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lunedì 15 maggio 2017

Che cos'è Wannacry, il malware che ha infettato migliaia di computer in tutto il mondo

L'Europol, la polizia europea lo ha definito un "attacco senza precedenti". Tra le aziende colpite vi sono le ferrovie tedesche, Renault, il sistema sanitario britannico

Il virus minaccia di cancellare tutti i dati del computer colpito e sfrutta una falla di un protocollo per la gestione condivisa dei file

L'Europol, la polizia europea lo ha definito un "attacco senza precedenti". Si tratta di Wannacry, il malware che il 12 maggio 2017 ha infettato migliaia di computer di tutto il mondo. Tra le aziende colpite vi sono le ferrovie tedesche, la Renault, il sistema sanitario britannico, dove è andato in tilt un ospedale su cinque, l'Università di Milano Bicocca.

Secondo le ultime dichiarazioni di Rob Wainwright, il capo dell'Europol, il virus ha contagiato finora 200mila computer, in 150 paesi, dichiarando inoltre che il mondo si trova ad affrontare una minaccia via via crescente.

Il virus minaccia di cancellare tutti i dati del computer colpito e sfrutta una falla di un protocollo per la gestione condivisa dei file.

È stato un ragazzo britannico, che si nasconde dietro il suo account twitter 'MalwareTech', ad aver affrontato per primo la situazione, bloccandolo temporaneamente. Il ragazzo ha comprato un dominio a cui Wannacry rimandava, perché in quel modo avrebbe potuto studiarlo meglio. Senza sapere che in quel dominio i cyberterroristi avevano nascosto l'interruttore per spegnerlo: nel momento in cui sarebbe diventato attivo, il virus si sarebbe fermato.

Sullo schermo di migliaia di computer in Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Cina, Stati Uniti, Russia, Vietnam, Taiwan, e anche Italia è apparso un messaggio con cui si comunicava che il pc è stato preso "in ostaggio", con un virus, detto, "ransomware", e per liberarlo è necessario pagare un "riscatto" in bitcoin, ovvero l'equivalente di 300 dollari.

L'attacco è stato di dimensioni grandissime. Un ricercatore di cyber-security citato da Bbc News ha affermato su Twitter di aver rilevato 36 mila casi di un ransomware chiamato "WannaCry" e simili.

"L'Europol sta aiutando i Paesi, l'attacco del Ransomware Wannacry è a livelli senza precedenti e richiede un'indagine internazionale", ha fatto sapere l'agenzia, che sta lavorando per risolvere la situazione tramite la sua unità di Cybercrime.

Secondo esperti citati dal New York Times, si tratta si un virus che sfrutta delle vulnerabilità informatiche scoperte e sviluppate dalla Nsa, la Nationl Security Agency che nel 2013 è stata al centro dello scandalo internazionale innescato dalla talpa Edward Snowden.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 6 maggio 2017

Macron denuncia un massiccio attacco hacker

Alcune email sono state rilasciate online e secondo lo staff della campagna elettorale del candidato francese ci sarebbero anche documenti falsi mischiati a quelli veri

Emmanuel Macron. Credit: Reuters

La campagna elettorale del candidato alle presidenziali francesi Emmanuel Macron ha annunciato nella notte tra venerdì 5 e sabato 6 maggio di essere stata vittima di un “massiccio” attacco hacker a circa 36 ore dal ballottaggio che deciderà chi sarà il prossimo presidente francese.

Domenica 7 maggio i cittadini francesi sono chiamati a scegliere tra il candidato europeista e liberale di En Marche!, Emmanuel Macron e la leader del Front National, il partito di estrema destra, Marine Le Pen. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati prima della chiusura della campagna, Macron ha allungato il suo vantaggio su Le Pen.

I documenti sottratti (circa nove gigabyte di dati) sono stati pubblicati su un profilo chiamato EMLEAKS su Pastebin, un sito che consente di condividere file in modo anonimo. Non è chiaro chi sia il responsabile della diffusione dei dati o se questi siano tutti autentici.

“Il movimento En Marche! è stato vittima di un massiccio e coordinato hackeraggio questa sera, che ha portato alla diffusione sui social media di varie informazioni”, ha detto la campagna in una dichiarazione. Secondo i membri dello staff elettorale documenti veri sarebbero stati mischiati ad alcuni falsi per fare disinformazione.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 29 aprile 2017

Le autorità turche hanno bloccato l'accesso a Wikipedia

La popolare enciclopedia non è più accessibile nel paese. Ancora non sono chiare le ragioni


Dalle otto del mattino ora locale (sei ora italiana), in tutta la Turchia risulta bloccato il sito Wikipedia, la celebre enciclopedia i cui contenuti sono generati dagli utenti nonché uno dei siti più visitati al mondo. Non sono ancora chiare le ragioni per cui le autorità turche avrebbero preso questa decisione.

L'autorità per le comunicazioni turca ha reso noto con un comunicato che sono state prese alcune misure in seguito a un'analisi della legge nazionale 5651 relativamente al sito, senza fornire ulteriori spiegazioni.

