lunedì 20 febbraio 2017

Nuovi raid turchi contro il Pkk nel nord dell'Iraq, uccisi 34 combattenti curdi

Due bombardamenti aerei sono stati effettuati nella regione di Zap. Più di 40mila persone sono rimaste uccise nel territorio dopo la fine del cessate il fuoco

Peshmerga curdi in un accampamento militare nel nord dell'Iraq. Credit: Reuters

Gli aerei di guerra turchi hanno lanciato un attacco aereo contro il partito curdo del Pkk, nel nord dell’Iraq, uccidendo 34 combattenti nel corso di due bombardamenti.

Gli attacchi sono avvenuti il 20 febbraio nella regione di Zap, nel nord dell’Iraq: il primo poco dopo la mezzanotte e il secondo poco prima di mezzogiorno, stando a quanto riportato dai militari turchi.

I militanti del Pkk hanno i loro accampamenti nelle montagne a nord dell’Iraq, dove sono stati più volte bombardati dall'aviazione turca dalla fine del cessate il fuoco nel luglio del 2015. Più di 40mila persone sono rimaste uccise nel conflitto, tra cui alcune migliaia dalla ripresa dei bombardamenti dopo la tregua.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 19 febbraio 2017

Il senatore repubblicano McCain attacca Trump: la dittatura inizia quando manca la libertà di stampa

In una intervista alla Nbc, l'ex candidato alla Casa Bianca critica il presidente per la sua campagna contro i media

John McCain, senatore repubblicano, ex candidato alla Casa Bianca nel 2008. Credit: Reuters

Il senatore repubblicano John McCain, ex prigioniero di guerra in Vietnam e candidato repubblicano per la Casa Bianca nel 2008, è tornato ad attaccare il presidente americano Donald Trump. In una intervista all’emittente Nbc, rispondendo a una domanda a proposito dei consueti strali lanciati dall’ex tycoon ai giornalisti, McCain ha pronunciato parole durissime, anche se non rivolte direttamente al comandante in capo degli Stati Uniti.

“I dittatori iniziano sopprimendo la libertà di stampa. Non sto dicendo che il presidente Trump sia un dittatore. Sto dicendo che dobbiamo imparare dalla storia", ha detto il senatore repubblicano. “Senza una stampa libera, perderemmo molte delle nostre libertà individuali”, ha sottolienato McCain, che non ha mai nascosto la sua contrarietà nei confronti della politica di Trump, tanto da aver ritirato il proprio appoggio al magnate durante la corsa alla Casa Bianca.

La critica di McCain è arriva nelle stesse ore in cui Trump ha lanciato l'ennesimo attacco alla stampa, "responsabile di diffondere notizie false", che sono "nemiche di tutto il popolo americano, non solo del loro presidente".

I dissapori fra i due vanno avanti da mesi, da quando Trump in campagna elettorale aveva screditato i trascorsi militari di McCain, affermando che "non è un eroe di guerra perché è stato catturato dai nemici" Recentemente, il senatore repubblicano ha definito l’amministrazione statunitense avvolta nel caos.

Fonte: The Post Internazionale

Più arresti e rimpatri, pronto il nuovo bando Usa sui migranti

Il segretario alla Sicurezza nazionale, John Kelly, ha già in mano la nuova versione del Muslim Ban. Resta lo stop all'ingresso da sette paesi a maggioranza islamica

Il segretario alla Sicurezza nazionale statunitense, John Kelly, durante un in incontro sulla cyber sicurezza con Donald Trump. Credit: Reuters

L'amministrazione Trump sta lavorando ad una nuova versione "migliorata e meno complicata" del cosiddetto Muslim Ban, l'ordine esecutivo adottato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 27 gennaio, che vietava l'ingresso per 90 giorni ai cittadini di 7 sette Paesi a maggioranza islamica (Siria, Sudan, Somalia, Iraq, Iran, Libia e Yemen), in seguito bocciato dalla magistratura federale.

