Ahmadreza Djalali, in carcere a Teheran dal 25 aprile 2016, è stato condannato alla pena capitale per spionaggio
Ahmadreza Djalali, ricercatore iraniano di 45 anni, esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara – e in carcere in Iran dal 25 aprile 2016 – è stato condannato a morte.
La notizia è stata diramata dalla moglie di Djalali e, in seguito, è stata confermata dalla Farnesina. Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano ha ribadito che l’Italia continuerà “a sensibilizzare gli iraniani su questo caso fino all’ultimo” come ha già fatto “a livello diplomatico con il nostro ambasciatore e a livello politico come Farnesina”.
Djalali è stato arrestato in Iran il 25 aprile 2016, dove si trovava per prendere parte a dei seminari sulla Medicina dei disastri. Detenuto nella prigione di Evin, nella capitale Teheran, è stato condannato a morte con l’accusa di spionaggio. In due precedenti occasioni si era recato in Iran senza conseguenze.
Ad avergli creato problemi potrebbe essere stato il fatto di aver firmato articoli specialistici con ricercatori sauditi o di avere insegnato con professori israeliani nello stesso master e aver partecipato, ancora con un esperto israeliano, a un progetto dell’Unione europea sulla gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari.
In carcere ha condotto tre scioperi della fame, e uno delle sete, per affermare la propria innocenza. Le sue condizioni di salute sembrano esser peggiorate velocemente.
Il processo si è svolto in modo molto lento e i giudici, dopo avere ricusato i difensori di Djalali, hanno impiegato solo due udienze per giungere al verdetto.
Tra gli strenui difensori del ricercatore, oltre ai suoi colleghi dell’università del Piemonte orientale di Novara e la Conferenza dei rettori universitari italiani (Crui) anche Amnesty International che ha lanciato una campagna per la sua liberazione.
Fonte: The Post Internazionale
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martedì 24 ottobre 2017
martedì 26 settembre 2017
La storia dei concorsi truccati all’università
Cosa sappiamo sull'indagine della procura di Firenze e sui sette professori universitari arrestati con l’accusa di corruzione
Sui giornali di oggi ci sono maggiori dettagli sulla vicenda dei sette professori di diritto tributario messi agli arresti domiciliari da ieri, lunedì 25 settembre, con l’accusa di corruzione per aver truccato i concorsi per l’abilitazione all’insegnamento. Altri 22 docenti sono stati sospesi dall’insegnamento per dodici mesi, mentre il numero totale degli indagati dalla procura di Firenze in quella stessa inchiesta è 59. Le accuse vanno dalla corruzione all’induzione indebita e alla turbativa del procedimento amministrativo. Molti degli indagati, in quanto membri delle commissioni nazionali nominate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per rilasciare le abilitazioni all’insegnamento, sono pubblici ufficiali.
I docenti arrestati sono Fabrizio Amatucci, docente della Federico II di Napoli, Giuseppe Maria Cipolla (Università di Cassino), Adriano di Pietro (Università di Bologna), Alessandro Giovannini (Università di Siena), Valerio Ficari (Università di Roma 2), Giuseppe Zizzo (Università Carlo Cattaneo di Castellanza, Varese), Guglielmo Fransoni (Università di Foggia). Tra i professori sospesi, scrive Repubblica, ci sono tra gli altri Giuseppe Marino dell’Università di Milano, delegato di Confindustria presso l’Ocse; Roberto Cordeiro Guerra, ordinario a Firenze e difensore dei titolari della Menarini farmaceutici nel maxi-processo per riciclaggio; Livia Salvini della Luiss, nel consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore. Altri sette professori saranno infine ascoltati dal giudice per le indagini preliminari, che deciderà se interdirli. Tra le persone coinvolte c’è anche Augusto Fantozzi, ministro per tre volte negli anni Novanta, commissario straordinario di Alitalia dal 2008 al 2011 e oggi è rettore dell’Università degli Studi Giustino Fortunato di Benevento. Fantozzi tramite il suo legale ha spiegato di essere estraneo ai fatti anche perché all’epoca era già andato in pensione.
Le indagini della procura di Firenze sono cominciate nel 2013 a partire dalla denuncia di un ricercatore dell’Università di Firenze, candidato dal novembre del 2012 all’abilitazione all’insegnamento. Il ricercatore si chiama Philip Laroma Jezzi, ha 49 anni e ha raccontato che alcuni docenti gli avevano chiesto di ritirarsi da un concorso per fare spazio ad altri candidati già individuati come vincitori designati. Laroma Jezzi si è rifiutato, nel dicembre del 2013 è stato bocciato, ha presentato ricorso al Tar e ha vinto: attualmente è dunque abilitato come associato. Laroma Jezzi ha però anche deciso di presentarsi in procura con le registrazioni sul telefonino delle minacce ricevute da un professore che gli chiedeva di ritirarsi. La denuncia di Laroma Jezzi ha fatto iniziare le indagini, che sono durate mesi: dalle intercettazioni ordinate dalla procura si è scoperto che la commissione che si occupava di scegliere i vincitori del concorso non lo faceva usando criteri di merito, ma in base all’influenza dei singoli professori e dei loro ricercatori favoriti (sono accuse di cui si parla da anni in Italia, e chiunque abbia a che fare con l’università lo considera il classico segreto che sanno tutti, con le eccezioni del caso). La Guardia di Finanza ha parlato di «sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario» finalizzati a rilasciare abilitazioni «secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori». E questo per soddisfare «interessi personali, professionali o associativi».
Il Corriere della Sera, così come altri giornali, riportano oggi diverse parti delle intercettazioni raccolte dalla procura: il professore che ha cercato di convincere Philip Laroma Jezzi a ritirare la propria richiesta di abilitazione si chiama Pasquale Russo e gli avrebbe spiegato come funzionava realmente il sistema: «Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve anda’ avanti per cui…». E ancora: «Così ti giochi la carriera. Invece se accetti, ti facciamo scrivere un paio di articoli così reimposti il tuo curriculum e vieni abilitato nella prossima tornata». Sempre Pasquale Russo avrebbe spiegato che «la logica universitaria è questa (…) un do ut des, tu mi dai questi a Napoli e io do… funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari: io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio». Il 14 gennaio 2014, durante un incontro tra Laroma Jezzi con Russo e un altro professore, Guglielmo Fransoni, quest’ultimo avrebbe detto: «Io non ho capito la tua scelta di restare dopo che ti era stato dato il messaggio di ritirarti. Cioè se uno ti dà il messaggio di ritirarti un motivo c’era… cioè una consapevolezza del… di come si era orientata la Commissione. C’era il veto di Roberto Cordeiro Guerra perché non voleva che tu passassi davanti a Dorigo (un altro ricercatore, ndr)».
Il Corriere attribuisce poi ad Augusto Fantozzi queste dichiarazioni, fatte nel giugno del 2014: «Se uno fa i concorsi così non ci sarà mai un minimo di… perché naturalmente nessuno ha responsabilità di niente e ognuno va lì con il coltello alla gola e dice “o mi dai quello o… quindi capite”. Bisogna trovare delle persone di buona volontà che di qua e di là, di sotto o di sopra… e ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia nei futuri concorsi». Fantozzi avrebbe parlato del sistema come di «una nuova cupola».
Le abilitazioni sono il prerequisito necessario dopo la riforma Gelmini del 2010 per accedere ai concorsi e diventare docente universitario (ordinario o associato). A decidere chi può ottenere l’abilitazione è una commissione nazionale composta da 5 docenti che vengono sorteggiati tra gli ordinari di un determinato settore e che hanno inviato la loro candidatura. Dal 2016 è possibile presentare la propria richiesta nel corso di tutto l’anno. Le richieste (i cui requisiti sono fissati da un bando nazionale e poi precisati da ciascuna singola commissione) vengono successivamente raggruppate e valutate ogni 4 mesi. Per ottenere l’abilitazione è necessario il voto favorevole di 3 commissari su 5. L’abilitazione è valida per sei anni e dà la possibilità di partecipare ai concorsi delle varie università per avere un posto. Chi viene bocciato può ritentare dopo 12 mesi.
Commentando la notizia sugli arresti, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha detto: «Sui concorsi truccati voglio andare fino in fondo». Ha annunciato entro il prossimo ottobre l’introduzione di un codice di comportamento per l’università sul quale il suo ministero ha lavorato insieme all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC).
Fonte: Il Post
Un'auto della Guardia di Finanza su Ponte Vecchio, Firenze, 2012 (La Presse)
Sui giornali di oggi ci sono maggiori dettagli sulla vicenda dei sette professori di diritto tributario messi agli arresti domiciliari da ieri, lunedì 25 settembre, con l’accusa di corruzione per aver truccato i concorsi per l’abilitazione all’insegnamento. Altri 22 docenti sono stati sospesi dall’insegnamento per dodici mesi, mentre il numero totale degli indagati dalla procura di Firenze in quella stessa inchiesta è 59. Le accuse vanno dalla corruzione all’induzione indebita e alla turbativa del procedimento amministrativo. Molti degli indagati, in quanto membri delle commissioni nazionali nominate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per rilasciare le abilitazioni all’insegnamento, sono pubblici ufficiali.
I docenti arrestati sono Fabrizio Amatucci, docente della Federico II di Napoli, Giuseppe Maria Cipolla (Università di Cassino), Adriano di Pietro (Università di Bologna), Alessandro Giovannini (Università di Siena), Valerio Ficari (Università di Roma 2), Giuseppe Zizzo (Università Carlo Cattaneo di Castellanza, Varese), Guglielmo Fransoni (Università di Foggia). Tra i professori sospesi, scrive Repubblica, ci sono tra gli altri Giuseppe Marino dell’Università di Milano, delegato di Confindustria presso l’Ocse; Roberto Cordeiro Guerra, ordinario a Firenze e difensore dei titolari della Menarini farmaceutici nel maxi-processo per riciclaggio; Livia Salvini della Luiss, nel consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore. Altri sette professori saranno infine ascoltati dal giudice per le indagini preliminari, che deciderà se interdirli. Tra le persone coinvolte c’è anche Augusto Fantozzi, ministro per tre volte negli anni Novanta, commissario straordinario di Alitalia dal 2008 al 2011 e oggi è rettore dell’Università degli Studi Giustino Fortunato di Benevento. Fantozzi tramite il suo legale ha spiegato di essere estraneo ai fatti anche perché all’epoca era già andato in pensione.
Le indagini della procura di Firenze sono cominciate nel 2013 a partire dalla denuncia di un ricercatore dell’Università di Firenze, candidato dal novembre del 2012 all’abilitazione all’insegnamento. Il ricercatore si chiama Philip Laroma Jezzi, ha 49 anni e ha raccontato che alcuni docenti gli avevano chiesto di ritirarsi da un concorso per fare spazio ad altri candidati già individuati come vincitori designati. Laroma Jezzi si è rifiutato, nel dicembre del 2013 è stato bocciato, ha presentato ricorso al Tar e ha vinto: attualmente è dunque abilitato come associato. Laroma Jezzi ha però anche deciso di presentarsi in procura con le registrazioni sul telefonino delle minacce ricevute da un professore che gli chiedeva di ritirarsi. La denuncia di Laroma Jezzi ha fatto iniziare le indagini, che sono durate mesi: dalle intercettazioni ordinate dalla procura si è scoperto che la commissione che si occupava di scegliere i vincitori del concorso non lo faceva usando criteri di merito, ma in base all’influenza dei singoli professori e dei loro ricercatori favoriti (sono accuse di cui si parla da anni in Italia, e chiunque abbia a che fare con l’università lo considera il classico segreto che sanno tutti, con le eccezioni del caso). La Guardia di Finanza ha parlato di «sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario» finalizzati a rilasciare abilitazioni «secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori». E questo per soddisfare «interessi personali, professionali o associativi».
Il Corriere della Sera, così come altri giornali, riportano oggi diverse parti delle intercettazioni raccolte dalla procura: il professore che ha cercato di convincere Philip Laroma Jezzi a ritirare la propria richiesta di abilitazione si chiama Pasquale Russo e gli avrebbe spiegato come funzionava realmente il sistema: «Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve anda’ avanti per cui…». E ancora: «Così ti giochi la carriera. Invece se accetti, ti facciamo scrivere un paio di articoli così reimposti il tuo curriculum e vieni abilitato nella prossima tornata». Sempre Pasquale Russo avrebbe spiegato che «la logica universitaria è questa (…) un do ut des, tu mi dai questi a Napoli e io do… funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari: io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio». Il 14 gennaio 2014, durante un incontro tra Laroma Jezzi con Russo e un altro professore, Guglielmo Fransoni, quest’ultimo avrebbe detto: «Io non ho capito la tua scelta di restare dopo che ti era stato dato il messaggio di ritirarti. Cioè se uno ti dà il messaggio di ritirarti un motivo c’era… cioè una consapevolezza del… di come si era orientata la Commissione. C’era il veto di Roberto Cordeiro Guerra perché non voleva che tu passassi davanti a Dorigo (un altro ricercatore, ndr)».
Il Corriere attribuisce poi ad Augusto Fantozzi queste dichiarazioni, fatte nel giugno del 2014: «Se uno fa i concorsi così non ci sarà mai un minimo di… perché naturalmente nessuno ha responsabilità di niente e ognuno va lì con il coltello alla gola e dice “o mi dai quello o… quindi capite”. Bisogna trovare delle persone di buona volontà che di qua e di là, di sotto o di sopra… e ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia nei futuri concorsi». Fantozzi avrebbe parlato del sistema come di «una nuova cupola».
Le abilitazioni sono il prerequisito necessario dopo la riforma Gelmini del 2010 per accedere ai concorsi e diventare docente universitario (ordinario o associato). A decidere chi può ottenere l’abilitazione è una commissione nazionale composta da 5 docenti che vengono sorteggiati tra gli ordinari di un determinato settore e che hanno inviato la loro candidatura. Dal 2016 è possibile presentare la propria richiesta nel corso di tutto l’anno. Le richieste (i cui requisiti sono fissati da un bando nazionale e poi precisati da ciascuna singola commissione) vengono successivamente raggruppate e valutate ogni 4 mesi. Per ottenere l’abilitazione è necessario il voto favorevole di 3 commissari su 5. L’abilitazione è valida per sei anni e dà la possibilità di partecipare ai concorsi delle varie università per avere un posto. Chi viene bocciato può ritentare dopo 12 mesi.
Commentando la notizia sugli arresti, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha detto: «Sui concorsi truccati voglio andare fino in fondo». Ha annunciato entro il prossimo ottobre l’introduzione di un codice di comportamento per l’università sul quale il suo ministero ha lavorato insieme all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC).
Fonte: Il Post
mercoledì 5 aprile 2017
È morto Giovanni Sartori
Aveva 92 anni ed era uno dei più importanti politologi al mondo, oltre che noto editorialista e opinionista
Giovanni Sartori è morto a 92 anni. Noto al pubblico più generale soprattutto come editorialista del Corriere della Sera e opinionista televisivo, nonché inventore di neologismi poi diventati di uso giornalistico e politico comune come “Mattarellum” e “Porcellum”, Sartori era il più importante scienziato politico italiano e uno dei più importanti al mondo, autore di testi sulla democrazia e i partiti studiati ancora oggi nelle università di mezzo mondo.
Nato a Firenze nel 1924, Sartori si laureò a Firenze in Scienze Politiche nel 1943; nella stessa università cominciò a insegnare dalla seconda metà degli anni Cinquanta, fino a diventare preside della facoltà di Scienze politiche tra il 1969 e il 1971. Nel corso della sua carriera, Sartori ha ricevuto otto lauree honoris causa e il premio Principe delle Asturie, il più importante per le scienze sociali. Ha donato moltissimi libri alla biblioteca del Senato, che nel 2016 gli ha dedicato una sala.
