Il quotidiano statunitense ha dedicato una lunga inchiesta sul caso del giovane ricercatore morto nel 2016 al Cairo e dalla quale emergono importanti rivelazioni sui rapporti tra Italia ed Egitto
“La leadership egiziana era pienamente consapevole delle circostanze intorno alla morte di Regeni”, lo scrive in una lunga e approfondita inchiesta del New York Times il giornalista Declan Walsh che cita come fonti tre ex funzionari dell’amministrazione Obama.
Il quotidiano statunitense ha infatti dedicato un lungo articolo dal titolo “Perché un dottorando italiano è stato torturato e ucciso in Egitto?” nel quale ha esaminato i rapporti tra Italia ed Egitto e ha rivelato alcune importanti informazioni sulla morte del ricercatore italiano il cui cadavere martoriato fu ritrovato il 3 febbraio 2016 in un fosso alla periferia del Cairo.
L’articolo è stato pubblicato il 15 agosto, stesso giorno in cui la Farnesina ha annunciato che l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini tornerà al Cairo, in Egitto, dopo un anno e quattro mesi di assenza.
Ma cosa dice esattamente l’articolo del Nyt?
L’inchiesta ripercorre diverse fasi della morte di Regeni e si sofferma sulle informazioni in possesso dell’amministrazione statunitense, di quelle trasferite al governo italiano e dei complessi equilibri di potere tra Italia ed Egitto.
“Nelle settimane successive alla morte di Regeni gli Stati Uniti vennero in possesso dall’Egitto di prove di intelligence esplosive: elementi che dimostravano come Regeni fosse stato rapito, torturato e ucciso da elementi della sicurezza egiziana”, scrive il giornalista. ” ‘Avevamo prove incontrovertibili di responsabilità ufficiali egiziane’, spiega un membro dell’amministrazione Obama, uno dei tre ex esponenti governativi che hanno confermato l’esistenza di quelle prove. Su raccomandazione del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, gli Stati Uniti consegnarono questa conclusione al governo Renzi. Ma per evitare di bruciare la propria fonte, gli statunitensi non condivisero i materiali di intelligence”, prosegue l’articolo.
Dunque gli americani sapevano e dissero agli italiani che la leadership egiziana era pienamente a conoscenza delle circostanze relative alla morte di Regeni. “Non avevamo dubbi sul fatto che questa era una cosa nota fino ai livelli più alti”, spiega al giornalista Declan Walsh un altro ex rappresentante del governo. “Non so se ne fossero responsabili. Ma sapevano. Sapevano”.
Ma se l’Italia era a conoscenza delle responsabilità del governo egiziano perché non intervenne in modo più deciso nei confronti dell’Egitto?
Probabilmente perché, secondo le ricostruzioni del Nyt, il governo italiano non poteva in alcun modo recidere i rapporti con l’Egitto: le agenzie di intelligence italiane avevano bisogno dell’aiuto dei colleghi egiziani per affrontare la “minaccia dell’Isis, gestire il conflitto in Libia e monitorare l’ondata di migranti nel Mediterraneo”.
Ma la condizione di subordinazione al volere del governo egiziano non sembra essere stato l’unico problema dell’intelligence italiana nel corso delle indagini sulla morte di Regeni.
Secondo quanto rivelato dal Nyt, sembrerebbe che “l’avvertita collaborazione fra Eni e servizi di intelligence italiani diventò fonte di tensione all’interno del governo”.
“Secondo un funzionario del ministero degli Esteri italiano, i diplomatici erano giunti alla conclusione che l’Eni si era unita alle forze del servizio di intelligence dell’Italia nel tentativo di trovare una rapida risoluzione del caso”, si legge nell’articolo. “Ministero degli Esteri e funzionari dell’intelligence cominciarono a essere prudenti gli uni con gli altri, talvolta trattenendo informazioni”.
