebbe rivelato a Marroni l’esistenza di un’indagine della magistratura e della possibilità che il suo ufficio fosse sorvegliato con alcune microspie (Marroni fece in seguito “bonificare” l’ufficio). Lotti è indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento, non ha mai voluto spiegare pubblicamente le accuse e si è limitato a dichiarare di essere “tranquillo”.
Per queste ragioni, le opposizioni hanno chiesto una mozione di sfiducia nei confronti di Lotti. Gianni Cuperlo, dirigente del PD, ha chiesto che Lotti si faccia da parte fino a che non saranno terminate le indagini, mentre i Democratici e progressisti, il gruppo parlamentare formato dai fuoriusciti dal PD, hanno lasciato intendere che potrebbero votare la sfiducia al ministro. Forza Italia, invece, ha assicurato che non voterà contro Lotti. La sfiducia, quindi, non dovrebbe avere i numeri necessari a passare in nessuna delle due camere.
Da dove arriva l’indagine?
L’inchiesta CONSIP è partita da un’indagine della procura antimafia di Napoli sui presunti legami con la camorra di alcuni dipendenti di Romeo impiegati nell’ospedale Cardarelli, uno dei più grandi del sud Italia. L’indagine era condotta dal pubblico ministero Henry John Woodcock, un magistrato famoso per le sue indagini che dalla procura di Potenza, dove lavorava fino a pochi anni fa, arrivavano a coinvolgere personaggi importanti in tutto il resto del paese (qui avevamo raccontato la sua storia). Spesso le sue inchieste si sono risolte in un nulla di fatto, a volte a causa delle scarse risorse e del modo caotico e disordinato con cui erano state condotte. Dall’indagine sul Cardarelli, utilizzando moltissimo le intercettazioni telefoniche e ambientali, Woodcock ha esteso la sua inchiesta alla CONSIP e alle relazioni di Romeo con i dirigenti della società e imprenditori toscani come Russo e Tiziano Renzi. A quel punto, la procura antimafia di Napoli si è accordata con la procura di Roma. Quest’ultima si sta occupando di tutti i reati legati a CONSIP, mentre quella di Napoli rimane competente per gli appalti del Cardarelli ed eventuali collegamenti degli indagati con organizzazioni mafiose.
Fonte: Il Post
(ANSA/GIUSEPPE LAMI)
Negli ultimi giorni i magistrati hanno interrogato diverse persone coinvolte nel cosiddetto “scandalo CONSIP“, una complessa vicenda che riguarda un possibile caso di corruzione e di pressioni indebite che coinvolge la società che si occupa dell’assegnazione di molti appalti pubblici, la CONSIP, appunto. Tra gli altri, i magistrati hanno interrogato il padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, Tiziano, sospettato di aver chiesto all’amministratore di CONSIP di favorire alcuni imprenditori. Per il momento non ci sono state novità eclatanti, ma alcuni aspetti della vicenda cominciano a chiarirsi. Ecco le cose da sapere.
Dove eravamo arrivati?
Secondo i magistrati Tiziano Renzi e un suo amico, Carlo Russo, hanno fatto pressioni sull’amministratore di CONSIP, Luigi Marroni, per favorire amici imprenditori nell’assegnazione di appalti. Uno degli imprenditori che avrebbero favorito è il napoletano Alfredo Romeo, che è stato arrestato la settimana scorsa e che secondo i magistrati avrebbe promesso loro del denaro in cambio dell’aiuto. Al momento non esistono prove di versamenti di denaro da parte di Romeo a Tiziano Renzi o a Carlo Russo. Non ci sono nemmeno prove di incontri tra Romeo e Tiziano Renzi, che ha negato di aver mai conosciuto l’imprenditore napoletano. In un altro filone della stessa inchiesta, il ministro dello Sport Luca Lotti e alcuni alti ufficiali dei carabinieri sono accusati di aver detto a Marroni che il suo ufficio era sorvegliato dalla magistratura e sono quindi accusati di rivelazione di segreti e favoreggiamento.
Che novità ci sono?
Oggi è stato interrogato Alfredo Romeo, l’imprenditore accusato di aver corrotto un dirigente di CONSIP e di aver promesso denaro a Tiziano Renzi e Carlo Russo. Romeo si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha negato di aver mai incontrato Tiziano Renzi o qualsiasi altro membro dell’entourage dell’ex presidente del Consiglio.
La settimana scorsa Tiziano Renzi è stato interrogato dai magistrati di Roma e ha negato tutte le accuse. Il giorno dopo, parti del suo interrogatorio sono state pubblicate da tutti i principali giornali e i suoi avvocati hanno denunciato una fuga di notizie. Il giorno successivo, la procura di Roma ha detto di aver ritirato la titolarità delle indagini al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, che le aveva portate avanti fino a quel momento. La pubblicazione di atti di indagini in corso è molto diffusa in Italia e sostanzialmente tollerata, ma non è permessa dalla legge. I responsabili di solito sono gli agenti che svolgono le indagini, gli avvocati delle parti o gli stessi magistrati. Raramente i responsabili delle fughe di notizie vengono individuati con precisione.
Un altro verbale di interrogatorio di cui i giornali hanno parlato molto è quello di Luigi Marroni, l’amministratore di CONSIP che avrebbe ricevuto pressioni da parte di Russo e Tiziano Renzi. L’interrogatorio è avvenuto lo scorso 20 dicembre ed è stato raccontato su l’Espresso da Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia. Marroni avrebbe detto ai magistrati di aver ricevuto pressioni da parte di Russo per favorire una società vicina a Denis Verdini, il senatore uscito da Forza Italia per sostenere il governo Renzi. Russo avrebbe anche detto a Marroni che se non avesse soddisfatto le richieste avrebbe rischiato di perdere l’incarico di amministratore di CONSIP. In un incontro a Firenze, ha raccontato Marroni, Tiziano Renzi gli avrebbe chiesto di «accontentare» le richieste di Russo. Marroni ha detto ai magistrati di aver ignorato tutte queste richieste.
Il personaggio più importante per i magistrati, al momento, sembra essere quindi proprio Marroni. La sua testimonianza sembra essere l’unico elemento forte che i magistrati hanno per provare le pressioni che Tiziano Renzi avrebbe fatto per favorire alcuni imprenditori. Ed è sempre la sua testimonianza a coinvolgere il ministro dello Sport Luca Lotti. Secondo Marroni, infatti, nel luglio del 2016 Lotti lo avvertì di un’indagine in corso nei suoi confronti.
Le reazioni di Renzi
L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha risposto sul caso nel corso del programma Otto e mezzo la settimana scorsa in cui ha detto, riferendosi a suo padre: «Mi piacerebbe pensare che se fosse davvero colpevole, dovrebbe avere una pena doppia». Pochi giorni dopo, Renzi e Grillo hanno polemizzato su questa storia scrivendosi l’un l’altro post sui propri blog.
La questione politica
Per il momento la posizione più complicata nell’inchiesta sembra essere quella del ministro dello Sport Luca Lotti che, secondo alcune testimonianze, avrebbe rivelato a Marroni l’esistenza di un’indagine della magistratura e della possibilità che il suo ufficio fosse sorvegliato con alcune microspie (Marroni fece in seguito “bonificare” l’ufficio). Lotti è indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento, non ha mai voluto spiegare pubblicamente le accuse e si è limitato a dichiarare di essere “tranquillo”.
Per queste ragioni, le opposizioni hanno chiesto una mozione di sfiducia nei confronti di Lotti. Gianni Cuperlo, dirigente del PD, ha chiesto che Lotti si faccia da parte fino a che non saranno terminate le indagini, mentre i Democratici e progressisti, il gruppo parlamentare formato dai fuoriusciti dal PD, hanno lasciato intendere che potrebbero votare la sfiducia al ministro. Forza Italia, invece, ha assicurato che non voterà contro Lotti. La sfiducia, quindi, non dovrebbe avere i numeri necessari a passare in nessuna delle due camere.
Da dove arriva l’indagine?
L’inchiesta CONSIP è partita da un’indagine della procura antimafia di Napoli sui presunti legami con la camorra di alcuni dipendenti di Romeo impiegati nell’ospedale Cardarelli, uno dei più grandi del sud Italia. L’indagine era condotta dal pubblico ministero Henry John Woodcock, un magistrato famoso per le sue indagini che dalla procura di Potenza, dove lavorava fino a pochi anni fa, arrivavano a coinvolgere personaggi importanti in tutto il resto del paese (qui avevamo raccontato la sua storia). Spesso le sue inchieste si sono risolte in un nulla di fatto, a volte a causa delle scarse risorse e del modo caotico e disordinato con cui erano state condotte. Dall’indagine sul Cardarelli, utilizzando moltissimo le intercettazioni telefoniche e ambientali, Woodcock ha esteso la sua inchiesta alla CONSIP e alle relazioni di Romeo con i dirigenti della società e imprenditori toscani come Russo e Tiziano Renzi. A quel punto, la procura antimafia di Napoli si è accordata con la procura di Roma. Quest’ultima si sta occupando di tutti i reati legati a CONSIP, mentre quella di Napoli rimane competente per gli appalti del Cardarelli ed eventuali collegamenti degli indagati con organizzazioni mafiose.
Fonte: Il Post
venerdì 3 marzo 2017
Perché Denis Verdini è stato condannato
La storia ha a che fare con il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino di cui il senatore di ALA è stato presidente per vent'anni
Il tribunale di Firenze ha condannato il senatore Denis Verdini a 9 anni di reclusione nel processo di primo grado per il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf) di cui Verdini era presidente. Insieme a Verdini sono state condannate per vari reati anche altre diciannove persone sulle 45 che erano imputate. Le indagini e poi il processo erano nate dai risultati di un’ispezione della Banca d’Italia che nel 2010 aveva chiesto al ministero delle Finanze di commissariare il Credito Cooperativo Fiorentino, avendo riscontrato diverse irregolarità nella sua gestione. L’accusa ha dimostrato in primo grado come, in pratica, l’istituto di credito fosse utilizzato da Verdini come una specie di conto personale con il quale gestire operazioni in favore dei propri interessi e di quelli di persone a lui vicine. Un altro filone delle indagini ha invece a che fare con i fondi per l’editoria percepiti illegittimamente per la pubblicazione del Giornale della Toscana.
Le condanne
Dei nove anni stabiliti per Denis Verdini, sette sono per il reato di bancarotta fraudolenta e due per truffa. Per Verdini è stata anche stabilita l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Insieme a Verdini sono stati condannati anche alcuni imprenditori, l’ex direttore generale del Ccf, i componenti del consiglio di amministrazione dell’istituto, i componenti del collegio sindacale, gli amministratori della società che pubblicava il Giornale della Toscana e quelli di un’altra società che distribuiva il settimanale Metropolis. Infine, è stato condannato anche Massimo Parisi deputato di ALA, il gruppo parlamentare di Verdini. I giudici non hanno riconosciuto l’associazione a delinquere a nessuno degli imputati, assolvendoli, e per tutti i reati di truffa ai danni dello Stato per i contributi all’editoria legati agli anni 2005, 2006 e 2007 è scattata la prescrizione.
Le condanne prevedono anche per Verdini, Parisi, e altri nove condannati il pagamento a favore della presidenza del Consiglio dei ministri di un anticipo immediatamente esecutivo di 2,5 milioni di euro per i reati relativi alla truffa ai danni dello Stato. I condannati dovranno pagare anche le spese legali sostenute dalla presidenza del Consiglio dei ministri (20 mila euro), le spese processuali (altri 20 mila euro) e i danni alla Banca d’Italia (175 mila euro) che nel processo si è costituita parte civile. Nei confronti di Verdini, Parisi e di altri sei condannati è stata stabilita poi la confisca di una somma o di beni pari al valore di più di 9 milioni di euro in totale: l’importo corrisponde ai contributi erogati dalla presidenza del Consiglio dei ministri alla Società Toscana di Edizioni e alla Sette Mari per gli anni 2008 e 2009. In totale le condanne in primo grado sono state 20 su 43 imputati: tra questi ci sono quelli i cui reati sono stati prescritti, un imputato che è deceduto e tre che sono stati assolti.
La storia
Nel 2010 la Banca d’Italia aveva scritto una relazione di circa 1500 pagine sulla situazione del Credito Cooperativo Fiorentino a seguito di un’ispezione durante la quale aveva riscontrato una serie di irregolarità nella gestione. La situazione economica dell’istituto non era buona, la banca venne commissariata e dopo due anni, nel 2012, il tribunale di Firenze ne decretò il fallimento. A quel punto venne aperta un’inchiesta che oltre a Verdini – che aveva guidato la banca dal 1990 al 2010 – aveva coinvolto, tra gli altri, alcuni imprenditori, il consiglio di amministrazione, i sindaci revisori e un altro deputato. Nel luglio del 2014 Denis Verdini venne rinviato a giudizio per vari reati tra cui associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e truffa ai danni dello stato. Con lui furono imputate altre 42 persone e due società. Il processo cominciò nell’ottobre del 2015 e dopo 70 udienze si è arrivati al giudizio di primo grado.
