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mercoledì 1 maggio 2019
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre.Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato,l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
martedì 1 maggio 2018
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
lunedì 1 maggio 2017
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
venerdì 7 aprile 2017
Cosa potrebbe succedere adesso che gli Stati Uniti hanno attaccato la Siria
Quello della notte del 6 aprile 2017 è il primo vero attacco militare di Trump dall'inizio della sua presidenza. Il vero interrogativo è cosa succederà adesso
L'attacco contro la Siria della notte del 6 aprile 2017 è la prima vera iniziativa militare di Trump dall'inizio della sua presidenza, inaugurata lo scorso 20 gennaio. A differenza del presidente statunitense Obama, che ha esitato nel 2013 di fronte a una chiara violazione della sua linea rossa rappresentato dall'uso di armi chimiche, Trump non ha cercato alleati, non ha chiesto al Congresso l'autorizzazione, e non si è evidentemente preoccupato delle conseguenze a breve e a lungo termine.
Per il presidente Trump, l'attacco chimico di Idlib per mano di Assad "ha oltrepassato ogni linea rossa". La sua risposta ha inviato un messaggio: l'uso di armi chimiche in Siria non è rimasto senza conseguenze. Rimane ora da vedere quello che succederà adesso.
Non è chiaro che impatto avrà l'intervento militare statunitense in Siria. Secondo molti analisti statunitensi 59 missili da crociera non cambieranno l'approccio senza esclusione di colpi di Assad ai sei anni di guerra civile.
Obama aveva scelto di definire l'interesse vitale degli Stati Uniti in Siria in maniera più restrittiva, combattendo il sedicente Stato islamico senza invischiarsi in un altro costoso pantano in Medio Oriente.
Sembra evidente che Trump, che all'improvviso ha deciso di intervenire in Siria, non sappia cosa fare né che strategia intraprendere. La più grande differenza tra il 2013 e oggi è che i rischi di un allargamento del conflitto sono molto maggiori.
Un'altra grande differenza che Trump e i suoi vertici militari devono affrontare ora è la presenza di truppe russe alleate di Assad e di sistemi di difesa aerea russi che sono in grado di abbattere gli aerei degli Stati Uniti sul campo di battaglia.
Oggi, le truppe russe sono mescolate con le forze siriane, e qualsiasi attacco contro un obiettivo militare siriano potrebbe anche produrre perdite militari russe.
“È molto più difficile ora”, ha detto John Allen, ex generale che aveva coordinato l'attacco statunitense contro il sedicente Stato islamico. “Gli Stati Uniti devono porsi una domanda: quanto vogliamo essere arrabbiati? Siamo abbastanza moralmente pronti ad agire anche con la possibilità di uccidere dei russi?”.
Se l'operazione missilistica provocherà una risposta, gli Stati Uniti potranno essere tirati in mezzo alla guerra civile siriana. Un tale risultato non solo metterebbe vite americane a rischio, ma renderebbe la guerra degli Usa contro lo Stato islamico, che Trump ha dichiarato la sua priorità della politica estera, ancora più difficile.
Trump potrebbe ridurre alcuni di questi rischi assicurando ai russi che gli attacchi sono stati progettati esclusivamente per punire Assad per l'uso di armi chimiche e non per far pendere la bilancia nella guerra civile.
Ma secondo altri analisti, la cui opinione è riportata dal quotidiano statunitense The Washington Post, è anche plausibile che gli attacchi possano dare agli Stati Uniti una nuova leva di pressione per raggiungere un compromesso con i russi che potrebbe porre fine alla guerra civile siriana.
“Il messaggio politico che questo attacco ha mandato è che si sta utilizzando un approccio completamente diverso da quello della precedente amministrazione”, ha detto Andrew Tabler, un esperto di Siria presso l'Istituto di Washington. Questa mossa potrebbe mandare in confusione il regime siriano e gli Stati Uniti potrebbero usare tutto ciò a proprio vantaggio.
“Se non si agisce, si sta effettivamente dicendo ad Assad e ai sostenitori del regime che potranno usare tutto il gas sarin che vogliono”, ha detto Phil Gordon, ex direttore senior per il Medio Oriente alla Casa Bianca durante l'amministrazione Obama.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters
L'attacco contro la Siria della notte del 6 aprile 2017 è la prima vera iniziativa militare di Trump dall'inizio della sua presidenza, inaugurata lo scorso 20 gennaio. A differenza del presidente statunitense Obama, che ha esitato nel 2013 di fronte a una chiara violazione della sua linea rossa rappresentato dall'uso di armi chimiche, Trump non ha cercato alleati, non ha chiesto al Congresso l'autorizzazione, e non si è evidentemente preoccupato delle conseguenze a breve e a lungo termine.
Per il presidente Trump, l'attacco chimico di Idlib per mano di Assad "ha oltrepassato ogni linea rossa". La sua risposta ha inviato un messaggio: l'uso di armi chimiche in Siria non è rimasto senza conseguenze. Rimane ora da vedere quello che succederà adesso.
Non è chiaro che impatto avrà l'intervento militare statunitense in Siria. Secondo molti analisti statunitensi 59 missili da crociera non cambieranno l'approccio senza esclusione di colpi di Assad ai sei anni di guerra civile.
Obama aveva scelto di definire l'interesse vitale degli Stati Uniti in Siria in maniera più restrittiva, combattendo il sedicente Stato islamico senza invischiarsi in un altro costoso pantano in Medio Oriente.
Sembra evidente che Trump, che all'improvviso ha deciso di intervenire in Siria, non sappia cosa fare né che strategia intraprendere. La più grande differenza tra il 2013 e oggi è che i rischi di un allargamento del conflitto sono molto maggiori.
Un'altra grande differenza che Trump e i suoi vertici militari devono affrontare ora è la presenza di truppe russe alleate di Assad e di sistemi di difesa aerea russi che sono in grado di abbattere gli aerei degli Stati Uniti sul campo di battaglia.
Oggi, le truppe russe sono mescolate con le forze siriane, e qualsiasi attacco contro un obiettivo militare siriano potrebbe anche produrre perdite militari russe.
“È molto più difficile ora”, ha detto John Allen, ex generale che aveva coordinato l'attacco statunitense contro il sedicente Stato islamico. “Gli Stati Uniti devono porsi una domanda: quanto vogliamo essere arrabbiati? Siamo abbastanza moralmente pronti ad agire anche con la possibilità di uccidere dei russi?”.
Se l'operazione missilistica provocherà una risposta, gli Stati Uniti potranno essere tirati in mezzo alla guerra civile siriana. Un tale risultato non solo metterebbe vite americane a rischio, ma renderebbe la guerra degli Usa contro lo Stato islamico, che Trump ha dichiarato la sua priorità della politica estera, ancora più difficile.
Trump potrebbe ridurre alcuni di questi rischi assicurando ai russi che gli attacchi sono stati progettati esclusivamente per punire Assad per l'uso di armi chimiche e non per far pendere la bilancia nella guerra civile.
Ma secondo altri analisti, la cui opinione è riportata dal quotidiano statunitense The Washington Post, è anche plausibile che gli attacchi possano dare agli Stati Uniti una nuova leva di pressione per raggiungere un compromesso con i russi che potrebbe porre fine alla guerra civile siriana.
“Il messaggio politico che questo attacco ha mandato è che si sta utilizzando un approccio completamente diverso da quello della precedente amministrazione”, ha detto Andrew Tabler, un esperto di Siria presso l'Istituto di Washington. Questa mossa potrebbe mandare in confusione il regime siriano e gli Stati Uniti potrebbero usare tutto ciò a proprio vantaggio.
“Se non si agisce, si sta effettivamente dicendo ad Assad e ai sostenitori del regime che potranno usare tutto il gas sarin che vogliono”, ha detto Phil Gordon, ex direttore senior per il Medio Oriente alla Casa Bianca durante l'amministrazione Obama.
Fonte: The Post Internazionale
martedì 28 febbraio 2017
Tra Stati Uniti e Russia rapporti mai così negativi dopo la Guerra fredda
Il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha rivelato di non aver ancora discusso con l'amministrazione Trump sulle sanzioni contro Mosca
I rapporti tra Stati Uniti e Russia non sono stati così negativi dalla Guerra fredda. A dirlo è Sergei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. La notizia è stata riportata dall'agenzia di stampa russa Interfax.
Ryabkov ha parlato anche dell'interesse della Russia a valutare le relazioni che si sono stabilite dall'elezione di Donald Trump. La Russia non ha ancora discusso con la nuova amministrazione americana le sanzioni imposte a Mosca e non ci sono state pressioni da parte del Cremlino su Washington per arrivare alla revoca dei provvedimenti.
Il viceministro degli Esteri ha detto di essere convinto che l'eliminazione delle sanzioni potrebbe facilitare la collaborazione tra Stati Uniti e Russia per arrivare a una risoluzione della crisi siriana.
Fonte: The Post Internazionale
Il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov. Credits: Reuters
I rapporti tra Stati Uniti e Russia non sono stati così negativi dalla Guerra fredda. A dirlo è Sergei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. La notizia è stata riportata dall'agenzia di stampa russa Interfax.
Ryabkov ha parlato anche dell'interesse della Russia a valutare le relazioni che si sono stabilite dall'elezione di Donald Trump. La Russia non ha ancora discusso con la nuova amministrazione americana le sanzioni imposte a Mosca e non ci sono state pressioni da parte del Cremlino su Washington per arrivare alla revoca dei provvedimenti.
Il viceministro degli Esteri ha detto di essere convinto che l'eliminazione delle sanzioni potrebbe facilitare la collaborazione tra Stati Uniti e Russia per arrivare a una risoluzione della crisi siriana.
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 22 febbraio 2017
"Perché la protesta dei tassisti oggi a Roma è fuori da ogni logica"
Il commento di Roberto Cociancich, firmatario dell'emendamento al decreto Milleproroghe contro il quale da giorni i tassisti stanno manifestando a Roma
Protestano da sette giorni a Roma e scioperano in tutta Italia i tassisti e gli ambulanti italiani. Non sono mancati gli scontri con la polizia, le esplosioni di tre bombe carta, intimidazioni contro i conducenti Ncc, tirapugni e altre violenze.
Tra i manifestanti anche esponenti dell’estrema destra, tra saluti romani e bandiere nere con il simbolo dei pirati.
Quattro persone sono state fermate per le violenze, tra cui due esponenti di Forza nuova. Una terza persona è stata fermata per l'utilizzo di un tirapugni, mentre una quarta è stata fermata in quanto responsabile del lancio delle bombe carta.
Teatro degli scontri sono stati la piazza di Montecitorio, la sede del Pd a largo del Nazareno e il ministero dei Trasporti, dove si è tenuto l’incontro tra le sigle sindacali di categoria e il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio.
“Uber Uber vaffanculo” è lo slogan più intonato da tassisti, intervallato dall'inno di Mameli. E proprio il servizio di auto nere è uno dei bersagli della rabbia dei tassisti, considerato concorrenza sleale.
Nel 2015 il Tribunale di Milano aveva disposto il blocco di “Uber-pop”, il principale servizio della app Uber, quello grazie al quale tutti possono mettere a disposizione la propria automobile e improvvisarsi "tassisti". In Italia quindi, a differenza di molti altri paesi, non è possibile usufruire del servizio. I giudici avevano accolto il ricorso presentato dalle associazioni di categoria dei tassisti per concorrenza sleale.
Oggi in Italia è presente solo il servizio Uber di auto nere con conducente.
I tassisti stanno protestando contro un emendamento al decreto Milleproroghe che favorirebbe i servizi di noleggio con conducente e i servizi di mobilità basati su piattaforme online proprio come Uber, a firma Lanzillotta-Cociancich.
