Visualizzazione post con etichetta Droga. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Droga. Mostra tutti i post

venerdì 9 febbraio 2018

L’autopsia sul corpo di Pamela Mastropietro non ha dato indicazioni conclusive sulle cause della sua morte


L’autopsia sul corpo di Pamela Mastropietro non ha dato indicazioni conclusive sulle cause della sua morte, dice una nota della procura di Macerata diffusa nel pomeriggio di oggi. Il corpo di Mastropietro era stato trovato lo scorso 31 gennaio smembrato e senza vestiti nelle campagne di Pollenza, vicino a Macerata. Mastropietro, che era originaria di Roma e aveva 18 anni, era nelle Marche dallo scorso ottobre ospite della comunità di recupero Pars di Corridonia per un problema di tossicodipendenza. Nell’ambito delle indagini sulla sua morte sono indagate due persone, una è accusata di concorso in omicidio, occultamento e vilipendio di cadavere, l’altra di concorso in spaccio di droga.

Fonte: Il Post

mercoledì 6 dicembre 2017

La Russia non parteciperà ai Giochi olimpici invernali del 2018

I Giochi olimpici invernali di Pyeongchang inizieranno il 9 febbraio 2018 e termineranno il 25 dello stesso mese

Credit: AFP PHOTO / Kirill KUDRYAVTSEV

Il Comitato olimpico internazionale ha deciso: la Russia non parteciperà ai giochi invernali del 2018 a Pyeongchang, in Corea del Sud.

Il bando è stato introdotto per punire le autorità di Mosca in relazione all’utilizzo massiccio di doping da parte degli atleti nella scorsa edizione del 2014, ospitate proprio dalla Russia a Sochi.

Secondo le indagini svolte dal Comitato olimpico internazionale, le autorità russe avrebbero avuto responsabilità evidenti nella vicenda, attraverso manipolazioni di leggi e sistemi anti-doping.

Responsabilità però sempre respinte dal Cremlino, che ha parlato di “manipolazioni politiche”.

Il Cio non ha però chiuso le porte alla partecipazione di atleti russi alla competizione.

Questi potranno gareggiare solo sotto bandiera neutrale e dovranno dimostrare di non essere mai stati coinvolti nel programma sponsorizzato dallo stato o aver fatto utilizzo di sostanze dopanti nel corso della loro carriera.

Gli atleti russi invitati a gareggiare si sfideranno sotto la bandiera olimpica, come avviene tradizionalmente per tutti coloro che competono al di fuori di una determinata federazione sportiva nazionale.

I Giochi olimpici invernali di Pyeongchang inizieranno il 9 febbraio 2018 e termineranno il 25 dello stesso mese.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 29 novembre 2016

L’ultimo guaio Lapo Elkann

Alcuni giornali statunitensi scrivono che è stato fermato e poi rilasciato a New York, e dovrà comparire in tribunale per aver simulato un sequestro

Lapo Elkann, Milano, 27 giugno 2016 (Guido De Bortoli/Getty Images)

Alcuni siti di news statunitensi tra cui The Daily Beast scrivono che lo scorso fine settimana Lapo Elkann, noto imprenditore italiano e fratello di John Elkann, presidente di FCA, è stato arrestato e poi rilasciato dalla polizia di New York per aver simulato un sequestro. Nei prossimi mesi dovrà comparire davanti a un giudice per la formalizzazione dell’accusa di falsa denuncia. La notizia è stata ripresa da altri giornali statunitensi che hanno aggiunto qualche dettaglio, ma non è stata confermata dalla famiglia Elkann: Daily Beast cita come sua fonte dei funzionari di polizia anonimi, quindi meglio prendere con una certa cautela i dettagli del racconto.

Secondo quanto riportato da Daily Beast e New York Daily News, Lapo Elkann sarebbe arrivato a New York per il giorno del Ringraziamento, il 24 novembre. Qui avrebbe contattato una escort transgender di 29 anni (secondo il New York Daily News, mentre il Daily Beast parla di “male escort”, cioè di un uomo) e avrebbe trascorso con questa persona due giorni in una casa di Manhattan consumando cocaina, alcol e marijuana. Finiti i soldi, la persona che era con Elkann avrebbe anticipato il denaro per comprare altra droga e lui per restituirlo avrebbe organizzato il falso sequestro, raccontando alla propria famiglia di essere stato trattenuto contro la sua volontà da una persona che gli avrebbe fatto del male se non gli avessero consegnato subito 10 mila dollari.

La famiglia di Elkann avrebbe a quel punto informato la polizia di New York della richiesta di riscatto. Un loro rappresentante avrebbe dato appuntamento a Elkann per la consegna e quando lui e la persona che era con lui si sono presentati, la polizia li avrebbe arrestati. Gli investigatori avrebbero accertato che l’idea era stata di Elkann: a lui sarebbe stata dunque consegnata una citazione a comparire in tribunale, mentre la persona che era con lui è stata rilasciata senza conseguenze.

Nel 2005 Lapo Elkann, che ha 39 anni, aveva rischiato di morire per overdose nell’appartamento di una donna transessuale a Torino. ANSA scrive di aver contattato delle fonti a lui vicine che hanno dichiarato «di non avere nulla da commentare o da aggiungere alla notizia circolata».

Fonte: Il Post

lunedì 21 novembre 2016

Una proposta sulla legalizzazione della cannabis è stata bocciata

Era un emendamento alla legge di bilancio, hanno votato contro PD e Lega: ma c'è ancora un disegno di legge in ballo alla Camera

(AP Photo/Ted S. Warren)

Domenica pomeriggio la commissione Bilancio della Camera ha cominciato a votare la legge di stabilità per il 2017, il più importante documento finanziario prodotto dal governo nel corso dell’anno. Diversi parlamentari all’opposizione di Sinistra Italiana e di Possibile, ma anche alcuni deputati del Partito Democratico, avevano presentato un emendamento per creare un monopolio statale sulla cannabis (come avviene per i prodotti del tabacco) e destinare le entrate aggiuntive alla ricostruzione delle zone italiane coinvolte dagli ultimi terremoti.

L’emendamento è stato bocciato dal Partito Democratico insieme alla Lega. L’emendamento si chiamava “Monopolio della cannabis e dei suoi prodotti derivati, nonché destinazione delle maggiori entrate all’emergenza sismica” e aggiungeva un articolo alla legge di bilancio. Era formato da tre articoli che sostanzialmente equiparavano la cannabis al tabacco. Il primo chiedeva che la coltivazione, la lavorazione e la commercializzazione della cannabis e dei suoi prodotti derivati fossero «soggette a Monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica». Il secondo stabiliva che l’Agenzia delle dogane e dei monopoli seguisse «direttamente tutte le fasi di lavorazione della cannabis» e le concessioni delle licenze per la coltivazione della cannabis e che il ministro dell’Economia stabilisse «il livello delle accise, il livello dell’aggio per la vendita al dettaglio, e le relative modalità di riscossione e versamento, nonché il prezzo di vendita al pubblico del prodotto». Il terzo proponeva che «le maggiori entrate (…) fino al limite massimo di 5 miliardi di euro annui» venissero versate in un apposito fondo istituito presso la presidenza del Consiglio dei ministri «finalizzato ad assicurare la garanzia pubblica per la concessione dei contributi diretti finalizzati all’assistenza della popolazione e alla ripresa economica nei territori interessati dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 e del 26 ottobre 2016». L’emendamento è stato bocciato dai deputati del PD e da quelli della Lega Nord: il Movimento 5 Stelle, oltre ai proponenti, ha votato invece a favore.

Era scontato che l’emendamento non sarebbe passato. Un provvedimento che prevede la legalizzazione del consumo della cannabis era stato presentato nel settembre del 2015 e aveva iniziato a essere discusso dalle commissioni parlamentari di Camera e Senato lo scorso gennaio. Il testo (a cui la maggioranza che sostiene il governo aveva presentato migliaia di emendamenti di fatto per bloccarne l’approvazione) era entrato in discussione alla Camera dei deputati lo scorso luglio. L’aula l’aveva rimandato in commissione e non è stata ancora calendarizzata una discussione. Dallo scorso luglio, dunque, la legge non ha fatto passi avanti.

Il progetto è sostenuto da più di 200 deputati riuniti nel gruppo interparlamentare “Cannabis legale” formato da deputati e senatori di PD, Movimento 5 Stelle, Possibile, Sinistra Italiana, Scelta Civica e Forza Italia. Prevede la possibilità di detenere e trasportare piccole quantità di cannabis (fino a 15 grammi di marijuana nella propria abitazione e fino 5 all’esterno), di coltivarla (fino a cinque piante di cannabis nella propria abitazione) e di acquistarla in negozi autorizzati. Nel ddl è anche prevista la possibilità di aprire specifici esercizi commerciali dove sarà possibile vendere marijuana per scopi ricreativi in un regime di tassazione simile a quello in vigore per il tabacco. La legge prevede infine delle semplificazioni per l’uso della cannabis a scopo terapeutico.

Nel frattempo, lo scorso novembre, l’intergruppo e alcuni partiti e associazioni (Radicali, Possibile, l’associazione Luca Coscioni tra gli altri) avevano raccolto e depositato più di 57 mila firme per una legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della cannabis. La proposta era simile a quella dell’intergruppo con alcune piccole differenze: la volontà dichiarata era quella di dare un sostegno esterno alla legge presentata e a cui diversi ministri del governo Renzi si sono dichiarati contrari.

