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mercoledì 12 aprile 2017

Le accuse contro le persone indagate per il suicidio di Tiziana Cantone sono state archiviate

Il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta della procura e ha stabilito che vengano fatte nuove indagini per verificare eventuali responsabilità di Facebook

Il funerale di Tiziana Cantone, 15 settembre 2016 (LaPresse - Marco Cantile)

Il giudice per le indagini preliminari di Napoli, Tommaso Perrella, ha deciso di archiviare le indagini nei confronti di cinque persone denunciate per diffamazione da Tiziana Catone, trentunenne che lo scorso 13 settembre si era suicidata apparentemente per via della diffusione online di alcuni video privati che aveva girato durante dei rapporti sessuali con un uomo. La richiesta di archiviazione era stata fatta nel novembre del 2016 dal pubblico ministero Alessandro Milita e dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli: secondo loro non c’erano i presupposti per proseguire. Il giudice per le indagini preliminari ha dunque accolto l’istanza della procura, ma ha disposto ulteriori indagini per verificare eventuali responsabilità di Facebook Italia.

L’indagine era partita dopo che Tiziana Cantone aveva presentato un esposto contro quattro persone per diffamazione: a questi quattro uomini la stessa Cantone, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, aveva mandato via Whatsapp delle fotografie in cui appariva in costume da bagno o a seno nudo e dei video di atti sessuali. Anche se durante gli atti ripresi nei video Cantone era consenziente, non aveva acconsentito alla loro diffusione online. Durante l’indagine, ai quattro uomini denunciati da Cantone si era aggiunto il padre di uno di loro: a lui era infatti intestata l’utenza telefonica alla quale erano arrivate le immagini.

Nel frattempo, la procura di Napoli ha aperto un altro fascicolo per calunnia a carico dell’ex fidanzato di Tiziana Cantone, Sergio Di Palo, ipotizzando che sia stato lui a convincere la donna a denunciare i quattro uomini e a indicarli come i responsabili della diffusione on-line dei video. Resta aperta anche l’inchiesta della procura di Napoli Nord senza indagati, per istigazione al suicidio.

(Storia di Tiziana Cantone)

La madre di Tiziana Cantone ha detto di essere molto amareggiata dalla decisione del gip. E il suo legale, Giuseppe Marazzita ha detto: «Davanti al giudice ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario di Tiziana è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani. Se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Facebook, probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato ma non fece nulla». Lo scorso novembre, il tribunale di Aversa aveva richiamato Facebook per non aver rimosso le pagine che rinviavano ai video di Cantone, dopo che lei stessa aveva presentato una diffida. Per i giudici, la diffida era vincolante, mentre la società si era difesa spiegando di non aver rimosso le pagine perché non aveva ricevuto alcun ordine del giudice o del garante per la privacy. Per Facebook, dunque, la diffida di Cantone non aveva alcun valore giuridico.

Fonte: Il Post

martedì 21 febbraio 2017

Perché si parla dell’Unar

L'ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali – che dipende dal governo – è stato criticato da un servizio delle Iene per aver finanziato un'associazione che praticherebbe la prostituzione maschile


Francesco Spano, direttore generale dell’Unar – l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali che dipende dalla presidenza del Consiglio dei ministri e, in particolare, dal dipartimento delle Pari Opportunità – si è dimesso dal suo ruolo dopo un servizio delle Iene in cui si denuncia un uso improprio dei finanziamenti pubblici all’ente: si dice cioè che è stato assegnato un finanziamento attraverso un bando pubblico a un’associazione a cui sono legati del circoli nei quali non si farebbe nessuna attività di promozione sociale e culturale ma si praticherebbe la prostituzione maschile.

Il servizio delle Iene
L’Unar dipende dal dipartimento per le Pari Opportunità, la cui delega è stata confermata anche nel governo guidato da Paolo Gentiloni a Maria Elena Boschi: è stato istituito nel 2003 con l’obiettivo di promuovere la parità di trattamento tra le persone e di combattere contro le discriminazioni anche attraverso la concessione di fondi a enti o associazioni che lavorano per questo scopo.

Il servizio delle Iene è stato trasmesso il 19 gennaio. Mostra l’elenco delle associazioni accreditate all’Unar in base a una serie di requisiti: ci sono, tra le altre, Amnesty International Italia, la Croce Rossa, l’Unicef, la Comunità di Sant’Egidio e poi altre associazioni meno conosciute. Tra queste c’è un’associazione a cui a fine dicembre è stato assegnato un finanziamento per “la promozione di azioni positive finalizzate al contrasto delle discriminazioni”. Il bando prevedeva un finanziamento totale di quasi 1 milione di euro che è stato suddiviso e assegnato a diversi enti. Poco più di 55 mila euro sono stati dati a un’associazione di cui le Iene non fanno il nome ma che è visibile nella graduatoria del bando: si tratterebbe di Anddos, associazione nazionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale.

Le Iene hanno intervistato in forma anonima la persona che ha segnalato loro quel preciso finanziamento: dice che all’associazione in questione sono legati dei circoli in cui ci sono saune e centri massaggi dedicati agli uomini omosessuali in cui le donne non possono entrare, in cui si fa sesso a pagamento e nei quali, sfruttando il fatto di essere un’associazione di promozione sociale e di avere agevolazioni fiscali, si svolgono attività a scopo di lucro spesso a sfondo sessuale. L’attività principale di questa associazione non sarebbe dunque quella culturale o sociale contro le discriminazioni: alcuni filmati girati dalle Iene mostrano che al termine di un massaggio vengono effettivamente proposte delle prestazioni sessuali a pagamento, e alcuni frequentatori dei circoli parlano confermando la storia. Sui siti di alcuni di questi circoli sono effettivamente segnalate tra le attività e i servizi “dark room” o “glory hole“, un buco praticato in una parete attraverso il quale è possibile svolgere determinate attività sessuali.

Nel servizio delle Iene si dice infine che il direttore del’Unar sarebbe socio di questa associazione e si dice che è stata mostrata loro anche la tessera con il numero di iscrizione. Francesco Spano ha smentito, ha ringraziato le Iene per la segnalazione e ha detto che avrebbe fatto delle verifiche. Nel servizio delle Iene ci si chiede se sia corretto finanziare associazioni di questo tipo e se non ci sia un conflitto di interessi tra il direttore che concede finanziamenti a un’associazione di cui lui stesso è socio.

