mercoledì 16 aprile 2014
Cina: migliaia di lavoratori scioperano nella fabbrica dei grandi marchi
In Cina migliaia di lavoratori sono scesi in piazza nella città di Dongguan, chiedendo maggiori tutele sociali. Gli operai in sciopero sono della fabbrica Yue Yuen Industrial (Holdings), nota azienda che produce calzature per marchi internazionali come Nike, Adidas e Timberland.
I lavoratori lamentano il livello dei pagamenti per le pensioni, l'assicurazione sanitaria, le indennità di alloggio e di risarcimento danni, chiedendo una retribuzione più equa e maggiori diritti.
Sicuramente questo fatto, fa ben sperare per il futuro e l'ora di dire basta al crescente cannibalismo di queste multinazionali senza scrupoli, pronti a sfruttare la vita e la dignità delle persone.
Quando di voi hanno visto lievitare i prezzi al dettaglio dei prodotti, mentre in questi anni le varie produzioni si spostavano nei paesi a minor costo. Il problema non sono i costi della manodopera, ma la sete di denaro che il capitalismo ha prodotto.
L'aumento dei ricavi si è fatto sempre più ampio, mentre molti diritti sono calpestati e con l'intenzione di ripristinare una forma di schiavitù, che molti, illudendosi non credono.
In queste ore gli scioperi continuano e si potrebbero allargare presto.
Fonte: WEB SUL BLOG
martedì 15 aprile 2014
Grandi manager, grandi bonus. Ecco i "trombati" di lusso
Cambiano i vertici delle aziende pubbliche. Ma i “licenziati” non piangono. Anzi, a breve potranno godere di una buonuscita milionaria. Mentre i presidenti delle società pubbliche confermati e i nuovi arrivati dovranno “accontentarsi” di uno stipendio lordo annuo di 238 mila euro e gli ad delle società quotate vedranno un taglio del 25% delle proprie retribuzioni, loro, i “trombati” potranno godere di un bonus che supera la loro già esosa retribuzione.
Le ricche buonuscite. Si chiamano Paolo Scaroni (ex ad di Eni) e Fulvio Conti (ex ad di Enel), due dei tre super-manager che hanno guidato due dei tre colossi dell’energia italiano. Se a loro dovesse aggiungersi anche Flavio Cattaneo, attuale ad di Terna, lo Stato italiano, indirettamente, potrebbe sborsare complessivamente 16 milioni di euro per liberarsi dei tre esosi manager. La retribuzione annua di Scaroni in Eni è stata di 6,4 milioni di euro, quella di Conti pari a 4 milioni, quella di Cattaneo di 2,4 milioni. In base al contratto che lega i tre manager alle varie aziende che hanno come azionista di maggioranza il governo italiano, in caso di mancata conferma, Scaroni avrà una buonuscita di 8,4 milioni, Conti di 6,4 milioni, mentre Cattaneo si dovrà accontentare solamente di 2,4 milioni, secondo la ricostruzione de L’Espresso.
Era peggio quando si stava meglio. Numeri folli in un periodo di crisi economica come questo. Eppure, in passato si sono visti bonus con cifre anche più elevate. Il record assoluto lo detiene Elio Catania (nominato da Silvio Berlusconi) con quasi 7 milioni di liquidazione dopo solo tre anni fallimentari alla guida delle Ferrovie. Sempre nell’era berlusconiana, Giancarlo Cimoli in pochi anni riesce ad accumulare 10 milioni di bonus: prima incassa 6 milioni di euro per essere stato sostituito da Catania alla guida delle Ferrovie, poi 4 milioni da Alitalia.
Il trucco. I tre manager potranno godere di un sostanziale bonus di fuoriuscita grazie ad un vecchio trucco. Alla loro carica di amministratori delegati (di designazione governativa), hanno assunto anche l’incarico di direttori generali. Se per gli amministratori delegati esiste un compenso legato al contratto (a termine) più bonus produttività, per i direttori generali esiste la cosiddetta buonuscita che compensa la possibilità per i dirigenti di essere licenziati anche senza giusta causa.
Il caso di Scaroni. Secondo l’Espresso, Scaroni avrà diritto a 3,2 milioni per la risoluzione del lavoro dirigenziale, 2,2 milioni di “non compete agreement” (impegno a non lavorare per alcuni anni per concorrenti dell’Eni), 2,1 milioni di premi produttività e 800 mila euro di Tfr. Ma nel suo caso – come in quello dei suoi altri due colleghi – l’esosa buonuscita non peserà sul bilancio dello Stato ma su quello di ogni singola società. Magra consolazione di fronte al fatto che si parla di bilanci di società in cui il governo (quindi lo Stato e quindi tutti noi) è l’azionista di maggioranza.
