venerdì 12 maggio 2017

Un attentato suicida in Pakistan ha causato la morte di almeno 25 persone

L'attentatore aveva come obiettivo il convoglio del vice presidente del senato del paese, rimasto lievemente ferito nell'esplosione

L'esplosione ha causato il ferimento di almeno 35 persone. Credits: Naseer Ahmed

Un'esplosione ha colpito il 12 maggio il convoglio nel quale si trovava il vice presidente del senato del Pakistan, Abdul Ghafoor Haideri. L'episodio è avvenuto nella provincia del Baluchistan, nei pressi della città di Mastung, e ha causato la morte di almeno 25 persone secondo i dati ufficiali. Tra le vittime ci sarebbe l'autista del senatore.

Secondo le prime ricostruzioni si è trattato di un attacco suicida che è stato rivendicato dal sedicente Stato Islamico. L'organo di propaganda Amaq ha comunicato che il responsabile è un attentatore che indossava una cintura esplosiva.

Le persone rimaste ferite sono almeno 35. Tra questi, dieci sarebbero ricoverati in gravi condizioni in ospedale. Il senatore Haideri, che ha riportato solo leggere ferite, ha riferito all'agenzia Reuters di essere l'obiettivo dell'attentato che ha colpito altre persone della sua scorta.

Il vice presidente del senato, che è membro del partito politico sunnita Jamiat el-Ulema, era diretto verso la città di Quetta. L'area del Baluchistan in cui è avvenuto l'attentato è instabile a causa della presenza di militanti separatisti che da decenni si oppongono al governo centrale per ottenere una quota maggiore delle risorse di gas della provincia.

Nella zona sono attivi anche altri gruppi islamisti talebani che sono stato oggetto di attacchi statunitensi nel 2016.

La sicurezza è migliorata in Pakistan a partire dal 2014, ma un'ondata di attacchi cominciata nel febbraio 2017, che ha causato almeno 100 vittime, ha aumentato la pressione sul governo di Nawaz Sharif. Nel 2016 in totale le vittime di attentati in Pakistan sono state 180.

Fonte: The Post Internazionale

Donald Trump nega di essere sotto indagine dell'Fbi

“Non c'è alcuna collusione tra me e i membri della mia campagna e la Russia”, ha ribadito il presidente dopo il licenziamento del capo dell'Fbi James Comey

James Comey stava indagando sul Russiagate. Credit: Carlos Barria

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sostiene di non essere coinvolto in nessuna indagine dell'Fbi, dopo aver licenziato James Comey, direttore dell'agenzia investigativa. Trump ha detto che Comey voleva mettersi in mostra.

In un'intervista rilasciata a Nbc News il presidente ha aggiunto inoltre che la decisione di licenziare Comey è stata soltanto sua.

L'ex direttore dell'Fbi era a capo di un'indagine sui presunti legami tra esponenti della campagna di Trump e Mosca. Trump aveva liquidato l'indagine come una “farsa”, un'affermazione contradetta dal successore ad interim di Comey, Andrew McCabe.

“Non c'è alcuna collusione tra me e i membri della mia campagna e la Russia”, ha ribadito Trump portando avanti la tesi già espressa nella lettera di licenziamento di Comey.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 10 maggio 2017

Gli Stati Uniti forniranno armi ai curdi siriani

La decisione del Pentagono è stata presa nonostante le proteste della Turchia per sostenere l'offensiva per la liberazione della città di Raqqa

L'Unità di protezione popolare viene considerata un'estensione del Pkk. Credits: Reuters

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di fornire armi ai combattenti curdi in Siria nell'offensiva per la riconquista della città di Raqqa, ancora in mano al sedicente Stato islamico.

La decisione è stata comunicata dal Pentagono il 9 maggio e potrebbe aprire nuove tensioni tra Washington e Ankara che da sempre si oppone alla fazione curda delle Forze democratiche siriane. Le autorità turche considerano l'Unità di protezione popolare (Ypg) un'estensione del partito curdo Pkk.

