martedì 27 ottobre 2015

La parola agli esperti


In Italia funziona così. Non solo ogni tanto qualcuno si improvvisa specialista in qualche disciplina, ma spesso viene pure preso sul serio. Laddove, quando a pronunciarsi sono i veri esperti, tutti hanno da ridire. Parla uno che senza aver mai aperto un libro di medicina pretende di avere inventato una cura miracolosa, e c’è gente che scende addirittura in piazza a manifestare in suo favore. Parla uno scienziato, e anche chi non sa nemmeno in quale pianeta sia vissuto Galileo si sente in diritto di avanzare dubbi e insinuare sospetti.

Il discorso non cambia se passiamo alla politica. Renzi fa una politica di destra. Ancor prima del sostegno di Confindustria e dell’ostilità del sindacato, lo dicono i fatti. Ciudadanos, il movimento spagnolo che ha un programma molto simile al suo (i renziani spagnoli, come sono stati definiti da qualcuno) si colloca a destra e nessuno dice che è di sinistra. In Italia, invece, no. Basta che Renzi, o chi per lui, dica di essere di sinistra e i fatti passano in secondo piano. Eppure se proprio non si arriva a distinguerli, i fatti, basterebbe affidarsi al giudizio degli addetti ai lavori.

Abbiamo, per esempio, sentito Ferrara, la cui competenza è fuori discussione, sostenere che Renzi è l’erede naturale di Berlusconi. Abbiamo sentito Ennio Floris, che Berlusconi conosce come le sue tasche – le quali, per chi non lo sapesse, conosce benissimo – indicare in Renzi il figlio di Berlusconi. E abbiamo sentito pure Cicchito affermare che il presidente-segretario ha addirittura superato Berlusconi. Finanche Adriano Tilgher, poco noto ai più, ma che di fascismo e delle cose di destra in generale può essere annoverato tra i massimi esperti, ha candidamente dichiarato che Renzi è il nuovo leader della destra.

Ma, viene da chiedersi, perché in Italia persiste questa brutta abitudine? Perché ci ostiniamo a non dare retta a quelli che se ne intendono? Per prendere atto che Renzi è di destra, chi altri dovrebbe esprimersi? Si aspetta forse che a dargli il suo imprimatur sia Mussolini uscito dalla tomba?

Fonte: Botta di Classe

Più di 300 morti nel sisma che ha colpito Afghanistan e Pakistan

I militari caricano sull’elicottero tende e aiuti da distribuire nelle zone terremotate a Peshawar in Pakistan, il 27 ottobre 2015. (Fayaz Aziz, Reuters/Contrasto)

Continuano i soccorsi e le ricerche di sopravvissuti dopo il terremoto di magnitudo 75 che lunedì 26 ottobre ha colpito l’Afghanistan e il Pakistan, uccidendo più di 300 persone. Gli esperti hanno confermato che, se non fosse stato per la profondità dell’epicentro – circa 200 chilometri sotto la superficie terrestre – il sisma che ha scosso una vasta e impervia regione delle montagne dell’Hindu Kush, la propaggine occidentale delle catene del Pamir, del Karakorum e dell’Himalaya, avrebbe potuto provocare ancora più vittime.


All’indomani dell’appello lanciato ai governi e le organizzazioni internazionali dall’amministratore delegato del governo afgano, Abdullah Abdullah, anche i taliban hanno chiesto pubblicamente alle ong di non risparmiare gli sforzi per assicurare riparo, cibo e assistenza medica alle vittime del terremoto. “I combattenti islamici assicureranno ogni aiuto possibile nelle zone colpite”, ha annunciato il movimento in un comunicato. Il maltempo e le temperature particolarmente rigide sulle montagne stanno ostacolando le operazioni di soccorso a ridosso del Khyber pass, tra Afghanistan e Pakistan.

Il centro più vicino al sisma, a soli 82 chilometri dall’epicentro, è Feyzabad, in Afghanistan vicino al confine tra Pakistan e Tagikistan. In Pakistan le autorità hanno già confermato 228 morti mentre in Afghanistan le persone rimaste uccise sono più di 8o e ci sono centinaia di feriti tra le province di Nangarhar, Badakhshan e Takhar: qui dodici ragazzine ieri sono morte calpestate durante la fuga da una scuola. Almeno quattromila tra abitazioni e palazzine sono andate distrutte, secondo Abdullah Abdullah, e il bilancio delle vittime e dei danni peggiora man mano che vengono ristabilite le comunicazioni con i villaggi più isolati.
Dal comando della Nato nella capitale Kabul hanno fatto sapere che i militari stanno aiutando le forze di sicurezza afgane a organizzare e pianificare gli aiuti ala popolazione. Il Pakistan, che ha un esercito meglio equipaggiato, ha mandato i militari nelle regioni montuose del nord dove le piogge pesanti, gli smottamenti e la neve avevano già causato negli ultimi giorni parecchi disagi a residenti e turisti.