La decisione arriva circa dieci giorni dopo la vittoria da parte del Sì, promosso dal presidente Recep Tayyip Erdogan, in un referendum fortemente contestato dalla comunità internazionale. Questa vittoria attribuisce al presidente poteri particolarmente ampi.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 24 aprile 2017

Gabriele Del Grande è tornato in Italia

Il documentarista italiano era stato liberato questa mattina, dopo avere passato due settimane in carcere in Turchia

Gabriele Del Grande insieme al ministro degli Esteri Angelino Alfano al suo arrivo all'aeroporto di Bologna, il 24 aprile 2017 (LaPresse - Massimo Paolone)

Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista italiano di 35 anni che da due settimane era detenuto in Turchia, è stato liberato ed è tornato in Italia. La notizia della liberazione di Del Grande era stata confermata dal ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, che aveva detto di avere avvisato i familiari di Del Grande dopo avere ricevuto dal suo collega turco, Mevlut Cavusoglu, informazioni sulla liberazione. Del Grande è arrivato all’aeroporto di Bologna questa mattina, intorno alle 10.30.



Gabriele Del Grande, che è di Lucca, era stato fermato dalla polizia ad Hatay, nella provincia sud-orientale al confine con la Siria, e tra il 9 e il 10 aprile era stato portato in carcere. Il ministero degli Esteri italiano aveva confermato la notizia, e dato informazioni sulle sue buone condizioni il 15 aprile, mentre solo il 18 Del Grande aveva potuto fare una telefonata verso l’Italia, comunicando a familiari e amici di trovarsi a Muğla, nella parte sud-occidentale della Turchia. Il ministero degli Esteri italiano aveva chiesto in più occasioni la sua liberazione “nel pieno rispetto della legge”.

Del Grande aveva raggiunto la Turchia il 7 aprile scorso per realizzare interviste a profughi siriani per il suo nuovo libro Un partigiano mi disse, dedicato alla guerra in Siria e alla formazione dello Stato Islamico (o ISIS). Secondo il governo turco, Del Grande si era spinto in una zona di confine nella quale non è consentito l’accesso ai giornalisti, da qui la decisione di arrestarlo. In un primo momento sembrava che la Turchia fosse intenzionata a espellere Del Grande entro poche ore dall’arresto, ma ciò non era avvenuto e la situazione si era fatta più complicata, con difficoltà da parte del ministero degli Esteri italiano a ottenere informazioni sulle sue condizioni.

Il 18 aprile il ministero degli Esteri aveva diffuso una nota nella quale confermava il proprio impegno, e quello dell’ambasciata italiana ad Ankara, per ottenere la liberazione di Del Grande. Il 21 aprile il documentarista aveva incontrato in carcere il console italiano e un avvocato di fiducia, per la prima volta dal momento del suo arresto. La vicenda e la scarsità di informazioni sulla prigionia avevano portato nei giorni scorsi a campagne e iniziative sui social network, coordinate con l’hashtag #iostocongrabriele.

Fonte: Il Post

giovedì 20 aprile 2017

Il calendario delle mobilitazioni per la liberazione di Gabriele Del Grande

Il blogger e documentarista toscano è bloccato in Turchia dal 10 aprile. La pagina Fb “Io sto con la sposa“ ha pubblicato l'elenco delle manifestazioni per il suo rientro

Del grande ha cominciato lo sciopero della fame per rivendicare i suoi diritti.

Gabriele Del Grande è un giornalista e documentarista specializzato nel seguire le problematiche legate all'immigrazione. È bloccato in Turchia dal 10 aprile. Le autorità di Ankara l'avevano fermato mentre si trovava in una zona del paese in cui non è consentito l'accesso.

Il blogger che si trovava in Turchia per alcune interviste ma secondo la polizia non era in possesso dei documenti necessari a svolgere attività giornalistica nel paese. Il suo rientro in Italia era previsto entro pochi giorni, ma la sua vicenda giudiziaria si è complicata.

-- LEGGI ANCHE: Chi è il giornalista Gabriele Del Grande e perché è bloccato in Turchia

In una telefonata alla sua compagna Del grande ha annunciato di aver iniziato lo sciopero della fame per il rispetto dei suoi diritti chiedendo la mobilitazione generale. A favore della liberazione di Gabriele sono state organizzate diverse manifestazioni.

La pagina Facebook “Io sto con la sposa” – che è anche il titolo dell'ultimo documentario del giornalista – ha pubblicato il calendario di tutti gli eventi in programma.



Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 12 aprile 2017

Le accuse contro le persone indagate per il suicidio di Tiziana Cantone sono state archiviate

Il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta della procura e ha stabilito che vengano fatte nuove indagini per verificare eventuali responsabilità di Facebook

Il funerale di Tiziana Cantone, 15 settembre 2016 (LaPresse - Marco Cantile)

Il giudice per le indagini preliminari di Napoli, Tommaso Perrella, ha deciso di archiviare le indagini nei confronti di cinque persone denunciate per diffamazione da Tiziana Catone, trentunenne che lo scorso 13 settembre si era suicidata apparentemente per via della diffusione online di alcuni video privati che aveva girato durante dei rapporti sessuali con un uomo. La richiesta di archiviazione era stata fatta nel novembre del 2016 dal pubblico ministero Alessandro Milita e dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli: secondo loro non c’erano i presupposti per proseguire. Il giudice per le indagini preliminari ha dunque accolto l’istanza della procura, ma ha disposto ulteriori indagini per verificare eventuali responsabilità di Facebook Italia.

