mercoledì 21 febbraio 2018
Massimo Ursino, dirigente di Forza Nuova in Sicilia, è stato aggredito e picchiato a Palermo
Massimo Ursino, segretario provinciale di Forza Nuova in Sicilia, è stato aggredito a Palermo da un gruppo di persone: almeno sei. Intorno alle ore 19 di martedì 20 febbraio Ursino, che stava camminando in via Dante, nel centro della città, è stato fermato, gli sono state legate mani e piedi con del nastro adesivo e poi è stato picchiato. ANSA scrive che gli aggressori «erano vestiti di nero e avevano i volti coperti da sciarpe; tra loro, secondo i testimoni, c’era una ragazza che riprendeva il pestaggio con un telefonino». Sui giornali è stato pubblicato anche un video che mostrerebbe parte del pestaggio. Ursino è stato portato al pronto soccorso: aveva il volto pieno di lividi e una ferita alla testa.
Il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, che sabato sarà a Palermo per un comizio che una ventina di movimenti tra cui l’Anpi aveva chiesto di non autorizzare, ha commentato parlando «dell’odio comunista contro Forza Nuova»: «Invito tutti i militanti e tutti gli alleati di Italia agli italiani alla mobilitazione piena per evitare che la violenza comunista unita ai poteri forti soffochi la nostra voce».
Fonte: Il Post
martedì 20 febbraio 2018
L’inchiesta su Virginia Raggi è stata archiviata
Il gip ha accolto la richiesta della procura, che non ha trovato prove della volontà di Raggi di favorire Salvatore Romeo
L’inchiesta sulla sindaca di Roma Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della sua segreteria è stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Roma, che non aveva trovato prove sufficienti per sostenere l’accusa di abuso di ufficio che era stata formulata. Raggi era accusata di aver scelto Romeo come capo della sua segreteria in modo arbitrario, in modo da fargli ottenere uno stipendio molto maggiore di quello che aveva per il suo precedente lavoro al Dipartimento partecipate. Romeo stesso era indagato con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, e anche per lui la procura ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’indagine.
La vicenda della sua nomina era anche collegata alla storia delle polizze assicurative aperte da Romeo a nome di Raggi, di cui si era parlato molto un anno fa: secondo i procuratori, non costituiscono una prova della scorrettezza della nomina. Raggi – che dal 21 giugno sarà a processo con l’accusa di falso per la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del comune di Roma – ha commentato la notizia su Facebook.
Fonte: Il Post
(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
L’inchiesta sulla sindaca di Roma Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della sua segreteria è stata archiviata dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Roma, che non aveva trovato prove sufficienti per sostenere l’accusa di abuso di ufficio che era stata formulata. Raggi era accusata di aver scelto Romeo come capo della sua segreteria in modo arbitrario, in modo da fargli ottenere uno stipendio molto maggiore di quello che aveva per il suo precedente lavoro al Dipartimento partecipate. Romeo stesso era indagato con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, e anche per lui la procura ha chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’indagine.
La vicenda della sua nomina era anche collegata alla storia delle polizze assicurative aperte da Romeo a nome di Raggi, di cui si era parlato molto un anno fa: secondo i procuratori, non costituiscono una prova della scorrettezza della nomina. Raggi – che dal 21 giugno sarà a processo con l’accusa di falso per la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del comune di Roma – ha commentato la notizia su Facebook.
Fonte: Il Post
Il caso Embraco, spiegato
Le cose da sapere sulla chiusura di uno stabilimento di compressori per frigoriferi in provincia di Torino e la reazione del governo italiano
Stamattina diversi quotidiani hanno aperto le loro prime pagine con la vicenda di Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia. Il caso va avanti da un mese ma ieri è tornato attuale a causa delle dichiarazioni molto battagliere del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ha interrotto le trattative con l’azienda per salvare i posti di lavoro, accusandola di «totale irresponsabilità». Per oggi è previsto un incontro fra Calenda e Margrethe Vestager, la Commissaria europea alla concorrenza, per capire se la decisione di Embraco rispetti le norme europee.
