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mercoledì 15 novembre 2017

I media nordcoreani hanno “condannato a morte” Donald Trump

Il presidente statunitense nel mirino del “Rodong Sinmun”, quotidiano ufficiale del partito di Kim Jong-un: “È giusto che egli sappia di essere solo un orrendo criminale che è stato condannato a morte dal popolo nordcoreano”

Credit: Afp

Il presidente statunitense Donald Trump è stato simbolicamente condannato a morte dai media statali nordcoreani per aver insultato Kim Jong-un. Inoltre è stato definito “codardo” per aver annullato la visita al confine tra le due Coree programmata in vista del suo recente tour istituzionale in Asia, svoltosi dal 3 al 14 novembre.

Il duro attacco è arrivato dalle colonne del “Rodong Sinmun”, quotidiano ufficiale del Comitato centrale del Partito del lavoro di Corea, di cui Kim Jong-un è presidente.

In un editoriale il tycoon newyorchese è stato criticato per aver denunciato “la crudele dittatura” di Pyongyang nel corso della sua visita di stato a Seul: “La sua offesa alla dignità del supremo leader è il peggior crimine e per questo non potrà mai essere perdonato”, si legge nell’articolo. “È giusto che egli sappia di essere solo un orrendo criminale che è stato condannato a morte dal popolo nordcoreano”.

La decisione di annullare la visita al confine tra la Corea del Sud e la Corea del Nord, secondo il “Rodong Sinmun”, non sarebbe da imputare al maltempo come affermato dalle fonti ufficiali, bensì al “timore di trovarsi di fronte agli occhi furiosi” delle truppe fedeli a Kim Jong-un.

Dalla sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016, Donald Trump ha dato il via a un acceso conflitto verbale con il dittatore nordcoreano, lanciando continui insulti personali e minacce di intervento militare che hanno alzato i livelli di allerta per il possibile scoppio di un vero e proprio conflitto tra i due paesi.

Pochi giorni fa, Trump ha diffuso su Twitter un messaggio rivolto al leader nordcoreano: “Kim mi chiama vecchio, io non gli direi mai che è basso e grasso. Ritengo molto difficile che possa essere mio amico, ma forse un giorno succederà!”

In un comizio del 22 settembre 2017, il presidente statunitense ha definito Kim Jong-un “un pazzo che spara missili ovunque.”

Kim Jong-un ha più volte definito Donald Trump “un vecchio rimbambito che la pagherà cara”. Come controrisposta il presidente statunitense ha definito, tramite anche i suoi tweet, il leader nordcoreano come un pazzo e un bamboccio.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 14 novembre 2017

Quanto costerà all’Italia la mancata qualificazione ai mondiali di calcio di Russia 2018

Dall'editoria alla ristorazione, passando per merchandising, televisione, pubblicità e premi sportivi: la non partecipazione dell'Italia ai mondiali del 2018 lascerà un segno anche dal punto di vista economico

Credit: Afp

L’Italia è fuori dai mondiali di calcio per la prima volta dal 1958. La nazionale guidata da Gian Piero Ventura non è riuscita a ribaltare l’1-0 subito venerdì 10 novembre nella partita d’andata dei playoff contro la Svezia a Stoccolma, e nella partita di ritorno del 13 novembre l’effetto San Siro non è stato sufficiente per dare la scossa necessaria ai giocatori, fermati sullo 0-0 dalla squadra del coach Jan Andersson.

La serata del 13 novembre sarà ricordata come una totale disfatta per il calcio italiano, resa ancora più triste dall’addio di alcuni protagonisti del trionfo a Germania 2006 come il capitano Gianluigi Buffon, Daniele De Rossi e Andrea Barzagli.

Un disastro non solo sportivo, ma anche economico. La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali di Russia 2018 intacca i settori più disparati: dall’editoria alla ristorazione, passando per il merchandising, la televisione e la pubblicità.

I tradizionali milioni di tifosi davanti alla televisione – per Brasile 2014 si sono toccati i livelli record di 17,7 milioni di telespettatori – saranno ridotti in maniera drastica; pub, bar e ristoranti che puntano molto sulle partite dell’Italia per attirare clienti subiranno senza dubbio un ingente calo dei profitti nel corso della prossima estate.

Stesso discorso per i giornali: testate sportive come “La Gazzetta dello Sport” e “Corriere dello Sport-Stadio”, tra le più lette e diffuse a livello nazionale, vendono soprattutto quando la nazionale italiana vince e convince ai mondiali o agli europei. Basti pensare che il primato assoluto di tiratura per “La Gazzetta dello Sport” (1.469.043 copie) fu stabilito il 12 luglio 1982, il giorno successivo la finale dei mondiali di Spagna, vinti dagli Azzurri con un indimenticabile 3-1 sulla Germania Ovest.

L’assenza dell’Italia dalla competizione corrisponde a un interesse decisamente inferiore nei confronti della manifestazione calcistica più importante al mondo. Un evento con meno appeal porterà ad un’asta per i diritti tv decisamente ridotta rispetto al solito: per trasmettere le partite di Sudafrica 2010 e Brasile 2014, come affermato da M. Bellinazzo e A. Biondi su “Il Sole 24 Ore”, la Rai ha sborsato 360 milioni di euro in tutto (180 e 180).

Senza partite degli Azzurri, è difficile credere che si farà avanti qualche competitor – per Russia 2018, oltre ai tradizionali Rai e Sky, dovrebbe avanzare una proposta anche Mediaset – disposto a spendere cifre simili. Una bella batosta anche per la Fifa, che potrebbe perdere circa 100 milioni di diritti tv sul mercato italiano.

Le televisioni perderanno ingenti profitti dalla vendita di spazi pubblicitari, così come la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) non potrà contare sui contributi economici garantiti dalla Fifa alle squadre partecipanti a Russia 2018. Il totale per l’edizione dell’anno prossimo ammonta alla cifra record di 790 milioni di dollari, 214 in più rispetto a quella messa a disposizione per i mondiali in Brasile di tre anni fa.

Le 32 squadre che si sono qualificate alla fase finale potranno fare affidamento sui 400 milioni di dollari loro riservati per premi e passaggi di turno: di questi, 8 andranno alle 16 squadre eliminate nella fase a gironi, 28 alla seconda classificata e 38 alla nazionale che si laureerà campione del mondo. La semplice partecipazione nei gruppi in Russia avrebbe permesso all’Italia di Ventura di guadagnare 12 milioni: una cifra significativa per la FIGC, che nel 2015 e nel 2016 – anno degli europei in Francia – ha fatturato rispettivamente 153 e 174 milioni di euro.

Ma le perdite della Federazione non si fermeranno qui: la Rai potrebbe ritrattare le cifre degli accordi per la trasmissione delle partite della Nazionale (25 milioni di euro) e top sponsor quali Eni e Poste Italiane potrebbero non rinnovare i contratti in scadenza l’anno prossimo.

Oltre a questo, si aggiungeranno i mancati versamenti delle royalties legate alla partecipazione a eventi sportivi speciali garantiti dallo sponsor tecnico Puma, che con la Federazione guidata da Carlo Tavecchio ha un accordo di 18,7 milioni annui fino al 2022 e che dovrà abbassare di molto le stime di vendita del merchandising della nazionale italiana di calcio nel corso della prossima estate.

La mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali russi dell’anno prossimo apre una voragine all’interno del calcio tricolore e rischia di colpire tutta l’economia nazionale. Una squadra che vince o addirittura trionfa – come quella guidata da Marcello Lippi a Germania 2006 – in un paese fortemente appassionato di calcio qual è l’Italia, porta benefici insperati in tanti settori diversi, come rivelò uno studio condotto nel 2014 dalla Coldiretti: “L’anno successivo alla vittoria degli azzurri nel campionato mondiale di calcio del 2006 in Germania, l’economia nazionale è cresciuta in modo sostenuto con un aumento record del 4,1 per cento del Pil a valori correnti mentre il numero di disoccupati è diminuito del 10 per cento. Nel 2007 si è anche verificato un incremento delle vendite nazionali all’estero del 10 per cento, e a beneficiarne maggiormente sono stati i prodotti simbolo del Made in Italy”.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 14 maggio 2017

È morto Oliviero Beha

Giornalista e cofondatore del Fatto Quotidiano: aveva 68 anni

(Davide Fracassi/Pacific Press via ZUMA Wire)

Beha ha scritto per moltissimi giornali italiani fra cui Tuttosport, Repubblica, l’Unità e il Fatto Quotidiano, di cui è stato cofondatore. Diventò noto soprattutto negli anni Novanta per via di alcuni programmi radiofonici di informazione come Radio Zorro. Repubblica scrive che era malato da tempo.

Fonte: Il Post

sabato 29 aprile 2017

Le autorità turche hanno bloccato l'accesso a Wikipedia

La popolare enciclopedia non è più accessibile nel paese. Ancora non sono chiare le ragioni


Dalle otto del mattino ora locale (sei ora italiana), in tutta la Turchia risulta bloccato il sito Wikipedia, la celebre enciclopedia i cui contenuti sono generati dagli utenti nonché uno dei siti più visitati al mondo. Non sono ancora chiare le ragioni per cui le autorità turche avrebbero preso questa decisione.

L'autorità per le comunicazioni turca ha reso noto con un comunicato che sono state prese alcune misure in seguito a un'analisi della legge nazionale 5651 relativamente al sito, senza fornire ulteriori spiegazioni.

La decisione arriva circa dieci giorni dopo la vittoria da parte del Sì, promosso dal presidente Recep Tayyip Erdogan, in un referendum fortemente contestato dalla comunità internazionale. Questa vittoria attribuisce al presidente poteri particolarmente ampi.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 26 aprile 2017

La libertà di stampa nel mondo nel 2017

Secondo il report di Rsf, i paesi con maggiore libertà d'informazione sono Norvegia e Svezia. L'Italia recupera 25 posizioni ed è 52esima. Ultima la Corea del Nord

“Abbiamo raggiunto l'età della post-verità, della propaganda e della soppressione delle libertà”, si legge nel documento. Credit: Rsf.org

Il rapporto del 2017 sulla libertà di stampa realizzato da Reporters sans Frontieres (Rsf) “riflette un mondo in cui gli attacchi contro i media sono diventati ordinari e gli uomini forti sono in ascesa. Abbiamo raggiunto l'età della post-verità, della propaganda e della soppressione delle libertà, soprattutto nelle democrazie”. Inizia così il rapporto dell'organizzazione che tutti gli anni evidenzia la situazione di tutti i paesi del mondo in riferimento alla libertà di stampa.

Credit: Rsf.org

Nell'indice, in cui si evidenzia la libertà d'informazione in paesi come Norvegia (prima), Svezia (seconda) e Finlandia (terza), si assiste a una risalita dell'Italia: dal 77esimo posto del 2016 all'attuale 52esimo.

Nonostante il balzo in avanti di 25 posizioni, restano però “intimidazioni verbali o fisiche, provocazioni e minacce” e “pressioni di gruppi mafiosi e organizzazioni criminali”. Tra i problemi indicati anche l'effetto di “responsabili politici come Beppe Grillo che non esitano a comunicare pubblicamente l'identità dei giornalisti che danno loro fastidio”.

Nel rapporto 2017 si sottolinea che “sei giornalisti italiani sono sempre sotto protezione della polizia 24 ore su 24 dopo minacce di morte da parte di mafia o gruppi fondamentalisti”.

Credit: Rsf.org

“I giornalisti subiscono pressioni da parte dei politici e optano sempre più per l'autocensura: un nuovo testo di legge fa pesare su chi diffama politici, magistrati o funzionari, pene che vanno da 6 a 9 anni di carcere”, si legge ancora nel capitolo dedicato all'Italia.

L'indice realizzato da Reporters sans Frontieres si basa su alcuni criteri che sono il pluralismo dei media, l'indipendenza, la qualità del quadro giuridico e la sicurezza dei giornalisti in 180 paesi del mondo. È stilato mediante la compilazione di un questionario in 20 lingue inviato a esperti di tutto il mondo. Nell'indice minore è il punteggio, maggiore è la libertà di stampa nel paese.

L'ossessione per la sorveglianza e le violazioni dei diritti hanno contribuito a un continuo declino di paesi precedentemente ritenuti virtuosi, secondo Rsf. Tra questi paesi sono inclusi gli Stati Uniti (scesi di due posti, ora al 43esimo), il Regno Unito (due posizioni in meno), il Cile e la Nuova Zelanda.

Secondo il rapporto, l'ascesa di Trump e la campagna per la Brexit sono responsabili di una “bastonata” ai media e di una campagna tossica contro i media stessi che ha portato il mondo “nell'era della post-verità, della disinformazione e delle fake news”.

Critiche dal rapporto arrivano nei confronti del governo polacco e di Jaroslaw Kaczynski e verso l'Ungheria guidata da Viktor Orban.

Sempre più complicata si fa la situazione in Turchia, dopo il tentato colpo di stato del luglio 2016. Il presidente Recep Tayyip Erdogan viene accusato di aver instaurato un “regime autoritario” che lo rende “l'uomo che detiene più professionisti dei media in prigione”. In basso nella graduatoria, poco davanti rispetto alla Turchia (155esima) c'è la Russia di Vladimir Putin, in 148esima posizione.

Dopo sei anni al primo posto, la Finlandia ha ceduto la testa della classifica in seguito a pressioni politiche e a casi di conflitto d'interesse. Il primo posto va alla Norvegia, seguita dalla Svezia che guadagna quattro posizioni. I giornalisti continuano a subire minacce in Svezia, ma “le autorità hanno inviato segnali positivi nel combattere i responsabili”.

In fondo alla graduatoria si trova invece l'Eritrea (179esima) che ha però lasciato l'ultimo posto per la prima volta dal 2007. A fare peggio ora c'è la Corea del Nord, un paese che “continua a tenere la sua popolazione nell'ignoranza e nel terrore”. Nelle ultime posizioni anche il Turkmenistan e la Siria.

La libertà dei media, secondo quanto si legge ancora nel report, non è mai stata così minacciata e “l'indicatore globale” di Rsf non è mai stato così alto. Nell'ultimo anno, quasi due terzi dei paesi (62,2 per cento) ha fatto registrare una deteriorazione della situazione, mentre il numero di paesi in cui la libertà dei media si può definire “buona” è scesa del 2,3 per cento.

Il Medio Oriente e il Nord Africa restano i luoghi con più difficoltà al mondo e le regioni più pericolose per i giornalisti. Situazione complicata anche tra l'est Europa e l'Asia centrale.

La zona dell'Asia Pacifica vive una situazione globalmente meno drammatica, ma detiene molti record negativi. Due dei suoi paesi, Cina e Vietnam, sono tra le più grandi prigioni per giornalisti e blogger. In quella zona ci sono inoltre alcuni dei paesi più pericolosi per i giornalisti, come Pakistan, Filippine e Bangladesh.

A seguire troviamo l'Africa e le Americhe, dove Cuba è l'unico paesi segnato nella “zona nera” dell'indice.

Le regioni in cui la libertà dei media è maggiore sono l'Unione europea e i Balcani, nonostante l'indicatore regionale ha fatto registrare il più grande incremento degli ultimi anni tra il 2016 e il 2017.

Credit: Rsf.org

Il paese che è sceso di più nella classifica nel 2017 è il Nicaragua, perdendo 17 posizioni e arrivando al 92esimo posto.