Dopo il servizio
Il 20 febbraio Francesco Spano si è dimesso dal suo incarico di direttore generale dell’Unar dopo essere stato convocato a Palazzo Chigi dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Nella nota si legge:


«Le dimissioni vogliono essere un segno di rispetto al ruolo e al lavoro che ha svolto e continua a svolgere l’Unar, istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, in recepimento alla direttiva comunitaria n. 2000/43 CE contro ogni forma di discriminazione. La Presidenza del Consiglio, per quanto non si ravvisino violazioni della procedura prevista e d’accordo con il dott. Spano, disporrà la sospensione in autotutela del Bando di assegnazione oggetto dell’inchiesta giornalistica, per effettuare le ulteriori opportune verifiche. I relativi fondi, comunque, non sono stati ancora erogati» 


Dopo il servizio delle Iene ci sono state molte reazioni: Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ha chiesto che l’Unar venga chiuso; il capogruppo della Lega in Senato e il senatore di Forza Italia Lucio Malan hanno annunciato delle interrogazioni parlamentari dicendo che l’Unar «agisce al di fuori della legge»; il Movimento 5 Stelle ha chiamato in causa Maria Elena Boschi dicendo che «deve dare immediate spiegazioni, anche al fine di chiarire se siano state compiute le opportune verifiche». Nel frattempo il Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei Conti e alla procura di Roma in cui chiede di aprire un’indagine sull’utilizzo dei fondi pubblici da parte dell’Unar.

Il responsabile comunicazione dell’Unar Fernando Fracassi ha invece pubblicato un post su Facebook scrivendo: «Vorrei solo dire a chi con tanta enfasi sta riempiendo la mia bacheca di insulti gratuiti e mi telefona in anonimato per aggredirmi in modo violento solo perché lavoro all’Unar che purtroppo non sapete con quale dedizione noi svolgiamo il nostro lavoro, dal direttore fino all’ultimo operatore che risponde al numero verde. Non conoscete l’ufficio e vi basate solo su un servizio che distorce la realtà». E ancora: «Sono dispiaciuto per come è stato montato il servizio, noi non finanziamo associazioni ma solo progetti che abbiano esclusivamente una valenza sociale e che possano contribuire al contrasto contro le discriminazioni».

Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, ha scritto in un comunicato che il servizio delle Iene, «che in malafede dosava anonimati, vaghezza e repentini precisi dettagli, perfino lesivi del diritto alla privacy, ha innescato una macchina del fango ignobile, subito cavalcata dagli omofobi di professione, dentro e fuori il Parlamento». Ha anche detto che la sospensione del direttore «serve a ristabilire la serenità necessaria a far proseguire il lavoro importante di Unar». E ha precisato che «l’elenco dei progetti finanziati dal dipartimento della Presidenza del Consiglio contiene iniziative importanti che si occupano di marginalità e di contrasto alle discriminazioni e all’esclusione sociale (…). C’è tutto un mondo del volontariato che lavora, fa tanto, nella stragrande maggioranza dei casi senza l’ombra di un euro di finanziamento pubblico. E c’è tutto un mondo di persone lgbti che hanno bisogno di interventi sociali e di sostegno, persone che non possono essere lasciate sole. Strumentalizzare delazioni carpite, confezionarle in una narrazione piena di pruderie e illazioni solo per affossare l’Unar è un’operazione politica miope. Non si getti fango, piuttosto si chieda chiarezza. L’Unar è e deve continuare ad essere un organo di garanzia di tutti e tutte sulle politiche contro le discriminazioni».

Fonte: Il Post

mercoledì 14 settembre 2016

Cari uomini, Tiziana Cantone si è suicidata per colpa nostra

Ricordate quel video amatoriale divenuto famoso per la frase "stai facendo il video? Bravoh"? La protagonista era Tiziana Cantone, che si è uccisa.

di Saverio Tommasi


Ricordate quel video amatoriale divenuto famoso per la celebre frase "stai facendo il video? Bravoh"? La protagonista era Tiziana Cantone, che si è uccisa.

Tiziana Cantone si è impiccata, e questa cosa mi fa un po' effetto perché per mesi ho sentito amici dire "stai facendo il video? Bravoh". E mi sembrava di conoscerla, anche se quel video non l'ho mai visto, nonostante di porno ne veda abbastanza. E semplicemente non l'ho visto perché il furto dell'intimità non lo trovo eccitante.

Un po' come il video di Belén, che il fatto che abbia la farfallina non significava volersi far commentare una performance di quando aveva diciassette anni, da tutto il mondo. Belén superò quel momento, Tiziana no e si è uccisa.

Ora spero che Tiziana sia in un mondo più giusto, dove chi lecca una fica è uguale a chi lecca un pisello.

Un mondo dove troia nessuno lo dice e maiala è solo il femminile di maiale.

Un mondo dove i video si fanno ma si tengono su un hard disk esterno e non si mandano in giro con il cellulare, perché al massimo i video servono per riguardarli insieme al partner o nei momenti di solitudine, se l'altra persona è d'accordo.

Un mondo dove la presidente della Camera Boldrini non sia paragonata a una bambola gonfiabile, e dove puttana sia al massimo un mestiere.

Mi auguro che Tiziana Cantone ora sia in un mondo dove il giudizio non è basato sul genere della persona giudicata, o sul suo lavoro. Un mondo con meno stronzi, dunque.
Perché Tiziana Cantone l'hanno uccisa gli stronzi, questa è la verità. E gli stronzi, per la maggioranza, erano uomini come me. Tiziana l'ha uccisa chi la qualificava per un gesto e non le dava respiro per via di un pompino. Un normalissimo pompino in macchina, come ce ne sono migliaia anche in questo momento in cui voi leggete.

E devo dirlo: mi sono letteralmente rotto i coglioni, da uomo, di sentire giudizi sulla moralità basati sull'aspetto fisico di una donna, o su quanto e come e a chi questa decida di fare un pompino.

I social network sono come il bar. Se attacchi in gruppo si chiama bullismo, e colui che viene attaccato sta male, e qualche volta si uccide.

E chi ancora pensa che in fondo "se l'è cercata" è solo un vigliacco sentimentale; una merda attaccata alla soletta della scarpa che non se ne va; come coloro che sostengono che "certe ragazze cerchino lo stupro" perché hanno una gonna, o rincasano dopo le 21; o per mangiare il gelato scelgono la lingua invece del cucchiaino, perché poi c'è il cono che si può sgranocchiare.

O riusciamo a creare un mondo più gentile, e mi rivolgo soprattutto agli uomini ma purtroppo non solo, oppure non siamo migliori della corda che si è stretta intorno al collo di Tiziana.

Fonte: fanpage.it

La morte di Tiziana Cantone

Una trentunenne di Napoli si è uccisa dopo la pubblicazione online di video privati senza il suo consenso, che sono diventati meme, insulti e prese in giro


Tiziana Cantone, una donna di 31 anni originaria di Napoli, si è suicidata martedì 13 settembre, apparentemente per le conseguenze che aveva avuto sulla sua vita la pubblicazione e diffusione online – iniziata nella primavera del 2015 – di alcuni video privati che aveva girato durante rapporti sessuali con un uomo. Cantone, dopo essersi trasferita fuori dalla Campania per diverso tempo, da alcuni mesi viveva a Mugnano, poco fuori Napoli.