Fonte: Diritto di critica
lunedì 14 aprile 2014
Quasi cento morti in una serie di attentati
Dopo un attentato a Maiduguri, nel nordest della Nigeria, il 25 marzo 2014. (Afp)
Almeno settanta persone sono morte il 14 aprile alla periferia di Abuja, la capitale della Nigeria, in una serie di esplosioni avvenute presso un capolinea degli autobus a Nyanya.
“Stavo aspettando di salire su un autobus quando ho sentito un’esplosione assordante e poi ho visto del fumo. Le persone correvano in preda al panico”, ha raccontato una donna. Poi c’è stata un’altra esplosione.
Non c’è stata ancora nessuna rivendicazione, ma i sospetti vanno verso il gruppo islamico Boko Haram, che la settimana scorsa ha ucciso decine di civili nel nordest del paese.
Il 10 aprile sospetti militanti islamici hanno ucciso almeno 60 persone in un attacco contro il villaggio di Kala Balge, mentre il giorno prima a Dikwa avevano ucciso otto persone in una scuola di formazione per insegnanti.
Boko Haram, che vuole creare uno stato islamico nel paese più popoloso dell’Africa diviso quasi equamente tra cristiani e musulmani, in dieci anni ha compiuto almeno 160 attentati e causando 2.600 morti.
(Fonte: Jeune Afrique)
Da maggio il presidente Goodluck Jonathan ha ordinato l’invio di truppe supplementari nel nordest della Nigeria, ma i ribelli si sono ritirati nella zona collinare di Gwoza, al confine con il Camerun, da dove hanno intensificato la loro campagna lanciando attacchi contro le forze di sicurezza e i civili accusati di sostenere il governo.
Fonte: Internazionale
sabato 12 aprile 2014
Le rivelazioni di Science sui terremoti in Emilia del 2012
Nell’11 aprile 2014 la rivista Science rivela in un articolo, che le estrazioni petrolifere in Emilia Romagna possono aver causato i terremoti fatali del 2012. “Una giuria internazionale di geologi ha concluso che un paio di terremoti mortali che ha colpito la regione italiana Emilia-Romagna nel 2012 potrebbe essere stato innescato dall’estrazione del petrolio in un giacimento petrolifero locale.”
Quindi questo rapporto pubblicato da Science svela che molto probabilmente c’è l’attività umana dietro i terribili terremoti in Emilia del 2012. Già in passato questa ipotesi era saltata agli onori della cronaca e ora torna suffragata da uno studio molto attendibile.
Questo, come altri casi in Italia, è la dimostrazione dello sfruttamento eccessivo degli ambienti e degli ecosistemi, uno sfruttamento che poi si paga col tempo.
Il dissesto idrogeologico, la mancata messa in sicurezza di molti territori, l’abusivismo edilizio eccessivo e tanto altro rendono conto di una situazione italiana ormai al limite e queste ultime rivelazioni di Science non fanno altro che “aumentare la carne sul fuoco”.
Le alluvioni in Sardegna e in Veneto come in altre zone, gli allagamenti passati di Roma e Genova e ora il caso suddetto: urge una maggiore manutenzione e messa in sicurezza del territorio da coniugare con un differente sfruttamento dell’ambiente molto più orientato al rispetto di quest’ultimo.
La politica tutta e i vari governi si sono resi “colpevoli” di tanti “disastri” passati come quello della “Terra dei fuochi”o ancora quello della discarica di Bussi in Abruzzo.
E’ ora di cambiare, è ora di salvaguardare l’ambiente, la natura, gli ecosistemi, i paesaggi: questi ultimi come i monumenti sono un patrimonio da salvaguardare come fossero oro!
Fonte: pandorando.it
Quindi questo rapporto pubblicato da Science svela che molto probabilmente c’è l’attività umana dietro i terribili terremoti in Emilia del 2012. Già in passato questa ipotesi era saltata agli onori della cronaca e ora torna suffragata da uno studio molto attendibile.
Questo, come altri casi in Italia, è la dimostrazione dello sfruttamento eccessivo degli ambienti e degli ecosistemi, uno sfruttamento che poi si paga col tempo.
