sabato 31 marzo 2018

16 morti nelle proteste nella Striscia di Gaza

L'esercito israeliano ha sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere le migliaia di persone che si sono radunate ieri lungo il confine con Israele

I soldati israeliani al confine con Gaza, davanti ai manifestanti. (Oren Ziv/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 persone palestinesi sono morte e oltre 1.400 sono state ferite dall’esercito israeliano, durante le grandi proteste organizzate lungo il confine fra la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, e alle quali hanno partecipato circa 30mila persone. L’esercito israeliano ha sparato sui manifestanti e ha usato anche proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dai droni per disperdere la protesta, in quello che in molti hanno denunciato come uso eccessivo della forza. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha chiesto che sia fatta un’indagine indipendente e trasparente sulla morte dei 16 palestinesi. La protesta, chiamata “Marcia del Ritorno”, era prevista da settimane e si è svolta in sei diverse manifestazioni coordinate lungo il confine della Striscia.

Come già si sapeva nei giorni scorsi, infatti, Israele ha schierato oltre 100 tiratori scelti lungo il confine, con il permesso di sparare per rispondere alla protesta. Secondo Adalah, organizzazione per i diritti dei palestinesi in Israele, l’esercito israeliano ha sparato su manifestanti palestinesi disarmati. Anche diverse testimonianze e video diffusi venerdì sui social network da attivisti locali confermano questa versione. La protesta sembra essere stata infatti in larga parte pacifica, anche se Haaretz riporta di alcuni manifestanti che hanno tirato pietre e molotov contro i soldati israeliani.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha invece sostenuto che i soldati abbiano fatto fuoco solo sui manifestanti che provavano a sfondare la recinzione sul confine. Il generale dell’esercito Eyal Zamir ha detto che tra i manifestanti c’erano membri di organizzazioni terroristiche che hanno provato a compiere attacchi usando le proteste come copertura, e l’esercito ha insistito con questa versione.

Taye-Brook Zerihoun, vice capo del Dipartimento per gli Affari politici dell’ONU, ha avvertito il Consiglio di sicurezza dell’ONU che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni, e ha chiesto che Israele rispetti le leggi internazionali sui diritti umani, usando la forza solo quando è l’ultima risorsa. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha indetto un giorno di lutto nei territori palestinesi, per ricordare i morti delle proteste.

La protesta è stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione è decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta hanno insistito più volte che le manifestazioni non sarebbero state violente, ma l’esercito israeliano aveva espresso molti dubbi e ipotizzato che dietro gli organizzatori potesse esserci Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia dal 2007. Una fonte anonima del comitato organizzatore ha detto ad Haaretz che Hamas non ha pagato direttamente i manifestanti, ma che ha donato dei soldi al comitato organizzatore. Un altro elemento che fa pensare che dietro alla manifestazione potrebbe esserci Hamas è il fatto che Fatah – il principale partito palestinese “moderato”, tornato da poco in cattivi rapporti con Hamas – stia sostanzialmente ignorando le proteste.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano. Sono state allestiti dei campi lungo il confine, e sono previste nuove manifestazioni ogni venerdì.

Fonte: Il Post

giovedì 29 marzo 2018

Nicolas Sarkozy sarà processato

È stato rinviato a giudizio per corruzione e traffico di influenze: una storia diversa da quella che aveva portato al fermo della settimana scorsa

Nicolas Sarkozy (LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

Il quotidiano francese Le Monde ha scritto che l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato rinviato a giudizio per corruzione e traffico di influenze. Insieme a lui sono stati rinviati a giudizio e saranno processati anche il suo avvocato Thierry Herzog e l’ex magistrato Glibert Azibert.

Le accuse si riferiscono a fatti risalenti al 2014, quando Sarkozy, tramite Herzog, cercò di ottenere informazioni riservate da Azibert, che allora era giudice della Corte di Cassazione francese. Dalle intercettazioni della polizia, risulta che Sarkozy si offrì di usare i suoi contatti per garantire a Azibert un ruolo prestigioso a Monaco, in Francia, in cambio di informazioni relative alle indagini che la magistratura stava facendo su presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale di Sarkozy del 2007: si ipotizzava che questi finanziamenti arrivassero da Liliane Bettencourt, a lungo capa della società L’Oreal.