L'emendamento prevede che venga rimandato al 31 dicembre 2017 il termine entro cui il ministero dei Trasporti deve emanare il provvedimento contro l’esercizio abusivo del servizio taxi e Ncc. Questa ulteriore proroga è dettata dai “timori per la limitazione della libertà di concorrenza nel settore che la sua applicazione avrebbe comportato”.
Nel 2015 l’Autorità di regolazione dei trasporti aveva chiesto al parlamento di intervenire sulla materia, consentendo anche i servizi come Uber e favorendo la circolazione degli Ncc.
Gli ambulanti invece protestano per una norma contenuta nel Milleproroghe che rinvia al 2018 i nuovi bandi per la licenza degli ambulanti, nell'ambito della cosiddetta direttiva europea Bolkenstein sulla libera concorrenza.
"L'emendamento in sé dice semplicemente che ci diamo il tempo per trattare. La materia è estremamente complessa, c'è stata una stratificazione di norme che si sono succedute nel tempo", spiega a TPI il senatore Roberto Cociancich, firmatario insieme a Linda Lanzillotta, dell'emendamento in questione.
"Innanzitutto c'è un problema di coordinamento legislativo, di messa in mora da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato che ha detto che c'è un'eccessiva restrizione della concorrenza del mercato e c'è un problema di inadeguatezza del sistema, rispetto alle nuove tecnologie che oggi sono disponibili, alla cultura della sharing economy, la condivisione dei mezzi, alla possibilità di incentivare l'utilizzo di mezzi non privati per decongestionare il traffico nei centri urbani e ridurre l'inquinamento atmosferico, e consentire ai cittadini che non hanno i soldi per pagarsi il taxi o avere un'automobile, di poter avere dei mezzi alternativi di movimento", continua.
"L'emendamento diceva: prediamoci dieci mesi di tempo per sederci intorno a un tavolo. Chi fa queste manifestazioni esercita un proprio diritto, chi all'interno delle manifestazioni fa atti di intimidazioni, di violenza - e ho visto delle foto terrificanti - si pone fuori dalla legalità", sostiene Cociancich.
"Chi paralizza le città al di fuori del diritto di sciopero deve mettersi in regola, perché non è possibile che i cittadini sopportino per 6-7 giorni uno sciopero che è stato condannato anche dall'Autorità garante degli scioperi. Chi è contro è perché non vuole sedersi intorno a un tavolo con gli altri portatori di interessi, come ad esempio i cittadini, i consumatori. Non è accettabile la regola che chi è più forte e prepotente ce l'ha vinta", conclude.
Solidarietà ai tassisti dalla Lega e dal Movimento 5 stelle. La sindaca di Roma Virginia Raggi ha raggiunto la manifestazione, dichiarando il suo sostegno ai tassisti.
Anche il leader del Movimento 5 stelle “Blocchiamo la porcata del Pd contro i tassisti”. “I tassisti hanno assolutamente ragione, noi siamo assolutamente al loro fianco, i nostri parlamentari hanno presentato una mozione per abolire una proposta che li penalizza”, ha aggiunto poi il leader M5s.
Fonte: The Post Internazionale
Un uomo usa un tirapugni durante le proteste dei tassisti a Roma. Credit: Ansa
Protestano da sette giorni a Roma e scioperano in tutta Italia i tassisti e gli ambulanti italiani. Non sono mancati gli scontri con la polizia, le esplosioni di tre bombe carta, intimidazioni contro i conducenti Ncc, tirapugni e altre violenze.
Tra i manifestanti anche esponenti dell’estrema destra, tra saluti romani e bandiere nere con il simbolo dei pirati.
Quattro persone sono state fermate per le violenze, tra cui due esponenti di Forza nuova. Una terza persona è stata fermata per l'utilizzo di un tirapugni, mentre una quarta è stata fermata in quanto responsabile del lancio delle bombe carta.
Teatro degli scontri sono stati la piazza di Montecitorio, la sede del Pd a largo del Nazareno e il ministero dei Trasporti, dove si è tenuto l’incontro tra le sigle sindacali di categoria e il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio.
“Uber Uber vaffanculo” è lo slogan più intonato da tassisti, intervallato dall'inno di Mameli. E proprio il servizio di auto nere è uno dei bersagli della rabbia dei tassisti, considerato concorrenza sleale.
Nel 2015 il Tribunale di Milano aveva disposto il blocco di “Uber-pop”, il principale servizio della app Uber, quello grazie al quale tutti possono mettere a disposizione la propria automobile e improvvisarsi "tassisti". In Italia quindi, a differenza di molti altri paesi, non è possibile usufruire del servizio. I giudici avevano accolto il ricorso presentato dalle associazioni di categoria dei tassisti per concorrenza sleale.
Oggi in Italia è presente solo il servizio Uber di auto nere con conducente.
I tassisti stanno protestando contro un emendamento al decreto Milleproroghe che favorirebbe i servizi di noleggio con conducente e i servizi di mobilità basati su piattaforme online proprio come Uber, a firma Lanzillotta-Cociancich.
L'emendamento prevede che venga rimandato al 31 dicembre 2017 il termine entro cui il ministero dei Trasporti deve emanare il provvedimento contro l’esercizio abusivo del servizio taxi e Ncc. Questa ulteriore proroga è dettata dai “timori per la limitazione della libertà di concorrenza nel settore che la sua applicazione avrebbe comportato”.
Nel 2015 l’Autorità di regolazione dei trasporti aveva chiesto al parlamento di intervenire sulla materia, consentendo anche i servizi come Uber e favorendo la circolazione degli Ncc.
Gli ambulanti invece protestano per una norma contenuta nel Milleproroghe che rinvia al 2018 i nuovi bandi per la licenza degli ambulanti, nell'ambito della cosiddetta direttiva europea Bolkenstein sulla libera concorrenza.
"L'emendamento in sé dice semplicemente che ci diamo il tempo per trattare. La materia è estremamente complessa, c'è stata una stratificazione di norme che si sono succedute nel tempo", spiega a TPI il senatore Roberto Cociancich, firmatario insieme a Linda Lanzillotta, dell'emendamento in questione.
"Innanzitutto c'è un problema di coordinamento legislativo, di messa in mora da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato che ha detto che c'è un'eccessiva restrizione della concorrenza del mercato e c'è un problema di inadeguatezza del sistema, rispetto alle nuove tecnologie che oggi sono disponibili, alla cultura della sharing economy, la condivisione dei mezzi, alla possibilità di incentivare l'utilizzo di mezzi non privati per decongestionare il traffico nei centri urbani e ridurre l'inquinamento atmosferico, e consentire ai cittadini che non hanno i soldi per pagarsi il taxi o avere un'automobile, di poter avere dei mezzi alternativi di movimento", continua.
"L'emendamento diceva: prediamoci dieci mesi di tempo per sederci intorno a un tavolo. Chi fa queste manifestazioni esercita un proprio diritto, chi all'interno delle manifestazioni fa atti di intimidazioni, di violenza - e ho visto delle foto terrificanti - si pone fuori dalla legalità", sostiene Cociancich.
"Chi paralizza le città al di fuori del diritto di sciopero deve mettersi in regola, perché non è possibile che i cittadini sopportino per 6-7 giorni uno sciopero che è stato condannato anche dall'Autorità garante degli scioperi. Chi è contro è perché non vuole sedersi intorno a un tavolo con gli altri portatori di interessi, come ad esempio i cittadini, i consumatori. Non è accettabile la regola che chi è più forte e prepotente ce l'ha vinta", conclude.
Solidarietà ai tassisti dalla Lega e dal Movimento 5 stelle. La sindaca di Roma Virginia Raggi ha raggiunto la manifestazione, dichiarando il suo sostegno ai tassisti.
Anche il leader del Movimento 5 stelle “Blocchiamo la porcata del Pd contro i tassisti”. “I tassisti hanno assolutamente ragione, noi siamo assolutamente al loro fianco, i nostri parlamentari hanno presentato una mozione per abolire una proposta che li penalizza”, ha aggiunto poi il leader M5s.
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 14 settembre 2016
Cari uomini, Tiziana Cantone si è suicidata per colpa nostra
Ricordate quel video amatoriale divenuto famoso per la frase "stai facendo il video? Bravoh"? La protagonista era Tiziana Cantone, che si è uccisa.
di Saverio Tommasi
Ricordate quel video amatoriale divenuto famoso per la celebre frase "stai facendo il video? Bravoh"? La protagonista era Tiziana Cantone, che si è uccisa.
Tiziana Cantone si è impiccata, e questa cosa mi fa un po' effetto perché per mesi ho sentito amici dire "stai facendo il video? Bravoh". E mi sembrava di conoscerla, anche se quel video non l'ho mai visto, nonostante di porno ne veda abbastanza. E semplicemente non l'ho visto perché il furto dell'intimità non lo trovo eccitante.
Un po' come il video di Belén, che il fatto che abbia la farfallina non significava volersi far commentare una performance di quando aveva diciassette anni, da tutto il mondo. Belén superò quel momento, Tiziana no e si è uccisa.
Ora spero che Tiziana sia in un mondo più giusto, dove chi lecca una fica è uguale a chi lecca un pisello.
Un mondo dove troia nessuno lo dice e maiala è solo il femminile di maiale.
Un mondo dove i video si fanno ma si tengono su un hard disk esterno e non si mandano in giro con il cellulare, perché al massimo i video servono per riguardarli insieme al partner o nei momenti di solitudine, se l'altra persona è d'accordo.
Un mondo dove la presidente della Camera Boldrini non sia paragonata a una bambola gonfiabile, e dove puttana sia al massimo un mestiere.
Mi auguro che Tiziana Cantone ora sia in un mondo dove il giudizio non è basato sul genere della persona giudicata, o sul suo lavoro. Un mondo con meno stronzi, dunque.
Perché Tiziana Cantone l'hanno uccisa gli stronzi, questa è la verità. E gli stronzi, per la maggioranza, erano uomini come me. Tiziana l'ha uccisa chi la qualificava per un gesto e non le dava respiro per via di un pompino. Un normalissimo pompino in macchina, come ce ne sono migliaia anche in questo momento in cui voi leggete.
E devo dirlo: mi sono letteralmente rotto i coglioni, da uomo, di sentire giudizi sulla moralità basati sull'aspetto fisico di una donna, o su quanto e come e a chi questa decida di fare un pompino.
I social network sono come il bar. Se attacchi in gruppo si chiama bullismo, e colui che viene attaccato sta male, e qualche volta si uccide.
E chi ancora pensa che in fondo "se l'è cercata" è solo un vigliacco sentimentale; una merda attaccata alla soletta della scarpa che non se ne va; come coloro che sostengono che "certe ragazze cerchino lo stupro" perché hanno una gonna, o rincasano dopo le 21; o per mangiare il gelato scelgono la lingua invece del cucchiaino, perché poi c'è il cono che si può sgranocchiare.
O riusciamo a creare un mondo più gentile, e mi rivolgo soprattutto agli uomini ma purtroppo non solo, oppure non siamo migliori della corda che si è stretta intorno al collo di Tiziana.
Fonte: fanpage.it
di Saverio Tommasi
Ricordate quel video amatoriale divenuto famoso per la celebre frase "stai facendo il video? Bravoh"? La protagonista era Tiziana Cantone, che si è uccisa.
Tiziana Cantone si è impiccata, e questa cosa mi fa un po' effetto perché per mesi ho sentito amici dire "stai facendo il video? Bravoh". E mi sembrava di conoscerla, anche se quel video non l'ho mai visto, nonostante di porno ne veda abbastanza. E semplicemente non l'ho visto perché il furto dell'intimità non lo trovo eccitante.