“Siamo consapevoli delle preoccupazioni legate alla sicurezza della Turchia”, ha detto la portavoce del Pentagono Dana White. “Vogliamo però rassicurare il popolo e il governo turco che gli Stati Uniti si impegnano a prevenire ulteriori rischi per la sicurezza e a proteggere in nostro alleato nella Nato”, ha aggiunto.

Fonte: The Post Internazionale

Perché Trump ha licenziato il direttore dell'Fbi James Comey

Il capo dell'agenzia Usa è l'uomo che ha probabilmente aiutato il presidente a vincere le elezioni, ma anche colui che sta indagando sui legami tra Trump e la Russia

Il direttore dell'Fbi James Comey. Credit: Reuters

La decisione di Donald Trump di licenziare il direttore dell'Fbi è al tempo stesso inattesa e molto controversa. James Comey è infatti l'uomo che ha annunciato l'indagine sulle mail di Hillary Clinton a pochi giorni dalle elezioni di novembre 2016, influendo probabilmente nell'elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Il capo dell'Fbi, però, è anche l'uomo che sta indagando sul Russiagate, cioè sul presunto legame tra portavoce e funzionari dell'amministrazione Trump e il governo russo. Una questione che potenzialmente potrebbe portare all'impeachment di Trump.

Questo elemento richiama alla mente una vicenda avvenuta durante lo scandalo Watergate, scoppiato negli Stati Uniti nel 1972, dopo la scoperta di alcune intercettazioni illegali effettuate nel quartier generale del comitato nazionale democratico, ad opera di persone legate ai repubblicani.

Nella sua prima pagina del 10 maggio 2017, il quotidiano statunitense The New York Times richiama esplicitamente il cosidetto “massacro del sabato sera”, quando il presidente Richard Nixon ha disposto il licenziamento del procuratore speciale Archibald Cox. Quel licenziamento ha portato alle dimissioni del procuratore generale Elliot Richardson e del viceprocuratore generale William Ruckelshaus il 20 ottobre del 1973.

Nella lettera della Casa Bianca trasmessa a Comey si sottolinea la necessità di trovare un leader che possa “ricostruire la fiducia pubblica” nell'agenzia di sicurezza.

“Sebbene abbia molto apprezzato il fatto che tu mi abbia informato, in tre diverse occasioni, di non essere sotto inchiesta, concordo tuttavia con il giudizio del dipartimento di Giustizia nel ritenere che tu non sia in grado di guidare in modo efficace il Bureau”, ha scritto Trump nella lettera.

La Casa Bianca ha fatto sapere che l'uscita di scena di Comey è stata caldeggiata dal procuratore generale Jeff Session e dal suo vice Rod J. Rosenstein.

Comey, 56 anni, era stato nominato nel 2013 dall'ex presidente Barack Obama e il suo mandato scadeva nel 2023. È stato licenziato con effetto immediato e, secondo le normali procedure dell'agenzia, ad assumere la guida ad interim dovrebbe essere il suo vice, Andrew G. McCabe.

L'annuncio del licenziamento ha scatenato proteste bipartisan. Democratici e repubblicani hanno chiesto la nomina di un procuratore indipendente per tutelare le indagini sul Russiagate.

L’Fbi è il più importante organo della polizia federale americana e sta conducendo indagini sui rapporti fra il comitato elettorale di Donald Trump e la Russia, oltre che sull’ingerenza della Russia nelle ultime elezioni presidenziali.

La nomina del direttore dell’Fbi non è di natura politica e il suo mandato dura dieci anni. Anche se per consuetudine un direttore dell’Fbi si dice pronto a dimettersi quando si insedia un nuovo presidente, dopo il suo insediamento Trump aveva confermato Comey e per questo la sua retromarcia è stata inattesa.

Qui sotto il testo della lettera di licenziamento inviata a Comey il 9 maggio 2017:


Fonte: The Post Internazionale

martedì 9 maggio 2017

Un ricordo per Peppino Impastato


Il 9 maggio del 1978 nel piccolo paese di Cinisi, a 30 km da Palermo, viene ucciso Giuseppe Impastato. Il suo corpo viene dilaniato da una carica esplosiva posta sui binari della tratta Palermo-Trapani. Peppino era un militante della sinistra extraparlamentare. Sin da ragazzo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Peppino fu Gaetano Badalamenti, il capo di Cosa Nostra negli anni Settanta.

