martedì 3 novembre 2015

Stop al consumo del suolo entro il 2050. Troppo tardi per l’Italia che frana

La nuova legge è quasi pronta per approdare alla Camera. Ecco i punti salienti e i compiti delle Regioni, tra dubbi e malumori


Di Arianna Pescini

Nuovi vincoli ambientali e l’obiettivo, da qui a 30 anni, di frenare la cementificazione selvaggia. La legge approvata dalle Commissioni ambiente e agricoltura è in dirittura d’arrivo per l’esame delle Camere, anche se l’ampio potere decisionale del governo ha fatto storcere il naso a chi avrebbe preferito una regolamentazione unica e decisiva ma più “democratica”. In realtà anche le Regioni avranno un ampio margine di manovra, e potranno diversificare i provvedimenti da caso a caso. Il testo finale, che verrà sottoposto prima al parere della Conferenza Unificata Stato-Regioni, terrà conto infatti delle specificità territoriali, e definirà la «riduzione progressiva vincolante di consumo del suolo», ad esclusione però delle opere ed infrastrutture di interesse nazionale o regionale, che non saranno interessate quindi dalla legge. I punti salienti della normativa sono i seguenti:

  • Tre anni di blocco Fino all’approvazione dei nuovi Piani Regionali non sarà consentito altro consumo del suolo tranne quello previsto per le opere prioritarie e i lavori inseriti nella programmazione urbanistica. C’è da sottolineare, però, che la cementificazione già in atto non verrà interrotta, quindi l’intervento di contenimento varrà solo per i casi che si presenteranno dopo il varo della legge.
  • Ristrutturazione e rigenerazione urbana Saranno le Regioni ad attuare il decreto indicando, entro 180 giorni dall’approvazione della legge, le modalità di rinnovo edilizio dei siti individuati dai Comuni, e incentivando questi ultimi a promuovere la sostenibilità del territorio, attraverso strumenti come piste ciclabili, efficienza energetica, trasporto collettivo, gestione delle acque e riduzione dei deflussi;
  • Censimento degli edifici sfitti Le Regioni dovranno anche far redigere ai Comuni un censimento degli «edifici pubblici e privati sfitti, non utilizzati o abbandonati», che costituirà una banca dati per attuare il recupero e il riuso di questi immobili. Ogni anno l’amministrazione riferirà al Prefetto le nuove situazioni di proprietà in stato di degrado o progressivo abbandono ai danni del paesaggio e dell’ambiente;
  • Delega al governo per interventi tempestivi sulle aree degradate Entro nove mesi il governo potrà semplificare le procedure per l’attuazione di riqualificazione delle zone più depresse dal punto di vista «urbanistico, socio-economico e ambientale». Previsti quindi gli iter di demolizione, ricostruzione, creazione di aree verdi e pedonali, per un miglioramento della qualità della vita.
  • Aree agricole La legge vieta per 5 anni mutamenti di destinazione per le superfici coltivate che hanno beneficiato di aiuti comunitari, e fissa criteri rigidi per la salvaguardia delle zone agricole e delle produzioni, tenendo conto «della sicurezza ambientale, dell’estensione delle coltivazioni e delle caratteristiche dei suoli».

I malumori di Sel Alcuni esponenti delle opposizioni contestano la legge, che ritengono modificata in negativo rispetto agli inizi. In particolare Sel ed ex appartenenti al M5s definiscono il testo come un «un provvedimento che si è tramutato in un rilancio dell’edilizia, piuttosto che in una misura per contenere il consumo del suolo». Sotto accusa anche la delega «in bianco» che di fatto avrà il governo sul tema della rigenerazione urbana.

Un Paese di cemento Dibattito politico a parte, di sicuro il territorio è in stato di emergenza. Secondo recenti dati dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), che stila ogni anno un rapporto sul consumo del suolo, l’Italia è uno dei Paesi europei con il maggiore sfruttamento dei terreni, anche e soprattutto in aree idrogeologicamente delicate o particolari. Basti pensare che nel 2014 la superficie italiana cementificata ha raggiunto il 7 per cento del territorio nazionale (nel 2006 era il 6,4 per cento, nel 1996 il 5,7), ovvero 345 metri quadri per ogni abitante. In Italia vengono “consumati” 7 metri quadrati ogni minuto, l’estensione di 80 campi da calcio al giorno. È la Liguria, tra le Regioni della Penisola, ad avere il tasso maggiore di consumo del suolo effettivo, ovvero quello che emerge considerando la concreta possibilità di degrado di un terreno.

