È il presidente di una società pubblica che gestisce rifiuti in Campania: nel video girato dall'infiltrato del giornale un suo collaboratore sembra accettare una tangente
Negli ultimi giorni tre persone si sono dimesse dai loro incarichi pubblici in seguito all’inchiesta del giornale online Fanpage sulla gestione dei rifiuti in Campania. L’ultimo è stato Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, e protagonista del terzo video pubblicato da Fanpage in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50 mila euro.
Iacolare è il terzo personaggio pubblico a dimettersi in seguito all’inchiesta del giornale online di Napoli. Prima si era dimesso Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Domenica si era dimesso Roberto De Luca, assessore al Bilancio del comune di Palermo e figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la persona più importante tra quelle finora coinvolte nell’inchiesta.
Il suo avvocato lo ha difeso scrivendo ai giornali che Iacolare «ha incontrato in un’unica occasione una persona a lui presentata come un imprenditore, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose per lo smaltimento dei fanghi reflui. Come emerge chiaramente dalla visione del filmato, lo Iacolare non ha né chiesto né accettato alcuna somma di denaro». La conversazione mostrata nel filmato «verte unicamente sulla possibilità di applicare un prezzo più conveniente» e solo nel secondo segmento, quello che riporta un colloquio tra l’avvocato Oliviero e il sedicente imprenditore ,«si parla di un accordo economico»: ma «se tale accordo vi è stato, esso è avvenuto all’insaputa dello Iacolare, per cui dovrà essere eventualmente l’avvocato Oliviero a spiegare le circostanze riferibili alla sua condotta», conclude l’avvocato di Iacolare.
Nell’inchiesta del giornale, che dovrebbe comprendere in tutto sette video, Fanpage ha utilizzato come “infiltrato” e agente provocatore un ex camorrista con esperienza nel traffico dei rifiuti e collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella. Nell’introduzione all’inchiesta, Perrella racconta che avrebbe voluto usare la sua esperienza per smascherare i politici agli ordini della procura, ma spiega di non avere ottenuto il permesso. Per questa ragione si è accordato con Fanpage e, con l’aiuto dei giornalisti della testata, si è finto per settimane un imprenditore nel settore dei rifiuti riuscendo a organizzare appuntamenti e incontri con numerosi politici della regione, proponendo loro affari e tangenti. Utilizzare “agenti provocatori” per spingere le persone a commettere reati è illegale in Italia, e per questo l’autore dell’inchiesta Sacha Biazzo e il direttore di Fanpage Francesco Piccinini sono indagati.
L’episodio che ha suscitato più clamore fino a oggi è il primo, quello che riguarda Roberto De Luca. Durante l’incontro Perrella finge di voler proporre la propria azienda, «una multinazionale», per lo smaltimento di ecoballe (cilindri di grosse dimensioni in cui si compattano i rifiuti solidi urbani, trattati eliminando le parti non combustibili e le materie organiche) all’estero, e per questo fa organizzare un incontro con De Luca.
Nell’incontro – ripreso da Fanpage con una telecamera nascosta indosso a Perrella – non si parla di tangenti: Perrella però ne parla in un secondo momento, sempre ripreso, con Colletta, un ex candidato alle elezioni comunali di Angri (Salerno) con il centrodestra. Colletta viene presentato a Perrella come «socio in affari di Roberto De Luca» e dal video sembrerebbe alludere al fatto che nella tangente sia compresa una parte per Roberto De Luca. De Luca non dice nulla di compromettente nel video, ma è stato criticato per la facilità con cui ha concesso un incontro a Perella e per il fatto che abbia discusso con lui di rifiuti, una materia che, in quanto assessore al Bilancio, non avrebbe dovuto riguardarlo.
Sulla gestione dei rifiuti in Campania è in corso anche un’inchiesta della procura di Napoli. Tra gli indagati ci sono il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Luciano Passariello, candidato alla Camera alle elezioni del prossimo 4 marzo e accusato di corruzione. Di lui si parlava nel primo video dell’indagine di Fanpage, pubblicato il 16 febbraio. Secondo i giornali risultano coinvolti nelle indagini anche degli imprenditori, un commercialista e alcuni dipendenti della società regionale Sma (la società il cui presidente, Biagio Iacolare, si è dimesso ieri). In totale gli indagati sarebbero una decina di persone. L’indagine è coordinata dal procuratore Giovanni Melillo con il procuratore Giuseppe Borrelli e i pubblici ministeri Ilaria Sasso del Verme, Sergio Amato, Celeste Carrano, Ivana Fulco e il controverso magistrato Henry John Woodcock.
Fonte: Il Post
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mercoledì 21 febbraio 2018
martedì 20 febbraio 2018
L’inchiesta su Virginia Raggi è stata archiviata
Il gip ha accolto la richiesta della procura, che non ha trovato prove della volontà di Raggi di favorire Salvatore Romeo
L’inchiesta sulla sindaca di Roma Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della sua segreteria è stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Roma, che non aveva trovato prove sufficienti per sostenere l’accusa di abuso di ufficio che era stata formulata. Raggi era accusata di aver scelto Romeo come capo della sua segreteria in modo arbitrario, in modo da fargli ottenere uno stipendio molto maggiore di quello che aveva per il suo precedente lavoro al Dipartimento partecipate. Romeo stesso era indagato con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, e anche per lui la procura ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’indagine.
La vicenda della sua nomina era anche collegata alla storia delle polizze assicurative aperte da Romeo a nome di Raggi, di cui si era parlato molto un anno fa: secondo i procuratori, non costituiscono una prova della scorrettezza della nomina. Raggi – che dal 21 giugno sarà a processo con l’accusa di falso per la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del comune di Roma – ha commentato la notizia su Facebook.
Fonte: Il Post
(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
L’inchiesta sulla sindaca di Roma Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della sua segreteria è stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Roma, che non aveva trovato prove sufficienti per sostenere l’accusa di abuso di ufficio che era stata formulata. Raggi era accusata di aver scelto Romeo come capo della sua segreteria in modo arbitrario, in modo da fargli ottenere uno stipendio molto maggiore di quello che aveva per il suo precedente lavoro al Dipartimento partecipate. Romeo stesso era indagato con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, e anche per lui la procura ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’indagine.
La vicenda della sua nomina era anche collegata alla storia delle polizze assicurative aperte da Romeo a nome di Raggi, di cui si era parlato molto un anno fa: secondo i procuratori, non costituiscono una prova della scorrettezza della nomina. Raggi – che dal 21 giugno sarà a processo con l’accusa di falso per la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del comune di Roma – ha commentato la notizia su Facebook.
Fonte: Il Post
martedì 9 gennaio 2018
Raffale Marra – ex dirigente del comune di Roma – è stato rinviato a giudizio, il processo inizierà il 20 aprile
L’ex dirigente del comune di Roma Raffaele Marra è stato rinviato a giudizio con l’accusa di falso. Il suo processo inizierà il prossimo 20 aprile. Marra, ex capo del personale, è accusato di aver favorito il fratello per fargli ottenere un posto in comune. Marra è un ex ufficiale della Guardia di Finanza, a lungo collaboratore dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. La sindaca Virginia Raggi lo considerava uno dei suoi collaboratori più fidati e lo ha difeso pubblicamente più volte, anche dagli attacchi degli altri membri del Movimento 5 Stelle. Marra era indagato insieme a Raggi, accusata di falso per aver avvallato le nomine di Marra. Raggi ha richiesto di essere giudicata con rito immediato. Il suo processo inizierà il 21 giugno.
Fonte: Il Post
martedì 14 novembre 2017
Uno dei candidati alla regione Sicilia del Movimento 5 Stelle è stato arrestato
Fabrizio La Gaipa, primo dei non eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni regionali siciliane nella provincia di Agrigento, è stato arrestato con l’accusa di estorsione. La Gaipa, 42 anni, gestore di un albergo in provincia di Agrigento, è accusato da alcuni dipendenti di aver commesso gravi irregolarità fiscali e contributive e di averli costretti a firmare delle buste paga false (da qui l’accusa di estorsione). Secondo quanto scrivono i giornali, i due dipendenti avrebbero registrato alcune conversazioni con La Gaipa che dimostrerebbero i suoi comportamenti scorretti.
La Gaipa era candidato con il Movimento 5 Stelle nella lista della provincia di Agrigento ed è risultato primo tra i non eletti, con 4.357 voti. Fa parte del Movimento 5 Stelle dal 2013 e in precedenza era stato segretario del Consorzio turistico Valle dei Templi e consigliere di Confindustria alberghi. La Gaipa al momento si trova agli arresti domiciliari. Insieme a lui è indagato anche il fratello, Salvatore. Il Movimento 5 Stelle non ha ancora fatto commenti sul suo arresto. Lo scorso 8 novembre era stato arrestato un deputato eletto con il centrodestra, Cateno De Luca (che nel frattempo è stato assolto in un altro procedimento a suo carico). Edmondo Tamajo, un altro deputato siciliano, eletto con il centrosinistra, è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale.
Fonte: Il Post
La Gaipa era candidato con il Movimento 5 Stelle nella lista della provincia di Agrigento ed è risultato primo tra i non eletti, con 4.357 voti. Fa parte del Movimento 5 Stelle dal 2013 e in precedenza era stato segretario del Consorzio turistico Valle dei Templi e consigliere di Confindustria alberghi. La Gaipa al momento si trova agli arresti domiciliari. Insieme a lui è indagato anche il fratello, Salvatore. Il Movimento 5 Stelle non ha ancora fatto commenti sul suo arresto. Lo scorso 8 novembre era stato arrestato un deputato eletto con il centrodestra, Cateno De Luca (che nel frattempo è stato assolto in un altro procedimento a suo carico). Edmondo Tamajo, un altro deputato siciliano, eletto con il centrosinistra, è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale.
Fonte: Il Post
martedì 7 novembre 2017
Com’è finita in Sicilia
I risultati definitivi sono arrivati intorno alla mezzanotte di lunedì: Nello Musumeci è il nuovo presidente della regione
I risultati definitivi delle elezioni regionali in Sicilia di domenica 5 novembre sono arrivati solo verso la mezzanotte di lunedì 6, a 16 ore dall’inizio dello spoglio. Nello Musumeci, il candidato sostenuto dalla coalizione di centrodestra, è stato il più votato: ha ottenuto il 39,8 per cento dei voti, mentre le liste a lui collegate il 42 per cento (e 29 seggi). Visto che ai 29 seggi vanno aggiunti i 7 seggi del listino del presidente, il centrodestra ha raggiunto la maggioranza nel Parlamento regionale con 36 deputati su 70 totali.
Il Movimento 5 Stelle è stato il singolo partito più votato, con il 26,6 per cento dei voti e i 20 seggi ottenuti dalla lista; il suo candidato, Giancarlo Cancelleri, ha ottenuto il 34,6 per cento. Il candidato di PD e Alternativa Popolare Fabrizio Micari ha ottenuto il 18,6 per cento, le liste che lo sostengono il 25 per cento e 13 seggi. La lista di Alternativa Popolare si è fermata al 4 per cento, non riuscendo quindi a superare il quorum del 5 per cento: Angelino Alfano ha commentato dicendo che «anche se non abbiamo ottenuto i risultati sperati non abbiamo rimpianti, perché abbiamo fatto la scelta giusta». Il candidato della sinistra, Giuseppe Fava, ha ottenuto il 6,1 per cento dei voti, contro il 5,2 per cento della sua lista, e solo un seggio.
Nello Musumeci sarà il nuovo presidente della regione Sicilia, prendendo il posto di Rosario Crocetta. Nel 2012 Rosetta aveva sconfitto Musumeci, ma non si è ricandidato per un secondo mandato. Musumeci, che era stato sostenuto da Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ha parlato ieri sera mentre lo spoglio era ancora in corso ma quando era già chiara la sua vittoria, dicendo che il suo primo compito da presidente della regione sarà «recuperare oltre il 50 per cento di siciliani che ha deciso di non votare». Quelle di domenica sono state infatti le elezioni regionali alle quali hanno votato meno persone nella storia dellaSicilia. L’affluenza è stata del 46,76 per cento, poco meno del 47,41 per cento del 2012. Nel 2008 aveva votato il 66,68 per cento degli aventi diritto. Musumeci ha poi assicurato che per il governo sceglierà «persone al di sopra di ogni sospetto, pulite e competenti». A chi gli ha chiesto dei cosiddetti “impresentabili” delle sue liste, Musumeci ha fatto notare: «Io ho avuto alcuni punti in meno della coalizione. Avevo chiesto agli impresentabili di non votarmi e sono stati precisi e puntuali e li ringrazio».
Giancarlo Cancelleri, del Movimento 5 Stelle, ha detto che con il suo partito continuerà «la battaglia: siamo la prima forza politica della Sicilia». Subito dopo, nelle sede del suo comitato a Caltanissetta, ha preso la parola Luigi Di Maio, candidato presidente del Consiglio e capo politico del Movimento 5 Stelle: «Da qui parte un’onda che ci può portare al 40 per cento di consensi nel paese, abbiamo raddoppiato i voti del partito di Berlusconi e triplicato quelli del partito di Renzi. Siamo orgogliosi del voto libero». Ha definito la vittoria di Musumeci come «la vittoria degli impresentabili» e ha detto che «molti si pentiranno di non essere andati a votare».
Nel centrosinistra, già a partire dai primi exit poll che avevano mostrato uno scarso risultato del PD, era iniziata una polemica sia contro i partiti di sinistra che avevano deciso di sostenere un loro candidato sia contro il presidente del Senato Piero Grasso, che aveva respinto gli inviti a candidarsi. Davide Faraone, importante dirigente del PD siciliano, aveva infatti addossato parte della responsabilità della sconfitta proprio a Grasso. «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi, quel coraggio che il presidente Grasso non ha avuto. Abbiamo atteso per due mesi il suo sì». Lo staff di Grasso aveva risposto con un comunicato molto duro: «Imputare a Grasso il risultato che si va profilando per il PD, peraltro in linea con tutte le ultime competizioni amministrative e referendarie, è una patetica scusa, utile solo ad impedire altre e più approfondite riflessioni, di carattere politico e non personalistico, in merito al bilancio della fase attuale e alle prospettive di quelle future».
Nel frattempo è stata convocata una riunione della Direzione nazionale del PD per il prossimo 13 novembre. All’ordine del giorno, tra le altre cose, ci sarà anche l’analisi del voto in Sicilia. Matteo Renzi parlerà comunque già stasera su La7: oggi infatti si sarebbe dovuto svolgere un confronto televisivo tra il segretario del PD e Luigi Di Maio, che però ha rinunciato. Sarà sostituito da Alessandro Di Battista, che probabilmente si farà intervistare separatamente.
Fonte: Il Post
Nello Musumeci al comitato elettorale a Palermo (LaPresse/Guglielmo Mangiapane)
I risultati definitivi delle elezioni regionali in Sicilia di domenica 5 novembre sono arrivati solo verso la mezzanotte di lunedì 6, a 16 ore dall’inizio dello spoglio. Nello Musumeci, il candidato sostenuto dalla coalizione di centrodestra, è stato il più votato: ha ottenuto il 39,8 per cento dei voti, mentre le liste a lui collegate il 42 per cento (e 29 seggi). Visto che ai 29 seggi vanno aggiunti i 7 seggi del listino del presidente, il centrodestra ha raggiunto la maggioranza nel Parlamento regionale con 36 deputati su 70 totali.
Il Movimento 5 Stelle è stato il singolo partito più votato, con il 26,6 per cento dei voti e i 20 seggi ottenuti dalla lista; il suo candidato, Giancarlo Cancelleri, ha ottenuto il 34,6 per cento. Il candidato di PD e Alternativa Popolare Fabrizio Micari ha ottenuto il 18,6 per cento, le liste che lo sostengono il 25 per cento e 13 seggi. La lista di Alternativa Popolare si è fermata al 4 per cento, non riuscendo quindi a superare il quorum del 5 per cento: Angelino Alfano ha commentato dicendo che «anche se non abbiamo ottenuto i risultati sperati non abbiamo rimpianti, perché abbiamo fatto la scelta giusta». Il candidato della sinistra, Giuseppe Fava, ha ottenuto il 6,1 per cento dei voti, contro il 5,2 per cento della sua lista, e solo un seggio.
Nello Musumeci sarà il nuovo presidente della regione Sicilia, prendendo il posto di Rosario Crocetta. Nel 2012 Rosetta aveva sconfitto Musumeci, ma non si è ricandidato per un secondo mandato. Musumeci, che era stato sostenuto da Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ha parlato ieri sera mentre lo spoglio era ancora in corso ma quando era già chiara la sua vittoria, dicendo che il suo primo compito da presidente della regione sarà «recuperare oltre il 50 per cento di siciliani che ha deciso di non votare». Quelle di domenica sono state infatti le elezioni regionali alle quali hanno votato meno persone nella storia dellaSicilia. L’affluenza è stata del 46,76 per cento, poco meno del 47,41 per cento del 2012. Nel 2008 aveva votato il 66,68 per cento degli aventi diritto. Musumeci ha poi assicurato che per il governo sceglierà «persone al di sopra di ogni sospetto, pulite e competenti». A chi gli ha chiesto dei cosiddetti “impresentabili” delle sue liste, Musumeci ha fatto notare: «Io ho avuto alcuni punti in meno della coalizione. Avevo chiesto agli impresentabili di non votarmi e sono stati precisi e puntuali e li ringrazio».
