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martedì 17 ottobre 2017

La giornalista che ha indagato sui MaltaFiles è morta nell’esplosione della sua auto

Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno agitando l'Europa


Daphne Caruana Galizia, la più nota giornalista investigativa maltese, è morta nell’esplosione della sua automobile a Bidnija, nella parte settentrionale dell’isola.

Secondo l’agenzia stampa Reuters non si tratta di un incidente, ma le circostanze sono ancora da verificare. Stando alle prime notizie diffuse dalla polizia maltese, la Peugeot 108 sulla quale si trovava la giornalista è esplosa a causa di un ordigno molto potente.

Caruana Galizia aveva seguito l’inchiesta internazionale sui MaltaFiles, secondo la quale la piccola isola del Mediterraneo sarebbe diventata un paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea.

Secondo la stampa maltese, Caruana Galizia aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte quindici giorni fa.

È stata inoltre la prima a diffondere la notizia del coinvolgimento nei Panama Papers di Konrad Mizzi e Keith Schembri, rispettivamente capo staff di Muscat e ministro dell’Energia e della Salute.

Una delle sue inchieste più recenti aveva lanciato ombre su Michelle Muscat, moglie del primo ministro, accusata di essere la beneficiaria di una società con sede a Panama che muoveva ingenti quantità di denaro su conti bancari in Azerbaigian.

Caruana Galizia, la cui carriera era iniziata nel 1987 sulle pagine del Times of Malta, aveva 53 anni e gestiva un blog molto popolare chiamato Running Commentary sul quale denunciava casi di presunta corruzione a Malta.

Tra i bersagli della giornalista anche il primo ministro maltese, Joseph Muscat, che ha definito l’attentato “un barbarico attacco alla libertà di stampa”.

“Non mi fermerò fino a quando non sarà fatta giustizia. Il nostro paese lo merita”, ha detto Muscat in un messaggio televisivo.

Inoltre, il politico quarantatreenne ha annunciato che l’FBI (Federal Bureau of Investigation), ente investigativo di polizia federale degli Usa, aiuterà nelle indagini mandando alcuni agenti sull’isola.

Adrian Delia, leader dell’opposizione maltese, ha detto che la blogger è stata vittima di “un omicidio politico”.

Delia ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per far luce sulle cause della sua morte: “Non accetteremo un’indagine condotta da polizia, esercito o magistratura, i cui vertici sono stati duramente criticati da Caruana Galizia”, ha aggiunto Delia.

Lo scandalo che la donna aveva fatto emergere aveva portato Joseph Muscat a indire elezioni anticipate lo scorso giugno, nuovamente vinte dal partito Laburista da lui guidato.

Quest’anno Caruana Galizia era stata inserita da Politico nella lista dei 28 personaggi che stanno “modellando e agitando l’Europa”.

I giornalisti dell’Espresso, con i quali Caruana Galizia aveva collaborato per i Panama Papers, hanno manifestato il loro cordoglio: “Apprendiamo con sgomento e dolore la notizia dell’uccisione della coraggiosa collega Daphne Caruana Galizia , vittima oggi a Malta di un attentato”.

“Il brutale omicidio di Daphne dimostra ancora una volta quanto un’informazione documentata e di denuncia sia percepita come un pericolo dai potenti e della criminalità organizzata”, si legge nell’articolo di commiato.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 24 aprile 2017

Gabriele Del Grande è tornato in Italia

Il documentarista italiano era stato liberato questa mattina, dopo avere passato due settimane in carcere in Turchia

Gabriele Del Grande insieme al ministro degli Esteri Angelino Alfano al suo arrivo all'aeroporto di Bologna, il 24 aprile 2017 (LaPresse - Massimo Paolone)

Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista italiano di 35 anni che da due settimane era detenuto in Turchia, è stato liberato ed è tornato in Italia. La notizia della liberazione di Del Grande era stata confermata dal ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, che aveva detto di avere avvisato i familiari di Del Grande dopo avere ricevuto dal suo collega turco, Mevlut Cavusoglu, informazioni sulla liberazione. Del Grande è arrivato all’aeroporto di Bologna questa mattina, intorno alle 10.30.



Gabriele Del Grande, che è di Lucca, era stato fermato dalla polizia ad Hatay, nella provincia sud-orientale al confine con la Siria, e tra il 9 e il 10 aprile era stato portato in carcere. Il ministero degli Esteri italiano aveva confermato la notizia, e dato informazioni sulle sue buone condizioni il 15 aprile, mentre solo il 18 Del Grande aveva potuto fare una telefonata verso l’Italia, comunicando a familiari e amici di trovarsi a Muğla, nella parte sud-occidentale della Turchia. Il ministero degli Esteri italiano aveva chiesto in più occasioni la sua liberazione “nel pieno rispetto della legge”.

Del Grande aveva raggiunto la Turchia il 7 aprile scorso per realizzare interviste a profughi siriani per il suo nuovo libro Un partigiano mi disse, dedicato alla guerra in Siria e alla formazione dello Stato Islamico (o ISIS). Secondo il governo turco, Del Grande si era spinto in una zona di confine nella quale non è consentito l’accesso ai giornalisti, da qui la decisione di arrestarlo. In un primo momento sembrava che la Turchia fosse intenzionata a espellere Del Grande entro poche ore dall’arresto, ma ciò non era avvenuto e la situazione si era fatta più complicata, con difficoltà da parte del ministero degli Esteri italiano a ottenere informazioni sulle sue condizioni.

Il 18 aprile il ministero degli Esteri aveva diffuso una nota nella quale confermava il proprio impegno, e quello dell’ambasciata italiana ad Ankara, per ottenere la liberazione di Del Grande. Il 21 aprile il documentarista aveva incontrato in carcere il console italiano e un avvocato di fiducia, per la prima volta dal momento del suo arresto. La vicenda e la scarsità di informazioni sulla prigionia avevano portato nei giorni scorsi a campagne e iniziative sui social network, coordinate con l’hashtag #iostocongrabriele.

Fonte: Il Post

giovedì 20 aprile 2017

Il calendario delle mobilitazioni per la liberazione di Gabriele Del Grande

Il blogger e documentarista toscano è bloccato in Turchia dal 10 aprile. La pagina Fb “Io sto con la sposa“ ha pubblicato l'elenco delle manifestazioni per il suo rientro

Del grande ha cominciato lo sciopero della fame per rivendicare i suoi diritti.

Gabriele Del Grande è un giornalista e documentarista specializzato nel seguire le problematiche legate all'immigrazione. È bloccato in Turchia dal 10 aprile. Le autorità di Ankara l'avevano fermato mentre si trovava in una zona del paese in cui non è consentito l'accesso.

Il blogger che si trovava in Turchia per alcune interviste ma secondo la polizia non era in possesso dei documenti necessari a svolgere attività giornalistica nel paese. Il suo rientro in Italia era previsto entro pochi giorni, ma la sua vicenda giudiziaria si è complicata.

-- LEGGI ANCHE: Chi è il giornalista Gabriele Del Grande e perché è bloccato in Turchia

In una telefonata alla sua compagna Del grande ha annunciato di aver iniziato lo sciopero della fame per il rispetto dei suoi diritti chiedendo la mobilitazione generale. A favore della liberazione di Gabriele sono state organizzate diverse manifestazioni.

La pagina Facebook “Io sto con la sposa” – che è anche il titolo dell'ultimo documentario del giornalista – ha pubblicato il calendario di tutti gli eventi in programma.



Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 4 gennaio 2017

Perché si parla di Grillo e dei giornali

Il leader del M5S ha proposto l'istituzione di una giuria popolare per punire chi diffonde notizie false, rispondendo a un'altra proposta del presidente dell'Antitrust

Beppe Grillo (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Oggi i principali quotidiani nazionali parlano dell’ultimo scontro tra Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, e i giornalisti. È cominciato ieri, quando Beppe Grillo ha pubblicato sul suo sito un post per rispondere a una precedente proposta del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che chiedeva l’istituzione di enti terzi indipendenti che rimuovano dalla Rete i contenuti palesemente falsi, le cosiddette “fake news”, o illegali. Grillo ha definito l’ente proposto da Pitruzzella un “tribunale governativo” e ha scritto che dovrebbe essere invece istituita una “giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media”. La proposta di Grillo è stata molto criticata, anche perché da diverso tempo il suo partito – e quindi il suo blog, gli account social collegati e molti altri siti controllati dal M5S – è considerato una delle principali fonti di disinformazione in Italia.

Pitruzzella aveva parlato della sua proposta per la prima volta durante un’intervista al Financial Times, quando aveva chiesto agli stati membri dell’Unione Europea la creazione di una rete di agenzie per combattere la diffusione delle notizie false. Secondo Pitruzzella, questo è un lavoro di cui dovrebbe farsi carico lo stato e che non può essere demandato completamente alle società che gestiscono i social media, come per esempio Facebook: «La post-verità in politica è una di quelle cose che guida il populismo e una delle minacce alla nostra democrazia. Abbiamo raggiunto un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è ora, il selvaggio west, o se stabilire delle regole che si adeguino al modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di queste regole e questo è il ruolo che deve avere lo stato». Pitruzzella era tornato sull’argomento qualche giorno dopo, ribadendo la sua proposta con una lettera aperta indirizzata al Corriere della Sera.

La proposta di Pitruzzella ha provocato la reazione di Grillo, che sul suo blog ha definito l’ente terzo che dovrebbe giudicare le notizie false “un bel tribunale dell’inquisizione” e poi ha parlato della possibilità di istituire una giuria popolare per fare lo stesso lavoro. Secondo Grillo, della giuria dovrebbero far parte cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali: «Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo».

Il post di Grillo è stato molto criticato. Enrico Mentana, giornalista e direttore del telegiornale di La7, ha scritto su Facebook che intende denunciare Grillo perché sul post pubblicato il logo del suo tg appare tra quelli definiti “fabbricatori di notizie false”. Altre critiche sono arrivate da diversi esponenti politici, tra cui il senatore Francesco Giro di Forza Italia, il deputato Stefano Pedica del Partito Democratico e il capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera Arturo Scotto. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, ha parlato di “linciaggio mediatico di stampo qualunquista” contro i giornalisti e ha accusato Grillo di minacciare e intimidire la categoria.

Fonte: Il Post

giovedì 14 gennaio 2016

I 100 eroi dell'informazione

I giornalisti che nel corso dell'ultimo si sono più distinti per il loro coraggio e le loro inchieste. Tra loro anche due italiani

Pino Maniaci.

L’organizzazione non governativa internazionale Reporters Sans Frontières, fondata nel 1985 in Francia e da allora sempre attenta alla libertà di stampa e alla promozione del giornalismo d’inchiesta, ha stilato una lista dei 100 “Eroi dell’informazione”.

Si tratta di giornalisti che si sono particolarmente distinti nel corso dell’ultimo anno per aver fatto onore al loro mestiere, investigando su temi pericolosi per la loro incolumità o battendosi affinché la stampa del proprio paese potesse essere più libera.

Molti dei premiati sono infatti provenienti da luoghi attualmente ancora poco sicuri per la circolazione delle notizie e poco propensi al pluralismo dell’informazione, come le ex repubbliche sovietiche, senza dimenticare la Russia di Putin.

In ambito internazionale, spiccano i nomi di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e Yoani Sanchez, blogger cubana che da anni combatte contro le restrizioni imposte dal regime del suo paese.

“Sono molto colpito, anche se non mi definirei un eroe, visto che faccio solo il mio lavoro di giornalista che vorrei continuare a fare nel migliore dei modi. Però sono grato a RSF per mantenere alta l’attenzione sul tema” è stata invece la dichiarazione di Lirio Abbate, giornalista dell’Espresso tra i due italiani inseriti nella lista.

Abbate, che fu l’unico giornalista presente alla cattura del capomafia Bernardo Provenzano nel 2006, è attualmente sotto scorta dopo le sue inchieste su Mafia Capitale, svolte quando ancora la magistratura non aveva colpito la rete criminale romana.

L’altro eroe italiano è invece Giuseppe Maniaci detto Pino, siciliano, che dal 1999 porta avanti la coraggiosa impresa nota come Telejato, telegiornale casalingo da lui condotto e dedicato alla lotta alla mafia proprio dal cuore del suo potere criminale, Palermo.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 29 ottobre 2015

Al blogger saudita Raif Badawi il premio Sakharov per la libertà d’espressione

La moglie di Raif Badawi, Ensaf Haidar (al centro), durante una manifestazione di Amnesty international per chiedere la liberazione del blogger saudita, a Ottawa in Canada, il 29 gennaio 2015. (Chris Wattie, Reuters/Contrasto)

Il parlamento europeo ha assegnato il premio Sakharov per la libertà d’espressione del 2015 al blogger saudita Raif Badawi, 31 anni, arrestato nel 2012 per oltraggio all’islam e condannato a dieci anni di carcere, mille frustate e una multa equivalente a circa 240mila euro. Il presidente del parlamento Martin Schulz ha rinnovato un appello per il suo immediato rilascio al re saudita Salman. La cerimonia di consegna del premio avverrà a Strasburgo il 16 dicembre 2015.
Badawi era candidato da socialisti, conservatori e Verdi che hanno anticipato su Twitter l’annuncio ufficiale di Schulz in plenaria. L’aula del parlamento europeo ha salutato l’annuncio con una standing ovation.
Badawi è stato condannato per la creazione del sito Liberal Saudi network, un forum di discussione sul ruolo politico e sociale dell’islam in Arabia Saudita. In gennaio ha ricevuto le prime cinquanta frustate: il resto della pena è stato sospeso per ragioni di salute, ma a giugno la corte suprema saudita ha confermato la condanna nonostante le proteste della comunità internazionale. La moglie di Badawi, Ensaf Haidar, e i loro tre figli hanno ottenuto asilo politico in Canada nel 2013.

In settembre è stato pubblicato anche in Italia 1000 frustate per la libertà (Chiarelettere), un’antologia degli interventi online di Badawi che trattano di diversi temi, come l’estremismo religioso, la primavera araba, il ruolo delle donne nella cultura islamica, e il rapporto con gli occidentali.
Badawi ha già ricevuto diversi premi. All’inizio di ottobre Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia e ideatore di una campagna in supporto di Raif Badawi attraverso la fondazione Jimmy Wales, ha ritirato in sua vece il premio Pen Pinter: il blogger saudita ne è stato insignito insieme al poeta britannico James Fenton, che ha fatto il suo nome per ricevere il riconoscimento.

Il premio Sakharov, che deve il suo nome al fisico e dissidente sovietico Andrej Sakharov, è stato istituito nel 1988. Ogni anno viene consegnato a persone o organizzazioni che hanno contribuito alla lotta per i diritti umani e la democrazia. Gli altri candidati per il 2015 erano il movimento di opposizione venezuelano Mesa de la unidad democrática e il leader dell’opposizione russa Boris Nemtsov, assassinato il 27 febbraio di quest’anno.

Fonte: Internazionale

mercoledì 28 ottobre 2015

La polizia turca ha occupato due tv alla vigilia delle elezioni

Le manifestazioni contro il commissariamento del gruppo editoriale Koza İpek a Istanbul, in Turchia, il 27 ottobre 2015. (Ozan Kose, Afp)

La polizia turca ha preso il controllo stamattina della regia di due emittenti private vicine all’opposizione, Bugün tv e Kanaltürk, di proprietà del gruppo Koza İpek. In diretta tv, gli agenti hanno prima disperso con i lacrimogeni e pistole ad acqua i dipendenti che cercavano di difendere l’ingresso della sede di Istanbul che ospita le due televisioni, per poi occupare i locali delle redazioni e della regia insieme agli amministratori nominati dal tribunale.

