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lunedì 22 maggio 2017

Quindi avremo un “Movimento animalista”

Fondato da Michela Brambilla e Silvio Berlusconi, che vogliono presentarlo alle elezioni (e dicono che "può arrivare fino al 20 per cento")

(NSA/ ROBERTO RITONDALE)

Sabato scorso Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, ha partecipato a Milano alla fondazione di “Movimento animalista”, un partito guidato dalla deputata di Forza Italia Michela Vittoria Brambilla. Il “Movimento animalista”, ha detto Brambilla, dovrebbe presentare delle liste alle prossime elezioni politiche con l’appoggio di Forza Italia. Brambilla ha definito Berlusconi il «primo socio fondatore» del nuovo movimento.

Nel suo discorso Berlusconi ha spiegato che il nuovo movimento servirà a intercettare i voti del 55 per cento di famiglie italiane che hanno in casa un animale domestico (le statistiche, in realtà, variano molto). Il movimento, ha aggiunto Berlusconi, potrebbe raccogliere fino al 20 per cento dei consensi, che equivarrebbero a 160 deputati e 63 senatori. Sono calcoli molto ottimistici, visto che i sondaggi hanno indagato l’interessamento degli italiani in un generico partito animalista, senza chiedere in maniera specifica se avrebbero votato il “Movimento animalista” co-fondato da Berlusconi e Brambilla.

Lo stesso Berlusconi ha ammesso che si tratta cifre ottimistiche e che i parlamentari del Movimento animalista «probabilmente non saranno così tanti, ma potreste inviare in Parlamento un nucleo compatto per combattere da dentro le vostre battaglie di civiltà. Io sarò sempre con voi, Forza Italia appoggerà sempre le vostre proposte di legge». Berlusconi ha spiegato che la sua passione per gli animali deriva dalla sua esperienza nella villa di Arcore, nel cui parco ci sono numerosi animali. Berlusconi ha offerto anche una colorita descrizione delle sue passeggiate mattutine nel parco.



Già in passato Berlusconi aveva espresso interesse per il trattamento degli animali e per la causa ambientalista. Nel dicembre del 2013 annunciò la nascita del sito www.forza-dudù.it, dal nome di uno dei suoi cani (ne ha in tutto 21), che sarebbe dovuto diventare il portale di una campagna animalista di Forza Italia in occasione delle elezioni europee nella primavera successiva. Anche l’iniziativa dell’epoca fu guidata da Brambilla, che in occasione della presentazione del nuovo sito disse: «Il 55 per cento degli italiani possiede un animale domestico e lo considera come uno di famiglia. In questo la signora Maria e Berlusconi col suo Dudù non fanno differenza. Perché ci sono temi che interessano alla politica e temi che interessano alla gente. Questo è un tema che interessa alla gente». L’iniziativa non ebbe grande seguito e il dominio oggi risulta disponibile per l’acquisto.

Negli anni successivi Berlusconi ha spesso partecipato a iniziative animaliste, quasi sempre accompagnato da Brambilla o dalla sua compagna, Francesca Pascale. L’ultima, prima della presentazione del “Movimento ambientalista”, è stata la diffusione di alcune foto e di un video in cui Berlusconi accarezza e dà da mangiare ad alcuni agnelli pochi giorni prima di Pasqua, lo scorso 9 aprile.


Fonte: Il Post

martedì 10 maggio 2016

Tutto quello che c'è da sapere sul Ttip

Unione europea e Stati Uniti sono impegnati ormai da tre anni a negoziare il cosiddetto Ttip, un accordo commerciale che prevede una zona di libero scambio

Le proteste contro il Ttip ad Hannover. Credit: Kai Pfaffenbach

Unione europea e Stati Uniti sono impegnati ormai da tre anni a negoziare il cosiddetto Ttip, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo commerciale che prevede una zona di libero scambio tra le due sponde dell'Atlantico.

L'accordo potenzialmente interesserà oltre 800 milioni di persone, 508 milioni di cittadini europei e 320 milioni di cittadini statunitensi. Gli Stati Uniti e l’Unione europea rappresentano da soli il 40 per cento del Pil mondiale e il 30 per cento degli scambi commerciali.

CHI LO STA NEGOZIANDO - Le due controparti sono l’Unione europea, e in particolare la Commissione - che negozia a nome dei 28 stati membri - e gli Stati Uniti, e in particolare l’ente rappresentante per il commercio. Alla fine dei negoziati, i paesi membri e il parlamento europeo dovranno votare per adottare o respingere l’accordo commerciale.

La commissione europea, durante i vari round dei negoziati, si consulta con il Consiglio europeo e con rappresentanti della società civile, tra cui organizzazioni non governative, imprese private, sindacati, gruppi ambientalisti e gruppi a tutela della salute, degli animali e dei consumatori.

COSA PREVEDE - Il trattato in sostanza ha l’obiettivo di creare una vasta area di libero scambio, all'interno della quale diminuire al minimo dazi doganali, vincoli burocratici e restrizioni sugli investimenti.

Dovrebbe rendere più semplice per le imprese europee l’esportazione di beni e servizi negli Stati Uniti e viceversa. Nelle intenzioni dei negoziatori, potrebbe fare da impulso per l’economia e creare nuovi posti di lavoro.

Il trattato allineerebbe gli standard normativi e regolamentari tra Ue e Usa, senza però incidere negativamente sulla salute dei consumatori e senza derogare a norme ambientali e sanitarie vigenti.

Ma questo è uno dei punti più controversi, dal momento che molti cittadini europei sostengono che invece rappresenti una negoziazione al ribasso degli standard qualitativi europei, a tutto vantaggio degli Stati Uniti.

Secondo il trattato, le aziende non dovrebbero produrre beni diversi per mercati diversi, e i costi sarebbero così ridotti. I prezzi per i consumatori finali di conseguenza si abbasserebbero e la scelta dei prodotti sarebbe più ampia. Secondo alcuni studi economici il Ttip porterebbe a un aumento dello 0,5 per cento del prodotto interno lordo dei vari paesi.

I vantaggi del Ttip si estenderebbero anche ai paesi terzi, dal momento che questi paesi avrebbero a che fare con dazi e regolamentazioni uniche e non più doppie. Secondo alcuni il Ttip, insieme al Tpp, il Trans Pacific Partnership, l’altro grande accordo commerciale tra Usa e paesi asiatici, è un tentativo di isolare la Cina.

I SETTORI - Il trattato riguarderà gli ambiti più svariati, da quello agroalimentare a quello automobilistico, e ancora a quello delle compagnie aeree o farmaceutico. Le esportazioni dell'UE verso gli Stati Uniti sono per lo più prodotti di fascia alta, come formaggi, salumi, vino, olio, liquori, e cioccolato.

Le elevate tariffe doganali degli Stati Uniti rendono difficile l’esportazione dei beni da parte delle imprese europee, dal momento che il prezzo finale per i consumatori statunitensi sarebbe troppo alto.

Secondo quanto sostengono i negoziatori i vantaggi per le piccole e medie imprese europee sarebbero notevoli. La commissione europea assicura che gli standard qualitativi e di tutela ambientale e della salute non saranno compromessi, ad esempio non verrà modificata la legislazione sugli Ogm e non verrà rimosso il divieto di usare ormoni nella carne bovina.

LA STRUTTURA - L’accordo è suddiviso in 24 capitoli raggruppati in tre aree: accesso al mercato (scambi di merci e dazi doganali, servizi e appalti pubblici), cooperazione normativa tra Ue e Usa (coerenza normativa, ostacoli tecnici agli scambi, sicurezza alimentare e salute degli animali e delle piante, industrie specifiche, prodotti cosmetici, ingegneria, dispositivi medici, pesticidi, tecnologie dell'informazione e della comunicazione, prodotti farmaceutici, prodotti tessili, veicoli) e regole commerciali (sviluppo sostenibile, energia e materie prime, dogane e facilitazione degli scambi, proprietà intellettuale e indicazioni geografiche, concorrenza, protezione degli investimenti, piccole e medie imprese, composizione delle controversie tra governi).

LE TAPPE - Il primo round di negoziati si è tenuto a Washington dal 7 al 12 luglio 2013, per poi proseguire con circa tre o quattro round all’anno - alternati tra Bruxelles e alcune città degli Stati Uniti - fino all’ultimo, il tredicesimo, che si è tenuto a New York dal 25 al 29 aprile. Il prossimo round sarà a giugno. Il presidente statunitense Barack Obama si era posto l’obiettivo di concludere le trattative entro la fine del suo mandato.

Dopo l'eventuale conclusione degli accordi al tavolo dei negoziati, il trattato dovrà essere approvato dai 28 governi dell’Ue, dal parlamento europeo e dai 28 parlamenti dei paesi dell’Unione, che potrebbero decidere di convocare dei referendum per lasciare la decisione finale ai cittadini.

LE CRITICHE - Manifestazioni di dissenso e proteste contro il Ttip vanno avanti dall'inizio dei negoziati. Numerosi sindacati, organizzazioni per la tutela ambientale e altre associazioni della società civile criticano il trattato sotto vari aspetti: i rischi per i diritti del lavoro, per l'occupazione, per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro, per i servizi pubblici e lo stato sociale, per la qualità dei prodotti agricoli e alimentari.