L’indagine era partita dopo che Tiziana Cantone aveva presentato un esposto contro quattro persone per diffamazione: a questi quattro uomini la stessa Cantone, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, aveva mandato via Whatsapp delle fotografie in cui appariva in costume da bagno o a seno nudo e dei video di atti sessuali. Anche se durante gli atti ripresi nei video Cantone era consenziente, non aveva acconsentito alla loro diffusione online. Durante l’indagine, ai quattro uomini denunciati da Cantone si era aggiunto il padre di uno di loro: a lui era infatti intestata l’utenza telefonica alla quale erano arrivate le immagini.

Nel frattempo, la procura di Napoli ha aperto un altro fascicolo per calunnia a carico dell’ex fidanzato di Tiziana Cantone, Sergio Di Palo, ipotizzando che sia stato lui a convincere la donna a denunciare i quattro uomini e a indicarli come i responsabili della diffusione on-line dei video. Resta aperta anche l’inchiesta della procura di Napoli Nord senza indagati, per istigazione al suicidio.

(Storia di Tiziana Cantone)

La madre di Tiziana Cantone ha detto di essere molto amareggiata dalla decisione del gip. E il suo legale, Giuseppe Marazzita ha detto: «Davanti al giudice ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario di Tiziana è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani. Se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Facebook, probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato ma non fece nulla». Lo scorso novembre, il tribunale di Aversa aveva richiamato Facebook per non aver rimosso le pagine che rinviavano ai video di Cantone, dopo che lei stessa aveva presentato una diffida. Per i giudici, la diffida era vincolante, mentre la società si era difesa spiegando di non aver rimosso le pagine perché non aveva ricevuto alcun ordine del giudice o del garante per la privacy. Per Facebook, dunque, la diffida di Cantone non aveva alcun valore giuridico.

Fonte: Il Post

venerdì 17 marzo 2017

L'agenzia di intelligence britannica GCHQ nega di aver intercettato Trump

Secondo Fox News, emittente tv citata dal portavoce della Casa Bianca, Obama avrebbe spiato il tycoon in campagna elettorale tramite l'agenzia del Regno Unito

GCHQ ha definito le accuse “assurdità che devono essere ignorate”. Credit: Reuters

L'agenzia d'intelligence britannica per le comunicazioni GCHQ ha negato di aver intercettato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la campagna elettorale.

La dichiarazione dell'agenzia del Regno Unito arriva dopo che il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer aveva citato quanto detto durante una trasmissione del canale tv Fox News a inizio settimana.

GHCQ ha risposto definendo le accuse “assurdità” e parlando di sospetti “totalmente ridicoli che devono essere ignorati”.

I sospetti a cui fa riferimento l'agenzia britannica sono stati citati per la prima volta dall'ex giudice statunitense Andrew Napolitano, commentatore di Fox. Le accuse sono rivolte a Obama che avrebbe fatto spiare Trump grazie ad agenzie di paesi alleati come il Regno Unito.

“Le recenti accuse rivolte da un commentatore televisivo, il giudice Andrew Napolitano, sul fatto che alla GCHQ sia stato chiesto di condurre intercettazioni contro il presidente eletto sono assurdità. Sono totalmente ridicole e dovrebbero essere ignorate", ha commentato la GHCQ.

Spicer aveva citato le parole di Napolitano: “Tre fonti d'intelligence hanno informato Fox News che il presidente Obama è andato al di fuori della catena di comando e non ha usato la Nsa, né la Cia, né l'Fbi o il Dipartimento di Giustizia, ma ha usato la GCHQ”, ha detto il portavoce della Casa Bianca.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 17 febbraio 2017

La Cia spiò Hollande, Sarkozy e Le Pen nel 2012

Wikileaks rivela che l'intelligence americana teneva sotto controllo gli sviluppi della campagna elettorale che portò all'Eliseo l'attuale presidente

L'agenzia d'intelligence americana condusse l'operazione di spionaggio per dieci mesi. Credit: Larry Downing

Nei sette mesi prima delle presidenziali francesi del 2012 i maggiori partiti e i tre principali candidati, François Hollande, Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen, furono spiati dalla Cia. A rivelarlo è la piattaforma Wikileaks, fondata dal giornalista australiano Julian Assange.

Sul sito dell’organizzazione vengono diffusi tre ordini specifici dell'agenzia di intelligence americana diretti al Partito socialista francese (Ps), al Front National (Fn) e all'allora partito gollista di Nicolas Sarkozy, l’Unione per un movimento popolare (Ump). Lo spionaggio riguardava anche gli ex candidati socialisti francesi Martine Aubry e Dominique Strauss Kahn.

Secondo Wiklileaks, l’attività della Cia era condotta con intercettazioni e informatori sul campo. L’attenzione si concentrava sulla raccolta di informazioni riguardo a strategie elettorali di partiti e candidati, sviluppo dei dibattiti interni, finanziamenti, programmi politici ed economici della Francia e i rapporti tra con l’Europa e gli Stati Uniti.

L’operazione durò dieci mesi, dal 21 novembre 2011 al 29 settembre 2012, coprendo non solo il periodo antecedente le elezioni ma anche quello successivo alla vittoria di Hollande e al suo insediamento all’Eliseo, avvenuto il 6 maggio 2012.