Della storia di Tiziana Cantone si era cominciato a parlare prima dell’estate del 2015, quando uno dei video che aveva girato (sei in tutto, secondo i giornali) e in cui la si vedeva fare del sesso orale con un uomo era circolato moltissimo online, su WhatsApp e su diversi siti di video porno. Il video era stato girato con il suo consenso dall’uomo che si vede nel video con lei (secondo Fanpage questa circostanza è riportata anche in successivi atti giudiziari) ed era stato poi diffuso online probabilmente da lui. Il video era diventato anche oggetto di parodie e scherzi: erano state aperte pagine su Facebook per parlarne, giravano dei meme e altri video di presa in giro di Cantone. Nel video, infatti, Cantone si vedeva bene in volto e in molti casi il suo nome veniva citato esplicitamente nel titolo.

Anche diversi giornali e siti online avevano raccontato la sua storia indicando il suo nome e cognome e diversi particolari del video, spesso trattando la storia come quella di un qualsiasi video-virale-del-momento. Molti articoli e pagine sono state cancellate o rimosse, ma se ne trova traccia facendo ricerche su Google. Il Fatto Quotidiano, per esempio, aveva parlato del video in un articolo del maggio 2015 scrivendo di “Magliette, video parodia e pagine facebook (sic) dedicate: lei Tiziana Cantone, il nuovo idolo del web”. Nell’articolo, il Fatto si chiedeva se si trattasse di “Rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar?” e concludeva – dopo aver raccontato dei gadget sul film porno che si potevano comprare online – che “L’unica cosa certa è che al momento la ragazza è sulla cresta dell’onda (ora il Fatto Quotidiano ha sostituito l’articolo con un editoriale di scuse del direttore Peter Gomez). Anche altri siti di news online avevano dato spazio alla storia del video di Cantone, raccontandone i dettagli o facendo ricerche per rintracciare il presunto fidanzato di lei (che nel video viene definito dall’uomo “cornuto”).

Sulle diverse pagine che si erano occupate del video, Cantone veniva spesso insultata e derisa. Oggi i giornali raccontano che per questo aveva deciso di lasciare il suo lavoro e la sua città, Casalnuovo di Napoli, per passare qualche mese in Toscana lontano da conoscenti, amici e altre persone che avrebbero potuto riconoscerla. Dopo la pubblicazione del video Cantone aveva sofferto di depressione e altri gravi disturbi emotivi, decidendo di tornare a Napoli solo recentemente ma spostandosi in una nuova casa a Mugnano. Secondo Fanpage, che cita alcuni passaggi della denuncia presentata contro chi aveva diffuso i video, Cantone aveva già tentato almeno una volta di uccidersi, soffriva di attacchi di panico e non usciva più di casa tranquillamente. Nel frattempo aveva chiesto la rimozione da Internet delle diverse copie del suo video e delle pagine che ne parlavano su Facebook e altri social network, ottenendola a inizio settembre. Secondo il Corriere della Sera, oltre alle indagini ancora in corso sulla diffusione del video, ora la procura di Napoli ha aperto anche un’indagine per istigazione al suicidio.

Fonte: Il Post

mercoledì 3 febbraio 2016

Il primo caso di Zika negli Stati Uniti

I medici della città di Dallas hanno rilevato un caso di virus contratto per via sessuale

Credit: Reuters

Le autorità sanitarie della città statunitense di Dallas, situata in Texas, hanno reso noto martedì 2 febbraio che un abitante della città ha contratto il virus Zika.

Se questa notizia venisse confermata, si tratterebbe del primo caso negli Stati Uniti da quando questo mese il virus ha iniziato a diffondersi su scala globale.

La persona - di cui non sono stati resi noti né il nome, né il sesso, né l'età - avrebbe contratto il virus per via sessuale, attraverso un rapporto con un'altra persona tornata recentemente da un paese in cui Zika sta avendo maggiore diffusione.

La via di trasmissione più comune per il virus Zika sono le zanzare, ma si sono verificati anche casi più isolati di trasmissione per via sessuale, come sarebbe accaduto appunto a Dallas.

LEGGI ANCHE: Tutto quello che c'è da sapere sul virus Zika

Fonte: The Post Internazionale

martedì 22 dicembre 2015

Rimosso il divieto di donazione del sangue per i gay negli Stati Uniti

Viene però introdotto l'obbligo di astinenza sessuale nei 12 mesi precedenti. La norma era in vigore da più di trent'anni

Persone in fila per donare il sangue dopo una sparatoria a Roseburg, Oregon, Stati Uniti. Credit: Lucy Nicholson

Il governo degli Stati Uniti ha rimosso il divieto di donazione del sangue per i gay che era in vigore dal 1983. Tuttavia viene introdotto l'obbligo di astinenza sessuale nei 12 mesi precedenti la donazione per tutte le persone gay, o bisessuali.

"Attualmente, la finestra di attesa di 12 mesi è sostenuta dalle migliori prove scientifiche disponibili", ha spiegato in una nota Peter Marks, vice direttore della divisione biologica della Food and Drug Administration, l'ente statunitense che ha rimosso il bando.

Il divieto di donazione era stato approvato nel 1983 quando l'Aids iniziò a diffondersi negli Stati Uniti. Con questa scelta gli Stati Uniti si allineano alle norme già presenti nel Regno Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda, paesi dove c'è l'obbligo di astinenza per i gay nei 12 mesi precedenti la donazione.

Le organizzazioni per i diritti dei gay hanno espresso soddisfazione per la rimozione del bando, ma hanno anche messo in evidenza che la norma resta omofobica.

"È ridicolo e contrario alla salute pubblica che un uomo gay, che abbia una relazione monogama, non possa donare il sangue, mentre può farlo un eterosessuale che, nell'anno precedente, abbia avuto centinaia di partner", ha detto Jared Polis, deputato democratico e copresidente di Congressional LGBT Equality Caucus, un gruppo che rappresenta i parlamentari gay del Congresso degli Stati Uniti.

(Il tweet con cui il gruppo Congressional LGBT Equality Caucus commenta la decisione del governo statunitense)


Fonte: The Post Internazionale

martedì 1 dicembre 2015

Aids, in Italia nel 2014 ben 3.695 nuovi casi. Il test? Sono in pochissimi a farlo

Il numero dei casi di Aids negli ultimi anni è tornato ad aumentare anche in Europa dove nel 2014 si sono toccati livelli più alti degli anni '80. Nel 2014 in Italia 3.695 persone hanno scoperto di essere sieropositive, pari a 6,1 nuovi casi di sieropositività ogni 100 mila residenti. Nonostante questi numeri, in pochi ancora fanno il test.


Il primo dicembre è la giornata mondiale per la lotta contro l'Aids. La prima volta che è stata celebrata era il 1988, un periodo in cui di virus Hiv, contagio e prevenzione si parlava tantissimo. Adesso l'attenzione è piuttosto calata: sono finite le campagne di informazione e sensibilizzazione, con la conseguenza che di Aids, diagnosi, rischi e terapia si sa sempre meno, specialmente tra i più giovani. Il virus è per lo più considerato una malattia sconfitta, un ricordo del passato.

