Brutte notizie dall'annuale classifica di Reporter Sans Frontiéres
La situazione della libertà di stampa nel mondo è in peggioramento secondo RSF ( Reporter Sans Frontiéres) e l’Italia riesce comunque a precipitare dal 49° al 73° posto della classifica stilata ogni anno dall’organizzazione che si batte per la libertà d’informare.
SIAMO TRA QUELLI PEGGIORATI DI PIÙ - Andorra è il paese che ha fatto peggio, perdendo 27 posizioni dal 5° posto in classifica al 32°, seguita da Timor Est che ha perso 26 posizioni, dal Congo che ne ha perse 25 e poi dall’Italia, che ha perso 24 posizioni finendo al 73° posto.
L’ITALIA DELLE INTIMIDAZIONI E DELLE QUERELE - A rovinare la già pessima classifica nel nostro paese sono state le aggressioni e gli atti vandalici ai danni dei giornalisti (43 aggressioni e 7 auto incendiate), ma anche e soprattutto l’impennata di denunce, cresciute dalle 84 del 2013 alle 129 nei primi dieci mesi del 2014. Denunce per lo più firmate da personaggi pubblici, con un robusto contributo dei politici, su tutti il Movimento 5 Stelle, che ultimamente distribuisce denunce come fossero caramelle. Una pratica che per RSF, e non solo, costituisce una censura almeno tentata e un’intimidazione e che non migliorerà certo se le nuove proposte di legge in materia di diffamazione dovessero vedere la luce così come sono state presentate in Parlamento.
LEGGI ANCHE: Matteo Renzi contro i talk show. Libertà di stampa contro libertà d’opinione
CHI MINACCIA I GIORNALISTI - Secondo RSF le maggiori criticità a livello globale scaturiscono dall’emergere di minacce da parte di attori non statali, come l’ISIS, ma anche dall’avanzare da leggi che puniscono la blasfemia e che insieme a quelle esplicitamente intitolate alla censura contribuiscono a silenziare al stampa. Non manca neppure la preoccupazione per la censura portata in nome della «sicurezza nazionale», che in molti paesi si traduce in censure, spionaggio illegale dei giornalisti, quando non in vere e proprie intimidazioni a colpi di violenze o di galera.
Fonte: Giornalettismo
venerdì 13 febbraio 2015
giovedì 12 febbraio 2015
Tutti sono Charlie. E di Erri De Luca nessuno parla
Il processo a carico dello scrittore napoletano è cominciato lo scorso 28 Gennaio. È stato rinviato al 16 Marzo. L’accusa: istigazione a delinquere
In realtà, non è proprio così. Qualcuno che parla di Erri De Luca c’è: ma si tratta di blogger, piccoli siti, coraggiosi anti-sistema che s’arrampicano con le loro arringhe virtuali e provano a combattere i Mulini al Vento. Sulle grandi testate, di De Luca si parla quel tanto che basta per riempire uno spazio: che sta succedendo, perché, qual è l’accusa. Ci interessa oppure no.
Di Erri De Luca conservo i ricordi di quand’ero bambino, quando per la prima volta sfogliavo i suoi libri, piccoli, sottili, che potevo rigirarmi tra le mani e che mi incuriosivano per l’odore, per le parole che portavano stampate; per i bei colori delle copertine. Poi ci sono i ricordi dell’adolescenza, quando De Luca è diventato un maestro e anche un confidente – era lui, talvolta, a suggerirmi come dire una data cosa. E quindi quelli di oggi, quelli moderni: quelli che allo scrittore mischiano l’attivista, e alle sue parole associano il reato imputato. Il parallelismo, dovuto e sinceramente sentito da qualcuno, tra la storia di Erri De Luca, accusato di istigazione a delinquere, e quella di Charlie Hebdo è un pigrissimo esercizio di stile e di retorica, che riempie bene i titoli ma che, tirate le somme, non viene affrontato nel modo giusto.
Si parte da troppo lontano o da troppo vicino, e alla fine tutto quello che resta è un cartello: quello appeso, in decine e decine di copie, fuori dall’aula del tribunale nella quale De Luca sta venendo processato. Je suis Erri, e la voce si fa mantra, litania, preghiera, ecc. ecc
La questione, qui, è un’altra. Parliamo di un uomo, un poeta e scrittore, che ha detto una frase: la TAV va sabotata. E nel verbo sabotare De Luca è riuscito a trovare cento e più significati e sfumature, la resistenza democratica all’oppressore e la giustezza e l’importanza di certe posizioni che riprendono a piene mani l’anti-violenza di Gandhi.
