giovedì 20 novembre 2014

Eternit, la Cassazione annulla la condanna: «Reato prescritto»

L'unico imputato, il magnate svizzero Schmidheiny, era stato condannato in Appello a 18 anni di carcere per le migliaia di morti da amianto. Cancellati tutti i risarcimenti


Annullata senza rinvio perché il reato e’ estinto per prescrizione. Qusto il verdetto pronunciato dalla prima sezione penale della Cassazione nell’abito del processo Eternit. La suprema corte ha accolto la richiesta del sostituto procuratore generale di Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, nel corso dell’udienza del maxi-processo Eternit, ribattezzato come il “processo del secolo”. La Cassazione ha cancellato anche tutti i risarcimenti. Le motivazioni della sentenza emessa stasera verranno depositate nei prossimi mesi. La sentenza era attesa per la prossima settimana.

Processo Eternit, foto d’archivio (Lapresse)

LA REAZIONE DEI PRESENTI ED IL NODO DELLA PRESCRIZIONE - «Vergogna! Vergogna!». Queste le parole udite tra urla e fischi di protesta al momento della lettura del verdetto della Cassazione. La Corte ha stabilito poi che la prescrizione del reato di disastro doloso è maturata prima della sentenza di primo grado, e cio’ “travolge” tutte le statuizioni civili. In appello, era stato riconosciuto un risarcimento di 30 mila euro a favore di 938 parti offese. I fatti contestati si sarebbero dunque svolti fra il ’66 fino al 1986, anno in cui l’azienda ha cessato la sua attività: in quel lasso di tempo, dunque, va inquadrato il reato di disastro doloso, con la prescrizione maturata in circa 12 anni, ossia nel 1998.

IL VERDETTO ANTICIPATO - Nel processo d’Appello era stato condannato a 18 anni di carcere l’unico imputato, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, con l’accusa di “disastro ambientale doloso“. Secondo il Pg, la prescrizione doveva intervenire perché i reati sarebbero da far risalire a quando chiuse lo stabilimento dell’azienda. «La divergenza è sul momento consumativo del disastro. In primo grado si è detto che il disastro cessa quando la bonifica degli ambienti è stata interamente completata. In secondo grado i giudici hanno detto che il disastro termina nel momento in cui non ci saranno morti in eccedenza sostenendo, in pratica, che finché dura la malattia dura il disastro», ha ricordato Iacoviello. Per il Pg, invece, la tesi accusatoria portata avanti negli anni dal procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello avrebbe seguito «un percorso pionieristico, facendo rientrare le morti come eventi del disastro», quando, a suo modo di vedere, «le morti non fanno parte del concetto di disastro» stesso.

DELUSI I FAMILIARI DELLE VITTIME – Delusi per la richiesta della pubblica accusa i molti familiari delle vittime, presenti nell’aula magna di piazza Cavour. «Il magistrato ha spiegato che il reato si è consumato fino al 1986. Le due sentenze, quella di primo grado e l’altra d’appello anche se con motivi differenti hanno affermato altro. Ovvero, che la contestazione era “permanente” e fino alla morte delle persone colpite», hanno replicato alcuni rappresentanti dell’Afeva, l’associazione dei familiari delle vittime. Migliaia, circa 2200, furono le persone decedute per mesotelioma pleurico, il tumore provocato dall’inalazione di polveri d’amianto, nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale elvetico-belga, così come tra i cittadini di Casale Monferrato, Cavagnolo (in provincia di Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

BONANNI: «ASSOLUZIONE? SAREBBE MORTE DEL DIRITTO» – «Attendiamo la sentenza e valuteremo quella. Certo l’imputato è uno degli uomini più ricchi del mondo e se fosse assolto oggi, a fronte dell’epidemia che c’è stata, sarebbe la morte del diritto». Così Ezio Bonanni, avvocato di una delle parti civili nell’ambito del processo Eternit, commenta la decisione del procuratore generale della Corte di Cassazione Francesco Iacoviello che ha chiesto “l’annullamento senza rinvio” della sentenza di appello per intervenuta prescrizione. «Stephan Schmidheiny (condannato a 18 anni in appello, ndr) avrebbe almeno potuto chiedere scusa alle famiglie dei deceduti – ha aggiunto – Noi comunque non ci fermeremo, gli elementi documentali e probatori raccolti fin qui sono rilevanti».