Quello per corruzione e traffico di influenze non è l’unico procedimento penale a cui è sottoposto Sarkozy. Una settimana fa Sarkozy era stato formalmente accusato di avere ricevuto finanziamenti illeciti dall’ex presidente libico Muammar Gheddafi durante la campagna elettorale del 2007.

Fonte: Il Post

Sono stati eletti i vicepresidenti del Senato

Sono Roberto Calderoli (Lega), Ignazio La Russa (FdI), Paola Taverna (M5S) e Anna Rossomando (PD), ma ci sono state tensioni sull'elezione dei questori

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Mercoledì il Senato ha eletto i suoi quattro vicepresidenti, i tre questori e gli otto segretari, frutto di accordi, spartizioni e giochi di forza tra i principali gruppi parlamentari. Come vicepresidenti, il ruolo più importante tra quelli in ballo, sono stati eletti Roberto Calderoli della Lega (164 voti), Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia (119 voti), Paola Taverna del Movimento 5 Stelle (105 voti) e Anna Rossomando del Partito Democratico (63 voti).

Se sulle vicepresidenze i principali partiti hanno ottenuto una rappresentanza, ci sono state però tensioni per quanto riguarda i questori, che hanno il compito di controllare il corretto svolgimento dei lavori delle camere e l’applicazione delle direttive dei loro presidenti, e sono considerati strategici dai partiti. Sono stati eletti Antonio De Poli di Forza Italia (165 voti), Paolo Arrigoni della Lega (130 voti) e Laura Bottici del M5S (115 voti).

Il PD ha protestato per non aver ricevuto nessun questore: il suo candidato Gianni Pittella ha ottenuto solo 59 voti. Secondo i giornali, il problema è stato un mancato accordo con il M5S, che voleva ottenere per Bottici il ruolo di questore anziano, che garantisce maggiori poteri ed è assegnato al candidato più votato. Il PD ha rifiutato la proposta, ritenendola un ricatto, e il ruolo di questore anziano è andato a De Poli. Secondo i giornali c’è stata qualche discussione anche tra FdI e FI su De Poli, poi approvato dal partito di Giorgia Meloni. Secondo i giornali, le tensioni di oggi avranno effetti anche sulle elezioni dei componenti dell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati, che si terranno domani.

Il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci ha commentato la mancata elezione di un questore del PD dicendo: «che in Senato sia stato negata al PD la possibilità di avere un questore è un fatto gravissimo. Per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione parlamentare non avrà accesso al funzionamento della macchina del Senato. Siamo davanti ad un fatto senza precedenti. Quale è il concetto di democrazia del M5S e della destra? Facciamo tutto da soli?». Maurizio Martina, vice segretario del PD, ha detto: «La presenza del PD nelle presidenze di Camera e Senato con funzioni di rappresentanza e controllo è una questione democratica e dovrebbe riguardare tutti. Siamo il secondo partito del Parlamento e rappresentiamo milioni di elettori che non hanno votato destra e Cinquestelle. La nostra funzione non può essere svilita né la nostra presenza in questi organi fondamentali parlamentari può essere condizionata da contropartite di altri e su altre responsabilità».

I segretari, che hanno il compito di collaborare con il presidente durante i lavori del Senato, saranno Paolo Tosato della Lega, Francesco Giro di Forza Italia, Tiziana Nisini della Lega, Vincenzo Carbone di Forza Italia, e Michela Montevecchi, Sergio Puglia, Giuseppe Pisani e Gianluca Castaldi, tutti e quattro del M5S. Anche in questo caso, al PD non è toccato nessun segretario. In tutto, dei componenti dell’ufficio di presidenza del Senato 8 sono del centrodestra, più la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, 6 sono del Movimento 5 Stelle e uno del PD.

