giovedì 6 ottobre 2016

Oltre 20 vittime in un attentato dell'Isis contro i ribelli siriani sostenuti dalla Turchia

Un'esplosione ha ucciso molti miliziani appartenenti a un gruppo che partecipa all'operazione Euphrates Shield di Ankara contro Isis e curdi

Oltre 20 persone, tra cui soprattutto ribelli appoggiati da Ankara, sono morte in un'esplosione al confine tra Siria e Turchia, il 6 ottobre 2016. Credit: Kai Pfaffenbach

L’esplosione di una bomba nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia, ha ucciso oltre 20 persone, tra cui la maggior parte erano miliziani appartenenti a una fazione sostenuta da Ankara, e ne ha ferito decine, giovedì 6 ottobre 2016.

I miliziani ribelli colpiti, appartenenti al gruppo Failaq al-Sham, sono impegnati al fianco delle forze turche nell’operazione Euphrates Shield contro il sedicente Stato islamico, che ha rivendicato online la paternità dell’attacco di oggi.

L’operazione è anche volta a contenere l’espansione territoriale dei miliziani curdi nel nordest della Siria.

Non è chiaro se si sia trattato di un attentatore suicida o di un ordigno piazzato nell’area del valico di frontiera di Atmeh, a ovest di Aleppo.

Tra le vittime c’è anche il capo dell’organismo che si occupa di giustizia civile nei quartieri orientali di Aleppo stessa, quelli in mano ai ribelli, sheikh Khaled al-Sayyed e un giudice che lavorava al suo fianco.

--- Leggi anche: L'esercito turco si è scontrato con i miliziani dell'Isis in Siria

Fonte: The Post Internazionale

Gli Stati Uniti temono una nuova fuga di informazioni riservate

Un contractor che lavorava per la stessa società con cui collaborava Snowden avrebbe sottratto documenti top secret e rischia ora 10 anni di carcere

La sede della società per cui lavora il contractor arrestato con l'accusa di aver sottratto documenti secretati, in Virginia. Credits: Reuters

Un contractor dell’Agenzia nazionale per la sicurezza (Nsa) americana è stato arrestato dall'Fbi ad agosto 2016 con l’accusa di aver sottratto file secretati.

La notizia è stata diffusa dal New York Times e confermata da un comunicato stampa del dipartimento della giustizia statunitense diffuso mercoledì 5 ottobre 2016.

Harold Thomas Martin III, 51 anni, lavorava per conto di Booz Allen Hamilton, la stessa società di consulenza con cui collaborava Edward Snowden, il tecnico informatico che nel 2013 ha reso noti i dettagli di diversi programmi di sorveglianza di massa di Washington.

Martin è stato accusato di furto di proprietà del governo, rimozione non autorizzata e conservazione di informazioni altamente riservate. Sei documenti trovati in suo possesso sarebbero infatti classificati come "top secret".

Secondo quanto riportato dal New York Times, il contractor avrebbe rubato i codici informatici utilizzati dall'Nsa per violare i sistemi informatici di altri paesi, tra cui Cina, Russia, Corea del Nord e l'Iran.

L'Fbi ha fatto sapere che in un primo momento Martin ha negato le accuse, ma in seguito ha ammesso la sottrazione di documenti e file digitali. Non sono ancora chiare le motivazioni che lo hanno spinto.

"Non c'è alcuna prova che Martin abbia tradito il suo paese", ha dichiarato l'avvocato James Wyda. "Quello che sappiamo è che Martin ama la sua famiglia e il suo paese. Ha servito con onore questa nazione nella marina degli Stati Uniti e ha dedicato tutta la sua vita a proteggere il suo paese".

Martin rischia fino a 10 anni di carcere per il furto di proprietà del governo, e fino a un anno per la rimozione di materiali classificati.