I documenti secretati ottenuti da Wikileaks sono stati pubblicati in esclusiva dal quotidiano La Repubblica e dalle testate francesi Libération e Mediapart. Secondo quanto anticipato da Julian Assange, questo dossier è solo un'introduzione a nuove rivelazioni in arrivo sulle operazioni della Cia.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 11 febbraio 2017

"Hacker russi hanno attaccato la Farnesina", Mosca smentisce

A rivelarlo è il quotidiano The Guardian, l'hackeraggio avrebbe colpito le email dei dipendenti per quattro mesi nel 2016. Fonti del ministero: dati sensibili al sicuro

Rafforzato il sistema di sicurezza infomatico al ministero degli Esteri

La Russia è coinvolta in un attacco informatico contro il ministero degli Esteri italiano che ha compromesso le comunicazioni email, un hackeraggio scoperto solo dopo diversi mesi. A rivelarlo è il quotidiano britannico The Guardian venerdì 10 febbraio 2017.

Il giornale cita un funzionario del governo e sostiene che l’attacco, iniziato primavera scorsa è durato oltre quattro mesi ma non ha scardinato il sistema di codifica utilizzato per le informazioni secretate, né ha coinvolto l’allora titolare del dicastero Paolo Gentiloni il quale ha evitato di usare l’email durante il suo mandato ministeriale. Tuttavia i rapporti dei funzionari dislocati all’estero, inclusi membri del corpo diplomatico, sono stati colpiti dal malware.

L’attacco hacker alla Farnesina nel 2016 riportato dal Guardian "è una vicenda di cui si è già a conoscenza”, ha detto all’agenzia Ansa una fonte vicina alla Farnesina, sottolineando che “a seguito del primo attacco c'è stato subito un primo intervento di rafforzamento. Ma è bene precisare ancora una volta che non si è trattato di attacchi al sistema informatico criptato attraverso il quale si veicolano le informazioni più rilevanti e delicate bensì al sistema di gestione delle email del personale della Farnesina e delle Ambasciate".

Dopo la diffusione della notizia pubblicata dal Guardian, è intervenuto il ministero degli esteri russo attraverso la portavoce Maria Zakharova. "Non ci sono fatti che provano queste affermazioni", ha detto Zakharova, precisando che “la parte italiana può contattare direttamente i colleghi russi".

Nel riporatere la notizia il Guardian cita alcuni funzionazi italiani. Uno di loro non ha confermato il coinvolgimento di Mosca, ma altre due persone, che sarebbero al corrente dell’attacco informatico, hanno rivelato al quotidiano britannico che lo stato italiano sospetta che il mandatario sia proprio il Cremlino, e che il procuratore capo di Roma ha aperto un’inchiesta.

Altri membri della Nato, inclusi Stati Uniti, Francia, Germania, Paesi Bassi e Bulgaria temono di essere stati oggetti di attacchi cibernetici da parte della Russia. Per quanto riguarda l’Italia, a gennaio sono stati arrestati Giulio e Francesca Maria Occhionero, accusati di aver hackerato decine di migliaia di account email, inclusi quelli di figure politiche di primo piano, tra cui l’ex premier Renzi.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 20 gennaio 2017

La bufala sui “soldi scomparsi” per i terremotati

I 28 milioni di euro raccolti con gli SMS non sono "spariti", ovviamente: lo ha smentito anche la Protezione Civile

L'esercito al lavoro nelle aree colpite dal brutto tempo e dal terremoto, 19 gennaio 2017. (ANSA/ MINISTERO DELLA DIFESA)

Sui social network stanno circolando molto – anche perché rilanciati da alcuni siti di notizie false – diversi articoli che sostengono che i 28 milioni di euro raccolti dalla Protezione Civile con gli “SMS solidali” sarebbero “scomparsi” o “spariti”. La bufala cita un’interrogazione parlamentare di Laura Castelli, deputata del Movimento 5 Stelle, che chiede conto di un presunto “ritardo” nell’utilizzo di questi fondi.


La “sparizione” dei 28 milioni di euro è una notizia falsa: come ha risposto all’interrogazione la ministra Anna Finocchiaro, quei fondi erano destinati fin dall’inizio alla ricostruzione post-terremoto, e non sono “scomparsi”, mentre la gestione dell’emergenza è stata ed è finanziata con denaro stanziato dallo Stato. La Protezione Civile ha diffuso un comunicato per rispondere a queste “nuove errate informazioni” e smentire la bufala.


Terremoto centro Italia: chiarimenti sui fondi raccolti con il numero solidale 19 gennaio 2017


In riferimento alle nuove errate informazioni che circolano soprattutto sui social in merito all’utilizzo delle donazioni raccolte attraverso il numero 45500, si precisa che, come indicato anche nel Protocollo che ne disciplina il funzionamento, queste serviranno per supportare la ricostruzione dei territori colpiti. Per la fase di gestione dell’emergenza, infatti, sono destinate tutte le necessarie risorse attraverso i fondi pubblici. In particolare, in questa emergenza, come disposto dal decreto legge 189 convertito, le donazioni confluiranno nella contabilità speciale del Commissario straordinario alla ricostruzione e saranno gestite passando dal controllo di un Comitato dei Garanti, come prevede proprio il Protocollo. Saranno i territori a valutare, in raccordo con Regioni e Commissario e sulla base delle esigenze valutate nell’ambito del più complessivo piano della ricostruzione, a indicare su quali progetti destinarli. Lo stesso vale per le somme raccolte attraverso il conto corrente aperto dal Dipartimento

Fonte: Il Post

martedì 10 gennaio 2017

Gli arresti per cyberspionaggio a Roma

Due persone sono state fermate con l'accusa di aver spiato molti personaggi importanti, tra cui Matteo Renzi e Mario Draghi, ma molti dettagli sono ancora poco chiari

(ANSA/POLIZIA)

Due persone sono state arrestate a Roma con l’accusa di aver creato una rete informatica per spiare politici e imprenditori. Si tratta di Giulio e Francesca Maria Occhionero, due fratelli residenti a Londra, ma che vivono a Roma. Secondo un comunicato del Centro nazionale anticrimine informatico della Polizia postale (CNAIPIC), ripreso da molti giornali, i due fratelli sono accusati di “procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, accesso abusivo a sistema informatico aggravato ed intercettazione illecita di comunicazioni informatiche e telematiche”.