Eppure, secondo gli ultimi dati contenuti in un rapporto Oms Europa-Ecdc, il numero delle infezioni negli ultimi anni è tornato ad aumentare anche in Europa dove nel 2014 si sono toccati livelli più alti degli anni '80. Solo lo scorso anno ci sono stati 142mila nuovi contagli in 53 paesi, circa 30mila nella sola Ue. Le infezioni dovute a rapporti omosessuali sono il 42% (erano il 30% nel 2005), quelle a rapporti eterosessuali sono il 32%, mentre quelle dovute a droghe iniettabili sono appena  il 4,1%. A subire maggiormente il contagio, secondo l'Oms, sono gli uomini, il cui tasso è 3,3 volte superiore rispetto alle donne.

A livello mondiale, il report annuale di Unaids – il programma Aids delle Nazioni unite, ha registrato un calo delle morti per Hiv, scese del 42% rispetto al 2004 (quando ci fu un picco), e anche del numero degli infetti- diminuiti del 35% dal 2000. L'obiettivo dell'Unaids è sconfiggere il virus entro il 2030. Il numero di malati nel mondo è di circa 40 milioni, di cui 15 milioni hanno accesso alle terapie anti retrovirali. Ma di queste, nella pratica, solo il 25% aderisce correttamente alle cure e ne beneficia. In Italia e nei paesi occidentali intorno al 50%.

I dati in Italia
Secondo i dati dell'Istituto superiore di sanità-CoA (Centro Operativo Aids), nel 2014 in Italia 3.695 persone hanno scoperto di essere Hiv positive, pari a 6,1 nuovi casi di sieropositività ogni 100 mila residenti. Un numero che colloca il nostro paese al 12esimo posto nell'Ue. Dall’inizio dell’epidemia (nel 1982) a oggi sono stati segnalati oltre 67.000 casi di Aids, di cui circa 43.000 sono deceduti.

L'incidenza maggiore lo scorso anno è stata nel Lazio, in Lombardia e in Emilia Romagna. A essere colpiti, anche nel nostro paese, sono prevalentemente gli uomini: il 79,6% dei casi nel 2014, con un'età media di 39 anni. Per le donne la percentuale è più bassa, così come l'età (36 anni). La fascia maggiormente soggetta al virus, comunque, è quella delle persone tra i 25 e i 29 anni, per cui sono stati registrati 15,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti. Il 27,1% delle persone diagnosticate sieropositive è di nazionalità straniera: nel 2014, l’incidenza è stata di 4,7 nuovi casi ogni 100.000 tra italiani residenti e di 19,2 nuovi casi ogni 100.000 tra stranieri residenti, soprattutto in Lazio, Molise, Sicilia e Campania.

L'84,1% delle segnalazioni di nuove infezioni da Hiv riguarda rapporti sessuali senza preservativo (omosessuali 40,9%, eterosessuali maschi 26,3%, eterosessuali femmine 16,9%).

Manca informazione e in pochi fanno il test
Nonostante i numeri alti, gli italiani sono restii a fare il test. Secondo Iss e CoA, il 26,4% delle persone ha eseguito il test Hiv per la presenza di sintomi correlati all'Hiv, il 21,6% in seguito a un comportamento a rischio non specificato. Il 10% ne è venuto a conoscenza nel corso di accertamenti per un’altra patologia.

Se nel 2006 il 20% dei pazienti non sapeva di essere sieropositivo, nel 2014 questa quota è salita al 71,5%. Oltre 7 malati su 10, praticamente, non sanno di esserlo fino alla diagnosi di Aids conclamata. Ciò significa che nel 2014 meno di un quarto delle persone diagnosticate con Aids ha eseguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi, perché inconsapevole della propria sieropositività.

Questi dati vanno di pari passo con quelli raccolti dalla Lila – Lega italiana per la lotta contro l'Aids, secondo cui il 20,62% delle 5.703 persone che hanno chiamato i loro centralini tra il 30 settembre 2014 e il 30 settembre 2015 non avevano mai fatto il test dell'Hiv. Una percentuale che sale al 36% nello studio "Questionaids" condotto insieme al Dipartimento di Psicologia dell'Università di Bologna su un campione di popolazione generale. Secondo il presidente della Lila Massimo Oldrini "Fare il test rappresenta un problema per sempre più persone, si tratta di un dato che va di pari passo con il fatto che in Italia oltre il 50% delle persone scopre di avere contratto l’Hiv in una fase molto avanzata dell’infezione". Nel nostro paese "continuano a mancare completamente programmi nazionali di informazione e prevenzione nonostante ogni anno contraggano l'Hiv circa 4000 persone. Sappiamo che molte persone che hanno avuto rapporti sessuali a rischio evitano di fare il test perché spaventate dalle frequenti discriminazioni e dall’isolamento che seguirebbero un eventuale esito positivo per questo anche le attività di contrasto allo stigma possono favorire la prevenzione".

Ma c'è anche un'altra faccia della medaglia nella mancanza di informazione sul contagio da Hiv: il 6,86% delle 5703 chiamate arrivate al servizio di counseling telefonico della Lila tra il 30 settembre 2014 e il 30 settembre 2015 sono state fatte da "worried well", persone ossessionate dal virus. Erano il 6,33% nel 2014. Sono soggetti che cercano "attivamente di ottenere informazioni sulla malattia da qualunque fonte" e "cercano continuamente e spasmodicamente conferme al fatto di non essere state contagiate e si sottopongono ripetutamente al test", pur non avendo messo in atto comportamenti a rischio.

Fonte: fanpage.it

domenica 9 agosto 2015

I diritti delle prostitute sono diritti umani


Dopo due anni di consultazioni con prostitute ed esperti di diritti umani, Amnesty International ha lavorato a una politica a supporto della decriminalizzazione della prostituzione, per assicurare a tutti gli individui la parità dei diritti. Questa politica riconosce la decriminalizzazione dell'attività come il fulcro per la tutela dei diritti delle prostitute del mondo e verrà discussa e votata durante l'International Council Meeting di Dublino.

Le argomentazioni si mostrano inequivocabili, poiché la criminalizzazione dell'attività ha fatto sì che la salute delle prostitute e la tutela della loro sicurezza subissero effetti devastanti. Nel 2014, il Lancet - uno dei giornali medici più accreditati a livello globale - ha prodotto un lavoro relativo alla diffusione dell'HIV tra le prostitute (lavoro firmato da noi e da altri esperti). Stando agli studi epidemiologici e alle analisi portate avanti, la ricerca dimostra che con la decriminalizzazione della prostituzione si eviterebbe il 33-46% dei contagi globali di HIV nella prossima decade.