(Lapresse)

ETERNIT, PG CASSAZIONE: «GIUDICE DEVE SCEGLIERE DIRITTO» - Nella sua requisitoria, il pg della Cassazione ha precisato in modo chiaro come, a suo dire, l’imputato sia «responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte». Anche se, ha invitato a riflettere sulla «qualificazione del reato», facendo notare che, a suo dire, «va dimostrato che l’imputato intenzionalmente voleva provocare il disastro».

Iacoviello ha sottolineato comunque come il giudice «tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto». Certo, «la prescrizione non risponde a esigenze di giustizia, ma ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte», ha concluso.

L’Afeva e i familiari delle vittime hanno promesso battaglia già prima della sentenza in caso di un annullamento: «Sarebbe un duro colpo, ma ci sono giudici e procuratori che vogliono raggiungere la giustizia e non solo rispettare il diritto. Sappiamo che la procura di Torino ha avviato una seconda indagine per omicidio, per le vittime di questi anni. Andremo avanti», ha sottolineato il numero uno dell’associazione Bruno Pesce.

Fonte: Giornalettismo

mercoledì 19 novembre 2014

Strage di Capaci, Spatuzza condannato a 12 anni

Si chiude con quattro condanne, tra cui due ergastoli, il filone del processo nato dopo le rivelazioni dell'affiliato a Cosa Nostra, oggi collaboratore di giustizia


Gaspare Spatuzza è stato condannato a 12 anni di carcere nel processo, celebrato con il rito abbreviato, per la strage di Capaci. I boss Giuseppe Barranca e Cristoforo Cannella sono stati condannati all’ergastolo mentre per Cosimo D’Amato il gup di Caltanissetta David Salvucci ha dseciso una pena di 30 anni. Il giudice ha rinviato al processo civile la liquidazione del danno per le parti civili e ha negato la provvisionale immediatamente esecutiva.

(STR/AFP/Getty Images)

IL RUOLO DI SPATUZZA, COLLABORATORE DI GIUSTIZIA - Il gup ha accolto in parte le richieste dell’accusa che aveva sollecitato la condanna all’ergastolo per i tre boss palermitani e 12 anni per Spatuzza che con le sue rivelazioni ha permesso di aprire un nuovo filone d’indagini sulle stragi del ’92. Spatuzza, collaboratore di giustizia, nel 2009 rivelò ai magistrati di Caltanissetta, responsabili delle indagini sulle stragi mafiose, di aver recuperato l’esplosivo che sarebbe poi stato usato per la strage di Capaci, nella quale morì Giovanni Falcone.

LEGGI ANCHE: Mafia, 16 arresti tra il clan Messina Denaro

ECCO COM’È ARRIVATO L’ESPLOSIVO - Dagli stralci dei verbali, ripresi all’epoca da Repubblica, emerse come il Cannella chiese a Spatuzza, un mese prima della strage, di trovare un’auto voluminosa con la quale caricò, a Porticello, dei cilindri delle dimensioni di 50 centimetri per un metro contenenti delle bombe e legati con delle funi sulle paratie di una barca attraccata al molo. Lì era presente un certo Cosimo, identificato poi in D’Amato. Spatuzza continuò spiegando che i fusti vennero portati all’interno di una casa diroccata di una sua zia, al fianco di quella di sua madre, e usata come magazzino. Successivamente venne recuperato altro esplosivo in altri bidoni alla Cala, vicino al porto, sempre legati ad un peschereccio. Nelle sue deposizioni Spatuzza disse di non sapere a cosa serviva l’esplosivo.