I detrattori dell’accordo sostengono che non è vero che creerà nuovi posti di lavoro, al contrario farà gli interessi delle multinazionali e delle imprese, a discapito di consumatori e lavoratori. Secondo quanto rivelano alcuni documenti diffusi da Greenpeace resi pubblici il 2 maggio dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, il trattato metterebbe a rischio gli standard europei sull’ambiente e la salute, in particolare per quanto riguarda il cibo, i cosmetici, le telecomunicazioni, i pesticidi e l’agricoltura.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 18 novembre 2015

Attentati a Parigi: Diesel, il cane morto da eroe nel blitz a Saint-Denis. “E’ tornato per morire vicino al padrone”

Si è sacrificato per i suoi compagni. La Francia commossa dalla storia del quadrupede coraggioso


Di Boris Sollazzo

DIESEL, IL CANE UCCISO NEL BLITZ A SAINT-DENIS - Si chiamava Diesel, aveva sette anni. Era un malinois, ovvero un cane da pastore belga. Ed è morto da eroe. Il RAID (Recherche Assistance Intervention Dissuasion) fin dalla sua nascita arruola tra le sue fila forze canine, fondamentali per il suo lavoro e sempre in linea, soprattutto per le operazioni di ricerca. Oggi Diesel era a Saint-Denis. E mentre quattro dei suoi commilitoni umani venivano feriti, lui, coraggioso e impavido, veniva ucciso dai terroristi. Mandato in avanscoperta nell’appartamento preso d’assalto “per valutare la minaccia” è stato investito dall’esplosione provocata dalla donna kamikaze che si è lasciata esplodere. Probabilmente il suo sacrificio ha salvato le vite dei suoi compagni, che ora lo piangono e danno notizia del suo atto eroico su Twitter.
E subito sono partiti hashtag (#jesuischien, #RIPDiesel, #prayfordog) e tweet in onre di Diesel, per cui molti già chiedono la stessa onorificenza che si tributerebbe a un caduto in servizio umano. A strapparci il cuore però è la testimonianza di uno dei presenti. “E’ tornato indietro, per morire ai piedi del suo padrone. Anzi, del compagno”.

Qui un video di un’esercitazione delle unità K-9. Così vengono chiamate le formazioni uomo-cane del RAID:



(Photocredit account twitter @pnationale)

Fonte: Giornalettismo

mercoledì 28 ottobre 2015

Il progresso è cancerogeno


Di Marco Cedolin

Se c'è una cosa che nel nuovo millennio, imbevuto di progresso e sviluppo come un babà al rum, sta diventando sempre più complessa ed inarrivabile, questa è l'apirazione di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, possibilmente senza svuotare il portafoglio nelle prime due settimane del mese, senza avvelenarsi e mantenendo in vita almeno un embrione di quella sottile linea che separa il gustare il cibo dall'ingurgitarlo semplicemente per mere ragioni di sopravvivenza.
Del problema di allestire il desco dal punto di vista economico abbiamo già dissertato spesse volte su queste pagine, arrivando alla conclusione che il progresso e lo sviluppo sono ipocalorici e assai poco funzionali al sostentamento del corpo, prima ancora che dell'animo.
Sul problema di non avvelenarsi riteniamo valga la pena di spendere qualche parola, alla luce della campagna di terrore messa in atto dall'universo mediatico, dopo che l'OMS ha inserito le carni rosse e lavorate nel novero delle sostanze cancerogene, alla stessa stregua del fumo e dell'alcool.....

Ammesso e non concesso che gli esperti ed i soloni della medicina siano in grado d'individuare con sicurezza le cause di una malattia che fondalmentalmente non conoscono e non sono in grado di curare, dovrebbe essere evidente a tutti che il problema non riguarda la carne in quanto tale, dal momento che gli uomini la mangiavano fin dalla notte dei tempi, quando il cancro (malattia della modernità per eccellenza) neppure esisteva. Il problema semmai è costituito dalle sostanze che vengono usate per alimentare il bestiame, dallo stato d'inquinamento in cui versano i pascoli e dagli adittivi utilizzati per conservare le carni e gli insaccati, al fine di renderli fruibili per il sistema di grande distribuzione al quale il progresso ci ha ormai abituato.

Alla luce di questa considerazione, senza dubbio le carni e gli insaccati presenti all'interno degli ipermercati (e non solo) tossici lo sono sicuramente, ma senza ombra di dubbio non solamente le carni rosse e gli insaccati, bensì anche quelle bianche, le verdure, la frutta, i vini, le bevande, fino ad arrivare all'acqua del rubinetto che in molti casi è più tossica di tutto il resto.
Questo non perché gli alimenti succitati siano tossici o cancerogeni in quanto tali, bensì in quanto i mangimi con cui viene allevato il bestiame sono tossici, i terreni in cui vengono coltivate le verdure e la frutta o gli animali brucano risultano pesantemente inquinati, gli adittivi chimici usati per la conservazione e l'insaporimento dei cibi contengono elementi ad alta tossicità e via discorrendo.

Ad essere tossico è cancerogeno, con buona pace delle diatribe stantie fra vegetariani e carnivori, è il modello di sviluppo che ci è stato imposto ed abbiamo abbracciato in fondo senza farci troppe domande. Gli isterismi collettivi come quello attualmente in atto (una caduta nelle vendite di carni rosse ed insaccati del 20% in soli 2 giorni) sono semplicemente parte del disegno dell'elite mondialista che ha in progetto di cambiare gli orientamenti alimentari della popolazione, indirizzandoli dove può ottenere i maggiori profitti, magari inducendo il "popolo bue" a credere che cibarsi di bacarozzi o escrementi riciclati possa rappresentare un'esperienza maggiormente salutare ed edificante.

A prescindere dal fatto che si sia carnivori o vegani, a meno di possedere un conto in banca con davvero tanti zeri, si continuerà ad allestire (quando ci si riesce) un desco infarcito di alimenti tossici e probabilmente cancerogeni, quale che ne sia il suo contenuto, così come si continuerà a respirare aria pesantemente inquinata e con tutta probabilità altrettanto cancerogena, anche se un giorno non esistesse più la Volkswagen.

Fonte: IL CORROSIVO di marco cedolin

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sabato 24 ottobre 2015

Vogliamo cambiare il mondo? Usiamo le nanotecnologie

Esiste un filo rosso che lega i destini dei Paesi benestanti e quelli poveri. È ingenuo pensare che una situazione in cui il 20% della popolazione sfrutta l'80% delle risorse sia sostenibile e senza conseguenze

di Roberto Cingolani*

(Carsten Koall/Getty Images)

Se l’umanità vorrà un futuro dovrà sviluppare tecnologie capaci di ridurre le differenze e di preservare l’ambiente. Il primo passo è quello di innalzare il livello del welfare, là dove ancora si muore di fame e si diffondono epidemie come l’ebola. Le nanotecnologie possono rappresentare una grande opportunità offerta dalla scienza in questa direzione.

Possono infatti portare profonde innovazioni nell’analisi e nella diagnosi precoce; nelle terapie personalizzate; nel rilascio selettivo di medicinali sulle singole cellule malate, senza effetti collaterali; nella creazione di nuovi materiali artificiali biocompatibili e nell’ingegneria tissutale e degli organi. Per esempio, le nanotecnologie potrebbero permettere diagnostiche portatili a basso costo, di tipo «usa e getta», in grado di verificare molto rapidamente e con altissima sensibilità l’insorgenza di una malattia ma anche una mutazione genetica o la presenza di determinati elementi inquinanti e/o pericolosi in quantità piccolissime di campioni prelevato dal paziente (per esempio saliva, sangue, capelli ecc.) o dal sistema che si vuole analizzare (cibo, animali ecc.).

"Se l’umanità vorrà un futuro dovrà sviluppare tecnologie capaci di ridurre le differenze e di preservare l’ambiente. Le nanotecnologie possono rappresentare una grande opportunità offerta dalla scienza in questa direzione

Questi sensori sono pensati per effettuare screening di ampi campioni di popolazione in assenza di ospedali, analizzare lo stato di conservazione e sofisticazione dei cibi che devono essere trasportati in giro per il mondo, o effettuare analisi rapide negli aeroporti, per prevenire la diffusione di malattie contagiose. Lo sviluppo di questa tipologia di sensori biologici e medicali ad altissima sensibilità – noti come “point of care technology” –, in grado di rilevare la presenza di una o più specie chimiche in un campione biologico in soluzione, è una sfida scientifica di capitale importanza, in quanto porterebbe la cura nel luogo esatto in cui c’è bisogno di intervento (sia essa cura o prevenzione) rovesciando il paradigma per cui, in caso di sospetta malattia o contagio, è il paziente a doversi recare in un ospedale.

Questa tecnologia ha un comprensibile significato sociale, basti pensare alla possibilità di portare tecnologie di screening massivo e a basso costo nei Paesi affetti da malattie epidemiche o di utilizzarle per l’analisi in loco dell’inquinamento delle falde acquifere. Questa stessa tecnologia potrebbe consentire di rivelare la presenza di enzimi specifici, connessi a marcatori tumorali noti, attraverso la loro azione biocatalitica su nanoparticelle metalliche. La sensibilità di questo metodo è straordinaria: consente infatti di rivelare concentrazioni enzimatiche nell’ordine di 1 molecola ogni 100 miliardi di miliardi.

Il successivo passaggio sarà quello di dotare il sensore della capacità di distruggere questa cellula, una volta individuata.

