martedì 6 settembre 2016

Cosa abbiamo capito del caso Raggi-Muraro

Poco, anche perché le persone coinvolte si contraddicono e smentiscono a vicenda: ma ora sappiamo che un'assessore di Roma è indagata e che Virginia Raggi lo sa da luglio

(ANSA/ANGELO CARCONI)

I guai del Movimento 5 Stelle a Roma e della sindaca Virginia Raggi, che vanno avanti praticamente dal momento delle elezioni, continuano a ingarbugliarsi e diventare più grossi, complicati e intrecciati: ormai sono guai del partito e della città insieme. Dopo le cinque dimissioni in un giorno della settimana scorsa, tra assessori e importanti dirigenti del comune, che il Movimento 5 Stelle non ha spiegato ma su cui ha molto litigato, lunedì 5 settembre Virginia Raggi e l’assessore di Roma all’Ambiente, Paola Muraro, sono state ascoltate dalla commissione parlamentare di inchiesta sulle Ecomafie.

Le principali novità venute fuori dal colloquio riguardano la gestione delle comunicazioni sull’indagine in cui è coinvolta Muraro per traffico illecito di rifiuti, abuso d’ufficio e truffa. Muraro e Raggi hanno detto che sapevano dell’indagine – o comunque che in procura c’era un fascicolo che riguardava Muraro – dallo scorso luglio. L’iscrizione di Muraro nel registro degli indagati era invece avvenuta il 21 aprile, quando Muraro era consulente di AMA, l’azienda che gestisce i rifiuti di Roma. Muraro è stata nominata assessore il 7 luglio, tra molte polemiche proprio per via del suo precedente ruolo in AMA. Alcune settimane dopo la nomina Muraro aveva chiesto per due volte l’accesso agli atti, che però le era stato negato dalla procura e poi autoriazzato il 18 luglio. Non è ancora chiaro se, al momento della nomina di Muraro ad assessore, Raggi sapeva che fosse indagata.

Virginia Raggi ha detto di aver informato il cosiddetto “direttorio” del Movimento 5 Stelle – composto da Luigi De Maio, Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Roberto Fico – quando ha saputo che Muraro era indagata. Il direttorio però ha detto che non sapeva nulla. Tutta questa situazione sta creando diverse polemiche dentro il Movimento 5 Stelle, per la gestione caotica dell’amministrazione di Roma in questi primi mesi e anche perché il partito ha sempre sostenuto – e su cose come questa basato la sua dichiarata diversità dagli altri – che i politici indagati debbano lasciare immediatamente i loro incarichi.

Durante l’audizione, che è durata circa 6 ore, Raggi e Muraro hanno insistito molto sulla differenza tra un avviso di garanzia (cioè la comunicazione che il pm invia alla persona indagata quando il pm compie un atto a cui l’indagato ha diritto o l’obbligo di assistere) e la procedura che ha permesso a Muraro di avere la conferma di essere indagata (cioè la richiesta di avere accesso agli atti, due volte negata e poi autorizzata). Raggi ha sempre negato che a Muraro fosse stato notificato un avviso di garanzia, ieri ha detto di non aver mentito e che l’esistenza di un “fascicolo” non è automaticamente un’indagine. E ancora: «Attendiamo di leggere le carte, quando avremo maggiori informazioni prenderemo provvedimenti. Io l’ho conosciuta ben prima delle elezioni, gli atti a cui si fa riferimento sono emersi dopo. È impossibile che prima del voto potessi essere a conoscenza di fatti che la stampa ha inteso proporre successivamente». Muraro ha detto di non aver mai negato di essere indagata: «Ho solo detto che non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, che è la verità».

Raggi ha anche detto di aver informato della questione i vertici del M5S («Appena l’avvocato della Muraro ci ha informati ho avvertito il mio capo di gabinetto Raineri e i vertici del Movimento, assieme abbiamo valutato che senza contestazioni specifiche non c’erano provvedimenti da prendere»). Nel frattempo il direttorio del partito ha detto che non sapeva nulla dell’indagine: né che Muraro avesse chiesto la certificazione dell’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati né del fatto che Raggi ne fosse a conoscenza. Uno dei membri del direttorio, Carlo Sibilia, ha comunque difeso la linea di Raggi: «quello di Muraro non era un avviso di garanzia ma soltanto un’iscrizione nel registro degli indagati. Virginia è stata esaustiva». Carla Ruocco, invece, ha ribadito che non era a conoscenza di nulla:


Dopo questa dichiarazione che l’ha smentita, Raggi si è corretta dicendo di aver avvisato solo «alcuni parlamentari» del M5S: ha fatto in particolare i nomi di Paola Taverna e Stefano Vignaroli, e ha parlato genericamente di «un eurodeputato e di un consigliere regionale» (il gruppo compone quello che i giornali hanno definito un “minidirettorio romano”). Raggi non avrebbe dunque avvisato Luigi Di Maio o Alessandro Di Battista, i due principali dirigenti del Movimento in Parlamento. Sia Taverna che Vignaroli hanno però a loro volta negato di aver saputo qualcosa da Raggi, che quindi è stata smentita di nuovo: e non si sa chi dica la verità e chi dica bugie.

La scarsissima trasparenza con cui il Movimento 5 Stelle sta gestendo questa fase – sul sito di Beppe Grillo non c’è niente che riguardi Roma, salvo questo stringatissimo e vuoto comunicato di Raggi – fa sì che sui giornali di oggi ci siano intere pagine di “retroscena”: si parla di chat segrete, di mail che sarebbero state inviate dal minidirettorio al direttorio, di un incontro (forse a Roma, forse a Milano, forse oggi) che dovrebbe svolgersi tra Grillo e i dirigenti del Movimento 5 Stelle. Nel frattempo le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Muraro (come Fratelli d’Italia) o hanno attaccato Raggi definendola «bugiarda» (Roberto Morassut, ex candidato alle primarie del PD a Roma). Infine c’è il sindaco di Parma Federico Pizzarotti che mesi fa è stato “sospeso” dal Movimento Cinque Stelle con l’accusa di non aver detto di essere indagato, e che in queste ultime ore si sta togliendo qualche sassolino dalle scarpe:


Del caso che riguarda Muraro si era cominciato a parlare negli ultimi giorni di luglio. Quando il 21 aprile Muraro viene iscritta nel registro degli indagati era tra l’altro la responsabile del corretto funzionamento di quattro “Centri per il trattamento meccanico e biologico dei rifiuti” o “TMB”. Due sono di AMA (Rocca Cencia e via Salaria), gli altri (Malagrotta) di un consorzio che fa capo all’imprenditore Manlio Cerroni. Da questo tipo di impianti dipende lo smaltimento dei rifiuti indifferenziati di Roma. Secondo quanto scrive Repubblica «conferire rifiuti in questi impianti costa un occhio della testa. Ma soprattutto, come accerta l’inchiesta, quegli impianti producono scarti (metalli, combustibili da rifiuti, frazione organica stabilizzata) che non solo richiedono un secondo ciclo di smaltimento (discariche e inceneritori), ma si discostano significativamente dai valori per i quali hanno ricevuto l’Autorizzazione ambientale ad operare». L’indagine riguarda lo scorretto utilizzo di questi impianti.

Quello che riguarda Muraro è solo l’ultimo di una serie di incidenti politici che hanno coinvolto negli ultimi giorni l’amministrazione Raggi: si sono dimessi l’assessore al Bilancio Marcello Minenna, l’amministratore unico di AMA (l’azienda che si occupa dei rifiuti a Roma) Alessandro Solidoro, l’amministratore unico di ATAC (che invece si occupa dei trasporti) Armando Brandolese, il direttore generale di Atac Marco Rettighieri ed è stato revocato l’incarico del capo di gabinetto Carla Raineri. Ieri Raggi ha detto di aver scelto il nuovo assessore al Bilancio della sua giunta: Angelo Raffaele De Dominicis, ex magistrato e procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio che negli ultimi anni si è fatto notare per dichiarazioni e inchieste piuttosto sopra le righe, diciamo.