John Carlin, capo della divisione "sicurezza nazionale" del dipartimento di Giustizia, ha detto che l'arresto evidenzia la minaccia potenzialmente rappresentata dagli addetti ai lavori.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 5 ottobre 2016

Il punto sulla Siria

I ribelli hanno respinto un attacco delle truppe governative ad Aleppo, intanto la Russia ha inviato un sistema di difesa missilistica nella base di Tartus

Una zona danneggiata dagli attacchi aerei nel quartiere di Tariq al-Bab di Aleppo, controllato dai ribelli. Credits: Abdalrhman Ismail

Dopo il fallimento del cessate il fuoco raggiunto lo scorso 12 settembre tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo omologo statunitense John Kerry sono ripresi gli scontri tra le truppe fedeli al governo di Bashar al-Assad e i ribelli, in particolar modo ad Aleppo.

Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti si incontreranno oggi per discutere della situazione nel paese e di come riavviare il processo di pace.

Ecco il punto delle ultime notizie sulla situazione in Siria e in particolare ad Aleppo:

- I ribelli hanno dichiarato il 4 ottobre di aver respinto un attacco da parte delle truppe regolari nella parte meridionale di Aleppo, mentre gli aerei russi e siriani continuano gli intensi bombardamenti sui quartieri residenziali che si trovano nella parte orientale della città.

- La Russia ha confermato il 4 ottobre di aver trasferito nella base siriana di Tartus un sistema di difesa missilistica S-300. Il portavoce del ministero della Difesa Igor Konashenkov ha detto che lo scopo è quello di “garantire la sicurezza della base rispetto a minacce aeree” e che si tratta di un “sistema puramente difensivo”.

La decisione arriva dopo giorni di tensione crescente tra Mosca e Washington. A seguito della rottura nei negoziati di pace sulla Siria, il 3 ottobre gli Stati Uniti hanno interrotto i rapporti bilaterali con la Russia volti a coordinare attacchi aerei contro i jihadisti. In risposta, Putin ha sospeso un accordo sul disarmo nucleare e lo smaltimento di plutonio.

- L'analisi delle immagini satellitari dell'attacco contro il convoglio di aiuti in Siria del 20 settembre scorso mostra che si è trattato di un attacco aereo, secondo quanto ha dichiarato oggi Lars Bromley, consulente di ricerca presso Unosat, l'agenzia satellitare delle Nazioni Unite. Circa venti persone sono rimaste uccise nel raid avvenuto nei pressi di Aleppo. Gli Stati Uniti hanno attribuito la responsabilità agli aerei russi, ma Mosca ha negato il suo coinvolgimento.

- Ieri l'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra'ad al-Hussein ha proposto di limitare l'uso del potere di veto da parte dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Questo consentirebbe di deferire la questione degli attacchi russi sui civili ad Aleppo alla Corte penale internazionale, una decisione in precedenza bloccata da Mosca e Pechino.

"Il deferimento al tribunale dell'Aia sarebbe più che giustificato data l'impunità diffusa e profondamente scioccante che ha caratterizzato il conflitto e l'entità dei crimini che sono stati commessi", ha dichiarato Zeid. "Alcuni di questi possono infatti essere paragonati a crimini di guerra e crimini contro l'umanità".

--- LEGGI ANCHE: NEGLI ULTIMI SEI GIORNI SONO MORTI QUASI 100 BAMBINI AD ALEPPO

Fonte: The Post Internazionale

martedì 4 ottobre 2016

Stati Uniti e Russia hanno smesso di parlarsi sulla Siria

Almeno per ora non ci saranno altre tregue: l'amministrazione Obama potrebbe passare a un "piano B"

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato americano John Kerry a Vienna, il 17 maggio 2016 (LEONHARD FOEGER/AFP/Getty Images)

Lunedì gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che «non c’è più niente che Stati Uniti e Russia possano dirsi sul raggiungimento di un accordo che potrebbe ridurre la violenza in Siria. Ed è una cosa tragica». La decisione di interrompere i contatti è stata presa dall’amministrazione statunitense dopo diverse richieste ai russi di interrompere gli intensi bombardamenti sulla parte orientale della città siriana di Aleppo, quella controllata dai ribelli, che vanno avanti da due settimane. Poco prima il governo russo aveva annunciato a sua volta la sospensione di un accordo firmato nel 2000 con gli Stati Uniti sul controllo degli armamenti, uno di quelli che si inserivano nei colloqui sul disarmo nel periodo successivo alla fine della Guerra Fredda.