Fonte: Il Post

giovedì 15 settembre 2016

Il presidente filippino Duterte è accusato di aver ordinato l'omicidio dei rivali

Un ex sicario ha dichiarato che quando era sindaco di Davao Duterte ha fatto eliminare alcuni dei suoi oppositori e ordinato il bombardamento di una moschea

Edgar Matobato, ex membro di una squadra della morte di Davao, nelle Filippine. Credit: Ezra Acayan

Non è ancora caduto nel dimenticatoio il polverone causato dall’insulto rivolto al presidente americano Obama, che Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, si trova nuovamente nell’occhio del ciclone, e questa volta per fatti ben più gravi di un incauto exploit verbale.

Secondo un ex membro di una squadra della morte di Davao, popolosa città nel sud del paese, all’epoca in cui Duterte era sindaco (fu eletto per la prima volta nel 1988) l'attuale presidente filippino ordinò diversi omicidi inclusi quelli di alcuni suoi oppositori.

Edgar Matobato, 57 anni, ha dichiarato durante un’udienza in senato che la cosiddetta Davao Death Squad ha ucciso circa un migliaio di persone nel corso di un periodo di 25 anni.

Tra le vittime di omicidi spesso cruenti ci sono stati spacciatori, stupratori, piccoli delinquenti, ma anche persone scomode per l’allora primo cittadino.

Secondo Matobato, tra le persone tolte di mezzo ci sono anche quattro guardie del corpo di un rivale di Duterte, Prospero Nograles.

I dettagli delle esecuzioni poi sono raccapriccianti. L’ex killer ha raccontato che le vittime potevano essere strangolate o uccise a colpi di arma da fuoco, che alcune venivano sventrate e gettate in mare perché i pesci le mangiassero e addirittura una volta un uomo è stato dato in pasto a un coccodrillo.

Ma le accuse di Matobato vanno oltre. Secondo l’uomo, Duterte avrebbe ordinato di bombardare una moschea in ritorsione per un attacco contro la cattedrale di Davao nel 1993.

Il portavoce del presidente, Martin Andanar, ha naturalmente negato che Duterte sia stato capace di dare ordini del genere e ha rilevato che finora non è stata provato l’esistenza di alcuna squadra della morte di Davao.

Persino il figlio di Nograles nega l’episodio dell’assassinio delle guardie del corpo del padre.

A capo dell'inchiesta del senato sugli omicidi extra-giudiziali vi è un’oppositrice di Duterte, Leila de Lima, la quale è stata accusata dal presidente filippino di avere legami con i trafficanti di droga a cui ha dichiarato guerra.

Dalla sua elezione sono stati uccisi oltre tremila spacciatori e tossicodipendenti, e la situazione non ha mancato di allarmare la comunità internazionale circa il rispetto dei diritti umani nel paese.

Preoccupazioni che Duterte ha liquidato nel suo solito modo colorito, dando al Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon del fesso.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 4 luglio 2016

Nelle Filippine sono stati uccisi 30 spacciatori dal giuramento del presidente Duterte

Il nuovo capo di stato aveva promesso un giro di vite e ha mantenuto la parola. Da maggio oltre 100 persone sono state uccise senza processo

La droga e le armi sequestrate nel corso di un'operazione della polizia in cui hanno perso la vita cinque spacciatori a Manila. Credit: Romeo Ranoco

Trenta spacciatori di droga sono stati uccisi nelle Filippine da quando Rodrigo Duterte ha prestato giuramento come presidente giovedì 30 giugno 2016. La polizia ha anche reso noto di aver sequestrato narcotici per un valore di circa 18 milioni di euro.

Duterte ha vinto le elezioni in maggio promettendo un giro di vite sul crimine e utilizzando una retorica violenta che ha preoccupato molti soprattutto rispetto all’idea della liceità delle uccisioni extragiudiziali.

Il capo della polizia della regione di Manila, Oscar Albayalde, ha dichiarato che cinque spacciatori sono stati uccisi domenica durante una sparatoria con la polizia in una baraccopoli vicina a una moschea nella zona del palazzo presidenziale.

“I miei uomini erano in procinto di consegnare gli avvisi di garanzia quando ci sono stati degli spari provenienti da una delle abitazioni dell’area”, ha riferito Albayalde ai giornalisti aggiungendo che gli agenti hanno risposto al fuoco uccidendo cinque uomini.

Le forze dell’ordine hanno poi rinvenuto 200 grammi di metamfetamine e quattro armi da fuoco. Altre tre persone sono state uccise in altre zone della capitale e 22 in altro quattro aree fuori dalla città.

Dall’elezione, avvenuta il 9 maggio scorso, oltre cento persone sono rimaste uccise durante operazioni anticrimine condotte dalla polizia. Si trattava di sospetti spacciatori, stupratori e ladri di automobili.

Edre Olaila, segretario generale dell’Unione nazionale degli avvocati del popolo, ha commentato che le uccisioni devono cessare.

“La minaccia rappresentata dalla droga deve finire... tuttavia, anche le esecuzioni sommarie di persone sospettate di fare uso di sostanze o piccoli signori della droga che sembrano repentine e pianificate devono cessare”.

Nella parte settentrionale dell’isola principale di Luzon, gli agenti antidroga e la polizia hanno sequestrato un carico di 180 chilogrammi di “shabu” (metamfetamine) del valore di circa 18 milioni di euro, proveniente dalla Cina o da Taiwan, ha reso noto il capo nazionale della polizia Ronald dela Rosa.

La droga era stata scaricata in alto mare e portata a riva da piccole imbarcazioni per la pesca prima di essere consegnata nella Chinatown di Manila.

Domenica, i ribelli del gruppo Maoista Esercito del nuovo popolo hanno diffuso una dichiarazione di supporto alla guerra di Duterte alla droga, dicendo che potrebbero avviare delle operazioni antidroga contro soldati, poliziotti e funzionari locali.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 1 luglio 2016

Tutto quello che c'è da sapere sulla proposta di legge sulla cannabis

I punti fondamentali sono la legalizzazione del possesso e della vendita regolamentata, e anche il via libera alla coltivazione personale e associata

Un laboratorio per la coltivazione della marijuana negli Stati Uniti. Credit: Reuters

La proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis approderà in aula alla Camera per essere discussa il 25 luglio e il giorno dopo inizierà il voto. L’iniziativa è sottoscritta da 218 parlamentari, provenienti dai diversi schieramenti politici: Partito democratico, Movimento Cinque Stelle, Sel ma anche Forza Italia e Scelta civica.

La proposta intende rivoluzionare l’attuale normativa che, dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi da parte della Corte Costituzionale nel 2014, è tornata ad essere quella approvata nel 1990, la legge Jervolino-Vassalli.

Il testo della legge è stato presentato quasi un anno fa su iniziativa del sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. Ma cosa prevede nel dettaglio la proposta di legge? Ecco i punti fondamentali.

Possesso, consumo, cessione

Sarà possibile per i cittadini maggiorenni detenere lecitamente una certa quantità di cannabis per uso ricreativo: 5 grammi fuori dal proprio domicilio e 15 grammi all’interno, senza dover chiedere alcuna autorizzazione.

Rimane illecito e punibile il piccolo spaccio di cannabis, anche per quantità inferiori ai 5 grammi, ma è depenalizzata la cessione gratuita a una persona maggiorenne (e la cessione tra minorenni) di una modica quantità di cannabis.

Il divieto di fumo rimane in vigore nei luoghi pubblici, aperti al pubblico e negli ambienti di lavoro. In pratica sarà possibile fumare solo in luoghi privati.

Coltivazione

È possibile la coltivazione di piante di cannabis fino a un massimo di cinque e la detenzione del raccolto, che non potrà tuttavia essere venduto. Per la coltivazione personale è sufficiente inviare una comunicazione all’Ufficio regionale dei Monopoli competente per territorio e non è necessaria alcuna autorizzazione.

È anche possibile coltivare in modo associato, senza fini di lucro, sul modello dei cannabis social club spagnoli. Ogni club può coltivare fino a cinque piante di cannabis per ogni associato. Anche qui serve comunicazione all’ufficio regionale dei Monopoli. Gli associati non possono essere in numero superiore a cinquanta, devono essere maggiorenni e sono protetti dalle norme previste per i “dati sensibili” dal Codice della Privacy.

Vendita

È consentita la commercializzazione di cannabis all’interno del regime di monopolio per la coltivazione delle piante di cannabis, la preparazione dei prodotti da essa derivati e la loro vendita al dettaglio. In pratica l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli può autorizzare i privati a vendere la cannabis in locali dedicati (sul modello dei coffee shop olandesi), nel rispetto di alcuni principi, come la tracciabilità del processo produttivo, il divieto di importazione e altre regole.

Dal regime di monopolio è esclusa la coltivazione personale e associata.

Utilizzo a scopi terapeutici

Si introducono norme per semplificare la produzione di cannabis per medicine e scopi terapeutici così come le modalità di consegna e approvvigionamento. La detenzione di cannabis per uso terapeutico è consentita entro i limiti contenuti nella prescrizione medica, anche al di sopra dei limiti previsti per l’uso ricreativo.

“Oggi il diritto a curarsi con i derivati della cannabis è formalmente previsto, ma sostanzialmente impedito da vincoli burocratici, sia per l’approvvigionamento delle materie prime per la produzione nazionale, sia per la concreta messa a disposizione dei preparati per i malati”, si legge nella proposta di legge.