In una delle sue prime interviste da assessore al Corriere della Sera, De Dominicis ha spiegato di avere accettato l’incarico dopo che gli è stato offerto «dall’avvocato Sammarco»: cioè probabilmente Pieremilio Sammarco, il titolare dello studio dove Raggi ha lavorato in passato, per cui era già stata criticata e che è ritenuto vicino agli ambienti della destra romana. Il fratello di Pieremilio Sammarco, Alessandro, è un avvocato penalista e ha difeso in importanti processi Cesare Previti, presso il cui studio Virginia Raggi ha svolto il praticantato. Molti deputati e esponenti del PD hanno criticato la nomina di De Dominicis proprio per questo motivo. Ernesto Carbone, ad esempio, ha detto: «Il partito-movimento, che voleva dare insegnamenti di democrazia diretta e trasparenza, subappalta la scelta per incarichi di primo piano al Comune di Roma al titolare dello studio legale dove Raggi faceva il praticantato. È la prova che Alemanno e Previti dettano legge nella giunta capitolina con buona pace dei grillini e delle loro ansie di presunto cambiamento». L’ex candidato sindaco del PD Roberto Giachetti ha invece chiesto: «Lo scontro in Giunta non starà diventando uno scontro tra gli studi Sammarco e Casaleggio, col quale Raggi ha firmato un contratto?». Giachetti fa riferimento a un documento che i candidati del Movimento 5 Stelle al comune di Roma erano stati obbligati a firmare prima delle amministrative e con il quale chi fosse stato eletto si impegnava a versare 150 mila euro al Movimento nel caso in cui fosse gli fosse stato contestato un “danno di immagine” al partito.

Fonte: Il Post

Terzo attacco in poche ore a Kabul

Un terzo attacco ha colpito nella notte la capitale dell'Afghanistan. Le forze di sicurezza hanno assediato per ore tre uomini armati barricati negli uffici di una Ong

Fumo dopo la terza esplosione in poche ore a Kabul, capitale dell'Afghanistan. Credit: Mohammad Ismail 

Un terzo attacco dinamitardo ha colpito Kabul, capitale dell’Afghanistan, nel distretto di Share Naw, nella notte tra lunedì 5 settembre e martedì 6 settembre 2016.

Le forze di sicurezza afghane hanno isolato per ore il centro di Kabul dopo che, in seguito all’esplosione di un’autobomba, tre uomini armati si sono barricati all’interno degli uffici di un’organizzazione umanitaria internazionale.

L’attacco, avvenuto in un’area finanziaria e residenziale della capitale vicina al distretto che ospiti gli uffici del governo e le sedi dilpomatiche, segue di poche ore un duplice attentato suicida dei Taliban nei pressi del ministero della Difesa che ha causato al,meno 35 vittime inclusi un generale e alcuni alti ufficiali delle forze di sicurezza.

I tre uomini sono penetrati all’interno degli uffici di Care International, dove si sono barricati circondati dalle forze di sicurezza intervenute sul posto. Dopo un assedio di oltre dieci ore, tutti gli assalitori sono stati uccisi.

Nel frattempo, molti civili residenti dell'area, inclusi cittadini stranieri, erano stati evacuati. Il traffico cittadino è andato in tilt mentre le scuole della zona sono rimaste chiuse.

Gli attacchi rendono evidente lo stato precario della sicurezza nella capitale afghana e la capacità dei Taliban di colpire con attacchi coordinati, a un mese dalla conferenza di Bruxelles durante la quale i donatori internazionali dovranno decidere sul supporto finanziario del paese.

LEGGI ANCHE: Che cos'è successo all'Università americana di Kabul

Fonte: The Post Internazionale

sabato 3 settembre 2016

Nuova offensiva della Turchia nel nord della Siria

Circa 20 carri armati dell'esercito di Ankara hanno preso d'assalto alcune postazioni dell'Isis


La Turchia ha iniziato una nuova operazione militare nel nord della Siria contro alcune posizioni dell'Isis circa 55 chilometri a sud-est di Jarablus, la città dove la scorsa settimana ha avuto luogo la prima offensiva via terra dell'esercito di Ankara in Siria.

Secondo quanto riportato dai media turchi, circa 20 carri armati hanno raggiunto la Siria provenienti dalla cittadina turca di Kilis e hanno aperto l'artiglieria contro alcune postazioni controllate dall'Isis.

Secondo i ribelli siriani che godono del sostegno di Ankara, l'obiettivo dell'operazione è quella di allontanare i miliziani del sedicente Stato islamico dal confine con la Turchia.

Secondo quanto riferito dall'Osservatorio siriano per i diritti umani, i ribelli siriani avrebbero preso il controllo nella giornata del 3 settembre di tre villaggi che erano in mano all'Isis.