Nonostante la notorietà pubblica, quello accademico era probabilmente l’ambito in cui Sartori era più famoso: nella sua carriera ha insegnato in molte università italiane e internazionali, e al momento della sua morte era ancora professore emerito sia dell’Università di Firenze sia della Columbia University di New York. Fra i suoi libri più famosi c’è Democrazia e definizioni, un saggio uscito nel 1957 per il Mulino, e la raccolta Teoria dei partiti e caso italiano, del 1982.
Sartori era una figura difficilmente inquadrabile in una precisa ideologia, cosa rara in un’epoca in cui lo erano molti accademici, soprattutto nel suo campo. Negli anni, ha avuto pareri molto netti sui principali protagonisti della politica italiana: definì il sistema di potere di Silvio Berlusconi un “sultanato”, mentre più di recente aveva definito Matteo Renzi un “imbroglione aggressivo”. Sartori è rimasto molto attivo nel dibattito pubblico italiano anche negli ultimi anni: qui c’è la raccolta dei suoi editoriali pubblicati dal Corriere della Sera. Sempre sul Corriere della Sera, Antonio Carioti ha riassunto così la complessità della sua figura:
Riteneva fuorviante dipingere l’antagonismo tra Dc e Pci come un «bipartitismo imperfetto» (cioè senza alternanza), secondo la formula adottata da Giorgio Galli. A suo avviso l’Italia era invece un esempio di «pluralismo polarizzato»: molti partiti, alcuni dei quali antisistema, con un enorme divario ideologico dall’estrema destra all’estrema sinistra e robuste spinte centrifughe. Uno scenario tutt’altro che rassicurante, simile a quelli della Germania di Weimar, della Spagna alla vigilia della guerra civile, della Quarta Repubblica francese. E se l’attenuarsi delle tensioni ideologiche ha scongiurato le prospettive peggiori, non c’è dubbio che l’incapacità del Paese di trovare un assetto stabile conferma la sussistenza dei problemi di fondo rilevati dal politologo fiorentino.
Se si passa dall’elaborazione teorica al giudizio sulle vicende concrete, un tratto peculiare di Sartori era la sua estraneità agli schemi usuali. Era un moderato anticomunista («quando c’erano i comunisti», precisava), ma fermissimo nel denunciare il conflitto d’interessi che rendeva anomala la figura del politico imprenditore Silvio Berlusconi. Nel contempo, in rude polemica con la sinistra, criticava ogni sottovalutazione del problema costituito dall’immigrazione di massa: lontanissimo dalla retorica dell’accoglienza, temeva il multiculturalismo come motore di una deleteria «balcanizzazione» delle società occidentali. E non cessava di porre in rilievo la vocazione teocratica dell’Islam, fino trovarsi in una qualche sintonia con Oriana Fallaci.
Fonte: Il Post
(EPA/Juan M. Espinosa/ANSA)
Giovanni Sartori è morto a 92 anni. Noto al pubblico più generale soprattutto come editorialista del Corriere della Sera e opinionista televisivo, nonché inventore di neologismi poi diventati di uso giornalistico e politico comune come “Mattarellum” e “Porcellum”, Sartori era il più importante scienziato politico italiano e uno dei più importanti al mondo, autore di testi sulla democrazia e i partiti studiati ancora oggi nelle università di mezzo mondo.
Nato a Firenze nel 1924, Sartori si laureò a Firenze in Scienze Politiche nel 1943; nella stessa università cominciò a insegnare dalla seconda metà degli anni Cinquanta, fino a diventare preside della facoltà di Scienze politiche tra il 1969 e il 1971. Nel corso della sua carriera, Sartori ha ricevuto otto lauree honoris causa e il premio Principe delle Asturie, il più importante per le scienze sociali. Ha donato moltissimi libri alla biblioteca del Senato, che nel 2016 gli ha dedicato una sala.
Nonostante la notorietà pubblica, quello accademico era probabilmente l’ambito in cui Sartori era più famoso: nella sua carriera ha insegnato in molte università italiane e internazionali, e al momento della sua morte era ancora professore emerito sia dell’Università di Firenze sia della Columbia University di New York. Fra i suoi libri più famosi c’è Democrazia e definizioni, un saggio uscito nel 1957 per il Mulino, e la raccolta Teoria dei partiti e caso italiano, del 1982.
Sartori era una figura difficilmente inquadrabile in una precisa ideologia, cosa rara in un’epoca in cui lo erano molti accademici, soprattutto nel suo campo. Negli anni, ha avuto pareri molto netti sui principali protagonisti della politica italiana: definì il sistema di potere di Silvio Berlusconi un “sultanato”, mentre più di recente aveva definito Matteo Renzi un “imbroglione aggressivo”. Sartori è rimasto molto attivo nel dibattito pubblico italiano anche negli ultimi anni: qui c’è la raccolta dei suoi editoriali pubblicati dal Corriere della Sera. Sempre sul Corriere della Sera, Antonio Carioti ha riassunto così la complessità della sua figura:
Riteneva fuorviante dipingere l’antagonismo tra Dc e Pci come un «bipartitismo imperfetto» (cioè senza alternanza), secondo la formula adottata da Giorgio Galli. A suo avviso l’Italia era invece un esempio di «pluralismo polarizzato»: molti partiti, alcuni dei quali antisistema, con un enorme divario ideologico dall’estrema destra all’estrema sinistra e robuste spinte centrifughe. Uno scenario tutt’altro che rassicurante, simile a quelli della Germania di Weimar, della Spagna alla vigilia della guerra civile, della Quarta Repubblica francese. E se l’attenuarsi delle tensioni ideologiche ha scongiurato le prospettive peggiori, non c’è dubbio che l’incapacità del Paese di trovare un assetto stabile conferma la sussistenza dei problemi di fondo rilevati dal politologo fiorentino.
Se si passa dall’elaborazione teorica al giudizio sulle vicende concrete, un tratto peculiare di Sartori era la sua estraneità agli schemi usuali. Era un moderato anticomunista («quando c’erano i comunisti», precisava), ma fermissimo nel denunciare il conflitto d’interessi che rendeva anomala la figura del politico imprenditore Silvio Berlusconi. Nel contempo, in rude polemica con la sinistra, criticava ogni sottovalutazione del problema costituito dall’immigrazione di massa: lontanissimo dalla retorica dell’accoglienza, temeva il multiculturalismo come motore di una deleteria «balcanizzazione» delle società occidentali. E non cessava di porre in rilievo la vocazione teocratica dell’Islam, fino trovarsi in una qualche sintonia con Oriana Fallaci.
Fonte: Il Post
lunedì 13 febbraio 2017
La storia dei tornelli all’università di Bologna
Dall'inizio: l'ateneo ha deciso di installare dei tornelli in una biblioteca, per far entrare solo gli studenti; collettivi e centri sociali protestano e ci sono stati scontri con la polizia
Da giorni sui principali nazionali si parla di una cosa apparentemente molto piccola, che è successa e sta succedendo alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. La storia ha a che fare con i tornelli messi dall’ateneo all’entrata della biblioteca di Discipline umanistiche che si trova al numero 36 di via Zamboni, per permettere l’ingresso solo agli studenti. Ci sono stati gesti di disobbedienza civile da parte di chi era contrario, poi un’occupazione, uno sgombero e infine diversi scontri con la polizia.
Com’è andata
A fine gennaio la dirigenza dell’Università di Bologna aveva deciso di installare e attivare un nuovo sistema di accesso alla biblioteca di via Zamboni che prevedeva si potesse entrare solo da una porta automatica che si apriva strisciando il badge dell’Università. Della possibile installazione si parlava da mesi, spiegandola con ragioni di sicurezza: la direttrice della biblioteca, Francesca Tommasi, aveva spiegato per esempio che all’interno della biblioteca c’erano stati furti e episodi di spaccio e che sia il personale che gli studenti si lamentavano perché non si sentivano a loro agio all’interno della struttura: negli anni la biblioteca ha allungato il proprio orario di apertura prima oltre le 17 e poi fino a mezzanotte.
Il 23 gennaio il Collettivo Universitario Autonomo (CUA) – un gruppo di studenti di estrema sinistra – aveva organizzato una protesta: la porta di emergenza della biblioteca era stata aperta, per evitare il sistema dei tornelli e dunque un ingresso riservato, ed erano stati appesi dei cartelli con scritte come «Il 36 non è una banca», «No ai tornelli, viva il 36 libero». L’azione era stata ripetuta anche nei giorni seguenti e la direttrice del 36 era stata accusata dal collettivo di aver sospeso il prestito di libri a uno studente di Lettere che aveva preso parte alla manifestazione.
Il 27 gennaio l’università aveva segnalato in procura i disagi dovuti alle proteste del CUA. Nel frattempo un centinaio di studenti aveva consegnato all’ufficio del rettore dell’università più di 500 firme contro la decisione dei tornelli, e la prorettrice aveva fatto sapere: «Prendiamo atto delle vostre richieste, e porteremo le vostre istanze al Rettore a cui spetterà l’ultima parola sulla decisione della rimozione o meno dei tornelli». Il CUA aveva dato però un ultimatum all’Ateneo: «Avete 72 ore di tempo per rimuovere i tornelli dal 36 (…) I tornelli impediscono di entrare liberamente a chi è sprovvisto del badge universitario, ciò è inaccettabile per la natura di questo luogo di aggregazione e accoglienza. La situazione di poca sicurezza nei confronti degli studenti e dei lavoratori non si è mai verificata e siamo noi studenti a garantirla». Il collettivo si era cioè proposto come vigilante della biblioteca fino alla mezzanotte e aveva convocato un’assemblea per lunedì 6 febbraio, in cui aveva invitato anche la prorettrice.
Proprio il 6 febbraio una ventina di persone erano state segnalate in procura per le proteste. Il procuratore aggiunto Valter Giovannini, responsabile della sicurezza, aveva ipotizzato a vario titolo i reati di resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale, minacce, interruzione di pubblico servizio, violenza privata e invasione di edifici. A quel punto c’era stata una svolta nelle proteste.
L’8 febbraio gli attivisti del collettivo, con l’aiuto di un gruppo di altri universitari che frequentavano il 36, avevano deciso di smontare i tornelli che regolavano l’accesso alla biblioteca e di portarli in Rettorato. L’Ateneo aveva risposto chiudendo la biblioteca e gli attivisti l’avevano riaperta e occupata. Siamo al 9 febbraio: poco dopo le 17.30 la polizia in tenuta antisommossa era stata autorizzata a entrare nella biblioteca rompendo il cordone degli studenti all’ingresso. All’interno c’erano stati lanci di oggetti e diverse cariche, qualche studente era riuscito a scappare, qualcun altro aveva iniziato a lanciare sedie e attaccapanni contro gli agenti. Gli scontri erano durati una decina di minuti, dopodiché le proteste erano proseguite in piazza Verdi, dove c’erano state altre cariche e altri scontri che erano durati fino a sera. Gli studenti del collettivo avevano accusato il rettore «di aver fatto entrare la celere all’università: avevamo chiesto un incontro e invece ci hanno fatto caricare».
Il 10 febbraio c’è stata una nuova manifestazione a cui hanno partecipato circa 800 studenti e a cui hanno aderito anche i centri sociali di Bologna: chiedevano le dimissioni del rettore Francesco Ubertini e del questore Ignazio Coccia. Anche in occasione di questo corteo ci sono stati scontri, lanci di fumogeni, cariche della polizia e danni, non solo nella zona universitaria ma in diverse altre zone della città. Due persone sono state arrestate e sono oggi in custodia cautelare ai domiciliari.
Nel frattempo più di 7 mila persone hanno firmato una petizione lanciata su change.org per dissociarsi dalle azioni del Collettivo e a sostegno dell’Ateneo, e il 36 di via Zamboni è stato chiuso. Oggi, lunedì 13 febbraio, gli attivisti del Collettivo si sono presentati all’orario di apertura della biblioteca: «Volevamo riprenderci i nostri libri e i nostri appunti, cercare di rimediare ai danni fatti dalla polizia, ma non ci fanno entrare. Fanno entrare la Celere e non lasciano entrare noi studenti». I militanti del CUA hanno dunque chiesto e ottenuto per il pomeriggio un incontro con la responsabile della biblioteca, e domani si riuniranno in assemblea per decidere come proseguire le proteste.
Chi dice cosa
Il rettore dell’Università di Bologna Francesco Ubertini ha spiegato che ha deciso di installare i tornelli perché «la situazione al 36 è difficile, il personale è spaventato, ci sono grosse difficoltà a tenere aperto, c’è chi ha paura e gli studenti non si sentono di frequentare la biblioteca in queste condizioni». Sui social network ci sono diverse testimonianze a sostegno di questa tesi. Quella che è circolata di più è stata scritta su Facebook da Emilia Garuti, studentessa di Lettere e responsabile legalità e sicurezza per il PD dell’Emilia Romagna. Per sei mesi, fino al maggio scorso, Garuti ha lavorato come volontaria alla biblioteca di via Zamboni 36, e ora la frequenta in quanto iscritta alla laurea magistrale in arte visiva della facoltà di Lettere. Garuti ha spiegato che «non è voi studenti che i tornelli vogliono lasciare fuori, ma tutti quelli che usano la biblioteca come porcile per drogarsi e fare i propri comodi». Parla i siringhe nei bagni, di vetrine rotte e di una ragazza molestata.
Garuti – che ha ricevuto delle «intimidazioni» online per quanto ha raccontato – fa riferimento a un episodio dell’aprile del 2016, quando nella biblioteca un ragazzo si era masturbato vicino a a una studente di 19 anni e le aveva eiacultato sulle gambe. Il CUA ha risposto che già al tempo aveva preso posizione contro quanto accaduto e ha ricordato «che quel gesto infame fu compiuto da uno studente, quindi munito di badge, a dimostrazione che non saranno i tornelli a prevenire questi comportamenti, cosa che invece può venire dalla partecipazione di quanti attraversano quei luoghi. Usare questa storia, e chi l’ha subita, per attaccare gli studenti e le studentesse è da sciacalli».
I motivi per cui il CUA si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti: uno di questi è il metodo che non ha tenuto conto «del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto. Non si tiene presente la natura di questa biblioteca, che negli anni si è rivelata un luogo pulsante della zona universitaria, attraversata da pratiche di autogestione e un luogo la cui identità è andata costruendosi lotta dopo lotta e che ora è un punto di riferimento di socialità e cultura». E ancora: «Dopo le due settimane di chiusura per ultimare i lavori (in pieno periodo d’esami) lo scenario che con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno». Sostengono dunque che una biblioteca universitaria non possa essere preclusa a chi, anche non essendo uno studente, vuole accedervi. Sulla petizione lanciata su Change.org, il collettivo dice: «Lì può firmare chiunque e a nome di più persone contemporaneamente. Si tratta dell’ennesimo fasullo stratagemma per screditare chi di ragione ne ha da vendere».
Fonte: Il Post
Bologna,10 febbraio 2017 (ANSA/ GIORGIO BENVENUTI)
Da giorni sui principali nazionali si parla di una cosa apparentemente molto piccola, che è successa e sta succedendo alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. La storia ha a che fare con i tornelli messi dall’ateneo all’entrata della biblioteca di Discipline umanistiche che si trova al numero 36 di via Zamboni, per permettere l’ingresso solo agli studenti. Ci sono stati gesti di disobbedienza civile da parte di chi era contrario, poi un’occupazione, uno sgombero e infine diversi scontri con la polizia.