In un quadro di declino generale, Rsf sottolinea nel rapporto due paesi in cui i miglioramenti continuano e lasciano ben sperare. Sono la Gambia e la Colombia.

L'Italia è un altro dei paesi segnalati per i suoi miglioramenti, in particolare in riferimento al caso dei due giornalisti “che erano stati accusati nel caso Vatileaks 2”. L'Italia rimane comunque “uno dei paesi europei dove più giornalisti sono minacciati”.

La Francia è risalita di sei posizioni ma si tratta semplicemente di un “recupero rispetto all'eccezionale caduta di cui ha sofferto nel 2016 in seguito al massacro di Charlie Hebdo”.

Il paese viene definito come uno in cui “i giornalisti si battono per difendere la loro indipendenza in un crescendo di violenza e in un'ambiente ostile”.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 17 aprile 2017

È morto Gianni Boncompagni

È stato uno dei più famosi autori e conduttori radiotelevisivi italiani, aveva 84 anni

(Marco Lanni / FARABOLAFOTO)

Gianni Boncompagni, famoso conduttore e autore di radio e televisione, è morto oggi a Roma: aveva 84 anni. Boncompagni era famoso soprattutto per aver lavorato a programmi radio storici insieme a Renzo Arbore – Bandiera Gialla e Alto gradimento – e per la sua collaborazione con Raffaella Carrà, di cui è stato anche il compagno. Fra gli anni Ottanta e Novanta Boncompagni curò due dei programmi televisivi più di successo di quegli anni: Domenica In, che va in onda su Rai Uno ancora oggi, e Non è la RAI, uno dei più famosi programmi di sempre delle reti Mediaset. Le sue ultime apparizioni fisse sono del 2011, quando fu uno dei giurati del talent show Lasciami cantare! di Rai Uno.



Boncompagni nacque ad Arezzo nel 1932, e a diciotto anni si trasferì in Svezia con un amico. Ci rimase per otto anni, trovando lavoro alla radio svedese. Tornò in Italia negli anni Sessanta, e vinse il concorso per entrare nella RAI: qui si occupò della programmazione di musica leggera e conobbe Renzo Arbore, con il quale diede inizio a una lunga e fortunata collaborazione. I loro programmi Bandiera Gialla e Alto gradimento, che andarono in onda tra gli anni Sessanta e Settanta su Radio 2, ebbero un grande successo soprattutto tra i giovani, perché trasmettevano le più recenti e famose canzoni rock e pop italiane e straniere. Alto gradimento, più che le canzoni, ebbe successo per gli intermezzi comici, spesso nonsense, interpretati da alcuni collaboratori fissi, come i comici Mario Marenco e i fratelli Giorgio e Franco Bracardi.

Alla fine degli anni Settanta, Boncompagni iniziò a lavorare in televisione: il suo primo programma fu Discoring, che andò in onda poi fino alla fine degli anni Ottanta (con altri presentatori) su Rai Uno. Come per Bandiera Gialla, Discoring ebbe successo tra le nuove generazioni per la scelta musicale. Negli anni Ottanta Boncompagni lavorò come autore per molte altre trasmissioni, come Domenica In, Pronto, Raffaella? (con Raffaella Carrà), Sotto le stelle e Che Patatrac. All’inizio degli anni Novanta Boncompagni passò a Mediaset, dove fece l’autore di Primadonna e soprattutto di Non è la Rai, una delle trasmissioni italiane più famose e discusse di sempre, condotta da Ambra Angiolini.



Boncompagni tornò poi alla Rai nel 1996, e scrisse per i programmi Macao, Crociera e Chiambretti c’è. Nel 2006 realizzò il programma Bombay su La7, che riprendeva molti temi delle sue trasmissioni storiche, come gli intermezzi comici nonsense. Oltre alla televisione e alla radio, Boncompagni scrisse canzoni, soprattutto per Raffaella Carrà, con la quale ebbe anche una lunga relazione. Negli ultimi anni aveva anche tenuto delle rubriche sul Foglio, sul Messaggero e sul Fatto Quotidiano.



Fonte: Il Post

domenica 26 febbraio 2017

Una reporter del canale televisivo curdo Rudaw è stata uccisa a Mosul

La giornalista è rimasta uccisa nell'esplosione di una bomba su strada. Il cameraman Younis Mustafa è rimasto ferito nello stesso attacco

La reporter Shifa Gardi del canale televisivo Rudaw. Credit: Twitter

La reporter Shifa Gardi, 30 anni, della televisione curda Rudaw è rimasta uccisa nell'esplosione di una bomba su strada a Mosul nel pomeriggio di sabato 25 febbraio 2017. Il cameraman che la accompagnava, Younis Mustafa, è rimasto ferito nello stesso attacco.

La giornalista stava seguendo gli scontri tra le forze irachene e i miliziani dell'Isis nella città irachena, dove l'esercito ha lanciato a ottobre 2016 un'offensiva per scacciare i jihadisti.

Shifa Zikri Ibrahim, nota come Shifa Gardi, è nata come rifugiata in Iran il primo luglio del 1986. Si è laureata all'università Salahaddin di Erbil. Ha iniziato a lavorare come giornalista nel 2006, e si è unita al canale televisivo curdo Rudaw, dalla quando questi è nato.

Il sito del network Rudaw racconta un aneddoto che fa capire la sensibilità della giornalista. Il 21 febbraio 2017 la reporter aveva infatti salvato un coniglio che cercava rifugio durante la battaglia per il controllo dell'area che rimane sotto il controllo del sedicente Stato islamico a Mosul.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 25 febbraio 2017

La Cnn e il New York Times esclusi da un incontro alla Casa Bianca

Cresce la tensione tra Donald Trump e i media definiti "disonesti" dal presidente Usa 

Giornalisti alla Casa Bianca. Credit: Reuters

Alcuni media sono stati esclusi dalla partecipazione a un briefing informale alla Casa Bianca con il segretario per la stampa Sean Spicer. Tra gli esclusi anche testate e network importanti come New York Times, Cnn, Los Angeles Times, Bbc e Politico.

In segno di solidarietà i corrispondenti di altre testate - come l'Ap e Time Magazine - hanno deciso di boicottare l'incontro. Presenti invece i media conservatori come Breitbart News, Washington Times, One America News Network, come pure Abc, Cbs, Wsj, Bloomberg e Fox News.

I gruppi editoriali hanno reagito in modo molto duro. Il presidente dell'associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, Jeff Mason, ha annunciato una "dura protesta" per una mossa definita inusuale e senza precedenti.

Dean Baquet, direttore esecutivo del Nyt ha detto che "nulla del genere è mai successo alla Casa Bianca nella nostra lunga storia della copertura di più amministrazioni di partiti diversi". Dura anche la Cnn: "uno sviluppo inaccettabile da parte della Casa Bianca di Trump. Apparentemente è un modo di vendicarsi quando le tue notizie non piacciono. Continueremo a riportare notizie in ogni caso". Il New York Times ha definito la decisione come un “indubbio insulto agli ideali democratici”.

Lo strappo si è consumato poche ore dopo che Trump aveva lanciato una requisitoria contro i media "disonesti", che usando fonti anonime alimentano le fake news, vere "nemiche del popolo". Per l'ennesima offensiva il tycoon ha scelto la Conservative Political Action Conference (Cpac), il più grande raduno annuale degli attivisti conservatori, dove vi ha preso parte anche l'inglese Nigel Farage.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 19 febbraio 2017

Il senatore repubblicano McCain attacca Trump: la dittatura inizia quando manca la libertà di stampa

In una intervista alla Nbc, l'ex candidato alla Casa Bianca critica il presidente per la sua campagna contro i media

John McCain, senatore repubblicano, ex candidato alla Casa Bianca nel 2008. Credit: Reuters

Il senatore repubblicano John McCain, ex prigioniero di guerra in Vietnam e candidato repubblicano per la Casa Bianca nel 2008, è tornato ad attaccare il presidente americano Donald Trump. In una intervista all’emittente Nbc, rispondendo a una domanda a proposito dei consueti strali lanciati dall’ex tycoon ai giornalisti, McCain ha pronunciato parole durissime, anche se non rivolte direttamente al comandante in capo degli Stati Uniti.