Sicurezza e prevenzione

Il 5 per cento dei proventi annui derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis sarà destinato al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga. Inoltre, i proventi delle sanzioni amministrative relative alla violazione dei limiti e delle modalità previste per la coltivazione e detenzione di cannabis sono interamente destinati ad interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e tossicodipendenti.

Per quanto riguarda la sicurezza, il testo della legge specifica che la legalizzazione della cannabis, al pari dell’alcol, non comporta l’attenuazione delle norme e delle sanzioni previste dal Codice della strada per la guida in stato di alterazione psicofisica.

LEGGI ANCHE: LA CANNABIS LEGALE PORTEREBBE OTTO MILIARDI DI EURO NELLE CASSE ITALIANE

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 9 giugno 2016

Maria Sharapova è stata squalificata per due anni

Non aveva superato un controllo anti-doping durante gli Australian Open: lei ha detto che farà ricorso

(AP Photo/Aaron Favila)

Maria Sharapova, tennista russa di 29 anni, è stata squalificata oggi per due anni dalla federazione internazionale di tennis per aver violato le norme antidoping: a gennaio, durante gli ultimi Australian Open, era risultata positiva al meldonium, un farmaco molto usato dagli atleti russi e proibito dal primo gennaio del 2016. Sharapova è una delle tenniste più note degli ultimi anni e al momento della positività nel test antidoping era in settima posizione nel ranking mondiale della WTA. Dopo la notizia della sua positività, Sharapova aveva organizzato una conferenza stampa in cui aveva detto di prendere quei medicinali da dieci anni e di non sapere che fossero stati vietati. Si era assunta la piena responsabilità dell’errore, spiegando di aver ricevuto a dicembre una mail dall’Agenzia mondiale antidoping con un link che rimandava all’elenco delle sostanze proibite, e di non averlo aperto. Il test in questione è stato fatto a Sharapova il 26 gennaio, giorno in cui agli Australian Open aveva giocato e perso i quarti di finale contro Serena Williams. Sharapova ha già pubblicato un comunicato in cui ha detto che presenterà ricorso contro la squalifica della ITF.


Nel comunicato della ITF si legge:


Un tribunale indipendente, incaricato secondo l’articolo 8.1 del programma antidoping tennistico del 2016, ha dichiarato che Maria Sharpova ha infranto le regole antidoping e, di conseguenza, l’atleta è stata squalificata per due anni a partire dal 26 gennaio del 2016.


Sharapova, tennista russa di 29 anni, ha fornito un campione di urine durante i controlli del 26 gennaio, dopo i quarti di finale degli Australian Open. Il campione è stato inviato ad un laboratorio antidoping di Montreal accreditato dalla WADA (l’Agenzia mondiale antidoping), che lo ha analizzato e vi ha trovato tracce di meldonium, un modulatore ormonale che è incluso nelle sostanze proibite della WADA e nel programma della federazione tennistica.


Che cos’è il meldonium?
La WADA ha incluso il meldonium nella lista dei modulatori ormonali e metabolici, cioè delle sostanze che modificano le reazioni enzimatiche e ormonali. La proibizione del farmaco è stata molto criticata dagli atleti e dai preparatori atletici russi, che ne hanno fatto sempre uso. Il meldonium è stato legale per molti anni e solo nel 2015 la WADA ha iniziato a monitorare la sua somministrazione: iniziò a essere commercializzato nel 1975 come cura ai problemi cardiaci, in quanto aiuta la circolazione e aumenta la quantità di ossigeno presente nel sangue, cosa che però permette agli atleti di recuperare velocemente le energie durante gli allenamenti.

L’inventore del farmaco fu Ivars Kalvins, professore dell’Istituto per la sintesi organica lettone. Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration, l’ente governativo che regolamenta i prodotti alimentari e farmaceutici, ne ha proibito la vendita: Sharapova abita negli Stati Uniti da quando ha sette anni e i dottori della federazione tennistica russa hanno detto che non erano al corrente del suo uso di meldonium. Anche in Italia e nel resto d’Europa il meldonium non è commercializzato ed è un farmaco sconosciuto, mentre può essere acquistato facilmente e ad un prezzo molto basso in tutte le farmacie russe.

Il principale produttore di meldonium è l’azienda lettone Grindex, che nel suo sito spiega che può essere usato per curare malattie cardiovascolari e che il periodo consigliato per la sua assunzione è al massimo sei settimane. Sergei Sheremetiev, medico della squadra russa di salto con lo sci, sostiene di averci lavorato per vent’anni e di averlo somministrato ai suoi atleti almeno un paio di volte all’anno. Ha detto inoltre che in Russia è usato regolarmente nell’hockey, nello sci, in vari sport invernali e nell’atletica. Dopo la positività di Sharapova, la Grindex aveva dichiarato in un comunicato ufficiale che il meldonium non avrebbe dovuto essere proibito agli atleti, perché non utile ad aumentare il livello delle prestazioni. Secondo alcuni però, il meldonium aiuterebbe anche a “coprire” nei controlli le tracce di EPO, una delle sostanze dopanti più diffuse fra gli atleti.

Fonte: Il Post

lunedì 16 maggio 2016

Sequestrata in Colombia la più grande partita di droga nella storia del paese

Otto tonnellate di cocaina per un valore di 240 milioni di dollari sono stati scovati dalle forze dell'ordine in una piantagione di banane vicino alla città di Turbo

Un poliziotto a guardia della droga confiscata. Credit: Reuters

La polizia colombiana ha annunciato il sequestro della più grande partita di droga mai intercettata dalle forze dell’ordine del paese: circa otto tonnellate di cocaina per un valore di 240 milioni di dollari.

La droga era nascosta in una piantagione di banane vicino la città di Turbo, nella costa nordoccidentale della Colombia.

Secondo la polizia la cocaina apparteneva al clan Usuga, e circa 1,5 tonnellate divise in panetti erano già pronte ad essere esportate.

Tre persone sono state arrestate durante l’operazione, mentre altre tre sono riuscite a fuggire, ha fatto sapere la polizia.

"Congratulazioni PoliciaColombia: l'operazione a Turbo, nel Nordovest della regione di Uraba, ha portato alla più grande confisca della storia", ha scritto il presidente Juan Manuel Santos su Twitter.

Secondo il ministro della Difesa, Luis Carlo Villegas, "è stato il più grande sequestro di cocaina sul territorio colombiano, sebbene ci siano stati sequestri leggermente superiori in mare".

Il clan Usuga è un’organizzazione criminale che si occupa principalmente di traffico di stupefacenti, ma è stato accusato anche di estorsione, rapimenti e omicidi.

Secondo la polizia, il clan conta almeno 2mila membri, e solo negli ultimi cinque anni le forze dell’ordine hanno catturato 6.700 appartenenti all’organizzazione.

A inizio maggio il governo colombiano ha lanciato un’offensiva con bombardamenti aerei sulle roccaforti dei clan criminali che si nascondono tra le montagne e le foreste dell’Amazzonia colombiana.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 8 marzo 2016

L’omicidio di Luca Varani

La storia di cronaca nera più raccontata sui giornali di questi giorni: due ragazzi romani sono stati arrestati e accusati di concorso in omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà; uno ha confessato


Sabato 5 marzo i carabinieri di Roma sono entrati nell’appartamento di un ragazzo romano, Manuel Foffo, al Collatino, quartiere nella periferia est di Roma, e hanno trovato il corpo di un altro ragazzo, Luca Varani, con un coltello da cucina conficcato nel petto. L’omicidio e le torture che l’hanno preceduto sono state compiute nella notte tra giovedì 3 e venerdì 4 marzo. Risultano coinvolti due ragazzi: Manuel Foffo e Marco Prato. I due avevano bevuto e usato cocaina: Foffo ha confessato, entrambi sono stati accusati di concorso in omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà e si trovano a Regina Coeli. Oggi ci sarà l’udienza di convalida del fermo. La storia occupa molto spazio nei giornali di oggi.

Chi erano
Manuel Foffo ha 28 anni, è uno studente universitario ed è il proprietario dell’appartamento dove è stato compiuto l’omicidio. Suo padre è un assicuratore e gestisce anche un ristorante. Un anno e mezzo fa Foffo aveva avuto un incidente stradale e gli era stata ritirata la patente; la scorsa settimana aveva superato l’ultimo test su alcol e droga all’ospedale Pertini e la patente gli era stata restituita. Marco Prato (chiamato anche Marc) ha 29 anni, anche lui è uno studente universitario ed è un organizzatore di eventi. Il padre è Ledo Prato, manager culturale, segretario dell’associazione Mecenate 90, consulente del Mibac, il ministero dei Beni e delle attività culturali. Foffo lo aveva conosciuto poco prima di Capodanno. Diversi giornali riportano le parole di Foffo sulla loro frequentazione: «Marc è gay, io sono eterosessuale. Abbiamo avuto un rapporto e lui aveva un video, così ho temuto che potesse ricattarmi e ho continuato a vederlo».

Luca Varani aveva 23 anni, era originario della ex Jugoslavia ed era stato adottato da una famiglia di Roma, dopo aver vissuto in un centro d’accoglienza per minori nel suo paese. Conosceva Prato, era fidanzato.