Purtroppo tale passaggio nella realtà del corpo umano è estremamente difficile. Uccidere le cellule è semplice; il problema è la capacità di uccidere in un essere vivente solo le cellule malate distinguendole da quelle sane. Lo sviluppo di sensori molto avanzati che consentono di riconoscere con grande accuratezza mutazioni genetiche, cellule malate e proteine rappresenta quindi solo il primo passo.

"Queste nuove tecnologie potrebbero inoltre guidare una nuova rivoluzione manifatturiera, creando materiali a bassissimo impatto ambientale, senza ulteriore aggravio per il pianeta in termini di sfruttamento delle risorse e di inquinamento. Anzi potrebbe essere il primo passo per un’inversione di tendenza

Le tecnologie di intelligent drug delivery, cioè di rilascio mirato di medicinali, rappresentano ancora una frontiera della ricerca, anche se molti passi sono già stati fatti, basti pensare a titolo di esempio alle nanocipolle al carbonio sviluppate in IIT, già oggi in grado di illuminare con grande precisione le cellule malate e senza problemi di tossicità.

Lo sviluppo di sistemi multifunzionali che garantiscano simultaneamente contrasto diagnostico e capacità terapeutica, in risposta a stimoli di tipo diverso, è una delle sfide più appassionanti della nanomedicina. Perché tutto questo si realizzi è necessario un elevato impegno dei governi dei Paesi benestanti, attraverso visioni di sviluppo scientifico e tecnologico centrate sull’uomo e politiche di respiro, capaci, fra l'altro, di portare queste tecnologie nei Paesi poveri.

Più che di una decrescita felice – anche se una certa riduzione degli eccessi è auspicabile – è urgente un innalzamento del benessere là dove non c’è, in connessione a una nuova idea di sviluppo, là dove il benessere già esiste. Si tratterebbe di un circolo virtuoso con benefici diffusi. Queste nuove tecnologie potrebbero inoltre guidare una nuova rivoluzione manifatturiera, creando materiali a bassissimo impatto ambientale, senza ulteriore aggravio per il pianeta in termini di sfruttamento delle risorse e di inquinamento. Anzi potrebbe essere il primo passo per un’inversione di tendenza.

Questo futuro è all’orizzonte e, con ogni probabilità, lo vedremo realizzato già nella seconda metà di questo secolo. Non è più un problema tecnologico. Da ora in avanti sarà determinante anche la volontà politica di realizzare una nuova idea di società.

* direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova

Fonte: Linkiesta.it

giovedì 18 giugno 2015

La ferrovia cinese in Amazzonia: 5300 km di devastazione

La proposta di una linea ferroviaria di 5300 chilometri attraverso l’Amazzonia ha messo in allarme le tribù di nativi che nella foresta vivono.

di Massimo Bonato

La proposta di una linea ferroviaria di 5300 chilometri attraverso l’Amazzonia ha messo in allarme le tribù di nativi che nella foresta vivono. I popoli indigeni dell’Amazzonia hanno ora un motivo in più di preoccupazione, paura e indignazione.


Una Grande opera. Una ferrovia transcontinentale che unirebbe le coste del Perù a quelle del Brasile, correndo dal Pacifico all’Atlantico attraverso l’Amazzonia, con un investimento di 30 miliardi di dollari. È uno dei progetti che ha portato con sé il premier cinese Li Keqiang in visita ufficiale a Brasilia e a Lima, durante il viaggio in America Latina il mese scorso. La ferrovia consentirebbe l’esportazione massiccia di prodotti agricoli come la soia, il mais, carne di manzo, insieme a minerali di ferro, rame, il tanto legname. Viceversa servirebbe alla Cina per penetrare il continente assicurandosi la possibilità di raggiungere da lì facilmente i mercati di Brasile, Paraguay, Uruguay e Argentina.

Impatto ambientale e costo umano a latere. Se il fine è il profitto, di quelli si può parlarne poi. Intanto però la preoccupazione serpeggia, perché il tracciato ferroviario dovrebbe attraversare molti territori di popolazioni indigene e si insinuerebbe in aree ad alta biodiversità ambientale e animale, come le foreste pluviali a sud di Perù e Brasile, la regione del Mato Grosso o le foreste andine.

Ma i vantaggi economici sarebbero venuti a un essere umano di massa e il costo ambientale: la linea sarebbe attraversare molti territori indigeni e aree ad elevata biodiversità attraverso la foresta amazzonica nel sud del Perù e Brasile, nella regione del Mato Grosso in Brasile, e foreste della nube peruviani e altri andina sensibile habitat.

Ninawa Kaxinawá, leader di una comunità indigena che ha scoperto di vivere nei pressi di dove i lavori dovranno aver luogo, ha detto a Survival International: “Questa ferrovia è il male e minaccia il nostro popolo. Per noi nativi e i nostri fratelli incontattati questo progetto rappresenta un pericolo mortale che potrebbe mettere fine alla foresta e la nostra vita!”

Se realizzata, la linea ferroviaria potrebbe devastare terra e vita dei popoli indigeni, aprendo le loro regioni allo sfruttamento industriale, alle miniere illegali, a una nuova stagione di deforestazioni e colonizzazione.

Ma con un mercato emergente come quello cinese, la ferrovia porterebbe con sé anche una maggior domanda, in termini di maggiori acquisti di derrate alimentari, ovvero maggiore industrializzazione dell’agricoltura con relativa necessaria deforestazione per cavarne coltivi estensivi; maggiore sfruttamento minerario per inondare la Cina di minerali di cui l’America Latina è ricca, con conseguente moltiplicarsi di miniere a cielo aperto, e lotte sociali come quelle che già sono in corso. Una ferrovia insomma, che aggiungerebbe una pressione devastante sull’ambiente e anche sull’uomo.

Secondo il direttore generale di Survival, Stephen Corry, la ferrovia “rischia di provocare ancora più devastazione nella foresta amazzonica e nei suoi popoli, mentre gli studi dimostrano che i popoli tribali sono i migliori ambientalisti, le loro terre si trovano ad affrontare violenti attacchi da parte di progetti di sviluppo”. 

Non si tratta di timori infondati o pregiudizi. Negli anni Ottanta, i 900 chilometri della ferrovia tracciata lungo la foresta amazzonica nordorientale del Brasile ha avuto drammatici risvolti. Gli incontattati Awá si sono trovati al centro dei lavori e la ferrovia ha aperto le loro terre al libero accesso a taglialegna illegali, allevatori di bestiame e coloni. In pochi anni si sono ritrovati espropriati del 30% del territorio in cui da sempre hanno vissuto. Nel frattempo erano stati decimati dai massacri prima e dalle malattie poi.

Dice Stephen Corry: “Per secoli, i popoli originari americani sono stati sacrificati sull’altare del profitto Molti non sopravvivono all’assalto condotto contro il loro ambiente e le loro vite. Per le tribù incontattate questa ferrovia è un genocidio”.

Fonte: _omissis_

martedì 26 maggio 2015

Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha

di Luciana Esposito

Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha, ho 44 anni, sono originario della Repubblica Ceca, “vivo” in Italia da circa 10 anni. E sono un clochard. O meglio, quel clochard che si è visto sopraffare da una valanga di cinica, feroce ed inspiegabile violenza. Sono stato picchiato selvaggiamente con bastoni di legno e ferro da un gruppo di persone che mi hanno procurato un trauma cranico, oltre alla frattura degli arti superiori e inferiori.

Erano in tanti, quattro o forse cinque.

Non lo so, non sono in grado di stabilirlo con precisione, non vedevo nulla, sentivo solo dolore. E paura. Credevo di morire e forse hanno smesso di infierire su di me quando ho perso i sensi, credendo che fossi morto. Simulare la morte mi ha salvato la vita. Probabilmente.

Era una sera come tante, una di quelle che funge da baluardo di una notte di prima primavera. Ancora fredda, ma speranzosa di abbracciare il sole, anche quando è buio. Mi trovavo nei locali abbandonati retrostanti della stazione ferroviaria centrale di Nola. Questi sono i “Grand Hotel” che possono permettersi quelli come me. Un luogo dimenticato e fatiscente, adattato a discarica improvvisata, dove le condizioni igieniche sono rese assai ostili dalla copiosa presenza di rifiuti, anche tossici, impropriamente sversati da cittadini o persone di passaggio.

Eppure, il pericolo insito nelle scorie e nella maleodorante feccia che contaminano quel posto, rappresentavano il “mio male minore.”

Un gruppo di giovani, forse per noia, forse per dare libero, pieno ed appagante sfogo alla follia antisemita che gli gronda nelle vene, hanno scelto di riversare su di me quel delirante tripudio di alacre violenza.

Opson, il mio cane, vedendomi in balia del pericolo, è corso in mio soccorso. Voleva aiutarmi, voleva difendermi. Come solo il più fedele e fidato degli amici avrebbe fatto. Ha provato a difendermi, ma anche lui ha avuto la peggio. Anche a lui hanno fratturato le zampe e lo hanno pestato fino a ridurlo ad una carcassa d’inerme pelo.

Opson, il mio cane, è morto così: ha dato la vita per cercare di sottrarmi dalla cruenta morsa di violenza azionata da altri “esseri umani”.

Eppure, non sono un balordo, né un attaccabrighe. Sono povero, ma non per questo occupo le mie giornate molestando gli altri, né tantomeno provo a sottrarre agli altri con la forza o sotto la minaccia di un’arma cellulari, portafogli e collanine.