Secondo l’accusa il Ccf aveva concesso una serie di finanziamenti e crediti senza “garanzie” e in assenza di adeguate indagini e documentazioni a persone ritenute vicine a Verdini. Parte di queste operazioni vennero eseguite sulla base di contratti preliminari di compravendite fittizie. In totale gli importi concessi in questo modo sarebbero stati pari a circa 100 milioni di euro. I membri del consiglio di amministrazione partecipavano a queste pratiche «svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini». Sempre secondo l’accusa, di cui i giudici hanno accolto la tesi, il Credito Cooperativo Fiorentino sarebbe stato al centro di un giro di fatturazioni false tra varie società per ottenere i contributi pubblici all’editoria di alcune testate locali come ad esempio il Giornale della Toscana che poi è stato chiuso. Scrive il Corriere della Sera: «Il Credito cooperativo era diventato “la banca del presidente”, e i sindaci revisori, che mai si opponevano alle sue decisioni, altri non erano che “tutti gli uomini del presidente”, ovvero di Denis Verdini. Così come erano atipiche le imprese editoriali studiate “per ottenere contributi pubblici”, quelli appunto delle provvidenze sull’editoria considerate illegali».
Gli avvocati di Verdini hanno fatto sapere che ricorreranno in appello. Nel marzo del 2016 Verdini era stato condannato in primo grado a due anni di carcere nella vicenda della costruzione della scuola dei Marescialli dei carabinieri di Firenze, una struttura che ospita una parte della formazione dei carabinieri nazionale. Quel processo rientrava nella cosiddetta vicenda “grandi appalti”, che riguardava appalti pubblici indetti fra le altre cose per il G8 della Maddalena del 2008 e i Mondiali di nuoto di Roma del 2009. Lo scorso ottobre Verdini era stato prosciolto con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.
Fonte: Il Post
Denis Verdini (Fabio Cimaglia / LaPresse)
Il tribunale di Firenze ha condannato il senatore Denis Verdini a 9 anni di reclusione nel processo di primo grado per il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf) di cui Verdini era presidente. Insieme a Verdini sono state condannate per vari reati anche altre diciannove persone sulle 45 che erano imputate. Le indagini e poi il processo erano nate dai risultati di un’ispezione della Banca d’Italia che nel 2010 aveva chiesto al ministero delle Finanze di commissariare il Credito Cooperativo Fiorentino, avendo riscontrato diverse irregolarità nella sua gestione. L’accusa ha dimostrato in primo grado come, in pratica, l’istituto di credito fosse utilizzato da Verdini come una specie di conto personale con il quale gestire operazioni in favore dei propri interessi e di quelli di persone a lui vicine. Un altro filone delle indagini ha invece a che fare con i fondi per l’editoria percepiti illegittimamente per la pubblicazione del Giornale della Toscana.
Le condanne
Dei nove anni stabiliti per Denis Verdini, sette sono per il reato di bancarotta fraudolenta e due per truffa. Per Verdini è stata anche stabilita l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Insieme a Verdini sono stati condannati anche alcuni imprenditori, l’ex direttore generale del Ccf, i componenti del consiglio di amministrazione dell’istituto, i componenti del collegio sindacale, gli amministratori della società che pubblicava il Giornale della Toscana e quelli di un’altra società che distribuiva il settimanale Metropolis. Infine, è stato condannato anche Massimo Parisi deputato di ALA, il gruppo parlamentare di Verdini. I giudici non hanno riconosciuto l’associazione a delinquere a nessuno degli imputati, assolvendoli, e per tutti i reati di truffa ai danni dello Stato per i contributi all’editoria legati agli anni 2005, 2006 e 2007 è scattata la prescrizione.
Le condanne prevedono anche per Verdini, Parisi, e altri nove condannati il pagamento a favore della presidenza del Consiglio dei ministri di un anticipo immediatamente esecutivo di 2,5 milioni di euro per i reati relativi alla truffa ai danni dello Stato. I condannati dovranno pagare anche le spese legali sostenute dalla presidenza del Consiglio dei ministri (20 mila euro), le spese processuali (altri 20 mila euro) e i danni alla Banca d’Italia (175 mila euro) che nel processo si è costituita parte civile. Nei confronti di Verdini, Parisi e di altri sei condannati è stata stabilita poi la confisca di una somma o di beni pari al valore di più di 9 milioni di euro in totale: l’importo corrisponde ai contributi erogati dalla presidenza del Consiglio dei ministri alla Società Toscana di Edizioni e alla Sette Mari per gli anni 2008 e 2009. In totale le condanne in primo grado sono state 20 su 43 imputati: tra questi ci sono quelli i cui reati sono stati prescritti, un imputato che è deceduto e tre che sono stati assolti.
La storia
Nel 2010 la Banca d’Italia aveva scritto una relazione di circa 1500 pagine sulla situazione del Credito Cooperativo Fiorentino a seguito di un’ispezione durante la quale aveva riscontrato una serie di irregolarità nella gestione. La situazione economica dell’istituto non era buona, la banca venne commissariata e dopo due anni, nel 2012, il tribunale di Firenze ne decretò il fallimento. A quel punto venne aperta un’inchiesta che oltre a Verdini – che aveva guidato la banca dal 1990 al 2010 – aveva coinvolto, tra gli altri, alcuni imprenditori, il consiglio di amministrazione, i sindaci revisori e un altro deputato. Nel luglio del 2014 Denis Verdini venne rinviato a giudizio per vari reati tra cui associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e truffa ai danni dello stato. Con lui furono imputate altre 42 persone e due società. Il processo cominciò nell’ottobre del 2015 e dopo 70 udienze si è arrivati al giudizio di primo grado.
Secondo l’accusa il Ccf aveva concesso una serie di finanziamenti e crediti senza “garanzie” e in assenza di adeguate indagini e documentazioni a persone ritenute vicine a Verdini. Parte di queste operazioni vennero eseguite sulla base di contratti preliminari di compravendite fittizie. In totale gli importi concessi in questo modo sarebbero stati pari a circa 100 milioni di euro. I membri del consiglio di amministrazione partecipavano a queste pratiche «svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini». Sempre secondo l’accusa, di cui i giudici hanno accolto la tesi, il Credito Cooperativo Fiorentino sarebbe stato al centro di un giro di fatturazioni false tra varie società per ottenere i contributi pubblici all’editoria di alcune testate locali come ad esempio il Giornale della Toscana che poi è stato chiuso. Scrive il Corriere della Sera: «Il Credito cooperativo era diventato “la banca del presidente”, e i sindaci revisori, che mai si opponevano alle sue decisioni, altri non erano che “tutti gli uomini del presidente”, ovvero di Denis Verdini. Così come erano atipiche le imprese editoriali studiate “per ottenere contributi pubblici”, quelli appunto delle provvidenze sull’editoria considerate illegali».
Gli avvocati di Verdini hanno fatto sapere che ricorreranno in appello. Nel marzo del 2016 Verdini era stato condannato in primo grado a due anni di carcere nella vicenda della costruzione della scuola dei Marescialli dei carabinieri di Firenze, una struttura che ospita una parte della formazione dei carabinieri nazionale. Quel processo rientrava nella cosiddetta vicenda “grandi appalti”, che riguardava appalti pubblici indetti fra le altre cose per il G8 della Maddalena del 2008 e i Mondiali di nuoto di Roma del 2009. Lo scorso ottobre Verdini era stato prosciolto con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.
Fonte: Il Post
giovedì 2 marzo 2017
L’inchiesta CONSIP, dall’inizio
È una storia complicata – e con qualche risvolto surreale – che riguarda un importante imprenditore napoletano, il padre di Matteo Renzi e il ministro Luca Lotti
Negli ultimi giorni si è parlato molto dello “scandalo CONSIP”, una complicata vicenda su un presunto caso di corruzione che riguarda un imprenditore napoletano, alcuni dirigenti della società che si occupa di gran parte degli acquisti della pubblica amministrazione (la CONSIP, appunto, detta anche la “centrale acquisti”), Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sport Luca Lotti, anche lui molto vicino a Renzi. L’inchiesta ha due filoni principali. Nel primo l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, arrestato ieri, è accusato di aver corrotto un funzionario di CONSIP e aver promesso denaro a Tiziano Renzi. Nel secondo filone l’attuale ministro dello Sport Lotti è accusato, insieme ad altri dirigenti e ufficiali delle forze dell’ordine, di aver detto ad alcuni dirigenti CONSIP che c’era un’indagine in corso nei loro confronti. Nel 2013, Romeo fece una donazione da 60 mila euro, tramite la società Isfavim, alla Fondazione Open, che ha finanziato la campagna elettorale di Matteo Renzi alle primarie di quell’anno.
Il filone più importante, al momento, sembra quello che riguarda Romeo e Tiziano Renzi. Romeo è un importante imprenditore napoletano le cui attività vanno dagli hotel di lusso alle imprese di pulizie, che spesso lavorano in appalto per la pubblica amministrazione. Anche nel 2008 fu arrestato con l’accusa di corruzione, ma fu assolto da ogni accusa. Secondo i magistrati, che basano le loro ipotesi sul contenuto di intercettazioni e interrogatori, negli ultimi anni Romeo avrebbe provato a ottenere una serie di appalti da CONSIP, ma le sue società non disponevano delle competenze tecniche necessarie a partecipare ai complicati bandi di CONSIP. Inoltre, Romeo sosteneva di subire la concorrenza sleale di altre imprese che grazie ai loro agganci politici riuscivano a sottrargli gli appalti più importanti.
Per questa ragione Romeo avrebbe corrotto un dirigente di CONSIP, Marco Gasparri, che ha deciso di collaborare con i magistrati, perché lo aiutasse a compilare i bandi e rispondere correttamente alle osservazioni mosse dalla commissione incaricata di esaminarli. Secondo i magistrati Gasparri ricevette 5 mila euro in contanti nel 2012, mentre nei due anni successivi avrebbe ricevuto in tutto altri 100 mila euro. Uno degli appalti che interessavano Romeo è quello che i giornali hanno definito “l’appalto più ricco d’Europa”: il cosiddetto “Facility Management 4″, che vale in tutto più di due miliardi e mezzo di euro. L’appalto è diviso in 18 “lotti” diversi per l’assegnazione di servizi diversi, e Romeo era interessato ad alcuni di questi.
Sempre secondo i magistrati, un altro canale che Romeo avrebbe utilizzato per avere un trattamento di favore da CONSIP passava per il padre di Matteo Renzi, Tiziano. Romeo, scrivono i magistrati, avrebbe promesso dei soldi all’imprenditore Carlo Russo per poter incontrare Tiziano Renzi e far sì che questi, a sua volta, facesse pressioni su CONSIP. Secondo i magistrati Romeo avrebbe promesso del denaro anche a Tiziano Renzi in cambio di un aiuto a incontrare Luca Lotti e Luigi Marroni, capo di CONSIP. Questa è considerata la parte più fragile dell’inchiesta, basata soprattutto su alcune intercettazioni in cui Romeo sosteneva di avere contatti “ai più alti livelli” della politica e su alcuni bigliettini ritrovati in una discarica che i magistrati ritengono provenire dagli uffici di Romeo. Non è chiaro perché sulle tonnellate di rifiuti presenti in una discarica i magistrati ritengano che questi bigliettini vengano dagli uffici di Romeo. Su questi pezzi di carta strappati, poi, ci sarebbero iniziali come T. (che secondo i magistrati starebbe per “Tiziano Renzi”, con una certa fantasia), L. (per “Luca Lotti”, idem) e M. (per “Luigi Marroni”, di nuovo), con accanto date di incontri o cifre che i magistrati ipotizzano fossero state promesse ai vari contatti di Romeo. Nessuno di quei presunti incontri e pagamenti però è mai avvenuto, per quel che ne sappiamo oggi.
Come ha scritto Marco Lillo pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano, infatti, «è bene sottolineare che nessuno dei pagamenti ipotizzati e nessuno degli incontri con M. e L., se sono davvero Marroni e Lotti, si è poi realizzato. Va detto inoltre che Tiziano Renzi non partecipa a un solo colloquio. Va ribadito che il babbo dell’allora premier non ha incassato un euro da Romeo e potrebbe essere vittima di un colossale misunderstanding sulla T. o di un colossale millantato credito di Russo». Solo oggi Repubblica ha pubblicato un’intervista in cui un commercialista di Napoli parla di un incontro tra Tiziano Renzi, Romeo e Russo, ma aggiunge che non ne è stato testimone ed è stato lo stesso Romeo a parlargliene.