Un po' come il video di Belén, che il fatto che abbia la farfallina non significava volersi far commentare una performance di quando aveva diciassette anni, da tutto il mondo. Belén superò quel momento, Tiziana no e si è uccisa.
Ora spero che Tiziana sia in un mondo più giusto, dove chi lecca una fica è uguale a chi lecca un pisello.
Un mondo dove troia nessuno lo dice e maiala è solo il femminile di maiale.
Un mondo dove i video si fanno ma si tengono su un hard disk esterno e non si mandano in giro con il cellulare, perché al massimo i video servono per riguardarli insieme al partner o nei momenti di solitudine, se l'altra persona è d'accordo.
Un mondo dove la presidente della Camera Boldrini non sia paragonata a una bambola gonfiabile, e dove puttana sia al massimo un mestiere.
Mi auguro che Tiziana Cantone ora sia in un mondo dove il giudizio non è basato sul genere della persona giudicata, o sul suo lavoro. Un mondo con meno stronzi, dunque.
Perché Tiziana Cantone l'hanno uccisa gli stronzi, questa è la verità. E gli stronzi, per la maggioranza, erano uomini come me. Tiziana l'ha uccisa chi la qualificava per un gesto e non le dava respiro per via di un pompino. Un normalissimo pompino in macchina, come ce ne sono migliaia anche in questo momento in cui voi leggete.
E devo dirlo: mi sono letteralmente rotto i coglioni, da uomo, di sentire giudizi sulla moralità basati sull'aspetto fisico di una donna, o su quanto e come e a chi questa decida di fare un pompino.
I social network sono come il bar. Se attacchi in gruppo si chiama bullismo, e colui che viene attaccato sta male, e qualche volta si uccide.
E chi ancora pensa che in fondo "se l'è cercata" è solo un vigliacco sentimentale; una merda attaccata alla soletta della scarpa che non se ne va; come coloro che sostengono che "certe ragazze cerchino lo stupro" perché hanno una gonna, o rincasano dopo le 21; o per mangiare il gelato scelgono la lingua invece del cucchiaino, perché poi c'è il cono che si può sgranocchiare.
O riusciamo a creare un mondo più gentile, e mi rivolgo soprattutto agli uomini ma purtroppo non solo, oppure non siamo migliori della corda che si è stretta intorno al collo di Tiziana.
Fonte: fanpage.it
venerdì 29 luglio 2016
L'ultimo giorno della convention democratica
Hillary Clinton ha tenuto il suo discorso con cui ha accettato la nomination a candidata alla Casa Bianca dei democratici
di Iacopo Luzi
Hilary Clinton ha accettato la nomina come candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti durante l'ultimo giorno della convention del suo partito a Filadelfia. E facendolo, è entrata nella storia diventando la prima donna a essere candidata alla Casa Bianca.
La quarta giornata della Convention Nazionale dei Democratici sembrava ovattata, come se tutti fossero in attesa di qualcosa. Nemmeno la voce della celebre cantante Kate Perry, chiamata a esibirsi sul palco, sembrava aver sortito qualche effetto.
In fondo, era chiaro fin dal primo pomeriggio: tutti aspettavano Hilary Clinton e nessun’altro.
Con più di 30 milioni di americani sintonizzati per ascoltare il discorso della candidata democratica, senza contare tutti quelli presenti sui social network, la tensione si poteva percepire nell’aria.
Probabilmente anche Hilary Clinton deve averla sentita, ma ciò non le ha permesso di tenere uno discorso che probabilmente ha legittimato la sua candidatura in maniera definitiva, conferendo un’unità d’intenti fra le fila del partito democratico.
“E’ il momento della resa dei conti”, ha dichiarato la Clinton che, attraverso un discorso concreto e senza mezzi termini, si è proposta come la candidata di tutti quanti gli americani. Una patriota pronta a battersi per chiunque, pronta a tutelare tutte le minoranze e pronta a trovare soluzioni per risolvere i problemi che affliggono gli Stati Uniti oggi, dalla violenza armata alla minaccia del terrorismo interno e internazionale.
Eppure Hilary Clinton ha precisato come da sola non potrà fare nulla, e che solo uniti, insieme a lei, gli americani potranno essere più forti.
Al contrario di Trump, che si è da sempre eretto a paladino in grado di risolvere da solo tutto quanto, la Clinton ha ammesso che da soli nulla è possibile. “Solo se lavoriamo tutti insieme, possiamo innalzarci”, ha dichiarato la Clinton di fronte un Wells Fargo Center gremito che spesso ha interrotto l’ex segretario di Stato, intonando il suo nome più e più volte.
Hilary Clinton ha anche criticato aspramente Donald Trump, accusandolo di voler dividere gli americani, di fomentare l’odio e di non essere una persona affidabile né un candidato rispettabile, tanto da non essere in grado nemmeno di pagare le proprie tasse per intero.
In particolare, la Clinton ha affermato che non c’è alcun bisogno di rendere l’America grande di nuovo, riferendosi palesemente al leitmotiv trumpiano “Make America Great Again”, perché l’America è già grande di per sé. Deve solo impegnarsi per fronteggiare i problemi in maniera unita e trovare soluzioni concrete.
Riferendosi a Trump: “Lui vuole farci avere paura del futuro e del prossimo. Beh, un grande presidente democratico, Franklin Delano Roosevelt, più di 80 anni fa ha già perfettamente risposto a Trump, in un tempo in cui le cose erano molto più pericolose. ‘L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.’”
Hilary Clinton, introdotta dalla figlia Chelsea che ne ha decantato le lodi come madre e donna, ha voluto specificare come un futuro migliore per gli Stati Uniti sia possibile e che il progresso è a portata di mano.
Non sono mancati anche alcuni picchi d’ironia, come quando Hilary Clinton ha esortato Trump ha produrre le cose in America, se proprio vuole fare l’America grande di nuovo. Chiaro riferimento al fatto che molte attività dell’imprenditore newyorkese realizzano i propri prodotti all’estero.
Attacco migliore: “Immaginatelo nello Studio Ovale mentre fronteggia una vera crisi. Un uomo che s’infuria per un tweet non può essere una persona a cui si possono affidare delle armi nucleari.”
In molti temevano che la Clinton non sarebbe andata oltre un discorso in cui dichiarava di essere la candidata giusta per la presidenza degli Stati Uniti, in quanto donna e, soprattutto, in quanto non Donald Trump. Al contrario, nei suoi 60 minuti di speech, la Clinton si è dimostrata estremamente pragmatica, proponendo idee e azioni concrete.
Ad esempio, riferendosi alla crisi economica che ha attanagliato gli States, “Wall Street, le corporazioni e i super-ricchi inizieranno a pagare le tasse che gli spettano.”
Probabilmente Hilary Clinton si è anche snaturata, andando al di là del suo rigore e della sua formalità, coinvolgendo il pubblico e proponendo uno stile inusuale, accattivante, persino aggressivo. Eppure ha sortito effetto. Un’occasione per dimostrare qualcosa di diverso, un vero e proprio reset del suo personaggio. Ma senza fingere di essere qualcun altro.
Certo, va detto, che la Clinton ha mancato d’intensità nel suo discorso e il miracolo non si è compiuto. Non è mai stata una grande speaker e anche stasera l’ha confermato. Eppure, attraverso la solidità e concretezza delle sue parole, potrebbe aver convinto molte persone a votare per lei.
Basti pensare ai dettagli che ha elencato, come quando ha parlato del problema delle armi in America: “Non sono qui per ripudiare il Secondo Emendamento. Non sono qui per portarvi via le vostre armi. Voglio soltanto evitare che qualcuno che non dovrebbe minimamente possederne una vi possa sparare.”
Degno di nota una frase riguardante la natura della sua candidatura: “Quando ogni barriera è caduta in America, è chiara qual è la via da seguire per tutti quanti. D’altronde, quando non esiste più un tetto, solo il cielo è il limite.”
La Convention si conclude con il discorso della Clinton che probabilmente vede la sua figura finalmente legittimata all’interno del partito. Dopo giorni di proteste e contestazioni da parte dei supporters di Bernie Sanders, finalmente la Clinton ha ottenuto ciò che sperava: essere il simbolo unico del Partito Democratico.
Che poi lo sia diventato per davvero oppure no, questo è ancora tutto da vedere.
Fonte: The Post Internazionale
di Iacopo Luzi
Hillary Clinton, Bill Clinton, Tim Kaine e la moglie Anne. Credit: Gary Cameron
La quarta giornata della Convention Nazionale dei Democratici sembrava ovattata, come se tutti fossero in attesa di qualcosa. Nemmeno la voce della celebre cantante Kate Perry, chiamata a esibirsi sul palco, sembrava aver sortito qualche effetto.
In fondo, era chiaro fin dal primo pomeriggio: tutti aspettavano Hilary Clinton e nessun’altro.
Con più di 30 milioni di americani sintonizzati per ascoltare il discorso della candidata democratica, senza contare tutti quelli presenti sui social network, la tensione si poteva percepire nell’aria.
Probabilmente anche Hilary Clinton deve averla sentita, ma ciò non le ha permesso di tenere uno discorso che probabilmente ha legittimato la sua candidatura in maniera definitiva, conferendo un’unità d’intenti fra le fila del partito democratico.
“E’ il momento della resa dei conti”, ha dichiarato la Clinton che, attraverso un discorso concreto e senza mezzi termini, si è proposta come la candidata di tutti quanti gli americani. Una patriota pronta a battersi per chiunque, pronta a tutelare tutte le minoranze e pronta a trovare soluzioni per risolvere i problemi che affliggono gli Stati Uniti oggi, dalla violenza armata alla minaccia del terrorismo interno e internazionale.
Eppure Hilary Clinton ha precisato come da sola non potrà fare nulla, e che solo uniti, insieme a lei, gli americani potranno essere più forti.
Al contrario di Trump, che si è da sempre eretto a paladino in grado di risolvere da solo tutto quanto, la Clinton ha ammesso che da soli nulla è possibile. “Solo se lavoriamo tutti insieme, possiamo innalzarci”, ha dichiarato la Clinton di fronte un Wells Fargo Center gremito che spesso ha interrotto l’ex segretario di Stato, intonando il suo nome più e più volte.
Hilary Clinton ha anche criticato aspramente Donald Trump, accusandolo di voler dividere gli americani, di fomentare l’odio e di non essere una persona affidabile né un candidato rispettabile, tanto da non essere in grado nemmeno di pagare le proprie tasse per intero.
In particolare, la Clinton ha affermato che non c’è alcun bisogno di rendere l’America grande di nuovo, riferendosi palesemente al leitmotiv trumpiano “Make America Great Again”, perché l’America è già grande di per sé. Deve solo impegnarsi per fronteggiare i problemi in maniera unita e trovare soluzioni concrete.
Riferendosi a Trump: “Lui vuole farci avere paura del futuro e del prossimo. Beh, un grande presidente democratico, Franklin Delano Roosevelt, più di 80 anni fa ha già perfettamente risposto a Trump, in un tempo in cui le cose erano molto più pericolose. ‘L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.’”
Hilary Clinton, introdotta dalla figlia Chelsea che ne ha decantato le lodi come madre e donna, ha voluto specificare come un futuro migliore per gli Stati Uniti sia possibile e che il progresso è a portata di mano.