Un’altra possibile risposta alla domanda titolo dell’articolo del Nyt fa riferimento alla precisa volontà del governo egiziano di mandare “un messaggio ad altri stranieri e governi stranieri per smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”, scrive Walsh. “Sotto al Sisi, anche un occidentale poteva essere sottoposto a torture brutali”. Tale tesi sarebbe in parte confermata anche da un altro particolare: il ritrovamento del cadavere di Giulio puntellato a un muro. “Volevano che venisse ritrovato?” si domanda il giornalista.
Scoprire la verità sulle atrocità commesse sul corpo del giovane ricercatore italiano sarebbe stato reso ancora più complesso per i continui “depistaggi compiuti dalle forze di intelligence egiziane”.
L’allora ambasciatore italiano Massari avrebbe dovuto ricorrere a soluzioni vecchio stile per comunicare con Roma per il timore che i suoi messaggi venissero decriptati dagli egiziani impiegati presso la sede diplomatica italiana e poi inviati alle agenzie di sicurezza egiziane.
“Presto smise di usare le email e il telefono per le comunicazioni delicate,ricorrendo ad una soluzione vecchio stile, per comunicare con Roma: una macchina che scriveva messaggi criptati su carta. Si temeva che in un appartamento posto accanto all’ambasciata, le cui luci erano costantemente spente, fosse stato piazzato quanto necessario per spiare le mosse dei rappresentanti italiani”, si legge nell’articolo.
Una terza possibile spiegazione alla morte di Giulio Regeni viene identificata nel coinvolgimento del giovane ricercatore in una guerra incrociata tra le diverse agenzie di sicurezza e intelligence egiziane: la Sicurezza Nazionale, l’Intelligence militare, e la General Intelligence Service,— l’equivalente egiziano della Cia — se pur tutte fedeli al presidente Al Sisi, vengono descritte come “in competizione tra loro”.
L’ipotesi del coinvolgimento di qualche apparato di sicurezza egiziano nell’uccisione di Regeni non era una cosa nuova. Mesi dopo, nel settembre 2016, gli stessi investigatori egiziani ammisero per la prima volta che Regeni era stato indagato dalla polizia egiziana, un’informazione fino a quel momento sempre smentita dall’Egitto.
Sulle rivelazione fornite dall’inchiesta del Nyt restano aperte alcune domande: quando esattamente queste prove furono passate dall’intelligence statunitense al governo italiano? Di quali prove si parla? Fino a che punto il governo egiziano è responsabile della morte di Regeni? Quanto al Sisi è coinvolto in questo caso?
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 16 agosto 2017
martedì 15 agosto 2017
La Farnesina ha disposto il rientro dell’ambasciatore italiano in Egitto
Il 15 agosto, Giampaolo Cantini, attuale rappresentante diplomatico per l'Italia, tornerà al Cairo, dopo gli sviluppi registrati nella cooperazione tra Italia ed Egitto per le indagini sulla morte di Giulio Regeni
Dopo quattro anni e tre mesi di assenza, la Farnesina ha annunciato che l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini tornerà al Cairo, in Egitto. Nell’aprile del 2016, l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva richiamato in Italia il nostro rappresentante diplomatico come forma di protesta verso la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini sul caso della morte di Giulio Regeni.
Giulio Regeni era un ricercatore italiano che nel 2016 viveva in Egitto e che stava svolgendo un dottorato di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani per l’università di Cambridge. Il 3 febbraio dello scorso anno il suo corpo martoriato fu trovato in un fosso alla periferia del Cairo.
Da quel giorno ancora ci si interroga sulle cause che hanno portato alla morte del giovane ricercatore e sui responsabili delle torture applicate a Giulio che lo hanno portato alla morte.
Nonostante ancora poche siano le informazioni pervenuto dal governo egiziano, per il 15 agosto 2017 è stato disposto il rientro dell’ambasciatore in Egitto: a sbloccare la situazione l’annuncio, fatto ieri dalla Procura di Roma, di aver ricevuto nuovi atti dai colleghi del Cairo.
“Alla luce degli sviluppi registrati nel settore della cooperazione tra gli organi inquirenti di Italia ed Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni, il governo italiano ha deciso di inviare l’ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”, si legge in una nota della Farnesina.