(Foto di copertina: STR / AFP / Getty Images)

Fonte: Giornalettismo

martedì 18 novembre 2014

La storia di Rosetta e Philae da poco atterrati su una cometa lontana

Rosetta e Philae sono giunti a destinazione, a 510 milioni di chilometri dalla Terra. È la prima volta che l'uomo riesce a far atterrare qualcosa sul suolo di una cometa.

di Tommaso Perrone


Il 12 novembre 2014, dopo dieci anni nello spazio il lander Philae, trasportato dalla sonda Rosetta, è atterrato sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko (67P/C-G) a 510 milioni di chilometri di distanza. È la prima volta nella storia che l’uomo riesce inviare qualcosa sul suolo di una cometa. La discesa è durata circa sette ore. Ma il viaggio di Rosetta e Philae è stato molto più complicato e lungo. Molto lungo: miliardi di chilometri.

La missione dell’Agenzia spaziale europea (Esa) ha dovuto adattarsi perché la forma della cometa si è rivelata più complessa di quello che gli scienziati pensavano all’inizio, così la sonda Rosetta ha dovuto compiere diverse manovre intorno a 67P/C-G prima di atterrare. Non si sa ancora se Philae avrà vita facile sulla tortuosa superficie della cometa fatta di crateri, dirupi e massi grandi come case, ma per l’Esa si tratta già di un grande successo perché le informazioni provenienti dal lander ci permetteranno di scoprire caratteristiche nuove sulle comete e sul loro comportamento.



La sonda Rosetta è stata chiamata così dagli scienziati europei perché confidano nel fatto che, come la stele di Rosetta permise agli archeologi di tradurre il geroglifico degli egizi dal greco, così la sonda possa contribuire a capire meglio come si formano i pianeti e come è nato il nostro sistema solare. Nel video (sopra), una spiegazione per bambini (ma anche adulti) sulla storia di Rosetta e Philae realizzato dall’Esa per comprendere meglio lo scopo e la storia della missione.

Immagine in evidenza © ESA via Getty Images

Fonte: LIFEGATE

lunedì 17 novembre 2014

Opinione del Rockpoeta: Una drammatica giornata di sole…


Mi chiamo Daniele Verzetti, in arte Rockpoeta, sono genovese e sono molto preoccupato. Abbiamo una grave emergenza: oggi è domenica 16 novembre 2014 ed in Liguria abbiamo il sole. E' un dramma perchè non sappiamo come gestire quest'evento così raro ed emergenziale.

Abbiamo paura di subire danni seri agli occhi per l'eccesso di luce. Forse la nostra pelle potrebbe scottarsi. Aggiungo che fa troppo caldo e temiamo una forte siccità.

E poi, tutti quei soldi spesi per canoe, gommoni e stivaloni. Se ora queste emergenze si riproponessero maggiormente, avremmo problemi anche a spostarci non avendo più automobili ed altri mezzi di locomozione su gomma.

Perdonate questo prologo sarcastico e denso di amarezza. Denso come il fango che ha invaso la mia terra, come i fiumi pieni di terra e detriti che hanno invaso strade e paesi ed ancora anche la mia città, Genova. 

Perdonatemi, perchè se è vero che queste tragedie sono figlie di errori (o forse sarebbe meglio dire di orrori) che hanno origine nel passato, va anche detto che hanno anche colpe molto recenti. Aver costruito sui greti dei torrenti nei decenni scorsi è una grave colpa, ma perseverare oggi con la cementificazione selvaggia, come nel caso dei box in costruzione a Piazza Rotonda a Borgoratti nel capoluogo ligure con la frana relativa verificatasi ieri, proprio in quel punto, o il voler fare 15.000 mq di centro commerciale alla Foce nell'area dell'ex Fiera, dimostra come questi siano tutti segnali di come non si voglia cambiare in alcun modo direzione.

Nel 2015 avremo le elezioni regionali. Ovvio che mi auguro che la Paita non sia nemmeno tra le possibili scelte per il Governatore della Regione. Su Cofferati, mi limito a dire che l'esperienza di Bologna non mi fa ben sperare e che sono anche stanco che si portino dei big a svernare nei comuni importanti o nelle grandi Regioni per far fare loro qualcosa.