Fonte: Il Post

martedì 27 marzo 2018

I capigruppo dei partiti alla Camera e al Senato

Forza Italia ha eletto Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, il PD Graziano Delrio, il M5S Giulia Grillo e Danilo Toninelli

Un momento della riunione dei deputati di Forza Italia per l'elezione del nuovo capogruppo. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Martedì i gruppi politici che si sono formati nel nuovo Parlamento – cioè, almeno per ora, i partiti che sono stati eletti lo scorso 4 marzo – hanno eletto i propri capigruppo alla Camera e al Senato. Sono le persone che, oltre a essere i rappresentanti dei gruppi, incontreranno il presidente della Repubblica durante le consultazioni, insieme eventualmente ai leader dei partiti. L’elezione dei capigruppo, nella maggior parte dei casi, è avvenuta per acclamazione durante le assemblee dei gruppi parlamentari, che si sono costituiti ufficialmente proprio oggi.

Il Movimento 5 Stelle, il partito che ha ottenuto più voti alle ultime elezioni, ha nominato Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato, come era stato annunciato qualche giorno fa. Il Partito Democratico ha invece eletto alla Camera l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio, mentre al Senato verrà con ogni probabilità eletto Andrea Marcucci: il suo nome è stato proposto dal vice segretario Maurizio Martina ma deve ancora essere confermato dall’assemblea. Secondo quanto scrivono i giornali, Renzi voleva eleggere Marcucci e Lorenzo Guerini, considerati parlamentari a lui molto fedeli. Una parte del partito voleva però un qualche tipo di rottura con il PD “renziano”, dopo la sconfitta alle elezioni: sarebbe quindi stato trovato il compromesso di Delrio, considerato comunque vicino a Renzi ma indipendente e un po’ più critico, soprattutto recentemente.

Per quanto riguarda il centrodestra, Forza Italia ha nominato l’ex ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini come capogruppo alla Camera, e Anna Maria Bernini – brevemente candidata alla presidenza del Senato – come capogruppo al Senato. Alla Camera la Lega ha nominato Giancarlo Giorgetti e Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, mentre non sono state ancora comunicate le nomine per il Senato.

Liberi e Uguali, che ha superato di poco la soglia alle elezioni, non può per ora costituire dei gruppi autonomi, visto che ha 14 deputati e 4 senatori, e il minimo è rispettivamente 20 e 10. Ha detto però che chiederà una deroga, concessa in passato anche a partiti con meno rappresentanti. Per ora i suoi parlamentari sono iscritti al Gruppo misto, insieme a quelli di Noi con l’Italia, ai fuoriusciti del M5S, alle minoranze linguistiche, a +Europa e a Civica popolare. Oggi i gruppi parlamentari hanno discusso anche delle altre cariche che compongono gli uffici di presidenza di ciascuna camera: vicepresidenti, questori e segretari. Saranno spartiti tra i vari partiti, ed eletti formalmente domani dalle Camere riunite.

Fonte: Il Post

lunedì 26 marzo 2018

Almeno 64 persone sono morte per un incendio in Siberia

Si è sviluppato domenica in un centro commerciale nella città di Kemerovo, nell'area dell'edificio che ospitava un cinema multisala

(Russian Ministry for Emergency Situations photo via AP)

Almeno 64 persone sono morte domenica in un incendio in un centro commerciale nella città russa di Kemerovo, in Siberia. Ieri il governo russo aveva confermato la morte di 53 persone, ma aveva aggiunto di aspettarsene altre nelle ore successive. Secondo BBC, almeno 40 morti potrebbero essere bambini.

Sembra che l’incendio sia iniziato intorno alle 10 di domenica mattina (le 15 in Italia) nell’area dell’edificio che ospitava un cinema multisala, al terzo piano. In quel momento – scrivono i giornali – il centro commerciale e i cinema erano molto affollati e ai soccorritori non è stato subito chiaro quante persone ci fossero all’interno degli edifici in fiamme. Le fiamme hanno raggiunto presto un’area giochi per bambini e una pista di pattinaggio. A causa dell’incendio, inoltre, sono crollati i tetti di due sale cinematografiche, complicando ancora di più le ricerche dei soccorritori. Alcuni video postati sui social network mostrano persone che saltano dalle finestre per scappare dall’incendio.

