venerdì 31 ottobre 2014

Appello Stefano Cucchi, la sentenza: tutti assolti

Per insufficienza di prove la Corte d’Appello assolve sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria. La madre di Stefano: «Mio figlio è morto ancora una volta». Il sindacato Sap: «Soddisfatti. Giusto così»


Tutti assolti, anche i medici. Questa la sentenza della corte d’appello di Roma per la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e deceduto una settimana dopo nell’ospedale ‘Sandro Pertini’. In primo grado furono condannati solo i medici per omicidio colposo. Ad essere assolti sono stati gli agenti carcerari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici, che già erano stati assolti in primo grado. Assolti anche il primario del Sandro Pertini Aldo Fierro e i medici Stefania Coirvi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite, Silvia Di Carlo, tutti accusati di abbandono di persona incapace. Assoluzione confermata anche per gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Assolta infine Rosita Caponetti, appartenente al reparto amministrativo dell’ospedale Pertini. «Una sentenza assurda. Mio figlio è morto ancora una volta», ha detto la madre di Stefano alla lettura della sentenza d’appello. «Lo Stato si è autoassolto. Per lui, unico colpevole sono le quattro mura». La sorella Ilaria è scoppiata in lacrime.

Foto: Andrea D’Errico/LaPresse

ASSOLTI PER INSUFFICIENZA DI PROVE – Assolti per insufficienza di prove. Questa la motivazione della Corte d’Appello per l’assoluzione dei sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi. La sentenza ai sensi dell’articolo 530 secondo comma che richiama l’insufficienza di prove. La sentenza è stata pronunciata dalla Corte di Assise d’Appello dopo circa tre ore di camera di consiglio.

La famiglia di Stefano. Credits LaPresse

ILARIA CUCCHI: «GIUSTIZIA MALATA» – «Non ci arrenderemo mai finché non avremo giustizia», spiegano i genitori di Stefano Cucchi, Giovanni e Rita Calore, in lacrime dopo la lettura della sentenza di appello che ha assolto tutti gli imputati. «Allora per quale motivo è morto Stefano? – ha detto il padre Giovanni Cucchi – mio figlio era sano, non è possibile quello che è successo». «La nostra giustizia è malata, credo dovremo aspettare le motivazioni della sentenza», ha commentato ai microfoni di RaiNews24 Ilaria Cucchi. «Stefano – ha aggiunto – si è spento da solo tra dolori atroci. Attenderemo le motivazioni, di sicuro andrò avanti e non mi farò frenare perché pretendo giustizia. Chi come mio fratello ha commesso un errore deve pagare, ma non con la vita».
Annuncia ricorso in Cassazione Fabio Anselmo, legale della famiglia: «Era quello che temevo – ha detto riferendosi alle assoluzioni degli imputati – Vedremo le motivazioni, e poi faremo ricorso ai giudici della Suprema Corte».

«STEFANO MORTO DI DOLORE» – «Stefano la prima volta è morto qui a piazzale Clodio», spiega Ilaria a Sky commentando il primo grado. «Oggi in aula ricordavo Stefano, vivo, le nostre gioie e le nostre litigate. Ho rivisto il suo corpo. Lui è morto di dolore, solo, come un cane. Io continuavo a ripetermi che stavolta non sarebbe stato così. Quelle foto parlavano da sole: ci ho creduto fino in fondo». «Una sentenza che – secondo il legale Fabio Anselmo – indica la morte della giustizia. Senza quel pestaggio Stefano non sarebbe morto», ha aggiunto anticipando un probabile ricorso alla Corte dei diritti umani.

LA MORTE DI CUCCHI - Per la morte del giovane rimanevano alla sbarra 12 persone, i capi di imputazione sono molteplici: da chi è accusato di abbandono di incapace, a chi di abuso di ufficio, favoreggiamento, passando per falsità ideologica, lesioni e abuso di autorità. Il fascicolo del caso è enorme, contiene decine di consulenze, una maxi perizia e quasi 150 testimoni. Per i pm di primo grado Cucchi fu picchiato nelle camere di sicurezza del tribunale capitolino, luogo in cui si trovava in attesa dell’udienza di convalida del suo arresto per droga. In ospedale furono ignorate le sue richieste di avere farmaci e fu abbandonato a lasciato a morire di fame e di sete. Per la III Corte d’Assise Cucchi non fu picchiato nella cella di sicurezza del tribunale, ma perse la vita a causa della malnutrizione.