Giancarlo Cancelleri, del Movimento 5 Stelle, ha detto che con il suo partito continuerà «la battaglia: siamo la prima forza politica della Sicilia». Subito dopo, nelle sede del suo comitato a Caltanissetta, ha preso la parola Luigi Di Maio, candidato presidente del Consiglio e capo politico del Movimento 5 Stelle: «Da qui parte un’onda che ci può portare al 40 per cento di consensi nel paese, abbiamo raddoppiato i voti del partito di Berlusconi e triplicato quelli del partito di Renzi. Siamo orgogliosi del voto libero». Ha definito la vittoria di Musumeci come «la vittoria degli impresentabili» e ha detto che «molti si pentiranno di non essere andati a votare».
Nel centrosinistra, già a partire dai primi exit poll che avevano mostrato uno scarso risultato del PD, era iniziata una polemica sia contro i partiti di sinistra che avevano deciso di sostenere un loro candidato sia contro il presidente del Senato Piero Grasso, che aveva respinto gli inviti a candidarsi. Davide Faraone, importante dirigente del PD siciliano, aveva infatti addossato parte della responsabilità della sconfitta proprio a Grasso. «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi, quel coraggio che il presidente Grasso non ha avuto. Abbiamo atteso per due mesi il suo sì». Lo staff di Grasso aveva risposto con un comunicato molto duro: «Imputare a Grasso il risultato che si va profilando per il PD, peraltro in linea con tutte le ultime competizioni amministrative e referendarie, è una patetica scusa, utile solo ad impedire altre e più approfondite riflessioni, di carattere politico e non personalistico, in merito al bilancio della fase attuale e alle prospettive di quelle future».
Nel frattempo è stata convocata una riunione della Direzione nazionale del PD per il prossimo 13 novembre. All’ordine del giorno, tra le altre cose, ci sarà anche l’analisi del voto in Sicilia. Matteo Renzi parlerà comunque già stasera su La7: oggi infatti si sarebbe dovuto svolgere un confronto televisivo tra il segretario del PD e Luigi Di Maio, che però ha rinunciato. Sarà sostituito da Alessandro Di Battista, che probabilmente si farà intervistare separatamente.
Fonte: Il Post
sabato 1 aprile 2017
Perché Grillo e Di Battista sono indagati
Li ha querelati per diffamazione Marika Cassimatis, la candidata che aveva vinto le primarie del M5S a Genova poi annullate da Grillo
Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo e il deputato Alessandro Battista sono stati formalmente indagati dalla procura di Genova dopo una querela per diffamazione presentata da Marika Cassimatis, insegnante e vincitrice delle primarie organizzate dal M5S per scegliere il candidato a sindaco di Genova, poi annullate da Grillo. Quella di indagare Grillo e Di Battista è stata quindi una procedura formale, per verificare se la diffamazione ai danni di Cassimatis sia effettivamente avvenuta. L’indagine è condotta dal sostituto procuratore della Repubblica Walter Cotugno, e Grillo e Di Battista saranno ascoltati nei prossimi giorni.
Cassimatis ha querelato Grillo per il contenuto di un post pubblicato un paio di settimane fa su beppegrillo.it e firmato dallo stesso Grillo, con il quale il leader del M5S aveva annullato il risultato delle primarie online interne al partito per scegliere chi candidare a sindaco di Genova (che è proprio la città di Grillo). Nel post Grillo diceva:
Mi è stato segnalato, con tanto di documentazione, che molti, non tutti, dei 28 componenti di questa lista, incluso la candidata sindaco, hanno tenuto comportamenti contrari ai principi del MoVimento 5 Stelle prima, durante e dopo le selezioni online del 14 marzo 2017. In particolare hanno ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del MoVimento 5 Stelle, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e altri iscritti, condividendo pubblicamente i contenuti e la linea dei fuoriusciti dal MoVimento 5 Stelle; appoggiandone le scelte anche dopo che si sono tenuti la poltrona senza dimettersi e hanno formato nuovi soggetti politici vicini ai partiti.
Grillo aveva così deciso di annullare il risultato delle primarie, che Cassimatis aveva vinto con 362 voti, battendo Luca Pirondini, che aveva ottenuto 338 voti ed era stato poi scelto come sostituto. Anche se la candidatura di Cassimatis era stata ammessa, era considerata una figura “poco ortodossa” nel M5S, vicina ai consiglieri regionali e comunali che in polemica con alcuni dirigenti locali hanno abbandonato il partito negli ultimi mesi. Poco prima della votazione diversi quotidiani avevano riportato un post del suo avversario Pirondini, pubblicato nel gruppo privato su Facebook del Movimento in Liguria: «Siamo chiamati a una scelta. Stare con chi crede fermamente nel M5S o con chi fino a qualche giorno fa faceva comunella con i voltagabbana che hanno usato il movimento per avere visibilità e creare altre liste». Alice Salvatore, uno dei dirigenti locali più importanti del partito, descritta spesso come molto vicina a Beppe Grillo, aveva descritto la candidatura di Cassimatis come una «situazione davvero imbarazzante».
Jacopo Iacoboni sulla Stampa ha spiegato che Cassimatis, dopo il post in cui la sua vittoria alle primarie era stata annullata, aveva chiesto a Grillo la “documentazione” di cui parlava, senza ottenerla. Ha poi querelato Grillo per il post sul suo sito, e Di Battista per una dichiarazione fatta al Corriere della Sera: «Il Movimento deve tutelarsi dagli squali». Cassimatis ha anche fatto ricorso al Tribunale Civile di Genova per impugnare la decisione di Grillo di annullare la sua vittoria alle primarie e ripescare Pirondini. Se il giudice dovesse dare ragione a Cassimatis, il M5S potrebbe essere escluso dalle elezioni comunali di Genova del prossimo 11 giugno, secondo i giornali. Intervistata alla trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, Cassimatis ha negato le accuse che le ha fatto Grillo nel suo post, dicendo: «non ho danneggiato nulla, ho fatto l’attivista in modo indefesso, dal 2012».
Fonte: Il Post
(ANSA/ CLAUDIO PERI)
Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo e il deputato Alessandro Battista sono stati formalmente indagati dalla procura di Genova dopo una querela per diffamazione presentata da Marika Cassimatis, insegnante e vincitrice delle primarie organizzate dal M5S per scegliere il candidato a sindaco di Genova, poi annullate da Grillo. Quella di indagare Grillo e Di Battista è stata quindi una procedura formale, per verificare se la diffamazione ai danni di Cassimatis sia effettivamente avvenuta. L’indagine è condotta dal sostituto procuratore della Repubblica Walter Cotugno, e Grillo e Di Battista saranno ascoltati nei prossimi giorni.
Cassimatis ha querelato Grillo per il contenuto di un post pubblicato un paio di settimane fa su beppegrillo.it e firmato dallo stesso Grillo, con il quale il leader del M5S aveva annullato il risultato delle primarie online interne al partito per scegliere chi candidare a sindaco di Genova (che è proprio la città di Grillo). Nel post Grillo diceva:
Mi è stato segnalato, con tanto di documentazione, che molti, non tutti, dei 28 componenti di questa lista, incluso la candidata sindaco, hanno tenuto comportamenti contrari ai principi del MoVimento 5 Stelle prima, durante e dopo le selezioni online del 14 marzo 2017. In particolare hanno ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del MoVimento 5 Stelle, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e altri iscritti, condividendo pubblicamente i contenuti e la linea dei fuoriusciti dal MoVimento 5 Stelle; appoggiandone le scelte anche dopo che si sono tenuti la poltrona senza dimettersi e hanno formato nuovi soggetti politici vicini ai partiti.
Grillo aveva così deciso di annullare il risultato delle primarie, che Cassimatis aveva vinto con 362 voti, battendo Luca Pirondini, che aveva ottenuto 338 voti ed era stato poi scelto come sostituto. Anche se la candidatura di Cassimatis era stata ammessa, era considerata una figura “poco ortodossa” nel M5S, vicina ai consiglieri regionali e comunali che in polemica con alcuni dirigenti locali hanno abbandonato il partito negli ultimi mesi. Poco prima della votazione diversi quotidiani avevano riportato un post del suo avversario Pirondini, pubblicato nel gruppo privato su Facebook del Movimento in Liguria: «Siamo chiamati a una scelta. Stare con chi crede fermamente nel M5S o con chi fino a qualche giorno fa faceva comunella con i voltagabbana che hanno usato il movimento per avere visibilità e creare altre liste». Alice Salvatore, uno dei dirigenti locali più importanti del partito, descritta spesso come molto vicina a Beppe Grillo, aveva descritto la candidatura di Cassimatis come una «situazione davvero imbarazzante».
Jacopo Iacoboni sulla Stampa ha spiegato che Cassimatis, dopo il post in cui la sua vittoria alle primarie era stata annullata, aveva chiesto a Grillo la “documentazione” di cui parlava, senza ottenerla. Ha poi querelato Grillo per il post sul suo sito, e Di Battista per una dichiarazione fatta al Corriere della Sera: «Il Movimento deve tutelarsi dagli squali». Cassimatis ha anche fatto ricorso al Tribunale Civile di Genova per impugnare la decisione di Grillo di annullare la sua vittoria alle primarie e ripescare Pirondini. Se il giudice dovesse dare ragione a Cassimatis, il M5S potrebbe essere escluso dalle elezioni comunali di Genova del prossimo 11 giugno, secondo i giornali. Intervistata alla trasmissione radiofonica Un giorno da pecora, Cassimatis ha negato le accuse che le ha fatto Grillo nel suo post, dicendo: «non ho danneggiato nulla, ho fatto l’attivista in modo indefesso, dal 2012».
Fonte: Il Post
mercoledì 29 marzo 2017
Le elezioni amministrative saranno l’11 giugno
E l'eventuale turno di ballottaggio sarà domenica 25 giugno: lo ha deciso il ministero dell'Interno
Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha fissato con un decreto la data delle prossime elezioni amministrative: si voterà domenica 11 giugno 2017 e l’eventuale turno di ballottaggio sarà domenica 25 giugno. In quelle date, nei comuni coinvolti delle regioni a statuto ordinario, saranno eletti direttamente i sindaci, i nuovi consigli comunali e i consigli circoscrizionali.
Sul sito del ministero è stata pubblicata una nota in cui si dice anche che i comuni interessati saranno 1.021, di cui 796 nelle regioni a statuto ordinario e 225 nelle regioni a statuto speciale «dove lo svolgimento delle elezioni è fissato autonomamente, anche in data diversa da quella prevista per le regioni a statuto ordinario». In particolare: saranno 153 i comuni che andranno al voto superiori ai 15 mila abitanti e tra questi ci sono 25 comuni capoluogo di provincia e 4 comuni capoluogo di regione (Palermo, Genova, Catanzaro e L’Aquila). Nelle regioni a statuto speciale il giorno delle elezioni amministrative è stabilito dalla competente autorità regionale che, in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, ha scelto il 7 maggio.
Le principali città al voto saranno Alessandria, Asti e Cuneo in Piemonte; Como, Lodi, Monza in Lombardia; Belluno, Padova e Verona in Veneto; Gorizia in Friuli Venezia Giulia; Genova e La Spezia in Liguria; Parma e Piacenza in Emilia Romagna; Lucca e Pistoia in Toscana; Frosinone e Rieti nel Lazio; L’Aquila in Abruzzo; Lecce e Taranto in Puglia; Catanzaro in Calabria; Palermo e Trapani in Sicilia; Oristano in Sardegna. L’elenco completo di tutti i comuni al voto si può trovare qui.
Fonte: Il Post
(LaPresse - Massimo Paolone)
Sul sito del ministero è stata pubblicata una nota in cui si dice anche che i comuni interessati saranno 1.021, di cui 796 nelle regioni a statuto ordinario e 225 nelle regioni a statuto speciale «dove lo svolgimento delle elezioni è fissato autonomamente, anche in data diversa da quella prevista per le regioni a statuto ordinario». In particolare: saranno 153 i comuni che andranno al voto superiori ai 15 mila abitanti e tra questi ci sono 25 comuni capoluogo di provincia e 4 comuni capoluogo di regione (Palermo, Genova, Catanzaro e L’Aquila). Nelle regioni a statuto speciale il giorno delle elezioni amministrative è stabilito dalla competente autorità regionale che, in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, ha scelto il 7 maggio.
Le principali città al voto saranno Alessandria, Asti e Cuneo in Piemonte; Como, Lodi, Monza in Lombardia; Belluno, Padova e Verona in Veneto; Gorizia in Friuli Venezia Giulia; Genova e La Spezia in Liguria; Parma e Piacenza in Emilia Romagna; Lucca e Pistoia in Toscana; Frosinone e Rieti nel Lazio; L’Aquila in Abruzzo; Lecce e Taranto in Puglia; Catanzaro in Calabria; Palermo e Trapani in Sicilia; Oristano in Sardegna. L’elenco completo di tutti i comuni al voto si può trovare qui.
Fonte: Il Post
lunedì 27 marzo 2017
Cos’è questa storia delle firme per la candidatura di Raggi
Un servizio delle Iene ha ipotizzato irregolarità nella presentazione della candidatura, ma sembra più che altro una formalità
Nella puntata del programma di Italia Uno Le Iene di domenica 26 marzo è andato in onda un servizio che ha ipotizzato alcune irregolarità nella raccolta delle firme necessarie per la candidatura a sindaco di Roma di Virginia Raggi del Movimento 5 Stelle. Il servizio, realizzato dall’inviato Filippo Roma, è partito da una segnalazione di Alessandro Onorato, consigliere comunale a Roma per la Lista Marchini.
Onorato ha mostrato come nell’atto principale presentato al comune per candidare Raggi a sindaca di Roma, la data riportata sia quella del 20 aprile 2016, mentre la raccolta delle firme fu organizzata dal M5S tre giorni dopo, il 23 aprile, in un evento chiamato #FirmaDay. Il documento specifica che sono state raccolte 1.352 firme, che però il 20 aprile non erano ancora state raccolte. Un’altra stranezza segnalata da Onorato è che il documento attesta la presenza di dieci cancellieri, i funzionari pubblici incaricati di certificare le firme nel momento della loro raccolta: i banchetti organizzati per Roma dal M5S furono però venti, in una singola giornata. Sulla storia dei cancellieri non ci sono state vere spiegazioni da parte del M5S, che invece ha rivendicato la legalità dell’atto principale della candidatura a sindaco di Roma di Raggi, sostenendo che le date siano irrilevanti.
Le Iene hanno parlato con l’ufficio elettorale del comune di Roma, che ha confermato che il documento dovrebbe provare la situazione della raccolta firme nella data in cui è stato compilato, e quindi il 20 aprile. Dato che le firme sono state raccolte tre giorni dopo, l’ufficio ha convenuto che «qualche stranezza c’è». Alessandro Canali, avvocato e delegato di lista del M5S, ha spiegato che l’atto principale si apre quando le firme non sono ancora state interamente raccolte, lasciando il campo in cui bisogna indicare il numero di firme raccolte vuoto e compilandolo soltanto dopo. Canali dice che è una pratica prevista dalla legge, e che non si può fare diversamente perché l’atto principale si deve aprire prima della raccolta vera e propria delle firme. Riguardo al numero dei cancellieri, Canali ha ipotizzato che i banchetti per la raccolta firme potessero avere orari diversi, e che i cancellieri possano quindi aver presenziato in più di uno solo. Roma ha obiettato che sei banchetti avevano orario continuato, e Canali non ha saputo spiegare meglio.
L’ufficio servizi elettorali del comune di Roma, contattato dalle Iene, ha detto che «è inverosimile che il documento possa contenere delle parti in bianco». Alla richiesta di confermare che, come spiegato da Canali, sia una pratica prevista dalla legge, l’ufficio ha detto che «non è previsto né imposto nulla. Questa generalmente è la data in cui tutte le cose vengono consegnate quindi quella data deve essere esattamente la data in cui io consegno: e se io sto portando [il documento] oggi non vedo perché dovrei scrivere la data di avant’ieri». L’altro delegato di lista del M5S a Roma, l’avvocato Paolo Morricone, che ha sostenuto a sua volta che il campo sulle firme si possa lasciare in bianco e compilato dopo, sostenendo che lo fanno «tutti gli altri partiti». Roma ha chiesto a Roberto Giachetti e Alfio Marchini, due degli altri candidati a sindaco di Roma nel 2016, che hanno detto di aver compilato l’atto principale dopo la raccolta di firme.
Virginia Raggi, intervistata mentre era in vacanza, ha detto di non conoscere la questione nel dettaglio, consigliando di parlare con i delegati di lista. Il M5S di Roma ha cercato di chiarire la questione, scrivendo che «anche ipotizzando che ci sia un errore formale questo non inficia la regolarità e la legittimità della lista», citando una sentenza del TAR del Friuli Venezia Giulia del 2006 che dice che è indifferente che la data dell’atto principale sia precedente a quella della raccolta delle firme. Non sono state date ulteriori spiegazioni sulla storia del numero dei cancellieri.
Se quella sulle firme di Roma sembra soprattutto una questione formale, il M5S ha dei problemi per quanto riguarda le firme presentate per le elezioni comunali di Palermo del 2012 e per quelle regionali dell’Emilia-Romagna del 2014.
Fonte: Il Post
(ANSA/ANGELO CARCONI)
Nella puntata del programma di Italia Uno Le Iene di domenica 26 marzo è andato in onda un servizio che ha ipotizzato alcune irregolarità nella raccolta delle firme necessarie per la candidatura a sindaco di Roma di Virginia Raggi del Movimento 5 Stelle. Il servizio, realizzato dall’inviato Filippo Roma, è partito da una segnalazione di Alessandro Onorato, consigliere comunale a Roma per la Lista Marchini.