Com’è andata
A fine gennaio la dirigenza dell’Università di Bologna aveva deciso di installare e attivare un nuovo sistema di accesso alla biblioteca di via Zamboni che prevedeva si potesse entrare solo da una porta automatica che si apriva strisciando il badge dell’Università. Della possibile installazione si parlava da mesi, spiegandola con ragioni di sicurezza: la direttrice della biblioteca, Francesca Tommasi, aveva spiegato per esempio che all’interno della biblioteca c’erano stati furti e episodi di spaccio e che sia il personale che gli studenti si lamentavano perché non si sentivano a loro agio all’interno della struttura: negli anni la biblioteca ha allungato il proprio orario di apertura prima oltre le 17 e poi fino a mezzanotte.
Il 23 gennaio il Collettivo Universitario Autonomo (CUA) – un gruppo di studenti di estrema sinistra – aveva organizzato una protesta: la porta di emergenza della biblioteca era stata aperta, per evitare il sistema dei tornelli e dunque un ingresso riservato, ed erano stati appesi dei cartelli con scritte come «Il 36 non è una banca», «No ai tornelli, viva il 36 libero». L’azione era stata ripetuta anche nei giorni seguenti e la direttrice del 36 era stata accusata dal collettivo di aver sospeso il prestito di libri a uno studente di Lettere che aveva preso parte alla manifestazione.
Il 27 gennaio l’università aveva segnalato in procura i disagi dovuti alle proteste del CUA. Nel frattempo un centinaio di studenti aveva consegnato all’ufficio del rettore dell’università più di 500 firme contro la decisione dei tornelli, e la prorettrice aveva fatto sapere: «Prendiamo atto delle vostre richieste, e porteremo le vostre istanze al Rettore a cui spetterà l’ultima parola sulla decisione della rimozione o meno dei tornelli». Il CUA aveva dato però un ultimatum all’Ateneo: «Avete 72 ore di tempo per rimuovere i tornelli dal 36 (…) I tornelli impediscono di entrare liberamente a chi è sprovvisto del badge universitario, ciò è inaccettabile per la natura di questo luogo di aggregazione e accoglienza. La situazione di poca sicurezza nei confronti degli studenti e dei lavoratori non si è mai verificata e siamo noi studenti a garantirla». Il collettivo si era cioè proposto come vigilante della biblioteca fino alla mezzanotte e aveva convocato un’assemblea per lunedì 6 febbraio, in cui aveva invitato anche la prorettrice.
Proprio il 6 febbraio una ventina di persone erano state segnalate in procura per le proteste. Il procuratore aggiunto Valter Giovannini, responsabile della sicurezza, aveva ipotizzato a vario titolo i reati di resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale, minacce, interruzione di pubblico servizio, violenza privata e invasione di edifici. A quel punto c’era stata una svolta nelle proteste.
L’8 febbraio gli attivisti del collettivo, con l’aiuto di un gruppo di altri universitari che frequentavano il 36, avevano deciso di smontare i tornelli che regolavano l’accesso alla biblioteca e di portarli in Rettorato. L’Ateneo aveva risposto chiudendo la biblioteca e gli attivisti l’avevano riaperta e occupata. Siamo al 9 febbraio: poco dopo le 17.30 la polizia in tenuta antisommossa era stata autorizzata a entrare nella biblioteca rompendo il cordone degli studenti all’ingresso. All’interno c’erano stati lanci di oggetti e diverse cariche, qualche studente era riuscito a scappare, qualcun altro aveva iniziato a lanciare sedie e attaccapanni contro gli agenti. Gli scontri erano durati una decina di minuti, dopodiché le proteste erano proseguite in piazza Verdi, dove c’erano state altre cariche e altri scontri che erano durati fino a sera. Gli studenti del collettivo avevano accusato il rettore «di aver fatto entrare la celere all’università: avevamo chiesto un incontro e invece ci hanno fatto caricare».
Il 10 febbraio c’è stata una nuova manifestazione a cui hanno partecipato circa 800 studenti e a cui hanno aderito anche i centri sociali di Bologna: chiedevano le dimissioni del rettore Francesco Ubertini e del questore Ignazio Coccia. Anche in occasione di questo corteo ci sono stati scontri, lanci di fumogeni, cariche della polizia e danni, non solo nella zona universitaria ma in diverse altre zone della città. Due persone sono state arrestate e sono oggi in custodia cautelare ai domiciliari.
Nel frattempo più di 7 mila persone hanno firmato una petizione lanciata su change.org per dissociarsi dalle azioni del Collettivo e a sostegno dell’Ateneo, e il 36 di via Zamboni è stato chiuso. Oggi, lunedì 13 febbraio, gli attivisti del Collettivo si sono presentati all’orario di apertura della biblioteca: «Volevamo riprenderci i nostri libri e i nostri appunti, cercare di rimediare ai danni fatti dalla polizia, ma non ci fanno entrare. Fanno entrare la Celere e non lasciano entrare noi studenti». I militanti del CUA hanno dunque chiesto e ottenuto per il pomeriggio un incontro con la responsabile della biblioteca, e domani si riuniranno in assemblea per decidere come proseguire le proteste.
Chi dice cosa
Il rettore dell’Università di Bologna Francesco Ubertini ha spiegato che ha deciso di installare i tornelli perché «la situazione al 36 è difficile, il personale è spaventato, ci sono grosse difficoltà a tenere aperto, c’è chi ha paura e gli studenti non si sentono di frequentare la biblioteca in queste condizioni». Sui social network ci sono diverse testimonianze a sostegno di questa tesi. Quella che è circolata di più è stata scritta su Facebook da Emilia Garuti, studentessa di Lettere e responsabile legalità e sicurezza per il PD dell’Emilia Romagna. Per sei mesi, fino al maggio scorso, Garuti ha lavorato come volontaria alla biblioteca di via Zamboni 36, e ora la frequenta in quanto iscritta alla laurea magistrale in arte visiva della facoltà di Lettere. Garuti ha spiegato che «non è voi studenti che i tornelli vogliono lasciare fuori, ma tutti quelli che usano la biblioteca come porcile per drogarsi e fare i propri comodi». Parla i siringhe nei bagni, di vetrine rotte e di una ragazza molestata.
Garuti – che ha ricevuto delle «intimidazioni» online per quanto ha raccontato – fa riferimento a un episodio dell’aprile del 2016, quando nella biblioteca un ragazzo si era masturbato vicino a a una studente di 19 anni e le aveva eiacultato sulle gambe. Il CUA ha risposto che già al tempo aveva preso posizione contro quanto accaduto e ha ricordato «che quel gesto infame fu compiuto da uno studente, quindi munito di badge, a dimostrazione che non saranno i tornelli a prevenire questi comportamenti, cosa che invece può venire dalla partecipazione di quanti attraversano quei luoghi. Usare questa storia, e chi l’ha subita, per attaccare gli studenti e le studentesse è da sciacalli».
I motivi per cui il CUA si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti: uno di questi è il metodo che non ha tenuto conto «del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto. Non si tiene presente la natura di questa biblioteca, che negli anni si è rivelata un luogo pulsante della zona universitaria, attraversata da pratiche di autogestione e un luogo la cui identità è andata costruendosi lotta dopo lotta e che ora è un punto di riferimento di socialità e cultura». E ancora: «Dopo le due settimane di chiusura per ultimare i lavori (in pieno periodo d’esami) lo scenario che con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno». Sostengono dunque che una biblioteca universitaria non possa essere preclusa a chi, anche non essendo uno studente, vuole accedervi. Sulla petizione lanciata su Change.org, il collettivo dice: «Lì può firmare chiunque e a nome di più persone contemporaneamente. Si tratta dell’ennesimo fasullo stratagemma per screditare chi di ragione ne ha da vendere».
Fonte: Il Post
lunedì 9 gennaio 2017
È morto il sociologo Zygmunt Bauman
Il sociologo e filosofo polacco, teorico della "società liquida", aveva 91 anni e aveva continuato a scrivere libri fino a pochi mesi fa
Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman è morto oggi, 9 gennaio 2017, a Leeds, nel Regno Unito. Aveva 91 anni. Bauman è il creatore del concetto di "società liquida", che molto successo ha avuto soprattutto nel corso degli ultimi anni.
Era nato nel 1925 a Poznan in una famiglia povera di origine ebraica, prima di fuggire in Unione Sovietica con lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Bauman aveva poi vissuto in Israele e infine in Gran Bretagna, dove cominciò a insegnare presso l'Università di Leeds.
Nell’ateneo britannico è stato a capo del dipartimento di sociologia fino al suo pensionamento, nel 1990, ma anche in seguito il professor Bauman ha continuato a pubblicare saggi che hanno avuto rilevanza mondiale anche oltre l’ambito accademico.
Proprio in questi anni infatti ha avuto sempre maggiore diffusione il concetto da lui proposto di “modernità liquida”, comparso nell’omonimo libro del 2000, che è stato poi approfondito negli anni successivi con altri testi all’insegna della “liquidità”, come “Liquid love”, “Liquid life” e “Liquid fear”.
Secondo quanto un altro illustre teorico, Umberto Eco, questa era la definizione di "società liquida": "Per Bauman tra le caratteristiche di questo presente in stato nascente si può annoverare la crisi dello Stato (quale libertà decisionale rimane agli stati nazionali di fronte ai poteri delle forze supernazionali?). Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i vari problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate la crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni.
Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità.
[...] C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno. Bauman rimane per ora una “vox clamantis in deserto”.
Fonte: The Post Internazionale
Zygmunt Bauman.
Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman è morto oggi, 9 gennaio 2017, a Leeds, nel Regno Unito. Aveva 91 anni. Bauman è il creatore del concetto di "società liquida", che molto successo ha avuto soprattutto nel corso degli ultimi anni.
Era nato nel 1925 a Poznan in una famiglia povera di origine ebraica, prima di fuggire in Unione Sovietica con lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Bauman aveva poi vissuto in Israele e infine in Gran Bretagna, dove cominciò a insegnare presso l'Università di Leeds.
Nell’ateneo britannico è stato a capo del dipartimento di sociologia fino al suo pensionamento, nel 1990, ma anche in seguito il professor Bauman ha continuato a pubblicare saggi che hanno avuto rilevanza mondiale anche oltre l’ambito accademico.
Proprio in questi anni infatti ha avuto sempre maggiore diffusione il concetto da lui proposto di “modernità liquida”, comparso nell’omonimo libro del 2000, che è stato poi approfondito negli anni successivi con altri testi all’insegna della “liquidità”, come “Liquid love”, “Liquid life” e “Liquid fear”.
Secondo quanto un altro illustre teorico, Umberto Eco, questa era la definizione di "società liquida": "Per Bauman tra le caratteristiche di questo presente in stato nascente si può annoverare la crisi dello Stato (quale libertà decisionale rimane agli stati nazionali di fronte ai poteri delle forze supernazionali?). Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i vari problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate la crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni.
Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità.
[...] C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno. Bauman rimane per ora una “vox clamantis in deserto”.
Fonte: The Post Internazionale
giovedì 5 gennaio 2017
È morto il linguista Tullio De Mauro
Il linguista e ministro della Pubblica istruzione si è spento all'età di 84 anni
Il linguista Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica Istruzione dal 2000 al 2001, nel secondo governo Amato, è morto all'età di 84 anni.
È stato docente di Linguistica generale e ha diretto il Dipartimento di Scienze del Linguaggio nella Facoltà di Lettere e Filosofia e successivamente il Dipartimento di Studi Filologici Linguistici e Letterari nella Facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università la Sapienza di Roma, facoltà che ha contribuito a fondare, insieme ad Alberto Asor Rosa.
È padre di Giovanni De Mauro, direttore della rivista Internazionale.
Tra le sue opere principali vi sono la Storia linguistica dell'Italia unita, Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Guida all'uso delle parole e il Grande Dizionario Italiano dell'Uso.
Fonte: The Post Internazionale
Tullio De Mauro. Credit: La voce di New York
Il linguista Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica Istruzione dal 2000 al 2001, nel secondo governo Amato, è morto all'età di 84 anni.
È stato docente di Linguistica generale e ha diretto il Dipartimento di Scienze del Linguaggio nella Facoltà di Lettere e Filosofia e successivamente il Dipartimento di Studi Filologici Linguistici e Letterari nella Facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università la Sapienza di Roma, facoltà che ha contribuito a fondare, insieme ad Alberto Asor Rosa.
È padre di Giovanni De Mauro, direttore della rivista Internazionale.
Tra le sue opere principali vi sono la Storia linguistica dell'Italia unita, Storia linguistica dell’Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Guida all'uso delle parole e il Grande Dizionario Italiano dell'Uso.
Fonte: The Post Internazionale
sabato 23 aprile 2016
Liberati i quattro docenti universitari turchi arrestati per propaganda terroristica
I procuratori intendono cambiare il capo d'accusa in uno meno grave. Gli accademici avevano letto una petizione contro l'intervento militare nel sudest del paese
I quattro docenti universitari turchi arrestati con l’accusa di diffondere propaganda terroristica e incitare all’odio sono stati rilasciati venerdì 22 aprile 2016. Su di loro pende un processo instaurato dal tribunale di Istanbul.
Il tribunale ha scarcerato gli imputati (Esra Mungan, Meral Camcı, Kivanç Ersoy e Muzaffer Kaya) perché i procuratori intendono cambiare il capo di accusa e attendono il benestare del ministero della Giustizia. La prossima udienza è stata fissata per il 27 settembre.
L’imputazione originale prevedeva una pena detentiva fino a sette anni, ma i pubblici ministeri intendono formulare un’accusa diversa sotto l’articolo 301 del codice penale turco, il quale criminalizza la "denigrazione dell'orgoglio turco”, e la punisce con un massimo di due anni di reclusione.
Le autorità turche avevano arrestato i quattro a marzo, dopo che avevano letto pubblicamente una dichiarazione in cui chiedevano di mettere fine alle operazioni di sicurezza nella regione sudorientale del paese, area a maggioranza curda.
Erano tra gli oltre duemila docenti universitari che hanno firmato una petizione in favore della pace. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva reagito dicendo che coloro che avevano sottoscritto il documento avrebbero pagato per il loro tradimento.
“Siamo felici di annunciare il rilascio dei nostri colleghi. Presto leggeremo un comunicato stampa davanti al tribunale”, si legge sulla pagina Facebook Academics for Peace, che rappresenta il gruppo promotore della petizione.
Il documento, siglato in gennaio e sottoscritto non solo da cittadini turchi ma anche da decine di stranieri tra cui il linguista Noam Chomsky, critica l’azione militare nel sudest, inclusi i coprifuoco ventiquattr’ore su ventiquattro volti a dare la caccia ai militanti del Pkk che si nascondono nelle aree residenziali delle città della regione.
Centinaia di civili, uomini delle forze di sicurezza e militanti sono rimasti uccisi nel corso del conflitto contro il Pkk esploso a luglio 2015 e che ha innescato un’escalation di violenza, come non si vedeva in Turchia da vent’anni.
Nel frattempo, desta preoccupazione la severa limitazione del dissenso e il trattamento in particolare dei giornalisti.
Leggi anche: INIZIA IN TURCHIA IL PROCESSO AI DUE GIORNALISTI DI UN QUOTIDIANO D'OPPOSIZIONE
Fonte: The Post Internazionale
Manifestanti di fronte al tribunale di Istanbul per protestare contro il processo ai quattro accademici. Credit: Osman Orsal
I quattro docenti universitari turchi arrestati con l’accusa di diffondere propaganda terroristica e incitare all’odio sono stati rilasciati venerdì 22 aprile 2016. Su di loro pende un processo instaurato dal tribunale di Istanbul.
Il tribunale ha scarcerato gli imputati (Esra Mungan, Meral Camcı, Kivanç Ersoy e Muzaffer Kaya) perché i procuratori intendono cambiare il capo di accusa e attendono il benestare del ministero della Giustizia. La prossima udienza è stata fissata per il 27 settembre.
L’imputazione originale prevedeva una pena detentiva fino a sette anni, ma i pubblici ministeri intendono formulare un’accusa diversa sotto l’articolo 301 del codice penale turco, il quale criminalizza la "denigrazione dell'orgoglio turco”, e la punisce con un massimo di due anni di reclusione.