“Nell’ambito della collaborazione nelle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni, vi è stato un colloquio telefonico nella mattinata di oggi tra il procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto e il procuratore della Repubblica di Roma. Il procuratore Sadek ha voluto condividere gli ultimi sviluppi investigativi compiuti dal team investigativo egiziano a seguito del sesto incontro tra le delegazioni dei due uffici avvenuto nel maggio scorso”: con questo comunicato congiunto tra la procura di Roma e la procura Araba di Egitto si motiva la decisione del rientro.
“In particolare sono stati nuovamente ascoltati, come richiesto dalla procura di Roma tutti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti seguiti alla denuncia del capo dei sindacati indipendenti degli ambulanti del Cairo; la consegna di quanto raccolto alle autorità italiane è stata completata in data odierna”, prosegue il comunicato.
Tramite una nota e un post pubblicato dalla madre di Giulio Regeni, la famiglia ha espresso “indignazione per le modalità, la tempistica ed il contenuto della decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo”.
Fonte: The Post Internazionale
Dopo quattro anni e tre mesi di assenza, la Farnesina ha annunciato che l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini tornerà al Cairo, in Egitto. Nell’aprile del 2016, l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva richiamato in Italia il nostro rappresentante diplomatico come forma di protesta verso la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini sul caso della morte di Giulio Regeni.
Giulio Regeni era un ricercatore italiano che nel 2016 viveva in Egitto e che stava svolgendo un dottorato di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani per l’università di Cambridge. Il 3 febbraio dello scorso anno il suo corpo martoriato fu trovato in un fosso alla periferia del Cairo.
Da quel giorno ancora ci si interroga sulle cause che hanno portato alla morte del giovane ricercatore e sui responsabili delle torture applicate a Giulio che lo hanno portato alla morte.
Nonostante ancora poche siano le informazioni pervenuto dal governo egiziano, per il 15 agosto 2017 è stato disposto il rientro dell’ambasciatore in Egitto: a sbloccare la situazione l’annuncio, fatto ieri dalla Procura di Roma, di aver ricevuto nuovi atti dai colleghi del Cairo.
“Alla luce degli sviluppi registrati nel settore della cooperazione tra gli organi inquirenti di Italia ed Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni, il governo italiano ha deciso di inviare l’ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”, si legge in una nota della Farnesina.
“Nell’ambito della collaborazione nelle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni, vi è stato un colloquio telefonico nella mattinata di oggi tra il procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto e il procuratore della Repubblica di Roma. Il procuratore Sadek ha voluto condividere gli ultimi sviluppi investigativi compiuti dal team investigativo egiziano a seguito del sesto incontro tra le delegazioni dei due uffici avvenuto nel maggio scorso”: con questo comunicato congiunto tra la procura di Roma e la procura Araba di Egitto si motiva la decisione del rientro.
“In particolare sono stati nuovamente ascoltati, come richiesto dalla procura di Roma tutti i poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti seguiti alla denuncia del capo dei sindacati indipendenti degli ambulanti del Cairo; la consegna di quanto raccolto alle autorità italiane è stata completata in data odierna”, prosegue il comunicato.
Tramite una nota e un post pubblicato dalla madre di Giulio Regeni, la famiglia ha espresso “indignazione per le modalità, la tempistica ed il contenuto della decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo”.
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 14 agosto 2017
Almeno 180 persone sono morte per una frana in Sierra Leone
Una frana provocata dalle forti piogge ha causato la morte di almeno 180 persone nella città di Freetown, capitale della Sierra Leone. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo, l’agenzia di stampa Afp parla di 180 possibili morti ma secondo il vice presidente del paese, Victor Foh, “è probabile che sotto le macerie ci siano centinaia di corpi”.
Dopo le abbondanti precipitazioni che si sono abbattute sulla capitale, un’intera collina della città è crollata coprendo di fango due quartieri. Secondo la Bbc, molte persone potrebbero essere state travolte dal fango nelle loro abitazioni durante il sonno.
I servizi di emergenza sono al lavoro per soccorrere chi è rimasto intrappolato in casa.