Onorato ha mostrato come nell’atto principale presentato al comune per candidare Raggi a sindaca di Roma, la data riportata sia quella del 20 aprile 2016, mentre la raccolta delle firme fu organizzata dal M5S tre giorni dopo, il 23 aprile, in un evento chiamato #FirmaDay. Il documento specifica che sono state raccolte 1.352 firme, che però il 20 aprile non erano ancora state raccolte. Un’altra stranezza segnalata da Onorato è che il documento attesta la presenza di dieci cancellieri, i funzionari pubblici incaricati di certificare le firme nel momento della loro raccolta: i banchetti organizzati per Roma dal M5S furono però venti, in una singola giornata. Sulla storia dei cancellieri non ci sono state vere spiegazioni da parte del M5S, che invece ha rivendicato la legalità dell’atto principale della candidatura a sindaco di Roma di Raggi, sostenendo che le date siano irrilevanti.
Le Iene hanno parlato con l’ufficio elettorale del comune di Roma, che ha confermato che il documento dovrebbe provare la situazione della raccolta firme nella data in cui è stato compilato, e quindi il 20 aprile. Dato che le firme sono state raccolte tre giorni dopo, l’ufficio ha convenuto che «qualche stranezza c’è». Alessandro Canali, avvocato e delegato di lista del M5S, ha spiegato che l’atto principale si apre quando le firme non sono ancora state interamente raccolte, lasciando il campo in cui bisogna indicare il numero di firme raccolte vuoto e compilandolo soltanto dopo. Canali dice che è una pratica prevista dalla legge, e che non si può fare diversamente perché l’atto principale si deve aprire prima della raccolta vera e propria delle firme. Riguardo al numero dei cancellieri, Canali ha ipotizzato che i banchetti per la raccolta firme potessero avere orari diversi, e che i cancellieri possano quindi aver presenziato in più di uno solo. Roma ha obiettato che sei banchetti avevano orario continuato, e Canali non ha saputo spiegare meglio.
L’ufficio servizi elettorali del comune di Roma, contattato dalle Iene, ha detto che «è inverosimile che il documento possa contenere delle parti in bianco». Alla richiesta di confermare che, come spiegato da Canali, sia una pratica prevista dalla legge, l’ufficio ha detto che «non è previsto né imposto nulla. Questa generalmente è la data in cui tutte le cose vengono consegnate quindi quella data deve essere esattamente la data in cui io consegno: e se io sto portando [il documento] oggi non vedo perché dovrei scrivere la data di avant’ieri». L’altro delegato di lista del M5S a Roma, l’avvocato Paolo Morricone, che ha sostenuto a sua volta che il campo sulle firme si possa lasciare in bianco e compilato dopo, sostenendo che lo fanno «tutti gli altri partiti». Roma ha chiesto a Roberto Giachetti e Alfio Marchini, due degli altri candidati a sindaco di Roma nel 2016, che hanno detto di aver compilato l’atto principale dopo la raccolta di firme.
Virginia Raggi, intervistata mentre era in vacanza, ha detto di non conoscere la questione nel dettaglio, consigliando di parlare con i delegati di lista. Il M5S di Roma ha cercato di chiarire la questione, scrivendo che «anche ipotizzando che ci sia un errore formale questo non inficia la regolarità e la legittimità della lista», citando una sentenza del TAR del Friuli Venezia Giulia del 2006 che dice che è indifferente che la data dell’atto principale sia precedente a quella della raccolta delle firme. Non sono state date ulteriori spiegazioni sulla storia del numero dei cancellieri.
Se quella sulle firme di Roma sembra soprattutto una questione formale, il M5S ha dei problemi per quanto riguarda le firme presentate per le elezioni comunali di Palermo del 2012 e per quelle regionali dell’Emilia-Romagna del 2014.
Fonte: Il Post
giovedì 16 marzo 2017
Perché gli ambulanti protestano
Sono contrari alla "direttiva Bolkestein" perché non vogliono che le loro concessioni siano messe a gara
Mercoledì i venditori ambulanti hanno manifestato a Roma per la seconda volta in poche settimane. Protestano contro l’attuazione della “direttiva Bolkestein”, un regolamento europeo che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, tra cui anche quelle di cui godono i venditori ambulanti, invece che assegnarle senza un termine. Gli ambulanti avevano già manifestato per questo lo scorso febbraio, quando si erano uniti ai tassisti che protestavano contro Uber (la manifestazione degenerò in una serie di scontri e violenze). È una questione complicata, che dura in realtà da più di un decennio e si ripropone ciclicamente: oltre agli ambulanti, riguarda anche i gestori di stabilimenti balneari.
Le proteste degli ultimi giorni si sono concentrate contro il cosiddetto “decreto milleproroghe” con cui il governo ha cercato di raggiungere contemporaneamente due obiettivi: soddisfare gli ambulanti e rispettare le leggi europee. Da un lato, infatti, il decreto ha prorogato tutte le attuali concessioni, comprese quelle già scadute, fino al 31 dicembre 2018. Dall’altro ha stabilito che gli enti locali potranno già cominciare a preparare le gare pubbliche per le concessioni che saranno riassegnate a partire dal 2019. Se la legge non sarà cambiata, a partire dal 2019 e per la prima volta gli ambulanti dovranno partecipare a gare pubbliche e fare offerte per vedersi riassegnati gli spazi che prima utilizzavano per il loro commercio. Molti di loro, che per decenni hanno goduto di rinnovi quasi automatici, sono contrari alle gare perché temono di perdere il loro lavoro.
A protestare con gli ambulanti ci sono quasi tutti i partiti politici di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che in particolare a Roma si è mostrato spesso vicino agli ambulanti locali, molti dei quali sono legati alla potente famiglia Tredicine. Lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione simile a quella di questi giorni, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio, uno dei principali leader del Movimento, disse: «No a speculazioni su multinazionali, difendiamo il commercio ambulante con i posti di lavoro e chiediamo a governo e regione la proroga della scadenza di tutte le concessioni previste e lo stralcio del commercio ambulante dalla direttiva Bolkestein». In realtà è estremamente improbabile che le società multinazionali siano interessate al settore della vendita ambulante. L’apertura alla concorrenza, però, rischia in ogni caso di diminuire i guadagni di coloro che fino a questo momento hanno avuto l’opportunità di rinnovare in maniera praticamente automatica le loro concessioni.
La decisione contenuta nel “decreto milleproroghe” è l’ennesimo intervento del governo sulla direttiva Bolkestein, approvata 11 anni fa e da allora mai completamente implementata nel nostro paese. La “direttiva sui servizi”, questo è il suo nome corretto, fu approvata nel 2006, quando la Commissione europea era guidata da Romano Prodi, e sancisce la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché aveva la sede in un altro paese dell’Unione. Una delle disposizioni della direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici devono avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. La direttiva stabilisce anche che quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concessi ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara.
Come tutti le direttive europee più importanti, anche la Bolkestein è stata il frutto di lunghe e difficili trattative e il risultato finale ha lasciato molti scontenti. La direttiva è accusata di essere troppo ampia e di includere tra le concessioni che devono essere esposti a gare pubbliche anche attività che, secondo i loro titolari, andrebbero invece protette, come gli stabilimenti balneari e la vendita ambulante. Sono settori su cui è molto delicato intervenire in quasi tutta Europa: quando la Bolkestein fu approvata nel 2006, per esempio, ci furono grandissime proteste in Francia. In Italia l’applicazione della direttiva è particolarmente complicata. Nel nostro paese le concessioni agli ambulanti e quelle balneari sono quasi sempre state assegnate nel corso di trattative dirette tra stato e concessionario, senza la possibilità per terze parti di fare offerte migliori. In sostanza i titolari delle concessioni hanno goduto di rinnovi quasi automatici spesso a prezzi poco più che simbolici. In particolare gli stabilimenti balneari sono stati concessi a canoni bassissimi e ci sono molti casi in cui la stessa famiglia gode della stessa concessione sin dai primi del Novecento.
Un primo tentativo di implementare la direttiva in Italia venne fatto nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. All’epoca al governo c’era Silvio Berlusconi e la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire. Non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste simili a quella di questi giorni. Oltre alla perdita di una rendita assicurata, molti protestavano contro il rischio di perdere il loro investimento. Chi era subentrato da poco in una concessione e magari aveva fatto degli investimenti per sfruttarla, infatti, rischiava di perdere tutto nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere nuovamente la concessione dopo la gara. Il governo pensò di risolvere il problema stabilendo una proroga automatica per tutti i concessionari fino al 2015, in modo da dare loro cinque anni di tempo per ammortizzare gli eventuali investimenti e così limitare le eventuali perdite.
Ma nel passaggio tra decreto e conversione in legge, gli obblighi di mettere a gara la concessione furono attenuati. Di fatto ai concessionari venne garantito una sorta di nuovo rinnovo automatico, che è esplicitamente vietato dalla Bolkestein. Nessuno lo comunicò alla Commissione Europea, che vedendo il testo originale del decreto legge aveva ritirato la procedura di infrazione aperta contro l’Italia. Ci furono incomprensioni e pasticci, ma alla fine la Commissione chiuse un occhio e non riaprì la procedura d’infrazione. Nel frattempo, contro l’opinione del governo Monti, che nel frattempo era subentrato a quello Berlusconi, nel 2012 il Parlamento si prese un altro po’ di tempo per i concessionari. Ai balneari furono prorogate le concessioni per altri cinque anni, dal 2015 al 2020.
Lo scorso autunno, il governo Renzi aveva promesso di allineare a questa data la scadenza di tutte le concessioni, ma con l’approvazione del milleproroghe gli ambulanti sono rimasti delusi e le loro concessioni sono state allungate soltanto fino al 2018. Oggi i loro rappresentati chiedano che, come primo passo, la scadenza delle loro concessioni venga allineata a quella degli stabilimenti balneari, ma chiedono anche che l’intero settore della vendita ambulante venga escluso dall’ambito della direttiva. Indipendentemente da come finirà questa storia, esperti e avvocati sono d’accordo nel dire che sarebbe stato possibile risolvere tutto molto tempo fa, studiando meglio l’introduzione della Bolkestein oppure trovando allora una soluzione più efficace, elaborando un periodo di proroga sufficientemente lungo e un sistema di indennizzi per preparare il settore all’arrivo delle gare.
Fonte: Il Post
(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Mercoledì i venditori ambulanti hanno manifestato a Roma per la seconda volta in poche settimane. Protestano contro l’attuazione della “direttiva Bolkestein”, un regolamento europeo che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, tra cui anche quelle di cui godono i venditori ambulanti, invece che assegnarle senza un termine. Gli ambulanti avevano già manifestato per questo lo scorso febbraio, quando si erano uniti ai tassisti che protestavano contro Uber (la manifestazione degenerò in una serie di scontri e violenze). È una questione complicata, che dura in realtà da più di un decennio e si ripropone ciclicamente: oltre agli ambulanti, riguarda anche i gestori di stabilimenti balneari.
Le proteste degli ultimi giorni si sono concentrate contro il cosiddetto “decreto milleproroghe” con cui il governo ha cercato di raggiungere contemporaneamente due obiettivi: soddisfare gli ambulanti e rispettare le leggi europee. Da un lato, infatti, il decreto ha prorogato tutte le attuali concessioni, comprese quelle già scadute, fino al 31 dicembre 2018. Dall’altro ha stabilito che gli enti locali potranno già cominciare a preparare le gare pubbliche per le concessioni che saranno riassegnate a partire dal 2019. Se la legge non sarà cambiata, a partire dal 2019 e per la prima volta gli ambulanti dovranno partecipare a gare pubbliche e fare offerte per vedersi riassegnati gli spazi che prima utilizzavano per il loro commercio. Molti di loro, che per decenni hanno goduto di rinnovi quasi automatici, sono contrari alle gare perché temono di perdere il loro lavoro.
A protestare con gli ambulanti ci sono quasi tutti i partiti politici di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che in particolare a Roma si è mostrato spesso vicino agli ambulanti locali, molti dei quali sono legati alla potente famiglia Tredicine. Lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione simile a quella di questi giorni, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio, uno dei principali leader del Movimento, disse: «No a speculazioni su multinazionali, difendiamo il commercio ambulante con i posti di lavoro e chiediamo a governo e regione la proroga della scadenza di tutte le concessioni previste e lo stralcio del commercio ambulante dalla direttiva Bolkestein». In realtà è estremamente improbabile che le società multinazionali siano interessate al settore della vendita ambulante. L’apertura alla concorrenza, però, rischia in ogni caso di diminuire i guadagni di coloro che fino a questo momento hanno avuto l’opportunità di rinnovare in maniera praticamente automatica le loro concessioni.
La decisione contenuta nel “decreto milleproroghe” è l’ennesimo intervento del governo sulla direttiva Bolkestein, approvata 11 anni fa e da allora mai completamente implementata nel nostro paese. La “direttiva sui servizi”, questo è il suo nome corretto, fu approvata nel 2006, quando la Commissione europea era guidata da Romano Prodi, e sancisce la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché aveva la sede in un altro paese dell’Unione. Una delle disposizioni della direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici devono avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. La direttiva stabilisce anche che quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concessi ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara.
Come tutti le direttive europee più importanti, anche la Bolkestein è stata il frutto di lunghe e difficili trattative e il risultato finale ha lasciato molti scontenti. La direttiva è accusata di essere troppo ampia e di includere tra le concessioni che devono essere esposti a gare pubbliche anche attività che, secondo i loro titolari, andrebbero invece protette, come gli stabilimenti balneari e la vendita ambulante. Sono settori su cui è molto delicato intervenire in quasi tutta Europa: quando la Bolkestein fu approvata nel 2006, per esempio, ci furono grandissime proteste in Francia. In Italia l’applicazione della direttiva è particolarmente complicata. Nel nostro paese le concessioni agli ambulanti e quelle balneari sono quasi sempre state assegnate nel corso di trattative dirette tra stato e concessionario, senza la possibilità per terze parti di fare offerte migliori. In sostanza i titolari delle concessioni hanno goduto di rinnovi quasi automatici spesso a prezzi poco più che simbolici. In particolare gli stabilimenti balneari sono stati concessi a canoni bassissimi e ci sono molti casi in cui la stessa famiglia gode della stessa concessione sin dai primi del Novecento.
Un primo tentativo di implementare la direttiva in Italia venne fatto nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. All’epoca al governo c’era Silvio Berlusconi e la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire. Non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste simili a quella di questi giorni. Oltre alla perdita di una rendita assicurata, molti protestavano contro il rischio di perdere il loro investimento. Chi era subentrato da poco in una concessione e magari aveva fatto degli investimenti per sfruttarla, infatti, rischiava di perdere tutto nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere nuovamente la concessione dopo la gara. Il governo pensò di risolvere il problema stabilendo una proroga automatica per tutti i concessionari fino al 2015, in modo da dare loro cinque anni di tempo per ammortizzare gli eventuali investimenti e così limitare le eventuali perdite.
Ma nel passaggio tra decreto e conversione in legge, gli obblighi di mettere a gara la concessione furono attenuati. Di fatto ai concessionari venne garantito una sorta di nuovo rinnovo automatico, che è esplicitamente vietato dalla Bolkestein. Nessuno lo comunicò alla Commissione Europea, che vedendo il testo originale del decreto legge aveva ritirato la procedura di infrazione aperta contro l’Italia. Ci furono incomprensioni e pasticci, ma alla fine la Commissione chiuse un occhio e non riaprì la procedura d’infrazione. Nel frattempo, contro l’opinione del governo Monti, che nel frattempo era subentrato a quello Berlusconi, nel 2012 il Parlamento si prese un altro po’ di tempo per i concessionari. Ai balneari furono prorogate le concessioni per altri cinque anni, dal 2015 al 2020.
Lo scorso autunno, il governo Renzi aveva promesso di allineare a questa data la scadenza di tutte le concessioni, ma con l’approvazione del milleproroghe gli ambulanti sono rimasti delusi e le loro concessioni sono state allungate soltanto fino al 2018. Oggi i loro rappresentati chiedano che, come primo passo, la scadenza delle loro concessioni venga allineata a quella degli stabilimenti balneari, ma chiedono anche che l’intero settore della vendita ambulante venga escluso dall’ambito della direttiva. Indipendentemente da come finirà questa storia, esperti e avvocati sono d’accordo nel dire che sarebbe stato possibile risolvere tutto molto tempo fa, studiando meglio l’introduzione della Bolkestein oppure trovando allora una soluzione più efficace, elaborando un periodo di proroga sufficientemente lungo e un sistema di indennizzi per preparare il settore all’arrivo delle gare.
Fonte: Il Post
sabato 25 febbraio 2017
C’è un accordo sullo stadio della Roma
Alla fine sarà quasi certamente costruito, dopo molte vicissitudini fra Comune e società sportiva: il progetto iniziale però sarà notevolmente ridimensionato
Ieri sera, al termine dell’incontro svoltosi al Campidoglio di Roma tra la sindaca Virginia Raggi e la società della Roma, è stato raggiunto un accordo per la realizzazione del nuovo stadio del club a Tor di Valle. La vicenda dello stadio va avanti ormai da diversi anni: negli ultimi mesi però il progetto è sembrato più volte sul punto di saltare, per varie ragioni (fra cui la contrarietà dell’ex assessore all’Urbanistica Paolo Berdini e di molti consiglieri della maggioranza).