Per spegnere l’incendio sono intervenuti più di 300 vigili del fuoco e in tutto 660 soccorritori, inclusi agenti di polizia e personale medico. Per portare l’incendio sotto controllo ci sono volute 17 ore e le operazioni di ricerca e soccorso non sono ancora terminate. Il Guardian ha scritto che si stanno cercando ancora 16 persone di cui si sono perse le tracce.

Le cause dell’incendio non sono ancora note. BBC ha scritto che quattro persone sono state fermate dalla polizia per essere interrogate e che tra loro c’è anche il direttore della società che gestiva il centro commerciale. Kemerovo è una città di circa 500,000 abitanti, la più importante della regione del Kuzbass, uno delle più grandi aree di estrazione del carbone al mondo.

Fonte: Il Post

Breve guida al nuovo governo

Le consultazioni cominceranno il 3 aprile: cosa dobbiamo aspettarci e cosa succederà nel frattempo, già a partire da oggi

(ANSA/ETTORE FERRARI)

Se tutto procederà senza intoppi, l’Italia potrebbe avere un nuovo governo già nel corso delle prime due settimane di aprile. Il problema principale è che gli intoppi potenziali sono moltissimi: visto il risultato inconcludente delle elezioni del 4 marzo servirà un accordo trasversale tra Movimento 5 Stelle e centrodestra, oppure tra una di queste due forze e il Partito Democratico, per arrivare alla formazione di un governo.

La novità principale dalle elezioni a oggi è l’accordo raggiunto da centrodestra e Movimento 5 Stelle per la scelta dei presidenti di Camera e Senato, che secondo gran parte degli osservatori ha reso un po’ più probabile la formazione di un qualche tipo di governo con il sostegno sia della Lega che del Movimento. Ne sapremo di più la prossima settimana, quando il 3 aprile cominceranno le consultazioni con il presidente della Repubblica. Nel frattempo, queste sono le principali date da tenere d’occhio.

Lunedì 26 marzo
Si formano i gruppi parlamentari: tutti i deputati e i senatori devono dichiarare a quale gruppo appartengono. Sarà interessante vedere se ci sarà qualche sorpresa. Per esempio, il Movimento 5 Stelle accetterà nel suo gruppo parte o tutti gli espulsi durante la campagna elettorale, come promesso, oppure li terrà tutti quanti fuori? In realtà uno se lo sono già ripreso.

Martedì 27 marzo
Alle 15.30 i gruppi parlamentari si riuniscono ed eleggono formalmente i capigruppo. Non ci si aspettano sorprese per Movimento 5 Stelle e Lega, che hanno già deciso e i cui capigruppo in pectore sono impegnati in attività parlamentari da giorni (quelli del Movimento 5 Stelle, a differenza della passata legislatura in cui venivano eletti dai parlamentari, sono stati scelti direttamente da Luigi Di Maio). Sarà invece un’elezione un po’ più movimentata in Forza Italia e soprattutto dentro il PD.

I due capigruppo uscenti del partito di Berlusconi, Renato Brunetta e Paolo Romani, si sono dimessi nei giorni scorsi in dissenso per come il loro leader ha gestito l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, cedendo alle pressioni del Movimento 5 Stelle e Lega per sostituire la candidatura dello stesso Romani al Senato con Maria Elisabetta Alberti Casellati. Secondo i giornali i nuovi capigruppo saranno Anna Maria Bernini al Senato e Mara Carfagna alla Camera.

Se in Forza Italia la successione dovrebbe avvenire comunque in maniera abbastanza indolore, il PD rischia invece di trovarsi in difficoltà. Quasi tutto il partito è concorde nel confermare come capogruppo alla Camera Ettore Rosato, vicino all’ex segretario Matteo Renzi, ma ci sono grosse divisioni su cosa fare al Senato. La parte del partito più vicina a Renzi secondo i giornali vorrebbe scegliere Andrea Marcucci, considerato un “renziano”, mentre il resto del partito vorrebbe confermare l’attuale capogruppo Luigi Zanda. Secondo i giornali Renzi sarebbe disposto ad andare “alla conta” sul nome di Marcucci, cioè sottoporlo al voto del gruppo, in modo da dimostrare di controllare ancora la maggioranza dei voti dei parlamentari.