Fonte: Diritto di critica

La Turchia di Erdoğan va verso la guerra civile

Gli scontri a Diyarbakir, nel sudest della Turchia, tra curdi e polizia, in seguito alla vittoria del partito Akp del presidente Erdoğan alle elezioni generali. (Bulent Kilic, Afp)

Gwynne Dyer, giornalista

“Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre”: così comincia il famoso aforisma di Abraham Lincoln sulla democrazia. Ma in un sistema democratico multipartitico, di solito, basta ingannare una parte dei cittadini. In un sistema parlamentare come quello della Turchia, il 49 per cento del voto popolare garantisce un’ampia maggioranza di seggi, e così Recep Tayyip Erdoğan guiderà la Turchia per altri quattro anni. Ammesso che il paese esista per altri quattro anni.

Naturalmente tra quattro anni esisterà ancora una Turchia, ma potrebbe non essere più una democrazia e potrebbe anche non avere più gli attuali confini. Con le elezioni del 1 novembre il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) di Erdoğan ha riconquistato la maggioranza che aveva perduto alle elezioni di giugno, ma la strategia che ha usato gli ha messo contro gran parte della popolazione.

I curdi rappresentano un quinto dei 78 milioni di abitanti della Turchia. Molti di loro sono musulmani sunniti, politicamente conservatori e, generalmente, in passato hanno votato per l’Akp, che ha vinto tre elezioni consecutive (2003, 2007 e 2011) con una maggioranza sempre più ampia.

"Nonostante gli sforzi della Turchia, i curdi siriani hanno respinto i jihadisti dello Stato islamico

Poi i curdi hanno smesso di votare per Erdoğan, facendogli perdere le elezioni di giugno. Alle ultime elezioni l’Akp è riuscito a sostituire quei voti perduti con quelli dei nazionalisti, spaventati da una secessione curda, e dei cittadini comuni che vogliono solo pace e stabilità. Ma per ottenerli ha dovuto scatenare una guerra.

Nel 2011, quando è cominciata la guerra civile in Siria, Erdoğan ha offerto il sostegno della Turchia ai ribelli, soprattutto perché in quanto musulmano sunnita detestava gli alawiti che sostengono il presidente siriano Bashar al Assad. Il governo turco ha lasciato aperto il confine tra la Turchia e la Siria al fine di facilitare l’afflusso di volontari, armi e denaro ai gruppi islamici che combattono Assad, compresi il Fronte al nusra e il gruppo Stato islamico.

Uno stato mediorientale

Ha perfino sostenuto lo Stato islamico quando ha attaccato il territorio liberato dai curdi nel nord della Siria, che si estende per tutta la parte orientale del confine turco-siriano. Alla fine, nonostante gli sforzi della Turchia, i curdi siriani sono riusciti a respingere i jihadisti dello Stato islamico. Ma è proprio questo che è costato a Erdoğan il sostegno dei curdi di Turchia.

La sua soluzione è stata riaccendere la guerra contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), il movimento separatista armato che ha sede nel Kurdistan iracheno. Un cessate il fuoco aveva interrotto le ostilità tra la Turchia e il Pkk negli ultimi quattro anni, ma ora Erdoğan aveva bisogno di una guerra patriottica contro i malvagi separatisti curdi per convincere i nazionalisti e gli ingenui a sostenere il suo partito.

Così ha ingannato gli Stati Uniti, convincendoli a sostenere la sua guerra e offrendo in cambio il permesso di usare le basi aeree turche, garantendo inoltre che anche l’aviazione turca avrebbe cominciato a bombardare lo Stato islamico. In realtà, la Turchia ha sganciato solo alcune bombe simboliche sui jihadisti: la maggior parte dei suoi attacchi ha come obiettivo i curdi.

Il 1 novembre Erdoğan ha raccolto i frutti della sua politica: i voti dei turchi che temono il separatismo curdo hanno sostituito i voti dei curdi che l’Akp aveva perso a giugno. Il problema è che la campagna elettorale è finita, ma la guerra andrà avanti, e non potrà che peggiorare.