Le inondazioni non sono insolite in Sierra Leone, dove spesso le abitazioni più pericolanti vengono spazzate via dalle forti precipitazioni. Nel 2015, a Freetown sono morte dieci persone per le frane.
Fonte: The Post Internazionale
Un ragazzo italiano di 22 anni è morto in una discoteca in Spagna
Niccolò Ciatti è deceduto dopo essere stato picchiato da tre ragazzi in un locale di Lloret de Mar, vicino Barcellona, nella notte tra il 12 e il 13 agosto
Un ragazzo italiano di 22 anni di nome Niccolò Ciatti è morto nella notte tra sabato 12 e domenica 13 agosto in una discoteca di Lloret de Mar, località balneare vicino Barcellona, in Spagna.
Il giovane è deceduto a seguito di un’aggressione avvenuta intorno alle tre del mattino davanti al locale “St. Trop’s” e scatenata, secondo le prime ricostruzioni, per futili motivi: tre presunti aggressori hanno colpito la vittima per una spinta con calci in faccia e pugni, fino a lasciarlo esanime a terra.
Dopo le violenze i tre sono scappati sul lungomare catalano ma la polizia della Catalogna, i Mossos d’Esquadra, li ha rapidamente fermati poco dopo il fatto: si tratterebbe di tre ragazzi ceceni – di 20, 24 e 26 anni – che dalla Francia si sarebbero poi trasferiti in Spagna. Interrogati dagli investigatori hanno risposto in francese, tradotti da un interprete.
Niccolò Ciatti era originario di Scandicci, città alle porte di Firenze. La polizia, grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza del locale e agli interrogatori sta cercando di ricostruire nei dettagli la dinamica dell’accaduto.
“La Farnesina e il Consolato generale d’Italia a Barcellona stanno seguendo sin dall’inizio il caso con la massima attenzione. Il consolato, che sta prestando alla famiglia ogni possibile assistenza, è in contatto con le autorità locali e al momento sono in corso accertamenti volti a chiarire la dinamica dei fatti”, si legge nella nota del ministero degli Esteri.
Fonte: The Post Internazionale
Un ragazzo italiano di 22 anni di nome Niccolò Ciatti è morto nella notte tra sabato 12 e domenica 13 agosto in una discoteca di Lloret de Mar, località balneare vicino Barcellona, in Spagna.
Il giovane è deceduto a seguito di un’aggressione avvenuta intorno alle tre del mattino davanti al locale “St. Trop’s” e scatenata, secondo le prime ricostruzioni, per futili motivi: tre presunti aggressori hanno colpito la vittima per una spinta con calci in faccia e pugni, fino a lasciarlo esanime a terra.
Dopo le violenze i tre sono scappati sul lungomare catalano ma la polizia della Catalogna, i Mossos d’Esquadra, li ha rapidamente fermati poco dopo il fatto: si tratterebbe di tre ragazzi ceceni – di 20, 24 e 26 anni – che dalla Francia si sarebbero poi trasferiti in Spagna. Interrogati dagli investigatori hanno risposto in francese, tradotti da un interprete.
Niccolò Ciatti era originario di Scandicci, città alle porte di Firenze. La polizia, grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza del locale e agli interrogatori sta cercando di ricostruire nei dettagli la dinamica dell’accaduto.
“La Farnesina e il Consolato generale d’Italia a Barcellona stanno seguendo sin dall’inizio il caso con la massima attenzione. Il consolato, che sta prestando alla famiglia ogni possibile assistenza, è in contatto con le autorità locali e al momento sono in corso accertamenti volti a chiarire la dinamica dei fatti”, si legge nella nota del ministero degli Esteri.
Fonte: The Post Internazionale
domenica 13 agosto 2017
Anche Save the Children e Sea Eye sospendono i soccorsi al largo della Libia
La decisione segue quella presa da Medici senza frontiere a causa del comportamento minaccioso della guardia costiera libica nei confronti delle Ong
Le organizzazioni umanitarie Save the Children e Sea Eye hanno scelto di sospendere le proprie operazioni di soccorso al largo della Libia, dopo che il governo di Tripoli ha deciso di istituire una propria zona di Search and Rescue nel Mediterraneo, un tratto di mare cioè in cui la guardia costiera libica avrà il potere di coordinare gli interventi umanitari.