“I dittatori iniziano sopprimendo la libertà di stampa. Non sto dicendo che il presidente Trump sia un dittatore. Sto dicendo che dobbiamo imparare dalla storia", ha detto il senatore repubblicano. “Senza una stampa libera, perderemmo molte delle nostre libertà individuali”, ha sottolienato McCain, che non ha mai nascosto la sua contrarietà nei confronti della politica di Trump, tanto da aver ritirato il proprio appoggio al magnate durante la corsa alla Casa Bianca.

La critica di McCain è arriva nelle stesse ore in cui Trump ha lanciato l'ennesimo attacco alla stampa, "responsabile di diffondere notizie false", che sono "nemiche di tutto il popolo americano, non solo del loro presidente".

I dissapori fra i due vanno avanti da mesi, da quando Trump in campagna elettorale aveva screditato i trascorsi militari di McCain, affermando che "non è un eroe di guerra perché è stato catturato dai nemici" Recentemente, il senatore repubblicano ha definito l’amministrazione statunitense avvolta nel caos.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 4 gennaio 2017

Perché si parla di Grillo e dei giornali

Il leader del M5S ha proposto l'istituzione di una giuria popolare per punire chi diffonde notizie false, rispondendo a un'altra proposta del presidente dell'Antitrust

Beppe Grillo (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Oggi i principali quotidiani nazionali parlano dell’ultimo scontro tra Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, e i giornalisti. È cominciato ieri, quando Beppe Grillo ha pubblicato sul suo sito un post per rispondere a una precedente proposta del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che chiedeva l’istituzione di enti terzi indipendenti che rimuovano dalla Rete i contenuti palesemente falsi, le cosiddette “fake news”, o illegali. Grillo ha definito l’ente proposto da Pitruzzella un “tribunale governativo” e ha scritto che dovrebbe essere invece istituita una “giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media”. La proposta di Grillo è stata molto criticata, anche perché da diverso tempo il suo partito – e quindi il suo blog, gli account social collegati e molti altri siti controllati dal M5S – è considerato una delle principali fonti di disinformazione in Italia.

Pitruzzella aveva parlato della sua proposta per la prima volta durante un’intervista al Financial Times, quando aveva chiesto agli stati membri dell’Unione Europea la creazione di una rete di agenzie per combattere la diffusione delle notizie false. Secondo Pitruzzella, questo è un lavoro di cui dovrebbe farsi carico lo stato e che non può essere demandato completamente alle società che gestiscono i social media, come per esempio Facebook: «La post-verità in politica è una di quelle cose che guida il populismo e una delle minacce alla nostra democrazia. Abbiamo raggiunto un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è ora, il selvaggio west, o se stabilire delle regole che si adeguino al modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di queste regole e questo è il ruolo che deve avere lo stato». Pitruzzella era tornato sull’argomento qualche giorno dopo, ribadendo la sua proposta con una lettera aperta indirizzata al Corriere della Sera.

La proposta di Pitruzzella ha provocato la reazione di Grillo, che sul suo blog ha definito l’ente terzo che dovrebbe giudicare le notizie false “un bel tribunale dell’inquisizione” e poi ha parlato della possibilità di istituire una giuria popolare per fare lo stesso lavoro. Secondo Grillo, della giuria dovrebbero far parte cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali: «Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo».

Il post di Grillo è stato molto criticato. Enrico Mentana, giornalista e direttore del telegiornale di La7, ha scritto su Facebook che intende denunciare Grillo perché sul post pubblicato il logo del suo tg appare tra quelli definiti “fabbricatori di notizie false”. Altre critiche sono arrivate da diversi esponenti politici, tra cui il senatore Francesco Giro di Forza Italia, il deputato Stefano Pedica del Partito Democratico e il capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera Arturo Scotto. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, ha parlato di “linciaggio mediatico di stampo qualunquista” contro i giornalisti e ha accusato Grillo di minacciare e intimidire la categoria.

Fonte: Il Post

mercoledì 23 novembre 2016

Facebook ha sviluppato uno strumento di censura per tornare in Cina

Il social network è al bando da 7 anni ma vuole conquistare la più numerosa popolazione di utenti internet al mondo, la soluzione potrebbe essere un software di controllo

Facebook è stato vietato in Cina nel 2009. Credit: Thomas White

Secondo il New York Times, Facebook ha sviluppato, con estrema discrezione, uno strumento di censura volto a convincere Pechino a togliere il bando, imposto sette anni fa, contro il più popolare dei social network e consentirgli di tornare su un mercato decisamente ghiotto come quello della seconda economia del pianeta.

Secondo il quotidiano statunitense, Facebook, con il benestare di Mark Zuckerberg, ha ideato un software che impedisce ai post di apparire in determinate aree geografiche.

“Diciamo da tempo che ci interessa la Cina, e stiamo investendo del tempo per capire e imparare di più su questo paese”, ha commentato la portavoce di Facebook Arielle Aryah, interpellata dall’agenzia di stampa Reuters.

“Tuttavia, non abbiamo ancora deciso quale approccio adottare. La nostra priorità in questo momento è aiutare le imprese cinesi e gli sviluppatori a espandere le loro attività su nuovi mercati fuori dalla Cina attraverso la nostra piattaforma pubblicitaria”, ha proseguito Aryah.

Le società estere in Cina, specialmente nel settore dei media, combattono con regolamenti molto rigidi. Secondo alcune voci all’interno dell’establishment cinese, internet è il più importante fronte della battaglia ideologica contro le forze occidentali anti-cinesi.

La Cina, che ha la più numerosa popolazione di utenti internet, vietò Facebook in seguito alle rivolte urumqi del 2009 per limitare il flusso di informazioni circa il sollevamento etnico che causò 140 vittime.

Secondo il New York Times, pur avendo sviluppato lo strumento di censura per limitare la diffusione dei post, Facebook non intende eliminare i post stessi.

Piuttosto offrirà un software che consentirà di monitorare i post e i topic più popolari nel paese e di determinare quali post escludere dal flusso di notizie degli utenti.

Il quotidiano precisa però che non ci sono prove che Facebook abbia offerto tale strumento alle autorità di Pechino. Si tratta infatti di una delle opzioni sul tavolo volte a consentire il ritorno del social network nel gigante asiatico e potrebbe non essere quella prescelta.

Facebook, che ultimamente è stata criticata per la rimozione ingiustificata di alcuni contenuti, sta cercando di espandere la propria penetrazione nei paesi in via di sviluppo.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 17 novembre 2016

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false

Entrambe le società renderanno più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false. Credit: Reuters

Facebook e Google si sono impegnate nella lotta contro le notizie false che circolano in rete, attraverso una nuova politica sulla pubblicità. Entrambe le società infatti hanno l'obiettivo di rendere più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale.

"Limiteremo la pubblicazione di annunci pubblicitari su pagine che travisano o nascondono informazioni sugli editori e sullo scopo principale della pagina web", ha detto un portavoce di Google a Reuters.