A confermarlo è stato il segretario alla Sicurezza nazionale, John Kelly, parlando a margine del summit sulla sicurezza di Monaco di Baviera, il 19 febbraio. "Il presidente pensa di pubblicare una versione rivista, razionalizzata del primo decreto, e questo ci fornirà l'occasione per lavorare sulla sua applicazione, e per evitare che qualcuno si trovi bloccato dal sistema mentre è in transito, come avvenuto con il precedente bando", ha affermato Kelly, sottolineando come la stretta sugli arrivi, nel programma di Trump, sia solo una pausa per concedere alle autorità il tempo necessario "per valutare i sistemi di controllo dei territori stranieri considerati nella lista”.

Difatti, secondo quanto riportato dal Washington Post, la nuova misura riguarderà i sette paesi del precedente decreto, ma senza blocchi per chi è in viaggio verso gli Stati Uniti nel momento in cui il decreto entrerà in vigore. Il bando-bis dovrebbe escludere dallo stop agli ingressi i possessori della carta verde.

Secondo il Washington Post, tra le linee guida del ministero per la Sicurezza Interna ci sarebbero l’assunzione di migliaia di agenti, l’accelerazione delle udienze per i rimpatri e la richiesta alle autorità locali di incrementare gli arresti degli immigrati irregolari.Le linee guida sostituirebbero così quasi tutte le misure dell'amministrazione Obama, incluse quelle per concentrare i rimpatri solo sui criminali e su coloro che hanno legami con il terrorismo.

Kelly, secondo il quotidiano statunitense, punterebbe anche a limitare gli ingressi di minori non accompagnati, con misure più severe per tutti quei genitori che dagli Stati Uniti pagano per far entrare i figli entro i confini americani.

In via di definizione in queste ore anche nuove misure per smantellare l'agenda verde di Obama. Trump potrebbe firmare due decreti il 21 febbraio per ribaltare le politiche dell'era Obama sul controllo del diossido di carbonio e dell'inquinamento delle acque, aprendo una nuova era per l'Agenzia per la Protezione, con una bruscsa retromarcia rispetto agli accordi sul clima siglati a Parigi nel 2015.

Fonte: The Post Internazionale

Trump annuncia la creazione di zone sicure per i civili in Siria

In un comizio a Melbourne, in Florida, il presidente statunitense difende la stretta sugli immigrati: "Entrerà solo chi ama il nostro paese"

I sostenitori di Trump nell'hangar dell'aeroporto internazionale di Orlando-Melbourne per ascoltare il presidente Usa. Credit: Kevin Lamarque

La difesa del Muslim Ban, l’impegno a non retrocedere di un passo sulla stretta all’immigrazione, l’annuncio di una nuova legge sanitaria che cancellerà l’Obamacare, e poi l’ennesimo, durissimo attacco ai media, colpevoli, a suo dire, di diffondere notizie false sulla nuova amministrazione statunitense. In un comizio davanti ai suoi sostenitori, tenutosi il 19 febbraio a Melbourne (Florida) per illustrare il futuro programma della Casa Bianca, Donald Trump ha rilanciato le promesse fatte in campagna elettorale annunciandone di nuove.

Al centro del programma, la nuova legge che limiterà gli ingressi dei migranti dopo la bocciatura del Muslim Ban da parte della Corte d’appello di San Francisco (aspramente criticata dal presidente statunitense). ''Non molleremo, a giorni arriverà una nuova misura”, ha annunciato Trump, ancora una volta giustificando la “necessità” di un bando anti-immigrazione in nome della sicurezza interna. 

''Vogliamo che entri nel nostro paese solo chi ama e rispetta i nostri valori”, ha sottolineato l’ex tyacoon dall'hangar dell'aeroporto internazionale di Orlando-Melbourne, sottolineando che il bando-bis allo studio sarà più preciso e conciso, per evitare nuovi intoppi e problemi giudiziari.

E sui siriani che chiedono asilo politico il presidente americano si è spinto oltre, affermando di voler costruire delle “safe zone” in Siria per ospitare la popolazione “fino a quando il conflitto nelle loro città non sarà risolto”. Nei piani di Trump le zone di sicurezza “saranno realizzate dai ricchi paesi del Golfo, ed eviteranno l'ingresso negli Usa di decine di migliaia di persone delle quali non conosciamo niente".