Il secondo filone dell’inchiesta sembra al momento più solido. L’indagine riguarda il ministro dello Sport Luca Lotti, che è sospettato di rivelazione di segreto e favoreggiamento. Secondo la ricostruzione dei giornali, l’amministratore di CONSIP, Luigi Marroni, avrebbe detto ai magistrati di essere stato avvertito da Lotti di un’indagine sulla sua società. Marroni avrebbe ricevuto lo stesso avvertimento anche da due alti ufficiali dei carabinieri. In seguito a queste informazioni, Marroni avrebbe fatto bonificare il suo ufficio da una ditta specializzata che avrebbe trovato alcune microspie. Marroni ha confermato quest’ultimo episodio in un’intervista a Repubblica uscita oggi, ma non ha voluto confermare il coinvolgimento di Lotti né la circostanza che lo ha spinto a cercare delle microspie nel suo ufficio. Lotti non ha mai voluto spiegare pubblicamente le accuse è si è limitato a dichiarare di essere “tranquillo”.
L’inchiesta CONSIP è partita da un’indagine della procura antimafia di Napoli sui presunti legami con la camorra di alcuni dipendenti di Romeo impiegati nell’ospedale Cardarelli, uno dei più grandi del sud Italia. L’indagine era condotta dal pubblico ministero Henry John Woodcock, un magistrato famoso per le sue indagini che dalla procura di Potenza, dove lavorava fino a pochi anni fa, arrivavano a coinvolgere personaggi importanti in tutto il resto del paese (qui avevamo raccontato la sua storia). Spesso le sue inchieste si sono risolte in un nulla di fatto, a volte a causa delle scarse risorse e del modo caotico e disordinato con cui erano state condotte. Dall’indagine sul Cardarelli, utilizzando moltissimo le intercettazioni telefoniche e ambientali, Woodcock ha esteso la sua inchiesta alla CONSIP e alle relazioni di Romeo con i dirigenti della società e imprenditori toscani come Russo e Tiziano Renzi. A quel punto, la procura antimafia di Napoli si è accordata con la procura di Roma. Quest’ultima si sta occupando di tutti i reati legati a CONSIP, mentre quella di Napoli rimane competente per gli appalti del Cardarelli ed eventuali collegamenti degli indagati con organizzazioni mafiose.
Fonte: Il Post
(ANSA/Giuseppe Lami)
Negli ultimi giorni si è parlato molto dello “scandalo CONSIP”, una complicata vicenda su un presunto caso di corruzione che riguarda un imprenditore napoletano, alcuni dirigenti della società che si occupa di gran parte degli acquisti della pubblica amministrazione (la CONSIP, appunto, detta anche la “centrale acquisti”), Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sport Luca Lotti, anche lui molto vicino a Renzi. L’inchiesta ha due filoni principali. Nel primo l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, arrestato ieri, è accusato di aver corrotto un funzionario di CONSIP e aver promesso denaro a Tiziano Renzi. Nel secondo filone l’attuale ministro dello Sport Lotti è accusato, insieme ad altri dirigenti e ufficiali delle forze dell’ordine, di aver detto ad alcuni dirigenti CONSIP che c’era un’indagine in corso nei loro confronti. Nel 2013, Romeo fece una donazione da 60 mila euro, tramite la società Isfavim, alla Fondazione Open, che ha finanziato la campagna elettorale di Matteo Renzi alle primarie di quell’anno.
Il filone più importante, al momento, sembra quello che riguarda Romeo e Tiziano Renzi. Romeo è un importante imprenditore napoletano le cui attività vanno dagli hotel di lusso alle imprese di pulizie, che spesso lavorano in appalto per la pubblica amministrazione. Anche nel 2008 fu arrestato con l’accusa di corruzione, ma fu assolto da ogni accusa. Secondo i magistrati, che basano le loro ipotesi sul contenuto di intercettazioni e interrogatori, negli ultimi anni Romeo avrebbe provato a ottenere una serie di appalti da CONSIP, ma le sue società non disponevano delle competenze tecniche necessarie a partecipare ai complicati bandi di CONSIP. Inoltre, Romeo sosteneva di subire la concorrenza sleale di altre imprese che grazie ai loro agganci politici riuscivano a sottrargli gli appalti più importanti.
Per questa ragione Romeo avrebbe corrotto un dirigente di CONSIP, Marco Gasparri, che ha deciso di collaborare con i magistrati, perché lo aiutasse a compilare i bandi e rispondere correttamente alle osservazioni mosse dalla commissione incaricata di esaminarli. Secondo i magistrati Gasparri ricevette 5 mila euro in contanti nel 2012, mentre nei due anni successivi avrebbe ricevuto in tutto altri 100 mila euro. Uno degli appalti che interessavano Romeo è quello che i giornali hanno definito “l’appalto più ricco d’Europa”: il cosiddetto “Facility Management 4″, che vale in tutto più di due miliardi e mezzo di euro. L’appalto è diviso in 18 “lotti” diversi per l’assegnazione di servizi diversi, e Romeo era interessato ad alcuni di questi.
Sempre secondo i magistrati, un altro canale che Romeo avrebbe utilizzato per avere un trattamento di favore da CONSIP passava per il padre di Matteo Renzi, Tiziano. Romeo, scrivono i magistrati, avrebbe promesso dei soldi all’imprenditore Carlo Russo per poter incontrare Tiziano Renzi e far sì che questi, a sua volta, facesse pressioni su CONSIP. Secondo i magistrati Romeo avrebbe promesso del denaro anche a Tiziano Renzi in cambio di un aiuto a incontrare Luca Lotti e Luigi Marroni, capo di CONSIP. Questa è considerata la parte più fragile dell’inchiesta, basata soprattutto su alcune intercettazioni in cui Romeo sosteneva di avere contatti “ai più alti livelli” della politica e su alcuni bigliettini ritrovati in una discarica che i magistrati ritengono provenire dagli uffici di Romeo. Non è chiaro perché sulle tonnellate di rifiuti presenti in una discarica i magistrati ritengano che questi bigliettini vengano dagli uffici di Romeo. Su questi pezzi di carta strappati, poi, ci sarebbero iniziali come T. (che secondo i magistrati starebbe per “Tiziano Renzi”, con una certa fantasia), L. (per “Luca Lotti”, idem) e M. (per “Luigi Marroni”, di nuovo), con accanto date di incontri o cifre che i magistrati ipotizzano fossero state promesse ai vari contatti di Romeo. Nessuno di quei presunti incontri e pagamenti però è mai avvenuto, per quel che ne sappiamo oggi.
Come ha scritto Marco Lillo pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano, infatti, «è bene sottolineare che nessuno dei pagamenti ipotizzati e nessuno degli incontri con M. e L., se sono davvero Marroni e Lotti, si è poi realizzato. Va detto inoltre che Tiziano Renzi non partecipa a un solo colloquio. Va ribadito che il babbo dell’allora premier non ha incassato un euro da Romeo e potrebbe essere vittima di un colossale misunderstanding sulla T. o di un colossale millantato credito di Russo». Solo oggi Repubblica ha pubblicato un’intervista in cui un commercialista di Napoli parla di un incontro tra Tiziano Renzi, Romeo e Russo, ma aggiunge che non ne è stato testimone ed è stato lo stesso Romeo a parlargliene.
Il secondo filone dell’inchiesta sembra al momento più solido. L’indagine riguarda il ministro dello Sport Luca Lotti, che è sospettato di rivelazione di segreto e favoreggiamento. Secondo la ricostruzione dei giornali, l’amministratore di CONSIP, Luigi Marroni, avrebbe detto ai magistrati di essere stato avvertito da Lotti di un’indagine sulla sua società. Marroni avrebbe ricevuto lo stesso avvertimento anche da due alti ufficiali dei carabinieri. In seguito a queste informazioni, Marroni avrebbe fatto bonificare il suo ufficio da una ditta specializzata che avrebbe trovato alcune microspie. Marroni ha confermato quest’ultimo episodio in un’intervista a Repubblica uscita oggi, ma non ha voluto confermare il coinvolgimento di Lotti né la circostanza che lo ha spinto a cercare delle microspie nel suo ufficio. Lotti non ha mai voluto spiegare pubblicamente le accuse è si è limitato a dichiarare di essere “tranquillo”.
L’inchiesta CONSIP è partita da un’indagine della procura antimafia di Napoli sui presunti legami con la camorra di alcuni dipendenti di Romeo impiegati nell’ospedale Cardarelli, uno dei più grandi del sud Italia. L’indagine era condotta dal pubblico ministero Henry John Woodcock, un magistrato famoso per le sue indagini che dalla procura di Potenza, dove lavorava fino a pochi anni fa, arrivavano a coinvolgere personaggi importanti in tutto il resto del paese (qui avevamo raccontato la sua storia). Spesso le sue inchieste si sono risolte in un nulla di fatto, a volte a causa delle scarse risorse e del modo caotico e disordinato con cui erano state condotte. Dall’indagine sul Cardarelli, utilizzando moltissimo le intercettazioni telefoniche e ambientali, Woodcock ha esteso la sua inchiesta alla CONSIP e alle relazioni di Romeo con i dirigenti della società e imprenditori toscani come Russo e Tiziano Renzi. A quel punto, la procura antimafia di Napoli si è accordata con la procura di Roma. Quest’ultima si sta occupando di tutti i reati legati a CONSIP, mentre quella di Napoli rimane competente per gli appalti del Cardarelli ed eventuali collegamenti degli indagati con organizzazioni mafiose.
Fonte: Il Post
martedì 28 febbraio 2017
Il vicepresidente di Samsung incriminato per corruzione
Lee Jae-yong, nipote del fondatore dell'azienda, è implicato nello scandalo che ha travolto la presidente della repubblica sudcoreana Park Guen-hye
Il vicepresidente di Samsung Electronics, Lee Jae-yong, è stato incriminato per i reati di corruzione e frode nell'ambito dello scandalo sulla corruzione e l'influenza politica che ha colpito la presidente della repubblica sudcoreana Park Guen-hye, ora sotto procedura di impeachment, e la confidente Choi Soon-sil, in stato di arresto. Ad annunciarlo è stata la procura speciale che indaga sul caso e che il 17 febbraio ha arrestato lo stesso Lee.
Incriminati anche altri quattro manager dell'azienda che produce cellulari e televisioni. Lee, nipote del fondatore di Samsung, era al vertice dell'azienda dopo i problemi di salute del padre nel 2014. Tra le accuse, è sospettato di aver versato l'equivalente di quasi 40 milioni di dollari in mazzette in cambio di favori pubblici. Il vice presidente di Samsung ha negato tutte le accuse.
Gli inquirenti hanno ottenuto a dicembre l'incarico dal parlamento per completare le indagini in 70 giorni con altri 20 dedicati alla preparazione della verifica degli addebiti mossi contro Park e Choi. Il portavoce dell'Ufficio della procura, Lee Kyu Chul, ha spiegato che l'incriminazione ci sarà anche contro altre quattro persone, tra cui l'ex ministro della Cultura, Cho Yoonsun, e l'ex capo di Gabinetto di Park, Kim Ki-choon, per l'ostracismo verso migliaia di artisti colpevoli di essersi dichiarati lontani dalle posizioni presidenziali.
La Corte costituzionale sta valutando i profili giuridici riguardanti l'impeachment della presidente Park. Ieri si è tenuta l'ultima audizione, alla quale non si è però presentata. Secondo i media di Seoul il responso dovrebbe arrivare entro il 13 marzo.
Fonte: The Post Internazionale
Il vicepresidente di Samsung, Lee Jae-yong, è stato incriminato per corruzione. Credit: Jung Yeon-Je/Pool
Il vicepresidente di Samsung Electronics, Lee Jae-yong, è stato incriminato per i reati di corruzione e frode nell'ambito dello scandalo sulla corruzione e l'influenza politica che ha colpito la presidente della repubblica sudcoreana Park Guen-hye, ora sotto procedura di impeachment, e la confidente Choi Soon-sil, in stato di arresto. Ad annunciarlo è stata la procura speciale che indaga sul caso e che il 17 febbraio ha arrestato lo stesso Lee.
Incriminati anche altri quattro manager dell'azienda che produce cellulari e televisioni. Lee, nipote del fondatore di Samsung, era al vertice dell'azienda dopo i problemi di salute del padre nel 2014. Tra le accuse, è sospettato di aver versato l'equivalente di quasi 40 milioni di dollari in mazzette in cambio di favori pubblici. Il vice presidente di Samsung ha negato tutte le accuse.
Gli inquirenti hanno ottenuto a dicembre l'incarico dal parlamento per completare le indagini in 70 giorni con altri 20 dedicati alla preparazione della verifica degli addebiti mossi contro Park e Choi. Il portavoce dell'Ufficio della procura, Lee Kyu Chul, ha spiegato che l'incriminazione ci sarà anche contro altre quattro persone, tra cui l'ex ministro della Cultura, Cho Yoonsun, e l'ex capo di Gabinetto di Park, Kim Ki-choon, per l'ostracismo verso migliaia di artisti colpevoli di essersi dichiarati lontani dalle posizioni presidenziali.