Dall’inizio
Lo stabilimento di Riva di Chieri era stato costruito negli anni Settanta da Fiat Aspera, la divisione di Fiat che produceva frigoriferi. Nel 1985 Fiat vendette il comparto Aspera a Whirpool, la principale multinazionale americana di elettrodomestici, che investì molto e spinse la produzione al massimo. Alla fine degli anni Novanta lo stabilimento impiegava circa 2.500 persone. Nel 2000 Whirpool lo cedette alla sua controllata Embraco, e iniziarono le difficoltà. Repubblica ricorda che la primissima crisi avvenne nel 2004, quando Embraco aprì uno stabilimento in Slovacchia e ridusse il lavoro a Riva di Chieri:
Embraco annuncia 812 esuberi. La Regione stanzia 7,7 milioni e si compra una parte dello stabilimento con l’obiettivo di affittarlo ad altre imprese, il governo mette altri 5 milioni, mentre la Provincia di Torino eroga 500 mila euro per la formazione. In cambio, Embraco investe e fa ripartire la fabbrica. Circa 420 addetti vengono lasciati a casa con la promessa di essere assunti dalle aziende in arrivo nell’area, ma l’operazione non decolla.
Nel 2014 Embraco minacciò di nuovo di lasciare l’Italia. Per farle cambiare idea, la Regione firmò un protocollo di intesa di due milioni di euro, e in cambio Embraco si impegnò a fare nuovi investimenti. Nel frattempo i dipendenti hanno continuato a diminuire, fino ad arrivare ai 537 di oggi.
La nuova crisi è iniziata a novembre del 2017, quando la società aveva annunciato una riduzione della produzione nello stabilimento di Riva di Chieri: un’azione che sembrava indicare la volontà di ridurre in maniera permanente il numero di operai impiegati, e spostare gran parte della produzione in Slovacchia. A gennaio i timori degli operai si sono rivelati fondati: Embraco ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e quasi 500 operai hanno ricevuto una lettera che annunciava il licenziamento collettivo.
Il tavolo del ministero
A quel punto è intervenuto il ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Carlo Calenda, che ha aperto un negoziato per trovare una soluzione. Dieci giorni fa il ministero aveva chiesto a Embraco di ritirare i licenziamenti e trasformarli in cassa integrazione, in modo da ridurre almeno in parte il costo degli operai per l’azienda (durante la cassa integrazione parte del loro stipendio viene pagato dallo Stato) e prendere tempo.
Nel frattempo si sarebbero cercate altre soluzioni possibili: per esempio un nuovo accordo per mantenere la produzione in Italia oppure la vendita a una società in grado di mantenere in piedi lo stabilimento e al lavoro i suoi operai. Se Embraco non avesse accettato la proposta di cassa integrazione, aveva detto Calenda, il governo l’avrebbe considerata una «dichiarazione di guerra».
Ieri Embraco ha confermato la sua intenzione di proseguire nei licenziamenti e ha respinto la proposta di cassa integrazione. Al suo posto ha offerto di riassumere gli operai licenziati con contratti part time fino a novembre. Calenda, i sindacati e il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, hanno tutti dichiarato inaccettabile la proposta e hanno fatto capire che considerano fondamentale mantenere la continuità con i contratti che gli operai hanno oggi. Fare nuovi contratti agli operai, infatti, comporta che retribuzioni e anzianità ripartano da zero, senza tenere conto dei livelli raggiunti.
Calenda sostiene che fra l’offerta di Embraco e la controproposta del ministero non ci siano differenze dal punto di vista economico. La cassa integrazione consente però di «fare un percorso di reindustrializzazione e continuità», come ha detto Calenda: in pratica, mantenere aperta la fabbrica renderebbe più facile la cessione a una nuova azienda. «Anche perché ci sono degli imprenditori interessati», ha ricordato Calenda all’ANSA. Parlando con Radio24, il ministro dello Sviluppo Economico ha detto che Embraco ha rifiutato la proposta per motivi incomprensibili: «la risposta è stata no perché abbiamo già annunciato ai mercati che licenziamo. [Per questo] non li ho voluti incontrare e li ho mandati a casa perché è un modo di fare che è del tutto inaccettabile».