Sempre secondo il comunicato, i due fratelli avrebbero infettato con virus e malaware i computer di alcune importanti personalità politiche e del mondo degli affari per sottrarre loro informazioni sensibili. Tra le vittime di questi attacchi, scrivono i giornali, ci sarebbero l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, il presidente della Bce Mario Draghi, Ignazio La Russa, Fabrizio Cicchito, l’ex sindaco di Torino Piero Fassino, l’ex ministro Fabrizio Saccomanni, Daniele Capezzone, Michela Vittoria Brambilla e monsignor Gianfranco Ravasi.

L’elenco è molto eterogeneo e comprende personalità di grande importanza a livello europeo e figure praticamente scomparsa anche in Italia. Non è chiaro se l’elenco di cui parlano i giornali contenga soltanto i bersagli di attacchi riusciti oppure tutto coloro per i quali i due fratelli avevano un interesse. La giornalista Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera, da per scontato che i due siano riusciti a entrare nella casella postale di Matteo Renzi, non è chiaro però se la sua personale o se quella usata quando era presidente del Consiglio. Dal comunicato non è chiaro nemmeno quanti attacchi abbiano avuto successo e quali informazioni siano state trafugate.

Fonte: Il Post

sabato 7 gennaio 2017

Secondo l'intelligence statunitense Putin ha ordinato di influenzare il voto USA

Per il presidente eletto Trump il fatto non avrebbe alterato l'esito del voto


Il presidente russo Vladimir Putin avrebbe ordinato di aiutare Donald Trump a vincere le elezioni negli Stati Uniti. A renderlo noto è stata la Direzione dell'intelligence nazionale (Dni), che coordina i servizi segreti statunitensi, in un rapporto reso pubblico.

Il rapporto è stato reso noto poco dopo l'incontro tra i rappresentanti dell'intelligence e il presidente eletto Donald Trump, il quale ha detto che in ogni caso questo fatto non avrebbe in alcun modo influenzato o compromesso i risultati elettorali.

Secondo quanto scritto nel rapporto, il Cremlino avrebbe dato una chiara preferenza verso Donald Trump e sarebbe intervenuto nel tentativo di screditare Hillary Clinton, la candidata democratica sconfitta da Trump. 

Diverse autorità statunitensi avevano durante il 2016 sostenuto che ci fosse la Russia dietro l'hakeraggio delle e-mail di diversi esponenti democratici avvenuto durante l'estate e che aveva contribuito a screditare Hillary Clinton. Tuttavia Julian Assange, fondatore del sito WikiLeaks che ha diffuso le mail, ha dichiarato che non è stata la Russia a fornirgli tali mail, così come Mosca stessa ha smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.

Trump, prima dell'incontro con l'intelligence, ha riferito che il tentativo di attribuire alla Russia responsabilità su possibili hakeraggi avvenuti durante le elezioni presidenziali altro non sarebbero stati che una "caccia alle streghe politica" messa in piedi dai suoi avversari.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 4 gennaio 2017

Perché si parla di Grillo e dei giornali

Il leader del M5S ha proposto l'istituzione di una giuria popolare per punire chi diffonde notizie false, rispondendo a un'altra proposta del presidente dell'Antitrust

Beppe Grillo (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Oggi i principali quotidiani nazionali parlano dell’ultimo scontro tra Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, e i giornalisti. È cominciato ieri, quando Beppe Grillo ha pubblicato sul suo sito un post per rispondere a una precedente proposta del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che chiedeva l’istituzione di enti terzi indipendenti che rimuovano dalla Rete i contenuti palesemente falsi, le cosiddette “fake news”, o illegali. Grillo ha definito l’ente proposto da Pitruzzella un “tribunale governativo” e ha scritto che dovrebbe essere invece istituita una “giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media”. La proposta di Grillo è stata molto criticata, anche perché da diverso tempo il suo partito – e quindi il suo blog, gli account social collegati e molti altri siti controllati dal M5S – è considerato una delle principali fonti di disinformazione in Italia.

Pitruzzella aveva parlato della sua proposta per la prima volta durante un’intervista al Financial Times, quando aveva chiesto agli stati membri dell’Unione Europea la creazione di una rete di agenzie per combattere la diffusione delle notizie false. Secondo Pitruzzella, questo è un lavoro di cui dovrebbe farsi carico lo stato e che non può essere demandato completamente alle società che gestiscono i social media, come per esempio Facebook: «La post-verità in politica è una di quelle cose che guida il populismo e una delle minacce alla nostra democrazia. Abbiamo raggiunto un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è ora, il selvaggio west, o se stabilire delle regole che si adeguino al modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di queste regole e questo è il ruolo che deve avere lo stato». Pitruzzella era tornato sull’argomento qualche giorno dopo, ribadendo la sua proposta con una lettera aperta indirizzata al Corriere della Sera.