Il progetto dello stadio e del cosiddetto “business park” (cioè una serie di strutture dedicate a uffici), che entrambi le parti si sono impegnate a portare avanti, sarà comunque diverso da quello approvato dal consiglio comunale durante la giunta di Ignazio Marino: saranno escluse le tre “torri” progettate dal famoso Studio Libeskind e le cubature del “business park” subiranno una riduzione vicina al 60 per cento (500 mila metri cubi, non più un milione e rotti). Le opere pubbliche nella zona circostante non escluse dal progetto verranno inoltre realizzate in un secondo momento.
In serata la Roma ha pubblicato un comunicato del presidente James Pallotta e più tardi uno di Mauro Baldissoni, il dirigente della Roma che ha portato avanti la trattativa.
A nome del presidente Pallotta e di tutta la Roma voglio ringraziare il Sindaco per essere stata qui oggi, sappiamo che ha avuto un piccolo problema di salute, ma è stato un segnale importantissimo vederla qui per concludere un lavoro iniziato in queste settimane. Il progetto era figlio di una delibera e di una negoziazione con la giunta precedente, abbiamo offerto la nostra disponibilità per rivederlo secondo le visioni e le esigenze di questa nuova giunta, siamo molto orgogliosi e molto felici di aver raggiunto un accordo che migliora il progetto e che offre alla città la possibilità di avere un intervento importante che riteniamo possa essere un orgoglio per tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che siano o meno tifosi della Roma.
Il nuovo progetto ha ricevuto il sostegno di ventuno consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle, ma non quello di altri otto consiglieri, che si sono detti contrari. Se non si presenteranno ulteriori complicazioni, la delibera della giunta Marino del 2014, che prevedeva alcune condizioni vincolanti, dovrà essere ora modificata. Il progetto dovrebbe essere approvato ufficialmente non più il 3 marzo, ma stando a quanto riportato dal Corriere della Sera dovrebbe essere definitivamente ratificato dal consiglio regionale del Lazio fra un mese. I lavori potrebbero cominciare ufficialmente una volta che il Comune avrà recepito l’approvazione finale, e durare circa due anni e mezzo.
Fonte: Il Post
Il presidente e proprietario della Roma James Pallotta (Paolo Bruno/Getty Images)
Ieri sera, al termine dell’incontro svoltosi al Campidoglio di Roma tra la sindaca Virginia Raggi e la società della Roma, è stato raggiunto un accordo per la realizzazione del nuovo stadio del club a Tor di Valle. La vicenda dello stadio va avanti ormai da diversi anni: negli ultimi mesi però il progetto è sembrato più volte sul punto di saltare, per varie ragioni (fra cui la contrarietà dell’ex assessore all’Urbanistica Paolo Berdini e di molti consiglieri della maggioranza).
Il progetto dello stadio e del cosiddetto “business park” (cioè una serie di strutture dedicate a uffici), che entrambi le parti si sono impegnate a portare avanti, sarà comunque diverso da quello approvato dal consiglio comunale durante la giunta di Ignazio Marino: saranno escluse le tre “torri” progettate dal famoso Studio Libeskind e le cubature del “business park” subiranno una riduzione vicina al 60 per cento (500 mila metri cubi, non più un milione e rotti). Le opere pubbliche nella zona circostante non escluse dal progetto verranno inoltre realizzate in un secondo momento.
In serata la Roma ha pubblicato un comunicato del presidente James Pallotta e più tardi uno di Mauro Baldissoni, il dirigente della Roma che ha portato avanti la trattativa.
A nome del presidente Pallotta e di tutta la Roma voglio ringraziare il Sindaco per essere stata qui oggi, sappiamo che ha avuto un piccolo problema di salute, ma è stato un segnale importantissimo vederla qui per concludere un lavoro iniziato in queste settimane. Il progetto era figlio di una delibera e di una negoziazione con la giunta precedente, abbiamo offerto la nostra disponibilità per rivederlo secondo le visioni e le esigenze di questa nuova giunta, siamo molto orgogliosi e molto felici di aver raggiunto un accordo che migliora il progetto e che offre alla città la possibilità di avere un intervento importante che riteniamo possa essere un orgoglio per tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che siano o meno tifosi della Roma.
Il nuovo progetto ha ricevuto il sostegno di ventuno consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle, ma non quello di altri otto consiglieri, che si sono detti contrari. Se non si presenteranno ulteriori complicazioni, la delibera della giunta Marino del 2014, che prevedeva alcune condizioni vincolanti, dovrà essere ora modificata. Il progetto dovrebbe essere approvato ufficialmente non più il 3 marzo, ma stando a quanto riportato dal Corriere della Sera dovrebbe essere definitivamente ratificato dal consiglio regionale del Lazio fra un mese. I lavori potrebbero cominciare ufficialmente una volta che il Comune avrà recepito l’approvazione finale, e durare circa due anni e mezzo.
Fonte: Il Post
giovedì 16 febbraio 2017
Le novità su Raggi, Marra e Romeo
Il romanzo politico e giudiziario romano si è arricchito di una nuova polizza vita con Raggi beneficiaria e una cassetta di sicurezza svuotata dopo l'arresto di Marra
Sui giornali di oggi ci sono diverse novità sul caso giudiziario e politico che coinvolge Virginia Raggi, sindaca di Roma, Salvatore Romeo, ex capo della segreteria di Raggi, e Raffaele Marra, ex capo del personale del comune arrestato con l’accusa di corruzione lo scorso dicembre. Si parla di una nuova polizza vita in cui Raggi è indicata come beneficiaria e di una cassetta di sicurezza di Romeo che sarebbe stata svuotata subito dopo l’arresto di Marra.
Virginia Raggi è indagata per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per le modalità della nomina di Renato Marra – fratello di Raffaele, che era vicecapo della Polizia Municipale – a capo del dipartimento Turismo del comune di Roma. Il 2 febbraio, giorno in cui Raggi è stata ascoltata per otto ore dai magistrati della procura di Roma, sui giornali era stata pubblicata la notizia per cui ci fossero due polizze vita sottoscritte da Salvatore Romeo e in cui Raggi era indicata come beneficiaria. Per i pubblici ministeri il fatto non è penalmente rilevante. Il 6 febbraio anche Salvatore Romeo è stato indagato per il caso delle nomine.
Sui principali giornali di oggi si dice che Salvatore Romeo abbia aperto una terza polizza vita in favore di Virginia Raggi del valore di 8 mila euro, e che lo abbia fatto dopo che la sindaca era stata convocata dai magistrati. Prima di quest’ultima, le polizze vita erano due: erano state sottoscritte nel gennaio del 2016, una era del valore di 30 mila euro, l’altra di 3 mila. La terza sarebbe stata attivata il 26 gennaio del 2017, dopo che Raggi aveva ricevuto un invito a comparire da parte della procura e prima del suo interrogatorio. Su Repubblica, Carlo Bonini dice che la modalità della polizza da 8 mila euro è uguale a quella della polizza da 30 mila euro: Raggi ne risulta beneficiaria e avrebbe potuto incassarne il valore solo in caso di morte di Romeo. Quando Raggi era stata interrogata all’inizio di febbraio, la polizia aveva rintracciato soltanto le prime due polizze e della terza non era ancora a conoscenza. Quando invece, qualche giorno dopo, è stato interrogato Romeo, gli è stato chiesto anche della terza polizza: Romeo avrebbe risposto di averla attivata «per affetto» verso Raggi in un momento per lei piuttosto complicato.
Il Corriere della Sera ipotizza che la mossa di Romeo – attivare con una tempistica un po’ sospetta una terza polizza – sia in realtà «una manovra per mettere Raggi in difficoltà», e aggiunge che sono stati disposti nuovi accertamenti. Carlo Bonini su Repubblica fa invece una congettura ancora più complicata:
«Che la mossa di Romeo, in quell’ultima settimana del gennaio scorso, sia studiata. E lo sia per precostituirsi la spiegazione che lui stesso si prepara a dare ai pm, secondo la quale quell’accendere assicurazioni a beneficio di ignari “amici” e “persone stimate” sia una prassi così innocua e “seriale” che aveva ritenuto di doverla e poterla proseguire anche nel pieno di un’inchiesta che lo coinvolgeva insieme alla beneficiaria (la Raggi) e che aveva quale suo oggetto proprio l’esame della natura e del fine di quelle polizze. Decisive per comprendere l’esistenza o meno di un conflitto di interesse».
L’altra notizia di oggi ha a che fare con una cassetta di sicurezza che sarebbe stata scoperta nelle indagini patrimoniali di qualche settimana fa. La cassetta risulterebbe aperta dal 2011, collegata a un conto corrente intestato a Romeo e per la quale Romeo avrebbe indicato come “comodataria”, cioè utilizzatrice, una sua amica. Risulterebbe anche, secondo quanto scrivono oggi i giornali, che questa cassetta sia stata aperta e svuotata completamente il 19 dicembre scorso; tre giorni prima, il 16 dicembre, Marra era stato arrestato con l’accusa di corruzione. Il 19 dicembre era un lunedì e quindi era il primo giorno utile di apertura della banca dopo l’arresto di Marra, avvenuto il venerdì precedente. Il Corriere dice che la casa della donna amica di Romeo sarebbe stata perquisita e lei interrogata: avrebbe confermato la versione di Romeo senza dire però niente sul contenuto della cassetta. Repubblica aggiunge che la donna avrebbe parlato genericamente di «documenti».
Fonte: Il Post
La sindaca di Roma Virginia Raggi durante il concerto della Cappella Musicale Pontificia Sistina e della JuniOrchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, presso la Basilica di Sant'Eugenio, Roma, 14 febbraio 2017 (ANSA/ ANGELO CARCONI)
Sui giornali di oggi ci sono diverse novità sul caso giudiziario e politico che coinvolge Virginia Raggi, sindaca di Roma, Salvatore Romeo, ex capo della segreteria di Raggi, e Raffaele Marra, ex capo del personale del comune arrestato con l’accusa di corruzione lo scorso dicembre. Si parla di una nuova polizza vita in cui Raggi è indicata come beneficiaria e di una cassetta di sicurezza di Romeo che sarebbe stata svuotata subito dopo l’arresto di Marra.
Virginia Raggi è indagata per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per le modalità della nomina di Renato Marra – fratello di Raffaele, che era vicecapo della Polizia Municipale – a capo del dipartimento Turismo del comune di Roma. Il 2 febbraio, giorno in cui Raggi è stata ascoltata per otto ore dai magistrati della procura di Roma, sui giornali era stata pubblicata la notizia per cui ci fossero due polizze vita sottoscritte da Salvatore Romeo e in cui Raggi era indicata come beneficiaria. Per i pubblici ministeri il fatto non è penalmente rilevante. Il 6 febbraio anche Salvatore Romeo è stato indagato per il caso delle nomine.
Sui principali giornali di oggi si dice che Salvatore Romeo abbia aperto una terza polizza vita in favore di Virginia Raggi del valore di 8 mila euro, e che lo abbia fatto dopo che la sindaca era stata convocata dai magistrati. Prima di quest’ultima, le polizze vita erano due: erano state sottoscritte nel gennaio del 2016, una era del valore di 30 mila euro, l’altra di 3 mila. La terza sarebbe stata attivata il 26 gennaio del 2017, dopo che Raggi aveva ricevuto un invito a comparire da parte della procura e prima del suo interrogatorio. Su Repubblica, Carlo Bonini dice che la modalità della polizza da 8 mila euro è uguale a quella della polizza da 30 mila euro: Raggi ne risulta beneficiaria e avrebbe potuto incassarne il valore solo in caso di morte di Romeo. Quando Raggi era stata interrogata all’inizio di febbraio, la polizia aveva rintracciato soltanto le prime due polizze e della terza non era ancora a conoscenza. Quando invece, qualche giorno dopo, è stato interrogato Romeo, gli è stato chiesto anche della terza polizza: Romeo avrebbe risposto di averla attivata «per affetto» verso Raggi in un momento per lei piuttosto complicato.
Il Corriere della Sera ipotizza che la mossa di Romeo – attivare con una tempistica un po’ sospetta una terza polizza – sia in realtà «una manovra per mettere Raggi in difficoltà», e aggiunge che sono stati disposti nuovi accertamenti. Carlo Bonini su Repubblica fa invece una congettura ancora più complicata:
«Che la mossa di Romeo, in quell’ultima settimana del gennaio scorso, sia studiata. E lo sia per precostituirsi la spiegazione che lui stesso si prepara a dare ai pm, secondo la quale quell’accendere assicurazioni a beneficio di ignari “amici” e “persone stimate” sia una prassi così innocua e “seriale” che aveva ritenuto di doverla e poterla proseguire anche nel pieno di un’inchiesta che lo coinvolgeva insieme alla beneficiaria (la Raggi) e che aveva quale suo oggetto proprio l’esame della natura e del fine di quelle polizze. Decisive per comprendere l’esistenza o meno di un conflitto di interesse».
L’altra notizia di oggi ha a che fare con una cassetta di sicurezza che sarebbe stata scoperta nelle indagini patrimoniali di qualche settimana fa. La cassetta risulterebbe aperta dal 2011, collegata a un conto corrente intestato a Romeo e per la quale Romeo avrebbe indicato come “comodataria”, cioè utilizzatrice, una sua amica. Risulterebbe anche, secondo quanto scrivono oggi i giornali, che questa cassetta sia stata aperta e svuotata completamente il 19 dicembre scorso; tre giorni prima, il 16 dicembre, Marra era stato arrestato con l’accusa di corruzione. Il 19 dicembre era un lunedì e quindi era il primo giorno utile di apertura della banca dopo l’arresto di Marra, avvenuto il venerdì precedente. Il Corriere dice che la casa della donna amica di Romeo sarebbe stata perquisita e lei interrogata: avrebbe confermato la versione di Romeo senza dire però niente sul contenuto della cassetta. Repubblica aggiunge che la donna avrebbe parlato genericamente di «documenti».
Fonte: Il Post
mercoledì 25 gennaio 2017
Virginia Raggi è stata convocata dalla Procura di Roma
Per l'inchiesta sulla nomina di Renato Marra: lo ha annunciato lei su Facebook, secondo i giornali è indagata
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha pubblicato su Facebook alle 18.30 di martedì sera un post in cui annuncia di avere ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma rispetto all’inchiesta sulle modalità della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele Marra, arrestato con l’accusa di corruzione a dicembre – al Comune di Roma. Secondo diverse testate giornalistiche Raggi sarebbe formalmente indagata. Le ipotesi di reato sarebbero abuso di ufficio e falso in atto pubblico: i magistrati stanno cercando di capire se la nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo abbia coinvolto il fratello Raffaele, che era a capo dell’ufficio personale. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) si era occupata di questo caso e aveva giudicato “configurabile” il “conflitto di interessi”, e a quel punto Raggi aveva annullato l’incarico. Secondo i giornali, Raggi è indagata per falso per avere detto all’ANAC di aver deciso in autonomia sulla nomina di Marra, e per abuso d’ufficio per non avere impedito a Raffaele Marra di intervenire nella decisione.
Il segretario del PD, Matteo Renzi, è stato tra i primi a commentare l’invito a comparire ricevuto dalla sindaca Raggi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Invito dunque tutto il PD a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. La Raggi faccia il suo lavoro, al quale i cittadini di Roma l’hanno chiamata e mostri quel che vale, se ne è capace».
Raggi ha sempre detto che Raffaele Marra si limitava a eseguire le sue indicazioni, e quindi non era coinvolto direttamente nella nomina del fratello, ma il Fatto fa notare che altri fatti emersi nel corso dell’indagine potrebbero mettere in discussione questa tesi.
In una conversazione sulla chat dei “Quattro amici al bar“, com’era chiamato il gruppo su Telegram con il quale la sindaca si teneva in contatto con Marra, con l’ex vicesindaco Daniele Frongia e con l’ex capo della segreteria Salvatore Romeo, Raggi chiedeva notizie sullo stipendio che Renato avrebbe percepito da capo dipartimento: sarebbe la prova che l’ex capo del personale gestì la nomina in conflitto di interessi.
Non solo. In un altro scambio di messaggi, anche questo acquisito dalla procura, Raggi si lamenta con Marra per l’aumento di stipendio garantito al fratello in seguito alla promozione. “Perché se c’era un aumento di stipendio tu non me lo hai detto?”, chiede la sindaca al suo fidatissimo capo del personale. Uno scambio che, a detta degli inquirenti, smentisce il fatto che la sindaca possa aver deciso da sola.
Leggi anche: Sei mesi di errori
Dal momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato si è cominciato a parlare con insistenza e concretezza, sui giornali e tra gli addetti ai lavori, della possibilità che Virginia Raggi venisse indagata dai magistrati della procura di Roma. Molti hanno messo questa possibilità in relazione con la decisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio di sottoporre agli iscritti del Movimento 5 Stelle un “codice di comportamento” che non avrebbe più richiesto le dimissioni dei politici indagati del Movimento ma una valutazione caso per caso da parte di alcuni organi del partito e di Beppe Grillo.
Fonte: Il Post
(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha pubblicato su Facebook alle 18.30 di martedì sera un post in cui annuncia di avere ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Roma rispetto all’inchiesta sulle modalità della nomina di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele Marra, arrestato con l’accusa di corruzione a dicembre – al Comune di Roma. Secondo diverse testate giornalistiche Raggi sarebbe formalmente indagata. Le ipotesi di reato sarebbero abuso di ufficio e falso in atto pubblico: i magistrati stanno cercando di capire se la nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo abbia coinvolto il fratello Raffaele, che era a capo dell’ufficio personale. L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) si era occupata di questo caso e aveva giudicato “configurabile” il “conflitto di interessi”, e a quel punto Raggi aveva annullato l’incarico. Secondo i giornali, Raggi è indagata per falso per avere detto all’ANAC di aver deciso in autonomia sulla nomina di Marra, e per abuso d’ufficio per non avere impedito a Raffaele Marra di intervenire nella decisione.