Poi l’annuncio di nuova legge sanitaria, pronta entro un paio di settimane, che rimpiazzi l'Obamacare firmata nel 2010 da Barack Obama. "Presenteremo un grande piano che andrà a rimpiazzare il disastro conosciuto come Obamacare", ha detto il presidente, assicurando che “il piano sarà migliore e costerà di meno".

Infine, l’ennesimo attacco ai media, definiti da Trump "una grossa parte del problema”, il frutto di “sistema corrotto”. Il comizio a Melbourne arriva nel terzo fine settimana consecutivo di Trump a Mar-A-Lago, la cosiddetta “Casa Bianca d'inverno”.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 18 febbraio 2017

A che punto sono nel PD

Le cose da sapere sull'assemblea nazionale di domenica, uno dei momenti più delicati nei quasi dieci anni di storia del partito

(FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Domenica si riunirà a Roma l’assemblea nazionale del PD – una specie di “parlamento” del partito – ed è una riunione importante, perché potrebbe sancire la prima grande scissione nella storia del Partito Democratico, a poco meno di dieci anni dalla sua nascita. Nel corso dell’assemblea Matteo Renzi annuncerà le sue dimissioni da segretario del partito, innescando così il processo che porterà al prossimo congresso per scegliere il suo successore. Renzi vuole che la data venga anticipata rispetto alla scadenza prevista per l’autunno, in modo da non tenere il partito in una situazione incerta di segretari “reggenti” o senza un mandato forte; sostiene che dopo il referendum del 4 dicembre sia necessario coinvolgere di nuovo gli iscritti e i simpatizzanti del partito e vorrebbe probabilmente ricandidarsi alla segreteria, vincere e ottenere così un nuovo forte mandato popolare prima di affrontare una serie di difficili appuntamenti elettorali il prossimo giugno.

Gli oppositori di Renzi dopo il referendum chiedevano di fare il congresso subito, prima di eventuali elezioni anticipate: oggi chiedono invece che il congresso si svolga a settembre, sia per avere il tempo di elaborare un nuovo programma condiviso con il resto del partito sia per aumentare le loro possibilità di vittoria, al momento piuttosto ridotte. In caso contrario, almeno una parte minaccia di uscire dal partito: e per la prima volta dopo quasi dieci anni le chiacchiere infinite sulla “scissione del PD” sembrano avere almeno qualche concretezza. È una vicenda in cui si intrecciano antipatie personali, calcoli politici e motivazioni ideologiche e che, in parte, riflette nel nostro paese uno scontro in corso in quasi tutti i grandi partiti della sinistra europea.

Cose da sapere sull’assemblea nazionale
Si svolgerà domenica all’hotel Parco dei Principi a Roma e comincerà alle 10 di mattina. All’assemblea sono convocati circa 1.500 delegati, di cui circa due terzi sono stati eletti alle primarie del partito del dicembre 2013, tramite le liste collegate ai candidati segretario. Una larga maggioranza dell’assemblea, secondo alcuni circa il 75 per cento, sostiene Renzi. Al momento, non c’è ancora un ordine del giorno, ma è probabile che l’assemblea cominci con un discorso del presidente del partito Matteo Orfini a cui seguirà una relazione con cui Renzi dovrebbe formalizzare le sue dimissioni.
Bisognerà tenere d’occhio anche la presenza o meno degli esponenti della minoranza che si oppone a Renzi: chi ci sarà tra di loro e chi deciderà di intervenire. Da questi elementi sarà possibile capire se ci sarà una scissione e nel caso quali dimensioni avrà.

Dopo i discorsi iniziali comincerà un dibattito; potrebbero essere presentati ordini del giorno o altre mozioni da mettere al voto. L’atto conclusivo della giornata sarà il voto con cui l’assemblea deciderà di sciogliersi in seguito alle dimissioni del segretario. In quel caso il presidente del partito dovrà fissare la data delle elezioni per il nuovo segretario e per la nuova assemblea nazionale entro i quattro mesi successivi, cioè al più tardi alla metà di giugno. Le date più probabili, però, sono aprile o i primi giorni di maggio: ci vogliono come minimo due mesi per svolgere tutti i passaggi che richiedono le primarie, il momento finale del congresso.