Un portavoce militare ha spiegato che alcune avanguardie sono state mandate sul posto a valutare i danni e che i soldati sono al lavoro per riaprire l’autostrada del Karakoram che collega il Pakistan alla Cina, rimasta bloccata dalle frane. Due elicotteri e un aereo militare hanno preso parte a una missione di salvataggio nella regione del Chitral, dove 29 persone sono morte e più di duecento sono rimaste ferite.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) ha riferito che le strade tra le città afgane di Taloqan e Kunduz nel nord e tra Jalalabad nell’est e la capitale Kabul sono state interrotte dalle frane. Gli Stati Uniti e l’Iran sono stati tra i primi paesi a offrire assistenza umanitaria all’Afghanistan, che già dipende pesantemente dagli aiuti internazionali dopo l’impatto di decenni di guerra sulle infrastrutture e l’economia.
Il terremoto è stato avvertito anche negli studi dell’emittente televisiva Ariana a Kabul. Le scosse e il conduttore che abbandona lo studio, nelle immagini distribuite dall’Afp.



Fonte: Internazionale

Bombardato un ospedale di Msf in Yemen

Lunedì 26 ottobre la coalizione araba guidata dall'Arabia Saudita ha compiuto nel nord dello Yemen un attacco aereo contro un ospedale dell'Ong

Manifestanti in protesta contro i raid aerei sauditi in Yemen.

Un ospedale dell'organizzazione non governativa Medici senza frontiere nello Yemen è stato colpito da un attacco aereo compiuto dalle forze dell'Arabia Saudita lunedì 26 ottobre 2015.

Secondo quanto riportato dall'organizzazione umanitaria, si tratta del più recente bombardamento contro obiettivi civili condotto dalla coalizione araba guidata dall'esercito saudita nella campagna in Yemen iniziata ormai sette mesi fa, a marzo del 2015.

Nel corso dell'attacco avvenuto Sa'dah, nel nord dello Yemen, "pazienti e staff [erano] all'interno della struttura", ha dichiarato Medici senza frontiere su Twitter.

Diverse persone sono rimaste ferite nell'attacco, ha riferito l'agenzia di stampa statale yemenita Saba, citando il direttore dell'ospedale Heedan, il dottor Ali Mughli.

"Gli attacchi aerei hanno provocato la distruzione dell'intero ospedale e di tutto quello che c'era all'interno, strumentazioni e forniture mediche comprese", ha detto il dottor Mughli.

Altri attacchi aerei nella stessa regione avrebbero colpito una scuola femminile e danneggiato le case di alcuni civili, riferisce l'agenzia stampa Saba, che è controllata da ribelli sciiti Houthi.

(Qui sotto un tweet dell'ufficio stampa britannico di Medici Senza Frontiere. Una foto scattata dal tetto dell'ospedale bombardato)

Il 26 marzo del 2015 una coalizione di Paesi arabi guidata dall'Arabia Saudita è intervenuta nella guerra civile in corso in Yemen. Sette mesi di campagna militare non sono riusciti ad arginare l'avanzata dei ribelli sciiti Houthi verso Sana'a, la capitale del Paese.

Oltre 5mila persone sono rimaste uccise nel conflitto finora. Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per le continue morti provocate da attacchi aerei e combattimenti via terra.

È la seconda volta nel mese di ottobre che un ospedale di Medici senza frontiere viene colpito: il 3 del mese, nella città afgana di Kunduz, il centro di Msf era stato bombardato dalla Nato, causando la morte di trenta persone.