Il dissesto idrogeologico, la mancata messa in sicurezza di molti territori, l’abusivismo edilizio eccessivo e tanto altro rendono conto di una situazione italiana ormai al limite e queste ultime rivelazioni di Science non fanno altro che “aumentare la carne sul fuoco”.
Le alluvioni in Sardegna e in Veneto come in altre zone, gli allagamenti passati di Roma e Genova e ora il caso suddetto: urge una maggiore manutenzione e messa in sicurezza del territorio da coniugare con un differente sfruttamento dell’ambiente molto più orientato al rispetto di quest’ultimo.
La politica tutta e i vari governi si sono resi “colpevoli” di tanti “disastri” passati come quello della “Terra dei fuochi”o ancora quello della discarica di Bussi in Abruzzo.
E’ ora di cambiare, è ora di salvaguardare l’ambiente, la natura, gli ecosistemi, i paesaggi: questi ultimi come i monumenti sono un patrimonio da salvaguardare come fossero oro!
Tommaso Genetti
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Fonte: pandorando.it
giovedì 10 aprile 2014
Fecondazione eterologa, cade il divieto
Il divieto di fecondazione eterologa è incostituzionale. Lo ha stabilito – a quanto apprende l’ANSA – la Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della norma della legge 40 che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta.
FECONDAZIONE ETEROLOGA, CADE IL DIVIETO - I giudici si sono riuniti di nuovo in camera di consiglio dopo la seduta di ieri. Il dubbio di costituzionalità formulato da tre tribunali in seguito ad altrettanti ricorsi di coppie è stato accolto, e quindi la legge 40 che regola il settore subisce così la spallata definitiva, e cadono tutti i presupposti sulla cui base è stato costruito il testo del 2004. Una delle tre coppie è stata assistita da Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, e Gianni Baldini: «L’abrogazione dell’eterologa non comporterebbe vuoti normativi — dicono —. Il quesito era già stato inserito nel referendum. Ci auguriamo venga cancellato per dare speranza a tenti genitori italiani». All’articolo 3 della legge sono già previste la tutela del figlio nato dall’eterologa e il divieto di disconoscere la paternità. In questa infografica pubblicata oggi sul Corriere vediamo le differenze legislative in Europa sul tema:
LEGGE 40, LE SENTENZE - Questo è solo l’ultimo chiodo sulla bara di una legge, la 40 del 2004, smantellata pezzo a pezzo da decine di sentenze. Complessivamente, tribunali civili, tribunali amministrativi regionali e la Corte Costituzionale si sono pronunciati gia’ 30 volte sul testo in generale o su articoli e commi specifici, come riporta l’associazione Coscioni. Nel maggio 2004, appena due mesi dopo l’entrata in vigore della Legge 40, il tribunale di Catania nego’ il diritto ad eseguire la diagnosi preimpianto a una coppia portatrice di betatalassemia. Un mese dopo, il tribunale di Cagliari consenti’ a una coppia di effettuare un’interruzione di gravidanza, con riduzione embrionaria, ottenuta con tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma), affermando che non vi e’ differenza tra gravidanza da Pma e gravidanza naturale. Nel 2005, ancora il tribunale di Cagliari sollevo’ la questione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 13 della legge nella parte in cui non consente di accertare, mediante la diagnosi preimpianto, se gli embrioni da trasferire nell’utero della donna che si sottopone a Pma siano affetti da malattie genetiche. Ma nel novembre 2006, la Corte costituzionale dichiaro’ manifestamente inammissibile la questione, senza entrare nel merito delle motivazioni. Nel 2007, il Tribunale di Cagliari e quello di Firenze hanno consentito l’accesso alla diagnosi preimpianto a due coppie. Nel 2008, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio annulla per eccesso di potere un passaggio delle Linee guida emanate dal ministero della Salute sulla Legge 40 in quanto ritenuto non coerente con quanto previsto dalla legge stessa. In questo modo, il Tar conferma quanto gia’ scritto nella norma che prevede possano essere effettuate indagini cliniche diagnostiche sull’embrione. Risalgono allo stesso anno due ordinanze del Tribunale di Firenze relative all’articolo 14, commi 1-2 e 3 della legge, relativamente al divieto di crioconservazione degli embrioni soprannumerari, alla necessita’ di creazione di un numero massimo di tre embrioni e all’obbligo di impianto unico e contemporaneo di tutti e tre i suddetti embrioni. Il 1 aprile del 2009, una sentenza della Consulta dichiara l’illegittimita’ costituzionale proprio dell’articolo 14 commi – 2 e 3 della Legge 40, cancellando il limite dei tre embrioni e l’obbligo di impianto contemporaneo di tutti gli embrioni prodotti.