Il PD si divide?
Tra gli oppositori di Renzi ci sono posizioni molto diverse sull’opportunità di uscire dal partito. I due estremi sono rappresentati da Massimo D’Alema – il più determinato a lasciare il PD, che secondo i giornali avrebbe già deciso di andarsene – e dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, il più incline ad accettare una mediazione. Anche i cosiddetti “bersaniani” sembrano vicini all’abbandono, mentre sembrano più incerti i presidenti di regione, Michele Emiliano della Puglia ed Enrico Rossi della Toscana: entrambi si sono candidati alla segreteria ed entrambi meno di due mesi fa volevano fare il congresso subito. La trattativa per cercare di evitare la scissione al momento è condotta soprattutto dall’area centrista del partito, il cui esponente più importante è Dario Franceschini, ministro della Cultura ed esponente della maggioranza di Renzi. Franceschini ha proposto di anticipare il congresso, come vuole Renzi, ma di rimandarlo il tanto che basta da soddisfare almeno una parte della minoranza: si parla di spostare le primarie da aprile a maggio.

Nelle ultime ore si è discusso molto di quanto serie siano queste trattative e quanto impegno ci stiano mettendo i vari componenti del PD per cercare di evitare la frattura. I bersaniani, per esempio, sono accusati di aver preso già da tempo la loro decisione e di essere soltanto in cerca di una scusa per lasciare il partito. Dall’altra parte, in un video diffuso venerdì mattina, si sente il ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio dire – senza sapere di essere registrato – che Renzi non ha fatto nemmeno una telefonata per sanare la situazione. Poche ore dopo però il presidente della Puglia Emiliano ha detto di aver ricevuto una telefonata da Renzi. Poi, sabato mattina, Emiliano ha scritto su Facebook di essere riuscito a convincere Renzi a sostenere Gentiloni fino al 2018 e a rimandare il congresso fino a settembre. Il segretario del PD non ha ancora risposto pubblicamente ad Emiliano.


Secondo molti, a questo punto per Renzi sarebbe un successo se riuscisse a limitare la scissione a D’Alema e i bersaniani, mantenendo nel partito Emiliano, Rossi e il ministro Orlando.

Le ragioni della frattura
Sono molte e varie e in genere più complesse di come sono state presentate. Spesso i giornali hanno sottolineato le antipatie personali tra i vari leader di minoranza e maggioranza, accumulate nel corso degli scontri degli ultimi anni: e il fatto che Renzi sia stato il primo segretario della storia del PD – e dei partiti di centrosinistra che lo hanno preceduto – a vincere il congresso battendo la vecchia classe dirigente formata negli anni del PCI. Ma ci sono anche ragioni di tattica politica.

Renzi, per esempio, ha bisogno di ricevere una nuova investitura popolare prima delle elezioni amministrative di giugno e dei referendum della CGIL, due eventi che rischiano di andare molto male per il PD. Una larga vittoria alle primarie subito prima dell’eventuale sconfitta alle amministrative e al referendum avrebbe probabilmente l’effetto di neutralizzare molte delle critiche che gli arriverebbero dall’interno del partito. Per le stesse ragioni la minoranza preferirebbe affrontare Renzi in autunno, dopo le eventuali sconfitte che ne indebolirebbero ulteriormente la leadership.

Oltre alla tattica, ci sono anche questioni di politica più “alta”: se ne parla da mesi, ma sono emerse in particolare nel corso della direzione nazionale del partito lunedì scorso, quando diversi esponenti hanno chiesto uno spostamento a sinistra del partito. Secondo Bersani, ma ultimamente lo hanno detto anche leader della maggioranza, come il presidente Orfini e Orlando, negli ultimi anni il PD si è spostato troppo verso il centro, cedendo una parte del suo elettorato storico a formazioni populiste e di destra radicale, come il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord. La soluzione che propongono è riportare al centro del programma del partito temi della sinistra tradizionale, come le tutele sul lavoro e lo stato sociale. In altre parole chiedono che il PD compia un “ritorno a sinistra” come in questi ultimi mesi hanno fatto molti altri partiti socialdemocratici europei; dall’altra parte, Bersani e i suoi governavano il PD fino al 2013, cioè pochissimo tempo fa, applicando proprio questa linea più tradizionale e di sinistra: e le elezioni politiche successive per il PD andarono disastrosamente male.