Vivo adagiato ai margini delle strade della città, oltre che ai margini della società.

Cosa ha spinto un gruppo di persone “normali”, nel cuore della notte, a sporcarsi le mani per alzare contro “uno come me”?

Un “ultimo”, un “invisibile”, un “numero zero”.

Vorrei trovare una risposta che conferisca un “senso” alla mia aggressione. Forse servirebbe a farmi star meglio. O forse no. No, non credo che a me servirebbe. Probabilmente, sarebbe più d’aiuto agli altri, gli consentirebbe di conoscere meglio e a fondo la società in cui vivono. Non viviamo. Perché, attraverso le storie come la mia, emerge la cruda verità: noi viviamo relegati negli angoli della scarna indifferenza

Tante persone, però, quando hanno appreso che le mie ossa erano state barbaramente fracassate da una “banda di balordi perbene” sono insorte, si sono indignate, si stanno mobilitando per offrirmi aiuto. Ne avrò maledettamente bisogno: chissà quanto tempo mi ci vorrà per rimettermi in piedi. Guardando le gambe e le braccia ingessate, non posso evitare di concludere che passeranno mesi prima che potrò ritornare a camminare, ad essere autonomo.

Oggi, mi sono lasciato alle spalle la prima operazione al braccio. Hanno dovuto operarmi in anestesia totale, perché ero agitato. Non riuscivo a farne a meno.

Oggi pomeriggio, inoltre, nel Duomo di Nola, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato una veglia di preghiera per dimostrarmi solidarietà. Quei volontari sì che mi conoscono bene, molte volte mi hanno consegnato un pasto caldo, qualche parola, un sorriso, un timido, ma rassicurante barlume di speranza.

In questi giorni moltissimi cittadini mi stanno dimostrando vicinanza e solidarietà, su Facebook mi hanno dedicato una pagina: “coordinamento Sasha” gestita e seguita da chi vuole concretamente prestarmi aiuto. Grazie a questo gran movimento dell’opinione pubblica e delle associazioni, potrebbe essermi assegnato un alloggio in un edificio della Carità diocesana di Nola, dopo la dimissione dall’ospedale, mentre operatori fisiatri dei servizi sociali dell’ASL potrebbero aiutarmi nella riabilitazione.

Tutto quello che stanno facendo per me, per “uno come me” mi commuove e mi emoziona, ma, non posso fare a meno di chiedermi e chiedervi: dovevo essere ridotto a brandelli per indurre la comunità ad attivare una macchina della solidarietà così gremita e prolifera, coinvolgendo chiesa, comune, istituzioni e cittadini semplici?

Fonte: Napolitan.it

Segnalazione di Enza Tabacchino

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lunedì 11 maggio 2015

Disneyland premiata per la lotta allo spreco alimentare

Il Disneyland Resort è stato insignito del Food Recovery Challenge Award dell’Agenzia per la protezione dell'ambiente statunitense.

di Lorenzo Brenna


Nel 2012 gli americani hanno gettato nel cassonetto circa 35 milioni di tonnellate di cibo, quantità di gran lunga superiore a qualsiasi altro tipo di rifiuto finito in discarica. Una volta buttati gli alimenti si decompongono in discarica generando grandi quantità di metano, un gas serra 23 volte più potente del biossido di carbonio.


Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha stimato che il cibo sprecato in America ha un valore di oltre 165 miliardi dollari l’anno e che una famiglia media di quattro persone getta annualmente una quantità di alimenti pari a 1.600 dollari all’anno. La riduzione dello spreco alimentare è pertanto una delle sfide principali cui il pianeta deve far fronte.

Disneyland Resort è stato premiato proprio per un’iniziativa in tal senso, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense (Epa) ha insignito il parco di divertimenti del Food Recovery Challenge Award. Il parco californiano è stato premiato per il suo impegno volto alla riduzione dei rifiuti e al recupero di alimenti.


“Disneyland rappresenta un modello nell’ambito del recupero alimentare – ha dichiarato Jared Blumenfeld, amministratore regionale dell’Epa per il sud-ovest del Pacifico. – Il marchio Disney ha uno straordinario potenziale e può educare milioni di persone che ogni anno visitano il parco e sensibilizzare i visitatori sul problema dello spreco alimentare, contribuendo a combattere i cambiamenti climatici e a creare un ambiente migliore per gli abitanti della California”.

I traguardi conseguiti da Disneyland sono considerevoli, nel 2014 oltre sette milioni di chili di scarti alimentari sono stati trasformati in mangimi per animali, oltre 100mila chili di alimenti confezionati sono stati donati alle banche alimentari locali, quasi 60mila litri di olio da cucina esausto sono stati convertiti in biodiesel utilizzato per alimentare la ferrovia di Disneyland e il Mark Twain Riverboat, un’attrazione del parco.


Nel corso degli ultimi dieci anni il Disneyland Resort ha inoltre raddoppiato la quantità di rifiuti conferiti in discarica, con l’obiettivo a lungo termine di raggiungere il traguardo Rifiuti Zero.

Fonte: LifeGate

sabato 13 settembre 2014

Non è un Paese per orsi


L’orsa Daniza è stata uccisa. La vicenda ricorda la storia dell’orso Jj1 e mette in evidenza i limiti del nostro Paese nella tutela della fauna.

Da oggi i boschi del Trentino sono un po’ più sicuri, sicuramente sono molto più vuoti e tristi. L’orsa Daniza è morta e con lei l’illusione che l’uomo potesse ricucire il rapporto con la natura. Quando boschi, montagne e oceani saranno stati privati per sempre di creature “pericolose” come orsi, squali e altri grandi predatori forse gli uomini si sentiranno al sicuro ma si accorgeranno di essere rimasti soli.


Quella dei grandi carnivori è una paura atavica, che ci accompagna fin dai primi vagiti della nostra specie. Tuttavia un tempo questi animali oltre che temuti erano rispettati, il culto degli orsi è nato nelle grotte preistoriche d’Europa. Presso molte culture di tipo sciamanico l’orso è considerato un animale superiore, un mediatore tra gli uomini e gli dei, adorato per le sue qualità terrificanti, ma anche per le sue doti di generosità e di coraggio, per la sua capacità di rinascere ogni primavera dopo il letargo ed è considerato simbolo selvaggio di maternità.

Ironia della sorte Daniza è stata uccisa proprio per questo, per aver attaccato solo per proteggere i propri cuccioli. Nonostante si tratti di un comportamento perfettamente naturale e che l’intruso era il cercatore di funghi (che ha anche violato le basilari e note norme da adottare in caso di incontro con un plantigrado), mamma orsa è stata trattata alla stregua di un criminale, da giustiziare pubblicamente in nome dell’ordine e della sicurezza.


Quasi un mese è durata la fuga dell’animale e dei suoi cuccioli, iniziata lo scorso 15 agosto, dopo lo scontro con il cercatore di funghi. Oltre venti giorni di fughe nei boschi, muovendosi di notte quando gli umani sono inermi, attraversando corsi d’acqua, evitando le trappole e frapponendo più distanza possibile tra sé e i suoi cuccioli e i loro inseguitori. Era stata brava Daniza a non farsi trovare, fino alla notte del 10 settembre, quando i responsabili che monitoravano i suoi spostamenti hanno colpito con dardi muniti di anestetico lei e uno dei suoi cuccioli. L’orsa non è sopravvissuta alla narcotizzazione, le cause sono ancora da accertare ma il suo cuore non ha retto.

La storia di Daniza riporta alla mente quella dell’orso Bruno, protagonista nel 2006 di una vicenda analoga. Bruno, il cui vero nome era Jj1, all’età di due anni seguendo la propria natura libera e girovaga ha abbandonato il natio parco dell’Adamello-Brenta in Trentino per dirigersi in Germania. In terra tedesca, colpevole di aver saccheggiato qualche arnia e pollaio è stato condannato a morte. Le proteste delle autorità italiane, “proprietarie” dell’orso che faceva parte di un programma di ripopolamento di plantigradi finanziato dall’Unione europea, sono state scarse e poco incisive.


La mattina del 26 giugno, dopo un inseguimento durato settimane, Jj1 viene ucciso in Baviera, da due colpi di fucile mentre riposava accanto ad un lago. Un mese dopo l’uccisione del giovane animale il Trentino decide di catturare e segregare in un recinto la madre, Jurka, responsabile della cattiva educazione della sua prole. Anche in questo caso parliamo di animali protetti, reintrodotti in un habitat dal quale erano stati estirpati spendendo milioni di euro per poi essere assassinati o imprigionati se il loro carattere viene giudicato inopportuno. Ora i boschi del Trentino sono più sicuri, ma anche più vuoti e più tristi, un altro orso se n’è andato.

Fonte: LIFEGATE

giovedì 13 febbraio 2014

La sovrappopolazione mondiale, tra mito ideologico e realtà


Di Salvatore Santoru

Al giorno d'oggi si fa un gran parlare del problema della " sovrappopolazione " . Stando alla teoria più in voga del momento , l'umanità non sarebbe più sostenibile per il pianeta e occorre fare in modo che venga dimezzata . Questa teoria non è nient'altro che una nuova variante delle idee di Thomas Malthus , il quale affermava che la crescita della povertà e della fame nel mondo è dovuta quasi solamente alla crescita demografica mentre non indagava gli aspetti relativi alle contraddizioni economiche e sociali del problema . 