E ora?
I lavoratori di Embraco hanno chiesto aiuto in tutte le direzioni: sono stati ricevuti da Papa Francesco, hanno messo in piedi un presidio a Sanremo durante il Festival e sfilato più volte in corteo. Il loro contratto scadrà il 25 marzo, tre settimane dopo le elezioni politiche.
Non è chiaro cosa Calenda potrà ottenere dall’incontro di oggi con Vestager. L’Unione Europea non ha delle regole molto stringenti sulla concorrenza interna: ha reagito solamente nel 2014 al problema del distacco transnazionale – cioè quello dei lavoratori spesso di origine est europea che vengono “trasferiti” in paesi più ricchi ma sono pagati con gli standard del paese d’origine – ma non pone limiti alla delocalizzazione all’interno dell’Unione, come potrebbe avvenire nel caso di Embraco. La Slovacchia ha ottenuto 20 miliardi di euro da spendere fra il 2014 e il 2020 per stimolare la propria economia, e Calenda teme che il governo slovacco li stia impiegando per mantenere bassissime le tasse sul lavoro, così da invogliare le aziende degli altri paesi europei a investire sul proprio territorio.
Intanto la Guardia di Finanza sta valutando se la decisione possa violare le leggi italiane sugli aiuti di stato, visto che Embraco ne ha ottenuti diversi sin dagli anni Duemila. Venerdì scorso la guardia di Finanza ha fatto un controllo nello stabilimento di Riva di Chieri e fotografato i macchinari acquistati alcuni anni fa con i fondi regionali.
Fonte: Il Post
Il presidente della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, e il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Roma, 19 febbraio 2018 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)
Stamattina diversi quotidiani hanno aperto le loro prime pagine con la vicenda di Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia. Il caso va avanti da un mese ma ieri è tornato attuale a causa delle dichiarazioni molto battagliere del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ha interrotto le trattative con l’azienda per salvare i posti di lavoro, accusandola di «totale irresponsabilità». Per oggi è previsto un incontro fra Calenda e Margrethe Vestager, la Commissaria europea alla concorrenza, per capire se la decisione di Embraco rispetti le norme europee.
Dall’inizio
Lo stabilimento di Riva di Chieri era stato costruito negli anni Settanta da Fiat Aspera, la divisione di Fiat che produceva frigoriferi. Nel 1985 Fiat vendette il comparto Aspera a Whirpool, la principale multinazionale americana di elettrodomestici, che investì molto e spinse la produzione al massimo. Alla fine degli anni Novanta lo stabilimento impiegava circa 2.500 persone. Nel 2000 Whirpool lo cedette alla sua controllata Embraco, e iniziarono le difficoltà. Repubblica ricorda che la primissima crisi avvenne nel 2004, quando Embraco aprì uno stabilimento in Slovacchia e ridusse il lavoro a Riva di Chieri:
Embraco annuncia 812 esuberi. La Regione stanzia 7,7 milioni e si compra una parte dello stabilimento con l’obiettivo di affittarlo ad altre imprese, il governo mette altri 5 milioni, mentre la Provincia di Torino eroga 500 mila euro per la formazione. In cambio, Embraco investe e fa ripartire la fabbrica. Circa 420 addetti vengono lasciati a casa con la promessa di essere assunti dalle aziende in arrivo nell’area, ma l’operazione non decolla.
Nel 2014 Embraco minacciò di nuovo di lasciare l’Italia. Per farle cambiare idea, la Regione firmò un protocollo di intesa di due milioni di euro, e in cambio Embraco si impegnò a fare nuovi investimenti. Nel frattempo i dipendenti hanno continuato a diminuire, fino ad arrivare ai 537 di oggi.