Non sono mancati anche alcuni picchi d’ironia, come quando Hilary Clinton ha esortato Trump ha produrre le cose in America, se proprio vuole fare l’America grande di nuovo. Chiaro riferimento al fatto che molte attività dell’imprenditore newyorkese realizzano i propri prodotti all’estero.
Attacco migliore: “Immaginatelo nello Studio Ovale mentre fronteggia una vera crisi. Un uomo che s’infuria per un tweet non può essere una persona a cui si possono affidare delle armi nucleari.”
In molti temevano che la Clinton non sarebbe andata oltre un discorso in cui dichiarava di essere la candidata giusta per la presidenza degli Stati Uniti, in quanto donna e, soprattutto, in quanto non Donald Trump. Al contrario, nei suoi 60 minuti di speech, la Clinton si è dimostrata estremamente pragmatica, proponendo idee e azioni concrete.
Ad esempio, riferendosi alla crisi economica che ha attanagliato gli States, “Wall Street, le corporazioni e i super-ricchi inizieranno a pagare le tasse che gli spettano.”
Probabilmente Hilary Clinton si è anche snaturata, andando al di là del suo rigore e della sua formalità, coinvolgendo il pubblico e proponendo uno stile inusuale, accattivante, persino aggressivo. Eppure ha sortito effetto. Un’occasione per dimostrare qualcosa di diverso, un vero e proprio reset del suo personaggio. Ma senza fingere di essere qualcun altro.
Certo, va detto, che la Clinton ha mancato d’intensità nel suo discorso e il miracolo non si è compiuto. Non è mai stata una grande speaker e anche stasera l’ha confermato. Eppure, attraverso la solidità e concretezza delle sue parole, potrebbe aver convinto molte persone a votare per lei.
Basti pensare ai dettagli che ha elencato, come quando ha parlato del problema delle armi in America: “Non sono qui per ripudiare il Secondo Emendamento. Non sono qui per portarvi via le vostre armi. Voglio soltanto evitare che qualcuno che non dovrebbe minimamente possederne una vi possa sparare.”
Degno di nota una frase riguardante la natura della sua candidatura: “Quando ogni barriera è caduta in America, è chiara qual è la via da seguire per tutti quanti. D’altronde, quando non esiste più un tetto, solo il cielo è il limite.”
La Convention si conclude con il discorso della Clinton che probabilmente vede la sua figura finalmente legittimata all’interno del partito. Dopo giorni di proteste e contestazioni da parte dei supporters di Bernie Sanders, finalmente la Clinton ha ottenuto ciò che sperava: essere il simbolo unico del Partito Democratico.
Che poi lo sia diventato per davvero oppure no, questo è ancora tutto da vedere.
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 20 luglio 2016
Erdogan era preparato per il colpo di stato e ne ha approfittato
Il presidente turco avrà anche scampato il golpe, ma ora si ritrova indebolito e con più nemici. La possibilità di un'altra rivolta non è poi così remota
Il governo turco era a conoscenza di un piano di colpo di stato. È quello che ritengono alcuni giornalisti di un noto quotidiano turco, che per motivi di sicurezza preferiscono rimanere anonimi.
Poi entrano nel dettaglio: “I militari golpisti sapevano che Erdogan aveva in mente di sostituirli a breve: hanno agito prima che questo potesse succedere”.
Quindi il Sultano, appellativo con cui ci si riferisce spesso al presidente turco, non era del tutto impreparato rispetto a questo scenario, anzi lo aveva messo in conto. Adesso, a golpe fallito, Erdogan può far fuori più velocemente le persone di cui non si fida, senza dover dare troppe spiegazioni, ma di certo ha molti più nemici di prima.
La vendetta di Erdogan contro i presunti autori o sostenitori del fallito golpe sembra non avere fine: sono 9.322 le persone arrestate finora con l'accusa di complicità. Non solo.
Il ministero dell'Istruzione turco ha annunciato di aver sospeso 15.200 dipendenti per sospetti legami con la rete che fa capo a Fethullah Gulen, accusata da Ankara di essere il vero responsabile. Tutti i 1.577 decani e rettori delle università del paese sono stati costretti alle dimissioni e sono state revocate 21mila licenze agli insegnanti che lavorano nell'istruzione privata.
La notte del fallito golpe, non potendo fidarsi unicamente della polizia e dell’esercito, Recep Tayyip Erdogan ha chiamato il suo popolo in piazza per prevenire il colpo di stato. Secondo le fonti in questione, Erdogan ha sempre cercato di polarizzare il pubblico.
Questa è una delle sue strategie principali: ha creato, nel tempo, una massa di sostenitori da mobilitare in qualsiasi momento e in tempi rapidi. A Istanbul, ad esempio, può contare su un bacino di fedelissimi molto ampio.
Secondo i giornalisti turchi interpellati, Erdogan avrebbe paura di condividere la sorte dei leader già estromessi dal potere in Medio Oriente. Inoltre, un'opinione largamente condivisa anche tra l’opposizione è che se il golpe fosse riuscito ne sarebbe nata una guerra civile, e dunque ci sarebbe stato un grande spargimento di sangue.
Paradossalmente, nonostante Erdogan sia oggi più forte di prima, secondo le fonti in questione non si può escludere un altro colpo di stato in Turchia.
“È una possibilità che rimane sul tavolo, anche se forse non si concretizzerà nell’immediato. Ecco perché: Il governo sta per nominare nuovi giudici, nuovi capi di polizia e nuovi generali che saranno totalmente fedeli al Sultano ma non così qualificati da poter ricoprire efficacemente quelle posizioni".
"Erdogan punta molto di più sulla loro fedeltà che sulle loro reali competenze. Ciò significa che le istituzioni saranno sempre più deboli, mentre le persone qualificate saranno dietro le sbarre oppure per strada. Inoltre, il Sultano non riuscirà ad allontanare dalle istituzioni tutte le persone che in questo momento non lo vogliono al potere, perché sono troppe".
E quanto al ripristino della pena di morte nel paese, secondo le fonti interpellate, non succederà: chi è oggi al potere, compreso il presidente, ha troppa paura di subire in futuro le stesse pene che oggi dice di voler infliggere.
Infine riguardo a Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere l'ispiratore del tentato golpe, e ai suoi seguaci, il pensiero è comune: “Ci sono molti Gulenisti negli alti ranghi dell’esercito, ma non tra i soldati di rango inferiore".
"Capisco le preoccupazioni del presidente: anche se non se ne parla, quella dei Gulenisti è una rete ancora molto fitta nel paese. Erdogan ha paura che l'ex imam, leader molto carismatico e con solide relazioni all’estero, possa costruire una pericolosa alleanza contro di lui fondata anche sui suoi contatti già da tempo radicati all’interno del paese”.
Fonte: The Post Internazionale
Sostenitori di Erdogan in piazza Taksim, a Istanbul. Credit: Ammar Awad
Il governo turco era a conoscenza di un piano di colpo di stato. È quello che ritengono alcuni giornalisti di un noto quotidiano turco, che per motivi di sicurezza preferiscono rimanere anonimi.
Poi entrano nel dettaglio: “I militari golpisti sapevano che Erdogan aveva in mente di sostituirli a breve: hanno agito prima che questo potesse succedere”.
Quindi il Sultano, appellativo con cui ci si riferisce spesso al presidente turco, non era del tutto impreparato rispetto a questo scenario, anzi lo aveva messo in conto. Adesso, a golpe fallito, Erdogan può far fuori più velocemente le persone di cui non si fida, senza dover dare troppe spiegazioni, ma di certo ha molti più nemici di prima.
La vendetta di Erdogan contro i presunti autori o sostenitori del fallito golpe sembra non avere fine: sono 9.322 le persone arrestate finora con l'accusa di complicità. Non solo.
Il ministero dell'Istruzione turco ha annunciato di aver sospeso 15.200 dipendenti per sospetti legami con la rete che fa capo a Fethullah Gulen, accusata da Ankara di essere il vero responsabile. Tutti i 1.577 decani e rettori delle università del paese sono stati costretti alle dimissioni e sono state revocate 21mila licenze agli insegnanti che lavorano nell'istruzione privata.
La notte del fallito golpe, non potendo fidarsi unicamente della polizia e dell’esercito, Recep Tayyip Erdogan ha chiamato il suo popolo in piazza per prevenire il colpo di stato. Secondo le fonti in questione, Erdogan ha sempre cercato di polarizzare il pubblico.
Questa è una delle sue strategie principali: ha creato, nel tempo, una massa di sostenitori da mobilitare in qualsiasi momento e in tempi rapidi. A Istanbul, ad esempio, può contare su un bacino di fedelissimi molto ampio.
Secondo i giornalisti turchi interpellati, Erdogan avrebbe paura di condividere la sorte dei leader già estromessi dal potere in Medio Oriente. Inoltre, un'opinione largamente condivisa anche tra l’opposizione è che se il golpe fosse riuscito ne sarebbe nata una guerra civile, e dunque ci sarebbe stato un grande spargimento di sangue.
Paradossalmente, nonostante Erdogan sia oggi più forte di prima, secondo le fonti in questione non si può escludere un altro colpo di stato in Turchia.
“È una possibilità che rimane sul tavolo, anche se forse non si concretizzerà nell’immediato. Ecco perché: Il governo sta per nominare nuovi giudici, nuovi capi di polizia e nuovi generali che saranno totalmente fedeli al Sultano ma non così qualificati da poter ricoprire efficacemente quelle posizioni".
"Erdogan punta molto di più sulla loro fedeltà che sulle loro reali competenze. Ciò significa che le istituzioni saranno sempre più deboli, mentre le persone qualificate saranno dietro le sbarre oppure per strada. Inoltre, il Sultano non riuscirà ad allontanare dalle istituzioni tutte le persone che in questo momento non lo vogliono al potere, perché sono troppe".
E quanto al ripristino della pena di morte nel paese, secondo le fonti interpellate, non succederà: chi è oggi al potere, compreso il presidente, ha troppa paura di subire in futuro le stesse pene che oggi dice di voler infliggere.
Infine riguardo a Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere l'ispiratore del tentato golpe, e ai suoi seguaci, il pensiero è comune: “Ci sono molti Gulenisti negli alti ranghi dell’esercito, ma non tra i soldati di rango inferiore".
"Capisco le preoccupazioni del presidente: anche se non se ne parla, quella dei Gulenisti è una rete ancora molto fitta nel paese. Erdogan ha paura che l'ex imam, leader molto carismatico e con solide relazioni all’estero, possa costruire una pericolosa alleanza contro di lui fondata anche sui suoi contatti già da tempo radicati all’interno del paese”.
Fonte: The Post Internazionale
sabato 28 maggio 2016
«Girone e Latorre non sono eroi»
Lo scrive Michele Serra su Repubblica, dicendo che dobbiamo essere contenti del loro ritorno ma dobbiamo evitare le "fanfare patriottarde" e "la pomposa ufficialità istituzionale"
Michele Serra ha scritto sul numero di Repubblica di venerdì 27 maggio un editoriale in cui spiega come dovrebbe essere accolto il ritorno in Italia di Salvatore Girone, il fuciliere di marina accusato dal 2012 dell’omicidio di due pescatori indiani assieme al suo collega Massimiliano Latorre e da allora trattenuto agli arresti in India in attesa della risoluzione di una complicata vicenda giudiziaria. Serra spiega che bisogna essere contenti per il suo ritorno, e “discretamente affettuosi” nei suoi confronti, senza però trattarlo da eroe o da reduce di guerra: secondo Serra, i due fucilieri sono “due lavoratori travolti da un destino sanguinoso, per giunta sanguinoso a carico d’altri”, e quindi andrebbero evitate “fanfare” e “la pomposa ufficialità istituzionale purtroppo intuibile da alcune dichiarazioni governative”.