Le autorità turche avevano arrestato i quattro a marzo, dopo che avevano letto pubblicamente una dichiarazione in cui chiedevano di mettere fine alle operazioni di sicurezza nella regione sudorientale del paese, area a maggioranza curda.
Erano tra gli oltre duemila docenti universitari che hanno firmato una petizione in favore della pace. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva reagito dicendo che coloro che avevano sottoscritto il documento avrebbero pagato per il loro tradimento.
“Siamo felici di annunciare il rilascio dei nostri colleghi. Presto leggeremo un comunicato stampa davanti al tribunale”, si legge sulla pagina Facebook Academics for Peace, che rappresenta il gruppo promotore della petizione.
Il documento, siglato in gennaio e sottoscritto non solo da cittadini turchi ma anche da decine di stranieri tra cui il linguista Noam Chomsky, critica l’azione militare nel sudest, inclusi i coprifuoco ventiquattr’ore su ventiquattro volti a dare la caccia ai militanti del Pkk che si nascondono nelle aree residenziali delle città della regione.
Centinaia di civili, uomini delle forze di sicurezza e militanti sono rimasti uccisi nel corso del conflitto contro il Pkk esploso a luglio 2015 e che ha innescato un’escalation di violenza, come non si vedeva in Turchia da vent’anni.
Nel frattempo, desta preoccupazione la severa limitazione del dissenso e il trattamento in particolare dei giornalisti.
Leggi anche: INIZIA IN TURCHIA IL PROCESSO AI DUE GIORNALISTI DI UN QUOTIDIANO D'OPPOSIZIONE
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 21 marzo 2016
Sette studentesse italiane morte nell'incidente di un bus in Catalogna
In tutto sono morte 13 persone, tutte donne tra i 19 e i 25 anni, francesi, rumene, uzbeke, austriache e tedesche
Sette studentesse Erasmus italiane sono tra le vittime dell’incidente del bus che si è schiantato ieri in Catalogna, in Spagna. In tutto sono morte 13 persone, tutte donne tra i 19 e i 25 anni.
I nomi delle sette studentesse sono Francesca Bonello, Elisa Valent, Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi, Serena Saracino, Elisa Scarascia Mugnozza. Le famiglie sono informate ma non hanno ancora fatto il riconoscimento, tranne per Valentina Gallo.
L’incidente è avvenuto a Freginals, sull’autostrada AP-7, che collega le città di Barcellona e quella di Valencia. La maggior parte delle 57 persone a bordo erano studenti stranieri in Spagna per il programma Erasmus, di ritorno da un festival pirotecnico, Fiesta de Las Fallas, a Valencia.
A bordo del bus c’erano studenti provenienti da Regno Unito, Ungheria, Germania, Svezia, Norvegia, Svizzera, Repubblica Ceca, Nuova Zelanda, Italia, Perù, Bulgaria, Polonia, Irlanda, territori palestinesi, Giappone Uzbekistan, Francia, Austria e Ucraina, hanno fatto sapere le autorità spagnole.
I feriti accertati sono finora 34.
Secondo le prime ricostruzioni l’incidente sarebbe stato causato da un errore umano, forse un colpo di sonno del conducente. L’uomo, di 63 anni, sarebbe ora indagato per “omicidio per imprudenza”.
Il ministro degli Interni regionale della Catalogna, Jordi Janè, ha detto che il conducente della vettura "ha colpito la ringhiera a destra sull'autostrada e ha sterzato a sinistra così violentemente che il bus si è ribaltato finendo sulla carreggiata opposta". Il mezzo ha poi colpito un veicolo che proveniva dal lato opposto, ferendo due persone all'interno.
Delle altre vittime due sono tedesche, una rumena, una francese, una austriaca e una uzbeka.
Non è stato facile identificare le vittime perché il bus faceva parte di una carovana di cinque pullman, con a bordo in totale più di 200 persone.
Il governo regionale della Catalogna ha annunciato due giorni di lutto ufficiale.
Fonte: The Post Internazionale
L'autobus distrutto e i soccorritori.
Sette studentesse Erasmus italiane sono tra le vittime dell’incidente del bus che si è schiantato ieri in Catalogna, in Spagna. In tutto sono morte 13 persone, tutte donne tra i 19 e i 25 anni.
I nomi delle sette studentesse sono Francesca Bonello, Elisa Valent, Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi, Serena Saracino, Elisa Scarascia Mugnozza. Le famiglie sono informate ma non hanno ancora fatto il riconoscimento, tranne per Valentina Gallo.
L’incidente è avvenuto a Freginals, sull’autostrada AP-7, che collega le città di Barcellona e quella di Valencia. La maggior parte delle 57 persone a bordo erano studenti stranieri in Spagna per il programma Erasmus, di ritorno da un festival pirotecnico, Fiesta de Las Fallas, a Valencia.
A bordo del bus c’erano studenti provenienti da Regno Unito, Ungheria, Germania, Svezia, Norvegia, Svizzera, Repubblica Ceca, Nuova Zelanda, Italia, Perù, Bulgaria, Polonia, Irlanda, territori palestinesi, Giappone Uzbekistan, Francia, Austria e Ucraina, hanno fatto sapere le autorità spagnole.
I feriti accertati sono finora 34.
Secondo le prime ricostruzioni l’incidente sarebbe stato causato da un errore umano, forse un colpo di sonno del conducente. L’uomo, di 63 anni, sarebbe ora indagato per “omicidio per imprudenza”.
Il ministro degli Interni regionale della Catalogna, Jordi Janè, ha detto che il conducente della vettura "ha colpito la ringhiera a destra sull'autostrada e ha sterzato a sinistra così violentemente che il bus si è ribaltato finendo sulla carreggiata opposta". Il mezzo ha poi colpito un veicolo che proveniva dal lato opposto, ferendo due persone all'interno.
Delle altre vittime due sono tedesche, una rumena, una francese, una austriaca e una uzbeka.
Non è stato facile identificare le vittime perché il bus faceva parte di una carovana di cinque pullman, con a bordo in totale più di 200 persone.
Il governo regionale della Catalogna ha annunciato due giorni di lutto ufficiale.
Fonte: The Post Internazionale
sabato 20 febbraio 2016
La morte di Umberto Eco
È stato uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, oltre che l'autore di "Il nome della Rosa"
Lo scrittore e intellettuale Umberto Eco è morto venerdì notte a Milano. La Stampa scrive che Gianni Coscia, avvocato e vecchio amico di Eco, ha detto, commentando la sua morte: «Sapevo che Umberto era malato da due anni di tumore, ma nessuno pensava che la sua fine sarebbe stata così imminente». Coscia scrive che «era uscito di casa per l’ultima volta a metà gennaio». Sempre La Stampa scrive che “secondo voci vicine alla famiglia” Eco verrà commemorato martedì alle 15 a Milano, con rito civile.
Umberto Eco era nato il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, dove suo padre lavorava in una ferramenta. Quando era già importantissimo e noto in Italia per il suo lavoro di studioso e linguista diventò famoso in tutto il mondo nel 1980 grazie al romanzo Il nome della Rosa, scritto dopo avere investito con l’editore Valentino Bompiani – della cui casa editrice fu condirettore dal 1959 al 1975 – sulla possibilità che anche nella società di massa si sarebbe potuto scrivere un bestseller senza venire meno alla qualità. Nel 1988 Umberto Eco pubblicò Il pendolo di Foucault, un altro bestseller mondiale. La sua attività di intellettuale e studioso era iniziata però molto prima, già negli anni Cinquanta: Eco si era laureato in filosofia con una tesi su Tommaso d’Aquino, poi entrò alla Rai e contribuì alla fondazione del cosiddetto “Gruppo ’63”. I suoi saggi e articoli sull’influenza dei mezzi di comunicazione di massa sulla cultura risalgono ai primi anni Sessanta.
Nel 1961 Umberto Eco pubblicò Diario minimo che conteneva il saggio, poi famosissimo, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in cui Eco spiegava che il motivo del successo del conduttore – e della televisione in generale – era la sua capacità di corrispondere e interpretare la medietà umana: e la capacità di affrontare seriamente e scientificamente un tema così “pop” divenne un tratto ammiratissimo della sua opera. Nel 1964 uscì Apocalittici e integrati: il titolo della raccolta fu scelto dall’editore Bompiani, mentre in un primo tempo Eco aveva scelto Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Anche in questa raccolta di saggi, Eco analizzava il rapporto tra cultura di massa e cultura cosiddetta colta, riprendendo le teorie sulla cultura bassa, media e alta espresse da Dwight Mac Donald nel 1962 nel saggio Against the American Grain: Essays on the Effects of Mass Culture.
Nello stesso periodo Umberto Eco cominciò a interessarsi di semiotica – lo studio dei segni – materia che insegnò all’università di Bologna a partire dal 1965, anche da direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS. All’insegnamento universitario e all’attività di studioso, Umberto Eco affiancò per molto tempo la collaborazione con i giornali, iniziata nel 1955 su L’Espresso, dove negli ultimi trent’anni ha tenuto la rubrica “La bustina di Minerva” sull’ultima pagina del giornale: la rubrica si occupava di politica, libri, cinema, fumetti con una libertà e una curiosità inizialmente insoliti per un intellettuale italiano.
Per Umberto Eco il lavoro intellettuale – ed è stato questo a renderlo unico rispetto agli altri studiosi della sua generazione – non poteva essere confinato in alcuna specializzazione. Eco voleva specializzarsi in tutte le discipline del sapere o almeno nel maggior numero possibile, non avendo paura di esprimersi sulla cultura in ogni sua forma, dalla televisione, al fumetto, dalla filosofia medievale alla letteratura contemporanea, dalle canzoni alla semiotica alla politica. Per esempio Eco firmò delle lettere aperte già sul caso Pinelli – l’anarchico morto precipitando da una finestra della questura di Milano nel 1969 – autodenunciandosi per solidarietà con il giornale Lotta Continua che accusò la polizia, mentre negli ultimi anni schierandosi su posizioni fortemente antiberlusconiane (fu tra i fondatori del movimento di intellettuali antiberlusconiani Libertà e Giustizia).
Nell’ottobre scorso Umberto Eco era stato tra i fondatori della Nave di Teseo, la casa editrice nata dall’uscita della direzione editoriale di Bompiani dopo l’acquisizione del gruppo RCS Libri da parte di Mondadori. Il nuovo libro di Umberto Eco dovrebbe essere tra i primi a uscire per la nuova casa editrice, che incomincerà a pubblicare in primavera.
Umberto Eco aveva una casa piena di libri ed era dotato di una memoria prodigiosa. Era un erudito e uno studioso, ma questo non gli ha impedito di essere divertente e curioso e di provare, sempre, a capire quello che gli succedeva intorno. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha scritto che Eco è stato un «Esempio straordinario di intellettuale europeo» e «univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro». La notizia della morte sta avendo grande spazio sui principali siti d’informazione internazionali. Il Guardian ha definito Eco «uno dei più importanti nomi della letteratura internazionale» e il New York Times ne ha parlato come di «un esperto nell’arcano campo della semiotica». Daria Bignardi, la nuova direttrice di Rai 3, ha fatto sapere che questa sera ci sarà a Che tempo che fa “uno speciale ricordo” di Eco e che sarà trasmesso il film Il nome della rosa.
Fonte: Il Post
Umberto Eco, morto a 84 anni ((FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)
Lo scrittore e intellettuale Umberto Eco è morto venerdì notte a Milano. La Stampa scrive che Gianni Coscia, avvocato e vecchio amico di Eco, ha detto, commentando la sua morte: «Sapevo che Umberto era malato da due anni di tumore, ma nessuno pensava che la sua fine sarebbe stata così imminente». Coscia scrive che «era uscito di casa per l’ultima volta a metà gennaio». Sempre La Stampa scrive che “secondo voci vicine alla famiglia” Eco verrà commemorato martedì alle 15 a Milano, con rito civile.
Umberto Eco era nato il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, dove suo padre lavorava in una ferramenta. Quando era già importantissimo e noto in Italia per il suo lavoro di studioso e linguista diventò famoso in tutto il mondo nel 1980 grazie al romanzo Il nome della Rosa, scritto dopo avere investito con l’editore Valentino Bompiani – della cui casa editrice fu condirettore dal 1959 al 1975 – sulla possibilità che anche nella società di massa si sarebbe potuto scrivere un bestseller senza venire meno alla qualità. Nel 1988 Umberto Eco pubblicò Il pendolo di Foucault, un altro bestseller mondiale. La sua attività di intellettuale e studioso era iniziata però molto prima, già negli anni Cinquanta: Eco si era laureato in filosofia con una tesi su Tommaso d’Aquino, poi entrò alla Rai e contribuì alla fondazione del cosiddetto “Gruppo ’63”. I suoi saggi e articoli sull’influenza dei mezzi di comunicazione di massa sulla cultura risalgono ai primi anni Sessanta.
Nel 1961 Umberto Eco pubblicò Diario minimo che conteneva il saggio, poi famosissimo, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in cui Eco spiegava che il motivo del successo del conduttore – e della televisione in generale – era la sua capacità di corrispondere e interpretare la medietà umana: e la capacità di affrontare seriamente e scientificamente un tema così “pop” divenne un tratto ammiratissimo della sua opera. Nel 1964 uscì Apocalittici e integrati: il titolo della raccolta fu scelto dall’editore Bompiani, mentre in un primo tempo Eco aveva scelto Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Anche in questa raccolta di saggi, Eco analizzava il rapporto tra cultura di massa e cultura cosiddetta colta, riprendendo le teorie sulla cultura bassa, media e alta espresse da Dwight Mac Donald nel 1962 nel saggio Against the American Grain: Essays on the Effects of Mass Culture.
Nello stesso periodo Umberto Eco cominciò a interessarsi di semiotica – lo studio dei segni – materia che insegnò all’università di Bologna a partire dal 1965, anche da direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS. All’insegnamento universitario e all’attività di studioso, Umberto Eco affiancò per molto tempo la collaborazione con i giornali, iniziata nel 1955 su L’Espresso, dove negli ultimi trent’anni ha tenuto la rubrica “La bustina di Minerva” sull’ultima pagina del giornale: la rubrica si occupava di politica, libri, cinema, fumetti con una libertà e una curiosità inizialmente insoliti per un intellettuale italiano.
Per Umberto Eco il lavoro intellettuale – ed è stato questo a renderlo unico rispetto agli altri studiosi della sua generazione – non poteva essere confinato in alcuna specializzazione. Eco voleva specializzarsi in tutte le discipline del sapere o almeno nel maggior numero possibile, non avendo paura di esprimersi sulla cultura in ogni sua forma, dalla televisione, al fumetto, dalla filosofia medievale alla letteratura contemporanea, dalle canzoni alla semiotica alla politica. Per esempio Eco firmò delle lettere aperte già sul caso Pinelli – l’anarchico morto precipitando da una finestra della questura di Milano nel 1969 – autodenunciandosi per solidarietà con il giornale Lotta Continua che accusò la polizia, mentre negli ultimi anni schierandosi su posizioni fortemente antiberlusconiane (fu tra i fondatori del movimento di intellettuali antiberlusconiani Libertà e Giustizia).
Nell’ottobre scorso Umberto Eco era stato tra i fondatori della Nave di Teseo, la casa editrice nata dall’uscita della direzione editoriale di Bompiani dopo l’acquisizione del gruppo RCS Libri da parte di Mondadori. Il nuovo libro di Umberto Eco dovrebbe essere tra i primi a uscire per la nuova casa editrice, che incomincerà a pubblicare in primavera.