LA FINE DELLA BUFFONATA - Dopo i pronunciamenti dei tribunali di Milano e Bologna, ancora nel 2009, si arriva al 2010 con due ordinanze del tribunale di Salerno che consente alla coppia ricorrente di accedere alla diagnosi preimpianto e di vedere impiantati solo gli embrioni che non presentassero mutazioni genetiche. In particolare, l’ordinanza ha un rilievo particolare perche’ per la prima volta viene riconosciuto alla donna “il diritto al figlio…”. Nel 2010 seguiranno altre sentenze dei Tribunali di Firenze e Catania; nel 2011 si pronuncia solo una volta il Tribunale di Milano. Nel 2012 arriva invece l’ordinanza 150 della Corte costituzionale che riunisce i procedimenti dei tribunali di Firenze, Catania e Milano che basano il dubbio di legittimita’ costituzionale formulato sul divieto di fecondazione eterologa sia sulla violazione della Costituzione sia su una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Nelle motivazioni della Corte si legge che la cancellazione del divieto di fecondazione eterologa nel nostro ordinamento non crea vuoto normativo. Nell’agosto dello stesso anno, la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Carta Edu e a un risarcimento della coppia ricorrente, portatrice di fibrosi cistica, per il negato accesso alla diagnosi preimpianto. Nel novembre del 2012, il tribunale di Cagliari stabilisce che, in caso di impossibilita’ da parte di una struttura pubblica di fornire l’assistenza necessaria nell’ambito delle procedure di Pma, la coppia ricorrente possa ricorrere a una struttura privata convenzionata, oltre a poter accedere alla diagnosi preimpianto e alla crioconservazione degli embrioni soprannumerari. Questa sentenza, insieme a quelle successive dei tribunali di Firenze, Milano e Catania del 2013 che sollevano dubbi di legittimita’ sugli articoli 4 e 13 della legge, verranno discussi il prossimo 8 aprile dalla Corte costituzionale. Sempre nel 2013, si sono pronunciati anche il tribunale di Firenze e quello di Roma, quest’ultimo ordinando l’immediata applicazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012. Il 14 gennaio e il 28 febbraio di quest’anno, infine, si e’ nuovamente pronunciato il tribunale di Roma sui ricorsi di due coppie, sollevando questione di legittimita’ dell’articolo 1 della Legge 4, perche’ in contrasto con quanto previsto dalla Costituzione, chiedendo un nuovo parere della Consulta. Parere che e’ arrivato oggi, accogliendo i ricorsi e cancellando il divieto di eterologa.
Fonte: Giornalettismo
domenica 6 aprile 2014
5 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo
Sono trascorsi esattamente 5 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.
La situazione aquilana, a 5 anni dal sisma, è drammatica. La città attende ancora la ricostruzione. Vi ripropongo l'intervista ad Anna, una donna che ha vissuto quel dramma. L'intervista è del 6 aprile 2013, quindi dello scorso anno. Ma la situazione è praticamente identica. Ecco il link: Intervista ad Anna, a 4 anni dal terremoto dell'Aquila
sabato 5 aprile 2014
Roma, è di nuovo emergenza rifiuti. Marino: “Non possiamo smaltirli”
Roma come Napoli. Nella Capitale la spazzatura ricompare nelle strade, come qualche anno fa. E, mentre il capoluogo campano sembra sia tornato alla normalità, a Roma è di nuovo emergenza. Se è vero che il paragone con Napoli è improprio per la diversa origine del problema, il risultato rischia di essere lo stesso. Per ora non ci sono cassonetti incendiati, montagne di rifiuti e puzza nauseabonda. Fino ad ora l’amministrazione capitolina è riuscita a tamponare l’emergenza accumulando – negli ultimi mesi – un po’ di ritardi nella raccolta. Ora, però, la “monnezza” romana rischia davvero di invadere le strade della Capitale.