Il marinaio Salvatore Girone ritorna in Italia, raggiungendo il suo compagno di sventura Massimiliano Latorre già rimpatriato per ragioni di salute. È una bella notizia e un indubbio successo del governo italiano, specie del ministro degli Esteri Gentiloni.
Ma il modo con il quale Girone sarà accolto non è un dettaglio; e anzi potrà dirci parecchio sulle persone che ci governano e più in generale sull’equilibrio psicologico del nostro Paese, della nostra comunità politica e della nostra comunità mediatica. Girone e Latorre non sono eroi e non sono prigionieri di guerra. Sono militari italiani imputati dalle autorità indiane di avere, per un tragico equivoco, ucciso due pescatori scambiandoli per pirati. E’ successo nel corso del loro difficile compito di sorveglianza di una nave commerciale.
Fonte: Il Post
(ANSA/ GUIDO MONTANI)
Michele Serra ha scritto sul numero di Repubblica di venerdì 27 maggio un editoriale in cui spiega come dovrebbe essere accolto il ritorno in Italia di Salvatore Girone, il fuciliere di marina accusato dal 2012 dell’omicidio di due pescatori indiani assieme al suo collega Massimiliano Latorre e da allora trattenuto agli arresti in India in attesa della risoluzione di una complicata vicenda giudiziaria. Serra spiega che bisogna essere contenti per il suo ritorno, e “discretamente affettuosi” nei suoi confronti, senza però trattarlo da eroe o da reduce di guerra: secondo Serra, i due fucilieri sono “due lavoratori travolti da un destino sanguinoso, per giunta sanguinoso a carico d’altri”, e quindi andrebbero evitate “fanfare” e “la pomposa ufficialità istituzionale purtroppo intuibile da alcune dichiarazioni governative”.
Il marinaio Salvatore Girone ritorna in Italia, raggiungendo il suo compagno di sventura Massimiliano Latorre già rimpatriato per ragioni di salute. È una bella notizia e un indubbio successo del governo italiano, specie del ministro degli Esteri Gentiloni.
Ma il modo con il quale Girone sarà accolto non è un dettaglio; e anzi potrà dirci parecchio sulle persone che ci governano e più in generale sull’equilibrio psicologico del nostro Paese, della nostra comunità politica e della nostra comunità mediatica. Girone e Latorre non sono eroi e non sono prigionieri di guerra. Sono militari italiani imputati dalle autorità indiane di avere, per un tragico equivoco, ucciso due pescatori scambiandoli per pirati. E’ successo nel corso del loro difficile compito di sorveglianza di una nave commerciale.
Fonte: Il Post
martedì 3 maggio 2016
Il Leicester che vince la Premier league è un vero miracolo
Wes Morgan del Leicester City dopo aver segnato contro il Manchester United, a Manchester, il 1 maggio 2016. (Darren Staples, Reuters/Contrasto)
John Foot, storico
La parola “miracolo” è spesso abusata. Nel calcio italiano, per esempio, basta una buona parata per gridare al miracolo del portiere. Ma stavolta siamo davanti a un vero miracolo calcistico. Il piccolo Leicester ha vinto la Premier league, il più ricco (ma probabilmente non il migliore) campionato di calcio del mondo, dominato dai patrimoni senza fondo di statunitensi, russi, qatarioti e via dicendo. Alla fine il Leicester ha vinto mentre non era nemmeno in campo.
Il Chelsea, vincitore dello scorso campionato, giocava contro il Tottenham, l’unica squadra che potesse ancora privare il Leicester del titolo, e ha giocato alla morte. La partita si è addirittura conclusa con una rissa degna della serie A.
Nel frattempo Claudio Ranieri stava tornando dall’Italia, dov’era andato a trovare la madre di 96 anni. Discreto, pacato e dignitoso, Ranieri non ha festeggiato con salti, urla e selfie come i suoi giocatori. Il suo comportamento è una sintesi dell’intera stagione. Una squadra normale ha compiuto un’impresa straordinaria. Un eterno secondo ha vinto nel modo più sbalorditivo. Anche quando la vittoria era quasi scontata, la città non riusciva ancora a crederci. Persino Jamie Carragher, arcigno ex difensore del Liverpool diventato commentatore, ha colto la grandezza dell’evento. “La gente ne parlerà anche tra cent’anni”, ha dichiarato.
Facce sporche e pennellate d’artista
Ma com’è accaduto questo miracolo? Come hanno fatto i più improbabili vincitori della storia ad arrivare fino in fondo? È stato un evento unico e irripetibile o è l’inizio di una nuova fase, un ritorno all’importanza della squadra, ai vecchi valori, allo spirito del lavoro duro e del sacrifico e dunque una sconfitta dell’ipercapitalismo del calcio moderno?
L’incredibile trionfo del Leicester nasce da un misto tra facce sporche e pennellate d’artista. C’è una difesa “all’italiana” che non ha mai ceduto agli attacchi stellari delle pretendenti al titolo. C’è un portiere (Kasper Schmeichel, figlio del grande Peter) che non è più solo uno con un cognome pesante ma un vincente in carne e ossa. Ci sono i tifosi di questa città modesta e multietnica, sempre vicini alla squadra e molto diversi dai tifosi spesso viziati dei grandi club, la cui lealtà va a fasi alterne e che non hanno mai vissuto il fallimento.
"Il Leicester ha vinto giocando in un modo che ha stravolto l’opinione corrente dell’era del tiki-taka
E poi ci sono gli artisti. Riyad Mahrez, elegante in tutto, dal ricercato taglio della barba al suo meraviglioso piede sinistro. Mahrez è musulmano e francoalgerino, amico del fratello di Paul Pogba. Un suo strepitoso goal contro il Chelsea ha provocato l’esonero di José Mourinho e ha segnato il momento in cui la gente ha cominciato (timidamente) a credere che stava accadendo qualcosa di strano e bellissimo. Jamie Vardy, il principale realizzatore della squadra, è stato in forma per l’intera stagione, capace di segnare in undici partite di fila. Vardy è la punta di diamante del sistema di Ranieri, basato sul contropiede: sempre pronto a correre, lottare, indurre all’errore i difensori. Vardy è uno che non ci pensa due volte, tira appena vede la porta e terrorizza i portieri. Bisogna però ammettere che, come il Leicester, Vardy ha anche un lato oscuro.
Tifosi del Leicester festeggiano dopo il secondo gol del Chelsea contro il Tottenham, il 2 maggio 2016. (Eddie Keogh, Reuters/Contrasto)
Vecchia volpe
Il Leicester ha vinto il campionato giocando in un modo che ha stravolto l’opinione corrente dell’era del tiki-taka. In quasi tutte le partite hanno avuto meno possesso di palla rispetto agli avversari. Hanno effettuato meno passaggi e li hanno sbagliati più spesso. Ma ha funzionato, per tutta la stagione. Non hanno quasi mai fatto passi falsi e hanno continuato a vincere.
Al centro di tutto c’è la vecchia volpe, Claudio Ranieri. Calmo, composto, sempre pronto a smorzare gli entusiasmi (fino a poche settimane fa continuava a dire che l’obiettivo era non retrocedere), Ranieri ha conquistato la stampa britannica con la sua empatia e il suo rispetto per gli arbitri e la federazione. In questo e molto altro, Ranieri è il contrario di Mourinho. E la verità è che un titolo al Leicester ne vale dieci altrove. Chi ricorderà i trionfi dei club miliardari tra cento anni?
Storicamente il trionfo del Leicester non ha precedenti. Nel 1978 il Nottingham Forest di Brian Clough vinse il campionato e nei due anni successivi portò a casa due coppe europee, ma Clough aveva già vinto altrove, ed erano altri tempi. Il Cagliari di Mario Scopigno vinse lo scudetto nel 1970, ma aveva Gigi Riva. Gli unici confronti possibili sono con il Kaiserslautern del 1998, che vinse la Bundesliga da neopromossa, e con il Verona di Bagnoli, scudetto nel 1985. Ma, ripeto, erano altri tempi, prima che l’arrivo dei miliardi di euro, rubli, yen e petrodollari trasformasse il calcio in un sistema dove alcuni giocatori guadagnano 300mila sterline alla settimana.
Soprattutto, il miracolo del Leicester ci spinge a riconsiderare un concetto che abbiamo ripetuto fino allo sfinimento negli ultimi anni: “Contano solo i soldi. Oggi ci vogliono enormi capitali per vincere. Le piccole squadre non vinceranno mai niente”. Non è così. Ci siamo sbagliati. Grazie, Leicester per averci smentiti. Grazie per aver portato un pizzico di poesia nel gioco che amiamo. Grazie per averci dato il sinistro di Mahrez. Forza Leicester!
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Fonte: Internazionale
domenica 1 maggio 2016
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
venerdì 29 aprile 2016
Il muro al Brennero è il simbolo di una sconfitta europea
La polizia schierata a Matrei, al confine tra l’Italia e l’Austria, il 3 aprile 2016. (Awakening/Getty Images)
Oliver Meiler, giornalista
Una recinzione metallica non è molto diversa da un muro, anzi, a dire il vero non lo è affatto. Quindi quei lavori al Brennero, in quella stretta valle di confine tra il sud e il nord del continente, tra il Tirolo italiano e quello austriaco, tra due paesi storici dell’Unione europea, sono di una tristezza notevole.
La barriera sarà lunga 370 metri e alta quattro. I pali sono già stati piantati, bisogna solo montare la rete. Sono gli austriaci a installarla, sul loro territorio, appena più in là del confine che da quasi vent’anni, grazie a Schengen, non esiste più. L’Italia assiste all’impresa con un misto di indignazione e turbamento. Matteo Renzi ha commentato: l’ipotesi dell’Austria di chiudere il Brennero “è sfacciatamente contro le regole europee, oltre che contro la storia, contro la logica e contro il futuro”.
Ancora lo sbarramento non c’è. Per il momento il traffico sarà semplicemente rallentato per ottimizzare i controlli, e il limite di sicurezza sarà fissato a trenta chilometri all’ora. Ma in caso di emergenza, ha annunciato Vienna, si chiuderebbe, e la barriera verrebbe alzata. Dopo il loro incontro, il 28 aprile a Roma, i ministri dell’interno dei due paesi si sono detti ottimisti sul fatto che la chiusura totale non ci sarà. Ma l’ottimismo, si sa, non è mai stato una categoria politica molto solida.
"Il confine azzurro, quello del mare, non si può chiudere neanche con una barriera
Con emergenza l’Austria intende l’afflusso intenso di persone che nei prossimi mesi potrebbero fuggire da guerre e miseria attraverso il Mediterraneo. Dalla Libia alla Sicilia per proseguire verso nord, per esempio passando per il Brennero. Dopo la chiusura della rotta balcanica, questa prognosi non è solo plausibile: è tragicamente certa. Per molti profughi, la pericolosa traversata nel canale di Sicilia è l’unica via di scampo.
Appelli nel vuoto
Ma Vienna localizza l’emergenza soprattutto a Roma. Gli austriaci non credono che gli italiani siano in grado di arrestare il flusso migratorio. E anche questa prognosi è corretta. Come potrebbe essere umanamente possibile, anche volendolo? Il confine azzurro, quello del mare, non si può chiudere neanche con una barriera.
Invece, negli ultimi anni gli italiani si sono fatti carico della nobile impresa di soccorrere decine di migliaia di profughi dal rischio di naufragio. E nel farlo hanno salvato anche la dignità dell’Europa. Lo hanno fatto in un periodo in cui questa stessa Europa preferiva guardare dall’altra parte e ignorare le tragedie nel Mediterraneo come se fossero una faccenda meramente italiana.