Umberto Eco aveva una casa piena di libri ed era dotato di una memoria prodigiosa. Era un erudito e uno studioso, ma questo non gli ha impedito di essere divertente e curioso e di provare, sempre, a capire quello che gli succedeva intorno. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha scritto che Eco è stato un «Esempio straordinario di intellettuale europeo» e «univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro». La notizia della morte sta avendo grande spazio sui principali siti d’informazione internazionali. Il Guardian ha definito Eco «uno dei più importanti nomi della letteratura internazionale» e il New York Times ne ha parlato come di «un esperto nell’arcano campo della semiotica». Daria Bignardi, la nuova direttrice di Rai 3, ha fatto sapere che questa sera ci sarà a Che tempo che fa “uno speciale ricordo” di Eco e che sarà trasmesso il film Il nome della rosa.
Fonte: Il Post
Pubblicato da
Andrea De Luca
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venerdì 4 dicembre 2015
Censis: «L’Italia? Un paese in letargo esistenziale collettivo»
Il quarantanovesimo rapporto annuale presentato a Roma mostra come solo il mattone sia in grado di far segnare una crescita, con un boom delle richieste dei muti con una crescita del 94,3 per cento nei primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014
di Maghdi Abo Abia
Il Censis definisce l’Italia un Paese «in letargo esistenziale collettivo e a bassa auto-propulsione, che non ritrova il gusto del rischio». Il quarantanovesimo rapporto annuale presentato a Roma mostra come solo il mattone sia in grado di far segnare una crescita, con un boom delle richieste dei muti con una crescita del 94,3 per cento nei primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014.
I NUMERI DEL CENSIS In crescita anche l’andamento delle transazioni immobiliari con un +6,6 per cento nelle compravendite di abitazioni nel secondo trimestre del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il rapporto spiega questi numeri così: «Nell’Italia dello “zero virgola”, in cui le variazioni congiunturali degli indicatori economici sono ancora minime, continua a gonfiarsi la bolla del risparmio cautelativo e non si riaccende la propensione al rischio». Questo porta a un «letargo esistenziale collettivo e la vittoria della pura cronaca. C’è oggi una pericolosa povertà di interpretazione sistemica, di progettazione per il futuro, di disegni programmatici di medio periodo. Prevale una dinamica d’opinione messa in moto da quel che avviene giorno per giorno».
EGOISTI! Secondo il Censis «vincono l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale e non maturano valori collettivi e una unità di interessi. Crescono così le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. A ciò corrisponde una profonda debolezza antropologica, un letargo esistenziale collettivo, dove i soggetti (individui, famiglie, imprese) restano in un recinto securizzante, ma inerziale. Un limbo italico, fatto di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone».
IL PATRIMONIO DEGLI ITALIANI Secondo il Censis il valore del patrimonio finanziario degli italiani ammonta a oltre quattromila miliardi di euro con una crescita del 6,2 per cento tra giugno 2011 e giugno 2015. Negli anni della crisi il portafoglio delle famiglie ha visto una crescita del contante e dei depositi bancari dal 23,6% del totale nel 2007 al 30,9% nel 2014, mentre sono crollate le azioni, dal 31,8 per cento al 23,7 per cento e le obbligazioni, dal 17,6 per cento al 10,8 per cento. «Negli ultimi dodici mesi (giugno 2014-giugno 2015) si conferma l’opzione cautelativa degli italiani, con un incremento di 45 miliardi della liquidità (+6,3%) e di 73 miliardi in assicurazioni e fondi pensione (+9,4%), e con la rinnovata contrazione di azioni e partecipazioni (10 miliardi in meno, pari a una riduzione dell’1,2%)». Come detto precedentemente , la ripresa del mercato immobiliare si accompagna alla propensione a mettere a reddito il patrimonio immobiliare: 560.000 italiani dichiarano di aver gestito una struttura ricettiva per turisti, come case vacanza o bed & breakfast, generando secondo il Corriere della Sera un fatturato in gran parte sommerso stimabile in circa 6 miliardi di euro. In questa fase, l’esigenza della ri-allocazione del risparmio in modo più funzionale all’economia reale si lega strettamente alla richiesta di scongelare quote del proprio reddito aspirate dalla fiscalità: il 55,3 per cento degli italiani vuole il taglio delle tasse, anche a costo di una riduzione dei servizi pubblici.
STUDENTI E SCUOLE Le università hanno meno immatricolati ma più studenti. Tra gli anni accademici 2010-2011 e 2013-2014 c’è stato un calo di nuove iscrizioni pari a 12.000 unità, registrato maggiormente al sud con un calo dell’11,2 per cento mentre a nord ovest c’è stato in un incremento del 4 per cento. Il 44,2 per cento degli immatricolati continua a concentrarsi nei grandi atenei, sebbene nel periodo considerato si sia verificato un travaso di immatricolati dai grandi e medi atenei verso i piccoli atenei, che hanno registrato un incremento di immatricolati del 42,4 per cento.
Fonte: Giornalettismo
di Maghdi Abo Abia
Il Censis definisce l’Italia un Paese «in letargo esistenziale collettivo e a bassa auto-propulsione, che non ritrova il gusto del rischio». Il quarantanovesimo rapporto annuale presentato a Roma mostra come solo il mattone sia in grado di far segnare una crescita, con un boom delle richieste dei muti con una crescita del 94,3 per cento nei primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014.
I NUMERI DEL CENSIS In crescita anche l’andamento delle transazioni immobiliari con un +6,6 per cento nelle compravendite di abitazioni nel secondo trimestre del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il rapporto spiega questi numeri così: «Nell’Italia dello “zero virgola”, in cui le variazioni congiunturali degli indicatori economici sono ancora minime, continua a gonfiarsi la bolla del risparmio cautelativo e non si riaccende la propensione al rischio». Questo porta a un «letargo esistenziale collettivo e la vittoria della pura cronaca. C’è oggi una pericolosa povertà di interpretazione sistemica, di progettazione per il futuro, di disegni programmatici di medio periodo. Prevale una dinamica d’opinione messa in moto da quel che avviene giorno per giorno».
EGOISTI! Secondo il Censis «vincono l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale e non maturano valori collettivi e una unità di interessi. Crescono così le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. A ciò corrisponde una profonda debolezza antropologica, un letargo esistenziale collettivo, dove i soggetti (individui, famiglie, imprese) restano in un recinto securizzante, ma inerziale. Un limbo italico, fatto di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone».
IL PATRIMONIO DEGLI ITALIANI Secondo il Censis il valore del patrimonio finanziario degli italiani ammonta a oltre quattromila miliardi di euro con una crescita del 6,2 per cento tra giugno 2011 e giugno 2015. Negli anni della crisi il portafoglio delle famiglie ha visto una crescita del contante e dei depositi bancari dal 23,6% del totale nel 2007 al 30,9% nel 2014, mentre sono crollate le azioni, dal 31,8 per cento al 23,7 per cento e le obbligazioni, dal 17,6 per cento al 10,8 per cento. «Negli ultimi dodici mesi (giugno 2014-giugno 2015) si conferma l’opzione cautelativa degli italiani, con un incremento di 45 miliardi della liquidità (+6,3%) e di 73 miliardi in assicurazioni e fondi pensione (+9,4%), e con la rinnovata contrazione di azioni e partecipazioni (10 miliardi in meno, pari a una riduzione dell’1,2%)». Come detto precedentemente , la ripresa del mercato immobiliare si accompagna alla propensione a mettere a reddito il patrimonio immobiliare: 560.000 italiani dichiarano di aver gestito una struttura ricettiva per turisti, come case vacanza o bed & breakfast, generando secondo il Corriere della Sera un fatturato in gran parte sommerso stimabile in circa 6 miliardi di euro. In questa fase, l’esigenza della ri-allocazione del risparmio in modo più funzionale all’economia reale si lega strettamente alla richiesta di scongelare quote del proprio reddito aspirate dalla fiscalità: il 55,3 per cento degli italiani vuole il taglio delle tasse, anche a costo di una riduzione dei servizi pubblici.
STUDENTI E SCUOLE Le università hanno meno immatricolati ma più studenti. Tra gli anni accademici 2010-2011 e 2013-2014 c’è stato un calo di nuove iscrizioni pari a 12.000 unità, registrato maggiormente al sud con un calo dell’11,2 per cento mentre a nord ovest c’è stato in un incremento del 4 per cento. Il 44,2 per cento degli immatricolati continua a concentrarsi nei grandi atenei, sebbene nel periodo considerato si sia verificato un travaso di immatricolati dai grandi e medi atenei verso i piccoli atenei, che hanno registrato un incremento di immatricolati del 42,4 per cento.
Fonte: Giornalettismo
sabato 28 novembre 2015
"Prendere 110 e lode a 28 anni non serve ad un fico, è meglio prendere 97 a 21 anni". Alcune precisazioni per il Ministro Poletti
“Prendere 110 e lode a 28 anni non serve ad un fico, è meglio prendere 97 a 21 anni”. Caro Ministro Poletti, non so se lei abbia ragione o torto, ma vorrei dire delle cose che ha tralasciato (e chissà perchè).
La sua dichiarazione potrebbe tranquillamente tradursi col fatto che dall’università deve uscire gente impreparata, cosa che già avviene.
Inoltre, caro Ministro Poletti, forse, sarebbe anche il caso di dire che chi si laurea a 28 anni (o anche più) non è pure per la burocrazia lenta, per gli ordinamenti che ogni anno vengono stravolti, per i 40 esami da sostenere, molti dei quali abbastanza inutili, per le tasse universitarie alle stelle?
Ha dimenticato questi piccoli dettagli, se proprio vogliamo definirli tali.
Certo, c’è anche gente che si laurea in corso con o senza il massimo dei voti, per carità. Ma non tutti sono Einstein e/o sono ricchi. E, poi, prendere 97 a 21 anni, molto spesso, non è sinonimo di preparazione. Anzi…
Caro Ministro Poletti, non in ultimo, parla lei che la laurea non ce l’ha ed è solo diplomato? Lei che già da ragazzo era presente nelle sedi di partito? Facile parlare così, non crede?
Caro Ministro Poletti, se molti si laureano a 28 anni e se l’università italiana fa schifo, forse, è anche per colpa del governo di cui lei fa parte.
giovedì 26 novembre 2015
A cosa serve la paghetta di Stato, se le università fanno schifo?
Investire nel sapere in Italia non conviene: basse opportunità di lavoro e ancor più bassi stipendi. Dare 500 euro una tantum non serve a nulla, se non si è grado di garantire un futuro
di Thomas Manfredi
È una triste realtà quella delle università italiane disegnata dai numeri impietosi della pubblicazione Ocse, Education at a Glance 2015, presentata ieri a Roma, alla presenza di rappresentanti del Governo. Ha suscitato il solito scalpore, che però - temiamo - resterà come sempre vano, senza piani di policy specifici dell’esecutivo, che ha sin qui pacchianamente spacciato la Buona Scuola come la soluzione definitiva a quella che pare una vera emergenza nazionale.
L’allarme è certamente ben sintetizzato dal primo grafico, che riporta i tassi di occupazione dei 25-34enni con un titolo di studio equivalente alla laurea triennale in Italia, Francia e Germania. Si nota facilmente come i laureati italiani abbiano sempre meno possibilità di lavoro, in modo quasi lineare dal 2000 in avanti. Il tasso di occupazione dei giovani laureati italiani è di 25 punti percentuali più basso degli omologhi in Francia e Germania. Il declino nell’occupabilità dei nostri giovani laureati, importante ricordarlo, è iniziato ben prima della crisi finanziaria, poi tramutatasi in crisi sistemica dei paesi periferici della Zona Euro.
Questa evidenza è rinforzata dal secondo grafico, che mostra lo stesso indicatore per i paesi periferici, soggetti a shock economici importanti dal 2010 in avanti. L’Italia è il solo paese fra i PIIGS - gli altri sono Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia - ad avere sperimentato una decrescita nel tasso di occupazione dei laureati ben prima del 2010. A fine 2014, ultimo anno con dati disponibili, il tasso di occupazione dei giovani laureati italiani è addirittura più basso di quello dei corrispettivi greci. Serve qualche commento in più per descrivere questa vera e propria débâcle di proporzioni bibliche? Il confronto con la Spagna, che ha problemi simili al nostro quanto a qualità del capitale umano e scarsa partecipazione all’istruzione universitaria, è impietoso. Nonostante la grave crisi, il tasso di occupazione spagnolo è ben 12 punti percentuali più altro di quello italiano.
"L’Italia è il solo paese fra i PIIGS - gli altri sono Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia - ad avere sperimentato una decrescita nel tasso di occupazione dei laureati ben prima del 2010.
Non vorremmo sembrare troppo pessimistici, ma la situazione in cui versano i giovani, soprattutto i più “fortunati” o i più “temerari” nello scegliere comunque di studiare, nonostante ritorni attesi bassissimi, è emergenziale. Che cosa sta facendo il Governo per migliorare la qualità dell’istruzione e le nostre Università? Ci sentiamo di poter dire poco o nulla, se non i soliti annunci sul ritorno dei cervelli, e altri piani marginali che non intaccano la vera causa di questo spreco infinito di risorse pubbliche: le nostre università devono cambiare. Vi è sempre una sollevazione popolare nel momento in cui qualcuno ricorda che una scuola non è poi tanto diversa da ogni altra azienda o impresa. Ma anche ammettendo che la funzione scolastica non si esaurisca nella ricerca di un profitto, possibile che non si colga che i cattivi risultati di un’organizzazione sono sempre da ricercare in cattive pratiche gestionali e organizzative? Non si vede alcun segnale di una seria presa di coscienza del problema citato, al momento. Evidentemente la tiepida ripresa sistemerà tutto, by magic, e le università torneranno a essere quel motore d’innovazione e conoscenze che tutti vorrebbero che fossero.
Continua a leggere su Linkiesta.it
Fonte: Linkiesta.it
di Thomas Manfredi
TIZIANA FABI/AFP/Getty Images
È una triste realtà quella delle università italiane disegnata dai numeri impietosi della pubblicazione Ocse, Education at a Glance 2015, presentata ieri a Roma, alla presenza di rappresentanti del Governo. Ha suscitato il solito scalpore, che però - temiamo - resterà come sempre vano, senza piani di policy specifici dell’esecutivo, che ha sin qui pacchianamente spacciato la Buona Scuola come la soluzione definitiva a quella che pare una vera emergenza nazionale.
L’allarme è certamente ben sintetizzato dal primo grafico, che riporta i tassi di occupazione dei 25-34enni con un titolo di studio equivalente alla laurea triennale in Italia, Francia e Germania. Si nota facilmente come i laureati italiani abbiano sempre meno possibilità di lavoro, in modo quasi lineare dal 2000 in avanti. Il tasso di occupazione dei giovani laureati italiani è di 25 punti percentuali più basso degli omologhi in Francia e Germania. Il declino nell’occupabilità dei nostri giovani laureati, importante ricordarlo, è iniziato ben prima della crisi finanziaria, poi tramutatasi in crisi sistemica dei paesi periferici della Zona Euro.
tassi di occupazione dei 25-34enni con un titolo di studio equivalente alla laurea triennale in Italia, Francia e Germania
Questa evidenza è rinforzata dal secondo grafico, che mostra lo stesso indicatore per i paesi periferici, soggetti a shock economici importanti dal 2010 in avanti. L’Italia è il solo paese fra i PIIGS - gli altri sono Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia - ad avere sperimentato una decrescita nel tasso di occupazione dei laureati ben prima del 2010. A fine 2014, ultimo anno con dati disponibili, il tasso di occupazione dei giovani laureati italiani è addirittura più basso di quello dei corrispettivi greci. Serve qualche commento in più per descrivere questa vera e propria débâcle di proporzioni bibliche? Il confronto con la Spagna, che ha problemi simili al nostro quanto a qualità del capitale umano e scarsa partecipazione all’istruzione universitaria, è impietoso. Nonostante la grave crisi, il tasso di occupazione spagnolo è ben 12 punti percentuali più altro di quello italiano.