Il gruppo editoriale è stato messo sotto tutela dalla magistratura perché accusato di finanziare, reclutare e fare propaganda per conto del magnate e imam Fethullah Gülen, a capo di una rete di ong e mezzi d’informazione definita un’“organizzazione terroristica” dalle autorità di Ankara.

La settimana scorsa le autorità turche avevano annunciato l’interruzione delle trasmissioni di sette canali di opposizione dall’operatore satellitare di stato Türksat. Ora la censura colpisce la holding che controlla il gruppo editoriale di cui fanno parte i quotidiani Bugün e Millet e i canali Bugün tv e Kanaltürk.

Ex alleato del presidente Recep Tayyip Erdoğan, Gülen è diventato il suo principale avversario politico ed è accusato di aver creato uno “stato parallelo” con l’intenzione di rovesciare il presidente attraverso false rivelazioni sulle presunte tangenti intascate da vari ministri poi costretti alle dimissioni nel dicembre del 2013. Gülen vive negli Stati Uniti dal 1998.

La polizia ieri ha fatto incursione nella sede della Koza İpek per notificare il provvedimento del tribunale di Ankara che ne affidava la gestione a un’amministrazione controllata. L’iniziativa ha scatenato le proteste delle associazioni di giornalisti turchi e dell’opposizione. Diversi osservatori internazionali, come l’ambasciata statunitense ad Ankara, hanno espresso preoccupazioni sul clima politico alla vigilia delle importanti elezioni politiche anticipate di domenica 1 novembre.

Il rischio per la libertà di espressione nel paese è confermato anche da un’altra notizia pubblicata dal quotidiano Hürriyet, secondo cui la magistratura turca ha aperto un fascicolo per “insulti” a Erdoğan a carico di due ragazzi di 12 e 13 anni, accusati di aver stracciato una locandina col ritratto del presidente.

La procura di Diyarbakır, nel sudest del paese, avrebbe chiesto per i due imputati pene dai quattordici mesi ai quattro anni e otto mesi di carcere, in virtù del discusso articolo 299 del codice penale (vilipendio al presidente), che era stato introdotto subito dopo la soppressione dell’articolo 301 (insulto alla nazione turca), abrogato nel 2008 in conformità ai criteri di avvicinamento all’Unione europea.

Non è la prima volta che dei minorenni rischiano il carcere per questo motivo e il 9 ottobre scorso – sempre con l’accusa di vilipendio – era stato arrestato il caporedattore del quotidiano Zaman, Bülent Kenes. Dal 2014 quasi trecento tra giornalisti e blogger sono stati incriminati con lo stesso capo d’imputazione.

Fonte: Internazionale

sabato 27 giugno 2015

Un appello alla stampa responsabile

Perché non recensire ogni giorno i siti web virtuosi e segnalare quelli che spacciano bufale? Un servizio al pubblico sempre più necessario


L'opinione di Umberto Eco

Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.

La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.

Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.

È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. E alcune scomposte reazioni che ho poi visto in rete confermano la mia ragionevolissima tesi. Addirittura, qualcuno aveva riportato che secondo me in rete hanno la stessa evidenza le opinioni di uno sciocco e quelle di un premio Nobel, e subito si è diffusa viralmente una inutile discussione sul fatto che io avessi preso o no il premio Nobel. Senza che nessuno andasse a consultare Wikipedia. Questo per dire come si è inclini a parlare a vanvera.

Un utente normale della rete dovrebbe essere in grado di distinguere idee sconnesse da idee ben articolate, ma non è sempre detto, e qui sorge il problema del filtraggio, che non riguarda solo le opinioni espresse nei vari blog o twitter, ma è questione drammaticamente urgente per tutti i siti web, dove (e vorrei vedere chi ora protesta negandolo) si possono trovare sia cose attendibili e utilissime, sia vaneggiamenti di ogni genere, denunce di complotti inesistenti, negazionismi, razzismi, o anche solo notizie culturalmente false, imprecise, abborracciate.

Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.

Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno.

Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avrà bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al di fuori della redazione. È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa.

Fonte: L'Espresso

Leggi anche: Umberto Eco: "Con i social parola a legioni di imbecilli"

venerdì 12 giugno 2015

Prigione e frustate per il blogger che contesta l’Islam

Già in carcere da tre anni, Raif Badawi si è visto aumentare la pena dopo aver definito “codardo” l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo


Mille frustate. Cinquanta alla volta, sulla pubblica piazza. Per 20 settimane. E solo per aver espresso la propria opinione. La Corte suprema dell’Arabia Saudita ha confermato la sentenza che nello scorso gennaio ha condannato il giovane Raif Badawi per aver scritto della sua ideologia “laica”, contro l’estremismo religioso e a favore della libertà di pensiero. Sentenza che comprende anche dieci anni di carcere e una multa di un milione di rial sauditi (circa 267mila dollari). Nonostante la mobilitazione di Amnesty International e di molti Paesi occidentali, l’Arabia distrugge quindi definitivamente la vita del blogger e della sua famiglia (moglie e tre figli), che è in esilio in Canada dal 2012 e difficilmente potrà riabbracciarlo. A marciargli contro perfino il padre, apparso in tv annunciando di volerlo diseredare. Mentre la sorella Samar, anche lei attivista e moglie di un altro “prigioniero di coscienza”, l’avvocato per i diritti umani Waleed Abu al-Khair, invita alla lotta e alla resistenza: «La storia darà ragione a coloro che lottano per la libertà».

Il liberalismo? Vivi e lascia vivere L’odissea di Raif è cominciata tre anni fa, dopo la chiusura del suo sito “Free Saudi Liberals”, finito nel mirino delle autorità arabe per contenuti blasfemi e per “aver insultato l’Islam via web”. Il trentunenne, rappresentante di quella parte di generazione araba aperta e cosmopolita, scettica e contestatrice, sul blog creato nel 2008 provava a ridimensionare lo stretto rapporto tra religione, potere politico e società: «Nessuna religione ha mai avuto alcuna connessione con il progresso civile dell’umanità. Non è colpa della religione, ma del fatto che tutte le religioni rappresentano una precisa relazione spirituale tra l’individuo e il Creatore». Parole che, alle orecchie delle intransigenti autorità arabe, hanno suonato come bestemmie. Da qui in avanti un escalation di accuse che hanno portato all’arresto di Badawi per apostasia, ovvero tradimento e abbandono della propria religione: «Il secolarismo rispetta tutti e non offende nessuno – affermava ancora il blogger – È la soluzione pratica per far uscire i Paesi, compreso il nostro, dal Terzo al Primo Mondo». Un’idea suggestiva, basata su una sorta di moderno liberalismo, che per Raif «significa semplicemente “vivere e lascia vivere”. Ma l’Arabia Saudita che rivendica l’esclusivo monopolio della verità è riuscita a screditarlo agli occhi del popolo».

Un orrore cominciato a gennaio All’inizio del 2015 le guardie carcerarie gli hanno inflitto i primi 50 colpi sulla schiena, davanti ad una folla di fedeli a Jeddah, seconda città dell’Arabia. Le frustate seguenti sono state rinviate più volte per motivi di salute. Poi la protesta (anche da parte degli Usa), i sit-in di Amnesty International e la presa di posizione di numerosi premi Nobel. Ma nulla è cambiato, l’Arabia non accetta l’intrusione straniera nei suoi affari interni, e nemmeno il ricorso giudiziario alla Corte suprema è servito. Fonti giornalistiche spiegano che solo il perdono reale potrebbe salvare Badawi. Intanto, però, la sua sorte appare segnata. Diceva il blogger nel 2010: «Appena un pensatore inizia a rivelare le sue idee arrivano centinaia di accuse di infedeltà, solo perché ha avuto il coraggio di discutere i temi sacri. Temo che i pensatori arabi emigreranno in cerca di aria fresca per sfuggire alla spada delle autorità religiose».