Malthusianesimo e eugenetica

Il malthusianesimo è stata un'ideologia molto popolare nell'Ottocento e nel primo Novecento e influenzò profondamente Herbert Spencer , il fondatore del darwinismo sociale , ideologia che costituì un fondamentale supporto teorico alla teoria e alla pratica dell' eugenetica .

A partire dal 1899, negli USA furono avviate politiche eugenetiche che consistevano perlopiù nella sterilizzazione coatta delle persone considerate deboli o " inadatte " : sopratutto disabili fisici o mentali , persone affette da disturbi psichici , appartenenti a minoranze etniche e addirittura epilettici .

In seguito le pratiche eugenetiche si diffusero sempre di più oltre i confini statunitensi e raggiunsero l'apice in Germania con il famigerato programma dell' Aktion T4 , basato sulla sterilizzazione coatta e sull'uccisione sistematica di individui disabili fisici e mentali e affetti da problematiche psichiche e sociali .

Finita la II guerra mondiale l'eugenetica era ormai caduta in disuso , ma nonostante ciò continuò ad essere applicata nella Svezia sino al 1975 e gli ultimi esperimenti diretti di tal tipo furono eseguiti in Svizzera nel 1985 .

Questione ambientale

Tra i cosiddetti neomalthusiani è molto diffusa l'idea che l'essere umano rappresenta in quanto tale un pericolo per l'ambiente nel suo insieme e per questo bisogna al più presto dimezzarne radicalmente la diffusione , e ambire alla " crescita zero " demografica . Alcuni sostengono che bisogna adottare politiche radicali di controllo delle nascite per questo , anche di stampo autoritario prendendo esempio della " politica del figlio unico " cinese .
Queste proposte , tanto semplicistiche quanto pericolose , non rappresentano la soluzione al problema , le quali cause vanno ricercate perlopiù negli estremi squilibri e danni causati dal modello di sviluppo economico attuale , incentrato sulla crescita economica sregolata e sul disprezzo verso la natura e l'ecosistema nel suo complesso . Inquinamento , urbanizzazione selvaggia , deforestazione , specie animali in via di estinzione e molto altro sono l'altra faccia dello sviluppo e del progresso economico ottenuto a scapito del benessere ecologico e della stabilità ambientale .

Questione economica

Ultimamente con l'avvento della cosiddetta " rivoluzione verde " , che al di là del nome portò a un'aumento vertiginoso di sfruttamento ambientale , inquinamento e distruzione delle biodiversità , e sopratutto con l'adozione su vasta scala dello stile di vita consumista la situazione è gravemente peggiorata .
E qua entra in gioco anche la stessa sovrappopolazione : infatti dall'adozione dell'attuale modello di sviluppo in soli cent'anni la popolazione mondiale è aumentata di quasi 6 miliardi .
Vista in quest'ottica il problema stesso della sovrappopolazione risulta diverso e la sua versione ideologica corrente si dimostra un mito . Il problema non è tanto o solo la crescita demografica in sè , ma è l'attuale modello di sviluppo che è del tutto instostenibile e che sta distruggendo l'ambiente e gli equilibri ecologici .

Sarebbe troppo facile dare la colpa di tutto questo a tutti gli esser umani indistintamente e non menzionare per esempio il ruolo delle multinazionali e dei poteri economici in generale .
Infatti , dalla metà del XX secolo in poi , il potere delle corporations si è fatto praticamente assoluto e onnipresente , ed è stata avviata una gigantesca campagna propagandistica ( la pubblicità commerciale con cui siamo " bombardati " ogni giorno ) per giustificare e imporre lo stile di vita consumista in Occidente , e oggi sempre di più nel mondo intero . 

Conflitti d'interesse

Un fatto interessante è che ora le stesse corporations che per anni e anni hanno devastato , inquinato , sfruttato l'ambiente e contributo al massacro di animali e alla deforestazione selvaggia , propagandato l'uso di energie non rinnovabili e dannose come il carbone , il petrolio e il nucleare e tanto altro , ora si " tingano " di verde e propongano una forma molto ambigua di " sviluppo sostenibile " .

Interessante anche il fatto che il gruppo dei Rockfeller , proprietario della compagnia petrolifera più inquinante e distruttiva del mondo , la Exxon ( un tempo chiamata " Standard Oil " ) e finanziatore della rivoluzione verde ( che contribuì ad aumentare la popolazione mondiale ) , sia impegnato da tempo sulla lotta alla sovrappopolazione mondiale , e sia arrivato negli anni 70 a finanziare il Club di Roma .
Oggi più che mai David Rockfeller , uno tra gli uomini più ricchi e potenti del mondo , è uno dei principali sostenitori della teoria della sovrappopolazione ( su Youtube si può vedere un suo " memorabile " discorso all'ONU su questo tema ) ... molto interessante la sua " carriera " : un passato come amministratore della Chase Manhattan Bank , azionista della già citata Exxon e della General Elettric , e infaticabile lobbista e membro fisso di organizzazioni elitarie come il Council on Foreign Relations , la Trilateral Commision e il Bilderberg

La decrescita economica come soluzione

Il modello di sviluppo economico selvaggio oltre ad aver portato a innumerevoli danni ambientali , ha contribuito enormemente alla diffusione di malattie fisiche ( diabete e obesità in primis ) e al malessere in generale . Oggi come non mai viviamo in uno stato di opulenza , ma d'altro canto il cancro è diffuso come non mai ( e la sua causa principale al giorno d'oggi è l'inquinamento ) , le diseguaglianze economiche e sociali son diventate enormi , l'insoddisfazione e lo stress regnano sovrani , le dipendenze ( da fumo , alcool , cibo , gioco d'azzardo , prodotti tecnologici , sostanze stupefacenti ecc ) son aumentate vertiginosamente , ed inoltre ci si è imbarcati in un circolo vizioso di guerre combattute per il controllo delle risorse .

Questo sistema basato sull'illusione della crescita economica illimitata è totalmente insostenibile e urge un forte cambiamento del sistema economico e sociale dominante , e di conseguenza degli stili di vita dipendenti da esso .

La soluzione è la decrescita economica , la teoria elaborata dall'economista e filosofo Serge Latouche secondo cui la società deve transitare dal modello attuale di sviluppo economico basato sulla quantità , sullo spreco e sulla massificazione totale a uno basato sull' abbondanza frugale , la qualità e il benessere umano nel rispetto dell'ecosistema e dei suoi limiti .

Un nuovo paradigma

Latouche da anni sostiene che la decrescita deve essere volontaria e sopratutto felice , e come questa sia l'alternativa maggiormente praticabile alle inevitabili crisi economiche e finanziarie su cui il nostro sistema attuale è basato .

Decrescita felice e consapevole quindi piuttosto che decrescita traumatica e infelice come avverrà se non si cambia paradigma e si rimette in discussione l'intero sistema dominante a partire dalle sue basi .

Tutto ciò non significa assolutamente tornare al Medioevo , ma anzi proiettarsi verso un futuro migliore dove il benessere umano conterrà più degli standard economici e dell'avidità commerciale eretta a norma .

La società prospettata da Latouche e dai sostenitori della decrescita è basata sulla valorizzazione dell'essere umano in quanto tale , sulla tutela dell'ambiente e degli animali non umani e la difesa delle biodiversità , e non sulla demonizzazione della tecnologia o dello sviluppo umano in sè , come spesso si pensa .

Difatti la tecnologia e lo sviluppo economico non verrebbero cancellati ma , anzi , migliorati e portati a un'indispensabile maturazione dove non ci sia più spazio per la cultura dello spreco , che è stata la base del modello di sviluppo moderno e a cui ci siamo abituati dopo anni e anni di " lavaggio del cervello " da parte della pubblicità commerciale .

Il modello di sviluppo moderno che viene criticato dai sostenitori della decrescita si è basato totalmente sulla promozione di tutto ciò che è dannoso per l'ambiente e per lo stesso essere umano .

Il cambio di paradigma dovrà essere prima di tutto un cambiamento individuale del proprio stile di vita : ad esempio , optare qualche volta per un'alimentazione sana e naturale invece del classico cibo spazzatura , optare per una scelta etica e sana dal punto di vista alimentare come il vegetarianismo o il veganismo , non farsi ipnotizzare dalle illusioni vendute dalle pubblicità commerciali e dai mass media in generale e tanto altro .
La questione è un pò più complicata e da approfondire , comunque è chiaro che il problema principale non è amputabile alla crescita demografica o solo ad essa , ma sopratutto al modello di sviluppo o alla degenerazione di esso portata , cose che tra l'altro anche lo stesso Latouche ha affermato.

Fonte: Informazione Consapevole

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martedì 28 febbraio 2012

Lucy Lawless arrestata per proteste ambientaliste

L'attrice Lucy Lawless, protagonista della serie televisiva "Xena-Principessa Guerriera", è stata arrestata in Nuova Zelanda con altri cinque attivisti di Greenpeace, dopo che il gruppo si era appollaiato per giorni su una nave Shell per cercare di impedirle di salpare verso i mari artici. Il movimento si oppone allo sfruttamento petrolifero delle regioni artiche. Il gruppo di ambientalisti aveva abbordato la Noble Dicoverer e scalato la torre di 57 metri. La nave dovrebbe partire per trivellare tre pozzi petroliferi di esplorazione nel mare al largo dell'Alaska. Gli attivisti, attrezzati con equipaggiamento e viveri, hanno sospeso striscioni con le frasi "Stop Shell" e "Save the Arctic".