Con gli ultimi avvenimenti di lunedì, i rapporti tra Stati Uniti e Russia sono diventati ancora più tesi. Al momento non esistono più le condizioni per trovare un accordo sulla guerra in Siria e la seconda parte della tregua interrotta due settimane fa – quella riguardante la collaborazione militare tra americani e russi per colpire due gruppi terroristi – sembra definitivamente saltata. Gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di non avere fatto niente per fermare l’offensiva militare del regime di Assad su Aleppo, mentre la Russia ha accusato gli Stati Uniti di non avere rispettato la sua parte di accordo, cioè convincere i ribelli più moderati a interrompere la collaborazione con Jabhat Fateh al Sham (uno dei gruppi che sta combattendo contro Assad e che fino a poco tempo fa era la divisione siriana di al Qaida). Il processo messo in moto dalle decisioni di lunedì ha due conseguenze immediate. La prima è che, stando così le cose, non ci sono le condizioni per fermare i bombardamenti su Aleppo orientale, dove vivono ancora 250mila persone (secondo le stime dell’ONU) senza praticamente più cibo e medicine, a causa del blocco totale dei rifornimenti imposto dal regime di Assad. La seconda potrebbe riguardare invece un ipotetico “piano B” degli americani, che con il fallimento dell’accordo con la Russia potrebbero accelerare su altre soluzioni a sostegno di alcuni gruppi ribelli.

Il Wall Street Journal aveva già scritto la scorsa settimana della ripresa di colloqui interni all’amministrazione Obama relativi alla possibilità di fornire più armi ai ribelli che stanno combattendo Assad. Finora gli Stati Uniti hanno limitato molto il trasferimento di armi, per il timore di una loro proliferazione. Il senso è: una volta che le armi entrano in Siria è praticamente impossibile tracciare il loro movimento ed esiste il rischio concreto che finiscano nelle mani di gruppi nemici. In una conversazione con dei siriani tenuta lo scorso mese ma rivelata solo pochi giorni fa dal New York Times, il segretario di Stato americano John Kerry ha detto di essere una delle tre o quattro persone nell’amministrazione favorevoli all’uso della forza contro il regime di Assad, una posizione che finora ha perso. Non è chiaro nemmeno di che tipo di armi si stia parlando. Il governo americano ha escluso il rifornimento di Manpads, i missili antiaereo che possono essere trasportati a spalla, ma sembra che stia considerando altri sistemi antiaereo, anche se meno mobili. Oppure, ha scritto il Wall Street Journal, potrebbe dare il via libera ai suoi alleati nella regione – tra cui Turchia e Arabia Saudita – per fornire armi ai ribelli.

Per quanto riguarda l’accordo sul plutonio, ha scritto il New York Times, quella della Russia è una mossa che ha conseguenze più politiche che militari. L’accordo non ha alcuna incidenza sul numero delle armi nucleari dispiegate da Stati Uniti e Russia, ma riguarda il plutonio tenuto nei depositi dei due paesi e che in teoria potrebbe essere utilizzato per costruire armi nucleari. Intanto la situazione è piuttosto tesa anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove la Francia sta promuovendo una sua risoluzione che chiede al regime di Assad di fermare i bombardamenti aerei e permettere il passaggio degli aiuti umanitari. Il governo russo, che nel Consiglio di Sicurezza ha il potere di veto e che quindi può fermare l’approvazione di qualsiasi risoluzione, ha già detto che si opporrà. Lunedì Vitaly Churkin, ambasciatore russo all’ONU, ha detto che interrompere gli attacchi aerei è fuori discussione, perché i terroristi hanno preso Aleppo “in ostaggio” e l’intervento russo è finalizzato a sconfiggerli.