L’esercito turco sta già colpendo i curdi in Siria, minacciando un’invasione qualora il protostato curdo-siriano (noto come Rojava) cercasse di espandersi a ovest e di chiudere l’ultima parte di frontiera che collega la Turchia con i jihadisti dello Stato islamico.

In Turchia le istituzioni indipendenti di un normale stato democratico sono state sovvertite una dopo l’altra: i mezzi d’informazione, la polizia e ora anche la giustizia sono, in generale, al servizio di Erdoğan. La tv di stato, per esempio, ha garantito 59 ore di copertura alla campagna elettorale di Erdoğan nell’ultimo mese. Tutti gli altri partiti messi insieme hanno avuto a disposizione sei ore e 28 minuti.

L’Akp di Erdoğan ha vinto le elezioni, ma la Turchia non è più una vera democrazia. E dato che la metà della popolazione che non ha votato per Erdoğan lo odia, non sarà neanche uno stato autoritario particolarmente stabile. A dire il vero, sta probabilmente vacillando sull’orlo di una guerra civile.

Quelli che detestano Erdoğan perché sta distruggendo l’informazione libera, snaturando la giustizia e saccheggiando lo stato (lui e i suoi colleghi dell’Akp si stanno arricchendo velocemente) non reagiranno con la violenza. E non lo faranno neanche i poveri, nonostante il boom economico sia ormai finito e i posti di lavoro stiano scomparendo.

A Erdoğan sono serviti dodici anni di governo per abbattere una democrazia di stampo europeo

A prendere le armi saranno invece alcuni curdi di Turchia, e avranno il sostegno dei curdi di Siria appena oltre confine. Questo spingerà probabilmente l’esercito turco a invadere il nord della Siria per neutralizzare i curdi della regione. E quando la Turchia sarà entrata a tutti gli effetti nella guerra civile siriana, tutto il sudest della Turchia a maggioranza curda diventerà un teatro di guerra.

Quando Mustafa Kemal Atatürk ha salvato la repubblica turca dal crollo dell’impero ottomano, dopo la prima guerra mondiale, era deciso a farne uno stato europeo. Inizialmente si è trattato di uno stato piuttosto dispotico, ma nel corso dei decenni si era gradualmente trasformato in una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Oggi tutto questo è finito. A Erdoğan sono serviti dodici anni di governo per abbattere quella democrazia di stampo europeo, ma adesso il lavoro è concluso. Come ha recentemente scritto un giornalista turco, la Turchia sta diventando uno stato mediorientale.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Fonte: Internazionale

Sventato un attacco terroristico a Madrid

La polizia spagnola ha arrestato tre uomini che sarebbero stati pronti ad attaccare Madrid, sciogliendo così una cellula terroristica islamica

Forze speciali della polizia spagnola in azione. Credit: Sergio Perez

La mattina di martedì 3 novembre, la polizia madrilena ha arrestato tre uomini che avrebbero avuto l’intenzione di fare un attentato terroristico a Madrid. Così facendo, la polizia spagnola ha sciolto una cellula terroristica.

I tre uomini di nazionalità marocchina, le cui età vanno dai 26 ai 29 anni, erano tutti residenti a Madrid e sarebbero stati affiliati a un gruppo vicino all’Isis, secondo quanto dichiarato dal ministero degli Interni spagnolo.

“Nel momento in cui la cellula terroristica è stata sciolta, i suoi membri erano completamente radicalizzati e in una fase di assimilazione e impegno totale all’ideologia terroristica", ha dichiarato il ministero degli Interni, che in una nota ha spiegato come i tre stessero preparando un attentato nella capitale spagnola.

I tre uomini, in custodia della polizia spagnola, sono stati interrogati questa mattina.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 2 novembre 2015

Il Vaticano ha arrestato due persone

Il vescovo spagnolo Lucio Angel Vallejo Balda e la consulente Francesca Immacolata Chaouqui sono accusati di aver sottratto documenti riservati

(L'OSSERVATORE ROMANO - Servizio Fotografico)