Lei stessa afferma di dover passare tutti alle energie rinnovabili e non andare in cima al mondo alla ricerca dell'ultima goccia di petrolio. L'attrice da tempo si batte per cause ambientali e nel 2009 è stata anche nominata ambasciatrice di Greenpeace, aveva poi aggiunto, ricordando di avere tre bambini: "Non voglio che i miei figli crescano in un mondo senza questi luoghi straordinari e ancora intatti, dove sia stato compromesso l'habitat degli orsi polari per spremere le ultime gocce di petrolio". I suoi ideali, però, per il momento costano il carcere; l'accusa, infatti, per la Lawless è quella di abbordaggio illegale di una nave.

venerdì 2 settembre 2011

Vivisezione in Italia, ecco i numeri della vergogna

La sperimentazione su cavie animali in Italia non si ferma. Anzi raddoppia. La denuncia «di una grave situazione» che si sta venendo a creare è della Lega anti vivisezione (Lav) che sulla base delle informazioni ottenute dal ministero della Salute ha stilato un dossier in cui evidenzia un quadro a dir poco allarmante relativo all’ultimo periodo preso in esame, vale a dire il biennio 2008-2009. Vediamo nel dettaglio gli elementi critici più significativi non prima di aver ricordato che l’analisi della Lav è stata possibile grazie a una storica sentenza del Tar Lazio che ha levato il segreto “istituzionale” su questo genere di statistiche.

Il dato più allarmante secondo l’associazione animalista riguarda il picco di autorizzazioni per gli esperimenti “in deroga”, ovvero l’impiego di cani, gatti e primati non umani, l’utilizzo a fini didattici o il non ricorso ad anestesia. Queste deroghe sono quasi raddoppiate, aumentando da una media di 141 per il biennio del 2007-2009 a 204 per il 2008-2009, sebbene per legge (dl 116/92), dovrebbero rappresentare l’eccezione in quanto regolamentate in modo restrittivo. Nel 2000 erano 98. «Nel merito dei test in deroga autorizzati dal ministero della Salute nel biennio 2008-2009 - osserva la Lav in una nota - continuano a essere svolti anacronistici e fallimentari studi relativi all’uso di droghe, alcol e fumo che tolgono fondi per ricerche incruente e a indispensabili campagne d’informazione sulla prevenzione». Inoltre, «le sperimentazioni senza ricorso ad anestesia sono le più dolorose per gli animali, eppure nel 2008-2009 sono state effettuate ben 350 procedure senza il impiegare alcuna forma di lenizione: esperimenti che hanno inflitto agli animali intensi e prolungati livelli di dolore».

La mappa delle deroghe è concentrata soprattutto nel centro-nord Italia. «Le regioni con il maggior numero di procedure autorizzate rimangono: Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto. Mentre, sono in totale undici i nuovi stabilimenti utilizzatori autorizzati dal ministero della Salute nel 2008-2009 a fare ricerca su animali, per un totale nazionale che supera i 600 stabilimenti». Come se non bastasse c’è stato anche un sensibile aumento dell’uso sperimentale di alcune specie nel triennio 2007-2009 rispetto al 2004-2006. In particolare: suini, caprini, scimmie, uccelli, rettili, pesci e altri mammiferi.

Rispetto alla sperimentazione animale senza anestesia, la Lav sottolinea che «gli animali sono vigili sia durante l’esperimento, che comporta fratture, incisioni, innesti, investigazioni sul cervello ecc., che durante tutto il percorso post-operatorio, iter al termine del quale gli animali vengono soppressi. Lo stesso accade nel caso di inquietanti investigazioni psichiatriche su primati senza anestesia, negli esperimenti di xenotrapianto dove le scimmie vengono utilizzate come bacini di organi e nelle stimolazioni cerebrali profonde, con elettrodi, su maiali non anestetizzati». Se il quadro italiano è sconfortante, la situazione in Unione europea non è da meno. In alcuni Paesi il numero degli animali utilizzati e soppressi nei laboratori non tende a diminuire, anzi raggiunge la stratosferica cifra di 12 milioni, con incrementi del 50 per cento delle sperimentazioni. Un triste primato che vede in testa Francia, Inghilterra e Germania.

«Eppure - chiosa l’associazione - esistono centinaia di metodi alternativi di grande efficacia (modelli informatici, analisi chimiche, indagini statistiche come l’epidemiologia e la metanalisi, organi bioartificiali, microchip al Dna, microcircuiti con cellule umane) e altri potrebbero essere messi a punto investendo di più in questo innovativo settore della ricerca. Anni fa sembrava utopia fare ricorso a test senza animali, eppure oggi come emerge dai dati dell’Istituto superiore di sanità il 70 per cento della ricerca biomedica, ovvero della biologia della medicina, non fa uso di animali. Così come per verificare la contaminazione batterica di farmaci, per i test di gravidanza, per diversi test di tossicità su sostanze chimiche (assorbimento cutaneo, mutagenesi e genotossicità, fototossicità, embriotossicità), in molti casi di verifiche igienico-sanitarie su alimenti o in molte esercitazioni a scopo didattico».

«Lascia amaramente stupiti - afferma Michela Kuan, responsabile nazionale Lav settore vivisezione - che vi sia un consistente aumento del ricorso a test invasivi e dolorosi e una crescita degli impianti autorizzati, nonostante lo scenario scientifico nazionale ed europeo sia sempre più orientato alla promozione di metodi sostitutivi all’impiego di animali. I nuovi dati 2008-2009 - aggiunge la biologa - contraddicono l’andamento lievemente decrescente del numero di animali utilizzati negli ultimi dieci anni nei laboratori nazionali, che comunque supera la spaventosa cifra di 800 mila animali all’anno, e sono in contrasto tanto con l’impegno delle istituzioni verso una politica di tutela degli animali quanto con l’opinione pubblica sempre più contraria alla sperimentazione su di essi».

In Italia, ricorda inoltre Kuan, «il principio per il quale il metodo alternativo deve essere preferito all’impiego di animali, stabilito dall’articolo 4 del dl 116/92, viene del tutto ignorato sia dall’utilizzatore di animali che dal ministero della Salute: una situazione che va peraltro a tutto danno della ricerca biomedica italiana e che riteniamo debba essere presto cambiata. Un’inversione di rotta indispensabile anche alla luce del recepimento della nuova direttiva 2010/63Ue». Occasione questa «che non deve essere assolutamente sprecata dal ministero e dagli enti governativi per supportare in Italia una nuova ricerca all’avanguardia, che tuteli i pazienti umani ma anche gli animali». Kuan conclude la sua disamina lancia un appello: «Al Governo, al Parlamento e al settore della ricerca chiediamo un maggiore impegno verso lo sviluppo di metodi alternativi, un ambito sperimentale che avanza con successi concreti e utili per la salute umana rendendo l’uso degli animali una pratica sempre più obsoleta ed ingiustificabile».

Fonte: Terranews

mercoledì 23 marzo 2011

Contro l’Occidente sprecone. L’Africa coltiva sostenibile

Due anni di ricerche in 25 Paesi africani. “Lo State of the World 2011”, quest’anno intitolato Nutrire il pianeta, racconta le pratiche agricole sostenibili che hanno aiutato a nutrire centinaia di milioni di persone nei Paesi poveri. A partire dall’agricoltura urbana, che può sfamare le città, attraverso la coltivazione sui tetti o gli “orti verticali” su sacchi di terra muniti di fori.

A Nairobi, in Kenya, oltre 1.000 contadine urbane hanno contribuito all’autosufficienza alimentare di una delle più grandi bidonville del mondo. Sul piano globale invece le coltivazioni nelle città «occupano 800 milioni di persone - spiega Danielle Nierenberg, co-direttore dello State of the World 2011, ieri a Roma per presentare il volume. - Questi orti producono il 15-20% del cibo mondiale. Stimiamo che entro il 2050 sarà la fonte di sostentamento per 35-40 milioni di africani». Un dato importante se si pensa che il 60 per cento della popolazione del continente vivrà nelle metropoli.

Oltre al cibo anche l’acqua costituisce un tema centrale della pubblicazione curata in Italia da Gianfranco Bologna del Wwf. Con un investimento di appena 35 dollari, ad esempio, quasi due milioni e mezzo di agricoltori nei Paesi in via di sviluppo hanno acquistato pompe a pedali che aspirano l’acqua fino a sette metri di profondità. Un sistema semplicissimo che però in Africa, ha permesso di produrre 37 milioni di dollari in nuovi profitti e salari. Nello specifico, in 10 distretti del Ruanda, la raccolta dell’acqua piovana da tetti e altre superfici ha portato alla costruzione di centinaia di bacini di raccolta utilizzati per le coltivazioni.

In Gambia, invece, 6.000 donne hanno creato un piano di gestione collettiva delle ostriche per prevenirne la loro raccolta indiscriminata. In Sud Africa sono i pastori a conservare le varietà autoctone di animali che si sono adattate al global warming e alla siccità, mentre in Etiopia, gli agricoltori sono impegnati a migliorare la qualità del caffè selvatico che cresce nelle foreste locali.