Mercoledì 28 marzo
Le camere si riuniscono per eleggere le altre cariche che compongono gli uffici di presidenza di ciascuna camera: vicepresidenti, questori e segretari. I regolamenti di Camera e Senato stabiliscono che i parlamentari di ciascuna camera eleggono i rappresentanti che devono occupare questi incarichi e stabiliscono che tutti i gruppi parlamentari devono essere rappresentati all’interno degli uffici di presidenza. Di solito questi incarichi vengono distribuiti tra i vari partiti prima di arrivare alle votazioni, che servono essenzialmente a confermare gli accordi presi in precedenza.

I giornali scrivono in questi giorni che al Senato i quattro vicepresidenti dovrebbero andare al PD (che indicherà Valeria Fedeli), alla Lega (che indicherà Roberto Calderoli), al Movimento 5 Stelle (che indicherà Vito Crimi) e infine a Liberi Uguali. Forza Italia non esprimerà vicepresidenti, perché ha già il presidente del Senato. Alla Camera il PD indicherà Roberto Giachetti, un altro vicepresidente sarà espresso dalla Lega, uno da Forza Italia e il quarto da Fratelli d’Italia.

3 aprile
Le consultazioni cominceranno ufficialmente il 3 aprile, dopo una pausa per la Pasqua in cui non ci saranno altri eventi importanti. È il momento in cui il presidente della Repubblica incontra i rappresentanti dei partiti, di solito una delegazione formata dai capigruppo e dal leader del partito, e chiede loro se e a quale governo sarebbero disposti a votare la fiducia. Al termine delle consultazioni, il presidente può affidare l’incarico di formare un governo alla persona che secondo lui ha le maggiori possibilità di trovare il sostegno della maggioranza dei parlamentari. Chi riceve l’incarico, e giura insieme ai suoi ministri, è formalmente il nuovo presidente del Consiglio, anche nel caso non dovesse poi riuscire a raccogliere una maggioranza parlamentare (in quel caso lo sarebbe solo per “il disbrigo degli affari correnti”, evidentemente, e Mattarella ricomincerebbe a cercare un governo in grado di ottenere la fiducia nel Parlamento).

Le consultazioni sono una prassi utilizzata da decenni ma non sono regolate dalla legge o dalla Costituzione. Per tradizione cominciano dai gruppi parlamentari con meno membri e si concludono con il partito che ha la rappresentanza più numerosa. Se il centrodestra deciderà di partecipare con un’unica delegazione sarà probabilmente l’ultimo gruppo ricevuto, altrimenti il gruppo più numeroso risulterà il Movimento 5 Stelle. Al termine delle consultazioni il presidente della Repubblica può anche decidere di affidare un “pre-incarico”, come accadde al segretario del PD Pier Luigi Bersani nel 2013. È una pratica non codificata dalla legge che serve per dare al possibile presidente del Consiglio ulteriore tempo per verificare se sia possibile formare una maggioranza. Bersani lo utilizzò per fare una seconda serie di consultazioni (ricordate lo streaming con Crimi e Lombardi?) al termine del quale disse al presidente della Repubblica che non sarebbe stato in grado di formare un governo.

Quindi che governo ci sarà?
Lo sapremo meglio nei prossimi giorni. Questa settimana ci saranno probabilmente trattative intense tra Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia in cui si discuterà della possibilità di formare una maggioranza di governo. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini rivendicano il diritto di essere incaricati presidenti del Consiglio, ma le loro posizioni si sono molto ammorbidite nel corso degli ultimi giorni ed entrambi hanno fatto aperture più o meno significative all’idea di formare un governo di coalizione.

Dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, quasi tutti gli esperti e i giornali sostengono che un accordo tra i due sia più vicino. L’ipotesi che viene data per la maggiore è quella di un governo senza esponenti di primo piano di Lega e Movimento, che nasca sulla base di un programma concordato (questo governo, commentano i giornalisti, non dovrebbe necessariamente restare in carica a lungo). Se invece i due partiti non riuscissero ad accordarsi restano aperte altre ipotesi, che però sembrano sempre meno probabili con il passare dei giorni. Una è quella di un governo di minoranza del centrodestra: senza esponenti di primo piano (senza Salvini, sostanzialmente) e nato grazie all’astensione del PD. Ma si parla anche di un “governo del presidente”, cioè un governo formato da figure istituzionali non direttamente legate ai partiti e sostenute da tutte le forze politiche. Un’eventualità, però, che oramai quasi tutti i cronisti politici definiscono molto improbabile.

Fonte: Il Post

È morto Fabrizio Frizzi

Aveva 60 anni ed era uno dei conduttori più noti della televisione italiana: negli ultimi mesi aveva avuto gravi problemi di salute

(ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

Fabrizio Frizzi è morto questa notte all’ospedale Sant’Andrea di Roma in seguito a una emorragia cerebrale. La notizia della morte del conduttore televisivo è stata confermata da una nota della sua famiglia. Frizzi, che aveva compiuto 60 anni lo scorso febbraio, aveva avuto negli ultimi mesi dei gravi problemi di salute. Nell’ottobre del 2017 Frizzi aveva avuto un’ischemia durante la registrazione di una puntata del programma L’Eredità; era stato ricoverato al Policlinico Umberto I di Roma per alcuni giorni ed era tornato a condurre L’Eredità a dicembre. Aveva detto di essere malato e che avrebbe raccontato della sua malattia se fosse riuscito a guarire.

Frizzi, che era nato a Roma nel 1958, aveva cominciato a lavorare in Rai negli anni Ottanta dopo aver condotto alcuni programmi per radio e tv private. In Rai iniziò a lavorare in alcune trasmissioni per ragazzi: Il barattolo, Tandem e Pane e marmellata, che condusse insieme a Rita Dalla Chiesa che poi diventò la sua prima moglie. La prima trasmissione che condusse in prima serata fu Europa Europa nel 1988.

I primi grandi successi di Frizzi arrivarono tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, quando gli fu affidata la conduzione di Scommettiamo che…?, insieme a Milly Carlucci (che presentò poi per varie edizioni anche negli anni successivi). Nel 1988 diventò il conduttore del concorso di bellezza Miss Italia, trasmissione che gli dette un’enorme popolarità e che condusse per quindici edizioni consecutive fino al 2002 e poi di nuovo nel 2011 e nel 2012 (tra il 1991 e il 1993 presentò anche le prime tre edizioni di Miss Italia nel mondo).

Nel 1990 iniziò il programma I fatti vostri, una delle trasmissioni più di successo di Rai 2 che Frizzi presentò per tre edizioni fino al 1993. Nel 1992 affiancò Corrado – a cui si ispirava nello stile di conduzione – nella Notte dei Telegatti su Canale 5: fu il suo esordio sulle reti Fininvest. Sempre nello stesso anno, in diretta dallo Stadio Olimpico, presentò la Partita del cuore, una delle molte iniziative benefiche in cui sarebbe stato coinvolto. Dall’autunno 1994 fece parte del gruppo dei conduttori del quiz Luna Park, programma ideato da Pippo Baudo; sempre nel 1994 (fino al 1996) presentò la maratona televisiva di raccolta fondi Telethon. Negli anni Novanta vi furono altre nuove trasmissioni (Per tutta la vita…? e Tutti a scuola). Nel 2002 lasciò la Rai, dove però tornò dopo una breve parentesi nella primavera del 2003 a Mediaset con il programma Come sorelle.

Nel 2003 Frizzi presentò Piazza Grande su Rai 2, programma della mattina che sostituì I fatti vostri. Poi dal 2005 su Rai 3 condusse Cominciamo bene e dal 2007 il gioco a premi Soliti ignoti – Identità nascoste subito dopo il TG1, che ottenne un grande successo di ascolti e diede una nuova spinta alla sua carriera, che si era un po’ ingolfata dopo il passaggio a Mediaset e il ritorno in Rai. Negli ultimi anni presentò nuove edizioni di vecchie trasmissioni e molte serate speciali come per esempio il Concerto per l’Emilia, evento di beneficenza per la raccolta fondi per la ricostruzione di due ospedali danneggiati dal terremoto dell’Emilia del 2012. Nel marzo del 2014 venne scelto per condurre su Rai 1 L’eredità, subentrando a Carlo Conti e ottenendo un enorme successo. Nella sua vita ha presentato più di settanta trasmissioni per la tv.