La Corte costituzionale sta valutando i profili giuridici riguardanti l'impeachment della presidente Park. Ieri si è tenuta l'ultima audizione, alla quale non si è però presentata. Secondo i media di Seoul il responso dovrebbe arrivare entro il 13 marzo.
Fonte: The Post Internazionale
venerdì 17 febbraio 2017
Il vice presidente della Samsung è stato arrestato
Lee Jae-yong, erede del colosso asiatico della tecnologia, è accusato di aver pagato enormi tangenti in cambio di favori governativi
Il vice presidente del gruppo Samsung Lee Jae-yong, anche conosciuto come Jay Y. Lee, è stato arrestato con l’accusa di corruzione, pendenti anche altri capi d’imputazione, venerdì 17 febbraio 2017. Il caso è legato allo scandalo che ha portato all’impeachment della presidente Park Geun-hye.
Samsung è sospettata di aver fatto ingenti donazioni a fondazioni presiedute da Choi Soon-sil, amica stretta di Park, in cambio di favori governativi. Sia Lee che il gruppo negano le accuse.
L’erede 48enne del colosso asiatico della tecnologia era stato interrogato dagli inquirenti già a gennaio, ma avevano deciso di non prenderlo in custodia. Era stato ascoltato di nuovo la settima passata.
Il tribunale che ha autorizzato l’arresto ha rilevato come il fermo fosse necessario alla luce delle nuove imputazioni e delle nuove prove a loro sostegno. La procura ha ora 20 giorni per formalizzare le accuse.
Fonte: The Post Internazionale
Lee Jae-yong, vice presidente del gruppo Samsung. Credit: Reuters
Il vice presidente del gruppo Samsung Lee Jae-yong, anche conosciuto come Jay Y. Lee, è stato arrestato con l’accusa di corruzione, pendenti anche altri capi d’imputazione, venerdì 17 febbraio 2017. Il caso è legato allo scandalo che ha portato all’impeachment della presidente Park Geun-hye.
Samsung è sospettata di aver fatto ingenti donazioni a fondazioni presiedute da Choi Soon-sil, amica stretta di Park, in cambio di favori governativi. Sia Lee che il gruppo negano le accuse.
L’erede 48enne del colosso asiatico della tecnologia era stato interrogato dagli inquirenti già a gennaio, ma avevano deciso di non prenderlo in custodia. Era stato ascoltato di nuovo la settima passata.
Il tribunale che ha autorizzato l’arresto ha rilevato come il fermo fosse necessario alla luce delle nuove imputazioni e delle nuove prove a loro sostegno. La procura ha ora 20 giorni per formalizzare le accuse.
Fonte: The Post Internazionale
giovedì 16 febbraio 2017
Le novità su Raggi, Marra e Romeo
Il romanzo politico e giudiziario romano si è arricchito di una nuova polizza vita con Raggi beneficiaria e una cassetta di sicurezza svuotata dopo l'arresto di Marra
Sui giornali di oggi ci sono diverse novità sul caso giudiziario e politico che coinvolge Virginia Raggi, sindaca di Roma, Salvatore Romeo, ex capo della segreteria di Raggi, e Raffaele Marra, ex capo del personale del comune arrestato con l’accusa di corruzione lo scorso dicembre. Si parla di una nuova polizza vita in cui Raggi è indicata come beneficiaria e di una cassetta di sicurezza di Romeo che sarebbe stata svuotata subito dopo l’arresto di Marra.
Virginia Raggi è indagata per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per le modalità della nomina di Renato Marra – fratello di Raffaele, che era vicecapo della Polizia Municipale – a capo del dipartimento Turismo del comune di Roma. Il 2 febbraio, giorno in cui Raggi è stata ascoltata per otto ore dai magistrati della procura di Roma, sui giornali era stata pubblicata la notizia per cui ci fossero due polizze vita sottoscritte da Salvatore Romeo e in cui Raggi era indicata come beneficiaria. Per i pubblici ministeri il fatto non è penalmente rilevante. Il 6 febbraio anche Salvatore Romeo è stato indagato per il caso delle nomine.
Sui principali giornali di oggi si dice che Salvatore Romeo abbia aperto una terza polizza vita in favore di Virginia Raggi del valore di 8 mila euro, e che lo abbia fatto dopo che la sindaca era stata convocata dai magistrati. Prima di quest’ultima, le polizze vita erano due: erano state sottoscritte nel gennaio del 2016, una era del valore di 30 mila euro, l’altra di 3 mila. La terza sarebbe stata attivata il 26 gennaio del 2017, dopo che Raggi aveva ricevuto un invito a comparire da parte della procura e prima del suo interrogatorio. Su Repubblica, Carlo Bonini dice che la modalità della polizza da 8 mila euro è uguale a quella della polizza da 30 mila euro: Raggi ne risulta beneficiaria e avrebbe potuto incassarne il valore solo in caso di morte di Romeo. Quando Raggi era stata interrogata all’inizio di febbraio, la polizia aveva rintracciato soltanto le prime due polizze e della terza non era ancora a conoscenza. Quando invece, qualche giorno dopo, è stato interrogato Romeo, gli è stato chiesto anche della terza polizza: Romeo avrebbe risposto di averla attivata «per affetto» verso Raggi in un momento per lei piuttosto complicato.
Il Corriere della Sera ipotizza che la mossa di Romeo – attivare con una tempistica un po’ sospetta una terza polizza – sia in realtà «una manovra per mettere Raggi in difficoltà», e aggiunge che sono stati disposti nuovi accertamenti. Carlo Bonini su Repubblica fa invece una congettura ancora più complicata:
«Che la mossa di Romeo, in quell’ultima settimana del gennaio scorso, sia studiata. E lo sia per precostituirsi la spiegazione che lui stesso si prepara a dare ai pm, secondo la quale quell’accendere assicurazioni a beneficio di ignari “amici” e “persone stimate” sia una prassi così innocua e “seriale” che aveva ritenuto di doverla e poterla proseguire anche nel pieno di un’inchiesta che lo coinvolgeva insieme alla beneficiaria (la Raggi) e che aveva quale suo oggetto proprio l’esame della natura e del fine di quelle polizze. Decisive per comprendere l’esistenza o meno di un conflitto di interesse».
L’altra notizia di oggi ha a che fare con una cassetta di sicurezza che sarebbe stata scoperta nelle indagini patrimoniali di qualche settimana fa. La cassetta risulterebbe aperta dal 2011, collegata a un conto corrente intestato a Romeo e per la quale Romeo avrebbe indicato come “comodataria”, cioè utilizzatrice, una sua amica. Risulterebbe anche, secondo quanto scrivono oggi i giornali, che questa cassetta sia stata aperta e svuotata completamente il 19 dicembre scorso; tre giorni prima, il 16 dicembre, Marra era stato arrestato con l’accusa di corruzione. Il 19 dicembre era un lunedì e quindi era il primo giorno utile di apertura della banca dopo l’arresto di Marra, avvenuto il venerdì precedente. Il Corriere dice che la casa della donna amica di Romeo sarebbe stata perquisita e lei interrogata: avrebbe confermato la versione di Romeo senza dire però niente sul contenuto della cassetta. Repubblica aggiunge che la donna avrebbe parlato genericamente di «documenti».
Fonte: Il Post
La sindaca di Roma Virginia Raggi durante il concerto della Cappella Musicale Pontificia Sistina e della JuniOrchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, presso la Basilica di Sant'Eugenio, Roma, 14 febbraio 2017 (ANSA/ ANGELO CARCONI)
Sui giornali di oggi ci sono diverse novità sul caso giudiziario e politico che coinvolge Virginia Raggi, sindaca di Roma, Salvatore Romeo, ex capo della segreteria di Raggi, e Raffaele Marra, ex capo del personale del comune arrestato con l’accusa di corruzione lo scorso dicembre. Si parla di una nuova polizza vita in cui Raggi è indicata come beneficiaria e di una cassetta di sicurezza di Romeo che sarebbe stata svuotata subito dopo l’arresto di Marra.
Virginia Raggi è indagata per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per le modalità della nomina di Renato Marra – fratello di Raffaele, che era vicecapo della Polizia Municipale – a capo del dipartimento Turismo del comune di Roma. Il 2 febbraio, giorno in cui Raggi è stata ascoltata per otto ore dai magistrati della procura di Roma, sui giornali era stata pubblicata la notizia per cui ci fossero due polizze vita sottoscritte da Salvatore Romeo e in cui Raggi era indicata come beneficiaria. Per i pubblici ministeri il fatto non è penalmente rilevante. Il 6 febbraio anche Salvatore Romeo è stato indagato per il caso delle nomine.
Sui principali giornali di oggi si dice che Salvatore Romeo abbia aperto una terza polizza vita in favore di Virginia Raggi del valore di 8 mila euro, e che lo abbia fatto dopo che la sindaca era stata convocata dai magistrati. Prima di quest’ultima, le polizze vita erano due: erano state sottoscritte nel gennaio del 2016, una era del valore di 30 mila euro, l’altra di 3 mila. La terza sarebbe stata attivata il 26 gennaio del 2017, dopo che Raggi aveva ricevuto un invito a comparire da parte della procura e prima del suo interrogatorio. Su Repubblica, Carlo Bonini dice che la modalità della polizza da 8 mila euro è uguale a quella della polizza da 30 mila euro: Raggi ne risulta beneficiaria e avrebbe potuto incassarne il valore solo in caso di morte di Romeo. Quando Raggi era stata interrogata all’inizio di febbraio, la polizia aveva rintracciato soltanto le prime due polizze e della terza non era ancora a conoscenza. Quando invece, qualche giorno dopo, è stato interrogato Romeo, gli è stato chiesto anche della terza polizza: Romeo avrebbe risposto di averla attivata «per affetto» verso Raggi in un momento per lei piuttosto complicato.
Il Corriere della Sera ipotizza che la mossa di Romeo – attivare con una tempistica un po’ sospetta una terza polizza – sia in realtà «una manovra per mettere Raggi in difficoltà», e aggiunge che sono stati disposti nuovi accertamenti. Carlo Bonini su Repubblica fa invece una congettura ancora più complicata:
«Che la mossa di Romeo, in quell’ultima settimana del gennaio scorso, sia studiata. E lo sia per precostituirsi la spiegazione che lui stesso si prepara a dare ai pm, secondo la quale quell’accendere assicurazioni a beneficio di ignari “amici” e “persone stimate” sia una prassi così innocua e “seriale” che aveva ritenuto di doverla e poterla proseguire anche nel pieno di un’inchiesta che lo coinvolgeva insieme alla beneficiaria (la Raggi) e che aveva quale suo oggetto proprio l’esame della natura e del fine di quelle polizze. Decisive per comprendere l’esistenza o meno di un conflitto di interesse».
L’altra notizia di oggi ha a che fare con una cassetta di sicurezza che sarebbe stata scoperta nelle indagini patrimoniali di qualche settimana fa. La cassetta risulterebbe aperta dal 2011, collegata a un conto corrente intestato a Romeo e per la quale Romeo avrebbe indicato come “comodataria”, cioè utilizzatrice, una sua amica. Risulterebbe anche, secondo quanto scrivono oggi i giornali, che questa cassetta sia stata aperta e svuotata completamente il 19 dicembre scorso; tre giorni prima, il 16 dicembre, Marra era stato arrestato con l’accusa di corruzione. Il 19 dicembre era un lunedì e quindi era il primo giorno utile di apertura della banca dopo l’arresto di Marra, avvenuto il venerdì precedente. Il Corriere dice che la casa della donna amica di Romeo sarebbe stata perquisita e lei interrogata: avrebbe confermato la versione di Romeo senza dire però niente sul contenuto della cassetta. Repubblica aggiunge che la donna avrebbe parlato genericamente di «documenti».
Fonte: Il Post
venerdì 10 febbraio 2017
In Romania non è finita, per ora
Si è dimesso il ministro della Giustizia, principale responsabile della contestata legge sulla corruzione: ma le proteste di piazza continuano
Giovedì 9 febbraio il ministro della Giustizia romeno Florin Iordache si è dimesso, dopo il decimo giorno di proteste di piazza organizzate contro la legge per ridurre le pene per corruzione, della quale Iordache era il principale responsabile. La legge, che avrebbe potuto favorire alcuni leader politici ed era stata per questo contestata, era stata ritirata domenica, dopo che le proteste erano diventate le più grandi nel paese dai tempi della caduta del comunismo. Questo non ha però fermato i manifestanti, che hanno continuato a riunirsi a Bucarest e in altre città romene per protestare contro il governo, accusato di aver preso provvedimenti troppo deboli per rispondere alle manifestazioni.