Cosa è successo
Secondo la ricostruzione dei magistrati, raccontata ampiamente dai giornali, Manuel Foffo e Marco Prato si sono incontrati a casa di Foffo mercoledì 2 marzo. Per diverse ore i due hanno bevuto e assunto cocaina: secondo il verbale con la confessione di Foffo, la droga sarebbe stata portata da Prato, che avrebbe telefonato più volte a uno spacciatore per rifornirsi. I giornali riportano diversi stralci della confessione di Foffo: «Non so essere preciso sui grammi acquistati ma posso quantificare in circa 1.500 euro il denaro speso. Da quando avevo 18 anni faccio uso di cocaina in modo sporadico, solo in un periodo che ho trascorso a Ibiza per la stagione estiva ho fatto un uso continuativo di cocaina. Preciso che la decisione di usare della cocaina con Marco non è frutto di situazioni particolari da me vissute».

Il giorno dopo, giovedì 3 marzo, Foffo e Prato sono usciti in macchina: «Avevamo il desiderio di fare del male a una persona qualsiasi. Questa cosa è maturata nelle nostre menti nella notte di giovedì». Prato avrebbe telefonato a Luca Varani proponendogli 100 euro per un rapporto sessuale nell’appartamento di via Igino Giordani al Collatino e Varani avrebbe accettato: «Ricordo che il 4 marzo Marc ha mandato un messaggio WhatsApp a Luca. Quando è arrivato c’è stato quasi un tacito accordo tra me e Marc: gli abbiamo offerto alcol nel quale aveva versato Alcover. Poi Luca ha sofferto tanto», ha detto Foffo.

L’Alcover è un farmaco utilizzato per controllare la sindrome di astinenza da alcol e per il trattamento della dipendenza da alcol. Apparteneva a Foffo, gli era stato prescritto perché abusava di alcolici: «Marco lo ha messo nel bicchiere di Luca. Mentre noi siamo rimasti vestiti, Luca si è denudato e ha bevuto quanto gli avevamo offerto, poi è andato in bagno e si è sentito male. Qui Marco lo ha aggredito, io ho recuperato il martello che abbiamo usato e forse sono stato io a trovare anche i due coltelli (…). Luca non è mai riuscito a resistere alle nostre violenze, ma posso precisare che non ha mai gridato. Mentre lo colpivamo non provavo piacere però non ero in grado di fermarmi anche se ho avuto dei momenti in cui provavo vergogna per quello che facevo. Lo abbiamo davvero torturato. Ricordo solo che la morte è sopravvenuta dopo molto tempo e Luca ha sofferto molto. Non ricordo quante coltellate aveva alla gola, è stato Marco che ha inferto la coltellata al cuore lasciando dentro il coltello, Luca era ancora vivo prima di quella coltellata».

Il racconto è stato confermato dai primi risultati dell’autopsia: Luca Varani è stato torturato per diverso tempo, dopo essere stato colpito con un martello alla testa. Sul suo corpo sono state trovate decine di ferite, da punta e da taglio, in particolare sul viso e sul collo. Dopo aver ucciso Varani, Foffo e Prato hanno ripulito il pavimento della camera da letto e il bagno, hanno nascosto i vestiti di Varani in uno zaino e lo hanno buttato in un cassonetto. La fidanzata di Varani, Marta Gaia Sebastiani, che è stata interrogata dai carabinieri, ha raccontato di aver provato a contattare il compagno per diverse ore e che verso le 9.30 di venerdì mattina dal cellulare di lui è arrivato un messaggio in cui Varani diceva che l’avrebbe richiamata più tardi. A quell’ora, secondo il medico legale, Varani era già morto. A rispondere alla ragazza sarebbe stato dunque uno tra Foffo e Prato.

Dopo l’omicidio Foffo e Prato si sono addormentati: «Al nostro risveglio abbiamo capito cosa avevamo fatto». Sono usciti di casa e sono stati in diversi bar. Racconta Foffo: «È stato in zona San Giovanni che bevendo un bicchiere di vino Marco mi ha confessato che si sarebbe tolto la vita, cosa che mi ha ripetuto quando siamo andati a bere in un altro bar alla stazione Tiburtina. Siamo quindi andati in piazza Bologna per vedere l’albergo dove Marco si sarebbe voluto suicidare». A quel punto i due si sono divisi: Prato è andato all’hotel San Giusto, vicino piazza Bologna, dove abita il padre, tentando il suicidio assumendo dei tranquillanti; Manuel Foffo è rientrato invece nel suo appartamento: «Ho aperto tutte le finestre e mi sono seduto in salotto, non mi faceva piacere entrare in camera perché c’era il cadavere. Mi sono cambiato perché ero ancora sporco di sangue».

La confessione dell’omicidio di Luca Varani è arrivata circa 48 ore dopo i fatti. Sabato mattina alle 7.30 Foffo aveva appuntamento con la sua famiglia per andare al funerale di uno zio in Molise. Lì ha deciso di parlare al padre e di confessare: «La prima persona alla quale ho confidato l’omicidio è stato mio padre, ero in macchina con lui e gli ho detto di aver assunto cocaina e fatto l’omicidio, senza dargli i dettagli». Il padre ha convinto il figlio a costituirsi.

Fonte: Il Post

sabato 13 febbraio 2016

Che sta succedendo a Napoli

Dall'inizio dell'anno ci sono stati dodici omicidi: la causa sembra essere lo scontro tra gruppi di giovani criminali, il ministro Alfano ha detto che manderà l'esercito

(ANSA/ PRIMA PAGINA)

Nella notte tra mercoledì e giovedì due uomini – rispettivamente di 33 e 32 anni – sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Saviano, poco lontano da Napoli. Uno dei due è stato trovato all’interno dell’automobile su cui viaggiava, l’altro poco lontano, come se fosse riuscito a fuggire per alcuni metri prima di essere raggiunto dai suoi assassini. Nessuno dei due aveva gravi precedenti penali.

Dall’inizio dell’anno dodici persone sono state uccise a Napoli, cinque soltanto negli ultimi giorni. Nel 2014, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati completi, in provincia di Napoli ci sono stati meno di cinquanta omicidi. Secondo la polizia le sparatorie degli ultimi giorni non sono collegate tra loro: non sarebbero quindi una guerra di clan, come quella costata decine di morti che avvenne nell’inverno tra il 2004 e il 2005 a Scampia tra il clan di Lauro e i cosiddetti Scissionisti. Le indagini sono solo all’inizio, ma secondo polizia e giornalisti gli ultimi casi di omicidi hanno soltanto due elementi in comune: sono quasi tutti legati alla lotta per il controllo del traffico di droga e sono stati compiuti da ragazzi molto giovani, qualcuno anche minorenne. «Qui la normale amministrazione è una guerra quotidiana legata alla droga e nutrita di omertà, combattuta da centauri non ancora maggiorenni», ha scritto pochi giorni fa Roberto Saviano su Repubblica.

Nel suo articolo, Saviano ha riportato le parole del capo della squadra mobile di Napoli, Fausto Lamparelli, che ha confermato che gli assassini sono spesso «giovanissimi, disposti a tutto. Sanno di poter ottenere nel breve periodo potere e soldi pagati poi con la vita o l’ergastolo. Qui non si può procedere solo con l’attività di polizia giudiziaria, noi facciamo la nostra parte, ma la camorra va combattuta con lavoro, impegno, investimento. Cose facili a dirsi, ma difficilissime a realizzarsi».

In un’intervista alla trasmissione “Effetto giorno” di Radio 24, il questore di Napoli Guido Marino ha spiegato che una delle causa delle violenze di questi giorni è da ricercare nei successi ottenuti dalle operazioni di polizia negli ultimi mesi e anni. Oggi un’intera generazione di boss della criminalità organizzata si trova in prigione e lo spazio lasciato libero è stato occupato da criminali più giovani, spesso meno prudenti e capaci ma più spietati. Molte delle persone uccise o ferite in queste ultime settimane sono incensurate, colpite per sbaglio o a causa di parentele molto lontane con i criminali che gli assassini volevano colpire.

Pochi giorni fa il ministro dell’Interno Angelino Alfano è intervenuto sul caso dicendo che Napoli è l’unica città in Italia dove gli omicidi continuano ad essere in aumento, mentre nel resto del paese hanno raggiunto il livello più basso di sempre. Alfano ha anche proposto di inviare l’esercito a Napoli, una soluzione accolta con favore dal questore Marino e definita invece inutile dal sindaco della città Luigi de Magistris. In questi casi i soldati vengono usati in funzioni di pattuglia e sorveglianza, in modo da poter liberare agenti di polizia per le attività di indagine. La presenza di militari, inoltre, permette di moltiplicare la attività sul territorio, rendendo così molto più complicate le attività criminali come lo spaccio di droga.

Spesso i capi criminali cercano di evitare di attirare l’attenzione delle autorità, in modo da evitare l’invio di militari. Una volta che i militari arrivano, le attività criminali più violente diminuiscono bruscamente, proprio perché la criminalità organizzata ha bisogno di aver certi spazi per tornare a fare profitti. Il questore Marino ha comunque precisato che non si può pensare che l’esercito possa essere utilizzato per risolvere il problema alla radice: «Nessuno veda i militari come la soluzione dei problemi di Napoli. È fuorviante. I militari sono una risorsa, poi c’è tutto il resto».

Fonte: Il Post

sabato 9 gennaio 2016

Cosa sappiamo della cattura del narcotrafficante messicano El Chapo

Il narcotrafficante Joaquín “El Chapo” Guzmán, 61 anni, scortato dai soldati a Città del Messico.