Il liberale Moon Jae-in è il nuovo presidente della Corea del Sud

I primi exit poll segnano la vittoria di Moon con il 41,4 per cento dei voti davanti al conservatore Hong Joon-pyo fermo al 23,3 per cento

Moon Jae-in con la moglie al seggio. Credit: Reuters

Secondo i primi exit poll diffusi dall'agenzia Yonhap, il politico democratico e liberale Moon Jae-in ha vinto le elezioni presidenziali in Corea del Sud martedì 9 maggio 2017. Moon era il favorito e la sua vittoria pone fine a quasi un decennio di governo dei conservatori, portando probabilmente a un approccio più conciliante con la Corea del Nord.

Moon ha sconfitto il candidato conservatore Hong Joon-pyo con il 41,4 per cento dei voti contro il 23,3 per cento secondo gli exit poll dei tre principali network tv sudcoreani, Mbc, Kbs e Sbs. Hong è membro del Liberty Korea Party, la parte più consistente del partito dell'ex presidente deposta Park Geun-hye, colpito da scissione e cambio di nome.

Al terzo posto Ahn Cheol-soo, il leader centrista del People's Party, fermatosi al 21,8 per cento. Moon ha 64 anni ed è un ex avvocato dei diritti umani.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 8 maggio 2017

Una fuga di gas ha ucciso 18 persone in una miniera in Cina

I soccorritori sarebbero riusciti a salvare 37 minatori che sono stati trasferiti in ospedale

La Cina è il primo produttore e consumatore di carbone al mondo

Diciotto persone sono morte all’interno di una miniera di carbone nella contea di Youxian, in Cina. La causa dell'incidente sarebbe una fuga di gas, secondo quanto riferito l’8 maggio dalle autorità del Pcc della città di Zhuzhou, nella provincia di Hunan.

I soccorritori sarebbero riusciti a salvare 37 minatori, trasferiti in ospedale.

L’agenzia di stampa Nuova Cina ha fatto sapere che la polizia ha fermato un numero imprecisato di persone per le indagini in corso sul caso.

La Cina è il primo produttore e consumatore di carbone al mondo, ma il numero di incidenti mortali nelle sue miniere è molto alto.

Fonte: The Post Internazionale

È iniziata l'evacuazione dei ribelli da una zona di Damasco

Si tratta della prima volta dal 2011 che ribelli e civili siriani vengono fatti evacuare dalla capitale

Nei prossimi giorni continueranno le evacuazioni, operazioni che rientrano nell'applicazione del memorandum di Astana. Credit: Reuters

Per la prima volta dal 2011, i ribelli siriani hanno iniziato l'evacuazione, insieme ai civili, dalla zona di Barzeh, il quartiere ribelle alla periferia nordorientale di Damasco. La notizia è stata riportata dalla televisione di stato.

All'alba dell'8 maggio alcuni autobus sono entrati nell'area, da cui è prevista l'uscita di 1500 combattenti e dei loro familiari, in direzione della provincia di Idlib, nel nordovest del paese, una zona ancora quasi totalmente controllata dalle fazioni islamiste e dai ribelli.

Nei prossimi giorni continueranno le evacuazioni, operazioni che rientrano nell'applicazione del memorandum di Astana, l'accordo sulle zone cuscinetto sottoscritto da Russia, Iran e Turchia ed entrato in vigore il 6 maggio.

Un portavoce militare di un gruppo ribelle ha confermato l'inizio dell'operazione di evacuazione, ma ha sottolineato che la sua fazione non ha preso parte a nessuna negoziazione in merito al tema. Il governo avrebbe concluso l'accordo con una commissione di civili a Barzeh.

Le Nazioni Unite hanno criticato sia l'uso di tattiche d'assedio che precedono negoziati di questo tipo, sia l'evacuazione stessa.

Negli ultimi mesi, la zona di Barzeh è stata colpita da intensi combattimenti.

Fonte: The Post Internazionale