Fonte: Il Post

Una nuova perizia sostiene che Stefano Cucchi sarebbe morto per epilessia

I tecnici nominati dal gip nel processo Cucchi-bis ritengono che l'ipotesi più attendibile sia il decesso improvviso del giovane per un attacco epilettico


"Una morte improvvisa e inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti-epilettici". Secondo quanto riportato dall'agenzia Ansa è questa l'ipotesi che i periti medico-legali ritengono "dotata di maggiore forza ed attendibilità" in merito alla morte di Stefano Cucchi, geometra romano arrestato per droga nel 2009 e morto sei giorni dopo.

Al termine della perizia tecnica i consulenti nominati dal gip nell'ambito dell'indagine Cucchi-bis hanno escluso che ci sia un nesso causale tra il pestaggio da parte dei carabinieri e il decesso di Stefano Cucchi. "Le lesioni riportate da Stefano Cucchi dopo il 15 ottobre 2009 non possono essere considerate correlabili causalmente o concausalmente, direttamente o indirettamente anche in modo non esclusivo, con l'evento morte", sostengono i periti.

"Con una perizia così ora abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale", ha commentato su Facebook la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi

LEGGI ANCHE: Stefano Cucchi fu torturato come Giulio Regeni

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 3 ottobre 2016

Federico Pizzarotti lascia il M5S

Il sindaco di Parma ha spiegato perché lascia il partito con cui fu eletto nel 2012

Il sindaco di Parma Federico Pizzarotti durante una conferenza stampa a Parma, 23 maggio 2016. (ANSA/UFFICIO STAMPA COMUNE DI PARMA)

Lunedì 3 ottobre il sindaco di Parma Federico Pizzarotti ha parlato durante una conferenza stampa con i giornalisti per fare il punto sull’attività dell’amministrazione comunale di Parma e ha annunciato di lasciare il Movimento 5 Stelle. Pizzarotti è stato eletto nel 2012 con il Movimento e poi è stato sospeso dal partito nel maggio del 2016 dopo essere stato indagato per abuso d’ufficio e dopo varie polemiche con Beppe Grillo sulle scelte politiche del partito. L’indagine è stata poi archiviata, ma Pizzarotti era rimasto sospeso.

Durante la conferenza stampa Pizzarotti ha parlato della sua città e poi ha detto: «Da uomo libero non posso che uscire da questo M5S che non è quello che era quando è nato. Ho dovuto fare l’ultimo passo. Sono qui a dire quello che né il direttorio né altri hanno avuto il coraggio di dire: è evidente che non si sia voluta ricomporre una situazione che poteva ricomporsi. Da quando il procedimento è stato archiviato, nessuno ha mai chiamato se non qualche sparuto parlamentare. Questo è il 144esimo giorno da una sospensione illegittima che non è prevista dai regolamenti. Sono l’unico sospeso d’Italia». Pizzarotti ha anche fatto diverse critiche al Movimento: «Da quelli che volevano aprire il Parlamento, da quelli che volevano le telecamere dentro le aule, siamo diventati quelli delle stanze chiuse». E ancora: «Si dovrebbero vergognare per non aver preso una decisione. Avrebbero potuto espellermi».

Sono anni oramai che il sindaco di Parma non parla o non viene invitato alle grandi manifestazioni del Movimento, che riceve critiche da commentatori e opinionisti sul blog di Beppe Grillo e che viene considerato quasi un “traditore”. Le tensioni sono iniziate poco dopo l’elezione a sindaco di Pizzarotti nel 2012, che fu festeggiata dallo stesso Grillo come un grande successo – Parma è stato il primo capoluogo di provincia amministrato dal M5S. In campagna elettorale, Pizzarotti aveva promesso di bloccare la costruzione di un inceneritore, ma la misura si era dimostrata impossibile dopo l’elezione.