Il grido d’allarme. “Non so dove mettere la spazzatura”. Così il sindaco di Roma Ignazio Marino due giorni fa ha lanciato l’allarme. Chiusa la discarica fuorilegge di Malagrotta, la Capitale ha vissuto ogni giorno in emergenza. Se è vero che Roma ha fatto passi da gigante negli ultimi anni per quanto riguarda la raccolta differenziata (il 40% a dicembre 2013, mentre a Milano supera il 48%), c’è ancora molto da fare. E, mentre si attende un incremento considerevole del rapporto tra differenziata e indifferenziato, il problema è proprio dove stoccare quest’ultimo. Ad ottobre 2013 è stata definitivamente chiusa la satura discarica di Malagrotta. Ma è stato sempre difficile per l’amministrazione di Roma Capitale individuare siti alternativi. Erano state identificate varie aree (molte delle quali fuori dai confini comunali), ma i comitati di cittadini che si erano formati hanno cercato in ogni modo di ostacolare (a torto o a ragione) il progetto di una nuova discarica per la città di Roma.
Gli arresti di Cerroni, i guai per Marino. Il proprietario del terreno dove sorge la discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni, patron della “monnezza” romana dal 1975, era riuscito con l’amministrazione capitolina ha trovare alcune soluzioni, magari non definitive, ma in grado di garantire a Roma uno smaltimento sufficiente. Peccato che lo stesso Cerroni, lo scorso 9 gennaio sia finito agli arresti con l’accusa di traffico illegale di rifiuti. Se è vero che l’inchiesta ha messo in luce un sistema oscuro che ha finora governato lo smaltimento della spazzatura della Capitale, ha anche creato non pochi grattacapi al sindaco Marino. Infatti, a seguito dell’arresto di Cerroni, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha firmato un’interdittiva antimafia che vieta alle amministrazioni pubbliche di avere rapporti con le società controllate dallo stesso Cerroni. Ma per Roma non ci sono alternative. Infatti, Cerroni opera a Roma e nel Lazio in un sostanziale regime di monopolio. Di conseguenza, vietare di smaltire l’immondizia negli stabilimenti di Cerroni significa non smaltire.
“Roma sarà invasa dai rifiuti”. Così Marino ha dovuto, in fretta e furia, emanare un’ordinanza che scavalca l’interdittiva del prefetto ma che ora non può più essere reiterata. Con questa ordinanza la spazzatura è stata lavorata negli ultimi due mesi in due impianti a Malagrotta. La società Colari di Cerroni sta continuando a smaltire i rifiuti ma gratuitamente in quanto il Campidoglio non può, per legge, pagare la società. Così, non solo l’ordinanza del sindaco Marino sta per scadere (il 26 maggio), ma la stessa Colari potrebbe decidere – in mancanza di pagamenti – di sospendere anticipatamente il trattamento dei rifiuti. Per questo il sindaco chiede alla magistratura una proroga della sua ordinanza, in modo da garantire lo smaltimento dei rifiuti fino a quando non si sarà concluso il processo di Cerroni che si terrà il 5 giugno.
Fonte: Diritto di critica
Il grido d’allarme. “Non so dove mettere la spazzatura”. Così il sindaco di Roma Ignazio Marino due giorni fa ha lanciato l’allarme. Chiusa la discarica fuorilegge di Malagrotta, la Capitale ha vissuto ogni giorno in emergenza. Se è vero che Roma ha fatto passi da gigante negli ultimi anni per quanto riguarda la raccolta differenziata (il 40% a dicembre 2013, mentre a Milano supera il 48%), c’è ancora molto da fare. E, mentre si attende un incremento considerevole del rapporto tra differenziata e indifferenziato, il problema è proprio dove stoccare quest’ultimo. Ad ottobre 2013 è stata definitivamente chiusa la satura discarica di Malagrotta. Ma è stato sempre difficile per l’amministrazione di Roma Capitale individuare siti alternativi. Erano state identificate varie aree (molte delle quali fuori dai confini comunali), ma i comitati di cittadini che si erano formati hanno cercato in ogni modo di ostacolare (a torto o a ragione) il progetto di una nuova discarica per la città di Roma.
Gli arresti di Cerroni, i guai per Marino. Il proprietario del terreno dove sorge la discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni, patron della “monnezza” romana dal 1975, era riuscito con l’amministrazione capitolina ha trovare alcune soluzioni, magari non definitive, ma in grado di garantire a Roma uno smaltimento sufficiente. Peccato che lo stesso Cerroni, lo scorso 9 gennaio sia finito agli arresti con l’accusa di traffico illegale di rifiuti. Se è vero che l’inchiesta ha messo in luce un sistema oscuro che ha finora governato lo smaltimento della spazzatura della Capitale, ha anche creato non pochi grattacapi al sindaco Marino. Infatti, a seguito dell’arresto di Cerroni, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha firmato un’interdittiva antimafia che vieta alle amministrazioni pubbliche di avere rapporti con le società controllate dallo stesso Cerroni. Ma per Roma non ci sono alternative. Infatti, Cerroni opera a Roma e nel Lazio in un sostanziale regime di monopolio. Di conseguenza, vietare di smaltire l’immondizia negli stabilimenti di Cerroni significa non smaltire.