Fonte: The Post Internazionale

La Cina ha ratificato l'accordo sul clima contro i gas serra

Pechino si affida per il 70 per cento del suo fabbisogno energetico a combustibili di origine fossile ed è responsabile del 24 per cento delle emissioni mondiali di Co2

Pechino si affida per il 70 per cento del suo fabbisogno energetico a combustibili di origine fossile ed è responsabile del 24 per cento delle emissioni mondiali di Co2. Credit: Reuters

Il parlamento cinese ha ratificato l'accordo sul clima firmato l'anno scorso al termine della Conferenza di Parigi. Lo riferisce l'agenzia di stampa statale Xinhua.

Il Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo, il principale organo legislativo del regime comunista, ha intrapreso l'azione in vista dell'incontro in programma per oggi alla vigilia del G20 di Hangzhou tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Stati Uniti e Cina, da soli, sono responsabili di circa il 38 per cento dell’inquinamento da carbon fossile del pianeta. Pechino si affida per oltre il 70 per cento del suo fabbisogno energetico a combustibili di origine fossile e da sola è responsabile del 24 per cento delle emissioni mondiali di Co2.

Il testo prevede di bloccare a partire dal 2020 la crescita della temperatura “al di sotto dei due gradi” e impegna i paesi a sforzarsi a non superare gli 1,5 gradi.

Inoltre i paesi industrializzati si sono impegnati ad alimentare un fondo annuo da 100 miliardi di dollari per il trasferimento delle tecnologie pulite nei paesi non in grado di fare da soli il salto verso la green economy.

Perché l’intesa entri in vigore è necessario infatti che almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55 per cento delle emissioni globali ratifichino o si uniscano formalmente all’accordo.

L’Unione europea, rappresenta meno del 10 per cento delle emissioni di Co2 e avrà bisogno di molto tempo affinché Bruxelles decida di quanto ciascuno dei 28 stati membri debba ridurre le emissioni di carbone fossile.

LEGGI ANCHE: COSA PREVEDE L’ACCORDO SUL CLIMA

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 2 settembre 2016

Il mistero sulla morte del presidente dell'Uzbekistan Islam Karimov

Secondo diverse fonti - tra cui opposizione e Turchia - il presidente uzbeko Karimov sarebbe morto, anche se le fonti ufficiali ancora non confermano

Il presidente uzbeko Islam Karimov

Il presidente dell'Uzbekistan, il 78enne Islam Karimov, sarebbe gravemente malato. A riferirlo è il governo, che lo ha reso noto attraverso una nota diffusa dai media locali.

Il capo dello stato era stato ricoverato sabato 27 agosto per un ictus, e secondo quanto dichiarato dal governo le sue condizioni sarebbero peggiorate.

Secondo l'agenzia di stampa Reuters, che cita diverse fonti diplomatiche, Karimov sarebbe invece morto. Della stessa opinione sono le opposizioni uzbeke.

Il quotidiano Ferghana - proibito dal 2005 - aveva già dato notizia della morte del presidente lunedì 29 agosto.

Secondo la stessa agenzia, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe espresso il proprio cordoglio per la scomparsa del leader uzbeko, dando dunque credito al fatto che sia morto.

Ad alimentare i misteri intorno alla salute di Karimov c'è il fatto che la salute del capo di stato in passato è sempre stata considerata un segreto, come dichiarato dal giornalista della Bbc Abdujalil Abdurasulov.

Islam Karimov è divenuto capo della Repubblica Socialista dell'Uzbekistan nel 1990, quando questa faceva ancora parte dell'Unione Sovietica, e dal 1991 - quando il paese è diventato indipendente - ad oggi ha sempre ricoperto la carica di capo di stato dell'Uzbekistan.

Fonte: The Post Internazionale

La vignetta di Charlie Hebdo sulle vittime del terremoto in Italia

Una vignetta comparsa sull'ultimo numero del celebre giornale satirico sta scatenando molte polemiche per il tono offensivo con cui tratta la tragedia del sisma

La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto del centro Italia.

Nell’ultimo numero di Charlie Hebdo, il noto giornale satirico francese, è comparsa una vignetta che questa volta non ha indignato gli estremisti islamici, ma moltissimi italiani che si sono sentiti offesi per il tono con il quale è stato trattato il sisma che ha colpito il centro Italia il 24 agosto, causando la morte di quasi trecento persone.