(Nell'immagine qui sotto una mappa degli ospedali di Medici senza frontiere presenti in Yemen)


Fonte: The Post Internazionale

lunedì 26 ottobre 2015

L’OMS ha detto che la carne lavorata è cancerogena

Si parla di wurstel, affettati e bacon, sostiene un nuovo atteso rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, ma ci sono brutte notizie anche sulla carne rossa

(AFP PHOTO ERIC CABANIS)

È stato pubblicato un atteso rapporto dall’OMS – l’Organizzazione Mondiale della Sanità, agenzia dell’ONU che si occupa di salute e medicina – in cui viene detto che il consumo di carne lavorata, cioè affettati, würstel e bacon, aumenta il rischio di contrarre il tumore al colon. L’OMS ha inoltre detto di avere a disposizione «alcune prove» che indicano che anche la carne rossa è cancerogena. I contenuti del report dell’OMS sono simili a quelli contenuti già in molti altri studi, ma una presa di posizione dell’OMS era molto attesa per l’importanza dell’ente e per le potenziali conseguenze che può avere sui consumi di carne. L’OMS ha comunque precisato di non saperne ancora abbastanza su diverse questioni: ad esempio, se esista una eventuale “quantità massima” di carne da consumare per non correre rischi. In generale è anche molto cauta sulle ipotesi che coinvolgono la carne rossa.

Secondo l’OMS, comunque, il consumo di 50 grammi di carne lavorata al giorno – l’equivalente di due fette di bacon, dice BBC – aumenta il rischio di sviluppare un cancro al colon del 18 per cento. Le sostanze nocive presenti in questo tipo di carne si formano durante i processi di lavorazione, cottura o aggiunta di conservanti: l’OMS ha fatto ad esempio il caso della cottura della carne alla griglia, che induce alla produzione di diverse sostanze cancerogene.

Secondo l'OMS, ci sono state prove sufficienti per inserire la carne lavorata nel gruppo 1 – quello in cui stanno le sostanze più dannose – della classificazione sugli agenti cancerogeni compilata dalla IARC, la divisione che si occupa di ricerca sul cancro dell’OMS (qui c’è un elenco di tutte le sostanze presenti nella lista). Il gruppo 1 comprende anche sostanze come il tabacco delle sigarette e l’alcool contenuto nelle bevande alcoliche.

Questo non vuol dire però che mangiare carne non abbia alcun effetto positivo: né che mangiare un panino col bacon equivalga a fumare una sigaretta, hanno scritto i giornalisti scientifici James Gallagher e Helen Briggs. Anche l’epidemiologo Kurt Straif, che lavora per l’OMS, ha detto che «per una persona normale, il rischio di sviluppare il cancro al colon a causa del consumo di carne lavorata rimane basso: ma il rischio ovviamente aumenta a seconda della quantità consumata». Il World Cancer Research Fund, un’importante ONG che si occupa di ricerca e prevenzione contro i tumori, da tempo consiglia di consumare meno di mezzo chilo a settimana di carne rossa, e di ridurre il più possibile il consumo di carne lavorata.

Era noto che l’OMS stesse studiando gli effetti sull’organismo di carne lavorata e carne rossa, e nei giorni scorsi erano già circolate indiscrezioni sui possibili risultati contenuti del rapporto. Secondo il Washington Post al report hanno lavorato 22 esperti da tutto il mondo, che hanno preso in considerazione decine di studi sul tema. Lo stesso Washington Post precisa comunque che l’opinione del gruppo di esperti sulla pericolosità della carne lavorata non è stata unanime, e che gli studi sulla correlazione fra un certo tipo di cibo e lo sviluppo di un tumore sono notoriamente complicati.

Gli studi per determinare se un cibo sia o meno cancerogeno pongono degli enormi problemi logistici: richiedono che la dieta di migliaia di soggetti venga controllata per molti anni. Per diverse ragioni, fra i quali reperire i soldi e trovare i soggetti disponibili per questi studi, esperimenti del genere sono comunque molto rari, e gli scienziati utilizzano invece metodi meno diretti come gli studi epidemiologici (cioè fondamentalmente analisi di dati a disposizione).

Paolo Boffetta, un medico che ha lavorato per l’OMS in un gruppo di ricerca simile a quello che ha pubblicato il recente report, ha comunque detto: «posso capire che la gente sia scettica su questo report perché i dati non sono tremendamente solidi. Ma in questo caso le prove epidemiologiche sono molto concrete».