"L’Italia è il solo paese fra i PIIGS - gli altri sono Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia - ad avere sperimentato una decrescita nel tasso di occupazione dei laureati ben prima del 2010.
Non vorremmo sembrare troppo pessimistici, ma la situazione in cui versano i giovani, soprattutto i più “fortunati” o i più “temerari” nello scegliere comunque di studiare, nonostante ritorni attesi bassissimi, è emergenziale. Che cosa sta facendo il Governo per migliorare la qualità dell’istruzione e le nostre Università? Ci sentiamo di poter dire poco o nulla, se non i soliti annunci sul ritorno dei cervelli, e altri piani marginali che non intaccano la vera causa di questo spreco infinito di risorse pubbliche: le nostre università devono cambiare. Vi è sempre una sollevazione popolare nel momento in cui qualcuno ricorda che una scuola non è poi tanto diversa da ogni altra azienda o impresa. Ma anche ammettendo che la funzione scolastica non si esaurisca nella ricerca di un profitto, possibile che non si colga che i cattivi risultati di un’organizzazione sono sempre da ricercare in cattive pratiche gestionali e organizzative? Non si vede alcun segnale di una seria presa di coscienza del problema citato, al momento. Evidentemente la tiepida ripresa sistemerà tutto, by magic, e le università torneranno a essere quel motore d’innovazione e conoscenze che tutti vorrebbero che fossero.
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Fonte: Linkiesta.it
mercoledì 25 novembre 2015
La soluzione di Renzi contro il terrorismo è poco convincente
Il presidente del consiglio Matteo Renzi nella sala degli Oriazi e Curiazi dei Musei capitolini a Roma, il 24 novembre 2015. (Gregorio Borgia, Ap/Ansa)
Michael Braun, giornalista
L’Italia va alla guerra, anzi no. “Italia, Europa: una risposta al terrore”, era questo il solenne titolo della dichiarazione fatta il pomeriggio del 24 novembre dal premier Matteo Renzi nella sala degli Oriazi e Curiazi dei Musei capitolini, già luogo in cui si firmava, nel 1957, l’atto fondante della Comunità europea.
Ma più che una risposta al terrore sembra una risposta alla Francia, paese che, dopo i 130 morti di Parigi, si sente in guerra. Guerra: è questa la parola che invece Renzi evita del tutto o quasi. Di più, il presidente del consiglio sottolinea che “l’Italia non cambia posizione”.
Un nesso che sfugge tra musei e caserme
Quindi niente bombardamenti effettuati da aerei italiani in Siria, niente ulteriori impegni militari. È una posizione che ha qualche argomento dalla sua parte. Infatti la reazione francese sposta del tutto l’attenzione verso il Medio Oriente, verso la guerra al gruppo Stato islamico (Is) in terre siriane e irachene mentre i terroristi che hanno colpito a Parigi erano cresciuti in patria e non saranno debellati con la distruzione di Raqqa. Il premier italiano invece afferma che “i killer di queste ore sono cittadini europei, cresciuti nelle nostre città, diventati uomini in grado di odiare senza che facessimo in tempo ad accorgercene”.
Quindi, questa la logica di Renzi, ci vogliono altre risposte. A questo punto tira fuori una, parole sue, “specificità italiana”: “Per ogni euro investito in più in sicurezza ci deve essere un euro in più investito in cultura”. Detto in soldoni, il governo italiano riserva un miliardo di euro per la sicurezza e un altro miliardo per iniziative culturali.
"Siamo sicuri che un marciapiede rifatto a Tor Bella Monaca tagli le gambe ai terroristi?
Ma se il principio sembra convincente, la sua declinazione tradisce più che altro, in modo speculare all’approccio francese, un invito all’azione che sembra pensato più per tranquillizzare l’opinione pubblica che per combattere efficacemente il terrorismo e le sue radici. Vada per i 150 milioni dedicati alla cibersicurezza, vada pure per i 50 milioni “per rinnovare la strumentazione delle forze dell’ordine”. Ma estendere il bonus di 80 euro mensili a tutti i poliziotti e carabinieri? Non si capisce bene cosa c’entri con la lotta ai fanatici islamisti.
Lasciano ancora più perplessi gli investimenti prospettati per la cultura, secondo la massima “per ogni caserma ristrutturata vogliamo un museo più accogliente”: 500 milioni di euro sono previsti per “interventi di riqualificazione” delle periferie urbane. Renzi non specifica a quali interventi sia pensando. L’unica sua preoccupazione è che si faccia in fretta. Entro dicembre i comuni devono presentare le loro proposte, quali non è dato sapere. Ma siamo sicuri che un marciapiede rifatto a Tor Bella Monaca tagli le gambe ai terroristi, che la riverniciatura di qualche palazzo di edilizia popolare impensierisca più di tanto il califfo?
E che dire del bonus di 500 euro per consumi culturali, per libri, concerti o spettacoli, dedicato a tutti i ragazzi che compiono 18 anni? In sé è una bella iniziativa, sfugge però il nesso con la lotta all’Is: anche i ragazzi assassini, prima di convertirsi in guerrieri del jihad, andavano ai concerti. Lodevole anche l’intento di aumentare il fondo per le borse di studio universitarie o quello di dare ai cittadini la facoltà di donare il 2 per mille ad associazioni culturali, ma di nuovo: dove sta l’intervento specifico contro il dilagare di un islam estremista tra una parte dei giovani figli di immigrati? Renzi ha perfettamente ragione quando sottolinea – in sottile polemica con la Francia – che l’Europa perde “dove la reazione prende il posto della strategia”. Ma la sua più che una strategia sembra uno spot.
Fonte: Internazionale
venerdì 30 ottobre 2015
Un polo tecnologico in area Expo? Ma che sia un vero polo di ricerca
Nella discussione sul dopo Expo quella del polo tecnologico è la proposta che va per la maggiore. Il rischio è che si tratti di un buon progetto immobiliare con scarso apporto a ricerca e tecnologia
di Roberto Camagni, Arcipelago Milano
Sappiamo bene che la politica ha bisogno di parole d’ordine efficaci e ben comprensibili e dunque comprendiamo come, nel caso del riuso delle aree Expo, si sia rapidamente impossessata di un’idea come quella di localizzarvi un nuovo Polo Tecnologico al servizio dello sviluppo dell’intera regione settentrionale, e come un altrettanto rapido consenso di stampa e di opinione pubblica sia subito seguito. Tuttavia sembra necessario prestare una attenzione particolare a questo tema perché questa parola d’ordine – a mio avviso molto coerente e opportuna nel caso in esame – si è prestata molte volte, non solo in Italia e non solo a Milano (ricordate il progetto del Polo tecnologico alla Pirelli Bicocca negli anni ’80?) a nascondere obiettivi assai diversi, in genere di natura meramente immobiliare, o a realizzare progetti anche non sbagliati ma assai distanti da quelli inizialmente sbandierati.
Milano e la Lombardia con Piemonte e Liguria si presentano certamente come le regioni più avanzate in senso tecnologico e di ricerca in Italia. Tuttavia anch’esse scontano la debolezza di un sistema paese che non investe a sufficienza. In una recente ricerca che abbiamo condotto al Politecnico di Milano per l’Unione Europea su Knowledge, Innovation and Territory – KIT (1), queste tre regioni appaiono assai distanziate dalle regioni che in Europa mostrano le migliori pratiche in questo ambito. Esse non fanno parte di un primo gruppo di regioni che abbiamo classificato come ‘science-based‘ e neppure di un secondo gruppo che abbiamo classificato come ‘applied science‘, tutte localizzate nel centro e nord-Europa.
Le abbiamo classificate – in base a una serie di indicatori sia di investimento in ricerca, sia di innovazione che di vantaggi competitivi di contesto – come regioni di ‘smart technological application‘: regioni che applicano in modo creativo e intelligente i risultati di ricerche di base e di ricerche applicate realizzate per la maggior parte all’estero, attraverso forme diverse di cooperazione e trasferimento tecnologico. Ciò non significa che il risultato economico di questi processi non possa essere anche più che rilevante e profittevole, e anche fonte di un interessante flusso di brevetti applicativi, ma che certamente sul lungo periodo rimarremo sempre ampiamente tributari del lavoro di ricerca altrui.
"Milano e la Lombardia si presentano come le regioni più avanzate in senso tecnologico e di ricerca in Italia. Ma scontano la debolezza di un sistema paese che non investe a sufficienza
Milano presenta uno dei contesti più favorevoli e vantaggiosi per localizzare e concentrare uno sforzo di investimento, anche nazionale, sui temi della ricerca e della tecnologia e già un vasto hinterland padano si rivolge alle sue istituzioni universitarie e di ricerca – in particolare a quella in cui io opero, il Politecnico di Milano, con il suo Poli-hub, il suo Ufficio di Trasferimento Tecnologico – TTO, il CEFRIEL, le sue molte iniziative di spin-off universitario e di start-uptecnologiche – per alimentare in termini di conoscenza e di tecnologia il suo enorme potenziale imprenditoriale. Inoltre l’area Expo presenta, almeno a livello macro-territoriale, una rilevante accessibilità: alla città, all’hinterland nord-occidentale e al sistema aeroportuale lombardo (per l’accessibilità a livello micro-territoriale si vedano comunque i limiti indicati recentemente da Giorgio Goggi su ArcipelagoMilano).
Allo stato attuale, quello che viene presentato come un progetto di Polo Tecnologico ha bisogno di essere orientato in modo assai più deciso e convincente verso un obiettivo di vera ricerca. Occorrerebbe, anche grazie all’intervento del governo che giudico cruciale, un progetto simile a quello che è stato oltre dieci anni fa la costituzione e il decollo dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, che si è imposto come una delle realtà più avanzate in campo internazionale nella ricerca di base e applicata in campi ad alto contenuto etico come l’ambiente e la sanità; un progetto per Milano, magari appoggiato su solide istituzioni già presenti.
Continua a leggere su Arcipelago Milano
Fonte: Linkiesta.it
di Roberto Camagni, Arcipelago Milano
Sappiamo bene che la politica ha bisogno di parole d’ordine efficaci e ben comprensibili e dunque comprendiamo come, nel caso del riuso delle aree Expo, si sia rapidamente impossessata di un’idea come quella di localizzarvi un nuovo Polo Tecnologico al servizio dello sviluppo dell’intera regione settentrionale, e come un altrettanto rapido consenso di stampa e di opinione pubblica sia subito seguito. Tuttavia sembra necessario prestare una attenzione particolare a questo tema perché questa parola d’ordine – a mio avviso molto coerente e opportuna nel caso in esame – si è prestata molte volte, non solo in Italia e non solo a Milano (ricordate il progetto del Polo tecnologico alla Pirelli Bicocca negli anni ’80?) a nascondere obiettivi assai diversi, in genere di natura meramente immobiliare, o a realizzare progetti anche non sbagliati ma assai distanti da quelli inizialmente sbandierati.
Milano e la Lombardia con Piemonte e Liguria si presentano certamente come le regioni più avanzate in senso tecnologico e di ricerca in Italia. Tuttavia anch’esse scontano la debolezza di un sistema paese che non investe a sufficienza. In una recente ricerca che abbiamo condotto al Politecnico di Milano per l’Unione Europea su Knowledge, Innovation and Territory – KIT (1), queste tre regioni appaiono assai distanziate dalle regioni che in Europa mostrano le migliori pratiche in questo ambito. Esse non fanno parte di un primo gruppo di regioni che abbiamo classificato come ‘science-based‘ e neppure di un secondo gruppo che abbiamo classificato come ‘applied science‘, tutte localizzate nel centro e nord-Europa.
Le abbiamo classificate – in base a una serie di indicatori sia di investimento in ricerca, sia di innovazione che di vantaggi competitivi di contesto – come regioni di ‘smart technological application‘: regioni che applicano in modo creativo e intelligente i risultati di ricerche di base e di ricerche applicate realizzate per la maggior parte all’estero, attraverso forme diverse di cooperazione e trasferimento tecnologico. Ciò non significa che il risultato economico di questi processi non possa essere anche più che rilevante e profittevole, e anche fonte di un interessante flusso di brevetti applicativi, ma che certamente sul lungo periodo rimarremo sempre ampiamente tributari del lavoro di ricerca altrui.
"Milano e la Lombardia si presentano come le regioni più avanzate in senso tecnologico e di ricerca in Italia. Ma scontano la debolezza di un sistema paese che non investe a sufficienza
Milano presenta uno dei contesti più favorevoli e vantaggiosi per localizzare e concentrare uno sforzo di investimento, anche nazionale, sui temi della ricerca e della tecnologia e già un vasto hinterland padano si rivolge alle sue istituzioni universitarie e di ricerca – in particolare a quella in cui io opero, il Politecnico di Milano, con il suo Poli-hub, il suo Ufficio di Trasferimento Tecnologico – TTO, il CEFRIEL, le sue molte iniziative di spin-off universitario e di start-uptecnologiche – per alimentare in termini di conoscenza e di tecnologia il suo enorme potenziale imprenditoriale. Inoltre l’area Expo presenta, almeno a livello macro-territoriale, una rilevante accessibilità: alla città, all’hinterland nord-occidentale e al sistema aeroportuale lombardo (per l’accessibilità a livello micro-territoriale si vedano comunque i limiti indicati recentemente da Giorgio Goggi su ArcipelagoMilano).
Allo stato attuale, quello che viene presentato come un progetto di Polo Tecnologico ha bisogno di essere orientato in modo assai più deciso e convincente verso un obiettivo di vera ricerca. Occorrerebbe, anche grazie all’intervento del governo che giudico cruciale, un progetto simile a quello che è stato oltre dieci anni fa la costituzione e il decollo dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, che si è imposto come una delle realtà più avanzate in campo internazionale nella ricerca di base e applicata in campi ad alto contenuto etico come l’ambiente e la sanità; un progetto per Milano, magari appoggiato su solide istituzioni già presenti.
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Fonte: Linkiesta.it
sabato 17 ottobre 2015
Maker Faire: la fiera degli artigiani digitali tra innovazione e scontri
E' iniziata ieri la tre giorni romana dei makers, ovvero degli innovatori, accolta anche dalla contestazione dei collettivi universitari.
Soltanto ieri a visitare la Maker Faire di Roma, ospitata dalla Sapienza, sono stati in 15mila. Non solo appassionati di tecnologia e di 'artigianato digitale' ma anche semplici curiosi attratti, magari, da una delle attrazioni che svetta all'interno del campus romano: una gigantesca stampante 3D alta addirittura 12 metri capace di creare una casa. Un biglietto da visita eccezionale per quella che è già stata riconosciuta come la stampante 3D più grande del mondo, rigorosamente made in Italy, realizzata da un'azienda di settore di Ravenna. Ecco l'incontro romano tra piccole realtà e veri e propri colossi digitali del calibro di Google ed Intel.
Protagonisti stampanti digitali e droni
Gli ambiti letteralmente travolti dalle 700 innovazioni scelte per essere presentate alla fiera sono innumerevoli: si va dalla mobilità all'abbigliamento (rigorosamente hi-tech), dal mondo animale alle previsioni del tempo. Il tutto raccontato in 600 stand sparsi per tutto il campus. I maker coinvolti sono poco più di un'ottantina, pronti a illustrare il loro progetto innovativo e rivoluzionario. Tra di loro anche alcuni giovanissimi. Grandi protagonisti della fiera, oltre alle stampanti 3D - ormai capaci di realizzare ogni nostro desiderio -, anche i droni. Proprio alle 14 di oggi è prevista la cosiddetta 'drone war', un vero e proprio combattimento che non può non ricordarci i combattimenti tra robot visti e rivisti nei film americani popolati dai giovani nerd di turno.