Il segretario del PD, Matteo Renzi, è stato tra i primi a commentare l’invito a comparire ricevuto dalla sindaca Raggi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Invito dunque tutto il PD a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. La Raggi faccia il suo lavoro, al quale i cittadini di Roma l’hanno chiamata e mostri quel che vale, se ne è capace».
Raggi ha sempre detto che Raffaele Marra si limitava a eseguire le sue indicazioni, e quindi non era coinvolto direttamente nella nomina del fratello, ma il Fatto fa notare che altri fatti emersi nel corso dell’indagine potrebbero mettere in discussione questa tesi.
In una conversazione sulla chat dei “Quattro amici al bar“, com’era chiamato il gruppo su Telegram con il quale la sindaca si teneva in contatto con Marra, con l’ex vicesindaco Daniele Frongia e con l’ex capo della segreteria Salvatore Romeo, Raggi chiedeva notizie sullo stipendio che Renato avrebbe percepito da capo dipartimento: sarebbe la prova che l’ex capo del personale gestì la nomina in conflitto di interessi.
Non solo. In un altro scambio di messaggi, anche questo acquisito dalla procura, Raggi si lamenta con Marra per l’aumento di stipendio garantito al fratello in seguito alla promozione. “Perché se c’era un aumento di stipendio tu non me lo hai detto?”, chiede la sindaca al suo fidatissimo capo del personale. Uno scambio che, a detta degli inquirenti, smentisce il fatto che la sindaca possa aver deciso da sola.
Leggi anche: Sei mesi di errori
Dal momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato si è cominciato a parlare con insistenza e concretezza, sui giornali e tra gli addetti ai lavori, della possibilità che Virginia Raggi venisse indagata dai magistrati della procura di Roma. Molti hanno messo questa possibilità in relazione con la decisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio di sottoporre agli iscritti del Movimento 5 Stelle un “codice di comportamento” che non avrebbe più richiesto le dimissioni dei politici indagati del Movimento ma una valutazione caso per caso da parte di alcuni organi del partito e di Beppe Grillo.
Fonte: Il Post
mercoledì 18 gennaio 2017
La decisione del Tribunale di Roma sul “contratto” di Virginia Raggi
Ieri i giudici hanno respinto un ricorso che ne contestava la legittimità, sostenendo che non rientra fra i casi di ineleggibilità previsti dalla legge
Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso presentato da un avvocato vicino al Partito Democratico sulla validità della candidatura di Virginia Raggi, che il 18 giugno è stata eletta sindaca di Roma col Movimento 5 Stelle. Il ricorso contestava la validità del cosiddetto “contratto” firmato da Raggi e da diversi altri candidati del Movimento 5 Stelle con la società Casaleggio Associati, in cui la sindaca si impegnava sostanzialmente a seguire le indicazioni di Beppe Grillo e del suo staff nell’amministrazione della città (che fra le altre cose possono decidere di farle pagare una penale da 150mila nel caso contestino un “danno di immagine” al partito). I giudici hanno stabilito che il “contratto” firmato da Raggi non rientra fra i casi di ineleggibilità previsti dalla legge e che in ogni caso il ricorrente – l’avvocato Venerando Monello, esperto di diritto amministrativo – non è “titolare di un interesse ad agire”.
Tecnicamente il ricorso di Monello si basava sul fatto che a suo dire il contratto non rispettava l’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”): firmando un contratto con una società privata come la Casaleggio Associati, sosteneva Monello, Raggi si impegnava a rappresentarne in qualche modo gli interessi, cedendo parte della propria libertà di voto. Molti esperti dubitano in effetti che un giudice possa mai riconoscere a Grillo il diritto di citare in giudizio il sindaco o un consigliere del comune di Roma per non aver rispettato le sue indicazioni: ma era altrettanto improbabile che un tribunale decidesse arbitrariamente di far cadere una giunta regolarmente eletta perché votata da migliaia di cittadini e in carica da pochi mesi. Monello è stato anche condannato a pagare 13.794 euro di spese processuali.
Dopo la diffusione della sentenza, Raggi ha pubblicato una breve dichiarazione nel blog di Beppe Grillo: «[I membri del Partito Democratico] speravano di rendere nulla la nostra vittoria, paragonando la stipula del Codice di comportamento del M5S ad un accordo di una associazione segreta. Non sanno più cosa inventare. Il problema è che non riescono ad accettare la sconfitta ed il fatto che stiamo riportando la legalità». Questo non vuol dire che il contratto sia valido in sé, ma che non la renda ineleggibile: eventualmente solo Raggi e gli altri politici che lo hanno firmato possono decidere di impugnarlo.
Fonte: Il Post
ANSA/ANGELO CARCONI
Il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso presentato da un avvocato vicino al Partito Democratico sulla validità della candidatura di Virginia Raggi, che il 18 giugno è stata eletta sindaca di Roma col Movimento 5 Stelle. Il ricorso contestava la validità del cosiddetto “contratto” firmato da Raggi e da diversi altri candidati del Movimento 5 Stelle con la società Casaleggio Associati, in cui la sindaca si impegnava sostanzialmente a seguire le indicazioni di Beppe Grillo e del suo staff nell’amministrazione della città (che fra le altre cose possono decidere di farle pagare una penale da 150mila nel caso contestino un “danno di immagine” al partito). I giudici hanno stabilito che il “contratto” firmato da Raggi non rientra fra i casi di ineleggibilità previsti dalla legge e che in ogni caso il ricorrente – l’avvocato Venerando Monello, esperto di diritto amministrativo – non è “titolare di un interesse ad agire”.
Tecnicamente il ricorso di Monello si basava sul fatto che a suo dire il contratto non rispettava l’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”): firmando un contratto con una società privata come la Casaleggio Associati, sosteneva Monello, Raggi si impegnava a rappresentarne in qualche modo gli interessi, cedendo parte della propria libertà di voto. Molti esperti dubitano in effetti che un giudice possa mai riconoscere a Grillo il diritto di citare in giudizio il sindaco o un consigliere del comune di Roma per non aver rispettato le sue indicazioni: ma era altrettanto improbabile che un tribunale decidesse arbitrariamente di far cadere una giunta regolarmente eletta perché votata da migliaia di cittadini e in carica da pochi mesi. Monello è stato anche condannato a pagare 13.794 euro di spese processuali.
Dopo la diffusione della sentenza, Raggi ha pubblicato una breve dichiarazione nel blog di Beppe Grillo: «[I membri del Partito Democratico] speravano di rendere nulla la nostra vittoria, paragonando la stipula del Codice di comportamento del M5S ad un accordo di una associazione segreta. Non sanno più cosa inventare. Il problema è che non riescono ad accettare la sconfitta ed il fatto che stiamo riportando la legalità». Questo non vuol dire che il contratto sia valido in sé, ma che non la renda ineleggibile: eventualmente solo Raggi e gli altri politici che lo hanno firmato possono decidere di impugnarlo.
Fonte: Il Post
martedì 20 dicembre 2016
Le due nuove nomine della giunta Raggi
Chi sono il nuovo vicesindaco Luca Bergamo e il nuovo assessore all'Ambiente Pinuccia Montanari, scelti dopo le dimissioni al comune di Roma degli ultimi giorni
Nella serata di lunedì 19 dicembre, il sindaco di Roma Virginia Raggi ha annunciato di avere scelto un nuovo vicesindaco e un nuovo assessore alla Sostenibilità ambientale, dopo la serie di dimissioni e vicende giudiziarie della settimana scorsa che hanno coinvolto diversi membri dell’amministrazione della città e del Movimento 5 Stelle. Luca Bergamo, assessore alla Crescita culturale, ha accettato l’incarico da vicesindaco, mentre per l’Ambiente è stata scelta Pinuccia Montanari. Bergamo sostituisce Daniele Frongia, stretto collaboratore di Raggi ritenuto tra i responsabili della scelta di Raffaele Marra a capo del personale del comune di Roma (Marra è stato arrestato per corruzione il 16 dicembre scorso). Montanari sostituisce invece Paola Muraro, al centro di un caso giudiziario che va avanti da mesi e che ha portato a un avviso di garanzia nei suoi confronti. Le due nomine sono la ripartenza in tempi brevi promessa da Raggi in seguito all’arresto di Marra, per una sorta di rimpasto della giunta comunale, come abbiamo raccontato più estesamente qui.
Chi è Luca Bergamo
Laureato in Scienze politiche alla Sapienza di Roma, Luca Bergamo ha ricoperto in passato numerosi incarichi all’interno del comune di Roma. Dopo alcune esperienze in Olivetti e presso l’Autorità per l’informatica nell’amministrazione pubblica (AIPA, che ora si chiama Agenzia per l’Italia Digitale), a metà anni Novanta è diventato consulente per le Risorse umane e l’organizzazione in comune durante l’amministrazione di Francesco Rutelli. Nel 1999 è diventato responsabile delle politiche giovanili, mentre in seguito ha assunto incarichi esterni, soprattutto orientati all’organizzazione e alla gestione di “Enzimi”, un festival culturale in città.
Bergamo ha anche avuto incarichi a livello nazionale: durante il secondo governo Prodi fu scelto dall’allora ministro Giovanna Melandri per occuparsi dell’Agenzia Nazionale per i Giovani. Da quell’esperienza, Bergamo ha conservato diverse amicizie e conoscenze, soprattutto dentro e intorno al Partito Democratico. Durante la campagna elettorale per le amministrative non ha da subito partecipato sostenendo la candidatura di Raggi e più in generale quella del Movimento 5 Stelle, ma ha dato comunque la sua disponibilità per collaborare a un progetto nuovo di amministrazione della città.
La nota diffusa da Raggi sul nuovo vicesindaco è molto asciutta e formale, si parla genericamente di un impegno a “lavorare insieme per il cambiamento e il rinnovamento della nostra città”. La decisione è arrivata al termine di una complicata riunione con la maggioranza del M5S romano, sulla quale non sono stati diffusi dettagli né in modo esteso i criteri che hanno portato alla scelta di Bergamo.
Chi è Pinuccia Montanari
Laureata in giurisprudenza e filosofia, Pinuccia Montanari si occupa da molto tempo dei temi ambientali e ha lavorato ad alcune delle principali conferenze mondiali sul cambiamento climatico degli ultimi anni, compresa la Conferenza di Parigi del 2015 che ha portato all’approvazione del nuovo accordo per contrastare il riscaldamento globale. È coordinatrice del Forum per la democrazia ecologica presso la Fondazione ICEF (International Court of the Environment Foundation), un organismo non governativo e senza fini di lucro fondato in Italia e riconosciuto da ONU e Consiglio d’Europa per l’analisi e l’avanzamento di proposte in tema di ambiente.
Negli anni, Montanari si è occupata molto del ciclo dei rifiuti e delle soluzioni per ridurne l’impatto ambientale, lavorando presso l’Osservatorio nazionale rifiuti, come assessore all’Ambiente della città di Reggio Emilia tra il 2004 e il 2009 e ancora come assessore ai Parchi storici e per la decrescita presso il comune di Roma tra il 2009 e il 2012. Negli ultimi anni ha insegnato presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, dedicandosi alla ricerca e a progetti per la sostenibilità ambientale. Il nuovo incarico a Roma sarà probabilmente il più difficile della sua intera carriera, considerate le inefficienze del sistema per la raccolta e la gestione dei rifiuti, con i suoi costi molto alti se raffrontati alla resa del servizio.
Annunciando la scelta di Montanari, Raggi ha detto che “il tema dell’Ambiente e della gestione dei rifiuti rappresenta una delle priorità della nostra amministrazione. Pinuccia è una donna dalle idee innovative con una grande esperienza nel settore. E se da un lato occorre trasformare Roma in una città sostenibile, resiliente e inclusiva, dall’altro sono certa che porteremo avanti il risanamento di Ama: l’azienda capitolina deve superare le difficoltà che hanno impedito ai suoi dipendenti di svolgere efficientemente il proprio lavoro e ai cittadini di fruire di prestazioni degne di una capitale europea».
Fonte: Il Post
Luca Bergamo con Virginia Raggi (ANSA/ANGELO CARCONI)
Nella serata di lunedì 19 dicembre, il sindaco di Roma Virginia Raggi ha annunciato di avere scelto un nuovo vicesindaco e un nuovo assessore alla Sostenibilità ambientale, dopo la serie di dimissioni e vicende giudiziarie della settimana scorsa che hanno coinvolto diversi membri dell’amministrazione della città e del Movimento 5 Stelle. Luca Bergamo, assessore alla Crescita culturale, ha accettato l’incarico da vicesindaco, mentre per l’Ambiente è stata scelta Pinuccia Montanari. Bergamo sostituisce Daniele Frongia, stretto collaboratore di Raggi ritenuto tra i responsabili della scelta di Raffaele Marra a capo del personale del comune di Roma (Marra è stato arrestato per corruzione il 16 dicembre scorso). Montanari sostituisce invece Paola Muraro, al centro di un caso giudiziario che va avanti da mesi e che ha portato a un avviso di garanzia nei suoi confronti. Le due nomine sono la ripartenza in tempi brevi promessa da Raggi in seguito all’arresto di Marra, per una sorta di rimpasto della giunta comunale, come abbiamo raccontato più estesamente qui.
Chi è Luca Bergamo
Laureato in Scienze politiche alla Sapienza di Roma, Luca Bergamo ha ricoperto in passato numerosi incarichi all’interno del comune di Roma. Dopo alcune esperienze in Olivetti e presso l’Autorità per l’informatica nell’amministrazione pubblica (AIPA, che ora si chiama Agenzia per l’Italia Digitale), a metà anni Novanta è diventato consulente per le Risorse umane e l’organizzazione in comune durante l’amministrazione di Francesco Rutelli. Nel 1999 è diventato responsabile delle politiche giovanili, mentre in seguito ha assunto incarichi esterni, soprattutto orientati all’organizzazione e alla gestione di “Enzimi”, un festival culturale in città.
Bergamo ha anche avuto incarichi a livello nazionale: durante il secondo governo Prodi fu scelto dall’allora ministro Giovanna Melandri per occuparsi dell’Agenzia Nazionale per i Giovani. Da quell’esperienza, Bergamo ha conservato diverse amicizie e conoscenze, soprattutto dentro e intorno al Partito Democratico. Durante la campagna elettorale per le amministrative non ha da subito partecipato sostenendo la candidatura di Raggi e più in generale quella del Movimento 5 Stelle, ma ha dato comunque la sua disponibilità per collaborare a un progetto nuovo di amministrazione della città.
La nota diffusa da Raggi sul nuovo vicesindaco è molto asciutta e formale, si parla genericamente di un impegno a “lavorare insieme per il cambiamento e il rinnovamento della nostra città”. La decisione è arrivata al termine di una complicata riunione con la maggioranza del M5S romano, sulla quale non sono stati diffusi dettagli né in modo esteso i criteri che hanno portato alla scelta di Bergamo.
Chi è Pinuccia Montanari
Laureata in giurisprudenza e filosofia, Pinuccia Montanari si occupa da molto tempo dei temi ambientali e ha lavorato ad alcune delle principali conferenze mondiali sul cambiamento climatico degli ultimi anni, compresa la Conferenza di Parigi del 2015 che ha portato all’approvazione del nuovo accordo per contrastare il riscaldamento globale. È coordinatrice del Forum per la democrazia ecologica presso la Fondazione ICEF (International Court of the Environment Foundation), un organismo non governativo e senza fini di lucro fondato in Italia e riconosciuto da ONU e Consiglio d’Europa per l’analisi e l’avanzamento di proposte in tema di ambiente.
Negli anni, Montanari si è occupata molto del ciclo dei rifiuti e delle soluzioni per ridurne l’impatto ambientale, lavorando presso l’Osservatorio nazionale rifiuti, come assessore all’Ambiente della città di Reggio Emilia tra il 2004 e il 2009 e ancora come assessore ai Parchi storici e per la decrescita presso il comune di Roma tra il 2009 e il 2012. Negli ultimi anni ha insegnato presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, dedicandosi alla ricerca e a progetti per la sostenibilità ambientale. Il nuovo incarico a Roma sarà probabilmente il più difficile della sua intera carriera, considerate le inefficienze del sistema per la raccolta e la gestione dei rifiuti, con i suoi costi molto alti se raffrontati alla resa del servizio.
Annunciando la scelta di Montanari, Raggi ha detto che “il tema dell’Ambiente e della gestione dei rifiuti rappresenta una delle priorità della nostra amministrazione. Pinuccia è una donna dalle idee innovative con una grande esperienza nel settore. E se da un lato occorre trasformare Roma in una città sostenibile, resiliente e inclusiva, dall’altro sono certa che porteremo avanti il risanamento di Ama: l’azienda capitolina deve superare le difficoltà che hanno impedito ai suoi dipendenti di svolgere efficientemente il proprio lavoro e ai cittadini di fruire di prestazioni degne di una capitale europea».