La presa visione di ricerche già pubblicate e di report sui diritti umani dimostra che dove la prostituzione è considerata un reato, le prostitute sono costrette a lavorare in luoghi isolati e nascosti, con una grande carenza all'accesso alle protezioni di base per lavorare in modo protetto; come la possibilità di negoziare sulle modalità in cui vogliono lavorare, o il decidere sull'utilizzo del preservativo per evitare i contagi. Dove la violenza è diffusa, e con lei lo è anche la paura, l'accesso alle basilari risorse per tutelare la salute assicurerebbe i diritti umani di tutti i cittadini.

Come guida nella difesa dei diritti dell'umanità, Amnesty International potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella tutela delle prostitute, adottando una politica che affermi che la depenalizzazione dell'attività è essenziale alla tutela dei diritti umani. Nella serie di articoli Lancet, gli autori hanno dimostrato quanto il legame tra la criminalizzazione e i contagi HIV sia stretto. In queste ricerche, esperti analizzano il fenomeno trattando di legge, medicina, salute pubblica, diritti umani e le prostitute stesse hanno concluso ammettendo la gravità della criminalizzazione dell'attività sul loro lavoro, le loro famiglie e la comunità. Altri attori internazionali come la World Health Organization (WHO), il Joint United Nations Programme sull'HIV/AIDS (UNAIDS), il United Nations United Nations Population Fund (UNFPA) e la Global Commission sull'HIV hanno rafforzato il messaggio, sottolineando quanto la decriminalizzazione della prostituzione sia basilare nella tutela dei diritti delle prostitute.

Nonostante il messaggio esplicito lanciato dalla politica stilata da Amnesty; che esorta a lavorare per leggi contro la violenza, l'ineguaglianza di genere, e il traffico di esseri umani di ogni tipo (incluso quello relativo all'attività sessuale), resta un certo grado di confusione tra le politiche e le leggi riguardanti la prostituzione. Chiunque tenga ai diritti deplora il traffico di esseri umani. Allo stesso modo, chi tiene ai diritti umani disdegna a prostituzione minorile. Ma i dati dimostrano chiaramente che la criminalizzazione della prostituzione non aiuta a combattere queste battaglie.

Al contrario, la criminalizzazione spinge la prostituzione nell'ombra, lontana dai servizi, e lontana dalla tutela possibile della pubblica sicurezza che potrebbe ridurre il traffico e proteggere i minorenni.

Decriminalizzare la prostituzione è possibile e questo permetterebbe anche di combattere la costrizione a prostituirsi, e l'esortazione alla prostituzione dei minorenni. E proprio le prostitute hanno un ruolo chiave in questa lotta. Non ci sono prove del fatto che la criminalizzazione della prostituzione riduca il traffico di esseri umani, anzi, queste analisi hanno dimostrato l'effetto esattamente contrario. La criminalizzazione, infatti, rende la violenza più facile e i violenti più difficili da identificare.

Come ha affermato la Global Commission sull'HIV: "la legge è il pugno dell'aguzzino o la mano del guaritore". La legge è uno strumento potente per ridurre le differenze sociali e implementare la salute a livello globale, ma è anche un'arma pericolosa per limitare i diritti di chi vive ai margini della società. Alla vigilia dell'International Council Meeting, Amnesty International è pronta ad avere un ruolo di punta nel chiarire al mondo che i diritti delle prostitute sono diritti umani e, come tali, vanno tutelati e protetti.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta su The Huffington Post CA ed è stato successivamente tradotto dall'inglese da Alessandra Corsini.

Fonte: L'Huffington Post

martedì 23 giugno 2015

Turismo sessuale, italiani al primo posto


Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano. Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta. Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).

Gerd Dani

Fonte: FREE ITALIA

sabato 30 maggio 2015

L’assistenza sessuale ai disabili in Italia è ancora tabù

Un ddl che istituisce il progetto è fermo da un anno in Parlamento. La prostituzione non c’entra, gli specialisti sono educatori e psicologi

Marco Sarti

Valentina Cinelli/Flickr

«In Italia le persone disabili sono considerate come dei bambini. Angeli asessuati. Ma non è così, le persone con disabilità hanno delle necessità fisiche come tutti gli altri». Fabiano Lioi è un musicista. Affetto da Osteogenesi Imperfetta, da qualche giorno ha lanciato una petizione online per accelerare l’iter legislativo di una proposta presentata un anno fa al Senato. È un provvedimento rivoluzionario. «Un obiettivo di civiltà», destinato a permettere anche nel nostro Paese l’assistenza sessuale ai disabili. Nulla a che vedere con la prostituzione. Basta leggere la norma per rendersi conto che il progetto è molto più complesso. «La dimensione della sessualità delle persone con disabilità - così il disegno di legge - può e deve essere sostenuta attraverso un intervento di assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità». 

Peccato che l’argomento sia ancora un tabù. «Di sessualità e handicap in Italia non si può parlare. C’è un pregiudizio totale», racconta Lioi. La petizione ha l’obiettivo di smuovere le acque. «Come tutti i disegni di legge dalla portata innovativa, anche questo provvedimento per essere approvato ha bisogno di trovare un consenso nell’opinione pubblica» ammette il senatore Pd Sergio Lo Giudice, primo firmatario del testo. L’idea della legge è nata un anno fa, dopo il suo incontro con il comitato LoveGiver (www.lovegiver.it), la prima organizzazione italiana impegnata apertamente per il riconoscimento dell’assistenza sessuale ai disabili. Un’esperienza raccontata da ricercatori scientifici, operatori del settore e tanti diretti testimoni nel libro “LoveAbility”, edito da Erickson. «È stato proprio quel libro, uscito lo scorso anno, a sollevare un po’ di attenzione sul fenomeno» spiega Lo Giudice.

È una realtà poco conosciuta, non per questo poco diffusa. Ma è anzitutto una questione di diritti. In Italia già trent’anni fa la Corte Costituzionale ha riconosciuto la sessualità come «uno degli essenziali modi di espressione della persona umana», confermando che «il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizione soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana che l’articolo 2 Cost. impone di garantire». Ma quella dell’assistenza sessuale per i disabili è soprattutto una questione sentita. Specie da chi la vive sulla propria pelle senza poterne parlare liberamente.

In pochi giorni la petizione sul sito Change.org ha raggiunto 12mila firmatari. Chi conosce l’argomento non sembra stupirsi troppo. Maximiliano Ulivieri è il fondatore del comitato LoveGiver. Da due anni combatte perché anche in Italia venga riconosciuta la figura dell’assistente sessuale. Oltre alla formazione di futuri specialisti, lo scorso anno il comitato ha dato vita a un osservatorio nazionale sul fenomeno. Un organo coordinato dal presidente dell’Istituto italiano di sessuologia scientifica Fabrizio Quattrini che attraverso oltre 66 protocolli di osservazione ha creato le basi per il disegno di legge depositato al Senato (ma un testo identico è stato presentato più recentemente anche alla Camera dei deputati).