E proprio parlando di robot, non si può non citare l'originale inaugurazione del Maker Faire, il cui nastro è stato tagliato da un ospite d'eccezione alto ben due metri. Stiamo parlando di un robot intelligente antropomorfo, il Walk-Man Humanoid, che ha permesso alla kermesse di porre fin da subito l'accento sui robot e sull'intelligenza artificiale.
Gli scontri
La Sapienza, il maggior ateneo romano, è stata chiusa per accogliere la tre giorni di Maker Faire. I collettivi universitari non hanno esitato a farsi sentire e a rivendicare il loro diritto ad entrare nel loro Ateneo senza pagare il biglietto, per loro disponibile a un prezzo scontato. "Già paghiamo le tasse: non posso chiudere la nostra università e imporci di entrare soltanto dopo aver pagato un biglietto". Dopo la risposta degli organizzatori, che avevano proposto l'ingresso gratuito a piccoli gruppi, la settantina di studenti riunitisi in piazzale Aldo Moro ha tentato di sfondare il cordone della polizia, per poi essere caricati e malmenati.
Per respingere i manifestanti sono stati utilizzati anche gli idranti. Il bilancio è stato di 4 fermati (e non 5, come si era inizialmente creduto), di un ferito tra i manifestanti e due tra la polizia. Sull'episodio la Questura è stata chiara: "Tutto è stato ripreso dalla videocamera della polizia scientifica". La protesta degli universitari non riguardava soltanto il biglietto ma anche la sospensione di lezioni e attività di ricerca ovvero, per dirla con le loro parole, della privatizzazione di una struttura pubblica tal'è La Sapienza di Roma.
Fonte: Blasting News Italia
Soltanto ieri a visitare la Maker Faire di Roma, ospitata dalla Sapienza, sono stati in 15mila. Non solo appassionati di tecnologia e di 'artigianato digitale' ma anche semplici curiosi attratti, magari, da una delle attrazioni che svetta all'interno del campus romano: una gigantesca stampante 3D alta addirittura 12 metri capace di creare una casa. Un biglietto da visita eccezionale per quella che è già stata riconosciuta come la stampante 3D più grande del mondo, rigorosamente made in Italy, realizzata da un'azienda di settore di Ravenna. Ecco l'incontro romano tra piccole realtà e veri e propri colossi digitali del calibro di Google ed Intel.
Protagonisti stampanti digitali e droni
Gli ambiti letteralmente travolti dalle 700 innovazioni scelte per essere presentate alla fiera sono innumerevoli: si va dalla mobilità all'abbigliamento (rigorosamente hi-tech), dal mondo animale alle previsioni del tempo. Il tutto raccontato in 600 stand sparsi per tutto il campus. I maker coinvolti sono poco più di un'ottantina, pronti a illustrare il loro progetto innovativo e rivoluzionario. Tra di loro anche alcuni giovanissimi. Grandi protagonisti della fiera, oltre alle stampanti 3D - ormai capaci di realizzare ogni nostro desiderio -, anche i droni. Proprio alle 14 di oggi è prevista la cosiddetta 'drone war', un vero e proprio combattimento che non può non ricordarci i combattimenti tra robot visti e rivisti nei film americani popolati dai giovani nerd di turno.
E proprio parlando di robot, non si può non citare l'originale inaugurazione del Maker Faire, il cui nastro è stato tagliato da un ospite d'eccezione alto ben due metri. Stiamo parlando di un robot intelligente antropomorfo, il Walk-Man Humanoid, che ha permesso alla kermesse di porre fin da subito l'accento sui robot e sull'intelligenza artificiale.
Gli scontri
La Sapienza, il maggior ateneo romano, è stata chiusa per accogliere la tre giorni di Maker Faire. I collettivi universitari non hanno esitato a farsi sentire e a rivendicare il loro diritto ad entrare nel loro Ateneo senza pagare il biglietto, per loro disponibile a un prezzo scontato. "Già paghiamo le tasse: non posso chiudere la nostra università e imporci di entrare soltanto dopo aver pagato un biglietto". Dopo la risposta degli organizzatori, che avevano proposto l'ingresso gratuito a piccoli gruppi, la settantina di studenti riunitisi in piazzale Aldo Moro ha tentato di sfondare il cordone della polizia, per poi essere caricati e malmenati.
Per respingere i manifestanti sono stati utilizzati anche gli idranti. Il bilancio è stato di 4 fermati (e non 5, come si era inizialmente creduto), di un ferito tra i manifestanti e due tra la polizia. Sull'episodio la Questura è stata chiara: "Tutto è stato ripreso dalla videocamera della polizia scientifica". La protesta degli universitari non riguardava soltanto il biglietto ma anche la sospensione di lezioni e attività di ricerca ovvero, per dirla con le loro parole, della privatizzazione di una struttura pubblica tal'è La Sapienza di Roma.
Fonte: Blasting News Italia
mercoledì 14 ottobre 2015
Processo all’università: sempre più inefficace e iniqua
I giovani non si fidano più e fuggono dalle università italiane: crollo delle immatricolazioni e degli iscritti ai test d'ingresso. Investimenti inferiori ai partner europei. Forbice fra Nord-Sud e fra ricchi e poveri che si apre inesorabile. Questi i numeri degli atenei nella penisola
Di Matteo Luca Andriola
Gli anni della contestazione giovanile hanno avuto come lascito positivo lo sviluppo dell’università di massa. Parlando del caso meneghino, l’Università degli Studi di Milano passò dai 7.461 iscritti del 1959 ai quasi 20.000 del 1969-70. Da quel momento, anche sullo sfondo della contestazione studentesca e delle ulteriori suggestioni che questa alimentava, la tendenza si fece via via più intensa e accelerata, fino alla punta dei 63.642 iscritti nel 1978-79, un processo che coinvolgeva tutto l’universo universitario italiano.
Negli ultimi dieci anni però si assiste ad una netta controtendenza. «In un mercato del lavoro condizionato dalle reti di relazioni e dalla prevalenza di canali informali di reclutamento, l’indagine testimonia che nel corso della recessione la mobilità sociale non è certo migliorata: la crisi occupazionale ha colpito maggiormente chi proviene da contesti meno favoriti, ingessando ancor di più la struttura sociale del Paese», è stato il commento del professor Francesco Ferrante. Parlava al convegno che a maggio si è svolto sul XVII Rapporto AlmaLaurea, “Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati” all’Università Bicocca di Milano. «Tra il 2006 e il 2014 il tasso di occupazione dei giovani provenienti da famiglie meno favorite si è ridotto di 10 punti percentuali, a fronte di una riduzione di tre punti per i giovani provenienti dalle famiglie più favorite».
"Le retribuzioni dei laureati provenienti da famiglie con laureati sono scese del 13%, quelle di chi ha famiglie con licenza elementare del 20%
Una dinamica simile si è registrata anche per le retribuzioni reali, diminuite tra il 2006 e il 2014 del 13% per i laureati provenienti da famiglie dove almeno uno dei genitori è in possesso di laurea; la discesa per chi proviene dalle famiglie in possesso di licenza elementare è stata invece del 20 per cento. Di conseguenza l’appetibilità degli studi universitari, soprattutto per i giovani provenienti da questi contesti, ne ha risentito e rischia di affievolire ulteriormente il ruolo dell’istruzione avanzata come ascensore sociale. Quella che viene sempre definita “morte dell’università” è sempre di più un dato strutturale: le iscrizioni all’università sono in decrescita, di anno in anno. Nel 2013 fece scalpore il dato dei 58.000 immatricolati in meno rispetto al decennio precedente. Ma non bisogna fermarsi al solo crollo delle immatricolazioni. Infatti, fra il 2015 e il 2014 si sono registrate quasi 70.000 iscrizioni in meno (45.000 solo al Sud); e nel 2014 si registrava un calo rispetto al 2013 di oltre 32.000 iscritti (dato fornito dall'Anagrafe nazionale degli studenti universitari elaborata dal Miur).
"Le immatricolazioni per l’anno accademico 2014/15 sono precipitate del 20% rispetto a quelle dell’anno 2004/5. Un calo che è più forte al Sud
Significa non solo che nelle università ci sono molti fuoricorso (per motivi disparati: non è per forza sinonimo di “mantenuto”, dato che molti lavorano), ma che numerosi studenti abbandonano gli studi, non ritenendo indispensabile concludere quel percorso per accedere al lavoro. Calano anche le iscrizioni ai test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso (medicina, architettura, veterinaria): meno di 80.000 nel 2015 contro i 90.000 del 2014 e i 115.000 del 2013. Il numero di quest’anno, però, è comunque alto se si pensa che corrisponde a circa il 30% degli immatricolati nello scorso anno accademico.
Chi è il responsabile di questa situazione? L'Udu (l’Unione degli universitari) attribuisce la responsabilità alla riforma Gelmini, uno spartiacque del rapporto tra diplomati e università: secondo Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu, «Le prime rilevazioni su immatricolazioni e iscrizioni per l’anno accademico 2014-15 sono in linea con le nostre paure e previsioni. Assistiamo a una consistente migrazione di studenti dovuta allo squilibrio nelle politiche e nei finanziamenti per il diritto allo studio tra Sud e Centro-Nord. E il pesante incremento di numeri programmati ha colpito particolarmente gli atenei meridionali». Quel dicembre 2010 – quando fu approvata la riforma universitaria n. 240 – ha poi coinciso con l’inizio della fase più aspra della peggiore crisi economica italiana dal dopoguerra. Le motivazioni, oltre che politiche, sono anche di tipo economico-sociale. Salvo Intravaia scriveva a maggio su La Repubblica che «la fuga dalle aule universitarie ha in pratica colpito esclusivamente i ragazzi degli istituti tecnici e professionali, prevalentemente figli di famiglie di classi sociali ed economiche più esposte alla crisi», questo per i tagli al Ffo (con la conseguente impennata delle tasse) e ai fondi nazionali e regionali per il diritto allo studio con la legge di Stabilità.
La Crui, la Conferenza dei rettori contraltare degli studenti, rileva nel 2015 la diminuzione di 87,4 milioni di euro per il Fondo di finanziamento ordinario, con tagli, dal 2009, di oltre 800 milioni. Oggi l'Ffo girato dallo Stato alle università italiane rappresenta lo 0,42% del Pil contro lo 0,99% in Francia e lo 0,92% in Germania.
"Gli immatricolati che hanno conseguito il diploma in un istituto tecnico o professionale crollano del 45% rispetto a dieci anni fa. Inoltre, per la prima volta, il dato significativo è il calo del laureati, 258.052 nel 2014, 37.616 in meno, cioè il 12,72%, il peggior dato dal 2003-04
Il mutamento del ruolo dell’università e delle prospettive di lavoro offerte da una laurea, è un’altra causa di crisi. La discrepanza fra laureati e i posti di lavoro qualificato disponibili, rende l’università un enorme bacino di raccolta dei giovani della classe media, che aspirano ad una scalata sociale e possono permettersi di sostenere i costi degli studi universitari.
La crisi economica inoltre – e la cura basata su politiche di austerity – ha creato una forbice geografico-sociale fra Nord e Sud, favorendo l’emigrazione interna dei giovani diplomati meridionali che si immatricolano nelle università settentrionali. Quando il mercato del lavoro diventa più selettivo diminuisce il valore del titolo e aumenta quello delle effettive competenze; gli studenti più motivati (e con i mezzi economici per farlo) cercano di distinguersi, conseguendo titoli più spendibili sul mercato in zone dove le università sono più “competitive”. E nelle facoltà meridionali il calo delle immatricolazioni è stato più accentuato tra i più poveri: in base ai dati dell’Indagine sui consumi delle famiglie promosso dall’Istat, i giovani meridionali provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più alti hanno una probabilità di essere iscritti all’università 2,3 volte superiore a quella dei giovani provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più bassi; il rapporto tra le due probabilità era più basso prima della crisi. Uno dei fattori di abbandono dell’università infatti – specie al Sud – sono le rette salate, aumentate in maniera esponenziale, e non sempre le famiglie possono permettersi di mantenere uno o più figli per 5 o più anni.
"In base ai dati forniti del ministero dell’Istruzione, università e ricerca, dal 2007 al 2013, il costo delle rette è passato da 702 a 769 €, una costante in tutti gli atenei del paese anche se le rette restano inferiori al Sud, dove il tenore di vita è più basso
Inoltre, rispetto agli anni precedenti la crisi e anche per effetto dell’aumento dei costi dell’università, la spesa per istruzione, fra tasse universitarie, libri e costi di mantenimento, è salita dal 7,5 al 9,4% del totale delle famiglie con figli studenti. Il Corriereuniv.it, un bollettino online che da voce agli studenti, riportava il 15 giugno 2015 che le tasse universitarie erano aumentate del 5% nell’ultimo anno. Inoltre “Il dato peggiora ulteriormente se osservato sugli ultimi 10 anni […] dal 2005 ad oggi le università italiane hanno deliberato un aumento esponenziale delle tasse universitarie, di oltre il 50%. In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro, dato da solo utile a smontare una volta per tutte gli assunti di chi sostiene che l’università italiana si quasi gratuita”. «Nel 2012 Monti ha sostanzialmente liberalizzato le tasse studentesche, indebolendo l’unico vincolo normativo che impediva agli atenei di aumentarle liberamente», spiega Scuccimarra alla testata universitaria, proponendo in alternativa una seria riforma del sistema «che riduca il peso delle tasse, soprattutto per i redditi più bassi, e introduca un criterio forte di progressività, omogeneo in tutti gli atenei».
"In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro
Ma la forbice non è solo fra Nord e Sud Italia, fra il paese e gli altri d’Europa. Tutti gli indicatori Ocse mostrano che le che le risorse reali destinate all’università nel nostro Paese sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle investite in Spagna, Francia, Germania e Svezia. Insomma, siamo il paese che meno investe nell’istruzione e dove gli esecutivi affrontano la crisi con misure improntate al contenimento della spesa pubblica, che include l’istruzione. Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, La Repubblica riportava che “la Francia e la Spagna spendono 171; la Germania 201; la Svezia 230. Un laureato italiano costa, in termini di risorse pubbliche e private assorbite e a parità di potere di acquisto, la metà di un laureato tedesco e circa il 30% in meno della media dei paesi Ocse”. La decrescita delle iscrizioni all’università è direttamente proporzionale alla decrescita degli investimenti, da non imputare a delle ricette di Bruxelles, ma a errate scelte governative italiane, che non influenzeranno senz’altro in maniera positiva l’uscita dalla crisi. Il finanziamento reale del diritto allo studio da portare ai livelli europei, assieme ad una riforma delle tasse universitarie per ridurle e introdurre criteri uniformi di progressività ed equità a livello nazionale (continuando ad adattarle al reddito), quindi eliminando i numeri programmati per favorire l'iscrizione, potrebbe senz’altro render più competitiva e inclusiva l’università italiana.
Fonte: Linkiesta.it
Di Matteo Luca Andriola
(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)
Gli anni della contestazione giovanile hanno avuto come lascito positivo lo sviluppo dell’università di massa. Parlando del caso meneghino, l’Università degli Studi di Milano passò dai 7.461 iscritti del 1959 ai quasi 20.000 del 1969-70. Da quel momento, anche sullo sfondo della contestazione studentesca e delle ulteriori suggestioni che questa alimentava, la tendenza si fece via via più intensa e accelerata, fino alla punta dei 63.642 iscritti nel 1978-79, un processo che coinvolgeva tutto l’universo universitario italiano.