Joaquín “El Chapo” Guzmán, potente narcotrafficante e capo del cartello Sinaloa, è stato catturato l’8 gennaio in Messico. Ecco cosa sappiamo finora della vicenda:

  • El Chapo è stato catturato nel corso di un blitz nelle prime ore del giorno. Era nascosto in un hotel nella città di Los Mochis, nello stato di Sinaloa. Durante l’operazione c’è stata una sparatoria con l’esercito messicano, nella quale sono morte cinque persone e un soldato è rimasto ferito.
  • I soldati l’hanno portato a Città del Messico, dove è stato fotografato e ripreso dalle telecamere, e poi caricato su un elicottero che l’ha condotto al carcere di massima sicurezza di Altiplano, dal quale era evaso l’11 luglio.



  • El Chapo è stato rintracciato anche perché aveva cercato di contattare alcuni attori e produttori per convincerli a girare un film biografico sulla sua vita. L’ha dichiarato la procuratrice generale messicana, Arely Gómez González.
  • A luglio l’evasione di Guzmán, la seconda da un carcere di massima sicurezza in 15 anni, aveva fatto scalpore e aveva messo in imbarazzo il governo di Enrique Peña Nieto. Il narcotrafficante era scappato scavando un buco nel pavimento della doccia all’interno della sua cella e uscendo attraverso un tunnel sotterraneo. Nel tunnel c’era una motocicletta modificata per muoversi su una rotaia, probabilmente usata da El Chapo per la fuga.
  • Alcuni funzionari del carcere sono stati accusati di essere complici della sua evasione e sono stati arrestati. Il governo messicano aveva offerto 60 milioni di pesos, circa 3,5 milioni di euro, per la sua cattura.
  • Gli Stati Uniti hanno già chiesto l’estradizione di El Chapo, ma le autorità messicane non hanno ancora dato una risposta ufficiale sulla questione. Anche se decidessero di concederla, non si tratterebbe di una procedure veloce, scrive l’Associated press.

Fonte: Internazionale

domenica 3 gennaio 2016

Gisela Mota, sindaco contro i Narcos per 24 ore, è stata uccisa in Messico

Non sono ancora note le ragioni dell'omicidio, ma le autorità hanno attribuito l'assassinio della donna alla criminalità organizzata

Gisela Mota.

Gisela Mota Ocampo si era appena insediata come sindaco nell'ufficio del comune di Temixco, in Messico. Ventiquattro ore più tardi, sabato 2 gennaio 2016, è stata uccisa nella sua abitazione da quattro uomini armati.

Il neo-sindaco di 33 anni, nel corso della sua campagna elettorale, aveva posto al centro del programma politico la lotta contro le organizzazioni criminali.

La città industriale di Temixco, con i suoi circa 100mila abitanti, si trova nello stato di Morelos, a circa 100 chilometri a sud della capitale Città del Messico, non distante dallo stato meridionale di Guerrero, lo stesso dove a settembre del 2014 furono sequestrati almeno 43 studenti messicani.

Temixco è quotidianamente al centro delle cronache per problemi legati alla droga e alla criminalità organizzata. Non era un caso che lo slogan coniato da Gisela Mota e scandito in numerosi comizi elettorali fosse appunto "Ripuliamo la città dai narcos".

Non sono ancora note le ragioni dell'omicidio, ma le autorità messicane hanno attribuito l'assassinio di Mota alla criminalità organizzata.

Secondo la ricostruzione dei media locali, dopo l’omicidio si è scatenato un conflitto a fuoco tra gli assassini e la scorta del sindaco, al termine del quale due degli aggressori sono morti e altri due sono stati arrestati.

Secondo altre fonti invece la sparatoria è cominciata quando i quattro, in fuga a bordo di un furgone, si sono scontrati accidentalmente con una pattuglia della polizia. Una folla di cittadini si è riunita sul luogo della tragedia, quando la notizia ha cominciato a circolare.

Gisela Mota, 33 anni, era membro del gruppo di sinistra del Partito della rivoluzione democratica (Prd) vicino all'ex candidato presidenziale Andres Manuel Lopez Obrador. Dopo la sconfitta di Lopez, Mota è entrata a far parte del gruppo indipendente vicino a Graco Ramirez vincendo le elezioni. Tra il 2012 e il 2015 è stata deputato federale e ha ricoperto diversi incarichi nel Prd.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 2 dicembre 2015

La procura antidoping ha deferito 26 atleti italiani di atletica leggera

Sono accusati di aver eluso i controlli, ma si sa ancora poco

(Fabio Ferrari - LaPresse)

La procura nazionale antidoping ha deferito 26 atleti italiani di atletica leggera, accusati di aver eluso i controlli antidoping. Nella giustizia sportiva il “deferimento” è una specie di rinvio a giudizio. Quando un tesserato viene deferito dalla procura, verrà poi citato in giudizio e processato, a meno che non ci sia un patteggiamento. Nella giustizia sportiva ci sono due gradi di giudizio: il primo grado della Commissione Disciplinare (per società sportive e tesserati) e il secondo grado (definitivo) della Corte di Giustizia federale.


La Procura NADO deferisce 26 atleti
Si tratta delle risultanze relative all’inchiesta “Olimpia” che ha coinvolto 65 atleti


(ITALPRESS) Sono in corso i deferimenti da parte della procura Antidoping della Nado Italia per 26 atleti Fidal e relativi all’indagine Olympia condotta dai Nas-Ros dei Carabinieri di Trento su mandato della procura di Bolzano e agli accertamenti dell’indagine condotta della stessa procura Antidoping. Per i 26 atleti e’ stata chiesta la squalifica di 2 anni per violazione dell’articolo 2.3 delle norme sportive antidoping (“elusione, rifiuto e omissione di sottoporsi ai prelievi dei campioni biologici”), mentre per altri 39 atleti e’ stata chiesta l’archiviazione dall’accusa di mancata reperibilita’ al controllo.


Secondo la Stampa, tra gli atleti accusati ce ne sono alcuni molto famosi:


Tra loro ci sono diversi nomi di spicco dell’atletica leggera: Fabrizio Donato, Matteo Galvan, Daniele Greco, Giuseppe Gibilisco, Andrew Howe, Andrea Lalli, Daniele Meucci.

Fonte: Il Post

domenica 15 novembre 2015

La federazione russa è stata sospesa dalle gare di atletica leggera

A causa del presunto uso sistematico di sostanze dopanti fra gli atleti russi

Il cancello della sede della RUSADA, l'agenzia anti doping russa, il 13 novembre (AP Photo/Pavel Golovkin)

Il 13 novembre il consiglio dell’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (IAAF) ha deciso di sospendere temporaneamente la Russia dalle competizioni di atletica leggera. La decisione è arrivata a seguito della pubblicazione dell’indagine indipendente commissionata dall’Agenzia mondiale anti doping (WADA) sul presunto uso sistematico di sostanze dopanti fra gli atleti russi di atletica leggera. L’indagine è stata guidata da Dick Pound, avvocato canadese ed ex presidente della WADA, e ha rivelato l’esistenza di un sistema creato da alcuni membri della federazione russa per coprire l’uso di sostanze dopanti da parte degli atleti.
La IAAF ha deciso di sospendere temporaneamente la federazione russa da ogni competizione – e quindi anche dalle Olimpiadi – durante la sua 201esima riunione del Consiglio: la federazione russa di atletica (ARAF) per il momento non è più uno dei membri della IAAF. La decisione è stata presa dopo una votazione in cui 22 su 23 membri del Consiglio della IAAF hanno votato a favore della sospensione dell’ARAF. Un membro ha votato “no” e il rappresentante della federazione russa non aveva in questo caso diritto di voto. Sebastian Coe, presidente della IAAF da alcuni mesi, ha detto che questo è un «campanello d’allarme per tutti» e che l’atletica leggera si trova in una «situazione vergognosa». Vitaly Mutko, ministro dello Sport russo, ha invece ricordato che la sospensione è temporanea e che «il problema è risolvibile».

La IAAF ha spiegato in un comunicato i prossimi passaggi, successivi alla sospensione temporanea: «A meno che l’ARAF non accetti volontariamente una piena sospensione, la IAAF ha diritto di procedere con una udienza plenaria in cui decidere se la sospensione provvisoria debba diventare una piena sospensione». La IAAF ha spiegato che per ri-ottenere il diritto di essere membro della IAAF la federazione russa dovrà rispettare una lista di criteri, sottoponendosi ad esempio a un’ispezione indipendente di una commissione antidoping che verrà creata nei prossimi giorni.

In questi giorni il governo e la federazione russa si sono sempre difesi, e l’unico “segnale” sono state le dimissioni di Grigori Rodchenkov, il direttore del laboratorio antidoping di Mosca. Nel pomeriggio del 12 novembre Vadim Zelichenok, presidente della federazione russa di atletica, ha però fatto quelle che sembrano essere delle prime parziali ammissioni. Parlando con Associated Press Zelichenok ha detto che in un rapporto che la federazione russa ha presentato alla WADA il 13 novembre ci sono alcune ammissioni: «Alcune cose le ammettiamo, altre le contestiamo, altre sono già risolte».