Fonte: Diritto di critica

mercoledì 29 aprile 2015

Bufale e giornali, quando i clic sostituiscono la serietà

Le notizie false girano sul web ad una velocità impressionante. Anche colpa dei giornali online. Che non verificano e non rettificano


Ricordate quando sono stati ritrovati in Messico i corpi degli studenti rapiti in una fossa comune? E la notizia della donna che si è fatta impiantare il terzo seno? O la più recente notizia dell’abolizione del bollo per l’auto? Per non parlare delle arance infettate con Aids e quella della bambina malata ibernata in attesa di nuove cure? Beh, se ve le ricordate forse non sapete che tutte e tre queste notizie che sono circolate in rete tra lo scorso autunno e questa primavera hanno un unico comun denominatore: sono false.

Bufale, un tanto al chilo. È il prezzo del web. Se è vero che la rete consente a tutti di esprimere il proprio pensiero ad una sempre più ampia platea, è altrettanto vero che c’è un maggior rischio che notizie non verificate o certamente false passino da schermo a schermo e da tastiera a tastiera, diventando “vere”. Talvolta è colpa dell’ingenuità di chi scrivere, molto più spesso la creazione di bufale (e il loro effetto virale sui social network e sui giornali online) fruttano agli inventori e ai giornali che li riprendono svariate migliaia di euro di ritorno pubblicitario. E non mancano poi le bufale create ad arte come quelle prodotte da regimi autoritari. La Russia, per esempio, è uno dei paesi che maggiormente utilizza la propaganda via web per far passare una certa e predeterminata visione della situazione in Ucraina. Tra i fake più clamorosi quella foto satellitare che ritrarrebbe il volo civile abbattuto sui cieli ucraini da un Mig di Kiev. Peccato che la foto sia un clamoroso falso che ha girato sul web ad una velocità impressionante, diventando per molti, anche grazie alle cosiddette “pagine” di contro-informazione, “verità accertate” e “prove inconfutabili”.

Un libro per riflettere. Craig Silverman, giornalista canadese esperto di bufale sul web, ha scritto un interessante libro “Bugie, bugie virali e giornalismo” (tradotto in italiano e distribuito gratuitamente in ebook da il Post), un ottimo manuale per chi produce informazione ma importante compendio anche per chi sulla rete si informa, per conoscere i meccanismi che stanno dietro ad una bufala: propaganda politica, interessi pubblicitari o fake per colpire aziende concorrenti. Lo potete scaricare qui.

La rettifica, questa sconosciuta. Silverman spiega come i giornali online spesso non verificano notizie false e, anche quando la bufala è conclamata, raramente rettificano la notizia. Quasi mai vengono corretti i primi articoli, ma vengono – semmai – scritti dei nuovi per specificare meglio la notizia o per chiedere venia ai propri lettori. In questo modo, però, la bufala rimane online e continua a girare per mesi, se non – addirittura – per anni. Così, l’industria del falso si alimenta da sé: produce guadagni ai creatori del fake (o un ritorno non necessariamente economico) e ai giornali che l’hanno ripresa, e genera caos informativo sui social network dove è sempre più difficile distinguere le notizie vere da quelle false. E non aiuta nemmeno più autorevolezza della testata che la riporta. Anzi, una buona fascia degli utenti di internet è più propensa a credere ad un blog sconosciuto che ad un giornale storicamente affermato.

Razzisti, narcisi e Lercio. Il fenomeno è mondiale e non interessa solo l’Italia. Nel nostro Paese esistono siti di propaganda politica (soprattutto di estrema destra e filo-Putin) che pubblicano notizie false o inesatte soprattutto contro immigrati, politici e personaggi famosi. A farne le spese, proprio in questi giorni, è Gianni Morandi che aveva difeso i migranti e per questo “colpito” sul web con una foto bufale di una sua presunta villa (“Dove può ospitare gli immigrati”), che poi si è scoperto sia un ospizio. Ci sono poi i creatori di bufale che potremmo definire “narcisi”. È il caso di Ermes Maiolica, già scovato dalla trasmissione Le Iene qualche mese fa, che firma tutte le bufale che fa girare sul web. E non mancano nemmeno i siti satirici come l’oramai noto “Lercio”. In realtà, questo è un sito di satira che produce bufale per irridere il mondo dell’informazione. Il problema è che ci sono ancora giornali che prendono Lercio come fonte attendibile pur essendo chiaro l’intento provocatorio.

Fonte: Diritto di critica

martedì 3 marzo 2015

Internet in Cina, così il governo controlla e censura

Viaggio nel web di Stato cinese, tra grandi fratelli, protezionismo, e qualcuno che non ne può più

Cecilia Attanasio Ghezzi, China Files

Credits: WANG ZHAO/AFP/Getty Images

«Oltre la Grande muraglia, possiamo raggiungere qualunque angolo del mondo». Una frase che è passata alla storia. Si tratta della prima entusiasta email spedita dalla Cina. Era il 14 settembre del 1987, una data che segna un traguardo raggiunto e un nuovo inizio. Oggi, a quasi trent'anni di distanza, gli internauti cinesi battono tutti i record: otre 649 milioni di utenti e quattro milioni di siti. E sono cinesi quattro delle dieci più grandi aziende dell'information technology (It) a livello globale. Il commercio online ha superato i numeri degli Stati Uniti e continua a crescere a ritmi vertiginosi. Nel 2014 le transazioni hanno superato i duemila miliardi di dollari, il 25 per cento in più rispetto all'anno precedente. È le previsioni parlano di un tasso di crescita che si manterrà costante anche quest'anno. Un mercato che nessuno può permettersi di ignorare, ma con caratteristiche tutte proprie. Prima tra tutte il Grande Firewall, anche per questo quella prima mail suona profetica.

Una moderna muraglia

La grande muraglia è una delle opere d'ingegno più mastodontica e duratura che la civiltà umana ha prodotto. Non sempre ha tenuto lontano i “barbari”, ma li ha fatti entrare nell'Impero di mezzo in maniera controllata. Nei secoli alcuni temuti nomadi hanno perfino preso il potere e creato nuove dinastie. Non prima però di essersi conformati alla cultura locale. Varcare la Grande Muraglia significava essere consapevoli della grandezza della civiltà cinese, saper trattare con i mandarini e, soprattutto, adeguarsi alle loro regole. Il Grande Firewall, moderna muraglia digitale, è nato nel 1996 più o meno con lo stesso antico scopo: controllare le informazioni che entrano nel paese ed evitare l'ingresso di quelle più “pericolose”. Negli anni si è trasformata in una vera propria infrastruttura capace di bloccare parole chiave, pagine e perfino interi domini web. Provate a digitare le parole sulla lista nera, a entrare nel sito del New York Times o ad accedere a Twitter dal territorio cinese. Il risultato sarà sempre lo stesso: “errore 404”, “pagina non trovata”.

Sovranità della rete

Il Partito, quell'entità che nella Repubblica popolare si sovrappone quasi completamente allo Stato, è riuscito così in qualcosa che in pochi avrebbero creduto realizzabile: la costruzione di un internet nazionale, in tutto e per tutto simile al resto della rete. Ma separato. All'interno gli internauti cinesi si muovono come i loro colleghi nel resto del mondo. L'ambiente è caotico, ci sono blog, chat e informazioni. Si può giocare, vedere film, ascoltare musica e fare shopping. Ma a guardia dell'intero traffico ci sono paternalistici censori che giudicano, secondo le direttive del Partito, su cosa è giusto discutere e quali sono i social e le applicazioni che rispettano le (loro) regole.