Sostengo, inoltre, che per risolvere forse queste problematiche, ci vorrebbero alcune svolte concrete. In primis le grandi opere: no alla gronda ed al terzo valico e sì allo scolmatore da 250 milioni di euro per il Bisagno. Sì ad altre opere di medio termine e di prima necessità per cercare di difendersi al meglio in attesa di vedere conclusa la mega opera dello scolmatore. Aggiungo poi che in certi casi come terremoti, alluvioni, ecc., i soldi che i Comuni hanno e che sono assurdamente bloccati dal Patto di Stabilità, dovrebbero essere invece svincolati dallo stesso ed usati. Vi faccio un esempio concreto e reale: Ceriale, ridente località turistica della Riviera Ligure di Ponente: ebbene loro hanno un rio che esonda sempre alla minima precipitazione. Quel comune, ha detto il Sindaco, ha sia i soldi che il progetto per realizzare quanto serve per mettere gli abitanti di Ceriale in sicurezza e quindi mettere quel rio in condizione di non nuocere più, ma ovviamente, non li può usare. Questa è l'Europa, un'Europa che secondo me va riformata seriamente e non nella direzione voluta dalla BCE, da Renzi e dalla Merkel. Comunque, queste sono altre questioni, da discutere in seguito. 

Ora vi devo lasciare, i raggi del sole sono adesso troppo forti e devo chiudere le persiane per difendermi. E spero che queste barriere di luce siano sufficienti per limitare i danni...

Daniele Verzetti Rockpoeta®

Vi propongo questa mia poesia intitolata 'In ginocchio nel fango': http://agoradelrockpoeta.blogspot.it/2014/11/langolo-del-rockpoeta-in-ginocchio-nel.html

Daniele Verzetti Rockpoeta
Blog: http://www.agoradelrockpoeta.blogspot.it/
Sito internet: http://www.danieleverzettirockpoeta.it/
Facebook: https://www.facebook.com/daniele.rockpoeta
E-mail: daniverpoeta@yahoo.it

Vuoi collaborare con Informare è un dovere? Puoi mandare le tue segnalazioni e/o inviare i tuoi articoli all'indirizzo e-mail andreadl86@yahoo.it

domenica 16 novembre 2014

La bufala dei "40 euro al giorno agli immigrati". A Tor Sapienza e non solo

I soldi erogati dal ministero per l’accoglienza vanno a coprire i costi di gestione, ai migranti meno di 3 euro per le spese quotidiane. Più consistenti invece i contributi per i minori: quelli non accompagnati arrivati quest'anno in Italia sono 11mila. Di Capua (Sprar): "Per loro obbligo di tutela fino alla maggiore età, anche se non sono richiedenti asilo”


ROMA – “Gli italiani non hanno lavoro e ai rifugiati diamo 40 euro al giorno”. “Noi se stiamo senza lavoro non riceviamo un euro, a loro invece li manteniamo senza far niente”. Frasi ripetute spesso, come un mantra, in questi giorni di scontri nella periferia romana, per spiegare il clima di insofferenza dei cittadini nei confronti dei migranti ospitati nei centri di accoglienza. Ma quanto ricevono davvero i migranti, richiedenti asilo e rifugiati? E chi sono i minori non accompagnati, finiti al centro delle polemiche dopo le rivolte scoppiate nella periferia est della capitale?

40 euro date in media alle cooperative, meno di tre euro ai migranti. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno. Un importo non definito per decreto, ma da una valutazione sui costi di gestione dei centri. Gli enti locali che decidono di partecipare al bando Sprar (Sistema di protezione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo), come l’ultimo del 2014/2016, hanno l’obbligo infatti di presentare un piano finanziario che deve essere approvato dalla commissione formata da rappresentati di enti locali (comuni, province e regioni), del ministero dell’Interno e dell’Unhcr. Le spese di gestione per migrante, valutate in media intorno ai 35 euro pro capite pro die, possono subire dunque delle variazioni da regione a regione, secondo il costo della vita locale e dell’affitto delle strutture. Questi soldi però, dai 35 ai 40 euro al giorno, non finiscono in tasca agli ospiti dei centri ma vengono erogati alle cooperative, di cui i comuni si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. E servono a coprire le spese per il vitto, l’alloggio, la pulizia dello stabile e la manutenzione. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto pocket money, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche per chiamare i parenti lontani, alle sigarette, alle piccole necessità come comprarsi una bottiglia d’acqua o un caffè).