Da allora i rapporti tra il sindaco di Parma e il resto del M5S hanno continuato a peggiorare, anche a causa delle critiche che spesso Pizzarotti rivolgeva al Movimento in occasione delle numerose espulsioni di parlamentari avvenute dopo le elezioni 2013. La rottura principale avvenne probabilmente nel dicembre 2014, quando Pizzarotti organizzò a Parma un evento tra amministratori locali e parlamentari del Movimento che secondo i giornali rappresentava una sorta di riunione dell’opposizione interna a Grillo.

Poi arrivò la storia dell’indagine per abuso d’ufficio nella quale Pizzarotti era rimasto coinvolto che portò a una sua sospensione con un post sul blog di Beppe Grillo: Pizzarotti era stato accusato di non aver comunicato ai dirigenti del M5S di aver ricevuto mesi prima l’avviso di garanzia e si era difeso spiegando che da tempo cercava di contattare il direttorio del Movimento 5 Stelle senza ricevere risposta. Pizzarotti aveva anche postato sui social network numerosi screenshot per testimoniare questi tentativi e aveva fatto notare che il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, indagato per un caso simile al suo, aveva ricevuto solidarietà e appoggio da tutti i leader del Movimento. Lo scorso 16 settembre il Tribunale di Parma ha archiviato l’inchiesta per abuso di ufficio in cui Pizzarotti era coinvolto.

Dal 26 settembre, dopo l’incontro del Movimento 5 Stelle a Palermo, sul blog di Beppe Grillo gli iscritti possono votare le proposte di un nuovo regolamento e per modificare il cosiddetto “Non Statuto”. L’obiettivo delle modifiche è soprattutto precisare e chiarire le procedure delle espulsioni e delle sanzioni disciplinari. Si indicano in modo più dettagliato i comportamenti sanzionabili e si prevedono sanzioni differenziate. Diversi osservatori hanno notato come le modifiche su sospensioni ed espulsioni avrebbero potuto colpire, in particolare, Federico Pizzarotti. Dopo le modifiche proposte Pizzarotti rischiava infatti di non poter partecipare con il M5S alle elezioni amministrative che si terranno il prossimo anno. Questa mattina, dopo aver annunciato la sua uscita, Pizzarotti ha detto che a Parma non ci sarà alcuna crisi di maggioranza, che per i cittadini non cambierà nulla e ha spiegato di non aver deciso nulla su una sua eventuale ricandidatura: ha precisato «che questo epilogo non pone nessuna base né a livello locale né nazionale» e che attualmente «non c’è nessuna lista civica». Rispondendo alle domande dei giornalisti ha anche detto che al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre voterà “No”.

Fonte: Il Post

Il Nobel per la medicina a Yoshinori Ohsumi

Per "le sue scoperte sui meccanismi di autofagia", con cui le cellule possono distruggere e riciclare parte del loro stesso materiale

Yoshinori Ohsumi (Akiko Matsushita/Kyodo News via AP)

Il premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia 2016 è stato assegnato a Yoshinori Ohsumi per “le sue scoperte sui meccanismi di autofagia”, con cui le cellule possono riciclare parte del loro stesso contenuto. Ohsumi ha 71 anni, è giapponese e ha dedicato buona parte della sua vita alla ricerca sulle caratteristiche delle cellule. Le sue scoperte hanno aperto nuove opportunità per studiare l’importanza dell’autofagia in numerosi processi fisiologici, dalla capacità di adattamento degli organismi al loro modo di rispondere alle infezioni. Mutazioni nei geni che regolano l’autofagia possono portare a malattie di vario tipo, compresi tumori e disturbi neurologici: dalla loro comprensione dipende lo sviluppo di nuove terapie per trattare queste patologie.