Renzi non si è mai espresso chiaramente sui programmi futuri che intende adottare come leader di partito, e rivendica di aver fatto alcune cose più di sinistra di quelle dei suoi predecessori, dai famosi 80 euro al Jobs Act. I suoi sostenitori dicono che il luogo dove discutere questi temi è il congresso, dove i candidati alla segreteria si sfidano presentando i loro programmi e confrontando la loro linea politica. La minoranza risponde che il congresso è principalmente uno scontro tra persone, che non permette di risolvere questioni complesse come quelle che riguardano il programma del partito. Per questa ragione, nel suo intervento alla direzione di lunedì scorso, Orlando aveva chiesto una “conferenza programmatica”, cioè un momento in cui il partito si riunisce per elaborare i confini politici entro i quali le sue varie componenti politiche possono riconoscersi. La mediazione di Franceschini servirebbe anche a questo: allungare il congresso di un mese, in modo da consentire – in teoria – un dibattito politico sulla direzione da far prendere in futuro al partito.

La questione della legge elettorale
L’ultimo punto importante da tenere presente è che la scissione all’interno del PD è in qualche modo favorita dalle attuali leggi elettorali. Con un sistema maggioritario, come quello in vigore fino alle ultime elezioni, i partiti sono incentivati ad allearsi per formare ampie colazioni in grado di ottenere il premio di maggioranza (come nel caso del famoso Porcellum) oppure per vincere i collegi assegnati col maggioritario (come con il Mattarellum). Il PD, nato nel 2007 dall’alleanza di socialdemocratici, liberaldemocratici e cristianosociali, ha una “vocazione maggioritaria”, che consiste nel diluire le differenze in modo da raccogliere il numero maggiore di consensi possibili.

Ma in Italia oggi c’è un sistema proporzionale che non crea incentivi ad alleanze e coalizioni, anzi. Con il proporzionale è più conveniente presentarsi agli elettori con un programma e un’identità chiari, in modo da raccogliere il consenso degli elettori che hanno preferenze specifiche, senza diluire la propria natura in una coalizione eterogenea. Questo è il motivo, per esempio, per cui Silvio Berlusconi sembra incline a presentare Forza Italia da sola, e non in un’unica lista insieme alla Lega. In caso di scissione del PD, quindi, nascerebbe in teoria un partito di sinistra dall’identità forte che sarebbe favorito dal sistema proporzionale. Inoltre, in seguito alla scissione la minoranza del PD potrebbe avere in Parlamento un numero sufficiente di deputati e senatori per bloccare ogni tentativo di modificare l’attuale legge elettorale in senso maggioritario.

Fonte: Il Post

La storia dell’omicidio di Kim Jong-nam sta diventando surreale

Una delle donne arrestate per l'omicidio del fratellastro di Kim Jong-un ha detto che pensava di stare recitando in una candid camera

Un giornale malesiano con le indagini sull'omicidio di Kim Jong-nam in prima pagina, il 17 febbraio 2016, a Kuala Lumpur (MOHD RASFAN/AFP/Getty Images)

Ci sono degli sviluppi surreali sulla storia dell’omicidio di Kim Jong-nam, il fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, ucciso a Kuala Lumpur, in Malesia, il 13 febbraio. Una delle tre persone arrestate per l’omicidio, l’indonesiana Siti Aisyah, ha detto alla polizia che pensava che l’aggressione a Kim facesse parte di una candid camera. Queste informazioni sono state date ai media da Tito Karnavian, il capo della polizia nazionale indonesiana, che è stato informato a sua volta dalle autorità malesi.

Secondo la ricostruzione della polizia, Kim è stato aggredito da due donne all’aeroporto di Kuala Lumpur mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Macao; sembra che la causa della morte sia un veleno ad azione rapida iniettato o spruzzato in qualche modo dalle due donne arrestate. Kim Jong-nam è morto mentre veniva portato in ospedale.