Fonte: Il Post

giovedì 12 novembre 2015

Le ultime sul doping e la Russia

Venerdì la Russia dovrebbe essere temporaneamente sospesa dalle competizioni di atletica leggera: da ora i test anti-doping degli atleti russi verranno eseguiti all'estero

L'ingresso di una sede dall'agenzia anti doping russa (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

L’atteso rapporto dell’indagine indipendente commissionata dall’Agenzia mondiale anti doping (WADA) sul presunto uso sistematico di sostanze dopanti fra gli atleti russi di atletica leggera è stato diffuso lo scorso lunedì. L’indagine è stata guidata da Dick Pound, avvocato canadese ed ex presidente della WADA, e ha rivelato l’esistenza di un sistema creato da alcuni membri della federazione russa per coprire l’uso di sostanze dopanti degli atleti. Questo sistema, secondo le accuse, ha coinvolto il comitato olimpico russo, il ministero dello Sport e l’agenzia anti-doping russa (RUSADA), alcuni membri della IAAF (Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera) e della WADA.

Il consiglio della IAAF
Le decisioni più importanti spettano ora al consiglio della IAAF, che ha il compito di stabilire le sanzioni da infliggere alla Russia. Il consiglio si riunirà venerdì e la Russia ha tempo fino a giovedì per rispondere ufficialmente alle accuse riportate nel rapporto della WADA. La maggioranza dei membri della IAAF sarebbe favorevole a un’immediata ma temporanea sospensione della Russia dalle competizioni di atletica leggera.

Le decisioni della WADA
La WADA intanto ha già revocato il proprio accredito ai laboratori russi usati per analizzare i test anti doping degli atleti. D’ora in avanti tutti i campioni dei test degli atleti russi dovranno essere esaminati in laboratori esteri. Grigory Rodchenkov, il direttore del laboratorio di Mosca e una delle figure principali del sistema di coperture, si è dimesso. Rodchenkov è accusato di aver distrutto 1417 campioni di test anti doping per sottrarli alle indagini.

L’informatore russo
Andrey Baranov, l’agente sportivo russo che fu tra i primi a denunciare la situazione dell’atletica nel suo paese, ha detto che le indagini non dovrebbero essere focalizzate esclusivamente sulla Russia ma anche sulle attività di altri paesi. Baranov ha citato in particolare Kenya ed Etiopia.

I nomi degli atleti e degli allenatori per cui è stata chiesta la squalifica a vita
Il Guardian ha reso pubblico il nome di uno dei 5 allenatori russi per cui è stata raccomandata la squalifica a vita. Si tratterebbe di Alexei Melnikov, che fu tra i responsabili dell’estorsione di circa mezzo milione di euro alla maratoneta Liliya Shobukhova, successivamente risultata positiva ad un test anti doping. AFP invece ha pubblicato alcuni nomi delle atlete russe per cui è stata chiesta la squalifica a vita: Kristina Ugarova, Tatyana Myazina e Anastasiya Bazdyreva, che si aggiungono alle già note Mariya Savinova, medaglia d’oro negli 800 metri piani dalle ultime Olimpiadi, e Ekaterina Poistogova, vincitrice della medaglia di bronzo.


Le risposte del governo russo
Il portavoce del presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che le accuse alla Russia sono infondate e che se verranno formalizzate, dovranno essere sostenute dai fatti. Ha dichiarato inoltre che il governo non ha nessuna opinione in merito al possibile uso di doping degli atleti russi.

Le indagini sulla IAAF
La polizia francese e l’Interpol hanno chiesto alla commissione di non pubblicare alcune pagine riguardanti l’ex presidente della IAAF, Lamine Diack, ed altri importanti membri dell’organizzazione, tutti già accusati formalmente di aver coperto diversi casi di doping negli ultimi anni e di aver ricevuto in cambio alcune grosse somme di denaro. Secondo le autorità francesi, Diack, che si è dimesso dal CIO dopo essere stato sospeso dalla carica di membro onorario e non ha più nessun ruolo all’interno della IAAF, avrebbe ricevuto più di un milione di euro per coprire alcuni atleti risultati positivi ai controlli anti-doping.

Fonte: Il Post

Montecassino, la vita dell'ex abate Vittorelli: coca, ecstasy, cene di lusso viaggi e ostriche. E 2mila euro di shopping. Così "sua eccellenza" rubava ai poveri


Di Giacomo Talignani

Droghe, appartamenti e hotel di lusso, ostriche e champagne, viaggi in Sudamerica e notti di gloria a Londra. Pagati come? Con i soldi della Chiesa, quelli dell'8 per mille. Quel che emerge dal lavoro della Guardia di Finanza è sconvolgente: l'ex abate di Montecassino, una delle più importanti Abbazie italiane, per anni avrebbe delapidato i soldi dei fedeli per fare la bella vita e arricchirsi senza freni. Avrebbe iniziato subito, Don Pietro.

A 46 anni Papa Ratzinger lo nomina 191esimo abate del convento e Don Pietro, uno che diceva che i beni della Chiesa non vanno mai usati "per se stessi" prende in mano le redini dell'Abbazia il primo gennaio del 2008. Nemmeno nove mesi e don Pietro prende in mano anche qualcosa altro, i numeri di conto e i denari custoditi dall'Abbazia. Accusato di appropriazione indebita - come riporta il Corriere - il 27 di novembre del 2008 entra in azione: preleva dal conto dello Ior (16427-003) 141mila euro in disponibilità a Montecassino. 

E' il primo prelievo di una lunga serie, anche se i furti avverranno a distanza di anni. Sposta soldi "Sua Eccellenza", e lo fa con l'aiuto del fratello Massimo. Il flusso di denaro passa dai conti dello Ior a quello di istituti di credito privato riconducibili ai Vittorelli. E poi li spende: a loro risulterebbero intestati 4 appartamenti a Roma (due del fratello) e San Vittore del Lazio, oltre a due magazzini che, per la Procura, potrebbero essere proventi dei suoi illeciti (ipotesi di riciclaggio).

In quegli anni, lo vedremo poi, i soldi vengono spesi per tutto: dalle droghe sino ai viaggi in Brasile.
Già, le droghe. Due anni dopo essere stato nominato Abate Don Pietro viene ricoverato al San Camillo di Roma. Ha un malore, scrive il Tempo. In quei giorni è sottoposto a esami ed emerge che "Sua Eccellenza" potrebbe aver abusato di ecstasy. Tracce pesanti di "Ghb" vengono rilevate. Nelle urine, invece, ci sono tracce di cocaina. La vicenda però viene archiviata.

La vita di Don Pietro torna carica di impegni e nel maggio del 2012 ha una nuova crisi, questa volta cardiaca: scatta la degenza (al Gemelli) e la terapia. Accolto con una festa da parte dei confratelli, torna in convento soltanto nella primavera del 2013. E cosa fa? Ruba ancora, a quanto riporta Fiorenza Sarzanini sul Corriere. E' il 12 marzo 2013 e il prelievo di 202mila euro (e siamo già a 345 mila sottratti...) avviene in contati. Poi ancora, pochi mesi dopo, e l'abate passa altri soldi dal conto di Montecassino (erano per la Caritas) a uno aperto presso la Monte dei Paschi. Svuota senza sosta il vescovo.

Talmente cinico che è un dettaglio a rivelare la sua spregiudicatezza: quando nel 2013 si dimette per motivi di salute dal suo ruolo, il 12 giugno ad accettare le sue dimissioni è Papa Francesco. Nemmeno due settimane prima, il primo giugno, il vescovo svuota ancora prelevando quel che può, 44mila euro, e poi versa ancora soldi, 164mila euro, a un conto intestato al fratello. Abusa dei suoi ultimi giorni e del suo ruolo per fregare i soldi destinati ai bisognosi e "alle opere di bene".

In mezzo a tutto questo c'è una vita inimmaginabile per un prete. Cene in ristoranti di lusso a Londra da 700 euro, dove dopo il 2013 si era trasferito per tenere "rapporti con la chiesa anglicana". Cene a base di ostriche e champagne, riusciva a spendere anche 34mila euro al mese. A Londra, riporta il Corriere, "per un soggiorno in un hotel aveva speso 7mila euro, 2mila al Principe di Savoia di Milano". E poi le notti di Rio, altri fiumi di denaro spesi per lui e gli amici. Per il giudice "la sequenza delle operazioni fa risultare inequivoco l’intento di celare il tracciato delle somme prelevate dai conti dell’Abbazia e della Diocesi. L’esame dei flussi finanziari documenta in modo diretto la predisposizione di accurati sistemi operativi".

Soldi in uscita che non tornavano alla diocesi e alle banche stesse. La segnalazione dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, è quella che ha fatto scattare l'allarme.
Poi l'indagine e i tracciati delle carte di credito che rivelano una vita di lusso al di la dell'immaginazione, come quella volta che spese 2mila euro nella boutique di Ralph Lauren.

Fonte: L'Huffington Post

martedì 10 novembre 2015

L’indagine sul doping nell’atletica, dall’inizio

Tutto quello che c'è da sapere sul rapporto della WADA: quando è cominciata l'indagine, quali sono le accuse rivolte alla Russia e quali conseguenze ci saranno

(AP Photo/Wong Maye-E)

Lunedì pomeriggio è stato reso pubblico il rapporto dell’indagine indipendente commissionata dall’Agenzia mondiale anti doping (WADA) riguardo l’uso sistematico di sostanze dopanti fra gli atleti russi di atletica leggera. L’indagine è stata guidata da Dick Pound, avvocato canadese ed ex presidente della WADA, che ha detto durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio a Ginevra che “la situazione è peggiore di quanto ci si potesse aspettare” e che questa “è solo la punta dell’iceberg”: il sistema creato da alcuni membri della federazione russa per coprire l’uso di sostanze dopanti degli atleti coinvolge il comitato olimpico, il ministero dello Sport, l’agenzia anti-doping russa (RUSADA) e alcuni membri della IAAF (Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera) e dalla WADA. Alcune parti del rapporto, per il momento, non verranno rese pubbliche per non intralciare le altre indagini in corso, coordinate dall’Interpol e dalla polizia francese.