Non è ancora chiaro se Google abbia o meno la capacità di identificare correttamente tali siti. Lunedì 14 novembre, per alcune ore uno dei primi contenuti apparsi sul motore di ricerca digitando le parole "risultati elettorali definitivi", era di "70 news", e dava la notizia, falsa, secondo cui Donald Trump aveva vinto anche il voto popolare con un vantaggio di 700.000 voti. Si trattava chiaramente di una bufala dal momento che Clinton è in testa con un milione di voti, pur avendo perso le elezioni in termini di Grandi elettori, necessari per essere eletti presidenti.

Anche Facebook ha intrapreso la stessa via, vietando gli annunci pubblicitari su siti che mostrano contenuti "fuorvianti o illegali" e su siti di notizie false.

Facebook era stato accusato nei giorni successivi all’Election Day, di aver contribuito alla vittoria di Trump attraverso una serie di notizie false o manipolate che hanno influenzato il modo in cui ha votato l’elettorato americano. Secondo le accuse l'algoritmo di Facebook avrebbe promosso notizie bufale sui news feed di milioni di utenti. Secondo Buzzfeed circa 100 siti pro-Trump, che promuovevano notizie false, provenivano dalla stessa città nei Balcani.

Facebook si è ufficialmente difeso sostenendo di essere una fonte di informazione imparziale, tuttavia molti dirigenti hanno espresso preoccupazione per l’eccessiva diffusione di post e immagini razziste.

Tagliare gli introiti economici di tali siti, limitando la quantità di denaro ricavabile dalla pubblicità, può aiutare a limitarne la proliferazione. Ma Facebook si trova di fronte ad un altro problema: se gli utenti interagiscono più con le notizie false che con quelle vere, allora l'algoritmo di Facebook promuoverà maggiormente la notizia falsa. La lotta alla diffusione di notizie false è ancora aperta.

--- LEGGI ANCHE: Che ruolo ha avuto Facebook nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 27 ottobre 2016

È morto Luciano Rispoli, noto conduttore radio e tv: aveva 84 anni

(CLAUDIO ONORATI/ANSA/on)

È stato uno dei più famosi conduttori delle trasmissioni del pomeriggio, prima in RAI e poi su TMC, con “Tappeto volante”. Rispoli era nato a Reggio Calabria nel 1932 ed entrò in RAI a 22 anni grazie a un concorso per radiofonisti. Ha condotto o partecipato a programmi tv o radio praticamente per più di 50 anni: ancora nel 2009 era fra gli opinionisti di L’Italia sul 2, un programma di Rai2.

Fonte: Il Post

giovedì 4 agosto 2016

I nuovi direttori dei TG Rai

Le nomine sono state approvate a maggioranza dal consiglio di amministrazione della Rai: Luca Mazzà dirigerà il Tg3 e Ida Colucci il Tg2

Luca Mazzà e Ida Colucci (ANSA)

Giovedì 4 agosto il Consiglio di amministrazione della Rai ha approvato le nomine dei nuovi direttori di Tg2, Tg3, Rai Parlamento e di Giornale Radio proposti dal Direttore generale Antonio Campo dall’Orto. La nuova direttrice del Tg2 sarà Ida Colucci, che sostituirà Marcello Masi. Al Tg3 Luca Mazzà prenderà il posto di Bianca Berlinguer. Andrea Montanari sarà il nuovo direttore dei Giornali Radio e Nicoletta Manzione di Rai Parlamento. Sono stati confermati, invece, Mario Orfeo alla direzione del Tg1 e Vincenzo Morgante al TGR.

Le nomine sono passate con una maggioranza di sei consiglieri contro tre: secondo alcuni giornali i voti contrari sono stati quelli di Carlo Freccero, Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca. Subito dopo le votazioni due dei tre consiglieri del PD nella commissione di vigilanza, Miguel Gotor e Federico Fornaro, vicini a Pierluigi Bersani, si sono dimessi per protesta dicendo che le nomine dei Tg sono state fatte con uno scopo politico, dicendo, come riporta Repubblica, che si è trattato di “una decisione che risponde unicamente a logiche di normalizzazione di occupazione governativa del servizio pubblico”

Ida Colucci, nominata direttrice del Tg2 era stata vicedirettrice della testata dal 2009 a oggi. È entrata in Rai nel 1991 dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa Asca, Nuova Ecologia e Legambiente. Colucci è sposata con Flavio Mucciante, direttore del Giornale Radio fino alla nomina di oggi di Montanari. Luca Mazzà, nuovo direttore del Tg3, è entrato in Rai nel 1991, come responsabile redazione economica del GR1. È stato poi anche vicedirettore di Rai 3, caporedattore centrale Rai Sport e responsabile dei programmi Ballarò, Mi manda Rai3 e Agorà. Prima di essere nominato direttore del Tg3 è stato inviato di Rai Parlamento. Mazzà lasciò lo scorso anno Ballarò in polemica con Massimo Giannini, ed è conosciuto in Rai per essere un oppositore di Bianca Berlinguer. Nicoletta Manzione, che dirigerà Rai Parlamento, ha lavorato al Tg1 prima nella redazione esteri, occupandosi in particolare degli attentati a New York dell’11 settembre 2001 e della guerra in Afghanista, e poi come corrispondente da Berlino. Dal 2009 al 2013 ha anche condotto l’edizione delle 13.30 del telegiornale e la sezione giornalistica del programma Unomattina. Andrea Montanari, che sarà il direttore del Giornale Radio, è entrato in Rai nel 1991. Ha iniziato lavorando a Radio Rai per poi passare al Tg1, di cui nel 2013 è stato nominato vicedirettore.

Fonte: Il Post

giovedì 28 luglio 2016

Le Monde e altre testate francesi non pubblicheranno più foto di terroristi

Il quotidiano d’oltralpe sostiene che tutti gli elementi della società dovranno essere coinvolti nella lotta al terrorismo, in particolare i media

Una copertina di Le Monde. Credit: Le Monde

Il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato ieri 27 luglio un editoriale del direttore Jérôme Fenoglio in cui, tra le altre cose, il giornale annuncia la sua volontà di non pubblicare più immagini ritraenti responsabili di attacchi terroristici, per evitare ogni tipo di “glorificazione postuma”.

Dopo l'ultimo omicidio, quello di un anziano sacerdote in una chiesa vicino a Rouen da parte di due uomini che avevano giurato fedeltà allo Stato islamico, il quotidiano d’Oltralpe ha titolato il suo editoriale "Resistere alla strategia di odio", sostenendo che tutti gli elementi della società dovranno essere coinvolti nella lotta al terrorismo, in particolare i media.

Già in passato Le Monde aveva attuato strategie simboliche di contrasto del terrorismo attraverso scelte editoriali precise: inizialmente non pubblicando immagini provenienti da documenti di propaganda dell’Isis, e ora con la scelta di non offrire pubblicità ai volti dei terroristi. Secondo il direttore Fenoglio, “lo dobbiamo alla memoria di padre Jacques Hamel, assassinato nella sua chiesa”.

La stazione televisiva BFM-TV e il giornale cattolico La Croix hanno dichiarato di aver scelto la stessa linea di condotta. "Abbiamo preso la decisione di non mostrare più immagini dei terroristi fino a nuovo avviso", ha detto il direttore di BFM-TV Hervé Beroud.

La stessa cosa farà Radio Europe 1, ed è previsto che anche il canale televisivo France 24 faccia lo stesso.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 4 maggio 2016

Pino Maniaci ci è o ci fa?

Il direttore di Telejato, storica tv anti-mafia siciliana, è indagato con l'accusa di estorsione: e ci sono anche dei dubbi sulle intimidazioni che ha ricevuto in passato

Pino Maniaci, direttore di TeleJato la tv siciliana antimafia, 25 giugno 2012 (ANSA/CESARE ABBATE)

Pino Maniaci, direttore di Telejato, una storica televisione di Partinico in Sicilia, impegnato da anni nella lotta alla mafia e all’illegalità, è indagato dalla procura di Palermo con l’accusa di estorsione. Maniaci avrebbe ricevuto denaro e favori dai sindaci di Partinico e Borgetto, evitando in cambio di criticare in tv le loro amministrazioni. Dalle intercettazioni disposte dalla procura di Palermo risulterebbe anche che alcune intimidazioni subite da Pino Maniaci negli anni scorsi non fossero minacce mafiose ma ritorsioni personali, organizzate dal marito della sua amante, e che lui ne fosse consapevole.