La proposta di Pitruzzella ha provocato la reazione di Grillo, che sul suo blog ha definito l’ente terzo che dovrebbe giudicare le notizie false “un bel tribunale dell’inquisizione” e poi ha parlato della possibilità di istituire una giuria popolare per fare lo stesso lavoro. Secondo Grillo, della giuria dovrebbero far parte cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali: «Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo».

Il post di Grillo è stato molto criticato. Enrico Mentana, giornalista e direttore del telegiornale di La7, ha scritto su Facebook che intende denunciare Grillo perché sul post pubblicato il logo del suo tg appare tra quelli definiti “fabbricatori di notizie false”. Altre critiche sono arrivate da diversi esponenti politici, tra cui il senatore Francesco Giro di Forza Italia, il deputato Stefano Pedica del Partito Democratico e il capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera Arturo Scotto. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, ha parlato di “linciaggio mediatico di stampo qualunquista” contro i giornalisti e ha accusato Grillo di minacciare e intimidire la categoria.

Fonte: Il Post

venerdì 30 dicembre 2016

La Russia vuole espellere 35 diplomatici statunitensi in risposta alla decisione di Obama

La misura è una ritorsione per la decisione di Obama di dichiarare persone non grate 35 alti funzionari di Mosca, accusati di lavorare per i servizi segreti

La sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Mosca. Credit: Tatyana Makeyeva

Il ministero degli Esteri russo ha inviato al presidente Vladimir Putin una lista di 35 diplomatici degli Stati Uniti da dichiarare persona non grata. Lo ha annunciato venerdì 30 dicembre il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, citato dall’agenzia stampa Tass.

“Agiremo secondo il principio di reciprocità”, ha spiegato Lavrov. Il ministero degli Esteri, inoltre, propone anche di vietare agli Stati Uniti l’utilizzo “di due strutture di proprietà americana a Mosca”.

La misura è una ritorsione per la decisione di Obama di espellere 35 diplomatici accusati da Washington di essere agenti dei servizi segreti di Mosca e di avere interferito nelle elezioni presidenziali americane con presunti hackeraggi ai danni del partito democratico e negare l’accesso a due sedi di proprietà del governo russo.

Durante la campagna elettorale per le presidenziali attraverso Wikileaks erano state diffuse le email private rubate dai server del comitato elettorale dei democratici.

La Russia ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nei presunti hackeraggi. Il primo ministro della Russia Dmitry Medvedev oggi ha intimato all’amministrazione uscente di Barack Obama di finire “con questa agonia anti-Russia”.

Il presidente eletto Donald Trump si è sempre schierato contro l’idea che la Russia abbia influenzato il voto e cerca di minimizzare la crisi. Tuttavia, sebbene abbia dichiarato più volte l’intenzione di ricucire i rapporti con Putin, di diversa opinione è la maggioranza del suo partito repubblicano. E in molti pensano che la decisione di Obama sia indirizzata proprio contro il rivale in politica interna piuttosto che nei confronti di Mosca.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 15 dicembre 2016

Un miliardo di account Yahoo! sono stati hackerati

Secondo la società, l'attacco non sarebbe collegato con quello dello scorso settembre 2016, quando Yahoo aveva rivelato che 500 milioni di account erano stati violati

Oltre miliardo di account Yahoo sarebbero stati colpiti in un attacco hacker che risale al 2013. Credit: Reuters

Oltre miliardo di account Yahoo! sarebbero stati colpiti in un attacco hacker, che risale al 2013. Si tratta della più grande violazioni di dati di cui si abbia mai avuto notizia.

Secondo la società, l'attacco non sarebbe collegato con quello reso noto lo scorso settembre 2016, quando Yahoo! aveva rivelato che oltre 500 milioni di account erano stati violati.

L'azienda, guidata dall'amministratrice delegata Marissa Mayer, ha riferito che gli hacker sono entrati in possesso di nomi, numeri di telefono, password e indirizzi e-mail, ma non di dati bancari.

“Una terza parte non autorizzata, nell'agosto 2013, ha trafugato i dati associati a più di un miliardo di account", ha comunicato l'azienda, che sta lavorando a stretto contatto con la polizia e le autorità per far luce sull'attacco informato.

Gli utenti Yahoo! sono stati invitati a cambiare le loro password e le domande di sicurezza.

Questa notizia mette a rischio la cessione della società a Verizon, il più grande provider di telecomunicazioni wireless del paese, concordata a luglio 2016 per 4,8 miliardi di dollari. Secondo quanto aveva rivelato il Financial Times, Marissa Mayer era venuta a conoscenza dell'attacco hacker già nel luglio 2016, ma non lo aveva rivelato fino al settembre 2016, per non mettere a repentaglio l'operazione con Verizon.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 10 dicembre 2016

Secondo la Cia la Russia è intervenuta per favorire l'elezione di Trump

Immediata la replica del presidente eletto: le accuse arrivano da chi sosteneva che Saddam aveva armi di distruzione di massa

Gli 007 americani hanno individuato attori legati al governo russo che hanno fornito a Wikileaks migliaia di email hackerate ai danni del partito democratico. Credit: Reuters

La Cia ha concluso in un rapporto segreto che la Russia è intervenuta nelle elezioni negli Stati Uniti per aiutare Donald Trump a vincere la presidenza.