Il portavoce del Vaticano, Federico Lombardi, ha detto che fra sabato e domenica le autorità vaticane hanno arrestato due persone – di cui una è stata rilasciata oggi – nell’ambito di una nuova indagine sulla sottrazione di documenti del Vaticano. I due arrestati sono il vescovo spagnolo 54enne Lucio Angel Vallejo Balda, 54 anni, segretario della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede – che si occupa di amministrare i beni economici del Vaticano – e la 33enne Francesca Immacolata Chaouqui, che lavorava per l’agenzia di comunicazione Ernst & Young e assieme a Vallejo Balda faceva parte di una commissione creata nel 2013 – e poi sciolta – per suggerire una migliore gestione economica del Vaticano. Gli arresti di oggi sono i più gravi da quando fu arrestato Paolo Gabriele, l’ex collaboratore di Benedetto XVI arrestato nel luglio del 2012 per aver passato documenti riservati al giornalista Gianluigi Nuzzi, e poi graziato dallo stesso Bendetto XVI nel 2012.

Lombardi ha precisato che Vallejo Balda e Cahouqui sono stati arrestati «nel quadro di indagini di polizia giudiziaria svolte dalla Gendarmeria vaticana e avviate da alcuni mesi a proposito di sottrazione e divulgazione di notizie e documenti riservati». Cahouqui è stata poi scarcerata perché sta collaborando alle indagini.

Di Vallejo Balda si sa che è vicino all’Opus Dei, che in passato ha insegnato Teologia in un seminario portoghese e che nel 2011 fu nominato da Bendetto XVI con l’incarico di Segretario della Prefettura degli Affari Economici. Nel 2013 fu poi nominato da Papa Francesco segretario della Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative, una commissione temporanea di studio sulla gestione economica del Vaticano. Al termine della Commissione sono stati formati due nuovi organi per semplificare le pratiche di gestione, la Segreteria per l’Economia e il Consiglio per l’Economia. Vallejo Balda era considerato il favorito per diventare vicesegretario della Segreteria, come “secondo” dell’arcivescovo australiano George Pell. Vatican Insider racconta che la sua nomina «veniva data per scontata. Il monsignore ne aveva persino parlato in un’intervista radiofonica con un’emittente spagnola. E lo stesso Pell aveva accreditato la notizia nel corso di un’intervista con il Sole 24Ore». Poi però il Papa cambiò idea e al suo posto nominò vicesegretario il suo ex vicesegretario particolare, il maltese Alfred Xuereb.

Chaouqui è una figura ancora più controversa. Lei stessa ha detto di essersi laureata in Giurisprudenza e di aver lavorato in diversi posti come consulente di comunicazione. Il vaticanista Francesco Peloso ha scritto che è considerata «vicina all’Opus Dei». Lei stessa si è definita amica di Gianluigi Nuzzi all’Espresso, al quale ha anche raccontato come ha fatto a finire nella Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative: attraverso Vallejo Balda, anche se non è chiaro se lo conoscesse da prima o meno.

Un giorno arriva la telefonata di monsignor Lucio Vallejo Balda, segretario della Prefettura per gli Affari economici, spagnolo e Opus Dei. Lo conoscevo, è il miglior economo che la chiesa abbia mai avuto in tutto il mondo: «Potresti essere candidata al comitato referente sui dicasteri economici della Santa Sede. Mandami il tuo curriculum». Succede così. E vengo nominata. Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, apprende della commissione e dei suoi componenti solo all’ufficializzazione del chirografo, l’atto con cui papa Francesco ci nomina. È il pontefice che ha deciso da solo.

Negli anni scorsi Chaouqui è stata al centro di diverse polemiche. Fra il 2012 e il 2013 erano stati diffusi diversi suoi tweet polemici o imprecisi, fra cui uno in cui sosteneva che Benedetto XVI avesse la leucemia e che lo IOR – l’istituto di credito principale del Vaticano – avesse chiuso un conto bancario all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti dopo avere “ufficializzato che è gay”. Nell’aprile del 2014, scrive Vatican Insider, era venuto fuori che durante la cerimonia di canonizzazione per Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II Vallejo e Chaouqui avevano organizzato un evento esclusivo costato più di 15mila euro su una terrazza del Vaticano.

Fonte: Il Post

Mafia, gli imprenditori si ribellano: 22 arresti per estorsioni a Bagheria

I carabinieri di Palermo hanno messo a segno l'operazione grazie alle denunce di vittime del pizzo


Quando le vittime della mafia si ribellano, all’organizzazione criminale può essere inferto un colpo durissimo. Lo dimostra un’operazione compiuta dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo, che, dopo aver scoperto una cinquantina di estorsioni, hanno eseguito stamattina 22 provvedimenti cautelari a carico di boss ed estortori del mandamento mafioso di Bagheria, a Palermo.