La nuova crisi è iniziata a novembre del 2017, quando la società aveva annunciato una riduzione della produzione nello stabilimento di Riva di Chieri: un’azione che sembrava indicare la volontà di ridurre in maniera permanente il numero di operai impiegati, e spostare gran parte della produzione in Slovacchia. A gennaio i timori degli operai si sono rivelati fondati: Embraco ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e quasi 500 operai hanno ricevuto una lettera che annunciava il licenziamento collettivo.
Il tavolo del ministero
A quel punto è intervenuto il ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Carlo Calenda, che ha aperto un negoziato per trovare una soluzione. Dieci giorni fa il ministero aveva chiesto a Embraco di ritirare i licenziamenti e trasformarli in cassa integrazione, in modo da ridurre almeno in parte il costo degli operai per l’azienda (durante la cassa integrazione parte del loro stipendio viene pagato dallo Stato) e prendere tempo.
Nel frattempo si sarebbero cercate altre soluzioni possibili: per esempio un nuovo accordo per mantenere la produzione in Italia oppure la vendita a una società in grado di mantenere in piedi lo stabilimento e al lavoro i suoi operai. Se Embraco non avesse accettato la proposta di cassa integrazione, aveva detto Calenda, il governo l’avrebbe considerata una «dichiarazione di guerra».
Ieri Embraco ha confermato la sua intenzione di proseguire nei licenziamenti e ha respinto la proposta di cassa integrazione. Al suo posto ha offerto di riassumere gli operai licenziati con contratti part time fino a novembre. Calenda, i sindacati e il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, hanno tutti dichiarato inaccettabile la proposta e hanno fatto capire che considerano fondamentale mantenere la continuità con i contratti che gli operai hanno oggi. Fare nuovi contratti agli operai, infatti, comporta che retribuzioni e anzianità ripartano da zero, senza tenere conto dei livelli raggiunti.
Calenda sostiene che fra l’offerta di Embraco e la controproposta del ministero non ci siano differenze dal punto di vista economico. La cassa integrazione consente però di «fare un percorso di reindustrializzazione e continuità», come ha detto Calenda: in pratica, mantenere aperta la fabbrica renderebbe più facile la cessione a una nuova azienda. «Anche perché ci sono degli imprenditori interessati», ha ricordato Calenda all’ANSA. Parlando con Radio24, il ministro dello Sviluppo Economico ha detto che Embraco ha rifiutato la proposta per motivi incomprensibili: «la risposta è stata no perché abbiamo già annunciato ai mercati che licenziamo. [Per questo] non li ho voluti incontrare e li ho mandati a casa perché è un modo di fare che è del tutto inaccettabile».
E ora?
I lavoratori di Embraco hanno chiesto aiuto in tutte le direzioni: sono stati ricevuti da Papa Francesco, hanno messo in piedi un presidio a Sanremo durante il Festival e sfilato più volte in corteo. Il loro contratto scadrà il 25 marzo, tre settimane dopo le elezioni politiche.
Non è chiaro cosa Calenda potrà ottenere dall’incontro di oggi con Vestager. L’Unione Europea non ha delle regole molto stringenti sulla concorrenza interna: ha reagito solamente nel 2014 al problema del distacco transnazionale – cioè quello dei lavoratori spesso di origine est europea che vengono “trasferiti” in paesi più ricchi ma sono pagati con gli standard del paese d’origine – ma non pone limiti alla delocalizzazione all’interno dell’Unione, come potrebbe avvenire nel caso di Embraco. La Slovacchia ha ottenuto 20 miliardi di euro da spendere fra il 2014 e il 2020 per stimolare la propria economia, e Calenda teme che il governo slovacco li stia impiegando per mantenere bassissime le tasse sul lavoro, così da invogliare le aziende degli altri paesi europei a investire sul proprio territorio.