A riportare la notizia sabato 10 dicembre è il Washington Post, citando fonti informate sulla vicenda. Gli 007 americani hanno individuato attori legati al governo russo che hanno fornito a Wikileaks migliaia di email hackerate ai danni del partito democratico e di altre organizzazioni, compreso il presidente della campagna di Hillary Clinton John Podesta.

Le fonti del Washington Post descrivono gli individui legati al governo russo come attori noti alla comunità dell'intelligence che avrebbero fatto parte di una più vasta operazione che aveva lo scopo di favorire Trump e minare le possibilità della sua rivale Hillary Clinton.

“È opinione della comunità di intelligence che l'obiettivo della Russia fosse favorire un candidato rispetto ad un altro, aiutare Trump ad essere eletto", ha confidato un alto dirigente statunitense informato sulla presentazione dell'esito degli accertamenti fatta ad alcuni senatori americani.

Il team di transizione di Donald Trump ha respinto le accuse contenute in un rapporto della Cia rivelato dal Washington Post. Della Cia, si afferma in una nota rilasciata "fanno parte le stesse persone che dicevano che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa".

"Le elezioni si sono concluse molto tempo fa è ora di guardare avanti e 'Rifare grande l'America'", conclude la nota citando il motto della campagna elettorale".

Venerdì 9 dicembre il presidente Barack Obama aveva disposto una verifica "completa" circa le presunte attività di hackeraggio e intrusioni legate alle elezioni presidenziali americane, chiedendo un rapporto esaustivo prima che lasci la Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 23 novembre 2016

Facebook ha sviluppato uno strumento di censura per tornare in Cina

Il social network è al bando da 7 anni ma vuole conquistare la più numerosa popolazione di utenti internet al mondo, la soluzione potrebbe essere un software di controllo

Facebook è stato vietato in Cina nel 2009. Credit: Thomas White

Secondo il New York Times, Facebook ha sviluppato, con estrema discrezione, uno strumento di censura volto a convincere Pechino a togliere il bando, imposto sette anni fa, contro il più popolare dei social network e consentirgli di tornare su un mercato decisamente ghiotto come quello della seconda economia del pianeta.

Secondo il quotidiano statunitense, Facebook, con il benestare di Mark Zuckerberg, ha ideato un software che impedisce ai post di apparire in determinate aree geografiche.

“Diciamo da tempo che ci interessa la Cina, e stiamo investendo del tempo per capire e imparare di più su questo paese”, ha commentato la portavoce di Facebook Arielle Aryah, interpellata dall’agenzia di stampa Reuters.

“Tuttavia, non abbiamo ancora deciso quale approccio adottare. La nostra priorità in questo momento è aiutare le imprese cinesi e gli sviluppatori a espandere le loro attività su nuovi mercati fuori dalla Cina attraverso la nostra piattaforma pubblicitaria”, ha proseguito Aryah.

Le società estere in Cina, specialmente nel settore dei media, combattono con regolamenti molto rigidi. Secondo alcune voci all’interno dell’establishment cinese, internet è il più importante fronte della battaglia ideologica contro le forze occidentali anti-cinesi.

La Cina, che ha la più numerosa popolazione di utenti internet, vietò Facebook in seguito alle rivolte urumqi del 2009 per limitare il flusso di informazioni circa il sollevamento etnico che causò 140 vittime.

Secondo il New York Times, pur avendo sviluppato lo strumento di censura per limitare la diffusione dei post, Facebook non intende eliminare i post stessi.

Piuttosto offrirà un software che consentirà di monitorare i post e i topic più popolari nel paese e di determinare quali post escludere dal flusso di notizie degli utenti.

Il quotidiano precisa però che non ci sono prove che Facebook abbia offerto tale strumento alle autorità di Pechino. Si tratta infatti di una delle opzioni sul tavolo volte a consentire il ritorno del social network nel gigante asiatico e potrebbe non essere quella prescelta.

Facebook, che ultimamente è stata criticata per la rimozione ingiustificata di alcuni contenuti, sta cercando di espandere la propria penetrazione nei paesi in via di sviluppo.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 17 novembre 2016

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false

Entrambe le società renderanno più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false. Credit: Reuters

Facebook e Google si sono impegnate nella lotta contro le notizie false che circolano in rete, attraverso una nuova politica sulla pubblicità. Entrambe le società infatti hanno l'obiettivo di rendere più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale.

"Limiteremo la pubblicazione di annunci pubblicitari su pagine che travisano o nascondono informazioni sugli editori e sullo scopo principale della pagina web", ha detto un portavoce di Google a Reuters.

Non è ancora chiaro se Google abbia o meno la capacità di identificare correttamente tali siti. Lunedì 14 novembre, per alcune ore uno dei primi contenuti apparsi sul motore di ricerca digitando le parole "risultati elettorali definitivi", era di "70 news", e dava la notizia, falsa, secondo cui Donald Trump aveva vinto anche il voto popolare con un vantaggio di 700.000 voti. Si trattava chiaramente di una bufala dal momento che Clinton è in testa con un milione di voti, pur avendo perso le elezioni in termini di Grandi elettori, necessari per essere eletti presidenti.

Anche Facebook ha intrapreso la stessa via, vietando gli annunci pubblicitari su siti che mostrano contenuti "fuorvianti o illegali" e su siti di notizie false.