Sull’ultima pagina del giornale, comparso in edicola mercoledì 31 agosto, compare infatti un’immagine intitolata "Terremoto all'italiana: penne al sugo, penne gratinate, lasagne", in cui sotto al testo si vedono un uomo e una donna sporchi di sangue e una pila di cadaveri sepolti sotto diversi strati di macerie.

(La vignetta di Charlie Hebdo che ha suscitato la polemica)


La vignetta ha suscitato molta indignazione da quando è comparsa su Twitter, e nonostante in Francia non abbia finora fatto notizia, gli italiani sembrano non aver apprezzato questo genere di ironia.

Sempre all’interno del giornale è comparsa anche un’altra battuta relativa al terremoto, che ha affrontato il dramma con una dubbia ironia rivolta all’islamismo: "Circa trecento morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa che il sisma abbia gridato 'Allah akbar' prima di far tremare la terra".

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 1 settembre 2016

Una brutta giornata per il comune di Roma

Nel giro di poche ore si sono dimessi l'assessore al Bilancio, il capo dell'ATAC e quello dell'AMA, e la nomina del capo di gabinetto è stata revocata

(ANSA/ MASSIMO PERCOSSI)

Nel giro di poche ore il comune di Roma ha perso il capo di gabinetto e l’assessore al Bilancio, mentre nel pomeriggio si sono dimessi tre importanti dirigenti delle due più importanti aziende municipalizzate, ATAC e AMA. Stamattina Virginia Raggi, eletta sindaca di Roma due mesi fa con il Movimento 5 Stelle, ha revocato la nomina di Carla Raineri che nel frattempo aveva però già presentato le proprie dimissioni (secondo quanto dichiarato all’ANSA da Raineri); poco dopo si è dimesso da assessore al Bilancio anche Marcello Minenna. Nel pomeriggio si è saputo di altre dimissioni importanti: quelle del direttore generale di ATAC – l’azienda romana per i trasporti pubblici – Marco Rettighieri, da settimane in polemica con l’amministrazione Raggi; dell’amministratore unico della stessa azienda Armando Brandolese; e di Alessandro Solidoro, che da appena un mese era stato nominato presidente di AMA, la municipalizzata che gestisce i rifiuti per conto del Comune.

Raineri è il secondo capo di gabinetto di Virginia Raggi a saltare in due mesi: la nomina del primo, Daniele Frongia, ex consigliere comunale del M5S, era stata accantonata per un presunto problema di incompatibilità per via della legge Severino (che dopo ulteriori accertamenti era stato risolto: ma intanto Raggi aveva cambiato idea su Frongia). Negli ultimi giorni si era discusso molto dello stipendio di Raineri da capo di gabinetto, quasi 193.000 euro l’anno in quanto ex magistrata (lei aveva detto: «Ma secondo lei a tre anni dalla pensione mi trasferisco a Roma per rimetterci?»). Anche la nomina di Raineri però non era regolare, e per questo Raggi l’ha revocata. Il capo di gabinetto si potrebbe definire il “braccio destro” del sindaco: la carica all’interno dell’amministrazione che si occupa di firmare e mettere in atto le sue delibere.



Le motivazioni delle dimissioni dell’assessore al Bilancio Minenna non sono ancora chiare e sembrano legate alla revoca del mandato di Raineri che lo stesso Minenna aveva sostenuto. Di Minenna si era parlato qualche settimana fa per una presunta incompatibilità denunciata da un gruppo di deputati del PD tra la sua nomina ad assessore del comune di Roma e il suo incarico di dirigente dell’ufficio Analisi quantitative della Consob con conseguente accumulo dei due stipendi. La Consob ha poi risolto la questione del doppio incarico votando per la messa in aspettativa di Minenna. La Stampa scrive però che la questione del compenso avrebbe continuato ad essere un problema:


«Su trasparenza e compensi si sarebbero giocate le rotture tra Raineri e Minenna da una parte e Raggi e M5S dall’altra. Carla Romana Raineri, magistrato, aveva da subito detto di non voler rinunciare ai suoi emolumenti (193 mila euro), lo stesso aveva fatto Minenna, dirigente in Consob, che pur ricoprendo la carica di assessore capitolino non aveva rinunciato allo stipendio di 120 mila euro».