I membri della commissione indipendente durante la conferenza stampa di Ginevra (FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

L’indagine
È durata quasi undici mesi ed è iniziata nel dicembre 2014, quando un documentario trasmesso dal canale tedesco ARD dal titolo “Top-secret Doping: How Russia makes its Winners” raccontò attraverso la storia di Vitaliy Stepanov e Yulia Stepanova, un dipendente dell’agenzia antidoping russa e un’atleta squalificata per doping, il vasto e regolare uso di doping fra gli atleti russi. Nel documentario veniva raccontata la facilità con cui gli atleti russi potevano rimediare dell’EPO – l’eritropoietina, una sostanza dopante – e il sistema di corruzione messo in piedi per falsificare test e coprire casi accertati di positività.

Nei mesi successivi, il quotidiano inglese The Sunday Times si unì all’inchiesta di ARD. Ad agosto ARD e Sunday Times ebbero accesso ai risultati di oltre 12mila esami del sangue fatti negli ultimi 11 anni a circa 5mila atleti che competono ad alto livello nelle diverse discipline dell’atletica leggera. Secondo il Sunday Times i valori e i dati presenti in quegli esami rivelavano molti ed evidenti casi di doping: un terzo delle medaglie vinte in prove di resistenza dal 2001 al 2012 erano state ottenute con l’aiuto del doping. La IAAF spiegò che i risultati degli esami del sangue erano veri ma il Sunday Times e ARD erano stati inaccurati nell’analizzarli e nel trarre le loro conclusioni.

Il Sunday Times spiegò inoltre che nel 2011 la WADA aveva finanziato uno studio fatto dall’università di Tubinga, in Germania, sul doping ai Mondiali di atletica leggera a Daegu, in Corea del Sud. Alcuni ricercatori dell’università intervistarono centinaia di atleti che si trovavano in Corea del Sud per partecipare alle gare: secondo i risultati ottenuti dall’università di Tubinga – che furono fatti arrivare in maniera anonima al Sunday Times e ARD. – circa un terzo dei 1.800 atleti che parteciparono a quel Mondiale avevano violato nei 12 mesi precedenti alcune norme antidoping. Lo studio non è mai stato reso ufficialmente pubblico: secondo il Sunday Times perché la IAAF impedì che venisse pubblicato, in accordo con la WADA.

L’arresto di Diack e l’elezione di Sebastian Coe
La gravità del rapporto della WADA era stata anticipata la scorsa settimana, quando la polizia francese ha arrestato l’ex presidente della IAAF, Lamine Diack, e altri importanti membri dell’organizzazione, tutti accusati di aver coperto diversi casi di doping negli ultimi anni e di aver ricevuto in cambio alcune grosse somme di denaro. Secondo le autorità francesi, Diack, che ieri è stato sospeso dalla carica di membro onorario del CIO, avrebbe ricevuto più di un milione di euro per coprire alcuni atleti risultati positivi ai controlli anti-doping.

Lo scorso agosto Sebastian Coe, ex atleta inglese e presidente del comitato organizzatore di Londra 2012, è stato eletto come nuovo presidente della IAAF.

Cosa dice il rapporto di Pound
Le 323 pagine del rapporto descrivono il vasto sistema creato dalla federazione russa di atletica leggera, da rappresentanti del ministero dello sport e da alcuni membri della WADA e della IAAF per coprire il regolare uso di sostanze dopanti di numerosi atleti russi. La copertura avveniva tramite la corruzione di alcuni ispettori della WADA e di diversi funzionari della IAAF, ma non solo.
Grigory Rodchenkov, il direttore di un laboratorio antidoping di Mosca, ordinò la distruzione di 1417 campioni di test anti doping per sottrarli alle indagini. Il rapporto dice inoltre che Rodchenkov “fu personalmente istruito e autorizzato” alla distruzione delle prove tre giorni prima che i commissari della WADA arrivassero a Mosca, lo scorso dicembre. Il ministro dello sport russo Vitaly Mutko, membro del board della FIFA e del comitato organizzatore dei Mondiali del 2018, avrebbe avuto un ruolo importante in questa organizzazione.

La commissione sospetta inoltre che sia stato usato un “laboratorio parallelo”, situato nei dintorni di Mosca, per aiutare a coprire l’uso massiccio di doping, esaminando gli atleti prima dei controlli ufficiali: in questo modo, chi risultava “pulito” veniva mandato ai laboratori antidoping riconosciuti dalla WADA, mentre chi veniva trovato positivo al doping veniva fermato e coperto dal “sistema”. Il laboratorio parallelo sarebbe controllato dall’amministrazione comunale di Mosca, e questo, insieme al possibile coinvolgimento del ministro dello sport, potrebbe aggravare la situazione della Russia, in quanto anche alcuni organi statali erano a conoscenza delle irregolarità.
Agli atleti risultati positivi durante i test anti doping nel laboratorio parallelo, venivano estorti anche dei soldi – spesso con ricatti – per coprire le tracce di positività: ARD sostiene che la vincitrice delle ultime due maratone di Chicago Lilija Šobuchova abbia pagato circa mezzo milione di euro per evitare un test anti doping.

Pound ha affermato che durante le sue indagini “ci sono state delle interferenze e delle intimidazioni da parte del governo russo, specialmente durante le indagini sul laboratorio parallelo”. Riguardo alle accuse di “doping di stato”, Pound ha detto che “non vede altri modi per chiamarlo”.

Cosa dice la IAAF
La IAAF ha comunicato che, in seguito alla pubblicazione del rapporto della commissione nominata dalla WADA, inizierà presto a considerare possibili sanzioni nei confronti nella federazione russa di atletica leggera. Le sanzioni potrebbero includere una sospensione provvisoria e l’esclusione da ogni evento, comprese le Olimpiadi di Rio de Janeiro, in programma la prossima estate. Coe ha dato inoltre cinque giorni di tempo alla Russia per rispondere ufficialmente al rapporto.

Durante la conferenza stampa, Pound ha ribadito il suo sostegno a Sebastian Coe, indicandolo come l’uomo adatto per trovare un rimedio a questa situazione.

Le risposte della Russia
Il portavoce del presidente russo Vladimir Putin ha detto che le accuse alla Russia sono infondate e che se verranno formalizzate, dovranno essere sostenute dai fatti. Ha dichiarato inoltre che il governo non ha nessuna opinione in merito al possibile uso di doping degli atleti russi.

I risultati delle ultime gare cambieranno?
Pound ha confermato che le conclusioni delle indagini modificheranno i risultati delle ultime competizioni di atletica leggera: le prestazioni di molti atleti russi sono state alterate dalle sostanze dopanti, anche nelle più importanti competizioni internazionali, come le Olimpiadi e i Mondiali di atletica. Le ultime Olimpiadi di Londra, in particolare, sono state “sabotate” perchè la IAAF ha permesso ad almeno dieci atleti di gareggiare sebbene avessero degli esami che evidenziavano tracce di doping nel sangue. Il rapporto raccomanda alla IAAF di squalificare a vita 5 allenatori e 5 atleti, comprese Mariya Savinova, medaglia d’oro negli 800 metri piani, e Ekaterina Poistogova, vincitrice della medaglia di bronzo. La commissione ha anche raccomandato una squalifica di due anni per la federazione russa di atletica leggera.

Sono a rischio anche i prossimi Mondiali di calcio in Russia?
Le indagini riguardano solo l’atletica e non altri sport: eventuali decisioni sull’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2018 dipenderanno esclusivamente dalla FIFA. Pound tuttavia non esclude che nel corso delle indagini si possa scoprire che il sistema usato per l’atletica si sia “allargato” anche ad altri sport.

Fonte: Il Post

mercoledì 14 ottobre 2015

Cannabis, tra ragioni economiche e ipocrisia


Il 25 febbraio 2015 la Direzione Nazionale Antimafia ha presentato in Parlamento la relazione annuale sulle attività svolte e sulle dinamiche della criminalità in Italia. Tra i tanti temi trattati, c’è anche un capitolo dedicato allo spaccio e al consumo di cannabis (il testo integrale qui, la parte sulla cannabis inizia da pagina 355). L’antimafia descrive un mercato di “dimensioni gigantesche” fra 1,5 e 3 milioni di Kg l’anno. Avete letto bene: MILIONI di Kg. Per fare un esempio è come se ogni italiano, compresi vecchi e bambini, consumasse tra i 25 e i 50 grammi l’anno. Inoltre nella relazione si legge:

…DI FRONTE A NUMERI COME QUELLI APPENA VISTI – E SENZA ALCUN PREGIUDIZIO IDEOLOGICO, PROIBIZIONISTA O ANTI-PROIBIZIONISTA CHE SIA – SI HA IL DOVERE DI EVIDENZIARE A CHI DI DOVERE, CHE, OGGETTIVAMENTE, E NONOSTANTE IL MASSIMO SFORZO PROFUSO DAL SISTEMA NEL CONTRASTO ALLA DIFFUSIONE DEI CANNABINOIDI, SI DEVE REGISTRARE IL TOTALE FALLIMENTO DELL’AZIONE REPRESSIVA (RECTIUS: DEGLI EFFETTI DI QUEST’ULTIMA SULLA DIFFUSIONE DELLO STUPEFACENTE IN QUESTIONE).