La TAV va sabotata perché è stata imposta; perché non è condivisa, perché per essere costruita decine e decine di famiglie perderanno la casa, il lavoro, la terra. E che senso ha un’opera pubblica quando minaccia e colpisce la società? Il ragionamento non è così oscuro, e sinceramente l’istigazione al sabotaggio non è neppure così veniale come qualche magistrato potrebbe pensare. C’è un ragionamento, condivisibile o meno; e c’è la libertà di un uomo di potersi esprimere: non è una frase fine a se stessa, quella che De Luca ha detto; è la conclusione di un passaggio logico lineare e puntuale, che forse con l’istigazione di reato ha poco e niente a che fare.
Non c’è un richiamo all’intervento armato, alla lotta, alla violenza; c’è il passivo subire. Il sabotaggio si fa bloccando, fermando, imponendo la propria presenza. Sabota anche chi, semplicemente, evita il regolare svolgimento di un’attività: chi si mette davanti alle macchine in strada; chi allarga le braccia e rimane fermo, immobile, davanti all’ingresso di un negozio. Chi non fa (non compra, non accetta, non vota).
Erri De Luca è l’operaio-scrittore, quello che più di ogni altro ha saputo dare voce a una fetta di società, alla classe dipendente, alla lotta contro il sistema e il “padrone”; Erri De Luca non è un sovversivo, non lo è nella stessa misura in cui essere sovversivi viene (male) interpretato nella pura e sfiancante illegalità dei gesti. Uno scrittore che non fa questo, che non diventa interprete e garante della sofferenza dei suoi lettori, non è uno scrittore che mira a cambiare qualcosa con la propria opera. E prima di essere uno che racconta le storie, De Luca è uno che le vive: è protagonista non solo voce. Le vuole vedere con i propri occhi le barricate, le manifestazioni, la rimostranze.
“La TAV va sabotata” e dal nulla nasce l’istigazione a delinquere.
Dimentichiamo l’atto dovuto della critica al più forte, dello sfottò del più povero contro il più ricco. Questa è la satira, ma è pure, più generalmente, la libertà di espressione. E in essa rientrano anche Erri De Luca e la sua dichiarazione, così come rientrano Charlie Hebdo e le sue vignette.
“La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori”, scrive Erri De Luca ne “Il giorno prima della felicità”. Ed è vero: la libertà non è così scontata come si potrebbe pensare; è un valore attivo più che passivo. L’uomo nasce libero, cresce libero, ma potrebbe morire schiavo. E la schiavitù non è solo quella delle catene e del lavoro; è pure quella della mente, del pensiero, della fantasia. Un governo che ti dice – che ti impone – cosa puoi o cosa non puoi dire; chi ti accusa di istigare alla violenza e a commettere reato se al pensiero fai seguire la parola (e non l’azione); chi ti dice cosa puoi e cosa non puoi diventare, sono anche queste tante piccole forme di schiavitù. Di mancata libertà. E ora possiamo dire tutti quanti, io sto con Erri o je suis Erri. Ma non basta ripeterlo ad alta voce perché il nostro desiderio si realizzi. Qui è in gioco la libertà d’espressione, la stessa che ci siamo sentiti legittimati a difendere quando sono morte 12 persone nella redazione di Charlie Hebdo; la stessa che, ogni giorno, sputiamo in faccia a chi uccide, tortura, impone la propria fede all’altro. Invocare il sabotaggio è istigazione a delinquere? Allora lo è anche dire che non si è d’accordo, che alla tua idea oppongo la mia; che non accetto certe condotte, che la politica faccia talvolta malgoverno.
(testo di Gianmaria Tammaro, foto GettyImages)
Fonte: GQItalia.it
In realtà, non è proprio così. Qualcuno che parla di Erri De Luca c’è: ma si tratta di blogger, piccoli siti, coraggiosi anti-sistema che s’arrampicano con le loro arringhe virtuali e provano a combattere i Mulini al Vento. Sulle grandi testate, di De Luca si parla quel tanto che basta per riempire uno spazio: che sta succedendo, perché, qual è l’accusa. Ci interessa oppure no.
Di Erri De Luca conservo i ricordi di quand’ero bambino, quando per la prima volta sfogliavo i suoi libri, piccoli, sottili, che potevo rigirarmi tra le mani e che mi incuriosivano per l’odore, per le parole che portavano stampate; per i bei colori delle copertine. Poi ci sono i ricordi dell’adolescenza, quando De Luca è diventato un maestro e anche un confidente – era lui, talvolta, a suggerirmi come dire una data cosa. E quindi quelli di oggi, quelli moderni: quelli che allo scrittore mischiano l’attivista, e alle sue parole associano il reato imputato. Il parallelismo, dovuto e sinceramente sentito da qualcuno, tra la storia di Erri De Luca, accusato di istigazione a delinquere, e quella di Charlie Hebdo è un pigrissimo esercizio di stile e di retorica, che riempie bene i titoli ma che, tirate le somme, non viene affrontato nel modo giusto.