I soldi per l’accoglienza vengono presi dal fondo ordinario che il ministero dell’Interno ha a disposizione per l’immigrazione e l’asilo. “L’accoglienza dei richiedenti asilo è una risposta alla convenzione dei Diritti dell’uomo e alla nostra Costituzione – spiega Daniela Di Capua, direttrice del servizio centrale Sprar -. In questi giorni sono state dette molte cose errate che vanno chiarite. Innanzitutto i 40 euro al giorno non vengono dati in nessuno modo ai richiedenti asilo e ai rifugiati. Sono soldi erogati per la gestione dei centri, che vanno a chi si prende la responsabilità di gestirli. Servono dunque a pagare gli operatori, l’affitto ai privati degli immobili, i fornitori di beni di consumo. Una piccola quota va per gli interventi di riqualificazione professionale, come i tirocini, orientati a permettere ai migranti di vivere in autonomia una volta usciti dal sistema di accoglienza. E solo una quota residua viene data direttamente a loro. Si tratta del pocket money, pochi euro per le piccole spese quotidiane. Queste risorse fanno parte di un fondo ordinario del ministero. Non sono spese straordinarie – spiega - solo nel caso dell’Emergenza nord Africa ci fu un aumento delle accise per far fronte all'accoglienza. Cosa che non sta accadendo oggi”.

Per quanto riguarda i minori non accompagnati, il discorso è diverso e il costo pro capite varia a seconda delle rette delle singole comunità di accoglienza. “Questo dipende – spiega ancora Di Capua – dal fatto che per i minori non accompagnati si fa riferimento a una normativa diversa, rispetto agli adulti, originariamente indirizzata ai minori allontanati dalle famiglie in Italia. Gli standard in questo caso sono più elevati, così come i costi – aggiunge - La competenza è dei Comuni che si avvalgono per la gestione delle comunità di accoglienza. Queste devono assicurare anche un servizio sociale e di tutela, che comporta una spesa maggiore. Le rette possono dunque superare anche i 140 euro, ma per quelli che rientrano nello Sprar, indipendentemente dalla rette della comunità, noi eroghiamo 80 euro al massimo. Il ministero sta comunque lavorando per abbattere i costi di queste rette, pensando a una differenziazione anche per fasce d’età”.

In tutto sono 11 mila i minori non accompagnati arrivati quest’anno in Italia. Si tratta di ragazzi, di età media tra i 12 e i 17 anni, che arrivano da soli sul territorio italiano. La maggior parte sono maschi e provengono dall’Afganistan, dal Nord Africa e dalla Siria. “Alcuni di loro sono stati aiutati a fuggire da zone di guerra o di conflitto dai genitori – conclude Di Capua – e hanno diritto a fare richiesta d’asilo. Altri vengono per lavorare o sono vittime dei trafficanti. In ogni caso per tutti, anche per i non richiedenti asilo, c’è un obbligo di tutela fino alla maggiore età”. (ec)

Fonte: Redattore Sociale

sabato 15 novembre 2014

La lettera aperta dei 35 rifugiati sgombrati dal centro di Tor Sapienza

I ragazzi, 14 dei quali ieri hanno tentato di rientrare nel centro romano di Via Morandi, hanno scritto una lettera aperta in cui raccontano la loro esperienza


Tutti parlano di noi, ma nessuno veramente ci conosce. Siamo trentacinque persone provenienti da diversi Paesi : Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania, ecc… Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti, ecc. ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno.

In questi giorni abbiamo sentito molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, né tanto meno per scontrarci con gli italiani. A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi.

I 14 ragazzi che ieri hanno tentato di rientrare nel Centro di accoglienza di Via Morandi

Da tre giorni viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani; ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro. 