Fonte: Il Post

Assalto all'Italicum: ricorsi in tutte le Corti d'appello contro la legge

Tra il 2 e il 9 novembre il "Coordinamento democrazia costituzionale" impugnerà la nuova normativa elettorale, approvata lo scorso 4 maggio ma in vigore dal prossimo luglio 2016. Sotto accusa premio di maggioranza e ballottaggio. Poi saranno i giudici a decidere se accogliere le istanze


Assalto a colpi di ricorsi contro l’Italicum. Mentre in Parlamento c’è chi spinge per modificare la legge elettorale, passando dal premio di maggioranza alla lista a quello di coalizione (da Ncd a Forza Italia, fino ad Ala e minoranza Pd), il provvedimento approvato lo scorso 4 maggio (ma in vigore da luglio 2016, ndr) sarà presto impugnato dal “Coordinamento democrazia costituzionale”. I ricorsi saranno presentati tra il 2 il 9 novembre, nei tribunali dei capoluoghi dei distretti di Corte d’appello. Comprese Roma, Milano, Napoli. Spetterà poi ai giudici valutare se accogliere le istanze.

Dal Sudamerica Renzi però rivendica: «La certezza delle regole del gioco è una condizione dello sviluppo. Abbiamo fatto la riforma della legge elettorale e stiamo concludendo quella della Costituzione, proprio per dare più certezza», ha replicato dalla capitale del Perù, Lima, intervenendo al Business Forum.


ITALICUM, RICORSI IN TUTTE LE CORTI D’APPELLO CONTRO LA LEGGE ELETTORALE - Al “Coordinamento democrazia costituzionale” aderiscono giuristi e comitati locali. Ma anche diversi parlamentari e sindacati come la Fiom.

Tra i nomi che compaiono nella lunga lista emergono molti esponenti della minoranza Pd: ci sono quelli dei senatori Vannino Chiti, Paolo Corsini, Lucrezia Ricchiuti, Corradino Mineo. Ma non solo. C’è anche Alfrredo D’Attorre, a un passo dall’uscita dal Pd, o ex dem come Stefano Fassina. E membri di Sel come la senatrice Loredana De Petris e Giorgio Airaudo.

C’è tra i firmatari anche Felice Besostri, ovvero l’avvocato che fece partire l’iter giudiziario che portò alla bocciatura del Porcellum, la vecchia legge elettorale, di fronte ai giudici della Consulta. Tra i giuristi, invece, ci sono Gustavo Zagrebelsky, Nadia Urbinati e Sandra Bonsanti.

Anche il M5S, così come già annunciato in passato, ricorrerà contro l’Italicum: «Lo farà in tutte le 26 sedi di tribunale d’appello presenti in Italia», ha spiegato il deputato Danilo Toninelli, che ha rivendicato come i pentastellati abbiano sempre seguito e dato appoggio al “Coordinamento democrazia costituzionale”.

ITALICUM, LE CONTESTAZIONI DEL CDC - Tra le Corti d’Appello dove sono stati depositati i ricorsi trovano spazio anche Firenze, Genova, Catania, Venezia, Torino, Bari, Trieste, Perugia. Il Cdc critica il premio di maggioranza assegnato alla lista che supera il 40%, il ballottaggio senza soglia tra i due partiti che ottengono il maggior numero di voti se non viene raggiunta la soglia del 40% al primo turno. Sotto accusa anche le norme sulle minoranze linguistiche che non consentono, secondo i ricorrenti, la rappresentanza di tutte le minoranze riconosciute, ma soltanto di alcune. L’iniziativa sarà presentata nel dettaglio nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio il 29 ottobre alle 14.30.

Fonte: Giornalettismo

Migranti ed Europa: tanti summit, zero risultati

Nel corso del minivertice tra Ue e i Paesi dell’area balcanica esposti all’emergenza profughi sono stati promessi 100mila nuovi posti di accoglienza. Ma in pochi ci credono, ormai

di Arianna Sgammotta

ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images

Altri 17 punti, che dovrebbero essere immediati. Da Bruxelles arriva un altro vademecum per gestire l’emergenza migranti lungo la rotta balcanica dopo il minivertice voluto da Angela Merkel tra Commissione europea e gli 11 Paesi - Ue e non Ue - esposti in questi giorni all’eccezionale flusso di arrivi. Nonostante gli annunci, tra gli Stati regna un clima di sfiducia generale. In particolare Albania, Repubblica di Macedonia e Serbia faticano a fidarsi dell'esecutivo di Jean Claude Juncker, ma soprattutto di Austria e Germania. E forse non a torto.