Il rapporto è molto ricco d’esempi positivi che lasciano ben sperare, nonostante i Paesi industrializzati continuino a sprecare ben il 40 per cento del cibo prodotto. Forse anche per mancanza di una cultura del rispetto dell’ambiente. «Abbiamo diminuito la spiritualità della natura», ammonisce Sebastiano Maffettone, preside dell’Università Luiss che ieri ha ospitato la presentazione di Nutrire il Pianeta. Su questo l’Africa ha sicuramente molto da insegnare.

Fonte: Terranews

venerdì 4 febbraio 2011

Intersos: emergenza siccità in Somalia, serve aiuto subito


"Servono camion per il trasporto dell’acqua nella zone piu' remote, serve bonificare i pozzi contaminati, riaprire quelli in secco. Serve cibo per chi non e' riuscito a salvare il raccolto. E' urgente portare aiuto ai pastori che hanno perso migliaia di animali, e' necessario contrastare le malattie che nascono quando manca l’acqua. Diarrea, colera, tifo, proliferano in mancanza di condizioni igieniche di base". Marco Procaccini, operatore umanitario di INTERSOS per la Somalia, racconta come si vive oggi nel paese flagellato da 20 anni di guerra e ora da una siccita' prolungata che sta lentamente devastando l’agricoltura. Ma i fondi disponibili per la risposta all’emergenza in Somalia non bastano. Serve di piu', adesso.

INTERSOS e' presente in Somalia dal lontano 1994, ed e' una delle organizzazioni non governative internazionali che riesce a portare soccorso e supporto in aree considerate ad accesso estremamente critico, a causa della difficilissima condizione di sicurezza. Hassan Mahdi, responsabile INTERSOS, da Jowhar racconta che ‘nella regione meridionale del Medio Scebeli, dove INTERSOS gestisce un ospedale Regionale si parla di circa 73 mila famiglie colpite dalla siccita', e piu' di 600 mila animali gia' morti per l’assenza di acqua e di pascoli. Nella regione di Bay, a ovest di Jowhar, migliaia di pastori vagano con le loro mandrie alla ricerca d’acqua con perdite continue e inarrestabili di bestiame’ riporta Mohamed Luqman da Baidoa, che spiega: ‘stiamo assistendo centinaia di donne e bambini, i piu' colpiti dall’emergenza siccita', il nostro staff visita i villaggi, distribuisce cibo ad alto contenuto nutritivo, valuta le condizioni di salute dei bambini piu' piccoli e quelli che piu' gravi, a volte a rischio sopravvivenza, vengono portati nel nostro ospedale di Jowhar dove ricevono le prime cure, e' una corsa contro il tempo’.

Anche nella regione del Basso Shebeli, anche se si continua disperatamente a coltivare sulle rive di un fiume sempre piu' secco, numerose famiglie scelgono di cercare riparo nei campi per i rifugiati in Kenya, Ethiopia e Yemen (650 mila rifugiati Somali gia' presenti). Vendono quei pochi beni che ancora posseggono per pagare un viaggio in camion fino alla frontiera e sperare in una vita migliore.

Il ventennale conflitto che dilania la Somalia dalla caduta di Siad Barre in poi e le ricorrenti emergenze umanitarie che si sono ripetute ciclicamente hanno ridotto il paese ad una situazione terribile. Nell’indice dei Failed States, i cosiddetti Stati falliti, la Somalia vince sempre con circa due milioni e mezzo di persone in emergenza umanitaria, di cui quasi un milione, soprattutto donne e bambini, in malnutrizione acuta. La siccita' prolungata si aggiunge come risultato degli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici. Nelle regioni maggiormente colpite dalla crisi, solo il 15% della pioggia prevista e' effettivamente caduta al suolo. Nell’epicentro della crisi siccita', la regione centro-meridionale di Hiran, e' il nono anno consecutivo che le piogge non raggiungono il minimo necessario, con conseguenze terribili sui raccolti e gli animali al pascolo. Agricoltura e pastorizia sono le due attivita' principali di tante aree della Somalia e tra le sole attualmente possibili.

Le prossime settimane saranno cruciali per mettere un freno a una nuova catastrofe umanitaria. Dipende anche dal nostro Paese, dalla nostra capacita' di reagire e di portare aiuto concreto alla popolazione.

Per aiutarci a portare cibo e cure ai bambini malnutriti si può donare sul sito INTERSOS

Per informazioni e interviste in italiano con il coordinatore Hassan Mahdi dalla Somalia:
Ufficio Stampa INTERSOS
comunicazione@intersos.org

martedì 4 gennaio 2011

Salvare il mondo mangiando le cose giuste

Tra i buoni propositi per il futuro dovrebbe esserci quello di modificare le nostre abitudini, a partire dal cibo che consumiamo ogni giorno. Bisognerebbe iniziare proprio dal carrello della spesa e imparare a riempirlo con i prodotti giusti. Invece di mangiare le convenzionali pietanze, si potrebbero sperimentare nuove ricette che tutelino il nostro ecosistema. Così quando andiamo al supermercato è utile leggere le etichette, misurare la nostra impronta ecologica e chiedersi: «Facciamo a sufficienza per salvare il nostro Pianeta?». Eccovi alcuni consigli per orientarvi nella nuova dieta che salverà il pianeta.

INSOSTENIBILE

La carne
Il 2011 è stato proclamato dall’Onu anno internazionale delle Foreste. Tra i boschi e la carne esiste uno stretto legame. Gli allevamenti di bovini, necessari per soddisfare il fabbisogno dei voraci onnivori americani ed europei, stanno distruggendo gran parte delle foreste tropicali. La maggior parte della carne che mangiamo proviene dai pascoli, ottenuti distruggendo ettari di foresta pluviale, i polmoni dell’Amazzonia. Non solo mandrie, a dimezzare l’estensione boschiva c’è anche la soia. Qualcuno potrebbe pensare che la colpa è dei vegetariani che ne sono dei grandi consumatori, ma non è così. La coltivazione di questa leguminosa, circa l’80 per cento, è destinata all’alimentazione degli animali. Oltre ai danni per le foreste, i bovini con le loro deiezioni producono una grande quantità di gas metano che aumenta l’effetto serra. E vanno considerati anche il consumo di acqua, di energia fossile e di risorse, necessari a riempire il nostro stomaco di grassi animali. Per tutelare la nostra biodiversità e le foreste, dunque, è necessario diminuire il consumo di carne.

Latte e uova
Ma gli allevamenti producono anche latte e derivati. Per far posto ai pascoli, necessari a ottenere questi alimenti, milioni di ettari di foresta pluviale sono scomparsi. Il latte di mucca, inoltre, viene frequentemente contaminato con antibiotici, ormoni della crescita, erbicidi e pesticidi veicolati dal foraggio. In merito alle uova, non tutte provengono dalle stesse galline. Alcune sono costrette a crescere in gabbie minuscole, senza la possibilità di muoversi liberamente. Sarebbe giusto, quindi, comprare solo quelle sulla cui confezione sia indicato: “Allevamento a terra”.

Ogm
Per non contribuire ulteriormente alla distruzione del nostro habitat è opportuno mangiare biologico. Gli organismi geneticamente modificati non migliorano la produttività agricola e comportano gravi rischi sociali ed economici. Invece d’ingrossare le tasche della Monsanto, dovremmo arricchire le piccole aziende che ogni giorno preservano i nostri terreni, rispettando l’agricoltura tradizionale, quella che ci è stata tramandata dai vecchi contadini. Gli Ogm, invece, sono pericolosi per la salute e per l’ambiente. Preferire il biologico significa salvaguardare la biodiversità e la sovranità alimentare.

Frutta e verdura fuori stagione
In questo periodo campeggiano nei negozi e nei supermercati grandi quantità di frutta esotica. Ma quanti chilometri hanno percorso questi prodotti e quanta Co2 hanno emesso in atmosfera? Acquistare prodotti fuori stagione non è conveniente perché gli alimenti tardivi costano più del dovuto, e spesso sono di scarsa qualità. Consumare frutta e verdura di stagione e locale aiuta a sostenere la nostra economia e le relazioni con i produttori. Al supermercato dovremmo essere dei consumatori consapevoli, preservando un’agricoltura di qualità.

Acqua in bottiglia
Una delle poche cose che possiamo ottenere gratis, direttamente dal rubinetto, è l’acqua. Stranamente, però, molti amano andare al supermercato e pagarla. Il solo imbottigliamento comporta l’uso di 365mila tonnellate di PET, 693mila tonnellate di petrolio e 950mila tonnellate di Co2 equivalente in atmosfera. Per ridurre i rifiuti e difendere l’acqua come diritto, sarebbe opportuno bere quella che arriva nelle nostre case, sicura ed economica.

SOSTENIBILE

Latte vegetale

Invece di bere latte di mucca potremmo optare per quello vegetale che rappresenta una valida alternativa. Il latte di soia è ricco di proteine, si trova facilmente sugli scaffali del supermercato, sia aromatizzato (vaniglia, cioccolato, orzo) che arricchito con vitamine e calcio. Quello di riso è ottimo bevuto fresco, come quello di mandorla. Il latte d’avena, infine, è uno dei più nutrienti ed energetici.