«Purtroppo - racconta Ulivieri - in Italia manca ancora la conoscenza di quanto sia reale e diffuso il bisogno». Molti si rivolgono privatamente al comitato. «Spesso le famiglie rappresentano il primo problema - continua il fondatore di LoveGiver - Vedendo i propri figli disabili come eterni bambini, i genitori non riescono neppure a cogliere queste necessità». Per comprendere il fenomeno è importante circoscriverne la portata. «Io sono un disabile, ma sono sposato e ho avuto le mie storie», dice Ulivieri. Come spiega il disegno di legge, l’assistenza sessuale diventa necessaria solo in situazioni specifiche. Per i disabili con «una ridotta autosufficienza a livello di mobilità e motilità», ad esempio. Senza dimenticare particolari disabilità mentali e i casi di persone dall’aspetto fisico lontano dai modelli estetici dominanti. Necessità reali, a cui in certe situazioni si aggiunge «l’impossibilità di pervenire autonomamente a soddisfacenti pratiche di autoerotismo».

La forzata assenza di sessualità non è priva di conseguenze. «Nel disabile psichico la difficoltà a vivere la sfera dell’intimità e della sessualità alimenta la perdita di autonomia» conferma il testo parlamentare. Ne possono derivare stati di emarginazione affettiva e relazionale. «Sono costrizioni che formano il carattere - spiega ancora Ulivieri - Si diventa chiusi, ma soprattutto si inizia a percepire il proprio corpo come una fonte di dolore».

In assenza di una legge, ognuno si arrangia come può. «Nella maggior parte delle situazioni - spiega il senatore Lo Giudice - le famiglie sono obbligate a ricorrere al mercato della prostituzione». Un fenomeno che riguarda uomini e donne in uguale misura, ovviamente. Eppure limiti umani e ambientali spesso non rendono possibile neppure questa soluzione (peraltro estremamente limitata rispetto alle necessità di cui si parla). «In alcuni casi - continua Ulivieri - sono le madri ad essere costrette a masturbare i figli». Vicende drammatiche, spesso poco conosciute. Il disegno di legge offre una soluzione. Il testo istituisce la figura dell’assistente «per la sana sessualità e il benessere psico-fisico delle persone disabili». Un operatore che deve essere formato con un preciso ciclo didattico di tipo «psicologico, sessuologico e medico», con l’obiettivo finale di aiutare le persone con disabilità psichica o fisico motoria «a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale e a indirizzare al meglio le proprie energie interne, spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività».

Il sesso rappresenta solo una minima parte dell’intervento. «Non è quello il concetto - racconta Fabiano Lioi - Parliamo di prendere coscienza del proprio corpo. Io sono un musicista e un attore, lo conosco il mio corpo. Ma ho amici affetti da distrofia muscolare che non possono dire lo stesso». Maximiliano Ulivieri è d’accordo. «Non si tratta solo di far provare esperienze fisiche ed emotive, ma di agire a livello psicologico ed educativo». In attesa di un riconoscimento ufficiale, il comitato LoveGiver non può promuovere specifici corsi. Però ha già selezionato un primo gruppo di assistenti sessuali. È stata una valutazione lunga e complessa, coordinata direttamente dal professor Quattrini. «Sono stati usati criteri molto severi - dice Ulivieri - privilegiando molto la sfera empatica». Di quasi cento richieste, alla fine sono state individuate solo trenta persone. Uomini e donne. Anche stavolta è bene sottolineare la distanza da qualsiasi fenomeno prostitutivo. «I nostri assistenti non sono escort - racconta Quattrini - Per la maggior parte sono educatori, psicologi, in alcuni casi fisioterapisti».

Mentre il Parlamento continua a ignorare l’argomento, a livello regionale qualcosa si muove. Negli ultimi mesi almeno tre amministrazioni hanno assicurato di voler prendere in considerazione il progetto, annunciando percorsi di sperimentazione. Il comitato LoveGiver racconta l’interesse di Toscana, Emilia Romagna e Piemonte. Inutile negare che nell’opinione pubblica restano i dubbi di tanti. Spesso avvicinata erroneamente alla prostituzione, l’assistenza sessuale per le persone disabili viene vista con disagio, quando non apertamente osteggiata. «Esiste qualcuno a cui questo progetto non va a genio?- risponde Ulivieri - Beh, esiste anche qualcuno che se ne frega. Il consenso totale non si potrà mai ottenere su nulla». Gran parte delle principali associazioni legate al mondo della disabilità non si sono ancora espresse. «Mi invitano a decine di convegni - continua il fondatore di LoveGiver - Mi fanno parlare, poi nessuno vuole mettere la faccia sul nostro disegno di legge. Non capiscono che se tutti si nascondono è difficile creare consenso attorno a questo progetto».

Fonte: Linkiesta.it

lunedì 1 dicembre 2014

Cinque cose da sapere sull'AIDS

Come da molti anni a questa parte, il 1° dicembre ricorre la giornata mondiale contro l'AIDS.


1 Quando sconfiggeremo il virus?
In occasione della giornata mondiale contro l’AIDS, l’UNAIDS ha annunciato l’ambizioso obiettivo che il programma delle Nazioni Unite intende perseguire: porre fine alla più grave epidemia mai conosciuta dall’umanità entro il 2030. Un traguardo che deve essere raggiunto attraverso un primo passaggio previsto per il 2020 consistente nell’intensificarsi della risposta al virus attraverso il piano 90-90-90, ossia diagnosi del 90% delle infezioni, terapie per il 90% dei casi diagnosticati, abbattimento della carica virale del virus HIV per il 90% delle persone colpite sotto trattamento con antiretrovirali. Il tema di quest’anno è Close the Gap, una speranza di “ridurre la distanza”, colmando il divario per arrivare all’obiettivo, rimuovendo le barriere sociali, demografiche, economiche, geografiche che ancora dividono i contagiati di tutto il mondo. Il report pubblicato da UNAIDS in occasione della giornata ha infatti mostrato come negli ultimi quattro anni si sia passati da circa 5 milioni a ben 12 milioni di persone in trattamento: un dato incoraggiante, testimonianza di un approccio più consapevole con la sieropositività da parte di un numero crescente di persone, ma che rappresenta ancora soltanto il 37% dei 35 milioni di individui contagiati in tutto il mondo. Laddove l’accesso alla diagnosi e al trattamento è possibile, infatti, di ostacolo può essere il fatto che la condizione di sieropositività può comportare spesso discriminazioni e la negazione di diritti, soprattutto nelle comunità e nei gruppi più colpiti o a rischio di infezione (in cui l’accesso agli strumenti per la prevenzione è complesso o specifici comportamenti espongono a rischi maggiori). La sconfitta del virus passa anche dall’eliminazione di queste disuguaglianze.