MAFIA, IMPRENDITORI CORAGGIOSI DENUNCIANO - Grazie alla dettagliata ricostruzione fornita da 36 imprenditori che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del pizzo è stato possibile per i militari dell’Arma tracciare la mappa del racket. Gli estortori colpivano a tappeto. Dall’edilizia a ogni attività economica locale che portasse guadagni: negozi di mobili e di abbigliamento, attività all’ingrosso di frutta e di pesce, bar, sale giochi, centri scommesse. Si sono rivelate indispensabili per ricostruire il funzionamento del clan le dichiarazioni del pentito Sergio Flamia. Tra le violenze perpetrate dalla mafia c’è anche quella ai danni di un funzionario comunale dell’Ufficio tecnico di Bagheria che avrebbe avuto contrasti con la malavita. Cosa Nostra nel 2004 gli ha incendiato casa e sequestrato un collaboratore domestico.

Precisamente capi e gregari del mandamento mafioso di Bagheria destinatari dei 22 provvedimenti sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, sequestro di persona e danneggiamento a seguito di incendio. Le indagini hanno evidenziato la soffocante pressione estorsiva esercitata dai boss che, dal 2003 al 2013, si sono succeduti ai vertici del clan. «È la breccia che ha aperto la strada per assestare un nuovo colpo a Cosa nostra, segno che i tempi sono cambiati e che imprenditori e commercianti finalmente si ribellano». Commenta così il colonnello Salvatore Altavilla, comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Palermo.

Fonte: Giornalettismo

Expo è stata un successo? I conti sono tutti da fare

Pochi stranieri, molti lombardi e un target di visitatori raggiunto a costo di forti sconti sui biglietti. Expo 2015 ha evitato il peggio grazie alla dedizione di chi ci ha lavorato. Rispetto alle aspettative, però, i benefici economici sembrano molto ridotti. E Roma 2024 merita una riflessione

di Jerome Massiani, Lavoce.info

(GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Tratto da Lavoce.info

L’Expo 2015 ha chiuso i battenti, con ampia soddisfazione dei molti che l’hanno visitata, una macchina organizzativa funzionante e un target di visitatori apparentemente raggiunto. Il lavoro svolto con dedizione dall’équipe di Expo ha consentito all’Italia di evitare la figuraccia che diversi avevano temuto.

Cosa possiamo dire invece dei benefici economici? Già in fase di candidatura avevo espresso su queste pagine i miei dubbi sulle aspettative che si erano delineate. Le previsioni prospettavano, infatti, importanti ricadute in termini di spesa dei visitatori: 3,5 miliardi destinati ad attivare da 4 (Certet 2010) a 4,3 miliardi di valore aggiunto (Sda 2013); un contributo al Pil complessivo per l’Italia da 10 (Sda) a 30 miliardi (Certet).
Pur mettendo da parte qui le critiche metodologiche formulate in altre sedi, possiamo ora valutare le stime di previsione alla luce di alcuni risultati preliminari di un nostro studio, basato su una raccolta dati realizzata tra i visitatori di Expo.

Biglietteria
Per quanto riguarda la biglietteria, l’attenzione si è focalizzata sul superamento della soglia dei 20 milioni. Tuttavia, oltre alla discussa trasparenza dei dati, si è assistito a uno slittamento fra obiettivo in termini di visitatori e quello in termini di visite (da 24 a 29 milioni nel dossier di registrazione). E l’obiettivo delle presenze ha sostituito quello del ricavo, con numerosi sconti. Le previsioni erano di ricavi per 520 milioni di euro con 29 milioni di visite (prezzo 2015, p. 364 del dossier di candidatura), con tariffa piena a 42 euro e “prezzo medio di 18 euro” (cap. 13) – ipotesi sostanzialmente confermata nel dossier di registrazione (p. 417) nonostante le mutate condizioni economiche.

La variabile chiave per sapere se gli obiettivi sono stati raggiunti sarà dunque il ticket medio – di cui finora si è poco discusso.