Si parte da troppo lontano o da troppo vicino, e alla fine tutto quello che resta è un cartello: quello appeso, in decine e decine di copie, fuori dall’aula del tribunale nella quale De Luca sta venendo processato. Je suis Erri, e la voce si fa mantra, litania, preghiera, ecc. ecc
La questione, qui, è un’altra. Parliamo di un uomo, un poeta e scrittore, che ha detto una frase: la TAV va sabotata. E nel verbo sabotare De Luca è riuscito a trovare cento e più significati e sfumature, la resistenza democratica all’oppressore e la giustezza e l’importanza di certe posizioni che riprendono a piene mani l’anti-violenza di Gandhi.
La TAV va sabotata perché è stata imposta; perché non è condivisa, perché per essere costruita decine e decine di famiglie perderanno la casa, il lavoro, la terra. E che senso ha un’opera pubblica quando minaccia e colpisce la società? Il ragionamento non è così oscuro, e sinceramente l’istigazione al sabotaggio non è neppure così veniale come qualche magistrato potrebbe pensare. C’è un ragionamento, condivisibile o meno; e c’è la libertà di un uomo di potersi esprimere: non è una frase fine a se stessa, quella che De Luca ha detto; è la conclusione di un passaggio logico lineare e puntuale, che forse con l’istigazione di reato ha poco e niente a che fare.
Non c’è un richiamo all’intervento armato, alla lotta, alla violenza; c’è il passivo subire. Il sabotaggio si fa bloccando, fermando, imponendo la propria presenza. Sabota anche chi, semplicemente, evita il regolare svolgimento di un’attività: chi si mette davanti alle macchine in strada; chi allarga le braccia e rimane fermo, immobile, davanti all’ingresso di un negozio. Chi non fa (non compra, non accetta, non vota).
«La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori»
Erri De Luca è l’operaio-scrittore, quello che più di ogni altro ha saputo dare voce a una fetta di società, alla classe dipendente, alla lotta contro il sistema e il “padrone”; Erri De Luca non è un sovversivo, non lo è nella stessa misura in cui essere sovversivi viene (male) interpretato nella pura e sfiancante illegalità dei gesti. Uno scrittore che non fa questo, che non diventa interprete e garante della sofferenza dei suoi lettori, non è uno scrittore che mira a cambiare qualcosa con la propria opera. E prima di essere uno che racconta le storie, De Luca è uno che le vive: è protagonista non solo voce. Le vuole vedere con i propri occhi le barricate, le manifestazioni, la rimostranze.
“La TAV va sabotata” e dal nulla nasce l’istigazione a delinquere.
Dimentichiamo l’atto dovuto della critica al più forte, dello sfottò del più povero contro il più ricco. Questa è la satira, ma è pure, più generalmente, la libertà di espressione. E in essa rientrano anche Erri De Luca e la sua dichiarazione, così come rientrano Charlie Hebdo e le sue vignette.
“La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori”, scrive Erri De Luca ne “Il giorno prima della felicità”. Ed è vero: la libertà non è così scontata come si potrebbe pensare; è un valore attivo più che passivo. L’uomo nasce libero, cresce libero, ma potrebbe morire schiavo. E la schiavitù non è solo quella delle catene e del lavoro; è pure quella della mente, del pensiero, della fantasia. Un governo che ti dice – che ti impone – cosa puoi o cosa non puoi dire; chi ti accusa di istigare alla violenza e a commettere reato se al pensiero fai seguire la parola (e non l’azione); chi ti dice cosa puoi e cosa non puoi diventare, sono anche queste tante piccole forme di schiavitù. Di mancata libertà. E ora possiamo dire tutti quanti, io sto con Erri o je suis Erri. Ma non basta ripeterlo ad alta voce perché il nostro desiderio si realizzi. Qui è in gioco la libertà d’espressione, la stessa che ci siamo sentiti legittimati a difendere quando sono morte 12 persone nella redazione di Charlie Hebdo; la stessa che, ogni giorno, sputiamo in faccia a chi uccide, tortura, impone la propria fede all’altro. Invocare il sabotaggio è istigazione a delinquere? Allora lo è anche dire che non si è d’accordo, che alla tua idea oppongo la mia; che non accetto certe condotte, che la politica faccia talvolta malgoverno.
(testo di Gianmaria Tammaro, foto GettyImages)
Fonte: GQItalia.it
mercoledì 11 febbraio 2015
Di cosa hai paura?