Intanto la Guardia di Finanza sta valutando se la decisione possa violare le leggi italiane sugli aiuti di stato, visto che Embraco ne ha ottenuti diversi sin dagli anni Duemila. Venerdì scorso la guardia di Finanza ha fatto un controllo nello stabilimento di Riva di Chieri e fotografato i macchinari acquistati alcuni anni fa con i fondi regionali.
Fonte: Il Post
sabato 10 febbraio 2018
Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle Foibe
Oggi, 10 febbraio, si celebra il Giorno del ricordo, una solennità civile nazionale italiana, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 in onore delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Tale legge è stata approvata «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Non possiamo dimenticare un'altra brutta pagina della nostra storia.
Per approfondire: Massacri delle foibe (da Wikipedia)
venerdì 9 febbraio 2018
L’autopsia sul corpo di Pamela Mastropietro non ha dato indicazioni conclusive sulle cause della sua morte
L’autopsia sul corpo di Pamela Mastropietro non ha dato indicazioni conclusive sulle cause della sua morte, dice una nota della procura di Macerata diffusa nel pomeriggio di oggi. Il corpo di Mastropietro era stato trovato lo scorso 31 gennaio smembrato e senza vestiti nelle campagne di Pollenza, vicino a Macerata. Mastropietro, che era originaria di Roma e aveva 18 anni, era nelle Marche dallo scorso ottobre ospite della comunità di recupero Pars di Corridonia per un problema di tossicodipendenza. Nell’ambito delle indagini sulla sua morte sono indagate due persone, una è accusata di concorso in omicidio, occultamento e vilipendio di cadavere, l’altra di concorso in spaccio di droga.
Fonte: Il Post
È stato rinnovato il contratto della scuola
Ci saranno aumenti medi sullo stipendio pari a 85 euro lordi mensili e riguarderà più di un milione di persone
Il governo e alcuni sindacati hanno raggiunto un accordo sul rinnovo del contratto della scuola e l’aumento degli stipendi che riguarderà 1 milione e 200 mila persone tra docenti, personale ATA, ricercatori, tecnici e amministrativi. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da Doc Cgil, Cisl e Uil scuola, mentre sono rimasti fuori Snals e Gilda. Come scrivono oggi diversi giornali erano quasi dieci anni che il contratto della scuola non veniva rinnovato.
Gli aumenti stabiliti andranno da un minimo di 81 euro ad un massimo di circa 111. A questa cifra si aggiungerà anche il bonus di 200 milioni di euro per il merito che è stato diviso in due parti. Una prima parte (pari a 100 milioni di euro) andrà direttamente negli stipendi, l’altra parte servirà per valutare i docenti e premiarli di conseguenza.
Come si spiega Orizzonte Scuola, gli aumenti più bassi riguarderanno le maestre e i maestri delle scuole dell’infanzia, della primaria e i docenti diplomati delle medie che hanno una bassa anzianità di servizio. Le cifre più alte riguarderanno i docenti laureati che insegnano alle superiori con più di 35 anni di servizio. L’aumento medio sullo stipendio sarà comunque pari a 85 euro lordi mensili da suddividere in tre annualità.
Gli aumenti coinvolgono anche il personale ATA amministrativo, tecnico e ausiliario. Per i collaboratori scolastici gli aumenti andranno da 80,40 euro, per chi ha fino a 8 anni di servizio, fino a 88,40 euro, per chi ha 35 anni di servizio. Per i coordinatori amministrativi e tecnici andranno dagli 81,20 euro fino a 90,20 euro. I dirigenti scolastici, infine, avranno aumenti da 81,50 euro fino a 105,50.
Dopo la firma, i sindacati hanno fatto sapere che «il contratto segna una svolta significativa sul terreno delle relazioni sindacali, riportando alla contrattazione materie importanti come la formazione e le risorse destinate alla valorizzazione professionale».