Spese dei visitatori
Più importante della biglietteria è però la spesa addizionale dei visitatori. La Lombardia è probabilmente quella che ha guadagnato di più da Expo, perché ha attivato flussi delle altre regioni. Ma per l’Italia nel suo complesso? Su questo punto, si possono esprimere varie perplessità. In primis, la proporzione di stranieri è stata inferiore a quella prevista. Risultati preliminari indicano un 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro previsioni tra il 20 e il 30 per cento, secondo un’indagine Eurisko del 2013. I non-europei, cinesi o altri, raggiungono quote insignificanti. L’Expo ha per lo più captato domanda nazionale o addirittura regionale (38 per cento di lombardi) e non i flussi internazionali. Ancor più importante è il fatto che, nei benefici, deve essere contabilizzata solo la componente addizionale della domanda, ovvero chi non sarebbe venuto in Italia senza l’Expo (o chi ha prolungato il suo viaggio in Italia per la manifestazione).

Esistono diversi metodi utilizzati in ambito internazionale per valutare tali fenomeni. Sulla loro base, il nostro studio mostra che solo il 50,5 per cento delle presenze straniere (e l’1 per cento di quelle italiane) appaiono addizionali. Mentre la spesa addizionale sarebbe di 960 milioni di euro per gli stranieri e di non più di 30 milioni per gli italiani, per un totale stimabile in circa 1 miliardo, con effetti indiretti e indotti fino a 1,36 miliardi di valore aggiunto, contro i 4 pronosticati. Ai risultati ridotti rispetto alle aspettative della spesa privata, si aggiungono poi interrogativi sugli effetti rispetto alla spesa pubblica, che pure dovranno essere approfonditi.

Il beneficio economico dei visitatori dell’Expo si riassumerebbe dunque negli 1,3 miliardi di valore aggiunto generati dalla spesa turistica addizionale. Potrebbe apparire come un buon risultato, ma si tratta di un impatto lordo da confrontare con il costo sostenuto e un bilancio economico realistico sfida le facili interpretazioni. Già la nozione di costo dell’evento non è univoca: non ci sono infatti solo i costi d’organizzazione, si possono considerare anche gli investimenti per il sito o per le opere connesse; oppure, come purtroppo si fa raramente, aggiungere tutti i costi nascosti di tali eventi, come sicurezza, esenzioni fiscali concesse per l’evento e altri ancora.

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Fonte: Linkiesta.it

L’aereo russo non è precipitato a causa di un guasto tecnico

Una foto diffusa il 2 novembre 2015 dalle autorità russe mostra i resti dell’aereo della compagnia Kogalymavia precipitato nel Sinai. (Maxim Grigoriev, Ministero per le situazioni di emergenza/Ap/Ansa) 

L’aereo della compagnia aerea russa Kogalymavia non è precipitato nel Sinai per un guasto tecnico né per un errore del pilota. L’ha dichiarato in una conferenza stampa Alexander Smirnov, vicepresidente dell’azienda, aggiungendo che l’aereo è esploso in aria a causa di “un’attività esterna” e che c’è stato un “impatto meccanico sull’aereo”. Parlando con i giornalisti, Smirnov ha confermato che il velivolo era “in condizioni eccellenti”.

A bordo del volo, caduto il 31 ottobre, c’erano 224 persone (214 passeggeri e sette membri dell’equipaggio). Nessuna di loro è sopravvissuta. Un portavoce del Cremlino ha dichiarato che al momento non si può escludere la pista del terrorismo.

L’inchiesta degli esperti d’aviazione egiziani sulla base dei dati della scatola nera non è ancora conclusa. Una fonte però ha dichiarato all’agenzia Reuters che l’aereo non è stato colpito dall’esterno.

Il volo numero 7K9268, un Airbus A321 della Kogalymavia era partito da Sharm el Sheikh alle 5.51 ora locale (le 4.51 in Italia) ed era diretto a San Pietroburgo, in Russia. A bordo c’erano 213 cittadini russi e quattro ucraini.

Ventitré minuti dopo il decollo è scomparso dai radar, quando stava viaggiando a 21mila piedi. L’aereo, secondo le prime ricostruzioni, ha perso velocità e ha cominciato a perdere quota velocemente. L’equipaggio non ha lanciato alcun sos.