Nell’ambito dell’inchiesta Global attitudes condotta nel 2014 dal Pew research center in 44 paesi, è stato chiesto 48.643 persone quale fosse secondo loro la principale minaccia per il mondo, scegliendo tra l’odio etnico e religioso, la disuguaglianza, l’aids e altre malattie, le armi nucleari, e l’inquinamento o altri problemi ambientali.
Le risposte sono state molto diverse a seconda dei paesi e delle regioni. In Medio Oriente è stato indicato l’odio religioso, mentre in molti paesi europei è prevalso il problema della disuguaglianza. In Africa, già prima dell’epidemia di ebola, la principale preoccupazione era dovuta all’aids e ad altre malattie infettive.
Le risposte sono state molto diverse a seconda dei paesi e delle regioni. In Medio Oriente è stato indicato l’odio religioso, mentre in molti paesi europei è prevalso il problema della disuguaglianza. In Africa, già prima dell’epidemia di ebola, la principale preoccupazione era dovuta all’aids e ad altre malattie infettive.
Clicca la foto per ingrandire
Fonte: Internazionale
martedì 10 febbraio 2015
Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle Foibe
Oggi, 10 febbraio, si celebra il Giorno del ricordo, una solennità civile nazionale italiana, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 in onore delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Tale legge è stata approvata «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Non possiamo dimenticare un'altra brutta pagina della nostra storia.
Per approfondire: Massacri delle foibe (da Wikipedia)
lunedì 9 febbraio 2015
Terza Guerra Mondiale alle porte?
Di Salvatore Santoru
La contesa tra la NATO e la Russia in Ucraina rischia di trascinare seriamente il mondo in un nuovo conflitto armato, nella famigerata "Terza Guerra Mondiale" che per ora è stata combattuta solo in modo indiretto.
Oltre alla questione ucraina, tra i possibili "punti caldi" c'è da segnalare la Siria, dove a livello geopolitico si scontrano gli interessi degli States e dei regimi del Golfo, schierati con l'opposizione, e la Russia, schierata con Assad insieme all'Iran.
L'Europa si trova divisa a metà, in quanto buona parte della classe dirigente dell'UE è schierata con gli States, alcuni paesi come la Grecia e in parte la Germania e la Francia si stanno avvicinando alla Russia.
Da non sottovalutare ovviamente il fenomeno dell'ISIS, l'organizzazione terroristica emersa dalle frange più radicali e islamiste dell'opposizione siriana, diventato in seguito un vero e proprio stato, che sta cercando di conquistare il Medio Oriente e il Nord Africa, e sembra possa attaccare anche l'Europa.
A livello più generale c'è da dire che sostanzialmente questo ipotetico nuovo conflitto, per ora fortunatamente solo indiretto, a livello geopolitico vedrebbe contrapposti gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati a quelli della Russia, della Cina e dei loro alleati, mentre a livello culturale e religioso rifletterebbe, nell'area mediorientale, un conflitto all'interno dell'Islam ( paesi sunniti come l'Arabia Saudita e il Quatar contro sciiti come l'Iran e la Siria ), e in seguito molto probabilmente tra mondo islamico e ebraico, "latente" ma nemmeno tanto conflitto che vede in quello palestinese/israeliano la sua più diretta emanazione.
Sperando che queste ipotesi non si concretizzino come scritto, staremo a vedere.
Fonte: Informazione Consapevole
mercoledì 4 febbraio 2015
Il (fu) welfare per gli studenti: solo i ricchi ce la fanno
“La scuola è aperta a tutti”, recita il primo comma dell’articolo 34 della nostra Costituzione, ma per alcuni sembra essere più aperta che per altri e per altri ancora rischia di chiudersi definitivamente. Il diritto allo studio, benché costituzionalmente garantito, è già da tempo a rischio estinzione a causa dei ripetuti tagli inferti alle voci del bilancio pubblico dedicate all’istruzione, ma con la nuova legge di stabilità la situazione rischia di farsi insostenibile. Il nuovo testo infatti prevede in primo luogo che circa 150 milioni di euro garantiti alle regioni dallo stato vengano posti sotto il patto di stabilità e, in secondo luogo, che le regioni versino una somma superiore ai 500 milioni di euro all’amministrazione nazionale centrale: parafrasando il gergo contabile ciò vuol dire che i 150 milioni di euro, originariamente vincolati come fondi per l’istruzione, potranno essere spesi dalle regioni in altri modi, mentre gli oltre 500 milioni di euro verranno raccolti tramite ulteriori restrizioni della spesa e aumenti delle tasse regionali. Il risultato di ciò consiste in una riduzione delle borse di studio per gli studenti universitari dalle 130mila del 2014 (a fronte di quasi 160mila vincitori) alle poco più di 60mila per l’anno corrente. E ciò nonostante l’Italia sia il terzo paese europeo in cui le tasse universitarie sono più salate e dove gli istituti di welfare per gli studenti (borse di studio, prestiti garantiti dal governo, agevolazioni sui mezzi pubblici) sono decisamente pochi e sempre più magri. I proclami governativi parlano di incentivi e maggiore spazio per i giovani, ma questi dati, uniti alla triste constatazione che l’Italia è tra i paesi con meno laureati nella fascia d’età 25 – 35 anni in Europa e che la percentuale di iscritti alle università diminuisce di anno in anno, raccontano una storia nettamente diversa.