Le dimissioni di Rettighieri erano date come possibili almeno da ieri: secondo il Messaggero, alla base della polemica fra ATAC e il Comune, c’è la richiesta del Comune di avere una “visione preventiva” dei trasferimenti dei dirigenti all’interno dell’azienda. Rettighieri aveva accusato il Comune di voler “commissionare” ATAC, che è una municipalizzata (e come tale ha un certo grado di indipendenza dalla giunta). Solidoro, come ha spiegato in un comunicato stampa la stessa AMA, si è dimesso perché era stato nominato da Minenna, e quindi «ha ritenuto venute meno le condizioni per l’incarico affidatogli».

La situazione di Roma è particolarmente complicata: dal punto di vista economico, innanzitutto. Poi negli ultimi anni ci sono stati una serie di scandali e inchieste giudiziarie – “affittopoli”, “parentopoli”, Mafia Capitale, la crisi dei rifiuti e dell’azienda che li gestisce – che hanno mostrato quanto fosse opaca e scadente la gestione di molti settori della pubblica amministrazione e degli enti che erogano servizi fondamentali della città.

Qualche settimana fa Virginia Raggi ha parlato della situazione dei rifiuti in città nel corso di un consiglio straordinario dell’Assemblea Capitolina, il consiglio comunale di Roma. Raggi ha detto che la situazione dei rifiuti accumulati per le strade di Roma nelle ultime settimane è stata quasi risolta e ha difeso Paola Muraro, il suo assessore all’Ambiente, criticata dal PD per i suoi precedenti legami con AMA, l’azienda pubblica che gestisce i rifiuti di Roma e che è accusata di sprechi e clientelismo. Per affrontare la questione Muraro ha deciso di utilizzare in maniera più intensiva una serie di impianti per il trattamento rifiuti, tutti e quattro costruiti o gestiti da un imprenditore locale, Manlio Cerroni, proprietario di una vasta filiera di imprese del settore. La procura di Roma sospetta che in passato questi stessi impianti siano stati sottoutilizzati rispetto alle loro capacità, forse con la complicità di esponenti dell’AMA. Al momento è in corso un’indagine per truffa e l’opposizione ha accusato Muraro di non essere estranea a questa indagine.

Un altro problema che la giunta Raggi deve affrontare è quello delle Olimpiadi. Durante la sua campagna elettorale Raggi aveva dichiarato di essere contraria alla candidatura di Roma per i Giochi. Qualche giorno fa l’assessore all’Urbanistica della sua giunta ha dichiarato però «di voler dire sì ai Giochi se saranno per la città e se si farà una grande opera per i cittadini». Diversi giornali dicono che all’interno del Movimento 5 Stelle ci sono due posizioni contrapposte e Raggi, per ora, ha fatto sapere che incontrerà il presidente del CONI Giovanni Malagò per discutere della questione. Non ha preso però ufficialmente alcuna posizione.

Sui giornali, negli ultimi giorni, si è anche parlato del fatto che a Roma non siano ancora cominciate le celebrazioni delle unioni civili dopo l’approvazione della legge lo scorso maggio. Sul sito del comune di Roma, nella sezione in cui si parla della procedura per chiedere l’unione civile, si dice che tutto è posticipato all’entrata in vigore dei decreti attuativi. Ma le celebrazioni sono consentite e previste anche prima dell’emanazione di questi decreti e proprio secondo la stessa legge (la numero 76 del 2016). Le associazioni LGBTQ hanno dunque scritto una lettera alla sindaca chiedendo un incontro e i motivi di questo ritardo. Nella lettera si fa inoltre presente che Roma sarà probabilmente l’ultima tra le grandi città a celebrare le unioni civili dopo che Torino, Palermo, Napoli, Bologna, Milano e molte altre hanno già dimostrato «di volerci essere».