Naturalmente è vero che spesso gli italiani hanno violato le norme della convenzione di Dublino: hanno fatto passare tanti migranti con un cenno del capo, senza registrarli. Ad alcuni, probabilmente, hanno perfino messo in mano un biglietto di treno per il nord. Ma chi può rimproverarglielo?
I loro appelli alla solidarietà, alla condivisione e alla giusta ripartizione del carico, si sono persi nel vuoto. Sono rimbalzati contro gli egoismi nazionali. Gli effetti del trattato di Dublino, su questo ormai sono quasi tutti d’accordo, ormai sono uno spettacolo grottesco. Eppure il testo della convenzione è ancora in vigore. E l’Austria lo invoca con un atteggiamento duro e diffidente. È probabile che queste posizioni siano motivate anche da questioni politiche interne, cioè austriache. Ma questo non migliora le cose, anzi.
Le lancette della storia riportate indietro
La costruzione del muro del Brennero potrebbe diventare il simbolo del fallimento dell’Europa sulla questione dei profugh. Proprio il Brennero, che è più di un passaggio tra le Alpi, più di un asse tra i mondi. In Sudtirolo, che per un secolo ha sofferto a causa della separazione dal resto del Tirolo, l’eliminazione della barriera era stata percepita come una riparazione di un’ingiustizia storica. Tutt’a un tratto, il passo che prima divideva le due regioni era diventato un elemento unificante. Adesso si rischia di tornare indietro, di rinunciare a nobili conquiste.
Gli italiani dicono che l’Europa muore se il Brennero chiude. Sembra una visione drammatica, anche un po’ patetica. Ma è pure piuttosto realistica.
(Traduzione di Floriana Pagano)
Fonte: Internazionale
mercoledì 27 aprile 2016
Sarà l'acqua il business del futuro?
Di Marco Cedolin
L'acqua costituisce dal 55 al 70% del nostro peso corporeo ed è consaputo come l'essere umano possa sopravvivere alcune settimane (fino ad un mese) senza mangiare, ma solamente pochi giorni senza assumere liquidi. L'acqua non è indispensabile solamente per idratare il nostro organismo, ma anche per cucinare, per mantenere la nostra igiene, per coltivare la terra.
Le riserve mondiali di acqua per abitante, in mezzo secolo fra il 1950 ed il 2000 si sono dimezzate, passando da 16.800 m³ a 7.300 m³ e sono ulteriormente calate del 40% negli anni successivi fino a 4800 m³.....
Attualmente nel mondo 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile, mentre 2 miliardi di persone soffrono di carenze sanitarie a causa della scarsità e della cattiva qualità dell’acqua e secondo le stime più autorevoli le persone private del diritto all'acqua sfioreranno i 3 miliardi nel 2025. A causa della mancanza o della cattiva qualità dell'acqua muoiono ogni giorno circa 10mila persone e ogni anno perdono la vita 200mila bambini.
Questi numeri in tutta la loro drammaticità dimostrano in maniera inequivocabile come la disponibilità di acqua potabile costituisca uno dei beni più preziosi per la sopravvivenza dell'essere umano. Le grandi corporation che gestiscono le vite di noi tutti, questa realtà dimostrano di averla compresa da tempo, se è vero che già una quindicina di anni fa la rivista americana "Fortune" definiva il settore dell'acqua come il più remunerativo e consigliato per praticare investimenti, preferendolo perfino a quello del petrolio.
La sostituzione del "bene" acqua con la "merce" acqua sta proseguendo sempre più speditamente negli ultimi decenni. Ne sa qualcosa il governo argentino, costretto a pagare 21 milioni di euro di risarcimento alla multinazionale Impregilo, per averla danneggiata nella gestione privata del servizio idrico di Buenos Aires e ne sanno qualcosa i cittadini di Aprilia che nel 2005 dopo la privatizzazione del servizio idrico della loro città da parte della multinazionale francese Veolia sperimentarono incrementi nell'ordine del 300% delle loro bollette dell'acqua.
L'accesso all'acqua è un diritto troppo importante e fondamentale, per permettere che sia trasformato in merce e tradotto nel business miliardario delle multinazionali, ed occorre prenderne coscienza fin da subito, prima che ci si ritrovi a doverlo acquistare (se si ha la disponibilità per farlo) sul mercato un tanto al litro come se si trattasse di fare il pieno ad una pompa di benzina.
Fonte: IL CORROSIVO di marco cedolin
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venerdì 22 aprile 2016
Caro Renzi, cosa resterà dei ragazzi nati nel 1980? (e delle loro pensioni)
Il Presidente dell'Inps ci informa che i nati nel 1980 vedranno - forse - la pensione a 75 anni. Una cosa inaccettabile. La palla ora sta al governo, che deve dimezzare i contributi agli under 40. L'altra metà nelle nostre tasche.
di Boris Sollazzo
Boeri, come solo lui sa fare, lancia la bomba. Lo avete mai notato il buon Tito quando deve dare al suo paese una brutta notizia? Sembra quasi goderci, una sorta di Cassandra un po’ sadica, e di solito i suoi annunci sono apocalittici. Veri, ma catastrofici.
Bene, come se non fosse un problema, ha detto ai nati nel 1980 che andranno in pensione a 75 anni. Ora, da nato nel 1978 e da sempre precario, con contributi disseminati in tre diversi enti e con retribuzioni ridicole, dovrei disinteressarmi della cosa. In fondo nel mio lavoro c’è un’alta mortalità precoce anche tra chi non è inviato di guerra – e quindi presumibilmente alla pensione non ci arriverò mai -, ciò che verserò mi darà al massimo una mancia di 300 euro nel caso in cui arriverò all’età tanto ambita, infine sarei pronto a scommettere che dopo il 2045 quel mitico assegno (o bonifico) che arriva dopo il tuo ritiro dall’attività di lavorativa, sarà il premio per degli Hunger Games tra ultrasessantenni.
E però. E però Tito Boeri non può parlare così, impunemente. O meglio, il premier Matteo Renzi, il rottamatore, non può far sì che queste verità vengano diffuse senza alcuna reazione. Nella prima parte della sua avventura politica, quella che coincide con il 2012 per intenderci, ci ha detto in ogni modo che lui è per i giovani, contro la gerontocrazia. Ma negli ultimi tre giorni abbiamo scoperto che con i voucher, i ticket-lavoro si è creato un esercito di 1,5 milioni di precari (quasi tutti ragazzi) che lavorano in una sorta di quasi nero legalizzato e che, appunto, i giovani che Renzi vorrebbe trattenere in Italia, privilegiare rispetto alle altre generazioni, sono destinati a un futuro di schiavitù. Per dire, quasi quattro italiani su 10 muoiono poco prima o poco dopo i 75 anni. Molti, quindi, non avranno il meritato riposo dopo una vita di lavoro (uno nato nel 1980, a 75 anni potrebbe aver lavorato anche 55 anni).
E allora? Questo governo, se davvero vuole cambiare verso, deve sanare quella che ora è una ferita ma, presto, potrebbe divenire un abisso che potrebbe risucchiare questo paese.
Boeri ci dice una cosa evidente a tutti coloro che hanno meno di 40 anni: non solo, come racconta anche il bel film WAX, ci sono generazioni invisibili alla politica, alla società e alla comunicazione, ma il patto generazionale, tra diritti acquisti e diritti mai riconosciuti, non è più neanche sbilanciato, ma drammaticamente rotto.
Se la nuova età pensionabile è 75 anni, più di metà dei lavoratori pagheranno, con i loro contributi, solo le pensioni di padri, zii e nonni. L’altra metà, appunto, moriranno prima di vedere il primo bonifico dell’Inps (o simili). Ora, alcuni di voi diranno: sì, ma papà mi ha comprato casa. Vero, ma questo vuol dire: a) che la vostra classe sociale e l’eredità dei nonni presumibilmente ve lo ha permesso, b) che siamo passati dal patto generazionale, al ricatto generazionale. Non a caso molti figli se ne vanno tardi di casa, sentendosi dare pure dei bamboccioni, e poi si vedono i genitori andare a vivere dalla prole in una vecchiaia sempre più precoce, perché la rete familiare si è sostituita completamente a ogni modello di welfare.
E allora qual è la soluzione? Un cambio totale nella scala delle priorità del governo, a cui non basta il jobs act per cambiare il destino delle generazioni più giovani e penalizzate. Se non vorrà, Renzi, aver ideato solo un placebo, dovrà rompere le logiche di questo paese, soprattutto nel sistema previdenziale, che altrimenti, oltre che suicida, si rivelerà esplosivo.
Non credo che nessun cittadino sotto i 40 anni non voglia contribuire alla salute del proprio paese. Lo diceva anche Kennedy “non chiederti cosa il paese possa fare per te, ma cosa tu possa fare per il paese“. Benissimo. Siamo disposti a versare metà dei contributi che dobbiamo, per mantenere il tenore di vita di chi ci ha rubato opportunità, risorse e possibilità di crescere con un comportamento collettivo, sul lavoro e in generale nelle dinamiche di potere, vampiresco. Li perdoniamo e contribuiremo comunque alla loro sopravvivenza. Ma, e non si bolli la proposta come semplicistica, è necessario che l’altra metà vada nelle nostre tasche. E’ evidente che lo Stato non sappia, non possa e non voglia occuparsi di noi. Ci consenta almeno di non affogare in una fiscalità che ci sta soffocando.
Se proprio vogliono negarci il futuro, almeno ci consentano di migliorare il nostro presente. E magari, ai più lungimiranti di noi, consentire di provare a trovare un domani alternativo al menefreghismo del disservizio pubblico.
Altrimenti, presto, dovremo fare da soli.
Fonte: Giornalettismo
mercoledì 30 marzo 2016
La tecnologia ci rende più felici?
Di Marco Cedolin
Sono le 7,30 del mattino, Luciano si sveglia al suono del suo smartphone, si alza va in bagno a lavarsi e poi si siede a fare colazione. Mentre sorseggia il caffè, senza degnare sua sorella di uno sguardo, apre il social network, commenta i post di una mezza dozzina di "amici", guarda un paio di video e scrive un breve messaggio, augurando a tutti una buona giornata ed informandoli che lì c'è il sole e fa caldo. Si veste e scende nel box a prendere l'auto. Il termometro sul cruscotto segna 23 gradi, il computer di bordo lo informa sui consumi di benzina, il navigatore con voce suadente lo ragguaglia riguardo al percorso da seguire....
Mentre attraversa il telepass telefona Cristina, ma per rispondere non deve neppure togliere le mani dal volante grazie all'auricolare bluethoot, si accorda per un apericena in centro alle 18,30, cercando disperatamente di ricordare se l'appuntamento per il torneo di calcio online sia per le 22,30 o le 23, poco importa dopo manderà un messaggio a Max per domandarglielo.
La mattinata in ufficio scorre veloce, ogni tanto pubblica un post o un selfie sul social network, qualche battuta e qualche video che spezzi la monotonia. Verso mezzogiorno telefona al suo frigorifero, per sapere cosa deve acquistare il pomeriggio all'ipermercato, poi va al baretto con i colleghi a mangiare un piattino. La conversazione è scarsa, ognuno é immerso nel suo smartphone, impegnato a leggere o pubblicare sul social network, e quando si discorre lo si fa parlando di quel filmato o quella battuta che si sono appena visti, magari mentre si scatta una foto del piatto che ci si accinge a mangiare per condividerla online con gli "amici". Poi si paga, sempre con lo smartphone e c'è appena il tempo per un paio di telefonate e qualche messaggio prima di riprendere il lavoro. Max ha scritto che il torneo é alle 23, quindi per l'apericena c'é tempo.