L’intenzione del governo libico è quella di limitare l’accesso delle Ong alle acque internazionali e questo costituisce un rischio per la sicurezza secondo le organizzazioni che operano nell’area, a causa del comportamento minaccioso della guardia costiera libica.
“L’espansione delle acque territoriali libiche e le minacce alle Ong non ci lasciano altra scelta”.
Non solo l’organizzazione tedesca ma anche Save the children ha deciso per la sospensione della propria attività al largo delle coste libiche.
“L’organizzazione si rammarica di dover essere costretta a mettere in pausa le proprie operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo a causa delle decisioni dalla Marina Libica di controllare le acque internazionali in cui normalmente opera la nave della Ong con l’obiettivo di salvare vite umane” si legge in una nota di Save the children.
“Si tratta di una situazione molto preoccupante per il rischio di sicurezza dello staff e per la reale capacità della Vos Hestia di mettere in atto la propria missione di soccorso”, continua il testo, facendo riferimento alla nave dell’organizzazione impegnata a salvare migranti nel canale di Sicilia.
“I libici oramai possono fare quello che vogliono con il sostegno dell’Europa e dell’Italia”, ha poi detto Stefano Argenziano, coordinatore dei progetti di migrazione di Medici senza frontiere.
“Il governo ha istituito ufficialmente una zona di ricerca e salvataggio in cui nessuna nave straniera avrà il diritto di accedere salvo una richiesta espressa alle autorità libiche”, ha detto il generale Abdelhakim Bouhaliya, comandante della base navale di Tripoli.
La decisione non è tuttavia ancora stata resa operativa. Prima che un paese possa infatti istituire una sua zona di ricerca e salvataggio ha bisogno del consenso dei suoi confinanti.
“Abbiamo ricevuto una comunicazione dalla Libia e siamo in attesa delle conferme”, ha detto un funzionario dell’Organizzazione marittima internazionale.
“Quando le avremo ottenute, pubblicheremo la circolare”. Sono dunque tre le Ong che hanno deciso di fermare le operazioni di soccorso al largo delle coste libiche al momento: Medici senza frontiere, Save the children e Sea Eye.
Msf ha anche rifiutato di firmare il codice di condotta voluto dal ministro dell’Interno Minniti e dal governo Gentiloni per regolare l’operato delle organizzazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo.
Le polemiche sull’attività delle ong sono cresciute negli ultimi mesi, a partire dalle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmenlo Zuccaro sui presunti legami tra alcune ong e gli scafisti.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters/Darrin Zammit Lupi
Le organizzazioni umanitarie Save the Children e Sea Eye hanno scelto di sospendere le proprie operazioni di soccorso al largo della Libia, dopo che il governo di Tripoli ha deciso di istituire una propria zona di Search and Rescue nel Mediterraneo, un tratto di mare cioè in cui la guardia costiera libica avrà il potere di coordinare gli interventi umanitari.
L’intenzione del governo libico è quella di limitare l’accesso delle Ong alle acque internazionali e questo costituisce un rischio per la sicurezza secondo le organizzazioni che operano nell’area, a causa del comportamento minaccioso della guardia costiera libica.
“Ci troviamo costretti a questa decisione a causa della mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo”, ha fatto sapere la Ong tedesca Sea Eye. “Non possiamo più continuare il nostro lavoro, non possiamo garantire la sicurezza degli equipaggi”.Dear Friends,— Sea-Eye (@seaeyeorg) 13 agosto 2017
Today we decided with a heavy heart to temporarily suspend our planned rescue missions in the... https://t.co/zwjHm2n61E
“L’espansione delle acque territoriali libiche e le minacce alle Ong non ci lasciano altra scelta”.
Non solo l’organizzazione tedesca ma anche Save the children ha deciso per la sospensione della propria attività al largo delle coste libiche.
“L’organizzazione si rammarica di dover essere costretta a mettere in pausa le proprie operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo a causa delle decisioni dalla Marina Libica di controllare le acque internazionali in cui normalmente opera la nave della Ong con l’obiettivo di salvare vite umane” si legge in una nota di Save the children.