L’ultima accusa in ordine di tempo è stata avanzata da Link Roma, che denuncia una riduzione di 20 milioni di euro dei fondi concessi a Laziodisu, l’ente regionale che gestisce il welfare studentesco (borse di studio, servizi mensa, alloggi) nel Lazio. “Il taglio di 20 milioni di euro comporta, infatti, che ogni sede territoriale di Laziodisu debba decidere, nello specifico, di quale servizio “possono fare a meno” gli studenti. L’ Adisu di Roma Due, ad esempio, ha deciso di diminuire il servizio mensa chiudendola non solo un mese prima ma addirittura eliminando del tutto il servizio serale. In protesta anche gli stessi lavoratori delle ditte di pulizie delle residenze universitarie, in sciopero da diversi giorni a causa del rischio concreto di licenziamento”, queste le parole che gli studenti hanno diffuso con un proprio comunicato nella giornata di ieri.
Lo smantellamento dello stato sociale, e il conseguente disimpegno del settore pubblico nei rapporti economici, è un processo politico che parte da molto lontano e i cui effetti sono ancora in fase di esecuzione. I taglio ai fondi degli enti regionali si inserisce in un contesto di delocalizzazione presso il privato di servizi che dovrebbero essere invece garantiti e accessibili a tutti. Il risultato di queste politiche, in ultima istanza, comporta la sostituzione del welfare statale con il welfare familiare: le porte della scuola si aprono solo per chi ha ereditato le chiavi e poco importa se fuori in molti chiedono a gran voce di essere ammessi.
Fonte: OltremediaNews
martedì 3 febbraio 2015
Spunti per un'analisi sul terrorismo islamico
In considerazione del fatto che negli ultimi giorni siamo diventati, oltre che difensori della libertà di espressione, esperti di islamismo e di complottismo, io che ho il vizio o, per meglio dire, l’accortezza di leggere qualcosa prima di parlare, ho deciso di prendere parte al discussione sviluppata dai neo analisti italiani. Purtroppo il dibattito sulla natura offensiva o satirica delle vignette lo lascio a coloro i quali ieri si indignavano per le gesta delle Femen [1] e oggi definiscono libertà di espressione i disegni di Charlie Hebdo, insomma decidetevi. Innanzitutto premetto che le pseudo analisi che mi accingo a sviluppare sono per l’appunto pseudo- analisi, dato che non ho le competenze e le conoscenze adatte per descrivere fenomeni talmente complessi che provare a descriverli costituisce ardua impresa. Iniziamo dapprima sulla presunta natura violenta dell’islam.
Vi è qualche problema che può derivare dalla religione musulmana? Sicuramente si. Come religione anch’essa è, legittimamente, circondata da un’aurea di sacralità e ogni elemento definito “ sacro” e quindi dogmatico può diventare qualcosa di estremamente pericoloso . D’altronde la stessa parola Islam deriva da slm che significa “ essere sicuro” o, per meglio dire, “ affidare”, “ rimettere qualcosa al giudizio di qualcuno” e nell’accezione religiosa indica “ concreta e attiva sottomissione alla volontà di Dio”. Ma fin qui nulla di strano. Quello che, invece, desta maggiore perplessità, per non dire vera e propria preoccupazione, è la sovrapposizione tra politica e religione. Nelle società arabe e mediorientali non vi è una netta distinzione tra queste due sfere. La stessa sharīʿa, che sarebbe “ la via retta che conduce a un luogo dove dissetarsi”, comprende Ibadat e mu’ amalat. Con il primo termine si indicano le pratiche di preghiera, mentre con il secondo termine si ci riferisce agli atti della vita sociale. Le mu’amalat sono state applicate al diritto e alla procedure penali, al diritto amministrativo e a quello bellico[2]. Figuratevi che quello che inquietò maggiormente gli studiosi della corte dell’impero ottomano, inviati dal sultano a studiare la rivoluzione francese, non furono i concetti di uguaglianza e fraternità considerati già patrimonio dell’Islam, ma il concetto di libertà individuale sganciato dal contesto religioso. Una vera e propria fitna, cioè una sfida all’ordine esistente. Leggendo qualcosa sulla storia del mondo arabo questa sovrapposizione è evidente.