Fonte: Il Post
Beppe Sala si è disautosospeso
Il sindaco di Milano ha scritto su Facebook che torna a fare il sindaco di Milano, anche se l'indagine resta
Beppe Sala, sindaco di Milano, tornerà a ricoprire il suo incarico dopo alcuni giorni di “autosospensione”, seguita alla notizia di un’indagine sul suo conto della procura di Milano. Sala ha scritto su Facebook che non ha voluto dare una risposta «normale e scontata» a quella notizia e che non è normale che il sindaco di Milano apprenda di un’indagine dalla stampa. «Ho scelto una via diversa, irrituale. Ho deciso di autosospendermi poiché su un punto non si può transigere: un professionista, un uomo d’azienda e, tanto più, un amministratore pubblico hanno nell’integrità morale l’elemento insostituibile della propria credibilità. Ne va della dignità personale e della concreta possibilità di agire nell’esclusivo interesse dei cittadini». Sala ha aggiunto però di aver parlato con la procura, che ringrazia, e di aver fatto verifiche con i suoi legali che «hanno chiarito sufficientemente il merito dell’indagine e l’inesistenza di altri capi di imputazione». E per questo torna a fare il sindaco.
Giuseppe Sala aveva deciso di autosospendersi dalla carica di sindaco di Milano cinque giorni fa, dopo aver saputo sui giornali di essere stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura generale nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta “Piastra dei servizi”, un pacchetto di lavori preparatori per Expo 2015. Secondo diversi giornali, i reati che riguarderebbero Sala, ex commissario unico di Expo, sarebbero concorso in falso ideologico e falso materiale. L’autosospensione è prevista dal regolamento del comune ed è valida quando viene formalizzata con il Prefetto: l’autosospensione porta a una rinuncia da parte del sindaco ai suoi poteri, che passano al vicesindaco, ha una durata limitata nel tempo e permette di evitare lo scioglimento del Consiglio comunale (che viene invece causato dalle dimissioni del sindaco).
L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore generale di Milano Felice Isnardi, dopo che a fine ottobre la procura generale aveva assunto la competenza dell’indagine iniziata nel 2012 togliendola alla procura, che invece ne aveva chiesto l’archiviazione. La richiesta di archiviazione non era stata accolta dal gip Andrea Ghinetti, che aveva deciso di convocare le parti per la discussione e poi stabilire se archiviare o chiedere ulteriori indagini. La Procura generale aveva poi avocato il fascicolo ottenendo un mese di tempo per un primo approfondimento, e chiedendone qualche giorno fa altri sei per fare nuove indagini. Il prolungamento dell’indagine ha portato all”iscrizione nel registro degli indagati anche nuovi nomi, tra cui quello di Giuseppe Sala, oltre a quelli già presenti di Antonio Acerbo e Angelo Paris, manager di Expo, Piergiorgio Baita, amministratore delegato di Mantovani ed Erasmo Cinque e Ottavio Cinque, titolari di una delle società del consorzio che vinse l’appalto.
L’inchiesta riguarda in particolare l’aggiudicazione all’impresa Mantovani, con un ribasso del 42 per cento rispetto alla base d’asta che era di 272 milioni di euro, dell’appalto per i lavori preparatori sull’area di Expo necessari per poi costruire i padiglioni. L’impresa Mantovani si era aggiudicata la gara per 149 milioni di euro, cifra che secondo la Procura non era congrua con i prezzi di mercato. Nel 2014 gli investigatori del Nucleo di polizia tributaria avevano scritto nel fascicolo delle indagini che l’assegnazione dell’appalto era avvenuta «in un contesto di evidente illegalità». I reati contestati a Giuseppe Sala, falso materiale e falso ideologico, riguardano l’alterazione o contraffazione di atti pubblici, nel primo caso, e l’attestazione in atti pubblici (che quindi non risultano alterati) di fatti non veritieri, nel secondo.
Il Corriere della Sera aveva ricostruito concretamente qual è l’accusa che viene fatta a Sala:
Il sostituto procuratore generale Felice Isnardi indaga Sala per quella ipotesi di falso che già anni fa era stata proposta da un rapporto della Guardia di finanza sulle modalità-lampo con le quali Expo nel maggio 2012 sostituì un componente della commissione aggiudicatrice dell’appalto sulla «Piastra» a causa di un potenziale profilo di incompatibilità: modalità-lampo finalizzate ad abbreviare la tempistica che altrimenti, con una procedura standard, avrebbe fatto slittare fuori tempo massimo l’avvio dei lavori, e conseguentemente messo a repentaglio l’apertura di tutta Expo 2015. Gli investigatori avevano cioè evidenziato la difformità tra una serie di telefonate intercettate il 30 maggio 2012 su come sostituire quel membro, e invece la data apparente del provvedimento di annullamento della nomina dei commissari, 17 maggio 2012, «giacché è palese — scriveva la Gdf — la retrodatazione».
Ma i pm non avevano indagato né Sala né altri per questa vicenda ritenendo che la retrodatazione costituisse una sorta di «falso innocuo», che cioè non avrebbe né sfavorito né favorito alcuno dei partecipanti.
Fonte: Il Post
Il sindaco di Milano, Beppe Sala (ANSA/STEFANO PORTA)
Beppe Sala, sindaco di Milano, tornerà a ricoprire il suo incarico dopo alcuni giorni di “autosospensione”, seguita alla notizia di un’indagine sul suo conto della procura di Milano. Sala ha scritto su Facebook che non ha voluto dare una risposta «normale e scontata» a quella notizia e che non è normale che il sindaco di Milano apprenda di un’indagine dalla stampa. «Ho scelto una via diversa, irrituale. Ho deciso di autosospendermi poiché su un punto non si può transigere: un professionista, un uomo d’azienda e, tanto più, un amministratore pubblico hanno nell’integrità morale l’elemento insostituibile della propria credibilità. Ne va della dignità personale e della concreta possibilità di agire nell’esclusivo interesse dei cittadini». Sala ha aggiunto però di aver parlato con la procura, che ringrazia, e di aver fatto verifiche con i suoi legali che «hanno chiarito sufficientemente il merito dell’indagine e l’inesistenza di altri capi di imputazione». E per questo torna a fare il sindaco.
Giuseppe Sala aveva deciso di autosospendersi dalla carica di sindaco di Milano cinque giorni fa, dopo aver saputo sui giornali di essere stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura generale nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta “Piastra dei servizi”, un pacchetto di lavori preparatori per Expo 2015. Secondo diversi giornali, i reati che riguarderebbero Sala, ex commissario unico di Expo, sarebbero concorso in falso ideologico e falso materiale. L’autosospensione è prevista dal regolamento del comune ed è valida quando viene formalizzata con il Prefetto: l’autosospensione porta a una rinuncia da parte del sindaco ai suoi poteri, che passano al vicesindaco, ha una durata limitata nel tempo e permette di evitare lo scioglimento del Consiglio comunale (che viene invece causato dalle dimissioni del sindaco).
L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore generale di Milano Felice Isnardi, dopo che a fine ottobre la procura generale aveva assunto la competenza dell’indagine iniziata nel 2012 togliendola alla procura, che invece ne aveva chiesto l’archiviazione. La richiesta di archiviazione non era stata accolta dal gip Andrea Ghinetti, che aveva deciso di convocare le parti per la discussione e poi stabilire se archiviare o chiedere ulteriori indagini. La Procura generale aveva poi avocato il fascicolo ottenendo un mese di tempo per un primo approfondimento, e chiedendone qualche giorno fa altri sei per fare nuove indagini. Il prolungamento dell’indagine ha portato all”iscrizione nel registro degli indagati anche nuovi nomi, tra cui quello di Giuseppe Sala, oltre a quelli già presenti di Antonio Acerbo e Angelo Paris, manager di Expo, Piergiorgio Baita, amministratore delegato di Mantovani ed Erasmo Cinque e Ottavio Cinque, titolari di una delle società del consorzio che vinse l’appalto.
L’inchiesta riguarda in particolare l’aggiudicazione all’impresa Mantovani, con un ribasso del 42 per cento rispetto alla base d’asta che era di 272 milioni di euro, dell’appalto per i lavori preparatori sull’area di Expo necessari per poi costruire i padiglioni. L’impresa Mantovani si era aggiudicata la gara per 149 milioni di euro, cifra che secondo la Procura non era congrua con i prezzi di mercato. Nel 2014 gli investigatori del Nucleo di polizia tributaria avevano scritto nel fascicolo delle indagini che l’assegnazione dell’appalto era avvenuta «in un contesto di evidente illegalità». I reati contestati a Giuseppe Sala, falso materiale e falso ideologico, riguardano l’alterazione o contraffazione di atti pubblici, nel primo caso, e l’attestazione in atti pubblici (che quindi non risultano alterati) di fatti non veritieri, nel secondo.
Il Corriere della Sera aveva ricostruito concretamente qual è l’accusa che viene fatta a Sala:
Il sostituto procuratore generale Felice Isnardi indaga Sala per quella ipotesi di falso che già anni fa era stata proposta da un rapporto della Guardia di finanza sulle modalità-lampo con le quali Expo nel maggio 2012 sostituì un componente della commissione aggiudicatrice dell’appalto sulla «Piastra» a causa di un potenziale profilo di incompatibilità: modalità-lampo finalizzate ad abbreviare la tempistica che altrimenti, con una procedura standard, avrebbe fatto slittare fuori tempo massimo l’avvio dei lavori, e conseguentemente messo a repentaglio l’apertura di tutta Expo 2015. Gli investigatori avevano cioè evidenziato la difformità tra una serie di telefonate intercettate il 30 maggio 2012 su come sostituire quel membro, e invece la data apparente del provvedimento di annullamento della nomina dei commissari, 17 maggio 2012, «giacché è palese — scriveva la Gdf — la retrodatazione».
Ma i pm non avevano indagato né Sala né altri per questa vicenda ritenendo che la retrodatazione costituisse una sorta di «falso innocuo», che cioè non avrebbe né sfavorito né favorito alcuno dei partecipanti.
Fonte: Il Post
lunedì 19 dicembre 2016
Sei mesi di errori
Breve storia di Virginia Raggi e del Movimento 5 Stelle a Roma, tra pasticci burocratici, complotti, scontri interni e inchieste giudiziarie
Il 19 giugno Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma al ballottaggio con il 67,15 per cento dei voti, il risultato migliore in città da quando è stata introdotta l’elezione diretta dei sindaci. Da quel giorno sembrano essere passati molto più di sei mesi. Dopo una lunga e laboriosissima composizione della Giunta comunale, oggi Roma è senza vicesindaco, senza capo di gabinetto e senza direttori generali nelle più importanti società partecipate cittadine. La giunta è stata decimata da dimissioni e inchieste della magistratura, mentre il Movimento 5 Stelle romano è diviso e attraversato da rivalità che emergono sotto forma di fughe di notizie e indiscrezioni fatte arrivare ai giornalisti.
Secondo esperti e giornalisti, il Movimento 5 Stelle ha pagato la mancanza di una leadership chiara e le divisioni interne, le difficoltà di attrarre personale qualificato, da cui a sua volta deriva una scarsa conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e la necessità di affidarsi a persone apparentemente tecniche ma in realtà rappresentanti di interessi poco trasparenti. In altre parole quelli che vengono considerati i punti di forza del Movimento – la sua “novità”, la sua mancanza di una struttura professionale – sembrano essere almeno in parte anche le cause del fallimento della sua prima vera prova di governo.
Il caso Marra
Questi problemi emergono con chiarezza nella storia di Raffaele Marra, il capo del personale del comune arrestato venerdì scorso con l’accusa di corruzione. Marra, spesso definito il “braccio destro” di Raggi, è un dirigente esperto di pubblica amministrazione: uno che «sapeva i regolamenti a memoria», secondo quanto diceva la stessa sindaca. È un ex ufficiale della Guardia di Finanza, nominato dirigente dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico dall’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno che poi lo porto con sé quando nel 2008 venne eletto sindaco di Roma. Marra ha lavorato soprattutto come dirigente per amministrazioni di centrodestra, ma ha lavorato anche per il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, del PD.
Fino a oggi Marra non era mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie, ma era spesso descritto come molto vicino ad alcune persone molto discusse, come Franco Panzironi, un altro dirigente pubblico vicino al centrodestra, coinvolto in “Mafia Capitale” e nella “parentopoli” dell’AMA, caso per cui è stato condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi. Per questa ragione Marra è stato spesso criticato da giornalisti ed esponenti del Movimento 5 Stelle, ma per via della sua competenza tecnica era invece ammirato da Raggi e dai suoi collaboratori più stretti. Il 28 giugno, appena dieci giorni dopo la vittoria al ballottaggio, il primo atto di Raggi fu nominare Marra vicecapo di gabinetto e il suo collaboratore Daniele Frongia capo di gabinetto, due incarichi che rappresentano il “braccio operativo” di un sindaco.
Fu un atto affrettato tecnicamente e politicamente, alla prova dei fatti. Frongia risultò incompatibile con la carica di capo di gabinetto a causa della cosiddetta “legge Severino”: in quanto consigliere comunale eletto non poteva ricoprire una carica dirigenziale. La nomina di Marra, invece, non piacque al “comitato di controllo” che Beppe Grillo aveva assegnato a Virginia Raggi. Il comitato del partito, di cui facevano parte la senatrice Paola Taverna e la deputata Roberta Lombardi, rispondeva direttamente a Grillo: Raggi era obbligata da un contratto (sulla cui legalità ci sono molti dubbi) a consultarlo per ogni decisione importante. Quell’episodio mostrò per la prima volta le contrapposizioni che stavano nascendo nel Movimento 5 Stelle a Roma: «La divisione più semplice da fare è quella tra i sostenitori della Raggi e di Roberta Lombardi», ha spiegato al Post Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa ed esperto delle dinamiche interne al Movimento.
Lombardi e Taverna fecero sapere pubblicamente che disapprovavano la nomina di Marra: Lombardi lo definì «un virus» che stava infettando il Movimento. Altri dirigenti del partito si schierarono con Raggi: il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, difese la scelta di Raggi e disse che il Movimento non aveva «pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni». A metà luglio lo scontro divenne particolarmente intenso e, secondo le voci riportate dai giornali, Raggi arrivò a minacciare le dimissioni nel caso in cui l’avessero obbligata a rinunciare all’aiuto di Marra. Alla fine venne trovato un compromesso: il suo collaboratore Frongia venne promosso vicesindaco, mentre Marra conservò la sua posizione almeno fino al suo arresto, la scorsa settimana (in seguito il Movimento ha costretto alle dimissioni anche lo stesso Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica e importante collaboratore di Raggi).
Le dimissioni dei tecnici
Il 7 luglio, 18 giorni dopo la vittoria alle elezioni, Raggi presentò la sua giunta con più di una settimana di ritardo sulla sua compagna di partito, Chiara Appendino, sindaca di Torino, e sugli altri sindaci delle grandi città, Giuseppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Comporla non era stato semplice. «Il Movimento 5 Stelle ha difficoltà ad attirare personale qualificato», spiega il professor Roberto Biorcio, professore di sociologia all’Università Milano-Bicocca e autore del libro “Politica a 5 Stelle“: «In parte perché molte persone con esperienza sono legate ad altri partiti, in parte perché gli manca la rete di relazioni necessaria a identificare i candidati più adatti».
Anche il clima di diffidenza reciproca e fughe di notizie creato dallo scontro su Marra e Frongia non aiutò la scelta. Il risultato: le posizioni più importanti nella giunta furono occupate da “tecnici” suggeriti da Francesco Paolo Tronca, il prefetto che aveva governato Roma da commissario dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Tra loro i più importanti erano l’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, 44 anni, professore all’università Bocconi di Milano ed ex analista della CONSOB; e Carla Raineri, 61 anni, magistrato della Corte d’appello di Milano, nominata capo di gabinetto al posto di Frongia. Il rapporto tra i “tecnici” e il gruppo di Raggi fu teso fin da subito; in particolare quello tra Raineri e il suo vice, Marra. A un certo punto qualcuno fece arrivare ai giornali la notizia che Raineri guadagnava 193 mila euro l’anno, causandole critiche tra gli attivisti del Movimento. Alla fine di agosto, come ha raccontato il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo:
Sulla scrivania del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone piove una lettera con la quale il Comune di Roma chiede lumi sulla compatibilità di Carla Raineri, che fra l’altro ha pure la delega per la lotta alla corruzione. La lettera è firmata Virginia Raggi, ma l’ha scritta il vice di Carla Raineri: Marra. Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica.
Fu uno dei molti episodi simili che avvennero in quei giorni e che continuano anche oggi. «Quello che abbiamo documentato in questi mesi è una profonda rissosità e divisione all’interno dei militanti del Movimento 5 Stelle: c’è una grandissima tendenza alla “faida” e alle accuse reciproca», spiega Iacoboni. Dopo la fuga di notizie Raggi disse che avrebbe revocato l’incarico di Raineri, che in risposta si dimise immediatamente. Minenna, appena tornato dalle ferie, fece la stessa cosa, seguito immediatamente da altri tre manager che Tronca aveva nominato alla guida di importanti società municipalizzate (qui avevamo raccontato la cronaca di quei giorni).
In poche ore divenne chiaro che Raggi non si aspettava quelle dimissioni e non aveva persone con le quali sostituirle. Il Movimento non spiegò cosa stava succedendo per quasi un’intera settimana e per tutto settembre la città rimase senza assessore al Bilancio, la carica più delicata dell’intera giunta. Vennero proposti in maniera rocambolesca e poi scartati una serie di nomi, spesso improbabili, e alla fine la questione dell’assessore al Bilancio venne risolta con due compromessi: la nomina al Bilancio di Andrea Mazzillo, coordinatore dello staff di Raggi, e quella di un imprenditore veneto vicino al centrodestra e a Gianroberto Casaleggio, Massimo Colomban, alle Partecipate. Gli altri incarichi lasciati scoperti dalle dimissioni di settembre sono ancora vuoti, tre mesi dopo: e sono le società che gestiscono i trasporti pubblici e i rifiuti, due delle questioni più importanti e delicate della città.