“Roma sarà invasa dai rifiuti”. Così Marino ha dovuto, in fretta e furia, emanare un’ordinanza che scavalca l’interdittiva del prefetto ma che ora non può più essere reiterata. Con questa ordinanza la spazzatura è stata lavorata negli ultimi due mesi in due impianti a Malagrotta. La società Colari di Cerroni sta continuando a smaltire i rifiuti ma gratuitamente in quanto il Campidoglio non può, per legge, pagare la società. Così, non solo l’ordinanza del sindaco Marino sta per scadere (il 26 maggio), ma la stessa Colari potrebbe decidere – in mancanza di pagamenti – di sospendere anticipatamente il trattamento dei rifiuti. Per questo il sindaco chiede alla magistratura una proroga della sua ordinanza, in modo da garantire lo smaltimento dei rifiuti fino a quando non si sarà concluso il processo di Cerroni che si terrà il 5 giugno.
Fonte: Diritto di critica
mercoledì 2 aprile 2014
Il 42% dei pensionati percepisce meno di mille euro al mese
Il 40% degli italiani in pensione percepisce meno di mille euro al mese. A rivelarlo è l’Istat: i dati si riferiscono al 2012, primo anno successivo alla riforma Fornero. A fare da contraltare ai milioni di ex lavoratori con un trattamento minimo, ci sono 11mila pensionati d’oro, lo 0,1% del totale: si tratta di persone che percepiscono oltre 10mila euro al mese.
L’Istat ha rivelato come nel 2012 la spesa complessiva delle pensioni a carico dello Stato sia stata 270.720 milioni di euro, con un aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, mentre la sua incidenza sul Pil è cresciuta di 0,45 punti percentuali (dal 16,83% del 2011 al 17,28% del 2012). Mediamente, l’importo delle pensioni è stato di 11.482 euro, 253 euro in più rispetto al 2011. Va considerato tuttavia che, dei 16,6 milioni di pensionati censiti nel 2012, mediamente ognuno ha percepito 16.314 euro all’anno (358 euro in più del 2011). In diversi casi un soggetto ha potuto contare anche su più di una pensione.
Più nel dettaglio, il 67,3% dei pensionati è titolare di una sola pensione, il 24,9% ne percepisce due e il 6,5% tre; il restante 1,3% è titolare di quattro o più pensioni. Il reddito del 42,6% dei pensionati è inferiore a mille euro al mese: il 38,7% percepisce tra i mille e i 2mila euro, il 13,2% tra 2.000 e 3.000 euro; il 4,2% tra 3.000 e 5.000 euro e il restante 1,3% percepisce un importo superiore a 5.000 euro. Il dato è differente tra le donne: qui a percepire meno di mille euro al mese è il 52% delle pensionate.
Fonte: fanpage.it
L’Istat ha rivelato come nel 2012 la spesa complessiva delle pensioni a carico dello Stato sia stata 270.720 milioni di euro, con un aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, mentre la sua incidenza sul Pil è cresciuta di 0,45 punti percentuali (dal 16,83% del 2011 al 17,28% del 2012). Mediamente, l’importo delle pensioni è stato di 11.482 euro, 253 euro in più rispetto al 2011. Va considerato tuttavia che, dei 16,6 milioni di pensionati censiti nel 2012, mediamente ognuno ha percepito 16.314 euro all’anno (358 euro in più del 2011). In diversi casi un soggetto ha potuto contare anche su più di una pensione.
Più nel dettaglio, il 67,3% dei pensionati è titolare di una sola pensione, il 24,9% ne percepisce due e il 6,5% tre; il restante 1,3% è titolare di quattro o più pensioni. Il reddito del 42,6% dei pensionati è inferiore a mille euro al mese: il 38,7% percepisce tra i mille e i 2mila euro, il 13,2% tra 2.000 e 3.000 euro; il 4,2% tra 3.000 e 5.000 euro e il restante 1,3% percepisce un importo superiore a 5.000 euro. Il dato è differente tra le donne: qui a percepire meno di mille euro al mese è il 52% delle pensionate.
Fonte: fanpage.it
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