2 Quanti sono i contagiati?
Come illustrato dal report, nel 2013 in tutto il mondo c’erano circa 35 milioni di persone che avevano contratto l’HIV; in riferimento allo stesso anno, i nuovi casi riguardavano 2,1 milioni di persone, con 240.000 nuove infezioni a carico di bambini. Da quando l’epidemia è iniziata, oltre trent’anni fa, circa 78 milioni di persone sono state infettate dal virus dell’HIV e 39 milioni tra esse sono morte per patologie collegate all’AIDS, un milione e mezzo nel solo 2013. Di tutti i bambini sieropositivi nel mondo, appena il 24% sta ricevendo cure salvavita.

3 L’Italia sta messa male
Un’indagine recentemente resa nota, svolta su un campione di cittadini del nostro Paese, aveva rivelato come l’80% degli italiani ritenga di non essere a rischio di essere contagiato dal virus, non in ragione di corretti comportamenti che mettono al riparo dai pericoli, ma sulla base dell’antico pregiudizio secondo il quale soltanto omosessuali, tossicodipendenti e persone che hanno relazioni sessuali promiscue sarebbero esposte. In realtà, ormai da anni è calato il tasso di infezioni attribuibili a consumo di droghe per via endovenosa mentre la maggior parte dei casi sono dovuti a rapporti sessuali non protetti, con percentuali analoghe tra rapporti omosessuali ed eterosessuali: il discorso è valido per l’Italia quanto per il resto dell’Europa occidentale. Eppure, nonostante l’80% delle nuove diagnosi nel nostro Paese sia riconducibile a rapporti sessuali non protetti, appena il 35% dei ragazzi usa abitualmente il preservativo e soltanto il 29% dichiara di essersi sottoposto al test dell’HIV. E così il nostro Paese, dove bigottismo e ignoranza la fanno da padrona ponendo anche fine alla buona abitudine nascente dell’educazione sessuale scolastica, vanta la più alta prevalenza di sieropositivi dell’intera Europa Occidentale.

4 Dall’HIV non si guarisce ancora
O meglio, una sola persona al momento ha avuto questo privilegio: il paziente di Berlino, Timothy Brown, sottoposto a trapianto di midollo nel 2007 perché sieropositivo ed affetto da leucemia mieloide acuta. Il donatore, il cui sistema immunitario andava a sostituire quello del ricevente, portava nel proprio patrimonio genetico una mutazione che rende i linfociti T, cellule immunitarie che costituiscono il target privilegiato del virus, impermeabili dall’HIV. Timothy Brown da tempo non prende più farmaci antiretrovirali e nel suo organismo non c’è più traccia del virus. Di pochissimi mesi fa è il caso di due pazienti australiani, anch’essi sottoposti a trapianto di midollo: in entrambi gli individui, poco dopo l’intervento, non è stato più riscontrato il virus ma, come misura precauzionale, i due sono ancora in terapia con antiretrovirali. Premesso che il trattamento farmacologico non è in grado di portare il virus a livelli talmente bassi da renderlo non più rintracciabile, gli stessi medici hanno invitato alla cautela dopo il caso dei due “pazienti di Boston” in cui il trapianto di midollo sembrava aver definitivamente eliminato il virus ma la sospensione successiva degli antiretrovirali ne ha svelato la persistenza nell’organismo.

5 Ma sappiamo come prevenirlo
Spesso si è sentito parlare di vaccino contro l’HIV ma, purtroppo, siamo ancora lontani dalla messa a punto di qualcosa del genere. La ricerca è molto attiva sul tema (compatibilmente con i fondi stanziati, s’intende) ed è ancora aperta a diverse possibili vie che vanno dallo studio di possibili cure alle possibilità offerte dalla stessa terapia antiretrovirale in termini di prevenzione, che si è dimostrata in molti casi particolarmente efficace nell’abbattere la stessa carica virale dell’HIV. Al momento la strada maestra resta la prevenzione, possibile purtroppo soltanto in Paesi come il nostro dove è garantito l’accesso a tutti i fondamentali mezzi per evitare di esporsi al rischio di contagio. Se i piani dell’UNAIDS non falliranno c’è ragione di credere che tra pochi anni l’AIDS non farà più paura: nel frattempo l’unico modo per tenere a bada il virus è informare ed informarsi, per conoscerlo e non averne timore.

Fonte: fanpage.it

mercoledì 5 novembre 2014

Tumore della cervice uterina: prevenire si può

di Dott.ssa Enza Tabacchino

Informare è il primo passo per ogni prevenzione. Avendo molto a cuore il tema della prevenzione e avendo avuto occasione di approfondire l'argomento, voglio dare qualche informazione, in modo semplice, su un tumore femminile di cui non si parla così spesso: il tumore della cervice uterina.

Negli ultimi anni, si è sentito spesso parlare di infezioni da HPV (Papilloma Virus Umani). Questo tipo di infezioni rientrano nel gruppo delle malattie sessualmente trasmesse e sono tra le più comuni. Il virus infetta gli epiteli della cute e delle mucose e, col passare del tempo, se l'infezione non è transitoria, può generare diverse lesioni all'utero e non solo. La comparsa di lesioni precancerose si ha dopo circa 5 anni: da questo si può intuire che c'è tutto il tempo per individuare una lesione a rischio. Ed è per questo che tutti devono capire l'importanza dei test di screening, i quali permettono di avere una diagnosi precoce. Nello specifico caso del tumore della cervice, basta un rapido esame: il Pap-test. Secondo i programmi di screening, TUTTE LE DONNE DAI 25 AI 64 ANNI DEVONO FARE UN PAP-TEST OGNI 3 ANNI. L’Italia ha reso disponibile anche un vaccino contro l'HPV, somministrato alle donne di età compresa tra i 12 e i 26 anni.

Purtroppo molto spesso la sintomatologia (perdite di sangue, dolore, disturbi vescicali) compare quando la lesione è già in uno stadio avanzato, quindi sono davvero fondamentali i controlli periodici, per affrontare i problemi sul nascere, evitando le complicazioni.

Conoscere le malattie e i fattori di rischio significa avere un maggior controllo sulla nostra salute. L'informazione è importante, senza di essa non può esserci prevenzione!

Enza Tabacchino

Vuoi collaborare con Informare è un dovere? Puoi mandare le tue segnalazioni e/o inviare i tuoi articoli all'indirizzo e-mail andreadl86@yahoo.it

venerdì 31 maggio 2013

La Parada del Amor: nasce a Pozzuoli il parco dell'amore


Coppiette in cerca di intimità questa è l’iniziativa che fa per voi! É nata a Pozzuoli, nei pressi della Solfatara, la Parada del Amor, ossia un parcheggio custodito dedicato completamente ad accogliere le coppie che decidono di trascorrere una serata in auto al riparo da occhi indiscreti.

L’idea è nata da due fratelli di Giugliano, Riccardo e Daniele, di 37 e 32 anni, che hanno trovato un terreno in via Coste d’Agnano sui cui hanno realizzato la loro struttura che ha inaugurato ieri 29 maggio. Il parcheggio ospita 32 posti auto, con le varie “postazioni” separate tra loro con teloni e pannelli divisori per garantire alle coppie in auto il massimo della privacy.