Il caso Muraro
Il pasticcio più imbarazzante per il Movimento 5 Stelle a Roma però è probabilmente quello dell’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro, che si è dimessa una settimana fa dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Muraro è stata per 12 anni una consulente di AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma: anche lei è considerata vicina a dirigenti di centrodestra come Panzironi, e con un ruolo particolarmente importante in una serie di impianti di trattamento dei rifiuti, i tritovagliatori, di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che è anche proprietario della famigerata discarica di Malagrotta chiusa dall’ex sindaco Ignazio Marino. Secondo i magistrati, Muraro avrebbe avuto in passato rapporti poco trasparenti con Cerroni, arrestato nel 2014 con l’accusa di traffico di rifiuti. Quando era assessore Muraro insistiva affinché venissero usati soprattutto gli impianti di Cerroni per trattare i rifiuti prodotti da Roma, scontrandosi spesso con gli ex dirigenti di AMA.
Muraro sapeva di essere indagata da luglio, ma quando le prime voci di un suo coinvolgimento si diffusero tra i giornalisti, lei disse di non aver ricevuto “alcun avviso di garanzia”: un’affermazione omissiva ma formalmente corretta, visto che aveva scoperto di essere indagata facendo una richiesta di informazioni alla procura e non grazie a una comunicazione della procura stessa. Dell’indagine sapevano anche la sindaca Raggi e il vicepresidente della Camera Di Maio (qualcuno fece arrivare ai giornali una mail che dimostrava che era stato informato). In quei giorni le fughe di notizie furono così numerose da costringere lo stesso Grillo a intervenire.
Il Movimento fu molto criticato, anche dai suoi stessi attivisti, per aver tentato goffamente di coprire la vicenda, soprattutto perché in passato era stato severissimo con gli altri partiti e i rivali interni: essere indagati, sostenevano in passato i dirigenti del Movimento, obbligava a dimissioni immediate.
Che cosa ha fatto Raggi?
In questi giorni circola online un post in cui un’attivista del Movimento elenca i “successi” ottenuti dalla giunta Raggi che, secondo lui, sarebbero stati oscurati dai media nazionali. L’elenco comprende una serie di piani solo promessi e non ancora realizzati, come la riforma della polizia locale; progetti approvati dai sindaci precedenti, come l’arrivo di alcuni nuovi autobus; iniziative controverse, come la lotta all’abusivismo commerciale, da un lato contrastata con operazioni di polizia e dall’altro legalizzata, con l’ampliamento delle licenze e l’appoggio ai cosiddetti “bancarellari”, i potenti e influenti ambulanti autorizzati, come quelli della famiglia Tredicine in pessimi rapporti con la giunta Marino, che li aveva estromessi dal centro storico.
Gli accordi fatti dal comune con gli ambulanti mostrano un’altra delle caratteristiche dei primi sei mesi di amministrazione del Movimento, spiega Iacoboni: «Una continua e costante ricerca di compromesso, o in alcuni casi una filiazione e provenienza diretta, con i soggetti esistenti: gli studi di avvocati d’affari dell’ex giro Previti, Muraro, gli imprenditori dei rifiuti, che a Roma chiamano “i monnezzari”, alcuni palazzinari, la destra Panzironi-Alemanno, ma anche i sindacati di base all’interno delle municipalizzate, AMA e ATAC, che sono state vere basi elettorali dei cinque stelle a Roma».
È impossibile risolvere i problemi di una città complessa come Roma in sei mesi, ed è ancora più difficile farlo con una giunta traballante e tra le critiche e i complotti della propria stessa maggioranza. In questo scenario, spiega Iacoboni: «Virginia Raggi – che ora nel M5S cercano di far passare come unico capro espiatorio, come qualcosa di esterno al M5S – è invece la quintessenza del Movimento 5 Stelle: una forza politica molto scalabile sia dall’interno che dall’esterno, cioè dai poteri che si trova davanti. Nel caso di Roma, gruppi di interesse vicini al centrodestra». La tesi di Matteo Orfini, deputato romano e presidente del PD, è che Raggi – che ha lavorato per lo studio legale che ha assistito Cesare Previti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Mediaset – sia «organica alla peggiore destra romana».
Secondo il professor Biorcio, con una leadership forte, come quella che ha annunciato Grillo alla fine dello scorso settembre, il Movimento potrebbe evitare le insidie che hanno danneggiato Raggi negli ultimi sei mesi e dimostrarsi in grado di gestire una città complessa come Roma. Diversi giornalisti hanno ipotizzato negli ultimi giorni che Grillo voglia portare avanti un piano di accentramento, facendo nominare alla carica di vice-sindaco l’assessore al bilancio Colomban, che aveva imposto lo scorso settembre. Colomban però sembra non voler fare la fine dei tanti che lo hanno preceduto. Lunedì 19 dicembre ha fatto sapere di non essere disponibile a fare il vicesindaco.
Fonte: Il Post
(AP Photo/Gregorio Borgia)
Il 19 giugno Virginia Raggi è stata eletta sindaco di Roma al ballottaggio con il 67,15 per cento dei voti, il risultato migliore in città da quando è stata introdotta l’elezione diretta dei sindaci. Da quel giorno sembrano essere passati molto più di sei mesi. Dopo una lunga e laboriosissima composizione della Giunta comunale, oggi Roma è senza vicesindaco, senza capo di gabinetto e senza direttori generali nelle più importanti società partecipate cittadine. La giunta è stata decimata da dimissioni e inchieste della magistratura, mentre il Movimento 5 Stelle romano è diviso e attraversato da rivalità che emergono sotto forma di fughe di notizie e indiscrezioni fatte arrivare ai giornalisti.
Secondo esperti e giornalisti, il Movimento 5 Stelle ha pagato la mancanza di una leadership chiara e le divisioni interne, le difficoltà di attrarre personale qualificato, da cui a sua volta deriva una scarsa conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e la necessità di affidarsi a persone apparentemente tecniche ma in realtà rappresentanti di interessi poco trasparenti. In altre parole quelli che vengono considerati i punti di forza del Movimento – la sua “novità”, la sua mancanza di una struttura professionale – sembrano essere almeno in parte anche le cause del fallimento della sua prima vera prova di governo.
Il caso Marra
Questi problemi emergono con chiarezza nella storia di Raffaele Marra, il capo del personale del comune arrestato venerdì scorso con l’accusa di corruzione. Marra, spesso definito il “braccio destro” di Raggi, è un dirigente esperto di pubblica amministrazione: uno che «sapeva i regolamenti a memoria», secondo quanto diceva la stessa sindaca. È un ex ufficiale della Guardia di Finanza, nominato dirigente dell’Agenzia per lo sviluppo del settore ippico dall’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno che poi lo porto con sé quando nel 2008 venne eletto sindaco di Roma. Marra ha lavorato soprattutto come dirigente per amministrazioni di centrodestra, ma ha lavorato anche per il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, del PD.
Fino a oggi Marra non era mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie, ma era spesso descritto come molto vicino ad alcune persone molto discusse, come Franco Panzironi, un altro dirigente pubblico vicino al centrodestra, coinvolto in “Mafia Capitale” e nella “parentopoli” dell’AMA, caso per cui è stato condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi. Per questa ragione Marra è stato spesso criticato da giornalisti ed esponenti del Movimento 5 Stelle, ma per via della sua competenza tecnica era invece ammirato da Raggi e dai suoi collaboratori più stretti. Il 28 giugno, appena dieci giorni dopo la vittoria al ballottaggio, il primo atto di Raggi fu nominare Marra vicecapo di gabinetto e il suo collaboratore Daniele Frongia capo di gabinetto, due incarichi che rappresentano il “braccio operativo” di un sindaco.
Fu un atto affrettato tecnicamente e politicamente, alla prova dei fatti. Frongia risultò incompatibile con la carica di capo di gabinetto a causa della cosiddetta “legge Severino”: in quanto consigliere comunale eletto non poteva ricoprire una carica dirigenziale. La nomina di Marra, invece, non piacque al “comitato di controllo” che Beppe Grillo aveva assegnato a Virginia Raggi. Il comitato del partito, di cui facevano parte la senatrice Paola Taverna e la deputata Roberta Lombardi, rispondeva direttamente a Grillo: Raggi era obbligata da un contratto (sulla cui legalità ci sono molti dubbi) a consultarlo per ogni decisione importante. Quell’episodio mostrò per la prima volta le contrapposizioni che stavano nascendo nel Movimento 5 Stelle a Roma: «La divisione più semplice da fare è quella tra i sostenitori della Raggi e di Roberta Lombardi», ha spiegato al Post Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa ed esperto delle dinamiche interne al Movimento.
Lombardi e Taverna fecero sapere pubblicamente che disapprovavano la nomina di Marra: Lombardi lo definì «un virus» che stava infettando il Movimento. Altri dirigenti del partito si schierarono con Raggi: il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, difese la scelta di Raggi e disse che il Movimento non aveva «pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni». A metà luglio lo scontro divenne particolarmente intenso e, secondo le voci riportate dai giornali, Raggi arrivò a minacciare le dimissioni nel caso in cui l’avessero obbligata a rinunciare all’aiuto di Marra. Alla fine venne trovato un compromesso: il suo collaboratore Frongia venne promosso vicesindaco, mentre Marra conservò la sua posizione almeno fino al suo arresto, la scorsa settimana (in seguito il Movimento ha costretto alle dimissioni anche lo stesso Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica e importante collaboratore di Raggi).
Le dimissioni dei tecnici
Il 7 luglio, 18 giorni dopo la vittoria alle elezioni, Raggi presentò la sua giunta con più di una settimana di ritardo sulla sua compagna di partito, Chiara Appendino, sindaca di Torino, e sugli altri sindaci delle grandi città, Giuseppe Sala a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Comporla non era stato semplice. «Il Movimento 5 Stelle ha difficoltà ad attirare personale qualificato», spiega il professor Roberto Biorcio, professore di sociologia all’Università Milano-Bicocca e autore del libro “Politica a 5 Stelle“: «In parte perché molte persone con esperienza sono legate ad altri partiti, in parte perché gli manca la rete di relazioni necessaria a identificare i candidati più adatti».
Anche il clima di diffidenza reciproca e fughe di notizie creato dallo scontro su Marra e Frongia non aiutò la scelta. Il risultato: le posizioni più importanti nella giunta furono occupate da “tecnici” suggeriti da Francesco Paolo Tronca, il prefetto che aveva governato Roma da commissario dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Tra loro i più importanti erano l’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, 44 anni, professore all’università Bocconi di Milano ed ex analista della CONSOB; e Carla Raineri, 61 anni, magistrato della Corte d’appello di Milano, nominata capo di gabinetto al posto di Frongia. Il rapporto tra i “tecnici” e il gruppo di Raggi fu teso fin da subito; in particolare quello tra Raineri e il suo vice, Marra. A un certo punto qualcuno fece arrivare ai giornali la notizia che Raineri guadagnava 193 mila euro l’anno, causandole critiche tra gli attivisti del Movimento. Alla fine di agosto, come ha raccontato il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo:
Sulla scrivania del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone piove una lettera con la quale il Comune di Roma chiede lumi sulla compatibilità di Carla Raineri, che fra l’altro ha pure la delega per la lotta alla corruzione. La lettera è firmata Virginia Raggi, ma l’ha scritta il vice di Carla Raineri: Marra. Chi l’ha letta giura che, per come il quesito è formulato, la risposta negativa di Cantone è scontata. Carla Raineri ci mette un minuto per capire che l’hanno voluta far fuori. Anche perché è impensabile che una della sua esperienza si esponga a un giudizio di incompatibilità, e prima di accettare l’incarico ha fatto ogni possibile verifica.
Fu uno dei molti episodi simili che avvennero in quei giorni e che continuano anche oggi. «Quello che abbiamo documentato in questi mesi è una profonda rissosità e divisione all’interno dei militanti del Movimento 5 Stelle: c’è una grandissima tendenza alla “faida” e alle accuse reciproca», spiega Iacoboni. Dopo la fuga di notizie Raggi disse che avrebbe revocato l’incarico di Raineri, che in risposta si dimise immediatamente. Minenna, appena tornato dalle ferie, fece la stessa cosa, seguito immediatamente da altri tre manager che Tronca aveva nominato alla guida di importanti società municipalizzate (qui avevamo raccontato la cronaca di quei giorni).
In poche ore divenne chiaro che Raggi non si aspettava quelle dimissioni e non aveva persone con le quali sostituirle. Il Movimento non spiegò cosa stava succedendo per quasi un’intera settimana e per tutto settembre la città rimase senza assessore al Bilancio, la carica più delicata dell’intera giunta. Vennero proposti in maniera rocambolesca e poi scartati una serie di nomi, spesso improbabili, e alla fine la questione dell’assessore al Bilancio venne risolta con due compromessi: la nomina al Bilancio di Andrea Mazzillo, coordinatore dello staff di Raggi, e quella di un imprenditore veneto vicino al centrodestra e a Gianroberto Casaleggio, Massimo Colomban, alle Partecipate. Gli altri incarichi lasciati scoperti dalle dimissioni di settembre sono ancora vuoti, tre mesi dopo: e sono le società che gestiscono i trasporti pubblici e i rifiuti, due delle questioni più importanti e delicate della città.
Il caso Muraro
Il pasticcio più imbarazzante per il Movimento 5 Stelle a Roma però è probabilmente quello dell’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro, che si è dimessa una settimana fa dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. Muraro è stata per 12 anni una consulente di AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce lo smaltimento dei rifiuti a Roma: anche lei è considerata vicina a dirigenti di centrodestra come Panzironi, e con un ruolo particolarmente importante in una serie di impianti di trattamento dei rifiuti, i tritovagliatori, di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni, che è anche proprietario della famigerata discarica di Malagrotta chiusa dall’ex sindaco Ignazio Marino. Secondo i magistrati, Muraro avrebbe avuto in passato rapporti poco trasparenti con Cerroni, arrestato nel 2014 con l’accusa di traffico di rifiuti. Quando era assessore Muraro insistiva affinché venissero usati soprattutto gli impianti di Cerroni per trattare i rifiuti prodotti da Roma, scontrandosi spesso con gli ex dirigenti di AMA.
Muraro sapeva di essere indagata da luglio, ma quando le prime voci di un suo coinvolgimento si diffusero tra i giornalisti, lei disse di non aver ricevuto “alcun avviso di garanzia”: un’affermazione omissiva ma formalmente corretta, visto che aveva scoperto di essere indagata facendo una richiesta di informazioni alla procura e non grazie a una comunicazione della procura stessa. Dell’indagine sapevano anche la sindaca Raggi e il vicepresidente della Camera Di Maio (qualcuno fece arrivare ai giornali una mail che dimostrava che era stato informato). In quei giorni le fughe di notizie furono così numerose da costringere lo stesso Grillo a intervenire.
Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno nè dichiarazioni nè interviste su Roma nei prossimi giorni— Beppe Grillo (@beppe_grillo) 27 settembre 2016
Grazie di cuore a tutti
Il Movimento fu molto criticato, anche dai suoi stessi attivisti, per aver tentato goffamente di coprire la vicenda, soprattutto perché in passato era stato severissimo con gli altri partiti e i rivali interni: essere indagati, sostenevano in passato i dirigenti del Movimento, obbligava a dimissioni immediate.
Che cosa ha fatto Raggi?
In questi giorni circola online un post in cui un’attivista del Movimento elenca i “successi” ottenuti dalla giunta Raggi che, secondo lui, sarebbero stati oscurati dai media nazionali. L’elenco comprende una serie di piani solo promessi e non ancora realizzati, come la riforma della polizia locale; progetti approvati dai sindaci precedenti, come l’arrivo di alcuni nuovi autobus; iniziative controverse, come la lotta all’abusivismo commerciale, da un lato contrastata con operazioni di polizia e dall’altro legalizzata, con l’ampliamento delle licenze e l’appoggio ai cosiddetti “bancarellari”, i potenti e influenti ambulanti autorizzati, come quelli della famiglia Tredicine in pessimi rapporti con la giunta Marino, che li aveva estromessi dal centro storico.
Gli accordi fatti dal comune con gli ambulanti mostrano un’altra delle caratteristiche dei primi sei mesi di amministrazione del Movimento, spiega Iacoboni: «Una continua e costante ricerca di compromesso, o in alcuni casi una filiazione e provenienza diretta, con i soggetti esistenti: gli studi di avvocati d’affari dell’ex giro Previti, Muraro, gli imprenditori dei rifiuti, che a Roma chiamano “i monnezzari”, alcuni palazzinari, la destra Panzironi-Alemanno, ma anche i sindacati di base all’interno delle municipalizzate, AMA e ATAC, che sono state vere basi elettorali dei cinque stelle a Roma».
È impossibile risolvere i problemi di una città complessa come Roma in sei mesi, ed è ancora più difficile farlo con una giunta traballante e tra le critiche e i complotti della propria stessa maggioranza. In questo scenario, spiega Iacoboni: «Virginia Raggi – che ora nel M5S cercano di far passare come unico capro espiatorio, come qualcosa di esterno al M5S – è invece la quintessenza del Movimento 5 Stelle: una forza politica molto scalabile sia dall’interno che dall’esterno, cioè dai poteri che si trova davanti. Nel caso di Roma, gruppi di interesse vicini al centrodestra». La tesi di Matteo Orfini, deputato romano e presidente del PD, è che Raggi – che ha lavorato per lo studio legale che ha assistito Cesare Previti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Mediaset – sia «organica alla peggiore destra romana».