Fonte: Il Post
Studenti e un'insegnante dell'Istituto comprensivo di Manzano, in provincia di Udine (ANSA)
Il governo e alcuni sindacati hanno raggiunto un accordo sul rinnovo del contratto della scuola e l’aumento degli stipendi che riguarderà 1 milione e 200 mila persone tra docenti, personale ATA, ricercatori, tecnici e amministrativi. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da Doc Cgil, Cisl e Uil scuola, mentre sono rimasti fuori Snals e Gilda. Come scrivono oggi diversi giornali erano quasi dieci anni che il contratto della scuola non veniva rinnovato.
Gli aumenti stabiliti andranno da un minimo di 81 euro ad un massimo di circa 111. A questa cifra si aggiungerà anche il bonus di 200 milioni di euro per il merito che è stato diviso in due parti. Una prima parte (pari a 100 milioni di euro) andrà direttamente negli stipendi, l’altra parte servirà per valutare i docenti e premiarli di conseguenza.
Come si spiega Orizzonte Scuola, gli aumenti più bassi riguarderanno le maestre e i maestri delle scuole dell’infanzia, della primaria e i docenti diplomati delle medie che hanno una bassa anzianità di servizio. Le cifre più alte riguarderanno i docenti laureati che insegnano alle superiori con più di 35 anni di servizio. L’aumento medio sullo stipendio sarà comunque pari a 85 euro lordi mensili da suddividere in tre annualità.
Gli aumenti coinvolgono anche il personale ATA amministrativo, tecnico e ausiliario. Per i collaboratori scolastici gli aumenti andranno da 80,40 euro, per chi ha fino a 8 anni di servizio, fino a 88,40 euro, per chi ha 35 anni di servizio. Per i coordinatori amministrativi e tecnici andranno dagli 81,20 euro fino a 90,20 euro. I dirigenti scolastici, infine, avranno aumenti da 81,50 euro fino a 105,50.
Dopo la firma, i sindacati hanno fatto sapere che «il contratto segna una svolta significativa sul terreno delle relazioni sindacali, riportando alla contrattazione materie importanti come la formazione e le risorse destinate alla valorizzazione professionale».
Fonte: Il Post
sabato 3 febbraio 2018
Sparatoria a Macerata, sei feriti tutti di nazionalità straniera, arrestato l’autore
Nella mattinata di sabato 3 febbraio una sparatoria ha sconvolto la città di Macerata.
Un uomo, armato di pistola, ha iniziato a sparare dalla sua auto in corsa, nella zona della stazione, in via dei Velini e via Spalato. Dopo alcune ore è stato fermato dalla polizia, dinanzi al Monumento ai Caduti, mentre faceva il saluto romano, con addosso un tricolore.
Secondo le prime informazioni l’uomo si chiama Luca Traini e ha ammesso la responsabilità dell’accaduto.
I feriti sono tutti stranieri, cinque uomini e una donna. Sono stati trasferiti in pronto soccorso, e uno di loro è in condizioni gravi
La zona dove è avvenuta la sparatoria, era la stessa di quella dove si sono svolte le indagini che hanno condotto al ritrovamento delle valigie con il cadavere della giovane Pamela Mastropietro, la 18enne romana uccisa alcuni giorni fa.
La ragazza era scomparsa da un centro di recupero per tossicodipendenti. L’unico indagato per l’omicidio al momento è un nigeriano di 29 anni.
Il sindaco di Macerata, Romano Carancini, aveva invitato tutti i cittadini a rimanere chiusi in casa a causa dell’uomo armato.
Anche dopo che l’allarme è rientrato, nella città blindata e barricata nelle case, vi è ancora un clima di terrore.
L’autore della sparatoria ha 28 anni, frequenta la palestra Robbys di Macerata e, secondo alcune fonti citate dalla Stampa, aveva annunciato più volte: “Vado a sparare ai neri”.
Nel 2017 era candidato alle elezioni comunali di Corridonia, in lista con la Lega Nord. Non prese neanche un voto.