L’indagine su Maniaci fa parte di un’operazione antimafia più vasta iniziata nel 2012 che ha portato oggi, mercoledì 4 maggio, all’arresto di dieci persone legate alla famiglia mafiosa di Borgetto. Maniaci è rimasto coinvolto nell’indagine nel 2014 in modo casuale, mentre erano in corso accertamenti sulle amministrazioni comunali coinvolte; stamattina gli è stato notificato un provvedimento di divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani.

Telejato è una piccola emittente televisiva siciliana gestita dalla famiglia Maniaci dal 1999 (era stata fondata 10 anni prima) ed è diretta da Pino Maniaci, che è un ex imprenditore edile. Ha sede a Partinico e, dice nel suo sito, «copre un bacino d’utenza caratterizzato storicamente da una forte presenza mafiosa: Alcamo, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre». Si dice anche che «nel panorama informativo italiano Telejato è di fatto il punto di riferimento per redazioni e giornalisti nazionali che ricercano notizie nell’area di operatività dell’emittente». Negli anni Pino Maniaci – che è molto rispettato dalle associazioni contro la mafia siciliane – è stato vittima di minacce e attentati. Tra i più gravi c’è un pestaggio del 2008, mentre lo stesso anno una delle auto della tv parcheggiata sotto la sede fu incendiata.

A dicembre del 2014 i due cani di Maniaci erano ritrovati morti e appesi alla recinzione della casa; qualche giorno prima la sua auto era stata trovata bruciata a pochi metri dalla redazione. Maniaci disse che era stata la mafia a minacciarlo per le inchieste del suo telegiornale. Cittadini, organizzazioni sindacali e associazioni promossero per solidarietà l’iniziativa “Siamo tutti Pino Maniaci”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi gli telefonò per dargli solidarietà; l’organizzazione “Reporter senza frontiere” lo inserì nella lista dei cento migliori giornalisti al mondo.



Lo scorso 22 aprile Repubblica aveva anticipato in un articolo l’indagine della procura di Palermo nei confronti di Maniaci e l’ipotesi a sua carico del reato di estorsione. Maniaci, quando era cominciata a circolare la notizia che fosse indagato, aveva parlato di «vendetta, un agguato per il lavoro che abbiamo fatto e che facciamo ancora oggi contro il malaffare e l’illegalità anche all’interno della magistratura come nel caso dell’inchiesta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia». Sul sito di Telejato sono stati pubblicati alcuni articoli che sostengono questa tesi.

Oggi a Maniaci è stato notificato il provvedimento di divieto di dimora. È accusato di estorsione «per aver ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borgetto onde evitare commenti critici sull’operato delle amministrazioni». Si parla di somme che secondo l’accusa sarebbero state «strappate» con la minaccia. Maniaci, scrive Repubblica, aveva fatto dei servizi sul sindaco di Borgetto, «ma poi diceva al sindaco che era pronto uno scoop sensazionale, che avrebbe portato allo scioglimento del consiglio comunale. Uno scoop mai andato in onda. Forse era solo un bluff». Spiega Repubblica citando una serie di intercettazioni:


«Il direttore di Telejato parlava spesso al telefono con l’addetto stampa di De Luca. Che poi riferiva al sindaco: “Mi ha fatto 12 mila telefonate chiddu”. Maniaci chiedeva qualcosa. Ma cosa? Ancora i carabinieri non lo sapevano. Il sindaco diceva al suo addetto stampa: “A posto, ci dici che di qua a questa sera è tutto fatto, non c’è problema”. L’addetto stampa: “Gli dico che passa dalla Carcara e se li viene a prendere più tardi?… Faccelo ora perché questo è un pazzo di catena”. Una telefonata dai toni concitati: “Ma è a posto, domani glielo diamo, tranquillo, senza nessun problema… Ma oggi non ha fatto nessun servizio?”. Risposta dell’addetto stampa: “La metà l’ha fatto, questo non lo ha fatto”.


“La Carcara” è il ristorante gestito dalla famiglia del sindaco di Borgetto. La cosa da consegnare al più presto a Maniaci sarebbe stato un assegno, per pagare una pubblicità del locale su Telejato. Una pubblicità che nascondeva un’estorsione, è l’accusa dei pm».


Gli stessi metodi sarebbero stati usati da Maniaci anche con il sindaco di Partinico, Salvatore Lo Biundo. A lui Maniaci avrebbe chiesto l’assunzione in comune della sua amante, attraverso un contratto a tempo determinato. Nelle telefonate intercettate, Maniaci dice al telefono con l’amante: «Ti faccio assumere al Comune, qua comando io… Stai tranquilla si fa come dico io e basta. Qua si fa come dico io se ancora tu non l’avevi capito… decido io, non loro… loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa». Maniaci, sempre al telefono con l’amante, diceva anche di volere altri soldi: «Salvo ha fatto il suo dovere, ora… stamattina, devo vedere di vederlo perché gli devo fottere qualche altre 50 euro, va bene?».

In un’altra conversazione, sempre con l’amante, dice: «Quello che non hai capito tu è la potenza… tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci. Stai tranquilla che il concorso te lo faccio vincere». E spiegava anche di essere in partenza per ritirare un premio antimafia: «A me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi, appena intitolato l’Oscar di eroe dei nostri temi». Sulla telefonata di Matteo Renzi dopo le minacce, Maniaci dice a un’amica: «Ora tutti, tutti in fibrillazione sono, pensa che mi ha telefonato quello stronzo di Renzi».

Nei fascicoli dei pubblici ministeri, scrivono oggi i giornali, ci sarebbero anche le prove che alcune delle intimidazioni subite da Maniaci non arrivino dalla mafia: a bruciare la sua automobile e a impiccare i suoi cani sarebbe stato il marito della sua amante. Lui, nonostante le dichiarazioni ufficiali, ne sarebbe stato consapevole.

Fonte: Il Post

mercoledì 20 aprile 2016

Libertà di stampa, Italia scende al 77esimo posto


La Penisola perde quattro posizioni rispetto allo scorso anno e scende sotto Botswana e Nicaragua perché, secondo l'indagine dell'agenzia francese, "tra i 30 e i 50 cronisti si trovano sotto protezione di polizia" e Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi "rischiano otto anni di carcere per libri che rivelano i malaffari della Santa Sede". Peggio di noi, nella Ue, solo Cipro, Grecia e Bulgaria. Primo dei 180 Paesi censiti la Finlandia, ultimo l'Eritrea

Più in basso del Nicaragua, più giù della Moldavia e più ancora dell’Armenia. E’ lì che si piazza l’Italia nella classifica di Reporters sans frontières (Rsf), termometro della libertà di stampa nel mondo. La Penisola continua a perdere posizioni a ora saluta il già tutt’altro lusinghiero 73esimo posto dello scorso anno scivolando al 77esimo: peggio, all’interno dell’Unione Europea, solo Cipro, Grecia e Bulgaria. Il motivo? Pressioni, minacce e violenze subite dai cronisti. Nel motivare questa posizione nel ranking annuale, la ong con sede a Parigi fa riferimento al fatto che “a maggio 2015 il quotidiano La Repubblica ha riportato che fra 30 e 50 giornalisti sono sotto protezione di polizia perché sono stati minacciati” e aggiunge che in Vaticano “è il sistema giudiziario che attacca i media“: il riferimento è all’indagine su Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi per lo scandalo Vatileaks. “Due giornalisti rischiano otto anni di carcere per la pubblicazione di libri che rivelano i malaffari della Santa Sede”, si legge nel rapporto (qui la classifica).