“Si tratta di una situazione molto preoccupante per il rischio di sicurezza dello staff e per la reale capacità della Vos Hestia di mettere in atto la propria missione di soccorso”, continua il testo, facendo riferimento alla nave dell’organizzazione impegnata a salvare migranti nel canale di Sicilia.
“I libici oramai possono fare quello che vogliono con il sostegno dell’Europa e dell’Italia”, ha poi detto Stefano Argenziano, coordinatore dei progetti di migrazione di Medici senza frontiere.
“Il governo ha istituito ufficialmente una zona di ricerca e salvataggio in cui nessuna nave straniera avrà il diritto di accedere salvo una richiesta espressa alle autorità libiche”, ha detto il generale Abdelhakim Bouhaliya, comandante della base navale di Tripoli.
La decisione non è tuttavia ancora stata resa operativa. Prima che un paese possa infatti istituire una sua zona di ricerca e salvataggio ha bisogno del consenso dei suoi confinanti.
“Abbiamo ricevuto una comunicazione dalla Libia e siamo in attesa delle conferme”, ha detto un funzionario dell’Organizzazione marittima internazionale.
“Quando le avremo ottenute, pubblicheremo la circolare”. Sono dunque tre le Ong che hanno deciso di fermare le operazioni di soccorso al largo delle coste libiche al momento: Medici senza frontiere, Save the children e Sea Eye.
Msf ha anche rifiutato di firmare il codice di condotta voluto dal ministro dell’Interno Minniti e dal governo Gentiloni per regolare l’operato delle organizzazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo.
Le polemiche sull’attività delle ong sono cresciute negli ultimi mesi, a partire dalle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmenlo Zuccaro sui presunti legami tra alcune ong e gli scafisti.
Fonte: The Post Internazionale
La Cina chiede a Trump di non peggiorare la situazione con la Corea del Nord
Pechino è il maggior alleato della Corea del Nord, ma al Consiglio di sicurezza Onu ha votato in favore delle sanzioni economiche a Pyongyang
Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto a Donald Trump di evitare “parole o azioni” che possano accrescere la tensione con la Corea del Nord. Lo riferiscono i media statali cinesi, dopo i continui scambi di provocazioni che negli ultimi giorni sono intercorsi tra Washington e Pyongyang.
Il tentativo di smorzare la tensione da parte di Pechino arriva all’indomani di un tweet in cui il presidente statunitense ha scritto: “Tutte le opzioni militari sono in campo e pronte a rispondere qualora la Corea del Nord dovesse agire incautamente. Spero che Kim Jong Un intraprenda una strada diversa!”.
La Cina è il maggior alleato della Corea del Nord, con la quale intrattiene anche rilevanti scambi commerciali. Ciononostante, lo scorso 4 agosto Pechino ha votato in favore delle sanzioni economiche a Pyongyang per le minacce agli Stati Uniti.
La tensione internazionale tra i due paesi è cresciuta dopo che nel mese di luglio Pyongyang ha annunciato di aver testato con successo due missili balistici intercontinentali in grado di colpire il territorio statunitense.
Una dichiarazione della Casa Bianca riporta che Usa e Cina concordano sul fatto che la Corea del Nord debba interrompere le provocazioni e si sono detti favorevoli al disarmo del paese.
Fonte: The Post Internazionale
Il presidente cinese Xi Jinping. Credit: Reuters
Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto a Donald Trump di evitare “parole o azioni” che possano accrescere la tensione con la Corea del Nord. Lo riferiscono i media statali cinesi, dopo i continui scambi di provocazioni che negli ultimi giorni sono intercorsi tra Washington e Pyongyang.
Il tentativo di smorzare la tensione da parte di Pechino arriva all’indomani di un tweet in cui il presidente statunitense ha scritto: “Tutte le opzioni militari sono in campo e pronte a rispondere qualora la Corea del Nord dovesse agire incautamente. Spero che Kim Jong Un intraprenda una strada diversa!”.