Anche dopo le dimissioni di Iordache, giovedì sera, le proteste sono continuate in piazza della Vittoria a Bucarest e anche davanti al palazzo presidenziale, dove vive Klaus Iohannis, oppositore di centrodestra eletto nel 2014 e sostenitore delle manifestazioni. Iordache, che appartiene al Partito Social Democratico, ha difeso la legalità della legge per ridurre le pene per corruzione, che era stata motivata come necessaria per riallineare il paese alla sua costituzione. Il primo ministro Sorin Grindeanu aveva però dato a Iordache la colpa per non aver saputo spiegare ai cittadini romeni il contenuto e i fini della legge. Le dimissioni di Iordache non sono arrivate a sorpresa, ed erano state anticipate da Grindenau mercoledì. Già la scorsa settimana Florin Jianu, ministro per gli Affari e il Commercio, si era dimesso parlando di “motivi etici”. I manifestanti però continuano a chiedere che a dimettersi sia l’intero governo, che però mercoledì è riuscito a ottenere la fiducia in parlamento, dopo un voto chiesto dall’opposizione. Non è facile prevedere se le dimissioni di Iordache siano sufficienti perché le manifestazioni gradualmente finiscano, e se il governo romeno – che si è insediato circa un mese fa, dopo le elezioni dello scorso dicembre – riuscirà a sopravvivere a questa crisi politica. Lo stesso Iohannis ha detto qualche giorno fa che «le dimissioni di un ministro non saranno abbastanza».
Il decreto legge, approvato il 31 gennaio, decriminalizzava alcuni reati di corruzione e rendeva l’abuso di potere punibile con il carcere solo nel caso in cui fosse stato dimostrabile un danno per lo stato superiore a 44.000 euro. Secondo i critici della legge il principale beneficiario sarebbe stato Liviu Dragnea, leader del PSD: Dragnea sta affrontando un processo insieme ad altri politici di sinistra per abuso di potere. Il processo riguarda un presunto danno per lo stato di circa 24mila euro (quindi entro i limiti previsti dalla nuova legge). Da decenni la corruzione è un problema enorme in Romania, che è uno dei paesi più corrotti dell’Unione Europea, di cui fa parte dal 2007. Secondo uno studio del 2016, il 15 per cento dei parlamentari eletti nel 2012 era sotto indagine per corruzione, lo era stato o si era già dimesso in passato per accuse di questo tipo; negli ultimi anni, inoltre, centinaia di funzionari e politici sono stati arrestati per abuso di potere e corruzione. Da qualche tempo si erano visti però i primi sforzi per limitare il fenomeno, guidati soprattutto dal procuratore capo dell’agenzia nazionale anticorruzione Laura Codruta Kovesi. È anche per questo che il provvedimento del governo è stato accolto con tanta opposizione: è stato visto come un modo per colpire quanto di efficace era stato fatto negli ultimi anni.
Fonte: Il Post
(ANDREI PUNGOVSCHI/AFP/Getty Images)
Giovedì 9 febbraio il ministro della Giustizia romeno Florin Iordache si è dimesso, dopo il decimo giorno di proteste di piazza organizzate contro la legge per ridurre le pene per corruzione, della quale Iordache era il principale responsabile. La legge, che avrebbe potuto favorire alcuni leader politici ed era stata per questo contestata, era stata ritirata domenica, dopo che le proteste erano diventate le più grandi nel paese dai tempi della caduta del comunismo. Questo non ha però fermato i manifestanti, che hanno continuato a riunirsi a Bucarest e in altre città romene per protestare contro il governo, accusato di aver preso provvedimenti troppo deboli per rispondere alle manifestazioni.
Anche dopo le dimissioni di Iordache, giovedì sera, le proteste sono continuate in piazza della Vittoria a Bucarest e anche davanti al palazzo presidenziale, dove vive Klaus Iohannis, oppositore di centrodestra eletto nel 2014 e sostenitore delle manifestazioni. Iordache, che appartiene al Partito Social Democratico, ha difeso la legalità della legge per ridurre le pene per corruzione, che era stata motivata come necessaria per riallineare il paese alla sua costituzione. Il primo ministro Sorin Grindeanu aveva però dato a Iordache la colpa per non aver saputo spiegare ai cittadini romeni il contenuto e i fini della legge. Le dimissioni di Iordache non sono arrivate a sorpresa, ed erano state anticipate da Grindenau mercoledì. Già la scorsa settimana Florin Jianu, ministro per gli Affari e il Commercio, si era dimesso parlando di “motivi etici”. I manifestanti però continuano a chiedere che a dimettersi sia l’intero governo, che però mercoledì è riuscito a ottenere la fiducia in parlamento, dopo un voto chiesto dall’opposizione. Non è facile prevedere se le dimissioni di Iordache siano sufficienti perché le manifestazioni gradualmente finiscano, e se il governo romeno – che si è insediato circa un mese fa, dopo le elezioni dello scorso dicembre – riuscirà a sopravvivere a questa crisi politica. Lo stesso Iohannis ha detto qualche giorno fa che «le dimissioni di un ministro non saranno abbastanza».
Il decreto legge, approvato il 31 gennaio, decriminalizzava alcuni reati di corruzione e rendeva l’abuso di potere punibile con il carcere solo nel caso in cui fosse stato dimostrabile un danno per lo stato superiore a 44.000 euro. Secondo i critici della legge il principale beneficiario sarebbe stato Liviu Dragnea, leader del PSD: Dragnea sta affrontando un processo insieme ad altri politici di sinistra per abuso di potere. Il processo riguarda un presunto danno per lo stato di circa 24mila euro (quindi entro i limiti previsti dalla nuova legge). Da decenni la corruzione è un problema enorme in Romania, che è uno dei paesi più corrotti dell’Unione Europea, di cui fa parte dal 2007. Secondo uno studio del 2016, il 15 per cento dei parlamentari eletti nel 2012 era sotto indagine per corruzione, lo era stato o si era già dimesso in passato per accuse di questo tipo; negli ultimi anni, inoltre, centinaia di funzionari e politici sono stati arrestati per abuso di potere e corruzione. Da qualche tempo si erano visti però i primi sforzi per limitare il fenomeno, guidati soprattutto dal procuratore capo dell’agenzia nazionale anticorruzione Laura Codruta Kovesi. È anche per questo che il provvedimento del governo è stato accolto con tanta opposizione: è stato visto come un modo per colpire quanto di efficace era stato fatto negli ultimi anni.
Fonte: Il Post
giovedì 9 febbraio 2017
Le archiviazioni per Mafia Capitale
Riguardano 113 persone su 116, compresi l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della regione Nicola Zingaretti
La giudice per le indagini preliminari di Roma Flavia Costantini ha archiviato le accuse contro 113 persone sulle 116 indagate in un filone dell’inchiesta conosciuta come “Mafia Capitale”, non trovando «elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Il provvedimento di archiviazione riguarda anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente del Lazio Nicola Zingaretti. Nel frattempo va comunque avanti il processo principale di “Mafia Capitale”, in cui sono imputate 46 persone per reati che vanno dall’associazione criminale di tipo mafioso alla corruzione, dalla turbativa d’asta all’estorsione, al riciclaggio e all’usura, che è iniziato nel novembre del 2015 ed è arrivato alla sua 173esima udienza. Tra gli imputati del processo ci sono anche Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra in passato vicino alla banda della Magliana, e Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa di ex carcerati “29 Giugno”. Entrambi secondo la procura erano a capo di un’organizzazione di tipo mafioso.
Le 116 persone indagate dalla procura di Roma erano state coinvolte nell’indagine a seguito delle dichiarazioni di alcuni degli imputati principali. C’erano imprenditori, politici, pubblici funzionari e professionisti, accusati di vari reati. Dopo le indagini, nell’ottobre del 2016 la procura aveva chiesto l’archiviazione per tutte e 116 le persone indagate; il gip ha accolto la richiesta per 113 di loro, ordinando invece che per altre tre gli atti vengano restituiti al pubblico ministero per degli approfondimenti.
L’archiviazione riguarda, tra gli altri: Nicola Zingaretti che era stato indagato per sospetto concorso in corruzione e per turbativa d’asta; Massimo Carminati, in riferimento al reato di associazione per delinquere finalizzata a rapine e riciclaggio (Carminati è sotto processo per l’inchiesta principale); Gianni Alemanno, anche lui accusato di associazione di stampo mafioso, e che però andrà a processo a maggio per corruzione e finanziamento illecito in un altro filone di indagine. Per altre quattro persone coinvolte sono cadute le accuse di associazione di stampo mafioso. La giudice per le indagini preliminari non ha invece archiviato la posizione di tre persone che restano dunque indagate: l’imprenditore Salvatore Forlenza, l’ex presidente della commissione Bilancio del comune, Alfredo Ferrari e l’ex consigliere comunale della lista civica “Marino sindaco” Luca Giansanti.
L’inchiesta giudiziaria conosciuta come “Mondo di mezzo” o “Mafia Capitale” era cominciata nel dicembre del 2014 e aveva portato all’arresto di decine di persone per una presunta associazione mafiosa composta principalmente – ma non solo – da esponenti politici e dalla criminalità organizzata romana, che controllavano appalti e finanziamenti pubblici con metodi mafiosi. L’inchiesta fu chiamata da subito dai magistrati responsabili “Mafia capitale”, con l’evidente obiettivo di sostenere la tesi che tra le accuse potessero essere sostenute anche quelle legate alle associazioni criminali di tipo mafioso. Il reato al centro dell’inchiesta era appunto l’associazione di stampo mafioso, regolata dall’articolo 416 bis, ed era la prima volta che questa imputazione veniva contestata a persone non appartenenti a organizzazioni con diretto riferimento a mafia, camorra e ‘ndrangheta: si introducevano cioè le fattispecie di reato regolate dal 416 bis in una situazione che non sembrava avere le caratteristiche tipiche, storiche, usuali, delle associazioni mafiose.
All’inizio dell’inchiesta in molti avevano aderito immediatamente alla tesi dell’organizzazione mafiosa, o avevano mostrato poca cautela e molta enfasi. Dopo la richiesta dell’archiviazione, però, la tendenza principale nei titoli era stata quella di un ridimensionamento della questione. Diversi giornali danno oggi la notizia dell’archiviazione con brevi articoli a fondo pagina (Repubblica e Corriere, tra gli altri). Il Foglio – che invece aveva sostenuto fin dall’inizio che nell’inchiesta “Mafia Capitale” non ci fosse della mafia senza però contestare le accuse, o i reati eventualmente commessi – oggi scrive:
«Il problema non è solo fare i conti con un’inchiesta che si sgonfia. Il problema è fare i conti con la mancanza di anticorpi del nostro sistema di informazione: una condizione patologica che contribuisce ad alimentare un circolo vizioso in base al quale ciò che dice una procura non è una verità parziale che deve essere sempre suffragata da fatti ma è una verità assoluta impossibile da mettere in discussione».
Dopo la decisione del gip Gianni Alemanno ha detto che «finalmente, dopo 26 mesi di attesa, è stata definitivamente archiviata dal giudice per le indagini preliminari l’accusa nei miei confronti per il reato assurdo e infamante di associazione a delinquere di stampo mafioso: ho creduto nella giustizia, attendendo pazientemente questo momento e sopportando tonnellate di fango lanciate sul mio nome da esponenti politici e giornalisti che non sanno distinguere un avviso di garanzia da una condanna. Analogo danno è stato però evitato al governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Ringrazio la magistratura di cui ho sempre avuto fiducia, che mi ha ridato la mia onorabilità. Ora attendo che lo stesso facciano tutti quegli esponenti politici e giornalisti che hanno strumentalizzato queste indagini solo per utilità politica, dimenticando il danno che facevano non solo a me e alla mia famiglia ma a tutta la città di Roma».
Fonte: Il Post
(ANSA/ANGELO CARCONI)
La giudice per le indagini preliminari di Roma Flavia Costantini ha archiviato le accuse contro 113 persone sulle 116 indagate in un filone dell’inchiesta conosciuta come “Mafia Capitale”, non trovando «elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Il provvedimento di archiviazione riguarda anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente del Lazio Nicola Zingaretti. Nel frattempo va comunque avanti il processo principale di “Mafia Capitale”, in cui sono imputate 46 persone per reati che vanno dall’associazione criminale di tipo mafioso alla corruzione, dalla turbativa d’asta all’estorsione, al riciclaggio e all’usura, che è iniziato nel novembre del 2015 ed è arrivato alla sua 173esima udienza. Tra gli imputati del processo ci sono anche Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra in passato vicino alla banda della Magliana, e Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa di ex carcerati “29 Giugno”. Entrambi secondo la procura erano a capo di un’organizzazione di tipo mafioso.