Negli ultimi dieci anni però si assiste ad una netta controtendenza. «In un mercato del lavoro condizionato dalle reti di relazioni e dalla prevalenza di canali informali di reclutamento, l’indagine testimonia che nel corso della recessione la mobilità sociale non è certo migliorata: la crisi occupazionale ha colpito maggiormente chi proviene da contesti meno favoriti, ingessando ancor di più la struttura sociale del Paese», è stato il commento del professor Francesco Ferrante. Parlava al convegno che a maggio si è svolto sul XVII Rapporto AlmaLaurea, “Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati” all’Università Bicocca di Milano. «Tra il 2006 e il 2014 il tasso di occupazione dei giovani provenienti da famiglie meno favorite si è ridotto di 10 punti percentuali, a fronte di una riduzione di tre punti per i giovani provenienti dalle famiglie più favorite».
"Le retribuzioni dei laureati provenienti da famiglie con laureati sono scese del 13%, quelle di chi ha famiglie con licenza elementare del 20%
Una dinamica simile si è registrata anche per le retribuzioni reali, diminuite tra il 2006 e il 2014 del 13% per i laureati provenienti da famiglie dove almeno uno dei genitori è in possesso di laurea; la discesa per chi proviene dalle famiglie in possesso di licenza elementare è stata invece del 20 per cento. Di conseguenza l’appetibilità degli studi universitari, soprattutto per i giovani provenienti da questi contesti, ne ha risentito e rischia di affievolire ulteriormente il ruolo dell’istruzione avanzata come ascensore sociale. Quella che viene sempre definita “morte dell’università” è sempre di più un dato strutturale: le iscrizioni all’università sono in decrescita, di anno in anno. Nel 2013 fece scalpore il dato dei 58.000 immatricolati in meno rispetto al decennio precedente. Ma non bisogna fermarsi al solo crollo delle immatricolazioni. Infatti, fra il 2015 e il 2014 si sono registrate quasi 70.000 iscrizioni in meno (45.000 solo al Sud); e nel 2014 si registrava un calo rispetto al 2013 di oltre 32.000 iscritti (dato fornito dall'Anagrafe nazionale degli studenti universitari elaborata dal Miur).
"Le immatricolazioni per l’anno accademico 2014/15 sono precipitate del 20% rispetto a quelle dell’anno 2004/5. Un calo che è più forte al Sud
Significa non solo che nelle università ci sono molti fuoricorso (per motivi disparati: non è per forza sinonimo di “mantenuto”, dato che molti lavorano), ma che numerosi studenti abbandonano gli studi, non ritenendo indispensabile concludere quel percorso per accedere al lavoro. Calano anche le iscrizioni ai test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso (medicina, architettura, veterinaria): meno di 80.000 nel 2015 contro i 90.000 del 2014 e i 115.000 del 2013. Il numero di quest’anno, però, è comunque alto se si pensa che corrisponde a circa il 30% degli immatricolati nello scorso anno accademico.
Chi è il responsabile di questa situazione? L'Udu (l’Unione degli universitari) attribuisce la responsabilità alla riforma Gelmini, uno spartiacque del rapporto tra diplomati e università: secondo Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu, «Le prime rilevazioni su immatricolazioni e iscrizioni per l’anno accademico 2014-15 sono in linea con le nostre paure e previsioni. Assistiamo a una consistente migrazione di studenti dovuta allo squilibrio nelle politiche e nei finanziamenti per il diritto allo studio tra Sud e Centro-Nord. E il pesante incremento di numeri programmati ha colpito particolarmente gli atenei meridionali». Quel dicembre 2010 – quando fu approvata la riforma universitaria n. 240 – ha poi coinciso con l’inizio della fase più aspra della peggiore crisi economica italiana dal dopoguerra. Le motivazioni, oltre che politiche, sono anche di tipo economico-sociale. Salvo Intravaia scriveva a maggio su La Repubblica che «la fuga dalle aule universitarie ha in pratica colpito esclusivamente i ragazzi degli istituti tecnici e professionali, prevalentemente figli di famiglie di classi sociali ed economiche più esposte alla crisi», questo per i tagli al Ffo (con la conseguente impennata delle tasse) e ai fondi nazionali e regionali per il diritto allo studio con la legge di Stabilità.
La Crui, la Conferenza dei rettori contraltare degli studenti, rileva nel 2015 la diminuzione di 87,4 milioni di euro per il Fondo di finanziamento ordinario, con tagli, dal 2009, di oltre 800 milioni. Oggi l'Ffo girato dallo Stato alle università italiane rappresenta lo 0,42% del Pil contro lo 0,99% in Francia e lo 0,92% in Germania.
"Gli immatricolati che hanno conseguito il diploma in un istituto tecnico o professionale crollano del 45% rispetto a dieci anni fa. Inoltre, per la prima volta, il dato significativo è il calo del laureati, 258.052 nel 2014, 37.616 in meno, cioè il 12,72%, il peggior dato dal 2003-04
Il mutamento del ruolo dell’università e delle prospettive di lavoro offerte da una laurea, è un’altra causa di crisi. La discrepanza fra laureati e i posti di lavoro qualificato disponibili, rende l’università un enorme bacino di raccolta dei giovani della classe media, che aspirano ad una scalata sociale e possono permettersi di sostenere i costi degli studi universitari.
La crisi economica inoltre – e la cura basata su politiche di austerity – ha creato una forbice geografico-sociale fra Nord e Sud, favorendo l’emigrazione interna dei giovani diplomati meridionali che si immatricolano nelle università settentrionali. Quando il mercato del lavoro diventa più selettivo diminuisce il valore del titolo e aumenta quello delle effettive competenze; gli studenti più motivati (e con i mezzi economici per farlo) cercano di distinguersi, conseguendo titoli più spendibili sul mercato in zone dove le università sono più “competitive”. E nelle facoltà meridionali il calo delle immatricolazioni è stato più accentuato tra i più poveri: in base ai dati dell’Indagine sui consumi delle famiglie promosso dall’Istat, i giovani meridionali provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più alti hanno una probabilità di essere iscritti all’università 2,3 volte superiore a quella dei giovani provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più bassi; il rapporto tra le due probabilità era più basso prima della crisi. Uno dei fattori di abbandono dell’università infatti – specie al Sud – sono le rette salate, aumentate in maniera esponenziale, e non sempre le famiglie possono permettersi di mantenere uno o più figli per 5 o più anni.
"In base ai dati forniti del ministero dell’Istruzione, università e ricerca, dal 2007 al 2013, il costo delle rette è passato da 702 a 769 €, una costante in tutti gli atenei del paese anche se le rette restano inferiori al Sud, dove il tenore di vita è più basso
Inoltre, rispetto agli anni precedenti la crisi e anche per effetto dell’aumento dei costi dell’università, la spesa per istruzione, fra tasse universitarie, libri e costi di mantenimento, è salita dal 7,5 al 9,4% del totale delle famiglie con figli studenti. Il Corriereuniv.it, un bollettino online che da voce agli studenti, riportava il 15 giugno 2015 che le tasse universitarie erano aumentate del 5% nell’ultimo anno. Inoltre “Il dato peggiora ulteriormente se osservato sugli ultimi 10 anni […] dal 2005 ad oggi le università italiane hanno deliberato un aumento esponenziale delle tasse universitarie, di oltre il 50%. In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro, dato da solo utile a smontare una volta per tutte gli assunti di chi sostiene che l’università italiana si quasi gratuita”. «Nel 2012 Monti ha sostanzialmente liberalizzato le tasse studentesche, indebolendo l’unico vincolo normativo che impediva agli atenei di aumentarle liberamente», spiega Scuccimarra alla testata universitaria, proponendo in alternativa una seria riforma del sistema «che riduca il peso delle tasse, soprattutto per i redditi più bassi, e introduca un criterio forte di progressività, omogeneo in tutti gli atenei».
"In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro
Ma la forbice non è solo fra Nord e Sud Italia, fra il paese e gli altri d’Europa. Tutti gli indicatori Ocse mostrano che le che le risorse reali destinate all’università nel nostro Paese sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle investite in Spagna, Francia, Germania e Svezia. Insomma, siamo il paese che meno investe nell’istruzione e dove gli esecutivi affrontano la crisi con misure improntate al contenimento della spesa pubblica, che include l’istruzione. Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, La Repubblica riportava che “la Francia e la Spagna spendono 171; la Germania 201; la Svezia 230. Un laureato italiano costa, in termini di risorse pubbliche e private assorbite e a parità di potere di acquisto, la metà di un laureato tedesco e circa il 30% in meno della media dei paesi Ocse”. La decrescita delle iscrizioni all’università è direttamente proporzionale alla decrescita degli investimenti, da non imputare a delle ricette di Bruxelles, ma a errate scelte governative italiane, che non influenzeranno senz’altro in maniera positiva l’uscita dalla crisi. Il finanziamento reale del diritto allo studio da portare ai livelli europei, assieme ad una riforma delle tasse universitarie per ridurle e introdurre criteri uniformi di progressività ed equità a livello nazionale (continuando ad adattarle al reddito), quindi eliminando i numeri programmati per favorire l'iscrizione, potrebbe senz’altro render più competitiva e inclusiva l’università italiana.
Fonte: Linkiesta.it
domenica 12 luglio 2015
Marina in Brasile con AIESEC
Oggi vi raccontiamo l’esperienza di volontariato in AIESEC di Marina Angelini Marinucci, studentessa di Management d’Impresa presso l’università Sapienza di Roma. Marina è partita per un progetto di social entrepreneurship in Sud America ed ha contribuito allo sviluppo di una piccola impresa creata da studenti universitari.
“Il Brasile è un paese con alte potenzialità di crescita che però necessita della giusta spinta per progredire. Ho trascorso un mese e mezzo nella città di João Pessoa, capitale del Paraíba. Qui il tasso di analfabetizzazione raggiunge il 69%, è un paese povero, con alta criminalità, ma sono moltissimi i giovani intraprendenti con la voglia di scoprire, fare e creare. Attraverso un progetto Smarketing ho potuto mettere in pratica le competenze acquisite nei miei anni di studio nel campo della comunicazione aziendale. Ho aiutato un’impresa junior, creata da studenti universitari di Relazioni Internazionali, a svilupparsi per raggiungere l’obiettivo di aiutare la comunità a crescere e ad essere riconosciuta a livello economico, politico e imprenditoriale. Ho contribuito all’implementazione di un piano di marketing, fornendo idee per fund raising events e impartendo lezioni di Marketing Basics agli studenti dell’Università Federale del Paraíba”.
“Il progetto è stato interessantissimo e formativo, ma non è solo questo ciò che ha reso questa esperienza indimenticabile. Vivevo in un appartamento condiviso con due studentesse universitarie brasiliane che da subito mi hanno fatta sentire a casa, inoltre ogni weekend partecipavo ai meeting con gli altri volontari di AIESEC provenienti da ogni angolo del mondo, con i quali settimanalmente ci confrontavamo sul lavoro svolto e scambiavamo idee e consigli utili per svolgere al meglio i rispettivi progetti. Inoltre al mio arrivo mi è stato affidato un buddy all’interno del comitato locale, un ragazzo del posto che, insieme agli altri indigeni, mi ha aiutata ad inserirmi al meglio e a superare le difficoltà che inevitabilmente si presentano vivendo in un paese così lontano e con una cultura così differente. Il comitato è sempre stato disponibile e presente e ho conosciuto ragazzi di tutto il mondo con cui ho condiviso esperienze lavorative e non indimenticabili. Il risultato finale è stato uno scambio reciproco di culture differenti, modi di vivere, conoscenze ed esperienze di vita lontane dalle proprie e tutte da scoprire ed amare. L’esperienza che ho potuto vivere attraverso AIESEC si è così rivelata formativa ed utile non solo da un punto di vista professionale, quanto soprattutto in termini di crescita personale ed emotiva. Sono partita con l’intento di contribuire alla crescita di un popolo con le mie conoscenze, ed invece sono tornata arricchita dalla bellezza d’animo degli abitanti del nord est del Brasile e dall’affetto dei volontari di AIESEC provenienti da tutto il mondo.”
Francesca O’Heir
Sales & Marketing Manager, oGCDP Area
AIESEC Roma Sapienza
Fonte: OltremediaNews
sabato 27 giugno 2015
Un appello alla stampa responsabile
Perché non recensire ogni giorno i siti web virtuosi e segnalare quelli che spacciano bufale? Un servizio al pubblico sempre più necessario
L'opinione di Umberto Eco
Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.
La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.
Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.
È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. E alcune scomposte reazioni che ho poi visto in rete confermano la mia ragionevolissima tesi. Addirittura, qualcuno aveva riportato che secondo me in rete hanno la stessa evidenza le opinioni di uno sciocco e quelle di un premio Nobel, e subito si è diffusa viralmente una inutile discussione sul fatto che io avessi preso o no il premio Nobel. Senza che nessuno andasse a consultare Wikipedia. Questo per dire come si è inclini a parlare a vanvera.
Un utente normale della rete dovrebbe essere in grado di distinguere idee sconnesse da idee ben articolate, ma non è sempre detto, e qui sorge il problema del filtraggio, che non riguarda solo le opinioni espresse nei vari blog o twitter, ma è questione drammaticamente urgente per tutti i siti web, dove (e vorrei vedere chi ora protesta negandolo) si possono trovare sia cose attendibili e utilissime, sia vaneggiamenti di ogni genere, denunce di complotti inesistenti, negazionismi, razzismi, o anche solo notizie culturalmente false, imprecise, abborracciate.
Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.
Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno.
Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avrà bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al di fuori della redazione. È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa.
Fonte: L'Espresso
Leggi anche: Umberto Eco: "Con i social parola a legioni di imbecilli"
L'opinione di Umberto Eco
Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.
La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.
Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.
È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. E alcune scomposte reazioni che ho poi visto in rete confermano la mia ragionevolissima tesi. Addirittura, qualcuno aveva riportato che secondo me in rete hanno la stessa evidenza le opinioni di uno sciocco e quelle di un premio Nobel, e subito si è diffusa viralmente una inutile discussione sul fatto che io avessi preso o no il premio Nobel. Senza che nessuno andasse a consultare Wikipedia. Questo per dire come si è inclini a parlare a vanvera.
Un utente normale della rete dovrebbe essere in grado di distinguere idee sconnesse da idee ben articolate, ma non è sempre detto, e qui sorge il problema del filtraggio, che non riguarda solo le opinioni espresse nei vari blog o twitter, ma è questione drammaticamente urgente per tutti i siti web, dove (e vorrei vedere chi ora protesta negandolo) si possono trovare sia cose attendibili e utilissime, sia vaneggiamenti di ogni genere, denunce di complotti inesistenti, negazionismi, razzismi, o anche solo notizie culturalmente false, imprecise, abborracciate.
Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.
Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno.
Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avrà bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al di fuori della redazione. È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa.
Fonte: L'Espresso
Leggi anche: Umberto Eco: "Con i social parola a legioni di imbecilli"
Pubblicato da
Andrea De Luca
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domenica 21 giugno 2015
Studio americano: il mondo si avvia verso la sua sesta estinzione di massa
Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Advances e condotto dagli esperti della Stanford University, Princeton University e la University of California, mettono in preallarme l'umanità intera, lanciando un grido d'allarme: il mondo si sta imbarcando nella sua sesta estinzione di massa.
Il tasso di estinzione delle specie nel 20° secolo è stato fino a 100 volte superiore a quello che sarebbe stato senza l'impatto dell'uomo.
Molti studi avevano già messo in guardia da anni, che un evento di estinzione di massa simile a quello che spazzò via i dinosauri si poteva verificare, ma questo è legato strettamente agli esseri umani che degradano e distruggono gli habitat.
Uno dei ricercatori ha invitato ad agire presto, rilasciando queste dichiarazioni:
"Per evitare una vera estinzione di massa richiedono tempi rapidi e sforzi notevoli soprattutto per la conservazione delle specie già minacciate e in particolare la perdita di habitat, lo sfruttamento eccessivo per il guadagno economico e il cambiamento climatico".
Inoltre ricordano che gli esseri umani potrebbero essere tra le prime vittime e quello che ha distrutto negli anni, si ritorcerà contro.
Fonte: Web sul blog
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