Fonte: Il Post

Cos’è il “Fertility Day”

Una campagna del ministero della Salute per invitare a far figli il prima possibile sta attirando molte critiche e commenti


Nelle ultime ore tantissime persone in Italia hanno notato – e in molti casi se ne sono lamentati – una campagna promossa dal ministero della Salute in vista del cosiddetto “Fertility Day”, previsto per il 22 settembre. Stando alle informazioni pubblicate sul sito del ministero della Salute, il “Fertility Day” è una giornata dedicata alla sensibilizzazione sul tema della fertilità e sul rischio della denatalità, cioè della diminuzione delle nascite. È la prima volta che un’iniziativa del genere viene istituita in Italia (in altri paesi le iniziative dedicate alla “fertilità” sono più spesso rivolte a chi soffre di infertilità, come in Irlanda e Nuova Zelanda). Per il 22 settembre sono previste diverse iniziative fra cui quattro “tavole rotonde” sul tema della fertilità a Roma, Bologna, Padova e Catania. L’iniziativa del “Fertility Day” è stata molto criticata online perché accusata di fare eccessiva pressione sulle donne affinché facciano figli il prima possibile: uno dei manifesti pubblicitari dell’iniziativa mostra infatti una ragazza che tiene in mano una clessidra, mentre accanto a lei c’è scritto “La bellezza non ha età. La fertilità sì”.

Le “cartoline” condivisibili sui social sul Fertility Day, con slogan molto criticati come “la fertilità è un bene comune”, “datti una mossa, non aspettare la cicogna!”, “Sballato. Dopato. Fumato. Fertile?”



Non è chiaro perché la campagna stia circolando moltissimo proprio oggi, quando ancora manca un mese al “Fertility Day” (e settimane dopo la diffusione dei primi comunicati stampa e dell’apertura della pagina Facebook): probabilmente c’entra il fatto che sul sito dell’evento – che al momento è offline – sono stati diffusi nuovi materiali, come un giochino in cui si può scegliere se interpretare uno spermatozoo e un ovulo e cercare rispettivamente di evitare dei piccoli ostacoli – rappresentati da oggetti come boccali di birre e pillole – e “catturare” tutti gli spermatozoi.

Gli utenti più arrabbiati stanno paragonando la campagna del “Fertility Day” a quella di diversi regimi autoritari del Novecento, che invitavano a fare figli per servire meglio lo stato. Altri utenti più equilibrati hanno fatto notare che la campagna sembra descrivere la maternità più come un dovere che come una scelta consapevole. Su Facebook lo scrittore Roberto Saviano ha pubblicato un post molto critico sul “Fertility Day”, scrivendo: «La fertilità è una caratteristica fisica individuale. Il Ministero della Salute dovrebbe fare ricerca e rendere accessibile la procreazione per quelle coppie affette da sterilità e non invitare genericamente a fare figli. Research&development dovrebbe essere la tendenza e invece questi ci riportano al Medioevo». Altri hanno fatto notare che la più importante politica a favore della natalità sarebbe aumentare il numero degli asili nido pubblici, piuttosto che invitare le donne a riprodursi il prima possibile.



Il “Fertility Day” è stato istituito a partire da un documento del ministero della Salute intitolato “Piano nazionale per la fertilità”, lungo 137 pagine e pubblicato nel maggio 2015. Oltre all’istituzione del “Fertility Day”, sono previsti corsi ed eventi appositi per medici, campagne sui giornali e nelle scuole. Il documento contiene anche i risultati di un tavolo consultivo ministeriale a cui hanno partecipato decine di medici e professori universitari. Il primo obiettivo del piano è «informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio». In relazione al “Fertility Day”, lo scopo è «celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”».

In Italia il tasso di fecondità – cioè a grandi linee il numero medio di figli che partorisce ogni donna – è piuttosto basso, come del resto in diversi altri paesi occidentali (per esempio Spagna e Germania): secondo l’ISTAT nel 2014 è stato di 1,37, un tasso identico a quello registrato dieci anni fa. Negli ultimi anni, inoltre, alcuni esperti hanno messo in dubbio l’affidabilità del dato diffusissimo secondo cui nelle donne la fertilità diminuirebbe decisamente dai 28-30 anni in poi: uno dei più popolari studi a cui fa riferimento quel dato riprende una ricerca sulle nascite avvenute in Francia dal 1670 al 1830. L’Istituto Superiore di Sanità dice che un calo “significativo ma graduale” si verifica dai 32 anni in poi, e un altro dopo i 37; altri esperimenti recenti hanno ipotizzato un netto calo dai 35 anni in poi, altri ancora l’assenza di netti cali della fertilità nelle donne fino ai 40 anni.

Fonte: Il Post