Le 116 persone indagate dalla procura di Roma erano state coinvolte nell’indagine a seguito delle dichiarazioni di alcuni degli imputati principali. C’erano imprenditori, politici, pubblici funzionari e professionisti, accusati di vari reati. Dopo le indagini, nell’ottobre del 2016 la procura aveva chiesto l’archiviazione per tutte e 116 le persone indagate; il gip ha accolto la richiesta per 113 di loro, ordinando invece che per altre tre gli atti vengano restituiti al pubblico ministero per degli approfondimenti.
L’archiviazione riguarda, tra gli altri: Nicola Zingaretti che era stato indagato per sospetto concorso in corruzione e per turbativa d’asta; Massimo Carminati, in riferimento al reato di associazione per delinquere finalizzata a rapine e riciclaggio (Carminati è sotto processo per l’inchiesta principale); Gianni Alemanno, anche lui accusato di associazione di stampo mafioso, e che però andrà a processo a maggio per corruzione e finanziamento illecito in un altro filone di indagine. Per altre quattro persone coinvolte sono cadute le accuse di associazione di stampo mafioso. La giudice per le indagini preliminari non ha invece archiviato la posizione di tre persone che restano dunque indagate: l’imprenditore Salvatore Forlenza, l’ex presidente della commissione Bilancio del comune, Alfredo Ferrari e l’ex consigliere comunale della lista civica “Marino sindaco” Luca Giansanti.
L’inchiesta giudiziaria conosciuta come “Mondo di mezzo” o “Mafia Capitale” era cominciata nel dicembre del 2014 e aveva portato all’arresto di decine di persone per una presunta associazione mafiosa composta principalmente – ma non solo – da esponenti politici e dalla criminalità organizzata romana, che controllavano appalti e finanziamenti pubblici con metodi mafiosi. L’inchiesta fu chiamata da subito dai magistrati responsabili “Mafia capitale”, con l’evidente obiettivo di sostenere la tesi che tra le accuse potessero essere sostenute anche quelle legate alle associazioni criminali di tipo mafioso. Il reato al centro dell’inchiesta era appunto l’associazione di stampo mafioso, regolata dall’articolo 416 bis, ed era la prima volta che questa imputazione veniva contestata a persone non appartenenti a organizzazioni con diretto riferimento a mafia, camorra e ‘ndrangheta: si introducevano cioè le fattispecie di reato regolate dal 416 bis in una situazione che non sembrava avere le caratteristiche tipiche, storiche, usuali, delle associazioni mafiose.
All’inizio dell’inchiesta in molti avevano aderito immediatamente alla tesi dell’organizzazione mafiosa, o avevano mostrato poca cautela e molta enfasi. Dopo la richiesta dell’archiviazione, però, la tendenza principale nei titoli era stata quella di un ridimensionamento della questione. Diversi giornali danno oggi la notizia dell’archiviazione con brevi articoli a fondo pagina (Repubblica e Corriere, tra gli altri). Il Foglio – che invece aveva sostenuto fin dall’inizio che nell’inchiesta “Mafia Capitale” non ci fosse della mafia senza però contestare le accuse, o i reati eventualmente commessi – oggi scrive:
«Il problema non è solo fare i conti con un’inchiesta che si sgonfia. Il problema è fare i conti con la mancanza di anticorpi del nostro sistema di informazione: una condizione patologica che contribuisce ad alimentare un circolo vizioso in base al quale ciò che dice una procura non è una verità parziale che deve essere sempre suffragata da fatti ma è una verità assoluta impossibile da mettere in discussione».
Dopo la decisione del gip Gianni Alemanno ha detto che «finalmente, dopo 26 mesi di attesa, è stata definitivamente archiviata dal giudice per le indagini preliminari l’accusa nei miei confronti per il reato assurdo e infamante di associazione a delinquere di stampo mafioso: ho creduto nella giustizia, attendendo pazientemente questo momento e sopportando tonnellate di fango lanciate sul mio nome da esponenti politici e giornalisti che non sanno distinguere un avviso di garanzia da una condanna. Analogo danno è stato però evitato al governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Ringrazio la magistratura di cui ho sempre avuto fiducia, che mi ha ridato la mia onorabilità. Ora attendo che lo stesso facciano tutti quegli esponenti politici e giornalisti che hanno strumentalizzato queste indagini solo per utilità politica, dimenticando il danno che facevano non solo a me e alla mia famiglia ma a tutta la città di Roma».
Fonte: Il Post
sabato 28 gennaio 2017
Silvio Berlusconi rinviato a giudizio
Il Gup di Milano ha rinviato a giudizio l'ex premier, accusato di corruzione in atti giudiziari per il caso Ruby ter
Il giudice per l'udienza preliminare di Milano Carlo Ottone De Marchi ha rinviato a giudizio Silvio Berlusconi, sabato 28 gennaio 2017. Il processo dell'ex primo ministro comincerà il prossimo 5 aprile davanti alla quarta sezione del tribunale penale di Milano.
Secondo l'accusa, Berlusconi ha pagato le sue ospiti di Arcore, le cosiddette olgettine, quasi dieci milioni di euro affinché rilasciassero falsa testimonianza nel corso del processo Ruby.
L'ex premier avrebbe infatti chiesto a sette ragazze, tra cui Karima El Mahroug detta Ruby, di negare di aver avuto incontri sessuali con lui. In particolare, la ragazza marocchina avrebbe intascato ben sette dei dieci milioni.
Durante il primo processo, Berlusconi è stato assolto dalle accuse di concussione e prostituzione minorile. Ora, ha commentato il suo avvocato Federico Cecconi, l'ex cavaliere corre il rischio di essere processato per la sua generosità.
Fonte: The Post Internazionale
L'ex premier è accusato di aver pagato quasi 10 milioni di euro alle olgettine. Credit: Remo Casilli
Il giudice per l'udienza preliminare di Milano Carlo Ottone De Marchi ha rinviato a giudizio Silvio Berlusconi, sabato 28 gennaio 2017. Il processo dell'ex primo ministro comincerà il prossimo 5 aprile davanti alla quarta sezione del tribunale penale di Milano.
Secondo l'accusa, Berlusconi ha pagato le sue ospiti di Arcore, le cosiddette olgettine, quasi dieci milioni di euro affinché rilasciassero falsa testimonianza nel corso del processo Ruby.
L'ex premier avrebbe infatti chiesto a sette ragazze, tra cui Karima El Mahroug detta Ruby, di negare di aver avuto incontri sessuali con lui. In particolare, la ragazza marocchina avrebbe intascato ben sette dei dieci milioni.
Durante il primo processo, Berlusconi è stato assolto dalle accuse di concussione e prostituzione minorile. Ora, ha commentato il suo avvocato Federico Cecconi, l'ex cavaliere corre il rischio di essere processato per la sua generosità.
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 25 gennaio 2017
Virginia Raggi è stata convocata dalla Procura di Roma
Per l'inchiesta sulla nomina di Renato Marra: lo ha annunciato lei su Facebook, secondo i giornali è indagata
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha pubblicato su Facebook alle 18.30 di martedì sera un post in cui annuncia di avere ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma rispetto all’inchiesta sulle modalità della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele Marra, arrestato con l’accusa di corruzione a dicembre – al Comune di Roma. Secondo diverse testate giornalistiche Raggi sarebbe formalmente indagata. Le ipotesi di reato sarebbero abuso di ufficio e falso in atto pubblico: i magistrati stanno cercando di capire se la nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo abbia coinvolto il fratello Raffaele, che era a capo dell’ufficio personale. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) si era occupata di questo caso e aveva giudicato “configurabile” il “conflitto di interessi”, e a quel punto Raggi aveva annullato l’incarico. Secondo i giornali, Raggi è indagata per falso per avere detto all’ANAC di aver deciso in autonomia sulla nomina di Marra, e per abuso d’ufficio per non avere impedito a Raffaele Marra di intervenire nella decisione.
Il segretario del PD, Matteo Renzi, è stato tra i primi a commentare l’invito a comparire ricevuto dalla sindaca Raggi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Invito dunque tutto il PD a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. La Raggi faccia il suo lavoro, al quale i cittadini di Roma l’hanno chiamata e mostri quel che vale, se ne è capace».
Raggi ha sempre detto che Raffaele Marra si limitava a eseguire le sue indicazioni, e quindi non era coinvolto direttamente nella nomina del fratello, ma il Fatto fa notare che altri fatti emersi nel corso dell’indagine potrebbero mettere in discussione questa tesi.
In una conversazione sulla chat dei “Quattro amici al bar“, com’era chiamato il gruppo su Telegram con il quale la sindaca si teneva in contatto con Marra, con l’ex vicesindaco Daniele Frongia e con l’ex capo della segreteria Salvatore Romeo, Raggi chiedeva notizie sullo stipendio che Renato avrebbe percepito da capo dipartimento: sarebbe la prova che l’ex capo del personale gestì la nomina in conflitto di interessi.
Non solo. In un altro scambio di messaggi, anche questo acquisito dalla procura, Raggi si lamenta con Marra per l’aumento di stipendio garantito al fratello in seguito alla promozione. “Perché se c’era un aumento di stipendio tu non me lo hai detto?”, chiede la sindaca al suo fidatissimo capo del personale. Uno scambio che, a detta degli inquirenti, smentisce il fatto che la sindaca possa aver deciso da sola.
Leggi anche: Sei mesi di errori
Dal momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato si è cominciato a parlare con insistenza e concretezza, sui giornali e tra gli addetti ai lavori, della possibilità che Virginia Raggi venisse indagata dai magistrati della procura di Roma. Molti hanno messo questa possibilità in relazione con la decisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio di sottoporre agli iscritti del Movimento 5 Stelle un “codice di comportamento” che non avrebbe più richiesto le dimissioni dei politici indagati del Movimento ma una valutazione caso per caso da parte di alcuni organi del partito e di Beppe Grillo.
Fonte: Il Post
(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha pubblicato su Facebook alle 18.30 di martedì sera un post in cui annuncia di avere ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma rispetto all’inchiesta sulle modalità della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele Marra, arrestato con l’accusa di corruzione a dicembre – al Comune di Roma. Secondo diverse testate giornalistiche Raggi sarebbe formalmente indagata. Le ipotesi di reato sarebbero abuso di ufficio e falso in atto pubblico: i magistrati stanno cercando di capire se la nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo abbia coinvolto il fratello Raffaele, che era a capo dell’ufficio personale. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) si era occupata di questo caso e aveva giudicato “configurabile” il “conflitto di interessi”, e a quel punto Raggi aveva annullato l’incarico. Secondo i giornali, Raggi è indagata per falso per avere detto all’ANAC di aver deciso in autonomia sulla nomina di Marra, e per abuso d’ufficio per non avere impedito a Raffaele Marra di intervenire nella decisione.
Il segretario del PD, Matteo Renzi, è stato tra i primi a commentare l’invito a comparire ricevuto dalla sindaca Raggi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Invito dunque tutto il PD a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. La Raggi faccia il suo lavoro, al quale i cittadini di Roma l’hanno chiamata e mostri quel che vale, se ne è capace».
Raggi ha sempre detto che Raffaele Marra si limitava a eseguire le sue indicazioni, e quindi non era coinvolto direttamente nella nomina del fratello, ma il Fatto fa notare che altri fatti emersi nel corso dell’indagine potrebbero mettere in discussione questa tesi.
In una conversazione sulla chat dei “Quattro amici al bar“, com’era chiamato il gruppo su Telegram con il quale la sindaca si teneva in contatto con Marra, con l’ex vicesindaco Daniele Frongia e con l’ex capo della segreteria Salvatore Romeo, Raggi chiedeva notizie sullo stipendio che Renato avrebbe percepito da capo dipartimento: sarebbe la prova che l’ex capo del personale gestì la nomina in conflitto di interessi.
Non solo. In un altro scambio di messaggi, anche questo acquisito dalla procura, Raggi si lamenta con Marra per l’aumento di stipendio garantito al fratello in seguito alla promozione. “Perché se c’era un aumento di stipendio tu non me lo hai detto?”, chiede la sindaca al suo fidatissimo capo del personale. Uno scambio che, a detta degli inquirenti, smentisce il fatto che la sindaca possa aver deciso da sola.
Leggi anche: Sei mesi di errori
Dal momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato si è cominciato a parlare con insistenza e concretezza, sui giornali e tra gli addetti ai lavori, della possibilità che Virginia Raggi venisse indagata dai magistrati della procura di Roma. Molti hanno messo questa possibilità in relazione con la decisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio di sottoporre agli iscritti del Movimento 5 Stelle un “codice di comportamento” che non avrebbe più richiesto le dimissioni dei politici indagati del Movimento ma una valutazione caso per caso da parte di alcuni organi del partito e di Beppe Grillo.