Secondo il professor Biorcio, con una leadership forte, come quella che ha annunciato Grillo alla fine dello scorso settembre, il Movimento potrebbe evitare le insidie che hanno danneggiato Raggi negli ultimi sei mesi e dimostrarsi in grado di gestire una città complessa come Roma. Diversi giornalisti hanno ipotizzato negli ultimi giorni che Grillo voglia portare avanti un piano di accentramento, facendo nominare alla carica di vice-sindaco l’assessore al bilancio Colomban, che aveva imposto lo scorso settembre. Colomban però sembra non voler fare la fine dei tanti che lo hanno preceduto. Lunedì 19 dicembre ha fatto sapere di non essere disponibile a fare il vicesindaco.
Fonte: Il Post
venerdì 16 dicembre 2016
Arrestato per corruzione Raffaele Marra, il braccio destro della sindaca di Roma
L'arresto del capo del personale del comune capitolino è legato all'inchiesta sulla compravendita delle case Enasarco del 2013. Arrestato anche il costruttore Scarpellini
Raffaele Marra, ex vice capo di gabinetto del Campidoglio e ora alla guida del Dipartimento Personale e braccio destro della sindaca di Roma Virginia Raggi, è stato arrestato dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale, su richiesta della procura di Roma.
L'accusa è di corruzione. Arrestato anche il costruttore Scarpellini, accusato di aver intascato una tangente quando lavorava all'Enasarco, l'ente nazionale di assistenza per gli agenti e i rappresentanti di commercio.
L'arresto di Marra è legato all'inchiesta sulla compravendita delle case Enasarco del 2013, quando era a capo del dipartimento politiche abitative del Comune di Roma della giunta Alemanno.
Fonte: The Post Internazionale
Raffaele Marra, braccio destro della sindaca di Roma, Virginia Raggi
Raffaele Marra, ex vice capo di gabinetto del Campidoglio e ora alla guida del Dipartimento Personale e braccio destro della sindaca di Roma Virginia Raggi, è stato arrestato dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale, su richiesta della procura di Roma.
L'accusa è di corruzione. Arrestato anche il costruttore Scarpellini, accusato di aver intascato una tangente quando lavorava all'Enasarco, l'ente nazionale di assistenza per gli agenti e i rappresentanti di commercio.
L'arresto di Marra è legato all'inchiesta sulla compravendita delle case Enasarco del 2013, quando era a capo del dipartimento politiche abitative del Comune di Roma della giunta Alemanno.
Fonte: The Post Internazionale
giovedì 1 dicembre 2016
Renzi fa sul serio sul gioco d’azzardo?
Il governo sta trattando per eliminare un terzo delle slot machine: sarebbe la prima norma del genere in un paese che ha dati assurdi sul gioco d'azzardo
Da alcune settimane il governo sta trattando con le regioni per approvare un provvedimento che sarebbe il primo del suo genere: ridurre del 30 per cento il numero di slot machine in Italia. Al momento la trattativa è ancora in corso, ma l’obiettivo del governo è chiudere entro il 15 dicembre e inserire la norma nella legge di bilancio. Fino a oggi il numero di licenze per slot machine non ha fatto che aumentare ogni anno, tanto che l’Italia è arrivata ad avere uno dei settori del gioco d’azzardo più grandi al mondo per valore assoluto, dietro soltanto Giappone, Stati Uniti e Cina. Se consideriamo la spesa pro-capite nel gioco d’azzardo legale, quindi, l’Italia è probabilmente al primo posto al mondo.
Una norma per ridurre il numero di slot machine era stata inserita la prima volta nella legge di bilancio del 2015, ma non aveva prodotto effetti immediati. La riduzione avrebbe dovuto concludersi nel 2019, mentre nel corso del 2015 il numero di licenze è continuato ad aumentare. Lo scorso settembre la vicenda ha avuto un’improvvisa accelerazione quando il presidente del Consiglio Renzi ha annunciato che intendeva anticipare il taglio dal 2019 al 2017. Poche settimane dopo il governo ha iniziato una trattativa con la conferenza Stato-regioni, in cui è rappresentato dal sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta (PD).
L’ultima riunione è avvenuta lo scorso 17 novembre, si prevede un prossimo e ultimo incontro il 15 dicembre. «Stiamo lavorando su alcuni aspetti sensibili, come il problema delle distanze degli apparecchi dalle zone sensibili, come le scuole, e l’orario in cui è possibile giocare», ha spiegato Baretta al Post: «L’obiettivo è anticipare al 2017 la riduzione del 30 per cento nel numero di macchinette. Visto che prenderemo come riferimento il numero di macchinette al 31 luglio 2015, la riduzione sarà in realtà leggermente superiore, intorno al 33 per cento». Il testo in discussione prevede anche l’eliminazione totale delle slot machine dai cosiddetti “esercizi generalisti secondari” (alberghi, negozi, edicole, ristoranti, stabilimenti balneari). In futuro, ha detto Baretta, il governo pensa di introdurre un’altra norma che «in tempi congrui» porti all’eliminazione completa delle slot machine anche da bar e tabaccherie.
«È un intervento», spiega Fabio La Rosa, professore di diritto aziendale all’università di Enna e curatore del volume “Il gioco d’azzardo in Italia“, uscito la scorsa primavera, «che non posso salutare se non con favore, mirato ad un “ritorno alle origini” del gioco, ossia mero divertimento, limitato nel tempo come nella possibilità di spesa». Lo Stato, continua La Rosa, «non dovrebbe ritenere di poter fare fortemente affidamento su questa voce di introiti, nel definire le proprie manovre finanziarie».
Il provvedimento, però, non piace a tutti. Alcuni gruppi di attivisti “no-slot”, per esempio, chiedono al governo una proibizione totale e immediata delle slot machine in bar e tabaccherie. Il Post ha chiesto un commento a Sistema Gioco Italia, la federazione di Confindustria che raggruppa gli operatori del settore, ma i vertici dell’associazione non sono stati raggiungibili. Le associazioni dei tabaccai hanno protestato con forza contro la norma, ma le loro obiezioni sono diminuite in seguito all’approvazione da parte della Camera del ripristino dell’aggio del 5 per cento sulla vendita di valori bollati telematici, una norma che i tabaccai chiedevano da tempo. «Alcuni settori hanno guadagnato dal gioco, quindi altre forme di compensazione sono comprensibili», spiega Baretta.
Anche la trattativa con le regioni ha degli aspetti che devono ancora essere chiariti. Negli anni precedenti diversi consigli regionali hanno agito in autonomia per cercare di limitare il fenomeno delle slot machine. Non potendole vietare, hanno scelto di limitare l’orario in cui potevano essere mantenute in funzione e lo spostamento delle slot machine fuori dai centri città (come ha deciso di fare, tra gli altri, il comune di Roma guidato dalla sindaca Virginia Raggi). Il problema è che spostando le slot machine nei quartieri periferici si finisce con il concentrarle nei luoghi più vulnerabili. «Il rischio è creare dei “quartieri a luci rosse” del gioco. È un problema serio che stiamo cercando di comporre con gli enti locali, non vogliamo concentrare un eccesso di offerta nelle periferie degradate», spiega Baretta.
Se l’accordo con le regioni dovesse essere chiuso, cosa che tutti al momento sembrano dare per scontata, la diminuzione delle slot machine sarà inserita con un emendamento alla legge di bilancio 2017 nel corso della seconda lettura del provvedimento, che comincerà in Senato nei primi giorni di dicembre. Prima di allora, però, diverse cose possono ancora andare storte. Se il governo deciderà di approvare la legge di bilancio con la fiducia (come ha appena fatto alla Camera), gli emendamenti, come quello sulla riduzione delle slot machine, rischiano di essere eliminati. Anche se il governo dovesse cadere prima di terminare il percorso della legge in Senato (per esempio a causa di una vittoria dei “No” al referendum) le trattative con le regioni e l’inserimento della norma nella legge di bilancio potrebbero bloccarsi.
Il gioco d’azzardo legale in Italia ha raggiunto dimensioni da record: ogni anno il settore fattura 88 miliardi di euro, cioè un quinto del totale mondiale, circa 450 miliardi. Metà del fatturato italiano, poco più di 47 miliardi, arriva dalle slot machine: ce ne sono più di 400 mila nel nostro paese, cioè circa una ogni 155 abitanti, contro una ogni 261 abitanti in Germania e una ogni 372 negli Stati Uniti. Il Giappone è uno dei pochi paesi al mondo con una concentrazione più alta: ci sono circa dieci milioni di apparecchi per il “pachinko”, una specie di slot machine. Mentre in Giappone il settore è in crisi da anni e i giocatori si sono quasi dimezzati nell’ultimo quindicennio, in Italia è cresciuto del 191 per cento tra il 2005 ed oggi. Soltanto nel 2015 il numero di slot machine è aumentato del 10 per cento.
La decisione di ridurre il numero di slot machine è un cambio di approccio per il governo Renzi, che negli anni precedenti aveva lasciato che il numero di licenze continuasse ad aumentare. Per lo Stato italiano il gioco d’azzardo rappresenta un’entrata importante, che nel solo 2015 ha generato 8,7 miliardi di euro. Il settore in Italia dà lavoro a circa 140 mila persone. Baretta ammette che negli ultimi anni si è «esagerato con l’offerta» e spiega il cambio di approccio del governo con un aumento della «sensibilità sociale nei confronti dei rischi del fenomeno».
Da anni le associazioni e i gruppi “no-slot” si battono contro la proliferazione di apparecchi per il gioco e anche esperti ed economisti hanno messo in guardia contro i rischi del gioco d’azzardo, che costituisce una tassa volontaria sui più poveri e meno istruiti. In un articolo pubblicato nel 2012 sulla rivista Stato e Mercato, i ricercatori Simone Sarti e Moris Triventi avevano scoperto che la percentuale del proprio reddito che una famiglia spende nel gioco d’azzardo cresce mano a mano che il reddito disponibile cala. I più poveri e i meno istruiti, in sostanza, giocano una percentuale maggiore dei loro guadagni rispetto a tutti gli altri.
Fonte: Il Post
(Britta Pedersen/dpa)
Da alcune settimane il governo sta trattando con le regioni per approvare un provvedimento che sarebbe il primo del suo genere: ridurre del 30 per cento il numero di slot machine in Italia. Al momento la trattativa è ancora in corso, ma l’obiettivo del governo è chiudere entro il 15 dicembre e inserire la norma nella legge di bilancio. Fino a oggi il numero di licenze per slot machine non ha fatto che aumentare ogni anno, tanto che l’Italia è arrivata ad avere uno dei settori del gioco d’azzardo più grandi al mondo per valore assoluto, dietro soltanto Giappone, Stati Uniti e Cina. Se consideriamo la spesa pro-capite nel gioco d’azzardo legale, quindi, l’Italia è probabilmente al primo posto al mondo.
Una norma per ridurre il numero di slot machine era stata inserita la prima volta nella legge di bilancio del 2015, ma non aveva prodotto effetti immediati. La riduzione avrebbe dovuto concludersi nel 2019, mentre nel corso del 2015 il numero di licenze è continuato ad aumentare. Lo scorso settembre la vicenda ha avuto un’improvvisa accelerazione quando il presidente del Consiglio Renzi ha annunciato che intendeva anticipare il taglio dal 2019 al 2017. Poche settimane dopo il governo ha iniziato una trattativa con la conferenza Stato-regioni, in cui è rappresentato dal sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta (PD).
L’ultima riunione è avvenuta lo scorso 17 novembre, si prevede un prossimo e ultimo incontro il 15 dicembre. «Stiamo lavorando su alcuni aspetti sensibili, come il problema delle distanze degli apparecchi dalle zone sensibili, come le scuole, e l’orario in cui è possibile giocare», ha spiegato Baretta al Post: «L’obiettivo è anticipare al 2017 la riduzione del 30 per cento nel numero di macchinette. Visto che prenderemo come riferimento il numero di macchinette al 31 luglio 2015, la riduzione sarà in realtà leggermente superiore, intorno al 33 per cento». Il testo in discussione prevede anche l’eliminazione totale delle slot machine dai cosiddetti “esercizi generalisti secondari” (alberghi, negozi, edicole, ristoranti, stabilimenti balneari). In futuro, ha detto Baretta, il governo pensa di introdurre un’altra norma che «in tempi congrui» porti all’eliminazione completa delle slot machine anche da bar e tabaccherie.
«È un intervento», spiega Fabio La Rosa, professore di diritto aziendale all’università di Enna e curatore del volume “Il gioco d’azzardo in Italia“, uscito la scorsa primavera, «che non posso salutare se non con favore, mirato ad un “ritorno alle origini” del gioco, ossia mero divertimento, limitato nel tempo come nella possibilità di spesa». Lo Stato, continua La Rosa, «non dovrebbe ritenere di poter fare fortemente affidamento su questa voce di introiti, nel definire le proprie manovre finanziarie».
Il provvedimento, però, non piace a tutti. Alcuni gruppi di attivisti “no-slot”, per esempio, chiedono al governo una proibizione totale e immediata delle slot machine in bar e tabaccherie. Il Post ha chiesto un commento a Sistema Gioco Italia, la federazione di Confindustria che raggruppa gli operatori del settore, ma i vertici dell’associazione non sono stati raggiungibili. Le associazioni dei tabaccai hanno protestato con forza contro la norma, ma le loro obiezioni sono diminuite in seguito all’approvazione da parte della Camera del ripristino dell’aggio del 5 per cento sulla vendita di valori bollati telematici, una norma che i tabaccai chiedevano da tempo. «Alcuni settori hanno guadagnato dal gioco, quindi altre forme di compensazione sono comprensibili», spiega Baretta.
Anche la trattativa con le regioni ha degli aspetti che devono ancora essere chiariti. Negli anni precedenti diversi consigli regionali hanno agito in autonomia per cercare di limitare il fenomeno delle slot machine. Non potendole vietare, hanno scelto di limitare l’orario in cui potevano essere mantenute in funzione e lo spostamento delle slot machine fuori dai centri città (come ha deciso di fare, tra gli altri, il comune di Roma guidato dalla sindaca Virginia Raggi). Il problema è che spostando le slot machine nei quartieri periferici si finisce con il concentrarle nei luoghi più vulnerabili. «Il rischio è creare dei “quartieri a luci rosse” del gioco. È un problema serio che stiamo cercando di comporre con gli enti locali, non vogliamo concentrare un eccesso di offerta nelle periferie degradate», spiega Baretta.
Se l’accordo con le regioni dovesse essere chiuso, cosa che tutti al momento sembrano dare per scontata, la diminuzione delle slot machine sarà inserita con un emendamento alla legge di bilancio 2017 nel corso della seconda lettura del provvedimento, che comincerà in Senato nei primi giorni di dicembre. Prima di allora, però, diverse cose possono ancora andare storte. Se il governo deciderà di approvare la legge di bilancio con la fiducia (come ha appena fatto alla Camera), gli emendamenti, come quello sulla riduzione delle slot machine, rischiano di essere eliminati. Anche se il governo dovesse cadere prima di terminare il percorso della legge in Senato (per esempio a causa di una vittoria dei “No” al referendum) le trattative con le regioni e l’inserimento della norma nella legge di bilancio potrebbero bloccarsi.
Il gioco d’azzardo legale in Italia ha raggiunto dimensioni da record: ogni anno il settore fattura 88 miliardi di euro, cioè un quinto del totale mondiale, circa 450 miliardi. Metà del fatturato italiano, poco più di 47 miliardi, arriva dalle slot machine: ce ne sono più di 400 mila nel nostro paese, cioè circa una ogni 155 abitanti, contro una ogni 261 abitanti in Germania e una ogni 372 negli Stati Uniti. Il Giappone è uno dei pochi paesi al mondo con una concentrazione più alta: ci sono circa dieci milioni di apparecchi per il “pachinko”, una specie di slot machine. Mentre in Giappone il settore è in crisi da anni e i giocatori si sono quasi dimezzati nell’ultimo quindicennio, in Italia è cresciuto del 191 per cento tra il 2005 ed oggi. Soltanto nel 2015 il numero di slot machine è aumentato del 10 per cento.
La decisione di ridurre il numero di slot machine è un cambio di approccio per il governo Renzi, che negli anni precedenti aveva lasciato che il numero di licenze continuasse ad aumentare. Per lo Stato italiano il gioco d’azzardo rappresenta un’entrata importante, che nel solo 2015 ha generato 8,7 miliardi di euro. Il settore in Italia dà lavoro a circa 140 mila persone. Baretta ammette che negli ultimi anni si è «esagerato con l’offerta» e spiega il cambio di approccio del governo con un aumento della «sensibilità sociale nei confronti dei rischi del fenomeno».
Da anni le associazioni e i gruppi “no-slot” si battono contro la proliferazione di apparecchi per il gioco e anche esperti ed economisti hanno messo in guardia contro i rischi del gioco d’azzardo, che costituisce una tassa volontaria sui più poveri e meno istruiti. In un articolo pubblicato nel 2012 sulla rivista Stato e Mercato, i ricercatori Simone Sarti e Moris Triventi avevano scoperto che la percentuale del proprio reddito che una famiglia spende nel gioco d’azzardo cresce mano a mano che il reddito disponibile cala. I più poveri e i meno istruiti, in sostanza, giocano una percentuale maggiore dei loro guadagni rispetto a tutti gli altri.
Fonte: Il Post
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