Se da Bruxelles arriva la promessa di creare nei prossimi giorni 100mila nuovi posti di accoglienza per i profughi, 50mila in Grecia e 50mila lungo la “rotta balcanica”, basta guardare le cifre reali per capire i dubbi dei governi albanese, macedone, serbo, ma anche croato e sloveno.

La Slovenia, ad esempio, ha registrato circa 13mila arrivi in appena 48 ore, 60mila in una settimana. Il Paese - che conta poco più di 2 milioni di cittadini - si trova inerme davanti al flusso inarrestabile di rifugiati e migranti economici. Dopo l'innalzamento delle barriere anti migranti in Ungheria, è la Slovenia il punto di passaggio verso il Centro e Nord Europa. La situazione non va meglio in Croazia, che in un solo giorno ha registrato ieri 11.500 arrivi. Dal Mediterraneo l'emergenza migranti e rifugiati coinvolge soprattutto l'area orientale dell'Ue e i suoi Stati cuscinetto (Serbia e Repubblica di Macedonia) cui è delegato indirettamente il compito di salvaguardare i confini esterni dell'Unione.

"Se da Bruxelles arriva la promessa di creare nei prossimi giorni 100mila nuovi posti di accoglienza per i profughi, 50mila in Grecia e 50mila lungo la “rotta balcanica”, basta guardare le cifre reali per capire i dubbi dei governi albanese, macedone, serbo, ma anche croato e sloveno

Un ruolo che i Balcani Occidentali non vogliono assumersi perché significherebbe di fatto una loro trasformazione in giganti hotspot. I cosiddetti centri per la registrazione delle persone in arrivo, nei quali avviene la prima divisione tra: coloro che hanno i requisiti per poter richiedere l’asilo e coloro che non li soddisfano e devono dunque essere rimpatriati. È questo il senso di uno dei 17 punti contenuti nella proposta di accordo preparata dalla Commissione Ue, che è stato rigettato da Serbia, Albania e Repubblica di Macedonia, ma anche dalla Croazia, che nella sua versione originale prevedeva l’impossibilità per questi Paesi di inviare migranti verso le frontiere altrui senza aver prima ricevuto l'accordo dello Stato in questione. È facile immaginare le ragioni di tanta reticenza. Nel caso in cui Vienna e Berlino decidessero ad esempio di chiudere temporaneamente le frontiere, questi Paesi si troverebbero soli ad affrontare i nuovi arrivi e a gestire il numero altissimo delle persone in arrivo. Ecco, perché, come succede sempre nell'Ue, il punto iniziale è stato mitigato in azione volontaria. I Paesi Balcanici dunque dovranno «avvisare gli Stati Ue dell'arrivo di un certo numero di persone», di cui prima avranno raccolto dati e informazioni.

Accettata, invece, senza discutere la proposta di aumentare la presenza del personale di Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere esterne, in questi Paesi. A Frontex spetterà, inoltre, l’avviamento di una nuova operazione ai confini tra Grecia, Macedonia e Albania. Tra i compiti dell'agenzia Ue non soltanto quello di vigilare lungo le frontiere, ma anche procedere ai rimpatri. L’aumento del personale e dei fondi destinati all'agenzia Ue, per quanto annunciati da Bruxelles sin dallo scorso maggio e poi approvati in occasione del vertice tra i ministri dell'interno del 13 settembre, non sono ancora stati implementati. Lo stesso esecutivo Ue ha espresso il suo malcontento una decina di giorni fa. La situazione è stata descritta bene dal Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, che in modo molto diplomatico ha ricordato agli Stati membri che c'è ancora tempo per incrementare il loro contributo in modo da poter contare sul campo su 775 guardie di frontiera. Al momento, infatti, queste sono appena 291, tutte già indirizzate a gestire gli hotspot in Italia e Grecia.