Organelli e riciclo
Le ricerche sull’autofagia di Ohsumi hanno alle spalle decenni di studi sul funzionamento delle cellule. Intorno alla metà degli anni Cinquanta furono osservati i “lisosomi”, vescicole (organelli) che contengono enzimi con la funzione di digerire le proteine, i carboidrati e i grassi, nell’ambito dei processi per tenere in ordine la cellula e smaltirne parte del contenuto. Negli anni seguenti furono scoperti altri dettagli sul funzionamento dei lisosomi e sui sistemi usati dalla cellula per trasportare verso questi organelli il materiale da distruggere. Complice il miglioramento dei microscopi e delle altre tecniche di osservazione, fu scoperto un ulteriore tipo di vescicola che fu chiamata “autofagosoma”: questa ha il compito di inglobare il materiale cellulare da distruggere – come proteine e organelli danneggiati – e di trasportarlo verso il lisosoma, dove viene riciclato e utilizzato per rinnovare altre strutture della cellula.

Negli anni Settanta e Ottanta, i ricercatori si concentrarono su un altro sistema usato dalle cellule per smaltire le proteine, chiamato “proteasoma”. Si scoprì che questo meccanismo degrada in modo molto efficiente le proteine una a una, ma all’epoca i ricercatori non furono in grado di spiegare come facesse la cellula a distruggere complessi proteici più grandi e organelli ormai inutilizzabili. Il meccanismo dell’autofagia non era stato ancora spiegato completamente, e qui entra in gioco Yoshinori Ohsumi.


Gli studi sui lieviti di Yoshinori Ohsumi
Alla fine degli anni Ottanta, Ohsumi iniziò a lavorare sui vacuoli nei lieviti, organelli che corrispondono più o meno ai lisosomi nelle cellule umane. I ricercatori utilizzano spesso i lieviti come basi per i loro studi, perché le loro cellule sono più semplici da analizzare e si moltiplicano velocemente. Le cellule dei lieviti hanno però il problema di essere molto piccole e quindi difficili da osservare al loro interno al microscopio. Non potendo avere conferma diretta dei meccanismi di autofagia in questo tipo di cellule, Ohsumi prese una strada alternativa: pensò che se fosse riuscito a interrompere l’attività dei vacuoli, avrebbe dovuto notare un aumento degli autofagosomi, perché questi si sarebbero ammassati nella cellula senza avere possibilità di essere smaltiti. Per farlo, coltivò lieviti selezionati in modo che non avessero gli enzimi che nei vacuoli degradano il materiale cellulare, e al tempo stesso indusse i meccanismi di autofagia lasciando la cellula senza possibilità di ottenere nuove risorse dall’esterno (cosa che quindi spinge a un riciclo dei suoi materiali per ottimizzare i consumi). I risultati furono oltre le sue aspettative: in poche ore le cellule del lievito si erano riempite di vescicole che non potevano essere smaltite.

Con questo esperimento, Ohsumi non solo dimostrò che l’autofagia si verifica anche nelle cellule del lievito, ma ottenne soprattutto un sistema per identificare i geni con le istruzioni per far funzionare questo processo. I risultati della sua ricerca furono pubblicati nel 1992 e ottennero grande risalto nella comunità scientifica, alla ricerca di nuovi sistemi per analizzare e modificare i comportamenti cellulari. Ad appena un anno dalla scoperta dell’autofagia nei lieviti, Ohsumi isolò i primi geni responsabili del meccanismo e negli studi seguenti descrisse nel dettaglio come si formano gli autofagosomi, come inglobano il materiale da riciclare e come interagiscono con i vacuoli per il loro smaltimento.


Perché è importante l’autofagia
Grazie al lavoro di Ohsumi e ai ricercatori che sono partiti dai risultati dei suoi esperimenti, oggi sappiamo che l’autofagia è alla base di funzioni fisiologiche fondamentali per le cellule. L’autofagia consente a una cellula di avere rapidamente a disposizione nuova energia, proteine da riciclare per ristrutturare i suoi contenuti e risorse per affrontare altri tipi di stress e di attacchi dall’esterno. L’autofagia è essenziale nel rimuovere e distruggere virus e batteri che si sono intrufolati nel materiale cellulare, per esempio, ma è anche alla base dei meccanismi che portano allo sviluppo e alla differenziazione delle cellule negli embrioni. Eliminando organelli e proteine danneggiati, le cellule contrastano inoltre il loro invecchiamento, riducendo il rischio di pericolose mutazioni.