Prendiamo per esempio l’Arabia Saudita . Quest’ultima è figlia di un movimento fondamentalista islamico della penisola arabica del XVIII secolo: il wahhabismo. In poche parole nel 1744 Mohammed ibn al- Saud strinse un patto di azione con al – Wahhb ( fondatore del wahhabismo): gli Al- Saud si impegnavano a lanciare un jihad per conquistare al verbo wahhabita l’intera penisola e gli wahhabiti, in cambio benedicevano e legittimavano la loro permanenza al potere[3].
Prendiamo per esempio la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 1967 contro Israele fu – per così dire- interpretata come la punizione che Dio aveva voluto infliggere a quei musulmani che avevano osato umiliare l’Islam ponendolo sotto il controllo dello stato secolarizzato[4].
Il fatto è che il nazionalismo, il marxismo, il liberalismo e la stessa democrazia sono tutte ideologie occidentali e di conseguenza interpretate come un’imposizione “coloniale”. Nel mondo arabo l’ideologia è stata sostituta dalla religione la quale si è fatta ideologia . Emblematica è in questo senso la rivoluzione iraniana nel 1979. L’unicità di questa rivoluzione sta nel fatto di aver unito classi sociali diverse, mobilitate da un’ideologia islamica interpretata come comune denominatore. Questo comune denominatore vedeva l’Islam non come perdente, ma rivoluzionario , contestatario e dunque politico.
Tornado alle perplessità un altro aspetto da prendere in considerazione è, almeno per i cristiani, il fatto che nella dottrina islamica non è prevista l’intermediazione tra Dio e il credente, non vi è infatti un’autorità religiosa come la Chiesa Cattolica di Roma e questo ha avuto delle conseguenze nell’interpretazione dei versetti del Corano, compresi quelli che islamofobi e non sono soliti riportare nei social network per giustificare il presunto carattere violento dell’Islam.
Quante volte abbiamo letto il termine jihad ? e quanti di noi sanno esattamente cosa significhi? Sebbene per noi occidentali il termine jihad sta a significare “ guerra santa”, nessun studioso dell’islam è riuscito a scoprire il motivo per cui tale termine va reso così. D’altra parte Jihad deriva dalla radice jhd che indica “ sforzarsi”, “ applicarsi con zelo”. E’ una lotta sì, ma una lotta anche contro se stessi, contro le tentazioni e via dicendo. La jihad inoltre è un’arma difensiva, ma come ogni pratica e precetto dell’islam , anche questo termine è stato interpretato in diversi sensi. Il pensatore radicale egiziano considerato il principale ideologo del moderno radicalismo islamico sunnita ,Sayyid Qutb, ha dato una lettura più offensiva del termine sopra citato[5]. Occorre fornire al lettore una breve ricognizione del pensiero di Qutb. Per quest’ultimo il mondo arabo della metà degli anni 50 di questo secolo è paragonato alla jahiliyyah, cioè al periodo dell’ “ ignoranza “ pre- islamica, cioè quello precedente alla rivelazione della parola divina a Maometto. Come il profeta e i suoi compagni avevano combattuto contro il paganesimo e l’idolatria, riuscendo ad edificare uno Stato Islamico in cui la sovranità risiedeva in Dio, così Qtub teorizza la guerra contro l’ordine costituito. Infatti “obiettivo della jihad è attaccare gli ostacoli materiali quali il potere politico che poggia su un complesso di strutture interconnesse di tipo ideologico, razziale, classista sociale ed economico che sono responsabili del perpetuarsi dell’oppressione”[6]. Ancora una volta è facilmente intuibile la sovrapposizione tra politica e religione: rivendicazioni politiche ma lette in chiave religiosa. Non solo, ma le idee di Qtub si svilupparono proprio dopo la sconfitta militare del 1967 di cui parlavo prima.