Facebook era stato accusato nei giorni successivi all’Election Day, di aver contribuito alla vittoria di Trump attraverso una serie di notizie false o manipolate che hanno influenzato il modo in cui ha votato l’elettorato americano. Secondo le accuse l'algoritmo di Facebook avrebbe promosso notizie bufale sui news feed di milioni di utenti. Secondo Buzzfeed circa 100 siti pro-Trump, che promuovevano notizie false, provenivano dalla stessa città nei Balcani.

Facebook si è ufficialmente difeso sostenendo di essere una fonte di informazione imparziale, tuttavia molti dirigenti hanno espresso preoccupazione per l’eccessiva diffusione di post e immagini razziste.

Tagliare gli introiti economici di tali siti, limitando la quantità di denaro ricavabile dalla pubblicità, può aiutare a limitarne la proliferazione. Ma Facebook si trova di fronte ad un altro problema: se gli utenti interagiscono più con le notizie false che con quelle vere, allora l'algoritmo di Facebook promuoverà maggiormente la notizia falsa. La lotta alla diffusione di notizie false è ancora aperta.

--- LEGGI ANCHE: Che ruolo ha avuto Facebook nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 7 novembre 2016

Cadono le accuse dell'Fbi sulle email di Hillary Clinton

Il capo dell'agenzia investigativa James Comey ha fatto sapere che non cambiano le conclusioni dello scorso luglio. La candidata democratica in testa nei sondaggi

La candidata democratica alle elezioni presidenziali durante una manifestazione a Cleveland, in Ohio, il 6 novembre 2016. Credit: Brian Snyder

A ormai poche ore dalle elezioni statunitensi il capo dell’Fbi James Comey ha fatto sapere domenica 6 novembre che le indagini sulle email di Hillary Clinton non hanno evidenziato alcun illecito. Alla candidata democratica era contestato l’utilizzo di un server privato al posto di quello governativo per l’invio di mail contenenti informazioni classificate quando era segretario di Stato.

Dopo l'annuncio dell'Fbi, il candidato repubblicano Donald Trump ha accusato l'agenzia investigativa di scorrettezza, sostenendo che il sistema è "truccato". I responsabili della campagna di Clinton hanno fatto sapere di essere lieti che il problema sia stato risolto.

La nuova indagine è stata annunciata da Comey a circa dieci giorni dalle elezioni e questo ha suscitato aspre critiche da parte dei democratici, che lo hanno accusato di aver violato la legge che impedisce ai funzionari statali di influenzare l'esito delle elezioni. L'esito dell'inchiesta è in linea con quanto deciso lo scorso luglio, quando l'Fbi ha stabilito che la Clinton non sarebbe stata perseguita.

L'8 novembre gli americani voteranno per eleggere il successore di Barack Obama alla Casa Bianca. Gli ultimi sondaggi prima della notizia dell'archiviazione, davano Clinton a un vantaggio di quattro o cinque punti su Trump.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 29 ottobre 2016

L'Fbi ha riaperto le indagini sulle email private di Hillary Clinton

I messaggi sono stati scoperti nell'ambito di un'indagine nei confronti di Anthony Weiner, ex marito di una stretta collaboratrice di Clinton, Huma Abedin ed ex deputato

Hillary Clinton. Credit: Reuters

Hillary Clinton ha chiesto all'FBI di spiegare quanto prima il motivo per cui sta conducendo una nuova indagine nel suo uso di e-mail private. "I cittadini americani meritano di ottenere immediatamente una conoscenza piena e completa dei fatti", ha detto.

L'Fbi infatti ha detto di aver scoperto nuove email legate al suo uso di un server privato quando Clinton era segretario di Stato.

Il rivale repubblicano Donald Trump ha detto che questa storia, annunciata 11 giorni prima delle elezioni, è stata il "più grande scandalo politico dopo il Watergate".

Gli ultimi messaggi di posta elettronica sono stati scoperti nell'ambito di un'indagine separata nei confronti di Anthony Weiner, ex marito di una stretta collaboratrice di Clinton, Huma Abedin ed ex deputato.

L'indagine sta cercando di stabilire se l'uomo abbia o meno inviato e-mail dal contenuto sessualmente esplicito a una ragazzina di 15 anni della North Carolina.

La scoperta di nuovi messaggi di posta elettronica è stata rivelata dal direttore dell'Fbi, James Comey, in una lettera al Congresso del 28 ottobre.

Comey ha riferito che l'Fbi avrebbe indagato per accertarsi se i messaggi di Clinton inviati da un indirizzo privato all'ex deputato contenessero o meno informazioni classificate.

La candidata democratica si è detta "fiduciosa" del fatto che la nuova inchiesta non cambierà il verdetto del mese di luglio, quando l'Fbi decise che Clinton non sarebbe stata perseguita per il suo utilizzo di un server di posta elettronica privata.

"L'Fbi non avrebbe mai riaperto questo caso in questo momento a meno che non si trattasse di un reato tra i più eclatanti", ha detto Trump durante un comizio.

"La più grande preoccupazione di Hillary Clinton non sarà la possibilità molto remota di future accuse penali, ma la possibilità molto più probabile che un po' troppi elettori in stati chiave potranno avere ripensamenti su di lei", dice la Cnn.

Nel mese di luglio, Comey aveva detto che il comportamento di Clinton durante il suo mandato di segretario di Stato, gestendo informazioni sensibili usando server privati, era stato "estremamente negligente", ma l'aveva scagionata da ogni accusa penale.

Fonte: The Post Internazionale