Fonte: The Post Internazionale
venerdì 2 febbraio 2018
Cos’è questa storia dei “braccialetti elettronici” di Amazon?
La versione lunga è che è solo un brevetto, non si sa se sarà realizzato, comunque non servirebbe a controllare i lavoratori; la versione breve è che siamo in campagna elettorale
Nel corso di un incontro a Roma con i volontari della campagna elettorale del PD, giovedì pomeriggio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto – parlando di lavoro – che «è facile declamare sui temi del lavoro, ma la sfida ossessiva per chi governa è di costruire lavoro di qualità e non lavoro con il braccialetto». Se il tema generale del discorso sembra piuttosto chiaro, il riferimento al “lavoro con il braccialetto” non lo sarebbe stato fino a poche ore prima, quando i principali giornali italiani avevano riportato la notizia di un nuovo dispositivo progettato dalla grande società di e-commerce Amazon: un braccialetto elettronico da far indossare ai lavoratori dei suoi magazzini per rendere più efficiente il loro lavoro.
Gentiloni non è stato l’unico politico che ieri ha fatto riferimento al braccialetto elettronico di Amazon. Ne avevano già scritto su Twitter con gli stessi toni anche la presidente della Camera Laura Boldrini e il presidente del Senato Pietro Grasso, entrambi candidati con Liberi e Uguali alle prossime elezioni, e la notizia è stata per diverse ore nelle homepage dei principali siti italiani di news. Il braccialetto elettronico per controllare i lavoratori, tuttavia, non esiste.
Quello di cui si è parlato sui giornali – spesso con toni molto allarmisti e preoccupati – è per ora solo un brevetto, che fu depositato da Amazon due anni fa, nel 2016, e che solo recentemente è stato riconosciuto come valido. Il New York Times ha scritto che Amazon non ha voluto commentare la notizia del brevetto, ma che non ci sono per ora prove che voglia davvero produrre e far indossare ai suoi dipendenti i braccialetti elettronici: e d’altra parte è noto che aziende di quelle dimensioni depositano moltissimi brevetti anche solo per avvantaggiarsi sulla concorrenza, prima ancora di decidere se produrre, usare o meno quei dispositivi. La maggior parte restano solo brevetti.
Anche se i braccialetti fossero prodotti e distribuiti ai lavoratori dei magazzini, comunque, non servirebbero a “controllarli”, come sembrano suggerire i commenti dei politici italiani. Il fraintendimento – forse – è dovuto alla somiglianza dell’idea dei braccialetti elettronici di Amazon con quella dei braccialetti elettronici che vengono usati negli Stati Uniti per controllare i movimenti dei detenuti in libertà provvisoria. Come è spiegato sul brevetto del dispositivo, i braccialetti di Amazon servirebbero solo per aiutare i dipendenti a trovare la giusta merce sugli enormi scaffali dei magazzini della società.
GeekWire, il sito di tecnologia che per primo ha riportato la notizia dei brevetti, ha scritto che i braccialetti si triangolerebbero con dei sensori sugli scaffali dei prodotti in modo da sapere immediatamente se i dipendenti hanno preso il giusto prodotto dalla mensola. I braccialetti servirebbero quindi a misurare la posizione della mano di un dipendente in relazione a uno scaffale, e non a controllarne i movimenti durante l’orario di lavoro. Secondo GeekWire il braccialetto potrebbe anche vibrare per far capire al dipendente che lo indossa se ha preso il prodotto corretto dallo scaffale, una verifica che ora viene fatta successivamente con altri sistemi di controllo automatici.
Amazon è spesso stata criticata per le condizioni di lavoro delle persone impiegate nei suoi magazzini, che hanno raccontato di essere sottoposte a turni molto serrati e ritmi a volte estenuanti. Un ex dipendente di Amazon nel Regno Unito ha detto al New York Times che braccialetti come quelli del brevetto potrebbero far risparmiare tempo ai lavoratori, evitando errori inutili, ma che il rischio è comunque che si traducano in un eccessivo controllo sul loro lavoro.