Cereali e legumi
Ceci, lenticchie, fagioli e fave sono la nostra fonte di proteine, ne contengono quasi il doppio rispetto alla carne. Secondo la Piramide Alimentare della Società scientifica vegetariana (SSNV) è necessario consumarne 5 porzioni al giorno (ma la quantità dipende dall’età, dal sesso e dal livello di attività fisica). I legumi, inoltre, sono ricchi di calcio, ferro, vitamine del gruppo B e D e acidi grassi omega-3. I cereali, meglio se integrali, in molti Paesi rappresentano l’alimento principale per l’intera popolazione. Miglio, segale, farro, kamut, quinoa apportano molte sostanze nutritive all’organismo.

Frutta secca
Per molti la frutta secca rappresenta un attentato alla forma fisica perché ricca di grassi e zuccheri, ma in realtà una manciata al giorno offre un valore energetico molto alto. Rappresenta, inoltre, un rimedio naturale contro il colesterolo. A beneficiarne di più, infatti, sono le persone che hanno alti livelli di Ldl e quelli che mangiano troppa carne rossa. Sebbene piccoli, questi semi sono ricchi di proteine, fibre, sali minerali, vitamine e altri principi antiossidanti.

Frutta e verdura fresca
Le verdure crude vanno consumate all’inizio di ogni pasto in modo da assumerne tutti i nutrienti. A foglia verde o di colore giallo-arancio sono la principale fonte di vitamina, in particolare A, E e C e anche di calcio, ferro, potassio, acido folico e fibre. Dovrebbero essere la base di ogni tipo di dieta così come la frutta fresca, ricca di vitamine, fibre, potassio, calcio e ferro.

Alghe
Agar-agar, arame, dulse, hijiki, kombu, nori, spirulina, wakame: sono alcuni nomi delle varietà di alghe che ogni giorno potremmo aggiungere alla nostra dieta. Lasciate in ammollo per alcuni minuti, una volta reidrate possono essere abbinate a cereali, legumi e verdure. Questi organismi, che crescono nelle profondità marine o nei luoghi di acqua dolce, sono ricchi di proteine, enzimi, oligoelementi, aminoacidi, clorofilla, vitamine e sostanze minerali.

Fonte: Terranews

domenica 14 novembre 2010

Biglietto d’ingresso nei parchi nazionali. Dopo i tagli arriva la natura a pagamento

Non scherzava mica. Il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo è tornata sull’idea di far pagare il biglietto ai visitatori dei parchi e delle aree protette. E stavolta lo ha detto durante la sua audizione alla commissione Ambiente della Camera: una sede ufficiale, ufficialissima.

Il biglietto sarebbe la contromisura ai tagli che hanno colpito il ministero dell’Ambiente, e che sono molto più pesanti rispetto agli altri dicasteri. Come ho già scritto, il ministro non se l’è presa troppo.

Infatti l’idea del biglietto d’ingresso ai parchi sottintende che Prestigiacomo accetta la riduzione dei fondi e vi si adatta. Sottintende soprattutto il concetto – tipico dell’attuale Governo – che il business è l’unico valore, e che anche i beni comuni (il caso dell’acqua è emblematico) devono essere occasione di business.

Durante l’audizione di mercoledì davanti alla commissione Ambiente della Camera, il ministro Prestigiacomo (secondo quanto riporta l’agenzia Dire) ha affermato che si va verso uno scenario in cui “ci saranno meno risorse pubbliche e ci saranno più aree da tutelare”.

Per cui, fermo restando che “i parchi restano pubblici”, bisogna fare in modo che essi “possano permettersi di crearsi fonti di reddito”. Dunque “pensare a riservare alcune aree a pagamento è assolutamente normale”.

Il ministro ha ribadito questa sua filosofia anche durante un convegno di Federparchi. Gli stanziamenti per i parchi sono dimezzati, non bastano neanche a coprire gli stipendi del personale: secondo Prestigiacomo è un errore che va corretto ma per risolvere il problema “non dico di far pagare il percorso di una strada in un parco, ma di pensare a riservare alcune aree a pagamento è assolutamente normale. E’ un vecchio tabù che deve cadere”.

Ovvero, la natura come Disneyland. Uno spettacolo per paganti.

Su agenzia Dire alcune aree dei parchi potranno essere a pagamento

Su Prima da Noi il convegno di Federparchi e i parchi a pagamento

Fonte: Blogeko

sabato 28 agosto 2010

La soluzione di Bardanzellu per i randagi: incenerirli!

Gianfranco Bardanzellu, consigliere regionale del Pdl in Sardegna, ha proposto la sua soluzione per limitare il fenomeno del randagismo. Ecco cosa ha detto: "Davanti a un’emergenza bisogna avere il coraggio di misure forti. E anche impopolari. Per fronteggiare il randagismo, in attesa di migliorare le strutture di accoglienza, educare alla sterilizzazione e punire chi abbandona gli animali, sarebbe opportuno incenerire i cani abbandonati".

Un affermazione brutale, a dir poco sconcertante rispetto al vivere civile e alla bontà d’animo che dovremmo avere. Bardanzellu vergognati per quello che hai detto!

mercoledì 11 agosto 2010

Non solo Golfo del Messico. I nuovi drammi del petrolio

La parola fine, titoli di coda, dissolvenza. Bp, dopo aver terminato l’operazione “Top kill”, la cementificazione del tappo sulla cima del pozzo, si appresta entro ferragosto a chiudere per sempre il pozzo danneggiato con l’ausilio di due pozzi di emergenza dai quali verrà iniettato sul fondo fango e cemento, modus operandidal nome tecnico di bottom kill. Approfittando del momento di distensione ha prodigamente versato in anticipo 3 miliardi di dollari per il fondo speciale di recupero sovrainteso dal governo centrale (rimane il mistero di come troverà gli altri 17 miliardi).

La Casa Bianca si prende il merito di aver saputo condurre Bp nella direzione giusta. Obama tira un respiro di sollievo prima della pausa estiva. Sembra tutto andare per il meglio e presto molti giornalisti lasceranno i paesi oramai noti ai lettori, Venice, Grand Isle, la Barataria bay, le isole Chandelier. Molte delle iconiche barriere arancioni sono state rimosse dalle aree considerate fuori rischio. Il petrolio non si vede praticamente più disperso da milioni di agenti chimici e sospeso da qualche parte nel mare. Secondo il governo federale oltre 2/3 del petrolio fuoriuscito è stato raccolto o si è degradato naturalmente nelle acque.

Ma la gente non ci crede: il petrolio deve essere da qualche parte. E potrebbe non avere torto: la fine non è ancora giunta. Secondo il Dipartimento Pesca e Animali selvatici gli animali che vengono catturati ricoperti di petrolio sono in aumento. Durante l’ultima settimana sono a più 30% i ritrovamenti di animali incatramati o morti, in particolare delle specie che vivono nel corpo d’acqua marino tra i fondali e la superficie, come delfini, balene e le tartarughe Kemp, dove si ritiene che sussistano larghe lingue di greggio e infinte palle catramose.

Non si esaurisce nemmeno la crisi economica della zona. Bp infatti non starebbe rinnovando i contratti sostenendo che in alcune zone non ci sarebbe nulla da pulire. Un brutto colpo per chi contava di sopravvivere per qualche anno a venire grazie all’impiego offerto da BP. Inoltre 39mila persone sono in attesa di avere una conferma per la richiesta di rimborso e temono che Bp possa rimbalzarli. Nemmeno le notizie ufficiali su pesca e qualità dell’acqua servono a placare le paure della gente. Nei giorni scorsi la Fda, l’organismo per il controllo su cibo e medicinali, ha dichiarato che i dispersanti chimici usati nel Golfo non avranno effetti su gamberetti, ostriche e pesci. Ma i pescatori hanno paura: «Basta un gamberetto avvelenato, un consumatore intossicato e ci ritroveremmo in una situazione di panico diffuso», spiega Hen, un pescatore vietnamita di New Orleans.

Intanto a oltre 1400km di distanza si continua a lavorare per pulire un altro disastro petrolifero, ben più piccolo ma non per questo meno dannoso per l’ambiente. Oltre 3 milioni di litri di petrolio sono usciti dal 26 luglio da un oleodotto di proprietà della compagnia canadese Enabridge, situato nello stato del Michigan. Il disastro è avvenuto nei pressi del ruscello Talmadge Creek un affluente del fiume Kalamazoo che sfocia direttamente nel noto Lago Michigan. «Ora tutti sono preoccupati», spiega Jim Rutherford, ufficiale sanitario della contea di Calhoun, «il petrolio potrebbe insinuarsi nelle falde acquifere. E non si vedranno gli effetti adesso. Solo sul lungo periodo sapremo». Quando cominceranno a manifestarsi tumori e malattie connesse all’esposizione elevata ad agenti cancerogeni.

Da alcuni giorni anche il governo indiano è alle prese con una grave fuoriuscita di petrolio ed altri idrocarburi al largo di Mumbai. Oltre centinaia di tonnellate di greggio insieme a numerosi agenti chimici si sarebbero riversate da un portacontainer battente bandiera panamense, la MSC Chitra, a soli 9 km dalle coste della città indiana, dopo essere entrato in collisione con un’altra imbarcazione.

Secondo un comunicato del ministro dell’ambiente Jairam Ramesh la falla “sotto controllo”. Grazie anche all’uso sproporzionato di dispersanti chimici non meglio specificati. Oramai la procedura è acquisita, i rimedi post-incidente sono noti. La grande incognita di ogni incidente rimangono gli effetti invisibili a lungo termine. E la data e il luogo del prossimo disastro.

Fonte: Terranews