Questa sovrapposizione si riflette anche nelle organizzazioni terroristiche islamiche. Infatti come scrive lo storico Franco Cardini “ la logica dello jihadismo che è un’ideologia ha una lontana origine religiosa e in realtà, è un’ideologia di tipo politico”. Occorre in via preliminare di approssimazione precisare che è un grossolano errore definire tutti ” terroristici islamici”, non perchè non lo siano, ma per il semplice motivo che tale definizione, come sottolinea James Burke, rischia di mettere in ombra l’importanza delle circostanze locali nell’evoluzione di ciascun gruppo e l’obiettivo da essi perseguito. Prendiamo per la Lashkar Jihad indonesiana o la Jaish-e-mohammed pakistana. Esse sono definite organizzazioni terroristiche islamiche, ma fanno leva su rivendicazioni locali e non mi risulta che abbiano mai attaccato l’Occidente e probabilmente non hanno intenzione di farlo in futuro. Al contrario di Al Queida, l’ Isis, almeno per il momento, non ha alcuna intenzione di fare la guerra all’ occidente. La stessa scelta di autodefinirsi “ califatto” non è casuale ed evidenzia un modo diverso di interpretare lo jihadismo. Per anni i jihadisti hanno provato a ottenere un “paese proprio” e ora che lo hanno creato tocca mantenerlo e difenderlo. Questo non significa che una volta creato lo Stato i confini siano immobili. Anzi è l’esatto contrario. Mi spiego meglio. Quello che noi chiamiamo ISIS in arabo si chiama Dawla al-Islāmiyya e la parola Dawala, che noi traduciamo in Stato, in arabo significa anche “cambiamento”, termine che mal si adatta alla nostra idea di Stato come entità giuridica e politica sovrana costituita da un territorio con confini ben definiti e stabili. L’eliminazione dei confini sembra essere una vera e propria ossessione per i jihadisti dell’ Isis. Nel reportage “ Dentro L’ Isis”, i combattenti si dichiarano orgogliosi di aver cancellato la frontiera tra Iraq e Siria e di poter passare da un territorio all’altro “senza visto e senza passaporto”.
Ancora una volta si intuisce la diversità e complessità dell’estremismo islamico. Basti pensare per esempio che l’organizzazione Hamas ha come obiettivo la creazione di uno Stato Palestinese con confini ben precisi e stabiliti[7]. Quindi occorre fare attenzione prima di paragonare le centinaia di gruppi radicali islamici.
Comunque sia i primi a essere intimoriti dell’avanzata dello Stato Islamico sono proprio gli stessi arabi. E probabilmente l’Occidente può trarre vantaggio da questo timore. Mi spiego meglio. Il nostro interlocutore futuro non può che essere il mondo arabo dove vi è in atto il vero scontro, primo tra tutti lo storico scontro Iran- Arabia Saudita. Paradossalmente l’ ISIS può riavvicinare i due paesi sopra citati. L’Arabia Saudita teme l’Isis per due motivi fondamentali. In primo luogo perché uno degli obiettivi dell’ Isis è quello di liberare i luoghi santi che stanno in Arabia Saudita e di conseguenza assegnare questi al governo di un califfo e in secondo luogo, l’ Isis, riprendendo le teorie di Qtub, definisce “ apostati” non solo gli ordini politici arabi moderni, ma anche quelle nazioni filo – occidentali come l’Arabia saudita. In secondo luogo l’Iran, baluardo dello sciismo duodecimano, non può permettersi di perdere un alleato come Al- Maliki, premier iracheno, come d’altra parte non può permettersi che il paese vicino di casa sia nelle mani di Al- Baghadi. Il riavvicinamento degli Usa all’Iran fa ovviamente irritare l’Arabia Saudita, ma quest’ultima alla fine si dovrà piegare agli interessi dell’America, anche perché , come scrivo, Ryad ha tutto l’interesse a bloccare l’avanzata dell’ Isis.
Ma se il pericolo di un scontro tra la civiltà sembra per il momento archiviato non è detto che esso non si presenti in futuro prossimo. L’occidente deve essere in grado di evitarlo, ma come ? Beh sicuramente senza ingaggiare una nuova guerra e questo non lo scrivo perché sono imbevuto di pacifismo senza se e senza ma , al contrario ritengo che la guerra ha, come scriveva Bull, delle sue funzioni[8]. L’ assoluta inutilità di una nuova guerra è stata comprovata dalle precedenti “guerre al terrore” le quali hanno dimostrato il loro fallimento. Anzi, la nascita dell’ Isis è una conseguenza della guerra al “ terrorismo”. Uno dei pochi che probabilmente ha capito bene la situazione è il sottosegretario agli Affari Esteri, Mario Giro. Quest’ultimo, dalle pagine della rivista di geopolitica Limes, scrive che “dobbiamo essere in grado di proporre al mondo sunnita una narrazione alternativa e più convincente”. Anche l’analisi del sottosegretario non è frutto di una concezione pacifista delle relazioni internazionali, ma si basa sulla ricerca dell’efficacia e su uno studio della realtà. La tesi proposta è semplice: “ ll nodo da affrontare è la “narrazione” che l’Is ha elaborato negli anni : un misto di recriminazioni storico-immaginarie, vere frustrazioni, false identificazioni, distorsione di miti occidentali . L’Is scommette sul sentimento di umiliazione dei sunniti arabi e prospetta loro una soluzione etnico-religiosa” e ancora “Per essere forti ci vuole un’idea, un’ideale, un’utopia da contrapporre all’Is, con forza e fiducia nei propri mezzi”[9].