Nella versione dei fatti di Siti, lei e l’altra donna arrestata – identificata come la vietnamita Doan Thi Huong – sarebbero state pagate per fare degli scherzi ad alcuni uomini: in particolare convincerli a chiudere gli occhi e poi spruzzargli in faccia dell’acqua. Kim sarebbe stato l’ultimo obiettivo di questi scherzi: ma mentre agli altri uomini aveva spruzzato dell’acqua, Siti sarebbe stata ignara del fatto di aver spruzzato addosso a Kim del veleno. Karnavian ha detto: «Lei non sapeva che si trattava di un tentativo di omicidio organizzato probabilmente da persone straniere». La ricostruzione fornita ai giornalisti da Karnavian non è ancora stata confermata da fonti ufficiali malesi.

Quello che è certo è che Siti è veramente indonesiana: la sua famiglia e i suoi conoscenti, intervistati dai media indonesiani, hanno detto di essere rimasti molto stupiti del suo coinvolgimento in questa vicenda e hanno raccontano che Siti, che ha un figlio di sette anni che vive in Indonesia, era rimasta in Malesia dopo il suo divorzio per avere migliori opportunità di lavoro. La terza persona arrestata nel corso delle indagini sull’omicidio di Kim Jong-nam è il suo fidanzato Muhammad Farid bin Jalaluddin, di nazionalità malese.

Fonte: Il Post

venerdì 17 febbraio 2017

Perché Tiziano Renzi è indagato

Per "traffico di influenze", un reato che esiste da poco: la storia riguarda un filone secondario dell'inchiesta sugli appalti in CONSIP

Il padre di Matteo Renzi, Tiziano, passeggia vicino alla Galleria Colonna a Roma 23 dicembre 2014 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio e attuale segretario del PD Matteo Renzi, è indagato dalla procura di Roma per il reato di traffico di influenze nell’inchiesta sugli appalti CONSIP, la società pubblica che dipende dal ministero dell’Economia e delle Finanze e che si occupa di centralizzare gli acquisti di beni e servizi per le pubbliche amministrazioni. Tiziano Renzi ha ricevuto giovedì 16 febbraio un invito a comparire e sarà interrogato, secondo quanto scrivono i principali giornali, la prossima settimana.

Il procedimento in cui è coinvolto Tiziano Renzi è uno stralcio dell’inchiesta principale per corruzione in CONSIP avviata dalla procura di Napoli e in cui è coinvolto l’imprenditore Alfredo Romeo (Romeo, per una vicenda legata all’appalto per le pulizie all’ospedale Cardarelli, è indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa). Dall’indagine principale, il filone in cui è coinvolto anche Tiziano Renzi è stato trasferito a Roma per competenza territoriale. A fine dicembre in questo filone secondario erano già stati indagati Luca Lotti, ministro dello Sport con delega all’editoria e al Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette e il comandante della Legione Toscana dei carabinieri, il generale Emanuele Saltalamacchia. Nei loro confronti la procura ha ipotizzato i reati di rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento: Luigi Marroni, ex assessore alla Sanità della Toscana e nominato da Renzi amministratore delegato di CONSIP, aveva detto ai magistrati che Lotti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e gli altri due indagati lo avevano avvertito di un’indagine che riguardava lui e la CONSIP. Quando infatti lo scorso dicembre gli investigatori sono entrati nella sede della CONSIP gli uffici erano stati bonificati dalle cimici.

Il traffico di influenze è un reato che esiste da pochi anni: è stato inserito nel codice penale italiano nel 2012 ed è regolato dall’articolo 346 bis: prevede che chiunque «sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio, è punito con la reclusione da uno a tre anni». Il reato ha cioè a che fare con chi fa da mediatore per un accordo in cui ci sia corruzione sfruttando il proprio rapporto di amicizia o parentela con un pubblico ufficiale o qualcuno con un’importante carica.