Subito dopo la tragedia, un gruppo di militanti islamici affiliati allo Stato islamico ha dichiarato di aver abbattuto l’aereo con dei missili, ma il ministero dei trasporti russo ha escluso questa possibilità.

Stamattina le salme di 140 passeggeri sono arrivate a San Pietroburgo. Oggi cominceranno le procedure di identificazione.

Fonte: Internazionale

Il partito di Erdogan vince le elezioni in Turchia

L'Akp del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, al potere dal 2002, trionfa con quasi il doppio dei voti rispetto al secondo partito. Ha di nuovo la maggioranza assoluta

Sostenitori del partito Akp del presidente turco Erdogan, che ha ottenuto nuovamente la maggioranza assoluta in parlamento, il 1 novembre 2015 ad Ankara. Credit: Umit Bektas

Il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, al potere dal 2002, ha ottenuto nuovamente la maggioranza assoluta al parlamento turco nelle elezioni parlamentari che si sono tenute domenica primo novembre 2015.

Erdogan ha chiesto al mondo di rispettare il risultato del voto. “Il mondo intero deve mostrare rispetto. Finora non ho visto un comportamento molto maturo in questo senso”, ha detto il capo di stato.

L’Akp di Erdogan ha ottenuto oltre il 49 per cento dei consensi, quasi il doppio rispetto al partito che è arrivato secondo.

Con questa vittoria, il capo di stato turco ha nuovamente affermato il suo potere dopo che, alle elezioni di giugno 2015, aveva perso la maggioranza assoluta per la prima volta dopo 13 anni.

Le elezioni parlamentari di cinque mesi fa non assegnarono la maggioranza a nessun partito e il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, che fa parte dello stesso partito di Erdogan, non riuscì a formare una coalizione di governo. Per questo, si è votato nuovamente ieri, primo novembre.

Il secondo principale partito turco, il Partito repubblicano del popolo (Chp), ha ottenuto circa il 25 per cento dei voti. Anche il Partito democratico del popolo (Hdp) filo-curdo, che ha raggiunto il 10 per cento dei consensi, è riuscito a fare il suo ingresso in parlamento.

Secondo quanto riportato dai media locali, l’affluenza alle urne è stata alta, intorno circa all’85 per cento, su un totale di 54 milioni di cittadini aventi diritto al voto.

Con la quasi totalità delle schede ufficialmente scrutinata, il partito di Erdogan dovrebbe aver ottenuto circa 325 seggi, ben oltre i 276 necessari per formare un governo autonomamente senza dover ricorrere a coalizioni con altri partiti.

La Grande assemblea nazionale, ovvero il parlamento turco formato da un'unica camera, è composta da 550 deputati eletti ogni quattro anni con un sistema proporzionale.

Tuttavia, l’Akp non avrebbe raggiunto i deputati necessari in parlamento per indire un referendum volto a modificare la Costituzione, con il quale Erdogan avrebbe voluto ottenere maggiori poteri e trasformare la Turchia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale.

I risultati ufficiali si sapranno tra 11-12 giorni.

Intanto qui c'è uno schema indicativo

• Il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) di Erdogan ha vinto con oltre il 49 per cento dei voti. Potrà formare un governo senza dover ricorrere a una coalizione.

• Il Partito repubblicano del popolo (Chp) di Kilicdaroglu - lo sfidante principale del partito di Erdogan - è arrivato secondo con circa il 25 per cento dei consensi.


• Il Partito del movimento nazionalista (Mhp) di Bahceli ha ottenuto circa il 12 per cento dei consensi.


• Il Partito democratico del popolo (Hdp) di Demirtas ha ottenuto il 10 per cento dei voti, raggiungendo la soglia necessaria per entrare in parlamento, anche se in leggero calo rispetto alle ultime elezioni (-3 per cento).


Quanti seggi avrà ciascun partito con questi risultati (su 550 deputati complessivamente al parlamento)

- Akp: 325 seggi

- Chp: 134 seggi

- Mhp: 39 seggi

- Hdp: 52 seggi


Nella giornata del voto si sono registrate violenze nella città turca di Diyarbakir, nel sudest del Paese, dove manifestanti del partito filo-curdo si sono duramente scontrati con la polizia. Secondo la ricostruzione dei media locali presenti sul luogo degli scontri, le autorità hanno utilizzato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Fonte: The Post Internazionale