Negli ultimi anni alcune ricerche hanno messo in relazione i malfunzionamenti nell’autofagia con alcune malattie come il Parkinson, il diabete di tipo 2 e altre patologie tipiche dell’invecchiamento. Ci sono anche studi che mettono in relazione un’autofagia difettosa con lo sviluppo di alcune forme tumorali.

Yoshinori Ohsumi è nato nel 1945 a Fukuoka in Giappone, ha conseguito un dottorato di ricerca nel 1974 presso l’Università di Tokyo dove nel 1988 ha aperto il suo laboratorio di ricerca; dal 2009 insegna presso il Tokyo Institute of Technology. L’autofagia è un fenomeno noto da almeno 50 anni, ma la sua importanza fondamentale nella fisiologia e nella medicina è stata messa in evidenza solo grazie agli studi senza precedenti di Ohsumi, che oggi gli sono valsi il premio Nobel.

Fonte: Il Post

Il referendum sui migranti in Ungheria non raggiunge il quorum

L'affluenza alle urne non ha raggiunto il 50 per cento, ma quasi tutti coloro che si sono recati a votare hanno respinto le quote di ripartizione decise dall'Ue

Elettrici ungheresi si sono recate a votare il referendum sui migranti in abito tradizionale. Credit: Bernadett Szabo

Il referendum in Ungheria sulla ripartizione dei migranti nell'Unione europea non ha raggiunto il quorum del 50 per cento.

Ma il quadro della votazione tenuta domenica 2 ottobre, è molto chiaro. Quasi tutti gli elettori ungheresi che si sono recati alle urne hanno votato NO alle quote di ripartizione di migranti decise dall'Unione europea.

Secondo l’Ufficio elettorale nazionale, a scrutinio quasi terminato, il 98,3 per cento di coloro che hanno espresso una preferenza, si sono schierati al fianco del primo ministro Viktor Orban a sfidare Bruxelles.

Attaccato dalle opposizioni, il premier ha dichiarato che modificherà la costituzione per garantire che l'Unione europea non invii i migranti in Ungheria dopo il referendum.

"Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque. L'importante è che i NO siano maggioranza", aveva dichiarato il premier ungherese dopo essersi recato al seggio nel suo quartiere a Budapest.

Degli 8,26 milioni di aventi diritto, solo il 40 per cento, ossia circa 3,249 milioni di persone, si sono recati a votare. Nel 2004, quando si votava sull’accesso all’Unione europea, avevano partecipato 3,056 milioni di elettori.

Malgrado il referendum non abbia raggiunto il quorum e proprio come sostiene Orban, quindi, i risultati di questa domenica sono altamente significativi.

Come altri paesi ex comunisti del blocco dell’est europeo, l’Ungheria si oppone strenuamente alla politica dell’Ue di ripartire i richiedenti asilo tra i paesi membri, nonostante la quota assegnata a Budapest sia di meno di 1.300 persone.

Il governo di destra ungherese ha reagito all’afflusso dei migranti provenienti dai Balcani e diretti verso i paesi del nord Europa sigillando i suoi confini con filo spinato e migliaia di uomini dell’esercito e della polizia schierati lungo le frontiere meridionali.

L’Ungheria, con le sue radici cristiane, non intende accogliere i migranti musulmani che minerebbero la sicurezza del paese, sostiene Orban.

Inoltre, Budapest ritiene che la questione dell’immigrazione sia un affare interno dei singoli paesi membri dell’Ue e che non devono esserci ingerenze da parte di Bruxelles, contrariamente all’esigenza sottolineata dai leader di Germania e Italia rispetto alla collaborazione di tutta l’Europa nella gestione della cosiddetta crisi dei migranti.

Orban non si è attirato solo le critiche degli altri leader europei, ma anche dei gruppi in difesa dei diritti umani che ne hanno denunciato la retorica populista e demagogica a chiaro sfondo xenofobo e anti islamico.

Fonte: The Post Internazionale