Fonte: Il Post
lunedì 19 dicembre 2016
Sei mesi di errori
Breve storia di Virginia Raggi e del Movimento 5 Stelle a Roma, tra pasticci burocratici, complotti, scontri interni e inchieste giudiziarie
Il 19 giugno Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma al ballottaggio con il 67,15 per cento dei voti, il risultato migliore in città da quando è stata introdotta l’elezione diretta dei sindaci. Da quel giorno sembrano essere passati molto più di sei mesi. Dopo una lunga e laboriosissima composizione della Giunta comunale, oggi Roma è senza vicesindaco, senza capo di gabinetto e senza direttori generali nelle più importanti società partecipate cittadine. La giunta è stata decimata da dimissioni e inchieste della magistratura, mentre il Movimento 5 Stelle romano è diviso e attraversato da rivalità che emergono sotto forma di fughe di notizie e indiscrezioni fatte arrivare ai giornalisti.
Secondo esperti e giornalisti, il Movimento 5 Stelle ha pagato la mancanza di una leadership chiara e le divisioni interne, le difficoltà di attrarre personale qualificato, da cui a sua volta deriva una scarsa conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e la necessità di affidarsi a persone apparentemente tecniche ma in realtà rappresentanti di interessi poco trasparenti. In altre parole quelli che vengono considerati i punti di forza del Movimento – la sua “novità”, la sua mancanza di una struttura professionale – sembrano essere almeno in parte anche le cause del fallimento della sua prima vera prova di governo.
Il caso Marra
Questi problemi emergono con chiarezza nella storia di Raffaele Marra, il capo del personale del comune arrestato venerdì scorso con l’accusa di corruzione. Marra, spesso definito il “braccio destro” di Raggi, è un dirigente esperto di pubblica amministrazione: uno che «sapeva i regolamenti a memoria», secondo quanto diceva la stessa sindaca. È un ex ufficiale della Guardia di Finanza, nominato dirigente dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico dall’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno che poi lo porto con sé quando nel 2008 venne eletto sindaco di Roma. Marra ha lavorato soprattutto come dirigente per amministrazioni di centrodestra, ma ha lavorato anche per il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, del PD.
Fino a oggi Marra non era mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie, ma era spesso descritto come molto vicino ad alcune persone molto discusse, come Franco Panzironi, un altro dirigente pubblico vicino al centrodestra, coinvolto in “Mafia Capitale” e nella “parentopoli” dell’AMA, caso per cui è stato condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi. Per questa ragione Marra è stato spesso criticato da giornalisti ed esponenti del Movimento 5 Stelle, ma per via della sua competenza tecnica era invece ammirato da Raggi e dai suoi collaboratori più stretti. Il 28 giugno, appena dieci giorni dopo la vittoria al ballottaggio, il primo atto di Raggi fu nominare Marra vicecapo di gabinetto e il suo collaboratore Daniele Frongia capo di gabinetto, due incarichi che rappresentano il “braccio operativo” di un sindaco.
Fu un atto affrettato tecnicamente e politicamente, alla prova dei fatti. Frongia risultò incompatibile con la carica di capo di gabinetto a causa della cosiddetta “legge Severino”: in quanto consigliere comunale eletto non poteva ricoprire una carica dirigenziale. La nomina di Marra, invece, non piacque al “comitato di controllo” che Beppe Grillo aveva assegnato a Virginia Raggi. Il comitato del partito, di cui facevano parte la senatrice Paola Taverna e la deputata Roberta Lombardi, rispondeva direttamente a Grillo: Raggi era obbligata da un contratto (sulla cui legalità ci sono molti dubbi) a consultarlo per ogni decisione importante. Quell’episodio mostrò per la prima volta le contrapposizioni che stavano nascendo nel Movimento 5 Stelle a Roma: «La divisione più semplice da fare è quella tra i sostenitori della Raggi e di Roberta Lombardi», ha spiegato al Post Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa ed esperto delle dinamiche interne al Movimento.
Lombardi e Taverna fecero sapere pubblicamente che disapprovavano la nomina di Marra: Lombardi lo definì «un virus» che stava infettando il Movimento. Altri dirigenti del partito si schierarono con Raggi: il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, difese la scelta di Raggi e disse che il Movimento non aveva «pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni». A metà luglio lo scontro divenne particolarmente intenso e, secondo le voci riportate dai giornali, Raggi arrivò a minacciare le dimissioni nel caso in cui l’avessero obbligata a rinunciare all’aiuto di Marra. Alla fine venne trovato un compromesso: il suo collaboratore Frongia venne promosso vicesindaco, mentre Marra conservò la sua posizione almeno fino al suo arresto, la scorsa settimana (in seguito il Movimento ha costretto alle dimissioni anche lo stesso Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica e importante collaboratore di Raggi).
Le dimissioni dei tecnici
Il 7 luglio, 18 giorni dopo la vittoria alle elezioni, Raggi presentò la sua giunta con più di una settimana di ritardo sulla sua compagna di partito, Chiara Appendino, sindaca di Torino, e sugli altri sindaci delle grandi città, Giuseppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Comporla non era stato semplice. «Il Movimento 5 Stelle ha difficoltà ad attirare personale qualificato», spiega il professor Roberto Biorcio, professore di sociologia all’Università Milano-Bicocca e autore del libro “Politica a 5 Stelle“: «In parte perché molte persone con esperienza sono legate ad altri partiti, in parte perché gli manca la rete di relazioni necessaria a identificare i candidati più adatti».
Anche il clima di diffidenza reciproca e fughe di notizie creato dallo scontro su Marra e Frongia non aiutò la scelta. Il risultato: le posizioni più importanti nella giunta furono occupate da “tecnici” suggeriti da Francesco Paolo Tronca, il prefetto che aveva governato Roma da commissario dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Tra loro i più importanti erano l’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, 44 anni, professore all’università Bocconi di Milano ed ex analista della CONSOB; e Carla Raineri, 61 anni, magistrato della Corte d’appello di Milano, nominata capo di gabinetto al posto di Frongia. Il rapporto tra i “tecnici” e il gruppo di Raggi fu teso fin da subito; in particolare quello tra Raineri e il suo vice, Marra. A un certo punto qualcuno fece arrivare ai giornali la notizia che Raineri guadagnava 193 mila euro l’anno, causandole critiche tra gli attivisti del Movimento. Alla fine di agosto, come ha raccontato il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo:
Sulla scrivania del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone piove una lettera con la quale il Comune di Roma chiede lumi sulla compatibilità di Carla Raineri, che fra l’altro ha pure la delega per la lotta alla corruzione. La lettera è firmata Virginia Raggi, ma l’ha scritta il vice di Carla Raineri: Marra. Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica.
Fu uno dei molti episodi simili che avvennero in quei giorni e che continuano anche oggi. «Quello che abbiamo documentato in questi mesi è una profonda rissosità e divisione all’interno dei militanti del Movimento 5 Stelle: c’è una grandissima tendenza alla “faida” e alle accuse reciproca», spiega Iacoboni. Dopo la fuga di notizie Raggi disse che avrebbe revocato l’incarico di Raineri, che in risposta si dimise immediatamente. Minenna, appena tornato dalle ferie, fece la stessa cosa, seguito immediatamente da altri tre manager che Tronca aveva nominato alla guida di importanti società municipalizzate (qui avevamo raccontato la cronaca di quei giorni).
In poche ore divenne chiaro che Raggi non si aspettava quelle dimissioni e non aveva persone con le quali sostituirle. Il Movimento non spiegò cosa stava succedendo per quasi un’intera settimana e per tutto settembre la città rimase senza assessore al Bilancio, la carica più delicata dell’intera giunta. Vennero proposti in maniera rocambolesca e poi scartati una serie di nomi, spesso improbabili, e alla fine la questione dell’assessore al Bilancio venne risolta con due compromessi: la nomina al Bilancio di Andrea Mazzillo, coordinatore dello staff di Raggi, e quella di un imprenditore veneto vicino al centrodestra e a Gianroberto Casaleggio, Massimo Colomban, alle Partecipate. Gli altri incarichi lasciati scoperti dalle dimissioni di settembre sono ancora vuoti, tre mesi dopo: e sono le società che gestiscono i trasporti pubblici e i rifiuti, due delle questioni più importanti e delicate della città.
Il caso Muraro
Il pasticcio più imbarazzante per il Movimento 5 Stelle a Roma però è probabilmente quello dell’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro, che si è dimessa una settimana fa dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Muraro è stata per 12 anni una consulente di AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma: anche lei è considerata vicina a dirigenti di centrodestra come Panzironi, e con un ruolo particolarmente importante in una serie di impianti di trattamento dei rifiuti, i tritovagliatori, di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che è anche proprietario della famigerata discarica di Malagrotta chiusa dall’ex sindaco Ignazio Marino. Secondo i magistrati, Muraro avrebbe avuto in passato rapporti poco trasparenti con Cerroni, arrestato nel 2014 con l’accusa di traffico di rifiuti. Quando era assessore Muraro insistiva affinché venissero usati soprattutto gli impianti di Cerroni per trattare i rifiuti prodotti da Roma, scontrandosi spesso con gli ex dirigenti di AMA.
Muraro sapeva di essere indagata da luglio, ma quando le prime voci di un suo coinvolgimento si diffusero tra i giornalisti, lei disse di non aver ricevuto “alcun avviso di garanzia”: un’affermazione omissiva ma formalmente corretta, visto che aveva scoperto di essere indagata facendo una richiesta di informazioni alla procura e non grazie a una comunicazione della procura stessa. Dell’indagine sapevano anche la sindaca Raggi e il vicepresidente della Camera Di Maio (qualcuno fece arrivare ai giornali una mail che dimostrava che era stato informato). In quei giorni le fughe di notizie furono così numerose da costringere lo stesso Grillo a intervenire.
Il Movimento fu molto criticato, anche dai suoi stessi attivisti, per aver tentato goffamente di coprire la vicenda, soprattutto perché in passato era stato severissimo con gli altri partiti e i rivali interni: essere indagati, sostenevano in passato i dirigenti del Movimento, obbligava a dimissioni immediate.
Che cosa ha fatto Raggi?
In questi giorni circola online un post in cui un’attivista del Movimento elenca i “successi” ottenuti dalla giunta Raggi che, secondo lui, sarebbero stati oscurati dai media nazionali. L’elenco comprende una serie di piani solo promessi e non ancora realizzati, come la riforma della polizia locale; progetti approvati dai sindaci precedenti, come l’arrivo di alcuni nuovi autobus; iniziative controverse, come la lotta all’abusivismo commerciale, da un lato contrastata con operazioni di polizia e dall’altro legalizzata, con l’ampliamento delle licenze e l’appoggio ai cosiddetti “bancarellari”, i potenti e influenti ambulanti autorizzati, come quelli della famiglia Tredicine in pessimi rapporti con la giunta Marino, che li aveva estromessi dal centro storico.
Gli accordi fatti dal comune con gli ambulanti mostrano un’altra delle caratteristiche dei primi sei mesi di amministrazione del Movimento, spiega Iacoboni: «Una continua e costante ricerca di compromesso, o in alcuni casi una filiazione e provenienza diretta, con i soggetti esistenti: gli studi di avvocati d’affari dell’ex giro Previti, Muraro, gli imprenditori dei rifiuti, che a Roma chiamano “i monnezzari”, alcuni palazzinari, la destra Panzironi-Alemanno, ma anche i sindacati di base all’interno delle municipalizzate, AMA e ATAC, che sono state vere basi elettorali dei cinque stelle a Roma».
È impossibile risolvere i problemi di una città complessa come Roma in sei mesi, ed è ancora più difficile farlo con una giunta traballante e tra le critiche e i complotti della propria stessa maggioranza. In questo scenario, spiega Iacoboni: «Virginia Raggi – che ora nel M5S cercano di far passare come unico capro espiatorio, come qualcosa di esterno al M5S – è invece la quintessenza del Movimento 5 Stelle: una forza politica molto scalabile sia dall’interno che dall’esterno, cioè dai poteri che si trova davanti. Nel caso di Roma, gruppi di interesse vicini al centrodestra». La tesi di Matteo Orfini, deputato romano e presidente del PD, è che Raggi – che ha lavorato per lo studio legale che ha assistito Cesare Previti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Mediaset – sia «organica alla peggiore destra romana».
Secondo il professor Biorcio, con una leadership forte, come quella che ha annunciato Grillo alla fine dello scorso settembre, il Movimento potrebbe evitare le insidie che hanno danneggiato Raggi negli ultimi sei mesi e dimostrarsi in grado di gestire una città complessa come Roma. Diversi giornalisti hanno ipotizzato negli ultimi giorni che Grillo voglia portare avanti un piano di accentramento, facendo nominare alla carica di vice-sindaco l’assessore al bilancio Colomban, che aveva imposto lo scorso settembre. Colomban però sembra non voler fare la fine dei tanti che lo hanno preceduto. Lunedì 19 dicembre ha fatto sapere di non essere disponibile a fare il vicesindaco.