La parola d'ordine è “wangluo zhuquan”, ovvero “sovranità sulla rete”. Una politica che si è fatta più chiara e pressante dopo le rivelazioni di Snowden secondo le quali gli Stati uniti avrebbero spiato il cyberspazio cinese per anni arrivando a intercettare l'ex presidente Hu Jintao il ministro del commercio e ad accumulare illegalmente dati di banche e aziende importanti come la Huawei. Anche per questo Xi Jinping, da quando è al potere, ha cercato di centralizzare ulteriormente il controllo su Internet attraverso la creazione di due nuovi organi: il Gruppo dirigente centrale per il cyberspazio, presieduto da lui stesso, e l'Ufficio di informazione per l'Internet dello stato, diretto da Lu Wei. Il primo dovrebbe sovraintendere e sviluppare «le strategie nazionali, i piani di sviluppo e le politiche più importanti» mentre il secondo di trasformarle in legge e farle applicare. Il presidente non si stanca di affermare che le tecnologie internet non devono violare la “sovranità sulla rete” del paese, mentre il secondo ripete senza sosta che alle aziende straniere è permesso fare affari in Cina solo in obbedienza alla legge cinese. In un editoriale aperto, ospitato dall'Huffington Post, è stato ancora più esplicito: «Le aziende statunitensi che operano in Cina dimostrano che chi rispetta la legge cinese può sfruttare le opportunità offerte dalla rete cinese. Chi sceglie di opporsi sarà isolato e costretto ad abbandonare il mercato cinese».

Sovranità o protezionismo?

Il mercato It della Repubblica popolare dovrebbe crescere di un altro 11 per cento nel 2015, raggiungendo un giro d'affari superiore ai 460 miliardi di dollari. È senza dubbio un mercato che fa gola a molti. Bene, il governo cinese ha appena redatto la lista di computer e sistemi operativi che ministeri e pubblici uffici possono comprare e adoperare. L'anno scorso era sparito Windows8, quest'anno spariscono Cisco, Apple, Intel e McAfee a favore dei concorrenti locali. Complessivamente, il numero di prodotti che i ministeri possono inserire nei loro budget è più che raddoppiato salendo da 2 a 5mila, ma nessuna dei nuovi ingressi è un prodotto con marca straniera. Cisco, l'azienda americana concorrente alla sopracitata Huawei, nel 2012 aveva una sessantina di prodotti in questa lista. Quest'anno, stando alle fonti di Reuters, non ne avrà neanche uno. Potrebbe essere una risposta alle rivelazioni Snowden o semplicemente un caso di protezionismo economico. Di fatto risponde a entrambe le esigenze e mette in luce quanti erano in molti a sospettare. La Cina sta cercando di avvantaggiare le aziende cinesi a danno dei concorrenti stranieri. E questi ultimi hanno sempre più difficoltà ad operare sul suo mercato.

La camera di commercio europea ha recentemente emesso un comunicato in cui denuncia come la Repubblica popolare stia lentamente trasformando «internet in una intranet», una di quelle reti aziendali ad accesso ristretto, limitato o riservato per gli utenti. Questo, si legge ancora nel comunicato, influenza il mondo degli affari e di fatto «costituisce una tassa corporativa». L'80 per cento delle aziende europee intervistate - infatti - percepisce un ulteriore restringimento dell'accesso alla rete avvenuto tra la fine dell'anno scorso e l'inizio del 2015. Con conseguenti lungaggini nel lavoro quotidiano e nella comunicazione con le aziende madri, collocate fuori dalla Grande Muraglia.

Una gabbia dorata

Per definire l'Internet cinese, sempre più spesso i commentatori stranieri fanno ricorso alla definizione di “gabbia dorata”: può renderti ricco ma al prezzo di costanti limitazioni e compromessi. Da giugno scorso, i controlli su media e social media si sono fatti più frequenti e efficaci. E a seguito delle proteste di Hong Kong, la stretta del governo su internet si è fatta sempre più pesante. Instagram e Google sono stati bloccati completamente. Da ottobre le autorità hanno lanciato ripetuti attacchi contro Yahoo, Google, Microsoft e Apple. Gmail non funziona più da dicembre, neppure scaricando la posta su server terzi. Di fatto a chiunque abiti in Cina e voglia accedere a informazioni e social media in uso nel resto del mondo è indispensabile affidarsi a servizi che reindirizzano il traffico internet fuori dal Grande Firewall. Ma da gennaio, il governo ha colpito anche questi ultimi.

Una mossa arrivata quasi in contemporanea a un nuovo progetto di legge che insiste sul fatto che le aziende It che operano sul territorio cinese devono conservare i dati degli utenti in server ubicati all'interno della Repubblica popolare e garantire al governo l'accesso ai codici sorgenti dei loro software. Conoscere il codice sorgente di un programma significa anche avere accesso alle backdoor, quelle “porte di servizio” che consentono di superare in parte o in tutto le procedure di sicurezza attivate da un sistema informatico o un computer e permettono dunque di violarne la memoria e accedere a dati riservati. In poche parole, si tratta degli accessi principali attraverso i quali i censori possono monitorare da un computer remoto il traffico e le informazioni digitali su dispositivi altri.

È indubbio che questo ridurrà ulteriormente la già poca privacy a cui sono abituati gli utenti che si collegano dal territorio della Repubblica popolare, ma è altrettanto chiaro che le nuove misure saranno un nuovo ostacolo per quelle aziende straniere che vogliono lavorare nel mercato più grande e a più rapida espansione del mondo. Prova ne è che nessuno di loro ha ancora rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale in merito a questa nuova bozza di legge. Si trovano di fronte a un rompicapo. Difficile rinunciare al mercato cinese, ma altrettanto controproducente potrebbe essere spiegare un passo indietro sulla privacy a clienti e azionisti ubicati nel resto del mondo.

E intanto i concorrenti locali continuano a crescere. Bat, la triade dell'It cinese - Baidu (motore di ricerca), Alibaba (sito di ecommerce) e Tencent (social network) - ha registrato una crescita incredibilmente rara nel panorama dell'industria Internet globale: il 50 per cento in più nell'ultimo quadrimestre del 2014.

Niente più tunnel?

«Questo è solo un altro modo della Cina per dire “non vi vogliamo”». Così Astrill, uno tra i due vpn stranieri più utilizzati per superare la censura cinese, qualche settimana fa ha salutato con un pop up i suoi clienti. Se siete abituati a navigare nel mondo libero, probabilmente non ne avete mai sentito parlare. Il vpn o virtual private network è un servizio che cripta e reindirizza il traffico internet. Ad esempio questo articolo è stato scritto in una redazione a Pechino, ma la sua autrice risulta connessa da Hong Kong una città esterna al Grande Firewall. Bloccando gli strumenti di questo tipo, le autorità cinesi di fatto lasciano sempre meno possibilità di aggirare il Grande Firewall, forzando indirettamente gli internauti ad affidarsi ai servizi offerti dalle aziende cinesi.

Se il governo riesce a spingere sempre più utenti ad utilizzare i servizi offerti dalle aziende domestiche - che per inciso controlla più facilmente - è un'ulteriore passo in avanti verso quella che chiama pubblicamente “sovranità sulla rete”. Di questo passo, presto non avrà più bisogno di chiedere a Yahoo i dati dei suoi utenti o ad Apple di eliminare qualche applicazione dallo store cinese. E non dovrà neanche più intimare a LinkedIn di rimuovere i contenuti negativi sulla Cina dalla sua piattaforma. Perché? Perché saranno veramente pochi gli internauti all'interno della Grande Muraglia in grado di aggirare il Grande Firewall per utilizzarli. Peraltro al momento le vpn cinesi funzionano molto meglio di quelle straniere, soprattutto sugli smartphone. Un altro elemento che lascia pensare che, oltre alla censura sui contenuti scomodi, le considerazioni economiche siano sempre più importanti per chi regola l'intranet cinese.