"Accettata senza discutere la proposta di aumentare la presenza del personale di Frontex. Al momento le guardie di frontiera sono appena 291, tutte già indirizzate a gestire gli hotspot in Italia e Grecia

Voluti da Angela Merkel, come segno dell'efficienza europea (e tedesca), gli hotspost restano oggi una grande promessa e rappresentano un buco nero. Dei dieci previsti tra Italia e Grecia ne sono al momento attivi soltanto due. Uno a Lampedusa, in Sicilia. L'altro a Lesbo, in Grecia. È soprattutto da quello greco che arrivano alcuni dettagli poco chiari. Volontari e cooperanti sul posto parlano di una struttura inaugurata troppo velocemente e ancora lontana dal livello di funzionalità richiesta. A lasciare qualche perplessità su questi centri, la cui funzione principale è quella di identificare i migranti in arrivo distinguendo tra chi avrà diritto a richiedere l'asilo in Europa e chi no, è soprattutto la poca chiarezza sulle fasi successive all'identificazione. Al di là degli annunci, infatti, la realtà sul campo resta quella di sempre, aggravata (soprattutto in Grecia) da un numero di arrivi senza precedenti.

Anche sui ricollocamenti c’è poca chiarezza. I rifugiati da ricollocare da Italia e Grecia negli altri Paesi Ue dovrebbero essere 160mila. Annunciato dalla Commissione Ue, salutato positivamente anche dall'Agenzia Onu per i Rifugiati e approvato a maggioranza dalle capitali europee, questa cifra rappresenta oggi poco più di un desiderio. Da fine settembre, cioè un mese fa, i rifugiati partiti dall'Italia verso altri Paesi sono stati 150. Con questo ritmo per arrivare alla cifra stabilita da Bruxelles servirebbero altri 100 anni. Sicuramente un lasso di tempo che l'Europa non può permettersi. La ragione di questa impasse sta soprattutto nella lenta risposta da parte dei Paesi membri. Ad oggi soltanto sei Stati sui 24 previsti hanno offerto posti, 150 in tutto, per accogliere i profughi. Tutti ovviamente già stati assegnati.

Sotto la pressione del suo stesso alleato di partito, il potentissimo Wolfgang Schauble, Angela Merkel è tornata a tuonare la minaccia di sanzioni contro gli Stati Ue che si rifiuteranno di adottare il sistema delle quote di ripartizione dei rifugiati. Ma sarà molto difficile convincere l'Ungheria di Orban, cinta su ogni lato da filo spinato, a farlo. Così come lo sarà nel resto del gruppo dei Paesi dell'est. Nella Slovacchia di Robert Fico, che ha già annunciato di voler far ricorso contro le quote Ue, o anche nella Polonia fresca di nuovo governo antieuropeista, la questione della ridistribuzione dei rifugiati è un tema che non esiste. Così come serviranno a poco le sanzioni pensate dalla Germania.

"I rifugiati da ricollocare da Italia e Grecia negli altri Paesi Ue dovrebbero essere 160mila. Da fine settembre, cioè un mese fa, i rifugiati partiti dall'Italia verso altri Paesi sono stati 150. Con questo ritmo per arrivare alla cifra stabilita da Bruxelles servirebbero altri 100 anni

Dopo il susseguirsi di riunioni sulla crisi greca, l'Europa passa negli ultimi mesi al susseguirsi di incontri, vertici e mini vertici sulla questione migratoria. Senza però ottenere i risultati sperati. L'aumento dei fondi per Frontex deciso ad aprile e la sua attivazione anche nel salvataggio dei barconi alla deriva ha visto diminuire il numero delle vittime nel Mediterraneo. Ma questo, insieme all'avvio della missione navale contro gli scafisti, è forse l'unico risultato di sei mesi di consultazioni.

A mancare è soprattutto una strategia d'intervento sulle cause delle migrazioni. Il dossier siriano, passato ora nelle mani di Russia-Stati Uniti-Iran -Turchia e Arabia Saudita, vede l'Europa in un ruolo marginale. Incerto anche l'esito delle trattative con la Turchia di Erdogan per arrestare il flusso di profughi e migranti dal Paese verso il nostro Continente. Mentre langue la raccolta dei fondi, approvata sulla carta a Bruxelles, ma non implementata dagli Stati membri, per gli aiuti verso l'Africa. All'appello mancano ancora 1,7 miliardi di euro. La speranza è che l'Unione riesca a raccoglierli entro la metà di novembre, in modo da arrivare preparata all'altro vertice in programma sull'immigrazione. Questa volta a Malta, dove si discuterà con i Paesi africani sul nodo dei rimpatri. Un nodo difficile da affrontare senza poter contare su un adeguato strumento finanziario. A mancare, però, sono anche i fondi per la Siria, da cui dipende anche una parte del Piano di Azione, la cui bozza è già stata concordata tra Bruxelles e Ankara.