Tiziano Renzi è accusato in particolare di aver avuto il ruolo di mediatore per la concessione di una serie appalti all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, e di averlo fatto in concorso con Carlo Russo, un imprenditore amico di famiglia con delle società a Scandicci, in provincia di Firenze. Il Corriere dice che a Tiziano Renzi contesteranno «quanto emerso da numerosi colloqui intercettati: trattative e incontri per aggiudicarsi le commesse della CONSIP e in particolare la gara di Facility management del valore di 2,7 miliardi di euro bandita nel 2014». Le intercettazioni a cui si fa riferimento riguardano Romeo e il suo collaboratore Italo Bocchino, ex parlamentare di Alleanza Nazionale: nel decreto di perquisizione contro Romeo ordinato dalla procura di Napoli la scorsa settimana, risulterebbe che Romeo e Bocchino abbiano parlato di come hanno gestito diverse gare di appalto facendo anche i nomi delle persone con le quali hanno intrattenuto rapporti «con le solite costanti modalità, contribuendo e provvedendo fattivamente lo stesso Bocchino a dare indicazioni a Romeo su quando e come pagare con denari e altre utilità». In queste telefonate si faceva riferimento anche ai cosiddetti “mediatori” o “facilitatori” che sono diventati centrali nel filone di indagine trasferito a Roma.

Marco Lillo, giornalista del Fatto Quotidiano che per primo aveva dato la notizia delle indagini a carico di Luca Lotti, scrive oggi che Tiziano Renzi e Carlo Russo avrebbero usato la loro influenza sull’amministratore delegato di CONSIP Luigi Marroni per indurre Alfredo Romeo, interessato all’appalto di Facility management, a promettere pagamenti nei loro confronti. La società di Romeo è poi risultata prima in graduatoria per l’assegnazione dei tre lotti dell’appalto che è in attesa di aggiudicazione. Lillo scrive anche che nelle intercettazioni tra Romeo e Russo si fa spesso riferimento al padre di Matteo Renzi. Dice infine che la scorsa settimana, durante una perquisizione dell’indagine principale, in una discarica è stato trovato una specie di “diario delle tangenti” di Alfredo Romeo, cioè dei pezzi di carta con scritte le iniziali dei nomi delle persone e dei destinatari delle tangenti, compreso l’importo e la causale. Marco Lillo sostiene che in uno di questi foglietti ci siano le iniziali di Tiziano Renzi e Carlo Russo corrispondenti a una cifra di 30 mila euro: «Secondo le ipotesi degli inquirenti Russo potrebbe aver concordato con Romeo di dare 30 mila euro al mese a “T.” alias Tiziano Renzi». Lillo scrive comunque che i pagamenti ipotizzati per Tiziano Renzi non si sono verificati.

Tiziano Renzi ha confermato di aver «ricevuto l’avviso a comparire che ipotizza “il traffico di influenza”. Ammetto la mia ignoranza ma prima di stamattina neanche conoscevo l’esistenza di questo reato che comunque non ho commesso essendo la mia condotta assolutamente trasparente come i magistrati – cui va tutto il mio rispetto – potranno verificare. I miei nipoti sono già passati da una vicenda simile tre anni fa e devono sapere che il loro nonno è una persona perbene: il mio unico pensiero in queste ore è per loro».

Fonte: Il Post

Attacco suicida in un santuario in Pakistan, almeno 100 morti

L'attentato è avvenuto in un santuario sufi nella città di Sehwan nella provincia di Sindh

La scena dell'attentato del 15 febbraio 2017 a Peshawar, in Pakistan. Credit: Fayaz Aziz

Un attacco suicida ha colpito un santuario sufi nel sud del Pakistan giovedì 16 febbraio 2017. Secondo la polizia locale ci sono almeno 100 morti e oltre 150 di feriti.

Un attentatore suicida è entrato nel santuario mentre questo era pieno di gente, secondo quanto riferisce un comunicato della polizia. L'attacco è avvenuto nella città di Sehwan nella provincia di Sindh.

Il primo ministro Nawaz Sharif ha immediatamente condannato l'attentato.

Mercoledì 15 febbraio 2017 un attentatore suicida si è fatto esplodere all’esterno di un ufficio governativo uccidendo cinque persone, a Peshawar. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo Jamaat-ur-Ahrar, una fazione dei Taliban ed è avvenuto nella cittadina di Ghalanai.

Due giorni prima, una potente bomba è esplosa durante una protesta nella città orientale di Lahore, uccidendo almeno 11 persone e ferendone decine.

Fonte: The Post Internazionale