Il peso economico della censura

È giusto e normale che la Repubblica popolare veda in Internet il grilletto che faccia esplodere la propria industria dell'innovazione, ma la sua attitudine al controllo potrebbe avere effetti negativi anche sulle aziende cinesi. Ne è convinto Jörg Wuttke, presidente della Camera di commercio europea quando asserisce che «le aziende cinesi sono frustrate quanto i nostri membri». Il problema è anche di infrastrutture. Pur ospitando la più vasta popolazione di utenti a livello mondiale, la Repubblica popolare si colloca 93esima per velocità della rete, il tasso di connettività è di media meno di un quarto di quello di Hong Kong. Ciò è dovuto all'incessante attività dei censori e al fatto che l'intero traffico nazionale ha soli tre punti di entrata e uscita dal paese: Pechino, Shanghai e Guangzhou.

La lentezza della rete influisce negativamente sulle ore-lavoro di qualsiasi impiegato. Per non parlare di chi fa dell'innovazione tecnologica il suo core business. Pin Wang fondatore di una start up di videogames a Pechino, sintetizza così la sua frustrazione al quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post: «Ciò che dovrebbe essere fatto in 15 secondi, prende dai tre ai cinque minuti con conseguenti ricadute sul lavoro. Siamo una start up e non abbiamo le risorse per trasferirci, ma ne riparleremo a tempo debito». Così mentre le grandi aziende dell'It cinese prosperano in assenza di competizione, quelle piccole o appena nate faticano ad affermarsi, strangolate dalle regole e dalla lentezza della rete nella Repubblica popolare.

La portavoce del ministero degli esteri Hua Chunying ha risposto alle accuse della Camera di commercio europea - a cui ha fatto subito eco quella americana - mostrando un rapporto Onu che dimostra come la Repubblica popolare sia diventata la principale destinazione degli investimenti esteri nel 2014. Un modo di mettere in dubbio la sfiducia che le due Camere di commercio che fanno base a Pechino registrano tra i propri membri. Ma i dati riportati evidentemente non tengono conto dello scontento che serpeggia tra gli imprenditori stranieri e cinesi. I primi si chiedono sempre più spesso fino a che punto si possa pagare per essere presenti sul mercato della seconda economia mondiale. I secondi stanno prendendo le loro decisioni. Un sondaggio di Barclays condotto tra i cinesi con un patrimonio personale superiore al 1,5 miliardi di dollari mostra come il 47 per cento programmi di lasciare la Cina entro i prossimi cinque anni. Piani quinquennali permettendo, verrebbe da aggiungere.

Fonte: Linkiesta.it

martedì 20 marzo 2012

I blog italiani della piattaforma Blogger sono stati reindirizzati ad un dominio .it

Non so se avete notato, ma da qualche giorno migliaia di blog italiani della piattaforma Blogger (compreso Informare è un dovere) sono stati reindirizzati al dominio "blogspot.it". Questi fino a pochi giorni fa avevano il dominio internazionale ".com". Tutto questo per permettere "una maggiore flessibilità nell'adeguamento di RICHIESTE DI RIMOZIONE VALIDE CONFORMI ALLE LEGGI LOCALI". Questa modifica mi puzza fortemente di censura. Quanto accaduto apre ufficialmente le porte al controllo dei contenuti dei blog italiani.

Visto su Niente Barriere

mercoledì 29 febbraio 2012

Bloggin day per Rossella Urru


Oggi è il bloggin day dedicato a Rossella Urru, volontaria rapita in Algeria il 22 ottobre da un gruppo armato. Il bloggin day è una giornata di sensibilizzazione per chiedere a gran voce la liberazione di Rossella Urru. Chi ha un blog può dedicare un post a Rossella oppure scrivere una semplice frase su Facebook.

http://www.rossellaurru.it/

giovedì 19 gennaio 2012

I Forconi in Sicilia, censurati dai TG

Abbiamo più volte sottolineato su queste stesse pagine, come la realtà costruita dai media mainstream si manifesti profondamente distonica rispetto al paese reale, fino al punto da costituire un vero e proprio mondo di fantasia, edificato a tavolino con la connivenza di pennivendoli ed anchor men compiacenti, con il solo scopo d’indirizzare l’opinione pubblica, laddove il potere finanziario e politico desidera che essa vada ad incagliarsi. Non desta pertanto il minimo stupore il fatto che alcune notizie vengano enfatizzate oltremisura, altre minimizzate, altre ancora semplicemente inventate (come dimenticare le fosse comuni di Gheddafi?) oppure ignorate completamente, senza alcun senso del pudore. 

Nonostante questa consapevolezza ha però del grottesco la cortina di omertà calata sulla protesta del movimento dei Forconi e di una composita serie di organizzazioni di autotrasportatori, pescatori, imprenditori agricoli e altre ancora, che da questa notte sembra stiano paralizzando parte del traffico della Sicilia, con l’intendimento di protrarre l’agitazione per almeno cinque giorni, per denunciare l’insostenibilità delle politiche economiche e finanziarie messe in atto e progettate dal governo Monti e più in generale lo stato di profonda prostrazione in cui stanno venendo a trovarsi un numero sempre maggiore di cittadini.

Scrivere “sembra” purtroppo è un esercizio che fa male…. 

perché la parola trasuda pressapochismo e scarsa professionalità, ma non potrebbe essere altrimenti, dal momento che le uniche notizie relative a quanto sta accadendo in Sicilia sono reperibili sui social network e su qualche blog giornalistico locale. Dove si parla di code agli svincoli delle principali arterie viarie siciliane e di cortei di protesta in alcune città, questo ad esempio è il video amatoriale di un corteo svoltosi a Gela. E queste in fondo all'articolo sono le dichiarazioni della signora Concetta, fattasi interprete di un accorato appello su facebook.

I media mainstream in queste stesse ore tacciono, reputando (e lasciando intendere) che in Sicilia non stia accadendo nulla che meriti attenzione, tutto tranquillo e nessun problema. Davvero la protesta in questione è una vicenda d’importanza ed incidenza così minimale da non meritare neppure un servizietto di 50 secondi, di quelli che comunemente vengono dedicati perfino al nuovo tatuaggio sfoggiato dal vip di turno? Oppure anche una piccola scintilla, in quest’Italia che per ordine di partiti e sindacati sta strisciando silenziosa ai piedi dell’usuraio, fa così paura da indurre la necessità di censurarla sul nascere, per non correre il rischio che qualche italiano ritrovi la dignità?

Forse lo sapremo fra poche ore o forse non lo sapremo mai, comunque se qualcuno è in grado di ragguagliarci in merito a quanto sta accadendo ed accadrà, si consideri il benvenuto. Se i giornalisti ormai hanno disertato, non resta altra speranza, se non quella che pochi volenterosi ne prendano il posto, con la speranza che essi possano raccontare almeno qualche scampolo di verità.

Fonte: IL CORROSIVO di marco cedolin

mercoledì 5 ottobre 2011

Wikipedia si autosospende contro la legge bavaglio


Ecco il comunicato che si può leggere su (tutte) le pagine di Wikipedia per protesta contro la legge bavaglio:

Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c'è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue, che può essere consultata in qualunque momento senza spendere nulla.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della "lesività" di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all'opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto —indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l'intera pagina è stata rimossa.

L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell'onore e dell'immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall'articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all'arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per "non avere problemi".