“Totale fallimento dell’azione repressiva”, e non lo dice Marco Pannella o qualche affiliato ai centri sociali: è la Direzione Nazionale Antimafia.

Inoltre continua:

…DAVANTI A QUESTO QUADRO, CHE EVIDENZIA L’OGGETTIVA INADEGUATEZZA DI OGNI SFORZO REPRESSIVO, SPETTERÀ AL LEGISLATORE VALUTARE SE, IN UN CONTESTO DI PIÙ AMPIO RESPIRO (IPOTIZZIAMO, ALMENO, EUROPEO, IN QUANTO PARLIAMO DI UN MERCATO ORAMAI UNITARIO ANCHE NEL SETTORE DEGLI STUPEFACENTI) SIA OPPORTUNA UNA DEPENALIZZAZIONE DELLA MATERIA.

L’invito della magistratura è limpido e diretto: depenalizzare. La situazione nel mondo è controversa e in continua e repentina evoluzione. Recentemente negli Stati Uniti la cannabis è stata legalizzata in numerosi stati, in due dei quali (Washington e Colorado) anche a scopo ricreativo. Al di là della questione morale sull’uso o meno della cannabis a scopo ricreativo, è oramai ipocrita pensare che l’uso di cannabis sia peggiore dell’uso del tabacco, per non parlare dell’uso di sostanze alcoliche.

Per i risultati sulla legalizzazione negli Stati Uniti è ancora presto per tirare delle somme visto che è un mercato nuovo e deve ancora stabilizzarsi. C’è da dire che è tutto un indotto quello che si va a creare, a partire dai produttori che dalla pianta possono ricavare anche fibre tessili e oli combustibili, oltre che le infiorescenze. Inoltre il prodotto di scarto della lavorazione può essere usato come mangime per animali o come concime per le piante. Un perfetto concorrente per i derivati del petrolio, con la differenza che gli scarti non inquinano. Un indotto che creerebbe nuovi posti di lavoro e occupazione.

In Parlamento è stato depositata una proposta di legge per la depenalizzazione della cannabis firmata da 294 deputati. Un’adesione trasversale che vede come primo firmatario Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli affari esteri del Governo Renzi. Della Vedova ha chiarito in una lettera gli intenti di questo disegno di legge, rispondendo a delle accuse di “inefficacia economica” del processo di legalizzazione. Il punto è che depenalizzare soltanto per fare cassa sarebbe un grosso errore perché si strozzerebbe un mercato appena nato, ma il percorso parlamentare è lungo e ora è prematuro fare previsioni.

Naturalmente non sono mancati i detrattori, ovviamente in malafede per ignoranza e/o per scopi elettorali.


Fa sorridere questo post sempliciotto della deputata di Fratelli d’Italia: cita dati, parla di disoccupazione e si commenta da solo…

Immagine: Vaporizers

Fonte: Botta di Classe

venerdì 25 settembre 2015

Le notizie di oggi

Quello che dovete sapere per questa giornata


Immigrazione: per diminuire il flusso di persone in entrata nel Paese, la Croazia ha chiuso tutti i passaggi al confine con la Serbia tranne uno, invitando quest'ultima a mandare i migranti a nord, verso l'Ungheria, che però aveva chiuso la propria frontiera serba già lo scorso 15 settembre. La Serbia ha risposto con una nota diplomatica insolitamente aggressiva, in cui ha paragonato l'attuale governo croato a quello fantoccio istituito durante la Seconda guerra mondiale dai nazi-fascisti, e ponendo un divieto sull'importazione di beni croati. La Croazia ha a sua volta vietato l'accesso nel Paese a tutti i veicoli serbi. La Serbia è così isolata dai suoi partner commerciali in Europa e entrambe le nazioni stanno subendo una perdita economica dal valore di circa un milione di euro al giorno. Intanto, in Germania, il governo federale ha raddoppiato gli aiuti per gli stati regionali che dovranno accogliere i migranti da due miliardi a quattro. Berlino ha inoltre annunciato che pagherà 670 euro al mese per ogni richiedente asilo che verrà accolto. Proprio questa settimana, l'Unione europea ha finalmente trovato un accordo sul ricollocamento di 120mila migranti sul territorio. La Slovacchia, che si oppone a questa iniziativa, ha annunciato che ricorrerà legalmente contro la decisione di Bruxelles.

- Ruanda: secondo un rapporto dell'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (HRW) il governo ruandese starebbe trattenendo mendicanti, prostitute e senzatetto all'interno di un centro detenzioni a Kigali, la capitale del Paese. Le autorità avrebbero subito smentito il rapporto, precisando che il centro Gikondo a Kigali non è un centro di detenzione, bensì un "centro di transito", in cui queste persone sostano di passaggio verso la riabilitazione. HRW sostiene invece che il governo le faccia rinchiudere per mantenere l'immagine della capitale più "pulita" e "ordinata", noncurante del fatto che loro vivano poi in condizioni deplorevoli per mesi e senza alcuna accusa ufficiale.

- Australia: il neoeletto Primo Ministro Malcolm Turnbull ha annunciato di voler investire circa 90 milioni di euro nella lotta contro la violenza domestica nel Paese. In particolare, il premier vuole aiutare le donne indigene che rischiano di essere vittime di violenze 34 volte in più rispetto alle altre. "Il mio sogno è che l'Australia sia nota per rispettare le donne in futuro," ha detto Turnbull durante la conferenza stampa di giovedì. "Tutta la violenza contro le donne comincia dalla mancanza di rispetto," ha continuato. Nel programma è previsto anche il miglioramento delle linee telefoniche di assistenza per le vittime maschili.

- Cina: 19mila persone sono state arrestate con l'accusa di essere affiliate alla Triade - l'organizzazione criminale di stampo mafioso cinese, operativa in diverse regioni. Gli arresti sono stati effettuati nelle province di Hong Kong, Macau e Guangdong dopo un'operazione durata tre mesi, secondo quanto dichiara la stampa cinese. I crimini di cui sono accusati gli arrestati variano dal traffico di droghe, all'azzardo e la prostituzione.

- Nigeria: il governo ha vietato la circolazione di macchine, trasporti pubblici, cavalli, asini e cammelli in tutto lo stato del Borno, per poter prevenire eventuali attacchi da parte dell'organizzazione estremista di Boko Haram durante i festeggiamenti della festa islamica del sacrificio - Eid al-Adha. Il divieto sarà in vigore fino a venerdì. Il Borno è lo stato in cui Boko Haram ha cominciato le sue attività terroristiche sei anni fa e dove la scorsa domenica sono morte un centinaio di persone in tre esplosioni. Dall'inizio del conflitto, hanno perso la vita almeno 17mila persone.

- Arabia Saudita: dopo la tragedia di ieri in cui hanno perso la vita 717 persone a Mina, durante una delle tappe obbligatorie del Hajj - il pellegrinaggio islamico annuale alla Mecca - il Re Salman ha chiesto una revisione delle misure di sicurezza prese per l'occasione. Ogni anno milioni di fedeli musulmani si recano nella città santa per il Hajj, mettendo a dura prova le autorità saudite che cercano in tutti i modi di ridurre il più possibile il rischio di incidenti. Il ministro della salute Khaled al-Falih ha infatti dichiarato che la calca si è creata perché molti pellegrini non hanno rispettato i tempi-limite concessi dalle autorità per i diversi rituali. Il governo saudita ha stabilito una commissione che indagherà nell'accaduto. I feriti sarebbero almeno 863.

- Stati Uniti: oltre a sottolineare la necessità di abolire la pena di morte e fermare il commercio delle armi nel Paese, nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti, Papa Francesco ha parlato anche di immigrazione, in particolare quella tra i Paesi dell'America Latina e gli USA. Il Papa ha ricordato a tutti i presenti l'importanza di trattare i migranti "con la stessa passione e compassione con cui vorremmo essere trattati noi", invitando il Congresso a non vederli come "numeri" ma come "persone". Il giorno prima dello storico discorso, una bambina di cinque anni, figlia di immigrati clandestini, era riuscita a consegnare una lettera scritta a mano al Papa durante una parata. Nella lettera, Sofia Cruz parlava dei cinque milioni di bambini negli Stati Uniti i cui genitori sono a rischio deportazione, e chiedeva al pontefice di intervenire a riguardo.

- Yemen: il bilancio dell'attacco di ieri alla moschea sciita al-Balili - nella capitale Sanaa, controllata dai ribelli Houthi - è salito a 25 morti e almeno 36 feriti. I due attentati suicidi avevano avuto luogo durante la preghiera del primo giorno di Eid al-Adha, la festa islamica che ricorda il sacrificio di Abramo. Un primo kamikaze si era fatto saltare in aria all'interno della moschea, e mentre i fedeli correvano verso l'esterno, un secondo aveva fatto lo stesso, nei pressi del cancello d'ingresso. Secondo il capo della sicurezza di al-Balili, i terroristi avevano nascosto gli esplosivi nelle scarpe. Le esplosioni sono state rivendicate dall'organizzazione estremista Stato Islamico, che da mesi ha intensificato gli attacchi contro la comunità sciita dello Yemen. Nel Paese è in corso una guerra civile tra ribelli sciiti Houthi e il governo ufficiale del Presidente Hadi, riconosciuto a livello internazionale. Solo da marzo avrebbero perso la vita nel conflitto quasi 4.200 persone, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite.

Fonte: The Post Internazionale