Fonte: Il Post
(AP Photo/Gregorio Borgia)
Il 19 giugno Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma al ballottaggio con il 67,15 per cento dei voti, il risultato migliore in città da quando è stata introdotta l’elezione diretta dei sindaci. Da quel giorno sembrano essere passati molto più di sei mesi. Dopo una lunga e laboriosissima composizione della Giunta comunale, oggi Roma è senza vicesindaco, senza capo di gabinetto e senza direttori generali nelle più importanti società partecipate cittadine. La giunta è stata decimata da dimissioni e inchieste della magistratura, mentre il Movimento 5 Stelle romano è diviso e attraversato da rivalità che emergono sotto forma di fughe di notizie e indiscrezioni fatte arrivare ai giornalisti.
Secondo esperti e giornalisti, il Movimento 5 Stelle ha pagato la mancanza di una leadership chiara e le divisioni interne, le difficoltà di attrarre personale qualificato, da cui a sua volta deriva una scarsa conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e la necessità di affidarsi a persone apparentemente tecniche ma in realtà rappresentanti di interessi poco trasparenti. In altre parole quelli che vengono considerati i punti di forza del Movimento – la sua “novità”, la sua mancanza di una struttura professionale – sembrano essere almeno in parte anche le cause del fallimento della sua prima vera prova di governo.
Il caso Marra
Questi problemi emergono con chiarezza nella storia di Raffaele Marra, il capo del personale del comune arrestato venerdì scorso con l’accusa di corruzione. Marra, spesso definito il “braccio destro” di Raggi, è un dirigente esperto di pubblica amministrazione: uno che «sapeva i regolamenti a memoria», secondo quanto diceva la stessa sindaca. È un ex ufficiale della Guardia di Finanza, nominato dirigente dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico dall’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno che poi lo porto con sé quando nel 2008 venne eletto sindaco di Roma. Marra ha lavorato soprattutto come dirigente per amministrazioni di centrodestra, ma ha lavorato anche per il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, del PD.
Fino a oggi Marra non era mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie, ma era spesso descritto come molto vicino ad alcune persone molto discusse, come Franco Panzironi, un altro dirigente pubblico vicino al centrodestra, coinvolto in “Mafia Capitale” e nella “parentopoli” dell’AMA, caso per cui è stato condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi. Per questa ragione Marra è stato spesso criticato da giornalisti ed esponenti del Movimento 5 Stelle, ma per via della sua competenza tecnica era invece ammirato da Raggi e dai suoi collaboratori più stretti. Il 28 giugno, appena dieci giorni dopo la vittoria al ballottaggio, il primo atto di Raggi fu nominare Marra vicecapo di gabinetto e il suo collaboratore Daniele Frongia capo di gabinetto, due incarichi che rappresentano il “braccio operativo” di un sindaco.
Fu un atto affrettato tecnicamente e politicamente, alla prova dei fatti. Frongia risultò incompatibile con la carica di capo di gabinetto a causa della cosiddetta “legge Severino”: in quanto consigliere comunale eletto non poteva ricoprire una carica dirigenziale. La nomina di Marra, invece, non piacque al “comitato di controllo” che Beppe Grillo aveva assegnato a Virginia Raggi. Il comitato del partito, di cui facevano parte la senatrice Paola Taverna e la deputata Roberta Lombardi, rispondeva direttamente a Grillo: Raggi era obbligata da un contratto (sulla cui legalità ci sono molti dubbi) a consultarlo per ogni decisione importante. Quell’episodio mostrò per la prima volta le contrapposizioni che stavano nascendo nel Movimento 5 Stelle a Roma: «La divisione più semplice da fare è quella tra i sostenitori della Raggi e di Roberta Lombardi», ha spiegato al Post Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa ed esperto delle dinamiche interne al Movimento.
Lombardi e Taverna fecero sapere pubblicamente che disapprovavano la nomina di Marra: Lombardi lo definì «un virus» che stava infettando il Movimento. Altri dirigenti del partito si schierarono con Raggi: il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, difese la scelta di Raggi e disse che il Movimento non aveva «pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni». A metà luglio lo scontro divenne particolarmente intenso e, secondo le voci riportate dai giornali, Raggi arrivò a minacciare le dimissioni nel caso in cui l’avessero obbligata a rinunciare all’aiuto di Marra. Alla fine venne trovato un compromesso: il suo collaboratore Frongia venne promosso vicesindaco, mentre Marra conservò la sua posizione almeno fino al suo arresto, la scorsa settimana (in seguito il Movimento ha costretto alle dimissioni anche lo stesso Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica e importante collaboratore di Raggi).
Le dimissioni dei tecnici
Il 7 luglio, 18 giorni dopo la vittoria alle elezioni, Raggi presentò la sua giunta con più di una settimana di ritardo sulla sua compagna di partito, Chiara Appendino, sindaca di Torino, e sugli altri sindaci delle grandi città, Giuseppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Comporla non era stato semplice. «Il Movimento 5 Stelle ha difficoltà ad attirare personale qualificato», spiega il professor Roberto Biorcio, professore di sociologia all’Università Milano-Bicocca e autore del libro “Politica a 5 Stelle“: «In parte perché molte persone con esperienza sono legate ad altri partiti, in parte perché gli manca la rete di relazioni necessaria a identificare i candidati più adatti».
Anche il clima di diffidenza reciproca e fughe di notizie creato dallo scontro su Marra e Frongia non aiutò la scelta. Il risultato: le posizioni più importanti nella giunta furono occupate da “tecnici” suggeriti da Francesco Paolo Tronca, il prefetto che aveva governato Roma da commissario dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Tra loro i più importanti erano l’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, 44 anni, professore all’università Bocconi di Milano ed ex analista della CONSOB; e Carla Raineri, 61 anni, magistrato della Corte d’appello di Milano, nominata capo di gabinetto al posto di Frongia. Il rapporto tra i “tecnici” e il gruppo di Raggi fu teso fin da subito; in particolare quello tra Raineri e il suo vice, Marra. A un certo punto qualcuno fece arrivare ai giornali la notizia che Raineri guadagnava 193 mila euro l’anno, causandole critiche tra gli attivisti del Movimento. Alla fine di agosto, come ha raccontato il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo:
Sulla scrivania del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone piove una lettera con la quale il Comune di Roma chiede lumi sulla compatibilità di Carla Raineri, che fra l’altro ha pure la delega per la lotta alla corruzione. La lettera è firmata Virginia Raggi, ma l’ha scritta il vice di Carla Raineri: Marra. Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica.
Fu uno dei molti episodi simili che avvennero in quei giorni e che continuano anche oggi. «Quello che abbiamo documentato in questi mesi è una profonda rissosità e divisione all’interno dei militanti del Movimento 5 Stelle: c’è una grandissima tendenza alla “faida” e alle accuse reciproca», spiega Iacoboni. Dopo la fuga di notizie Raggi disse che avrebbe revocato l’incarico di Raineri, che in risposta si dimise immediatamente. Minenna, appena tornato dalle ferie, fece la stessa cosa, seguito immediatamente da altri tre manager che Tronca aveva nominato alla guida di importanti società municipalizzate (qui avevamo raccontato la cronaca di quei giorni).
In poche ore divenne chiaro che Raggi non si aspettava quelle dimissioni e non aveva persone con le quali sostituirle. Il Movimento non spiegò cosa stava succedendo per quasi un’intera settimana e per tutto settembre la città rimase senza assessore al Bilancio, la carica più delicata dell’intera giunta. Vennero proposti in maniera rocambolesca e poi scartati una serie di nomi, spesso improbabili, e alla fine la questione dell’assessore al Bilancio venne risolta con due compromessi: la nomina al Bilancio di Andrea Mazzillo, coordinatore dello staff di Raggi, e quella di un imprenditore veneto vicino al centrodestra e a Gianroberto Casaleggio, Massimo Colomban, alle Partecipate. Gli altri incarichi lasciati scoperti dalle dimissioni di settembre sono ancora vuoti, tre mesi dopo: e sono le società che gestiscono i trasporti pubblici e i rifiuti, due delle questioni più importanti e delicate della città.
Il caso Muraro
Il pasticcio più imbarazzante per il Movimento 5 Stelle a Roma però è probabilmente quello dell’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro, che si è dimessa una settimana fa dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Muraro è stata per 12 anni una consulente di AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma: anche lei è considerata vicina a dirigenti di centrodestra come Panzironi, e con un ruolo particolarmente importante in una serie di impianti di trattamento dei rifiuti, i tritovagliatori, di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che è anche proprietario della famigerata discarica di Malagrotta chiusa dall’ex sindaco Ignazio Marino. Secondo i magistrati, Muraro avrebbe avuto in passato rapporti poco trasparenti con Cerroni, arrestato nel 2014 con l’accusa di traffico di rifiuti. Quando era assessore Muraro insistiva affinché venissero usati soprattutto gli impianti di Cerroni per trattare i rifiuti prodotti da Roma, scontrandosi spesso con gli ex dirigenti di AMA.
Muraro sapeva di essere indagata da luglio, ma quando le prime voci di un suo coinvolgimento si diffusero tra i giornalisti, lei disse di non aver ricevuto “alcun avviso di garanzia”: un’affermazione omissiva ma formalmente corretta, visto che aveva scoperto di essere indagata facendo una richiesta di informazioni alla procura e non grazie a una comunicazione della procura stessa. Dell’indagine sapevano anche la sindaca Raggi e il vicepresidente della Camera Di Maio (qualcuno fece arrivare ai giornali una mail che dimostrava che era stato informato). In quei giorni le fughe di notizie furono così numerose da costringere lo stesso Grillo a intervenire.
Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno nè dichiarazioni nè interviste su Roma nei prossimi giorni— Beppe Grillo (@beppe_grillo) 27 settembre 2016
Grazie di cuore a tutti
Il Movimento fu molto criticato, anche dai suoi stessi attivisti, per aver tentato goffamente di coprire la vicenda, soprattutto perché in passato era stato severissimo con gli altri partiti e i rivali interni: essere indagati, sostenevano in passato i dirigenti del Movimento, obbligava a dimissioni immediate.
Che cosa ha fatto Raggi?
In questi giorni circola online un post in cui un’attivista del Movimento elenca i “successi” ottenuti dalla giunta Raggi che, secondo lui, sarebbero stati oscurati dai media nazionali. L’elenco comprende una serie di piani solo promessi e non ancora realizzati, come la riforma della polizia locale; progetti approvati dai sindaci precedenti, come l’arrivo di alcuni nuovi autobus; iniziative controverse, come la lotta all’abusivismo commerciale, da un lato contrastata con operazioni di polizia e dall’altro legalizzata, con l’ampliamento delle licenze e l’appoggio ai cosiddetti “bancarellari”, i potenti e influenti ambulanti autorizzati, come quelli della famiglia Tredicine in pessimi rapporti con la giunta Marino, che li aveva estromessi dal centro storico.
Gli accordi fatti dal comune con gli ambulanti mostrano un’altra delle caratteristiche dei primi sei mesi di amministrazione del Movimento, spiega Iacoboni: «Una continua e costante ricerca di compromesso, o in alcuni casi una filiazione e provenienza diretta, con i soggetti esistenti: gli studi di avvocati d’affari dell’ex giro Previti, Muraro, gli imprenditori dei rifiuti, che a Roma chiamano “i monnezzari”, alcuni palazzinari, la destra Panzironi-Alemanno, ma anche i sindacati di base all’interno delle municipalizzate, AMA e ATAC, che sono state vere basi elettorali dei cinque stelle a Roma».
È impossibile risolvere i problemi di una città complessa come Roma in sei mesi, ed è ancora più difficile farlo con una giunta traballante e tra le critiche e i complotti della propria stessa maggioranza. In questo scenario, spiega Iacoboni: «Virginia Raggi – che ora nel M5S cercano di far passare come unico capro espiatorio, come qualcosa di esterno al M5S – è invece la quintessenza del Movimento 5 Stelle: una forza politica molto scalabile sia dall’interno che dall’esterno, cioè dai poteri che si trova davanti. Nel caso di Roma, gruppi di interesse vicini al centrodestra». La tesi di Matteo Orfini, deputato romano e presidente del PD, è che Raggi – che ha lavorato per lo studio legale che ha assistito Cesare Previti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Mediaset – sia «organica alla peggiore destra romana».
Secondo il professor Biorcio, con una leadership forte, come quella che ha annunciato Grillo alla fine dello scorso settembre, il Movimento potrebbe evitare le insidie che hanno danneggiato Raggi negli ultimi sei mesi e dimostrarsi in grado di gestire una città complessa come Roma. Diversi giornalisti hanno ipotizzato negli ultimi giorni che Grillo voglia portare avanti un piano di accentramento, facendo nominare alla carica di vice-sindaco l’assessore al bilancio Colomban, che aveva imposto lo scorso settembre. Colomban però sembra non voler fare la fine dei tanti che lo hanno preceduto. Lunedì 19 dicembre ha fatto sapere di non essere disponibile a fare il vicesindaco.
Fonte: Il Post
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