Vogliamo dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con la gente, confrontarci. Sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di Roma, le autorità italiane, cosa stanno facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?

Non vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo per noi, ma per l’intero senso di civiltà dell’Italia, per i diritti di tutti di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo vivere realmente in pace con gli abitanti. Per questo motivo non vorremmo andarcene e restare tutti uniti perché da quando viviamo qui ci sentiamo come una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già tutto quello che avevamo.

Fonte: Frontiere news

venerdì 14 novembre 2014

Tor Sapienza, ipocrisia e razzismo dietro una giusta protesta

Nel quartiere romano è scoppiata la rivolta. I cittadini chiedono più sicurezza e se la prendono con i 36 "neri" minorenni del centro di accoglienza


“Bruciamoli tutti”. Come una caccia alle streghe moderna. Questa volta sono i migranti le vittime della violenza. Dopo che alcuni di loro sono stati i “carnefici”. Ma alla forca ci finiscono tutti, perché di fronte al degrado e all’esplosione della criminalità è difficile non generalizzare. Così a Tor Sapienza alla giusta protesta si mischiano razzismo e xenofobia, da una parte alimentati dalla disperazione e dall’emarginazione sociale, dall’altra fomentati da chi, senza responsabilità, ha affrontato e affronta tutt’oggi il tema dell’immigrazione.

La periferia abbandonata. È falso dire che chi scende in piazza a Tor Sapienza è razzista. In molti protestano, e non da oggi, contro il degrado della zona, causato anche da una gestione fallimentare del sistema dei centri di accoglienza, al quale si aggiunge un sostanziale abbandono delle forze dell’ordine di alcune zone della Capitale. D’altronde dove c’è disagio aumenta l’illegalità, al di là del paese di provenienza. E i migranti, nonostante la propaganda di Lega, CasaPound e Fratelli d’Italia, vivono in miseria. Per questo nei pressi dei centri di accoglienza va aumentata la sorveglianza delle forze dell’ordine. Ma non basta la repressione. Servono seri interventi di integrazione, con corsi di lingua italiana e formazione professionale. Altrimenti saranno sempre degli zombie destinati ad incrementare il disagio e l’insicurezza.

Le ipocrisie dietro una giusta protesta. Tuttavia, a Tor Sapienza se è lecito manifestare per la maggiore sicurezza, appare francamente ipocrita chi protesta contro il centro di accoglienza per rifugiati politici di via Morandi “perché siamo invasi e devono andare via”. Scartabellando i dati relativi ai centri di accoglienza di Roma, si scopre che quello di via Morandi dovrebbe ospitare 30 rifugiati. Ed in effetti, secondo i numeri forniti dalla cooperativa che gestisce il centro, il numero reale si discosta di poco: sono 36 gli ospiti effettivi al momento, molti dei quali minorenni e quasi tutti provenienti dall’Africa. Appare francamente difficile, a parte il comportamento irriverente di qualcuno, che 36 persone, tutte schedate, possano mettere a ferro e a fuoco un quartiere di 8mila anime. Infatti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un tentativo di stupro in un parco della zona ad opera di tre uomini. Ma non di origine africana, come in molti sostengono. Bensì ad opera di tre uomini dell’Europa dell’est. Mentre i furti nelle abitazioni nella maggior parte dei casi sono attribuibili a bande di rom, non necessariamente stanziati in zona. Senza dimenticare che il traffico di droga nell’area è gestito soprattutto dagli italiani.