Tutto questo mentre all'interno dell'area orientale di Schengen crescono le recinzioni e i muri tra Stati e il nazionalismo torna a farla da padrone. Il risultato, scontato, del voto in Polonia (prima economia dell'Europa dell'Est), lancia un messaggio importante a Bruxelles, ma soprattutto alle altre capitali. Come ricordato già da Merkel e dal braccio destro di Juncker, l'olandese Frans Timmermans, «l'Europa dei prossimi 50 anni sarà molto diversa da quella attuale». La crisi migratoria e dei rifugiati contiene in sé il germe della rivoluzione dell'idea stessa di Europa.

Fonte: Linkiesta.it

La vittoria della destra euroscettica e xenofoba in Polonia

Il leader del partito Diritto e giustizia (Pis) Jarosław Kaczyński, al centro, e la candidata premier Beata Szydło (terza, a partire da destra) festeggiano i risultati delle elezioni legislative a Varsavia, in Polonia, il 25 ottobre 2015. (Bartek Sadowski, Bloomberg/Getty Images)

Secondo le ultime proiezioni, i conservatori nazionalisti ed euroscettici del partito Diritto e giustizia (Pis) di Jarosław Kaczyński hanno ottenuto poco meno del 38 per cento alle legislative polacche. Per il sistema elettorale con premio di maggioranza, questa percentuale dovrebbe tradursi in 232 seggi sul totale dei 460 del Sejm, la camera bassa: appena sufficiente perché la candidata premier del Pis, l’etnologa Beata Szydło, riesca a governare senza bisogno di alleanze.

Le ultime proiezioni degli istituti di statistica locali (basate sul 90 per cento dei seggi), attribuiscono alla formazione liberale della premier uscente Ewa Kopacz e dell’attuale presidente del Consiglio europeo Donald Tusk il 23,6 per cento dei voti e 137 seggi. Si tratta di una pesantissima sconfitta per chi ha guidato, in questi anni di crisi, l’unica economia dell’Unione europea che non è mai andata in recessione: la Polonia per quest’anno e il prossimo ha un tasso di crescita previsto del 3,5 per cento, e una disoccupazione sotto il 10 per cento.

Al terzo posto si è classificato a sorpresa il movimento del rocker Paweł Kukiz, anche lui di posizioni nazionaliste e populiste (42 seggi), seguito dal Nowoczesna (i moderni) dell’economista liberale Ryszard Petru (30 seggi) e infine dal partito dei contadini Psl, alleato con i liberali della premier Kopacz.

Sinistra esclusa. Se i dati venissero confermati, la sinistra polacca resterebbe fuori dal parlamento per la prima volta dal dopoguerra. Il partito socialdemocratico Partia Razem (Insieme) fondato quest’anno da Adrian Zandberg, si è infatti fermato al 3,9 per cento, ben al di sotto della soglia dell’8 per cento necessaria per entrare in parlamento. Anche l’alleanza Sinistra unita – che ha raccolto i membri dell’Alleanza dei democratici di sinistra (Sld) e alcuni gruppi più piccoli tra cui socialisti e verdi – non dovrebbe farcela ad entrare al Sejm, fermandosi al 6,6 per cento dei consensi.

L’affluenza alle urne è stata del 51,6 per cento degli aventi diritto. I risultati ufficiali saranno pubblicati domani. Nelle elezioni precedenti spesso exit poll e proiezioni si sono rivelati poco accurati, ma se la maggioranza assoluta in parlamento del Pis fosse confermata, comunque, gli equilibri regionali cambieranno con conseguenze inevitabili anche per l’Unione europea.

Lo spettro dei Kaczyński. La candidata premier Szydło ha usato toni moderati per tutta la campagna elettorale, come lo sono quelli del nuovo capo dello stato Andrzej Duda (che aveva vinto le presidenziali a maggio). Il vero leader del partito resta però Jarosław Kaczyński, gemello del defunto presidente Lech che morì in un incidente aereo a Smolensk, in Russia, nel 2010. Jarosław Kaczyński è stato primo ministro tra il 2006 e il 2007, e ha guidato l’opposizione durante gli otto anni del governo di Piattaforma civica. Dopo la pubblicazione dei primi exit poll, è stato Kaczyński a presentarsi ai microfoni per festeggiare, prima della stessa Szydło. “Signor presidente, missione compiuta”, ha dichiarato l’ex premier in ricordo del gemello scomparso.