La Cina è il maggior alleato della Corea del Nord, con la quale intrattiene anche rilevanti scambi commerciali. Ciononostante, lo scorso 4 agosto Pechino ha votato in favore delle sanzioni economiche a Pyongyang per le minacce agli Stati Uniti.
La tensione internazionale tra i due paesi è cresciuta dopo che nel mese di luglio Pyongyang ha annunciato di aver testato con successo due missili balistici intercontinentali in grado di colpire il territorio statunitense.
Una dichiarazione della Casa Bianca riporta che Usa e Cina concordano sul fatto che la Corea del Nord debba interrompere le provocazioni e si sono detti favorevoli al disarmo del paese.
Fonte: The Post Internazionale
Una donna è morta dopo che un’auto ha investito un corteo antirazzista negli Stati Uniti
La vicenda è avvenuta a Charlottesville, in Virginia dopo che alcuni suprematisti bianchi avevano marciato in città contro la rimozione di una statua del generale Lee da un parco pubblico
Una dimostrante è morta e almeno trenta persone sono rimaste ferite a Charlottesville, in Virginia, sulla costa est degli Stati Uniti, dopo che un’auto guidata da un suprematista bianco ha investito un corteo antirazzista in città.
La vittima si chiama Heather Heyer, aveva 32 anni ed era un’assistente legale di Green County, in Virginia e stava marciando contro la presenza dei razzisti a Charlottesville. “Se non sei arrabbiato, non stai prestando attenzione”, aveva scritto su Facebook in relazione alla manifestazione razzista in corso in città.
L’uomo alla guida dell’auto è stato invece arrestato e identificato dopo che ha tentato la fuga a bordo dello stesso veicolo. Si tratta di James Alex Fields Jr, un ventunenne suprematista bianco, residente a Maumee, in Ohio, negli Stati Uniti centrali.
La vicenda fa seguito agli scontri avvenuti nella notte tra i manifestanti del corteo e alcuni gruppi neonazisti che avevano sfilato il giorno prima per le strade di Charlottesville per protestare contro la rimozione di una statua del generale confederato Robert Edward Lee da un parco pubblico.
La decisione di rimuovere il monumento in memoria del comandante militare della confederazione schiavista durante la guerra civile americana aveva scatenato le ire dei gruppi razzisti e nazisti in tutti gli Stati Uniti.
I manifestanti avevano marciato con alcune torce in mano urlando cori tra cui “white lives matter” (“la vita dei bianchi conta”), in contrapposizione al movimento antirazzista “black lives matter”(“la vita dei neri conta”) e “gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.
“Sono morte delle persone, chiedo a tutti di andare a casa”, ha detto Michael Signer, sindaco di Charlottesville, che aveva già condannato la sfilata razzista in città e che, insieme al consiglio comunale locale, ha proclamato il coprifuoco.
Terry McAuliffe, governatore dello stato della Virginia, ha poi proclamato lo stato di emergenza in città, allertando la guardia nazionale e invitando i suprematisti ad andarsene. “Nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia, andatevene, non c’è posto per voi qui”.
Oltre l’attacco di Field al corteo, si è anche verificato un incidente collegato alle proteste. Un elicottero della polizia infatti, che stava pattugliando la zona, è precipitato e i due agenti a bordo sono morti sul colpo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato l’accaduto, con una dichiarazione pubblicata su Twitter.
“Non c’è posto per questo tipo di violenza in America”, ha scritto Trump. “Dobbiamo essere tutti uniti e condannare l’odio”, invitando poi la nazione a unirsi.
In una dichiarazione andata in onda sull’emittente televisiva statunitense NBC, il presidente ha poi ribadito la sua condanna dei fatti di Charlottesville, attirandosi però le critiche dei democratici perché ha evitato di nominare i neonazisti e i suprematisti bianchi.
“Condanniamo nel modo più forte possibile questa deprecabile manifestazione di odio, intolleranza e violenza, da qualunque parte provenga”, ha infatti detto Trump.
Il senatore democratico Bernie Sanders, nonché candidato alle primarie del partito contro Hillary Clinton, ha così invitato il presidente a non nascondere i veri autori dell’attacco.