Con Cristina passa un paio d'ore piacevoli, durante le quali fra il bip di una notifica e l'altra riescono a farsi qualche confidenza. Lei gli piace, ma è molto meno intrigante di alcune "amiche" che frequenta sul social network, forse un giorno potranno avere una storia o forse no. Mentre torna a casa va a fare la spesa, paga alla cassa automatica, poi ascolta le notizie facendosele leggere dallo smartphone e telefona al forno per accenderlo ed iniziare a riscaldarlo. Dopo cena si cimenta nel torneo di calcio online e poi, mentre lo smartphone è in carica, passa un paio d'ore nel social network con il televisore, prima di coricarsi, dopo avere impostato la sveglia sullo smartphone ed urlato alla luce "Spegni".
Il "Luciano" di qualche decennio fa, sicuramente si sarebbe alzato dopo il trillo della sveglia, avrebbe fatto colazione chiacchierando del più e del meno con sua sorella, si sarebbe scritto su un bigliettino la lista della spesa, avrebbe tirato fuori le monetine per pagare al casello e avrebbe ricordato la strada senza l'ausilio del navigatore. In ufficio fra un'incombenza e l'altra avrebbe trovato il tempo per qualche chiacchiera con i colleghi, al baretto avrebbe riso e scherzato in compagnia, avrebbe tirato fuori il portafoglio per pagare e prima di rientrare al lavoro si sarebbe recato in una cabina per telefonare a Max e Cristina. Al supermercato avrebbe pagato mentre faceva una battuta alla cassiera e una volta rientrato a casa avrebbe dovuto accendere il forno, approfittando di quel quarto d'ora di tempo per preparare la tenuta per andare a giocare a calcetto con Max. Dopo il calcetto avrebbero passato un paio d'ore in birreria con gli amici e prima di coricarsi avrebbe dovuto ricaricare la sveglia e spegnere la luce.
Verrebbe spontaneo domandarsi se sia in fondo più felice il Luciano di oggi o quello di trent'anni fa, ma la domanda partirebbe da un presupposto sbagliato. La tecnologia è un qualcosa di neutro che non rende migliori o peggiori, a prescindere da quanto se ne faccia uso. La qualità dei nostri rapporti con gli altri e lo spessore delle nostre conversazioni dipendono unicamente da noi, non dal mezzo tecnologico attraverso il quale eventualmente sono veicolati. Un bel rapporto di amicizia può avere la stessa valenza sia che si cementi intorno al tavolino di un bar, sia qualora venga portato avanti con l'ausilio di un social network, così come una conversazione di spessore può avvenire guardandosi negli occhi, ma anche scrivendo in una chat. Alla stessa stregua i discorsi sciocchi, le battute stupide, gli atteggiamenti volgari e via discorrendo, continuano a rimanere tali a prescindere dal fatto che ci sia o meno uno strumento tecnologico a mediarli.
La tecnologia è solo un mezzo, che possiamo usare più o meno smodatamente, ma non potrà mai farsi carico di responsabilità che sono unicamente nostre e in quanto tali ci appartengono, senza che si possa scaricarle sulle spalle di uno smartphone.
Fonte: IL CORROSIVO di marco cedolin
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mercoledì 23 marzo 2016
Salvini, lo sciacallo di Bruxelles
Curzio Maltese
Giornalista e scrittore, eurodeputato Lista Tsipras
Sono 73 gli europarlamentari italiani a Bruxelles e la maggior parte sono in questo tragico giorno qui, nella capitale d'Europa. Ma soltanto uno, Matteo Salvini, ha avuto il sangue freddo, la mancanza di scrupoli e di dignità umana d'inviare tweet e selfie dall'ingresso del Parlamento europeo, davanti alle camionette dell'esercito, per speculare al volo sulla tragedia che ha spezzato decine di vite innocenti e distrutto tante famiglie.
A pochi minuti dalla strage, senza un pensiero per le vittime, un attimo di umano dolore e di dubbio, concentrandosi solo sull'occasione che la propria presenza al centro della scena mediatica gli offriva. Naturalmente i siti dei giornali e le televisioni hanno premiato con entusiasmo questo desolante cinismo, dando ampio risalto alla disgustosa autopromozione del leader leghista.E qualcuno continua a dire che non ci hanno dichiarato guerra...— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 22 marzo 2016
Sveglia! Le preghiere non bastano più.#Bruxelles pic.twitter.com/LDf2kNxyHX
E di sicuro l'eroica presenza sarà al centro delle prossime puntate dei talk show all'italiana, questi pollai d'allevamento del cretinismo nazionale che hanno scelto da tempo e giustamente, dal loro punto di vista, Salvini come ospite più rappresentativo. Si tratta di un piccolo misero episodio di sciacallaggio politico fra tanti, ma ha il merito almeno di rivelare con chiarezza quanto la complicità di media superficiali e spregiudicati abbia contribuito in tutti questi anni ad allevare nel nostro Paese una mediocre, corrotta e cinica classe dirigente.
Fonte: L'Huffington Post
lunedì 21 marzo 2016
Perchè Barack Obama a Cuba è una svolta storica, nonostante lo sgarbo di Raul
Guida alla visita di Barack Obama a Cuba
di Andrea Mollica
Barack Obama è il primo presidente degli Stati Uniti a recarsi a Cuba dopo quasi 90 anni. La visita di Barack Obama a Cuba ha un elevato valore simbolico, anche se non rappresenta ancora una svolta completa nelle relazioni tra i due Paesi.
BARACK OBAMA CUBA LA PRIMA VISITA DI UN PRESIDENTE
La visita di Barack Obama a Cuba è il momento più importante del percorso di avvicinamento iniziato nel 2013 tra il presidente degli Stati Uniti e il leader Raùl Castro. L’arrivo di Barack Obama all’Havana simboleggia la svolta introdotta a fine 2014, quando il presidente americano e quello cubano hanno annunciato congiuntamente alcuni provvedimenti rivolti alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, come l’apertura delle ambasciate, la sospensione di alcune sanzioni e l’apertura parziale dei mercati. Tra Usa e Cuba però non c’è un riconoscimento pieno, come mostra anche la diplomaticamente fredda accoglienza riservata a Barack Obama, accolto a Cuba dal ministro degli Esteri e non dal presidente Raùl Castro.
BARACK OBAMA CUBA IL PROGRAMMA DELLA VISITA
La prima tappa della visita di Barack Obama è stata l’ambasciata degli Stati Uniti all’Havana, aperta da pochi mesi. Il presidente americano è arrivato a Cuba accompagnato da sua moglie Michelle, dalle figlie Melia e Sasha, e da sua suocera. Lunedì 21 marzo Barack Obama incontrerà Raùl Castro, il momento più importante della visita, e gli imprenditori locali, mentre martedì 22 marzo interverrà alla TV cubana e assisterà a un match di baseball. Ci sarà anche una riunione, privata, coi dissidenti cubani, mentre non è previsto un incontro con Fidel Castro, il leader della rivoluzione comunista che ha portato alla rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
BARACK OBAMA CUBA I PUNTI DI SCONTRO
La visita di Barack Obama a Cuba è solo una tappa di un percorso di normalizzazione che ha ancora molti ostacoli. L’embargo economico così come altre sanzioni criticate aspramente dal regime comunista sono ancora in vigore, visto che servirebbe un voto del Congresso per sospenderle. Ipotesi al momento assai difficile, vista l’aspra opposizione dei Repubblicani alla fine della contrapposizione con Cuba. Il rispetto dei diritti umani, i risarcimenti per gli espropri delle aziende americane ai tempi delle nazionalizzazioni comuniste e lo stato di Guantanamo sono ulteriori temi di scontro che la visita di Barack Obama non risolverà, anche se questo viaggio simboleggia l’intenzione del presidente di porre fine al periodo di scontro diplomatico.
Fonte: Giornalettismo
mercoledì 9 marzo 2016
In Libia serve un governo unico per fermare i jihadisti
Forze speciali tunisine a Ben Guerdane, vicino al confine con la Libia, dopo l’attacco dei jihadisti, il 7 marzo 2016. (Fathi Nasri, Afp)
Bernard Guetta, France Inter, Francia
Un vertice dopo l’altro, l’Italia dopo l’Europa, i profughi e la Turchia, l’8 marzo François Hollande aveva appuntamento a Venezia con il capo del governo italiano Matteo Renzi. Tra la grande indignazione degli ambientalisti dei due paesi, Hollande e Renzi hanno finalizzato il progetto di collegamento ferroviario tra Lione e Torino, ma il vero argomento dell’incontro era il caos in Libia, che preoccupa sempre di più gli europei e gli Stati Uniti.
Dalla morte dell’ex dittatore Muhammar Gheddafi, nell’ottobre 2011, la Libia non ha più un governo unico, ma ne ha due in lotta tra loro. Da una parte c’è quello di Tripoli, dominato dai Fratelli musulmani, movimento islamista ma non jihadista, mentre dall’altra c’è quello di Tobruk, più pluralista e moderato. Due governi significa nessun governo, e questa divisione ha favorito i jihadisti dello Stato islamico (Is), che si è impiantato in Libia e ormai ha il controllo della regione di Sirte, da dove avanza verso la frontiera tunisina e il Sahel.
Grazie all’occupazione di un porto, l’Is può esportare il petrolio sul mercato nero e acquistare armi. Questo ha permesso ai jihadisti di lanciare, il 7 marzo, un attacco contro il sud della Tunisia. Nonostante l’attacco sia stato respinto si tratta comunque di un fatto allarmante, perché questo nuovo santuario jihadista potrebbe presto diventare una base per nuovi attacchi terroristici in Europa, nel Maghreb e in Africa subsahariana.
La Libia è insomma diventata una fonte d’inquietudine estrema, tanto che l’evoluzione della situazione è seguita da vicino dagli occidentali, che hanno inviato in massa agenti dei servizi e uomini delle forze speciali per compiere sopralluoghi e spalleggiare i gruppi libici nemici dello Stato islamico.
Ma questo non significa che gli occidentali si preparino a intervenire nel paese, o quanto meno non nell’immediato.
"Gli europei e Washington temono impantanarsi nel caos libico e di sollevare l’ostilità dell’Algeria
Gli stati maggiori degli eserciti occidentali stanno valutando l’ipotesi di intervento e alcuni piani sono al vaglio. L’esercito statunitense ha appena presentato dalla Casa Bianca una trentina di obiettivi che in futuro potrebbero essere bombardati, ma negli Stati Uniti come in Europa la priorità resta il tentativo di costituire un governo comune a partire dai due esistenti, perché uno stato libico riunificato non avrebbe problemi a sbarazzarsi delle poche migliaia di miliziani dell’Is presenti nel paese.
Al momento gli europei e soprattutto Washington non vogliono intervenire in un paese sprofondato nel caos dove potrebbero rapidamente impantanarsi e dove la loro presenza sarebbe mal vista dalla vicina Algeria, incline a preoccuparsi di presunte nostalgie coloniali.