Il modello Orbán. Dal punto di vista dell’Unione europea e dei futuri equilibri con la regione, preoccupa la prospettiva di un asse di Kaczyński con l’Ungheria di Viktor Orbán: uno degli slogan elettorali della destra di Diritto e giustizia è stato, infatti, “Portiamo Budapest a Varsavia”, con un esplicito riferimento alla crociata di Orbán contro le banche, visto che il Pis promette di introdurre nuovi sussidi per le famiglie con più figli e abbassare l’età pensionabile portata dai liberali a 67 anni.

Secondo gli analisti, gli elettori polacchi il 25 ottobre sono andati alle urne per bocciare un governo accusato di garantire il benessere a pochi e di dimenticare la maggior parte del paese, costringendo i giovani ad andare all’estero per trovare lavoro e le famiglie a fare bene i conti prima di pensare a un nuovo figlio.

Nuovi equilibri con la Russia e l’Ue. Sul fronte della politica estera, la vittoria della destra rischia di compromettere l’asse con la Germania sui grandi temi europei. La politica di accoglienza della cancelliera Angela Merkel è stata ampiamente criticata in campagna elettorale dal partito conservatore, che si oppone all’accoglienza di rifugiati nel paese ed è disposto a offrire aiuti finanziari ai paesi in cui si trovano i migranti. Il Pis punta anche a rafforzare la cooperazione regionale in seno al gruppo di Visegrad che riunisce Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia per opporsi alla linea dei grandi paesi dell’Unione europea.

Si annunciano anche tensioni con la Russia, accusata tra l’altro da Kaczyński di essere dietro il disastro aereo dell’aprile del 2010: nello schianto del Tupolev vicino a Smolensk morirono 96 persone, tra cui l’allora presidente Lech Kaczyński e politici e funzionari polacchi. I conservatori hanno sostenuto, tra l’altro, la necessità di aumentare la presenza militare statunitense sul territorio polacco e hanno annunciato di voler incrementare la spesa militare almeno fino al 2,5 per cento del pil.

Sui temi etici, Diritto e giustizia ha posizioni molto vicine alla chiesa cattolica polacca e punta a rendere quasi impossibile l’aborto e più difficile l’accesso alla fecondazione assistita, oltre a rafforzare il ruolo della catechesi nell’ambito del sistema scolastico.

Fonte: Internazionale

Forte scossa di terremoto tra Afghanistan e Pakistan

Il sisma di magnitudo 7,5 ha epicentro nelle montagne Hindu Kush, 180 i morti finora accertati

Persone in strada a Nuova Delhi in India dopo la scossa di terremoto. Credit: Reuters

Un terremoto di magnitudo 7.5 ha colpito l’Afghanistan, il Pakistan e il nord dell’India alle due del pomeriggio, orario locale, di lunedì 26 ottobre. Le vittime accertate finora sarebbero 180. Centinaia i feriti.

L’epicentro è situato in Afghanistan, 250 chilometri a nord di Kabul nelle montagne Hindu Kush. I dati sono stati riportati dall’istituto scientifico United States Geological Survey (Usgs).

La cartina con l'epicentro del sisma a 48 chilometri da Jarm in Afghanistan.


Il tweet di Shaimaa Khalil corrispondente della Bbc dal Pakistan.

Le scosse sono state percepite in Pakistan, a Islamabad, e a Nuova Delhi, in India. C’è stato un blackout elettrico in alcune aree di Kabul, Afghanistan, e la metropolitana di Delhi è stata bloccata in seguito al terremoto.
Il primo ministro pachistano Nawaz Sharif ha chiesto alle autorità di utilizzare tutte le risorse necessarie per salvare le vittime del disastro naturale.

Abdullah Abdullah, primo ministro afghano ha detto che si tratterebbe del sisma "più forte avvertito negli ultimi decenni".

Dopo il terremoto sono state avvertite altre due scosse di magnitudo 4,7 e 4,8.

La scossa di terremoto in diretta sull'emittente televisiva afghana Ariana.



La regione ha una storia di forti terremoti causati dalla pressione dalla placca dell’India sull’Asia centrale.

Nel 2005 un terremoto di magnitudo 7.6 ha colpito il Kashmir causando la morte di 75mila persone.

9mila persone sono morte e 900mila abitazioni sono state danneggiate dal sisma che ha colpito ad Aprile 2015 il Nepal.

Fonte: The Post Internazionale