Se la tesi è semplice, la sua attuazione non lo è. Non tanto per l’idea in sé, ma perché mancano, a mio avviso, uomini e donne che la possono attuare. Il sottosegretario infatti dimentica che la politica per sua stessa definizione è alla continua ricerca del consenso popolare il quale non può conciliarsi con una politica d’integrazione la quale non è togliere il crocifisso da un’aula scolastica ne tantomeno l’apertura di una moschea. Quello che manca non solo in Italia, ma in Europa è la presenza di Statisti i quali sappiano rispondere al caos che si sta generando con politiche impopolari, ma lungimiranti. L’assenza di statisti non è neanche compensata da una eventuale presenza della società civile la quale è intrappolata da una parte da una fastidiosissima retorica democratica la quale proibisce i presepi nelle scuole perché “ possono offendere i non credenti” e dall’altra parte da una paranoia imbarazzante che dichiara “ i bambini musulmani devono avere lo stesso menù nelle mense scolastiche” . Non penso che la nostra società è minacciata dalla richiesta di un menù che escluda la carne di maiale. Come d’altra parte accoglienza non vuol dire togliere il crocifisso dalle nostre aule. Piaccia o non piaccia è parte della nostra identità. L’Italia, a differenza della Francia che ha fatto del laicismo la propria religione, è un paese cattolico. E da non credente riconosco questa realtà. Accoglienza non è neanche ammassare centinaia e centinaia di immigrati nelle periferie, lontani , nascosti in modo tale che nessuno li debba vedere a parte i cittadini di quei quartieri, già disagiati per i fatti loro . Insomma il problema è complesso e non saranno le battute populistiche di Salvini a risolvere tale problema.
Francesco Migliore
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[1] Cfr. Vaticano, le Femen rubano Gesù dal presepe, in www.ilgiornale.it
[2] Cfr. Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi
[3] Cfr. Macella Emiliani, Medio Oriente, una storia dal 1918 al 1991, Editore Laterza
[4] Ibidem
[5] Cfr. Jason Burke, Al queida la vera storia, Feltrinelli.
[6] Ibidem
[7] Per approfondire, consulta “ Hamas” di Khaled Hroub, Bruno Mondadori.
[8] Cfr. Hedley Bull “ La società anarchica, l’ordine nella politica internazionale”
[9] Mario Giro , “La sfida che ci lancia lo Stato Islamico”, Limes, rivista di geopolitica.
Fonte: Il Malpaese
domenica 1 febbraio 2015
«Internet scomparirà»
Lo dice Eric Schmidt di Google, che nel futuro vede un'Internet diffusa, l'Internet delle cose
Karen Bleier/AFP/Getty Images
Durante un panel intitolato “The Future of the Digital Economy”, tenutosi al World Economic Forum, a Davos, qualcuno ha chiesto a Eric Schmidt, al capo del consiglio di amministrazione di Google, quale futuro vede per il web, una domanda che potrebbe sembrare banale, ma alla quale Schmidt ha dato una risposta che non lo è.
«Risponderò molto semplicemente», sarebbe stata la risposta di Schmidt, così come la riporta Business Insider, «che internet sparirà. Ci saranno talmente tanti indirizzi IP, talmente tanti devices, sensori, cose che indosseremo, cose con cui interagiremo che non ce ne accorgeremo neppure più. Diverrà una presenza costante. Immagini di camminare in una stanza, e che quella stanza sia dinamica. E che, con il tuo permesso e tutto quel che serve, tu interagirai con gli oggetti che sono nella stanza».
Una frase del genere, detta per di più dal capo di Google, potrebbe spaventare, se non contestualizzata. Come giustamente spiega Business Insider, Schmidt, quando parla di scomparsa di internet, non si riferisce affatto a un ritorno al mondo analogico. Tutto il contrario, Schmidt fa riferimeno all'Internet delle cose, in inglese Internet of Things, ovvero la realtà connessa, una realtà aumentata grazie alla connettività dei devices, delle app e di tutto ciò che ci circonda. Una realtà che fa parte del nostro futuro prossimo, molto più prossimo di quanto potevamo immaginare anche solo una decina di anni fa.
Fonte: Linkiesta.it
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