Tra razzismo e ignoranza. Così, una giusta protesta per chiedere maggiore sicurezza si trasforma in una caccia al “negro” al grido “Viva il Duce”, con 50 persone incappucciate che tentano l’assalto al centro di accoglienza. Poi finisce che un 35enne di colore, “pizzicato” sulla strada, viene pestato e finisce all’ospedale. “Quelli prendono 40 euro al giorno, e noi stiamo a fare la fame senza un lavoro”. Così molti abitanti della zona giustificano la follia collettiva. Ed è qui che la politica ha le sue più grandi responsabilità, perché racconta una mezza verità che diviene una verità compiuta. Infatti, non è affatto vero che i migranti (quasi esclusivamente profughi e rifugiati) abbiano uno “stipendio” di 40 euro al giorno. Bensì, ogni immigrato in un centro di accoglienza costa 900 euro al mese, pari a 30 euro+iva al giorno. Si tratta della cifra che lo Stato paga alle cooperative che gestiscono i centri e che a loro volta pagano stipendi ai lavoratori italiani che cucinano, fanno le pulizie e si occupano della gestione dei centri stessi. Al singolo migrante viene data una scheda telefonica da 15 euro e 2,5 euro al giorno da spendere per esigenze personali, pari a 75 euro al mese.

Fonte: Diritto di critica

giovedì 13 novembre 2014

Il nuovo secolo si era aperto con il Nokia 3310

Il nuovo secolo si era aperto con il NOKIA 3310. Oggi, a quasi 15 anni, vi ricordate come eravamo?

In Italia c’era ancora la vecchia lira. Un nero presidente degli Stati Uniti sembrava un evento impossibile. Il Grande Fratello, l’iPhone e Facebook non esistevano. Nessuno parlava di crisi economica e di terrorismo internazionale… Vi raccontiamo i dieci fatti che nella prima decade del nuovo millennio hanno cambiato la nostra vita. Oltrepasseremo la storia o resteremo intrappolati in questi anni?

I ragazzi del 2000 entreranno nel mondo del lavoro, potranno mettere a frutto le loro passioni?

Diventeranno protagonisti, come le generazioni precedenti, o resteranno loro controfigure?

Ma soprattutto, quali sono gli elementi di identità dei primi ragazzi dell’anno zero, del XXI secolo, del III millennio?

Un racconto multimediale racconterà Quelli che il 2000 negli scatti quotidiani di una vita, di un gruppo: concepiti durante i mondiali di calcio del 1982, frequentavano la prima elementare quando cadeva il muro di Berlino.

“La generazione dei tre crolli”: era il 1989 a segnare il mondo la caduta del muro, era il 2001 a segnare il mondo il crollo delle torri gemelle, era il 2008 il botto della finanza la crisi mondiale.

Questa generazione è la prima che usa gli SmartPhone e gli euro, ma questa generazione è l’ultima che ha usato i gettoni quando valevano 200 lire. Sarebbero i fratelli maggiori dei nativi digitali e i fratelli minori dei ragazzi del muretto. In realtà sono figli unici. Verranno scoperti attraverso i loro sogni: una scuola che dà fiducia come quella finlandese, un lavoro dopo lo stage.

Non sono nati con il telefonino, con il personal computer, gli schermi touch screen, la loro prima ricerca in internet è stata: La pecora Dolly, con una tastiera dell’Internet Point, in cameretta avevano il televisore, ma loro sono stati gli ultimi con queste caratteristiche e i primi a passare ad Android, a vedere la Tv on line, a postare su i propri video ma siamo già ad anni più recenti, pensate che gli studenti ai tempi del Ministro Letizia Moratti non avevano né telecamera né youtube, correva l’anno 2007 quando sbarcò in Italia, e molti di loro erano sopravvissuti alla scuola cosiddetta “Jurassica” e si apprestavano ad essere i primi laureati triennali della storia della Repubblica italiana. E cosa avrebbe comportato ciò nel passaggio al mondo del lavoro? Questa è un’altra puntata amara di Quelli che il 2000; ma siamo all’ora del Black Berry aziendale e all’ultimo modello Nokia della storia finlandese. Il presente è Iphone 6 e Samsung Galaxy S5, il futuro sarà Microsoft? Bisognerà chiederlo a Quelli che il 2000, fin qui fruitori forti di telefonia mobile, che tra una fatica e l’altra di trovar lavoro e casa hanno già tagliato sul telefono fisso. La prima generazione.

Benedetta Cosmi


Fonte: Formiche

Vuoi collaborare con Informare è un dovere? Puoi mandare le tue segnalazioni e/o inviare i tuoi articoli all'indirizzo e-mail andreadl86@yahoo.it