“Questo è un tentativo provocatorio dei neonazisti di fomentare il razzismo e l’odio e di creare violenza”, scritto Sanders su Twitter. “Lo definisca per quello che è”, ha poi aggiunto, rivolgendosi al presidente Trump.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters
Una dimostrante è morta e almeno trenta persone sono rimaste ferite a Charlottesville, in Virginia, sulla costa est degli Stati Uniti, dopo che un’auto guidata da un suprematista bianco ha investito un corteo antirazzista in città.
La vittima si chiama Heather Heyer, aveva 32 anni ed era un’assistente legale di Green County, in Virginia e stava marciando contro la presenza dei razzisti a Charlottesville. “Se non sei arrabbiato, non stai prestando attenzione”, aveva scritto su Facebook in relazione alla manifestazione razzista in corso in città.
L’uomo alla guida dell’auto è stato invece arrestato e identificato dopo che ha tentato la fuga a bordo dello stesso veicolo. Si tratta di James Alex Fields Jr, un ventunenne suprematista bianco, residente a Maumee, in Ohio, negli Stati Uniti centrali.
La vicenda fa seguito agli scontri avvenuti nella notte tra i manifestanti del corteo e alcuni gruppi neonazisti che avevano sfilato il giorno prima per le strade di Charlottesville per protestare contro la rimozione di una statua del generale confederato Robert Edward Lee da un parco pubblico.
La decisione di rimuovere il monumento in memoria del comandante militare della confederazione schiavista durante la guerra civile americana aveva scatenato le ire dei gruppi razzisti e nazisti in tutti gli Stati Uniti.
I manifestanti avevano marciato con alcune torce in mano urlando cori tra cui “white lives matter” (“la vita dei bianchi conta”), in contrapposizione al movimento antirazzista “black lives matter”(“la vita dei neri conta”) e “gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.
“Sono morte delle persone, chiedo a tutti di andare a casa”, ha detto Michael Signer, sindaco di Charlottesville, che aveva già condannato la sfilata razzista in città e che, insieme al consiglio comunale locale, ha proclamato il coprifuoco.
Terry McAuliffe, governatore dello stato della Virginia, ha poi proclamato lo stato di emergenza in città, allertando la guardia nazionale e invitando i suprematisti ad andarsene. “Nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia, andatevene, non c’è posto per voi qui”.
Oltre l’attacco di Field al corteo, si è anche verificato un incidente collegato alle proteste. Un elicottero della polizia infatti, che stava pattugliando la zona, è precipitato e i due agenti a bordo sono morti sul colpo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato l’accaduto, con una dichiarazione pubblicata su Twitter.
We ALL must be united & condemn all that hate stands for. There is no place for this kind of violence in America. Lets come together as one!— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 12 agosto 2017
“Non c’è posto per questo tipo di violenza in America”, ha scritto Trump. “Dobbiamo essere tutti uniti e condannare l’odio”, invitando poi la nazione a unirsi.
In una dichiarazione andata in onda sull’emittente televisiva statunitense NBC, il presidente ha poi ribadito la sua condanna dei fatti di Charlottesville, attirandosi però le critiche dei democratici perché ha evitato di nominare i neonazisti e i suprematisti bianchi.
“Condanniamo nel modo più forte possibile questa deprecabile manifestazione di odio, intolleranza e violenza, da qualunque parte provenga”, ha infatti detto Trump.
No, Mr. President. This is a provocative effort by Neo-Nazis to foment racism and hatred and create violence. Call it out for what it is. https://t.co/WibPqkLsLa— Bernie Sanders (@SenSanders) 12 agosto 2017
Il senatore democratico Bernie Sanders, nonché candidato alle primarie del partito contro Hillary Clinton, ha così invitato il presidente a non nascondere i veri autori dell’attacco.
“Questo è un tentativo provocatorio dei neonazisti di fomentare il razzismo e l’odio e di creare violenza”, scritto Sanders su Twitter. “Lo definisca per quello che è”, ha poi aggiunto, rivolgendosi al presidente Trump.
Fonte: The Post Internazionale
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