Vogliamo poter continuare a mantenere un'enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia
_________________________________________________

Il Disegno di legge - Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) del comma 29 recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Oggi l'unico strumento che rimane ancora libero, e consente una democratica circolazione delle notizie è internet. Per questo motivo la rete fa paura a chi comanda. O meglio, fa paura a chi comanda senza rispettare le leggi e le regole della democrazia. Per questo motivo questi stessi soggetti stanno cercando il sistema per porre un freno alla libertà di internet, per creare qualche legge che possa impedire a qualunque cittadino italiano di connettersi con il mondo e far sapere cosa ne pensa di quello che sta succedendo intorno a lui.

Ringraziamo per questo il nostro governo che propone leggi che censurano internet e l’informazione. E noi saremmo un paese libero e democratico?


P.S. su Facebook sono state create molte pagine che si schierano a favore di Wikipedia. Una di queste è la seguente: Rivogliamo Wikipedia - No alla legge bavaglio

venerdì 1 luglio 2011

Io non voglio essere cancellato


In estrema sintesi sta succedendo questo: il 6 luglio l'AgCom voterà una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice.
Siccome, con ogni evidenza, si tratta di una misura degna dei peggiori regimi, sarebbe il caso di rimboccarsi le maniche per evitare che venga approvata.

Cosa puoi fare:

- se sei un blogger scrivi un post, usando il logo che vedi qua sopra e riportando tutti i link, e diffondilo più che puoi tra quelli che conosci;
- vai alla pagina di Agorà Digitale in cui sono raccolti tutti i link, le iniziative e le proposte dei cittadini;
- firma e diffondi la petizione sul sito di Avaaz;
- partecipa e invita tutti i tuoi amici a "La notte della rete": 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti.

Mi sa che è ora di darsi da fare: altrimenti tra poco rischiamo di essere cancellati.
A me la prospettiva non piace per niente.
E a voi?

mercoledì 4 maggio 2011

Referendum di giugno: informare è un dovere...

Manca poco più di un mese ai referendum di giugno ma sono ancora molte le persone che non ne sono a conoscenza o che non sanno precisamente su cosa si basano i referendum. C'è un abisso poiché su internet ne parlano tutti mentre la Rai censura e i 'media tradizionali' tacciono. Inoltre il governo boicotta e le cricche gioiscono al solo pensiero di poterci far pagare un bene come l'acqua o di poter costruire tante belle centrali nucleari in giro per l'Italia. In tutto questo Berlusconi non sta nella pelle pregustando la possibilità che non si raggiunga il quorum sul quesito che più lo preoccupa, quello sul legittimo impedimento, e mettendo per questa via la parola fine al principio di uguaglianza davanti alla legge.

Il messaggio che lancio anche io è semplicemente quello di trasmettere una giusta preoccupazione, quella che il referendum venga affossato dalla censura poiché, come tutti sapete, se non vanno a votare il 50% più uno degli elettori, il referendum non sarà considerato valido. Per questo dobbiamo informare tutti, in qualsiasi modo: col passaparola e soprattutto su internet (blog e social network).

Un'altra iniziativa che tutti noi possiamo portare avanti, semplicissima ma molto significativa per informare che ci sono i referendum a giugno è quella degli sms. Ad esempio ciascuno di noi può inviare 2-3 sms a persone a noi vicine (parenti, amici, colleghi) con questo testo: "Il 12-13 giugno non prendere impegni, si vota il referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento, inoltra a 3 amici". Ci costa qualche centesimo ma lo riguadagneremo in salute e in diritti.


Informare è un dovere, non a caso questo blog si chiama così...

sabato 19 febbraio 2011

Uccidere i blog con la monotonia


Di questi tempi fare il blogger è diventata un'impresa improba. Uno si sveglia, fa colazione, si lava, si veste, poi decide di controllare quello che è successo in Italia aprendo la homepage di un qualsiasi quotidiano online: e là trova, nove volte su dieci, lo stesso titolo di due o tre giorni prima. Sono di sei o sette macrocategorie diverse, quei titoli, e si alternano periodicamente con una regolarità sconcertante: in testa ci sono le testimonianze della D'Addario, di Ruby, di Noemi e compagnia cantando, con annesse intercettazioni piene zeppe di culi flaccidi, kappa scritte negli sms al posto delle c, feste in perizoma e ambizioni di ingresso in liste bloccate o di assegnazione di immobili in zone residenziali più o meno immerse nel verde; va per la maggiore anche Berlusconi che dice di voler "andare avanti" perché la maggioranza è solida come una colonna di granito e loro sono il governo del fare prova ne sia che i sondaggi lo danno primo tra i leader mondiali con una percentuale variabile tra il 48 e il 51%, a seconda delle giornate; poi c'è Bossi che dice elezioni subito, anzi in primavera, anzi mai, vedremo, se la maggioranza c'è il governo non cade e se invece non c'è sì, il tutto mostrando il dito medio ai giornalisti più o meno una volta a bimestre, tanto per tenersi in allenamento; le proteste dell'opposizione, generalmente rappresentate da un vivamaria di "si dimetta", con rare eccezioni consistenti in non troppo convinti "vogliamo le elezioni", si attestano saldamente in quarta posizione; poi c'è la giustizia, come la chiamano loro, con tutta un'ampia gamma di lodi, controlodi, lodi di riserva, lodi rettificativi di altri lodi cassati dalla Corte Costituzionale, lodi collaterali, subordinati, di emergenza, per decreto; quindi la saga delle telefonate di qualcuno durante le trasmissioni di qualcun altro, con relativi insulti, polemiche, smentite e ricorsi ad assortiti e improbabili organismi di garanzia, e infine le esortazioni di Napolitano che dice viva la concordia, basta con le divisioni, comportatevi bene e il gatto è un animale indipendente.

Poi basta.

Ecco, voi capirete che fare il blogger in queste condizioni è pressoché impossibile, perché un povero cristo si ritrova a dover commentare ciclicamente sempre la stessa roba, con l'ovvia conseguenza che per quanta inventiva possa metterci finisce inevitabilmente per diventare un tantino monotono pure lui.

Oggi, per esempio, abbiamo ricominciato con la legge bavaglio: che per farti incazzare ti fa incazzare, e pure di brutto, però avvertiresti l'esigenza, come dire, di manifestare il tuo dissenso in un modo un po' diverso rispetto alla volta prima, e a quella prima ancora, e a quella prima ancora ancora, finché non ti accorgi che hai praticamente esaurito i mezzi espressivi a tua disposizione -post serio già fatto, video già fatto, canzone già fatta, generatore automatico già fatto- e finisci per desistere, tanto quello che stai per scrivere l'hanno già letto tutti un paio di mesi fa e fare un bel copia incolla sarebbe un cazzo e tutt'uno.

Insomma, questi hanno trovato il modo di neutralizzare i protagonisti della cosiddetta "informazione dal basso" senza prendersi neanche la briga di censurarli, di perseguitarli, di denunciarli, di metterli in carcere: semplicemente, li ammazzano di noia, avvolgendoli in una cappa di ammorbante monotonia e costringendoli a diventare più pallosi di loro.

Altro che rimbambiti: questi sono dei geni, e noi non ce n'eravamo accorti.

sabato 18 dicembre 2010

Piccolo sfogo

Qualche giorno fa, durante un dibattito su Facebook, ho avuto un diverbio con alcune persone riguardo questo blog. Mi hanno accusato di essere troppo di parte e di scrivere e pubblicare solo determinate notizie che fanno comodo a me e che vanno a ledere l'attuale governo Berlusconi. Con questo post vorrei chiarire alcune cose.

Innanzitutto nella presentazione del blog, in alto a destra, c'è scritto:

Informare è un dovere è un blog che nasce con lo scopo, o meglio il dovere, di informare correttamente tutti. La rete (nonostante i vari tentativi per imbavagliarla) rimane forse l'unico strumento di informazione libera. Ed è proprio la rete che dobbiamo sfruttare se vogliamo conoscere ed apprendere tante notizie che i media tradizionali ci forniscono in maniera non del tutto completa e precisa o, addirittura, non ci diranno mai.