Fonte: Il Post
Una dipendente di Amazon in un deposito a Romeoville, in Illinois, Stati Uniti (Scott Olson/Getty Images)
Nel corso di un incontro a Roma con i volontari della campagna elettorale del PD, giovedì pomeriggio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto – parlando di lavoro – che «è facile declamare sui temi del lavoro, ma la sfida ossessiva per chi governa è di costruire lavoro di qualità e non lavoro con il braccialetto». Se il tema generale del discorso sembra piuttosto chiaro, il riferimento al “lavoro con il braccialetto” non lo sarebbe stato fino a poche ore prima, quando i principali giornali italiani avevano riportato la notizia di un nuovo dispositivo progettato dalla grande società di e-commerce Amazon: un braccialetto elettronico da far indossare ai lavoratori dei suoi magazzini per rendere più efficiente il loro lavoro.
Gentiloni non è stato l’unico politico che ieri ha fatto riferimento al braccialetto elettronico di Amazon. Ne avevano già scritto su Twitter con gli stessi toni anche la presidente della Camera Laura Boldrini e il presidente del Senato Pietro Grasso, entrambi candidati con Liberi e Uguali alle prossime elezioni, e la notizia è stata per diverse ore nelle homepage dei principali siti italiani di news. Il braccialetto elettronico per controllare i lavoratori, tuttavia, non esiste.
Quello di cui si è parlato sui giornali – spesso con toni molto allarmisti e preoccupati – è per ora solo un brevetto, che fu depositato da Amazon due anni fa, nel 2016, e che solo recentemente è stato riconosciuto come valido. Il New York Times ha scritto che Amazon non ha voluto commentare la notizia del brevetto, ma che non ci sono per ora prove che voglia davvero produrre e far indossare ai suoi dipendenti i braccialetti elettronici: e d’altra parte è noto che aziende di quelle dimensioni depositano moltissimi brevetti anche solo per avvantaggiarsi sulla concorrenza, prima ancora di decidere se produrre, usare o meno quei dispositivi. La maggior parte restano solo brevetti.
Anche se i braccialetti fossero prodotti e distribuiti ai lavoratori dei magazzini, comunque, non servirebbero a “controllarli”, come sembrano suggerire i commenti dei politici italiani. Il fraintendimento – forse – è dovuto alla somiglianza dell’idea dei braccialetti elettronici di Amazon con quella dei braccialetti elettronici che vengono usati negli Stati Uniti per controllare i movimenti dei detenuti in libertà provvisoria. Come è spiegato sul brevetto del dispositivo, i braccialetti di Amazon servirebbero solo per aiutare i dipendenti a trovare la giusta merce sugli enormi scaffali dei magazzini della società.
GeekWire, il sito di tecnologia che per primo ha riportato la notizia dei brevetti, ha scritto che i braccialetti si triangolerebbero con dei sensori sugli scaffali dei prodotti in modo da sapere immediatamente se i dipendenti hanno preso il giusto prodotto dalla mensola. I braccialetti servirebbero quindi a misurare la posizione della mano di un dipendente in relazione a uno scaffale, e non a controllarne i movimenti durante l’orario di lavoro. Secondo GeekWire il braccialetto potrebbe anche vibrare per far capire al dipendente che lo indossa se ha preso il prodotto corretto dallo scaffale, una verifica che ora viene fatta successivamente con altri sistemi di controllo automatici.
Amazon è spesso stata criticata per le condizioni di lavoro delle persone impiegate nei suoi magazzini, che hanno raccontato di essere sottoposte a turni molto serrati e ritmi a volte estenuanti. Un ex dipendente di Amazon nel Regno Unito ha detto al New York Times che braccialetti come quelli del brevetto potrebbero far risparmiare tempo ai lavoratori, evitando errori inutili, ma che il rischio è comunque che si traducano in un eccessivo controllo sul loro lavoro.
Fonte: Il Post
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