Fabrizio Frizzi aveva anche partecipato come concorrente a Ballando con le stelle, era stato ospite in diverse puntate di Tale e quale show, aveva recitato in alcune fiction e aveva fatto il doppiatore: è sua la voce di Woody, lo sceriffo protagonista dei film Toy Story.

Nel 2012 interpretò se stesso nel film Buona giornata diretto da Carlo Vanzina e nel 2015 venne nominato commendatore dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Frizzi raccontò anche pubblicamente di aver donato il midollo: «All’epoca il mio midollo risultò compatibile con quello di una bimba le cui condizioni erano preoccupanti. (…) Sei anni dopo, la più bella sorpresa della mia vita. Ero ancora al timone della Partita del cuore, stava finendo la diretta e già scorrevano i titoli di coda, quando una ragazzina mi corse incontro per abbracciarmi. Capii subito che si trattava di Valeria, la bimba alla quale avevo donato il midollo e che era venuta a salutarmi dicendomi di essere la mia sorellina».

Fonte: Il Post

domenica 25 marzo 2018

Maria Elisabetta Alberti Casellati, la prima donna presidente del Senato

È stata eletta con i voti del centrodestra e del Movimento 5 Stelle: ha 71 anni ed è in Forza Italia fin dalla nascita del partito


Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata eletta stamattina presidente del Senato, grazie all'accordo tra centrodestra e Movimento 5 Stelle che hanno votato insieme sia al Senato che alla Camera (dove è stato eletto Roberto Fico). L’accordo sui nomi è stato raggiunto questa mattina, quando Berlusconi ha accettato di rinunciare al suo candidato iniziale, Paolo Romani, che il Movimento 5 Stelle non voleva votare.

Maria Elisabetta Alberti Casellati è una senatrice di Forza Italia di 71 anni. È nata nel 1946 a Rovigo, vive a Padova ed è la prima donna eletta alla presidenza del Senato nella storia della Repubblica.

Alberti Casellati è avvocatessa e questa legislatura è la sua sesta da senatrice. Ha fatto parte del Parlamento dal 1994 a oggi, fatta eccezione per la tredicesima legislatura (quella iniziata nel 1996).

Si è laureata in giurisprudenza e in diritto canonico nella Pontificia Università Lateranense e per diversi anni ha praticato come avvocato matrimonialista. Entrò a far parte di Forza Italia nel 1994, diventandone segretaria al Senato. Durante la sua carriera politica è stata anche sottosegretario prima alla Salute e poi alla Giustizia. Dal 2001 al 2006 Alberti Casellati è anche stata vice-capogruppo di Forza Italia. Nel 2014 il Parlamento riunito in seduta comune l’aveva votata tra i membri laici – cioè non provenienti dalla magistratura – del Consiglio Superiore della Magistratura. Sul sito Open Parlamento è possibile trovare più informazioni sui voti e le attività di Alberti Casellati nelle precedenti legislature.

Alberti Casellati è in Forza Italia sin dalla nascita del partito ed è considerata molto vicina a Silvio Berlusconi e, più nello specifico, a Niccolò Ghedini. Nel novembre 2017 Marianna Rizzini l’aveva descritta così sul Foglio:


Nessuno può dire che Casellati non sia stata alfiere del berlusconismo: il grande pubblico l’ha conosciuta come una delle punte televisive dell’area Cav. negli anni duri dei post-it gialli, delle dieci domande, dei processi, delle vere o presunte critiche anti-B. presso le alte cancellerie europee, fino al giorno del 2013 in cui, scontrandosi con Marco Travaglio in uno studio di La7, durante la trasmissione “Otto e mezzo”, il futuro direttore del Fatto se ne uscì con la frase “questa signora dice puttanate”, e Casellati alzò lo sguardo verso Lilli Gruber per rispondere “forse me ne vado io”.

Fonte: Il Post