Pure il Botswana, che perde anch’esso posizioni, si attesta comunque al 43esimo, appena sotto il Burkina Faso, surclassandoci nettamente. “Sfortunatamente – ha commentato il segretario generale di Rsf Christophe Deloirell – è chiaro che molti dei leader mondiali stanno sviluppando una forma di paranoia nel legittimare il giornalismo”. “Il livello di violenza – è dunque il giudizio generale di Rsf sulla situazione - contro i giornalisti (comprese intimidazioni verbali e fisiche, e minacce di morte) è allarmante“. La graduatoria, sottolinea ancora Rsf, rivela “l’intensità degli attacchi di Stati, ideologie e interessi privati contro l’indipendenza del giornalismo“.

Le prime cinque posizioni sono occupate da Finlandia, che mantiene il primo gradino del podio dal 2010, Olanda, in salita di tre posizioni rispetto al 2015, Norvegia, in calo di una, Danimarca, un gradino sotto lo stesso anno e Nuova Zelanda, che guadagna un posto. Tra i balzi in avanti più significativi, quello della Svizzera, che in un solo anno lascia la 20esima posizione per guadagnare la settima: non tanto per suoi meriti particolari, sottolinea Rsf, quanto piuttosto per via del preoccupante peggioramento degli altri Paesi, in un contesto che nel suo complesso si è degradato. Altra novità rilevante di questa classifica è l’aggiornamento dell’indice regionale, che vede l’Europa sopravanzare nettamente l’Africa, che a sua volta per la prima volta scavalca il continente americano.

Grandi progressi per la Tunisia e per l’Ucraina, per la relativa tregua nel conflitto. Peggiora invece la situazione in Polonia, dove un Governo ultraconservatore ha operato una stretta sui media; in Tagikistan, dove il regime ha subito una deriva autoritaria; e in Brunei, che perde 34 posizioni per l’imposizione della sharia. Gli ultimi tre ranghi restano appannaggio di Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea, fanalino di coda tra i 180 Paesi censiti.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

martedì 19 aprile 2016

Tutti i vincitori della centesima edizione del premio Pulitzer

Tutti vincitori delle varie categorie del premio Pulitzer

Una delle foto vincitrici. Credit: Yannis Behrakis della Reuters

Il 18 aprile 2016 sono stati assegnati i premi Pulitzer. Ad aggiudicarsi il premio come miglior servizio pubblico è stata l'agenzia di stampa Associated Press, per un'inchiesta sugli abusi nei confronti dei pescatori asiatici. Per la categoria Ultim'ora si è aggiudicato il premio lo staff del Los Angeles Times per "l'eccezionale copertura" della sparatoria dei San Bernardino, in California.

Il miglior servizio di giornalismo investigativo è stato quello di Leonora LaPeter Anton e Anthony Cormier del Tampa Bay Times e Michael Braga del Sarasota Herald-Tribune, premiati come "straordinario esempio di giornalismo collaborativo che ha rivelato le violenze e lo stato di abbandono degli ospedali per malati mentali in Florida".

Il premio Pulitzer per il fotogiornalismo è andato invece a Mauricio Lima, Sergey Ponomarev, Tyler Hicks e Daniel Etter del The New York Times e lo staff della Thomson Reuters, entrambi per aver raccontato per immagini la tragedia dei migranti, i pericoli del loro viaggio e le difficoltà che hanno incontrato.

Qui tutti i premi:

- Categoria Giornalismo:

Servizio pubblico: Associated Press

Ultim'ora: lo staff del Los Angeles Times

Investigativo: Leonora LaPeter Anton e Anthony Cormier del Tampa Bay Times e Michael Braga del Sarasota Herald-Tribune

Locale: Michael LaForgia, Cara Fitzpatrick e Lisa Gartner del Tampa Bay Times

Nazionale: lo staff del The Washington Post

Breaking News Foto: Mauricio Lima, Sergey Ponomarev, Tyler Hicks e Daniel Etter del The New York Times e lo staff della Thomson Reuters Internazionale: Alissa J. Rubin del The New York Times

Miglior articolo: Kathryn Schulz del The New Yorker

Miglior editoriale: John Hackworth del Sun Newspapers, Charlotte Harbor, FL

Miglior editoriale a fumetto: Jack Ohman del The Sacramento Bee

Miglior fotografia: Jessica Rinaldi del The Boston Globe


- Categoria Arti e lettere:

Narrativa: The Sympathizer di Viet Thanh Nguyen (Grove Press)

Drammaturgia: Hamilton di Lin-Manuel Miranda

Storia: Custer's Trials: A Life on the Frontier of a New America di T.J. Stiles (Alfred A. Knopf)

Biografia e autobiografia: Barbarian Days: A Surfing Life di William Finnegan (Penguin Press)

Poesia: Ozone Journal di Peter Balakian (University of Chicago Press)

Saggistica: Black Flags: The Rise of ISIS di Joby Warrick (Doubleday)

Musica: In for a Penny, In for a Pound di Henry Threadgill (Pi Recordings)

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 13 aprile 2016

Caso Giulio Regeni, Al Sisi difende i servizi: «Menzogne create dai media »


Il presidente egiziano difende i servizi segreti e accusa i media. Intanto, secondo quanto ha riportato "Repubblica", per un giornalista locale sarebbe stata «torturata ed eliminata dalla polizia» pure Rasha Tareq. Padre, fratello e marito furono uccisi in uno scontro a fuoco con le autorità e poi accusati di essere i killer del giovane italiano

Caso Regeni, Al Sisi difende i servizi segreti

Il presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi ha negato che dietro all’omicidio di Giulio Regeni ci siano i servizi di sicurezza egiziani. Secondo il presidente il ricercatore è stato ucciso da «gente malvagia» che mira a creare imbarazzo a livello internazionale all’Egitto. Secondo Al Sisi sono i media ad aver pubblicato menzogne. «Dall’inizio della vicenda – ha commentato – alcuni di noi hanno accusato gli apparati di sicurezza attraverso i social network e molti di noi hanno preso per buone queste notizie. Chi fa il giornalista deve avere fonti, deve fare ricerche».

Secondo al Sisi l’Egitto non ha colpe: «Voglio dire che stiamo affrontando questo problema nel modo più trasparente». Tanto che ha pure invitato l’Italia ad inviare i propri investigatori sul campo per prendere parte ai passi compiuti dagli inquirenti e investigatori egiziani. «Voglio ricordare che il procuratore generale sta seguendo di persona le indagini, questo significa che il caso è in cima all’agenda dell’autorità giudiziaria», ha sottolineato al Sisi. E ancora: «Gli inquirenti italiani siano con noi e partecipino a tutti gli sforzi che si fanno».

GIULIO REGENI, IL NUOVO CASO DELLA POLIZIA EGIZIANA

Ma se al Sisi difende i servizi, intanto si è creato un nuovo caso legato alla polizia egiziana. Un nuovo giallo collegato al caso Giulio Regeni. La notizia non ha trovato conferme in Egitto, ma secondo quanto riportato dal giornalista egiziano Mahmoud Refaat sui suoi profili social con 50mila follower circa, Rasha Tareq, la donna che ha visto il padre, il fratello e il marito lo scorso 24 marzo crivellati di colpi al Cairo in uno scontro con la polizia e poi essere definiti gli assassini del ricercatore italiano, sarebbe stata a sua volta «torturata e forse uccisa». La notizia è riportata anche dal quotidiano La Repubblica.