È per questo che gli occidentali giocano la carta della mediazione dell’Onu, il cui emissario Martin Kobler tenta di riavvicinare i due governi della Libia. Il problema è che il negoziato procede a rilento. Il 7 marzo François Hollande e Matteo Renzi hanno chiesto di accelerare questo processo, altrimenti l’intervento militare potrebbe diventare una possibilità sempre più concreta.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Fonte: Internazionale
sabato 5 marzo 2016
Dove va Roma
Domenica il PD sceglie con le primarie il suo candidato a sindaco nella città – e che città – dove ha vissuto le maggiori agitazioni politiche nel 2015
di Francesco Costa
C’è stato un momento, non molti anni fa, in cui Roma era Milano e Milano era Roma. Nel senso che Roma era la città accogliente, vivace, vivibile, funzionante, di moda; mentre Milano era la città in declino, impaurita, corrotta. Si leggeva su Repubblica nel 2002: «La città, finita la sua grande stagione industriale, sembra vivere in una sorta di eterna ordinaria amministrazione, in cui un giorno si insegue il problema delle periferie, il giorno dopo quello del traffico nel centro storico, e il giorno dopo ancora quello dei cartelli stradali. Ma si continua a rifiutare lo sforzo per definire la città, per definire il suo futuro. E quindi per fare gli investimenti necessari. E quindi, nonostante l’orgoglio e il talento dei suoi abitanti, Milano continua a essere la capitale di niente. La capitale di se stessa, cioè di un insieme di persone che non riescono a dare una definizione del luogo in cui vivono». Se oggi sostituite “Roma” a “Milano”, funziona lo stesso.
Questo ribaltamento ha molte ragioni, dal logoramento della qualità dell’amministrazione che si verifica spesso quando una sola parte politica si trova a governare una città per molti anni – il centrosinistra ha espresso il sindaco di Roma dal 1993 al 2015, con una sola pausa – alla disastrosa gestione della città proprio durante quella pausa, l’amministrazione di Gianni Alemanno e del centrodestra dal 2008 al 2013.
Oggi il comune di Roma ha una situazione economica particolarmente complicata – un debito da 14 miliardi di euro, quanto quello di una piccola nazione – che si è unita alle storiche e naturali difficoltà di amministrazione di una città estesa il doppio di Milano, Napoli, Torino e Palermo messe insieme. La sua decadenza negli ultimi anni è diventata praticamente parte del paesaggio: sono fioriti visitatissimi siti internet dedicati al cosiddetto “degrado” – il più letto, famoso e controverso è Romafaschifo – e gli episodi di disorganizzazione e malgoverno hanno riempito con straordinaria frequenza le pagine dei giornali, diventando a loro volta una specie di genere letterario. Da “affittopoli” a “parentopoli”, dalle assenze di massa dei vigili urbani la notte di Capodanno a Mafia Capitale, dalla sporcizia delle strade agli innumerevoli scioperi dei mezzi pubblici, Roma è diventata il simbolo di tutto quello che può andare storto in una città.
L’ultimo sindaco di Roma, Ignazio Marino, aveva scommesso le sue fortune politiche proprio sul suo essere meno romano degli altri: un ex chirurgo, peraltro nato a Genova e con proficue esperienze di studio e lavoro all’estero, è stato descritto per mesi dalla stampa come un alieno, un “marziano”, cosa che avrebbe dovuto permettergli di risolvere i problemi della città con un’efficacia che gli altri non avrebbero avuto. Non è andata così, e anzi la sua amministrazione si è conclusa in un modo traumatico che ancora divide la città e il centrosinistra che lo aveva sostenuto: alcuni giurano che Marino sia stato “fatto fuori” dal suo stesso partito proprio perché aveva provato a mettere le mani con radicalità nei molti problemi irrisolti di Roma, altri pensano che Marino sia finito incolpevolmente masticato dalle campagne di stampa organizzate contro di lui dall’opposizione (per esempio l’assurda storia delle multe), altri ancora sostengono che Marino si sia “fatto fuori” da solo per l’improvvisazione di molte sue azioni e l’inadeguatezza ad affrontare con le sole buone intenzioni i problemi di una città come Roma.
Chi vive in città e frequenta un minimo la sua politica racconta di un clima particolarmente cupo e incattivito, dove i problemi sono aggravati dall’assenza di una vera classe dirigente cittadina. Il centrodestra, che pure a Roma ha un certo radicamento e che dopo la tormentata fine della giunta Marino dovrebbe essere in teoria il vincitore naturale delle elezioni amministrative della prossima primavera, non ha ancora trovato un candidato a sindaco: ed è indicativo che il nome di Guido Bertolaso – la cui candidatura era stata annunciata come ufficiale qualche settimana fa – sia stato scartato dalla Lega Nord, che un tempo non avrebbe avuto alcuna voce in capitolo sulle cose politiche romane. Il Movimento 5 Stelle per sua natura in una situazione del genere dovrebbe prosperare, ma in questi anni non ha saputo davvero costruire una visibile leadership cittadina: e i suoi candidati a sindaco e a consiglieri comunali devono firmare un contratto che li impegna a consultare Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio prima di prendere qualsiasi importante decisione amministrativa, salvo non voler pagare una grossa penale – non proprio il massimo della trasparenza.
Il centrosinistra, nel frattempo, formalmente non esiste più o quasi. I partiti di sinistra che sono stati storici alleati del PD e dei partiti suoi predecessori nelle giunte romane degli anni Novanta e Duemila, infatti, sono parzialmente riuniti sotto l’ombrello di Sinistra Italiana – che comprende Sinistra Ecologia Libertà – e hanno presentato un loro candidato autonomo, Stefano Fassina. I sostenitori di Ignazio Marino – riuniti in un attivissimo gruppo Facebook che ha oltre 13.000 iscritti – sono ancora infuriati col PD e non escludono di presentare una loro candidatura autonoma alle amministrative: candidatura che potrebbe essere proprio quella di Ignazio Marino, che viene descritto da chi gli è vicino come molto indeciso.
Per quanto possa apparire paradossale, quindi, in un contesto del genere nessuno esclude davvero che le prossime elezioni amministrative possano essere vinte di nuovo dal PD: e domenica 6 marzo il PD sceglierà il suo candidato sindaco con le primarie, e senza che ci sia un grande favorito. I candidati sono sei.
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Fonte: Il Post
di Francesco Costa
I candidati alle primarie di Roma. (Roberto Monaldo / LaPresse)
C’è stato un momento, non molti anni fa, in cui Roma era Milano e Milano era Roma. Nel senso che Roma era la città accogliente, vivace, vivibile, funzionante, di moda; mentre Milano era la città in declino, impaurita, corrotta. Si leggeva su Repubblica nel 2002: «La città, finita la sua grande stagione industriale, sembra vivere in una sorta di eterna ordinaria amministrazione, in cui un giorno si insegue il problema delle periferie, il giorno dopo quello del traffico nel centro storico, e il giorno dopo ancora quello dei cartelli stradali. Ma si continua a rifiutare lo sforzo per definire la città, per definire il suo futuro. E quindi per fare gli investimenti necessari. E quindi, nonostante l’orgoglio e il talento dei suoi abitanti, Milano continua a essere la capitale di niente. La capitale di se stessa, cioè di un insieme di persone che non riescono a dare una definizione del luogo in cui vivono». Se oggi sostituite “Roma” a “Milano”, funziona lo stesso.
Questo ribaltamento ha molte ragioni, dal logoramento della qualità dell’amministrazione che si verifica spesso quando una sola parte politica si trova a governare una città per molti anni – il centrosinistra ha espresso il sindaco di Roma dal 1993 al 2015, con una sola pausa – alla disastrosa gestione della città proprio durante quella pausa, l’amministrazione di Gianni Alemanno e del centrodestra dal 2008 al 2013.
Oggi il comune di Roma ha una situazione economica particolarmente complicata – un debito da 14 miliardi di euro, quanto quello di una piccola nazione – che si è unita alle storiche e naturali difficoltà di amministrazione di una città estesa il doppio di Milano, Napoli, Torino e Palermo messe insieme. La sua decadenza negli ultimi anni è diventata praticamente parte del paesaggio: sono fioriti visitatissimi siti internet dedicati al cosiddetto “degrado” – il più letto, famoso e controverso è Romafaschifo – e gli episodi di disorganizzazione e malgoverno hanno riempito con straordinaria frequenza le pagine dei giornali, diventando a loro volta una specie di genere letterario. Da “affittopoli” a “parentopoli”, dalle assenze di massa dei vigili urbani la notte di Capodanno a Mafia Capitale, dalla sporcizia delle strade agli innumerevoli scioperi dei mezzi pubblici, Roma è diventata il simbolo di tutto quello che può andare storto in una città.
L’ultimo sindaco di Roma, Ignazio Marino, aveva scommesso le sue fortune politiche proprio sul suo essere meno romano degli altri: un ex chirurgo, peraltro nato a Genova e con proficue esperienze di studio e lavoro all’estero, è stato descritto per mesi dalla stampa come un alieno, un “marziano”, cosa che avrebbe dovuto permettergli di risolvere i problemi della città con un’efficacia che gli altri non avrebbero avuto. Non è andata così, e anzi la sua amministrazione si è conclusa in un modo traumatico che ancora divide la città e il centrosinistra che lo aveva sostenuto: alcuni giurano che Marino sia stato “fatto fuori” dal suo stesso partito proprio perché aveva provato a mettere le mani con radicalità nei molti problemi irrisolti di Roma, altri pensano che Marino sia finito incolpevolmente masticato dalle campagne di stampa organizzate contro di lui dall’opposizione (per esempio l’assurda storia delle multe), altri ancora sostengono che Marino si sia “fatto fuori” da solo per l’improvvisazione di molte sue azioni e l’inadeguatezza ad affrontare con le sole buone intenzioni i problemi di una città come Roma.
Ignazio Marino durante la campagna elettorale del 2013. (Roberto Monaldo/LaPresse)
Chi vive in città e frequenta un minimo la sua politica racconta di un clima particolarmente cupo e incattivito, dove i problemi sono aggravati dall’assenza di una vera classe dirigente cittadina. Il centrodestra, che pure a Roma ha un certo radicamento e che dopo la tormentata fine della giunta Marino dovrebbe essere in teoria il vincitore naturale delle elezioni amministrative della prossima primavera, non ha ancora trovato un candidato a sindaco: ed è indicativo che il nome di Guido Bertolaso – la cui candidatura era stata annunciata come ufficiale qualche settimana fa – sia stato scartato dalla Lega Nord, che un tempo non avrebbe avuto alcuna voce in capitolo sulle cose politiche romane. Il Movimento 5 Stelle per sua natura in una situazione del genere dovrebbe prosperare, ma in questi anni non ha saputo davvero costruire una visibile leadership cittadina: e i suoi candidati a sindaco e a consiglieri comunali devono firmare un contratto che li impegna a consultare Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio prima di prendere qualsiasi importante decisione amministrativa, salvo non voler pagare una grossa penale – non proprio il massimo della trasparenza.
Il centrosinistra, nel frattempo, formalmente non esiste più o quasi. I partiti di sinistra che sono stati storici alleati del PD e dei partiti suoi predecessori nelle giunte romane degli anni Novanta e Duemila, infatti, sono parzialmente riuniti sotto l’ombrello di Sinistra Italiana – che comprende Sinistra Ecologia Libertà – e hanno presentato un loro candidato autonomo, Stefano Fassina. I sostenitori di Ignazio Marino – riuniti in un attivissimo gruppo Facebook che ha oltre 13.000 iscritti – sono ancora infuriati col PD e non escludono di presentare una loro candidatura autonoma alle amministrative: candidatura che potrebbe essere proprio quella di Ignazio Marino, che viene descritto da chi gli è vicino come molto indeciso.
Per quanto possa apparire paradossale, quindi, in un contesto del genere nessuno esclude davvero che le prossime elezioni amministrative possano essere vinte di nuovo dal PD: e domenica 6 marzo il PD sceglierà il suo candidato sindaco con le primarie, e senza che ci sia un grande favorito. I candidati sono sei.
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Fonte: Il Post
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