La sosta per un’ora costa 2,50 euro, 5 euro per due ore ed 1,50 euro per le ore o frazioni successive. In omaggio all’ingresso verrà consegnato un preservativo ed una guida sui pericoli di trasmissione sessuale e di AIDS.

La Parada del Amor è aperta tutti i giorni tranne il martedì, dal lunedì al giovedì dalle 18 alle 2 di notte, dal venerdì alla domenica dalle 18 alle 4 del mattino.

Quello di Pozzuoli è il terzo love parking d’Italia, dopo quelli realizzati a Crema e a Bari ed è il primo della Campania.

L’iniziativa dei due fratelli di Giugliano risolve una problematica abbastanza diffusa tra le giovani coppie che, non avendo un luogo per vivere la propria intimità, preferiscono trascorrere qualche ora in auto in posti appartati anche in città, andando incontro al rischio di “atti osceni in luogo pubblico” oltre che ad esporsi a furti e rapine frequenti nei luoghi isolati in ore serali e notturne.

In più il parco si trova in un luogo suggestivo e romantico, ai piedi della Solfatara e a due passi da Pozzuoli, un motivo in più per evitare di appartarsi dove capita…

Fonte: Napolike

mercoledì 21 novembre 2012

Sigarette in cambio di sesso. Arrestato il cappellano di San Vittore

È stato arrestato per violenza sessuale e concussione nei confronti di sei detenuti il cappellano di San Vittore, don Alberto Barin. Lo ha comunicato con una nota il procuratore capo di Milano, Bruti Liberati. Il cappellano della casa circondariale di Milano, a quanto si apprende, chiedeva prestazioni sessuali ai sei carcerati, tutti extracomunitari, in cambio di piccoli favori ''come compenso per la fornitura di generi di conforto o per interessamento alla loro posizione carceraria''. Sigarette, uno spazzolino da denti, piccole somme di denaro per le spese, queste le merci scambiate. Il sacerdote, arrestato questa mattina nella sua abitazione di Milano dagli uomini della squadra mobile, è stato incastrato da quattro filmati.

L'inchiesta è partita lo scorso giugno in seguito a una denuncia di violenza di un detenuto. L'uomo, un africano, mentre riferiva della violenza subita da parte di un altro carcerato, ha rivelato di essere stato molestato anche da altre persone all'interno del carcere, e ha fatto il nome di don Barin.

Il cappellano avrebbe abusato dei detenuti toccandoli e con "atti sessuali repentini", come li definiscono gli inquirenti. Nei filmati si vede il prete ricevere le vittime nel suo ufficio di San Vittore, dove da un armadietto estraeva i beni di prima necessità dopo avere ottenuto i favori sessuali richiesti. I sei extracomunitari sono tutti dentro per reati di piccola entità, eccetto uno, l'unico a non avere ammesso le violenze, in carcere con l'accusa di omicidio.

Fonte: ilPunto

giovedì 15 aprile 2010

La svolta del liceo Garibaldi di Palermo: profilattici nel distributore

Oltre a bibite e snack, tra qualche settimana gli studenti del liceo classico Garibaldi di Palermo potranno trovare a scuola anche i profilattici. Il progetto, che prevede l'installazione di un distributore di condom nell'istituto, è stato approvato lunedì sera, nel corso di una movimentata seduta del Consiglio d'istituto. Il liceo Garibaldi di Palermo è il secondo istituto in Italia, dopo il Keplero di Roma, ad inserire profilattici nei distributori.

Io sono favorevole a questa iniziativa. Credo che in questo modo si offre ai ragazzi una maggiore informazione in campo sessuale visto che il preservativo può ridurre il rischio di gravidanze indesiderate e il rischio di malattie sessualmente trasmissibili. Non la vedo come una cosa di cui scandalizzarsi. Questa iniziativa potrebbe essere anche un modo per cominciare a parlare di educazione alla sessualità.

E voi cosa ne pensate?

mercoledì 7 aprile 2010

Un profilattico ci salverà


Due buone iniziative, utili e benefiche anche se faranno piangere le gerarchie vaticane e le patetiche schiere di “laici devoti”. Purtroppo non vengono dalla nostra cara terra natia ma precisamente dagli Usa e dal Brasile. Entrambe hanno come oggetto centrale il profilattico e la sua somma utilità ecologica.

L’Ong ambientalista statunitense Center for biological diversity, partendo dall’assunto che la popolazione umana sul pianeta sta per raggiungere i 7 miliardi di individui, un numero superiore a quello di tutti gli altri mammiferi, con gravi problemi per gli ecosistemi, ha individuato proprio nei condom il mezzo per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema. Nei prossimi mesi 5.000 volontari distribuiranno in tutti gli Stati Uniti confezioni gratuite di preservativi (ne sono previste 350mila, e c’è anche un concorso per vincere una fornitura a vita), recanti sulla confezione immagini di animali in via d’estinzione mentre l’interno della scatola conterrà informazioni sui problemi derivanti dalla sovrappopolazione. I protagonisti scelti nel mondo degli “altri animali” sono sei tra cui l’orso polare, la civetta, il giaguaro e una specie di rana, tutti accompagnati da efficaci e simpatici slogan. I condom amici degli animali saranno distribuiti gratuitamente a concerti, altri eventi pubblici, nei bar, nelle università, ovunque sia possibile, per far capire che la bomba demografica è una questione seria e che è non rinviabile una riproduzione responsabile della specie umana, una maternità libera e consapevole, oltre il mero dato biologico.

“Sexy Brasil”, la seconda buona notizia, ci perviene invece dalla foresta amazzonica ed è un piccolo aiuto alla sua protezione. L’iniziativa consiste nella produzione di preservativi ecosostenibili prodotti in loco dagli abitanti della foresta grazie al lattice naturale amazzonico. “Sexy Brasil” è partito circa due anni fa e il gran successo dei condom ecosostenibili (una nuova fabbrica produrrà più di 100 milioni di pezzi l’anno, dando lavoro a 550 famiglie nello Stato nord occidentale di Acre) ha notevolmente disincentivato il disboscamento. Fonti del governo brasiliano - principale compratore di condom del mondo per le numerose e sacrosante campagne anti Aids promosse - sostiene che il successo è tale che presto i profilattici amazzonici potrebbero essere esportati, insieme con una serie di altri prodotti, come zaini e borsette, sempre prodotti grazie al lattice naturale amazzonico.

Qualcuno in Italia potrebbe coniugare le due intelligenti iniziative: oltre alla prevenzione delle malattie trasmesse sessualmente e alle gravidanze indesiderate, i profilattici possono anche aiutare a salvare il pianeta. Purtroppo, però, a quanto pare, da noi si benedicono le armi e si maledicono i profilattici. Strano Paese.

Fonte: Terranews