Fonte: Tw/FB Mahmoud Refaat: (++ Attenzione, immagini violente ++ )

CASO REGENI, IL GIALLO DI RASHA TAREQ: «FORSE TORTURATA E UCCISA DALLA POLIZIA EGIZIANA»

In un post su Twitter, il cronista ha pubblicato anche una foto con il volto sfregiato della donna. La stessa che aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera nella quale denunciava un’altra versione rispetto a quelle delle autorità egiziane sui suoi familiari. Secondo le autorità egiziane i tre (poi accusati di aver ucciso Regeni, versione che non ha convinto gli inquirenti italiani, ndr) sarebbero stati uccisi in seguito ad un conflitto a fuoco. Ma la donna ha raccontato che suo marito e suo fratello si erano mossi da casa solo per un lavoro di imbiancatura da compiere a Nuova Cairo, e che lei aveva chiesto a suo padre e ad un amico del padre di accompagnarli. Ma non solo: per Rasha, ricercata insieme al fratello Sameh, l’innocenza sua e dei suoi familiari è contenuta proprio nella borsa rossa trovata nella loro casa che secondo le autorità rivelerebbe il coinvolgimento nell’uccisione di Regeni:

Ha già denunciato la sua versione al sito «dotmasr», insieme ai famigliari degli altri due uccisi, ma ha saputo che chi ha contraddetto le autorità è stato arrestato. «E noi due adesso siamo ricercati». Rasha continua il suo racconto per un’ora, mentre la macchina schiva altri veicoli nel traffico feroce del Cairo. Lei e Sameh sono convinti che la prova dell’estraneità della loro famiglia alla storia di Giulio è contenuta proprio in quella borsa rossa che, secondo le autorità, rivelerebbe il loro coinvolgimento, scriveva il Corriere della Sera due giorni fa

GIULIO REGENI, IL CASO DELLA FAMILIARE DEGLI UOMINI ACCUSATI DALL’EGITTO DI ESSERE I SUOI KILLER

Ora gli investigatori italiani stanno cercando di verificare la notizia della presunta morte della donna. In Egitto la notizia, come spiega anche Repubblica, non ha trovato conferme ufficiali. E altre interviste della donna sono andate in onda fino a ieri. La donna ha pure rivolto un messaggio alla famiglia Regeni: «Vorrei dire alla madre di Giulio che abbiamo lo stesso fuoco dentro, lo stesso dolore. Lei ha perso un figlio, io tutto. I poliziotti hanno detto solo bugie, sono stati loro a portare i documenti in casa nostra. I miei fratelli, mio marito, avranno anche fatto degli errori, ma non certo sono degli assassini», si legge.

Fonte: Giornalettismo

mercoledì 30 marzo 2016

La tecnologia ci rende più felici?


Di Marco Cedolin

Sono le 7,30 del mattino, Luciano si sveglia al suono del suo smartphone, si alza va in bagno a lavarsi e poi si siede a fare colazione. Mentre sorseggia il caffè, senza degnare sua sorella di uno sguardo, apre il social network, commenta i post di una mezza dozzina di "amici", guarda un paio di video e scrive un breve messaggio, augurando a tutti una buona giornata ed informandoli che lì c'è il sole e fa caldo. Si veste e scende nel box a prendere l'auto. Il termometro sul cruscotto segna 23 gradi, il computer di bordo lo informa sui consumi di benzina, il navigatore con voce suadente lo ragguaglia riguardo al percorso da seguire....
Mentre attraversa il telepass telefona Cristina, ma per rispondere non deve neppure togliere le mani dal volante grazie all'auricolare bluethoot, si accorda per un apericena in centro alle 18,30, cercando disperatamente di ricordare se l'appuntamento per il torneo di calcio online sia per le 22,30 o le 23, poco importa dopo manderà un messaggio a Max per domandarglielo.

La mattinata in ufficio scorre veloce, ogni tanto pubblica un post o un selfie sul social network, qualche battuta e qualche video che spezzi la monotonia. Verso mezzogiorno telefona al suo frigorifero, per sapere cosa deve acquistare il pomeriggio all'ipermercato, poi va al baretto con i colleghi a mangiare un piattino. La conversazione è scarsa, ognuno é immerso nel suo smartphone, impegnato a leggere o pubblicare sul social network, e quando si discorre lo si fa parlando di quel filmato o quella battuta che si sono appena visti, magari mentre si scatta una foto del piatto che ci si accinge a mangiare per condividerla online con gli "amici". Poi si paga, sempre con lo smartphone e c'è appena il tempo per un paio di telefonate e qualche messaggio prima di riprendere il lavoro. Max ha scritto che il torneo é alle 23, quindi per l'apericena c'é tempo.

Con Cristina passa un paio d'ore piacevoli, durante le quali fra il bip di una notifica e l'altra riescono a farsi qualche confidenza. Lei gli piace, ma è molto meno intrigante di alcune "amiche" che frequenta sul social network, forse un giorno potranno avere una storia o forse no. Mentre torna a casa va a fare la spesa, paga alla cassa automatica, poi ascolta le notizie facendosele leggere dallo smartphone e telefona al forno per accenderlo ed iniziare a riscaldarlo. Dopo cena si cimenta nel torneo di calcio online e poi, mentre lo smartphone è in carica, passa un paio d'ore nel social network con il televisore, prima di coricarsi, dopo avere impostato la sveglia sullo smartphone ed urlato alla luce "Spegni".

Il "Luciano" di qualche decennio fa, sicuramente si sarebbe alzato dopo il trillo della sveglia, avrebbe fatto colazione chiacchierando del più e del meno con sua sorella, si sarebbe scritto su un bigliettino la lista della spesa, avrebbe tirato fuori le monetine per pagare al casello e avrebbe ricordato la strada senza l'ausilio del navigatore. In ufficio fra un'incombenza e l'altra avrebbe trovato il tempo per qualche chiacchiera con i colleghi, al baretto avrebbe riso e scherzato in compagnia, avrebbe tirato fuori il portafoglio per pagare e prima di rientrare al lavoro si sarebbe recato in una cabina per telefonare a Max e Cristina. Al supermercato avrebbe pagato mentre faceva una battuta alla cassiera e una volta rientrato a casa avrebbe dovuto accendere il forno, approfittando di quel quarto d'ora di tempo per preparare la tenuta per andare a giocare a calcetto con Max. Dopo il calcetto avrebbero passato un paio d'ore in birreria con gli amici e prima di coricarsi avrebbe dovuto ricaricare la sveglia e spegnere la luce.

Verrebbe spontaneo domandarsi se sia in fondo più felice il Luciano di oggi o quello di trent'anni fa, ma la domanda partirebbe da un presupposto sbagliato. La tecnologia è un qualcosa di neutro che non rende migliori o peggiori, a prescindere da quanto se ne faccia uso. La qualità dei nostri rapporti con gli altri e lo spessore delle nostre conversazioni dipendono unicamente da noi, non dal mezzo tecnologico attraverso il quale eventualmente sono veicolati. Un bel rapporto di amicizia può avere la stessa valenza sia che si cementi intorno al tavolino di un bar, sia qualora venga portato avanti con l'ausilio di un social network, così come una conversazione di spessore può avvenire guardandosi negli occhi, ma anche scrivendo in una chat. Alla stessa stregua i discorsi sciocchi, le battute stupide, gli atteggiamenti volgari e via discorrendo, continuano a rimanere tali a prescindere dal fatto che ci sia o meno uno strumento tecnologico a mediarli.

La tecnologia è solo un mezzo, che possiamo usare più o meno smodatamente, ma non potrà mai farsi carico di responsabilità che sono unicamente nostre e in quanto tali ci appartengono, senza che si possa scaricarle sulle spalle di uno smartphone.

Fonte: IL CORROSIVO di marco cedolin

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