Io cerco di informare correttamente tutti ma non con articoli e notizie che fanno comodo a me. Nella presentazione del blog non c'è mica scritto che questo blog è contro Berlusconi! Se non erro (e non voglio, credetemi):

- negli ultimi 2 anni (in pratica dall'apertura di questo blog) una serie di decreti ed emendamenti hanno cercato di zittire la rete (il c.d. bavaglio) e, manco a dirlo, sono stati presentati da deputati del PDL...
- la quasi totalità dell'informazione fa comodo ad altri, non di certo a me...

Dunque notate che i nodi vengono al pettine, come recita anche un famoso proverbio.

Ma detto questo, nel disclaimer del blog c'è scritto:

- PREMESSA IMPORTANTE: Questo blog è di sinistra, dunque fazioso.

Che il mio blog tende a sinistra, credo si noti e sia palese. Ma schierarsi apertamente non mi pare sia un dramma (non lo è mai stato). Ci sono anche tantissimi 'blog di destra'. Fa parte della democrazia. E poi penso anche che ognuno di noi è libero di fare quello che vuole. Fino a prova contraria, è democrazia anche questa.

Se a qualcuno non piace questo blog può liberamente scegliere di non tornarci più.

Andrea De Luca

mercoledì 6 ottobre 2010

Aggredito perché gay, nel locale gay più famoso del mondo

Due uomini sono stati arrestati per l’aggressione di sabato notte ai danni di un omosessuale nel bagno del famoso locale gay di New York, Stonewall: quello che nel 1969 vide nascere la prima resistenza gay alle vessazioni della polizia, nel cui anniversario si celebra ogni anno il gay pride. La vittima del pestaggio si chiama Ben Carver, ha 34 anni e ieri – stanco del sensazionalismo con cui alcuni giornali continuavano a trattare la notizia della sua aggressione – ha raccontato nei dettagli l’episodio sul suo blog per precisare quello che è successo.

Ero andato a New York per passare un weekend con il mio fidanzato. Ci eravamo incontrati con degli amici a Stonewall, famoso perché considerato il locale in cui iniziò il movimento di protesta per i diritti dei gay negli Stati Uniti. Stavo bevendo una cosa con i miei amici, ma ero perfettamente in possesso delle mie facoltà (in altre parole, non ero ubriaco). Sono andato in bagno, una stanza molto piccola con solo lo spazio sufficiente per due orinatoi e un lavandino. Due uomini mi stavano aspettando lì, uno stava orinando. Sono andato anch’io a fare la pipì accanto a lui, e lui mi ha chiesto se ero gay. Ho risposto di sì e gli ho chiesto, «Ma lo sai dove siamo?». Lui ha risposto: «In un bar gay. Non pisciare accanto a me frocio». Ero di buon umore quindi il suo commento mi è scivolato addosso. Ma poi l’altro uomo mi ha chiesto un dollaro. Gli ho risposto che non ce l’avevo. L’altro allora ha detto, «Che ne dici di venti?». Allora io mi sono messo a ridere e ho detto, «Non ho nessuna intenzione di darvi dei soldi». Ho chiuso la cerniera dei pantaloni e quando mi sono voltato ho realizzato che si erano messi davanti alla porta per bloccarla e che mi fissavano. A questo punto mi sono reso conto che la situazione poteva diventare violenta. Uno di loro ha detto, «non starai mica facendo resistenza, vero?». Risposi, «ho solo una carta di credito, non ho soldi in contanti ma anche se ne avessi non ve li darei». Poi ho fatto un passo indietro e ho detto, «non peggiorate la situazione, per favore spostatevi e lasciatemi uscire». A quel punto l’uomo che poi ho scoperto chiamarsi Matthew mi ha dato un pugno in faccia.

L’altro uomo, Orlando, mi ha placcato e mi ha bloccato le mani. Matthew mi ha colpito in testa circa quattro volte prima che riuscissi a sottrarmi. Considerando che il bagno era molto piccolo, non avevo molto spazio di manovra a disposizione. Tutto è successo molto rapidamente quindi non posso ricordare ogni singolo movimento, ma non credo ci sia bisogno di dire che è stato tutto molto violento mentre cercavo di fare di tutto per liberarmi. Mi ricordo tre distinte serie di colpi sferrati da Matthew sulla mia testa, separati da momenti in cui il nostro corpo a corpo gli impediva di colpirmi. Credo che mi abbia colpito in testa almeno una dozzina di volte. Sono riuscito a liberarmi facendo sbattere la schiena di Orlando contro Matthew e contro la parete. Quindi sono riuscito a liberare la mia mano sinistra, con cui ho colpito la faccia di Matthew tre o quattro volte. Quello mi ha consentito di guadagnare abbastanza spazio per liberarmi. A quel punto ho visto una bottiglia di birra che era stata lasciata nel lavandino. L’ho presa e ho cercato di colpire più forte che potevo una delle loro mani, ma l’ho mancata. Allora gliel’ho tirata contro. Loro si erano spostati indietro la prima volta che avevo agitato la bottiglia e questo mi ha dato abbastanza spazio per scappare dal bagno e correre verso il bar.

Avevo sangue che mi usciva dal mio occhio destro e ero molto stordito, ma ho appoggiato le mani sul tavolo da biliardo appena fuori dal bagno e ho cercato, guardando con il mio occhio buono, di trovare una palla da usare come arma, sapendo che loro erano subito dietro di me. Sul tavolo non c’era niente, allora mi sono voltato e ho visto che Matthew era già lì. Mi sono lanciato contro di lui e ho cercato di colpirlo con tutta la forza che avevo ma l’ho mancato. A questo punto i ricordi diventano più confusi. Ho sentito urlare, qualcuno mi ha preso dalle spalle e alcune persone si sono messe tra me e i due uomini. I due sono scappati dal bar e io ho subito detto al gestore del locale che avevo subito un’aggressione omofoba. Sono tornato in bagno per lavarmi la faccia dal sangue, poi sono tornato al bar, dove mi hanno dato un sacchetto con del ghiaccio. Sono rimasto lì, cercando di rimanere calmo e ho chiesto un whiskey mentre il mio fidanzato insieme ad alcune delle persone che lavorano nel locale cercavano di inseguire i due aggressori fuori. Ha chiamato la polizia mentre li inseguiva e alla fine la polizia è riuscita a prenderli, grazie soprattuto al lavoro di identificazione di uno dei due ragazzi del bar che li avevano inseguiti. Vorrei far notare che lo staff dello Stonewall non si fa mettere i piedi in testa facilmente. Sono quelli che piacciono a me. Mi piacerebbe molto offrire loro un drink.

I due ragazzi arrestati si chiamano Matthew Francis e Christopher Orlando e hanno 21 e 17 anni. Sono stati accusati di aggressione, crimine razziale e tentativo di furto.

Ho letto molti commenti lasciati online ai vari articoli che parlavano di questa storia e sono molto infastidito da quelli, sia gay che etero, che hanno reagito a questo episodio proponendo di rispondere con atteggiamenti altrettanto violenti. Credo che dobbiamo fare qualcosa di meglio di questi bulli e che non dobbiamo rinunciare al nostro potere fomentando pensieri di paura e di violenza. Non dobbiamo cedere a queste forme irrazionali di pensiero. Da parte mia, li ho perdonati immediatamente. La legge deciderà che punizione assegnare loro, e io cercherò di rispettare qualsiasi decisione verrà presa. Quello che spero, è che da qualche parte il giudice decida di inseriere l’obbligo per questi due uomini di essere informati sull’importanza di Stonewall, su quello che significa per la comunità gay e su quanto la vita umana sia preziosa e la violenza non sia mai accettabile.



- La storia di Stonewall: perchè si fa il gay pride