PER GIOVANARDI CUCCHI MORI’ DI SETE - «Chi ha seguito il doloroso caso di Stefano Cucchi sapeva bene che per quanto riguarda gli agenti di custodia non poteva che esserci che l’assoluzione, non essendoci stato il pestaggio», così il senatore Ncd Carlo Giovanardi. «Per quanto riguarda i medici ribadisco quello che ho detto fin dall’inizio della vicenda- aggiunge- Stefano Cucchi doveva essere curato e alimentato anche coattivamente, in quanto non in grado di gestirsi a causa delle patologie derivanti dal suo complesso rapporto con il mondo della droga. Se la Corte d’Assise ha escluso responsabilità penali rimangono però le responsabilità morali rispetto ad una persona che è stata lasciata morire di fame e di sete».

INFERMIERE ASSOLTO PER CUCCHI: «SONO FELICE» – «Sono veramente felice di questa sentenza», ha commentato Giuseppe Flauto, uno degli infermieri assolti anche in secondo grado. «Sono felice non solo per me, perché non avevo dubbi sulla mia posizione e innocenza. Sono felice per i medici del Pertini perché più volte in primo grado hanno detto che non erano degni di vestire il loro camice. Questo mi ha fatto ancora più male. Oggi c’è stata una giustizia vera; non era giusta la nostra assoluzione senza la loro assoluzione».

Leggi anche: Cucchi: l'appello si apre con la richiesta di condanne per tutti

Stefania Cucchi, sorella di Stefano. Foto LaPresse

SAP: «TUTTI ASSOLTI, GIUSTO COSI’» - «Tutti assolti, come è giusto che sia», Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato di polizia Sap, nell’esprimere «piena soddisfazione» per l’assoluzione in appello di tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. «In questo Paese – dice il sindacalista in una nota – bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie».

LE RICHIESTE DEL PG - I giudici per questo motivo decisero che i colpevoli fossero i medici e quindi assolsero infermieri e agenti penitenziari. Subito dopo alla famiglia di Cucchi arrivò il maxi risarcimento da parte dell’ospedale. In questo secondo grado di giudizio non sono certo mancate le novità, infatti per il pg il pestaggio di Cucchi vi fu, ma avvenne dopo e non prima l’udienza di convalida del suo arresto, inoltre tutti vanno condannati, in quanto hanno avuto delle responsabilità nella storia. Tutti, anche chi è stato assolto.

Fonte: Giornalettismo

giovedì 30 ottobre 2014

Jobs Act di Renzi, le mazzate agli operai sono incluse?

Il vergognoso episodio ai danni degli operai delle acciaierie Ast di Terni è la rappresentazione del nuovo corso sul lavoro lanciato da Matteo Renzi e dai suoi fedelissimi (a partire da Davide Serra)?

La “razza padrona” oggi che fa? Tra un selfie e un tweet riuscirà a giustificare anche le mazzate agli operai di Terni? Ci sarà una voce del governo capace di chiedere scusa per le manganellate inferte ai lavoratori disperati? Qualcuno avrà il coraggio di spiegare a Matteo Renzi che la vita non è una Leopolda col palcoscenico, le luci puntate e la storiella dell’iPhone a gettoni? Queste sono persone vere, non sono statistiche, non sono hashtag, questa è vita, vita bruciata ad urlare i diritti che non ci sono. Quelli che Maurizio Landini definisce «slogan del cazzo» sono tarle velenose che stanno spaccando un Paese già dilaniato. Insomma, Matteo Renzi: il Jobs act contiene anche i manganelli? Il sogno del renziano Davide Serra, la limitazione al diritto di sciopero, passa anche per la vicenda di oggi? È questo il nuovo corso?

Fonte: fanpage.it

Landini contro il Governo: "Chieda scusa, anziché fare slogan del c...o" (da Youmedia)

Dopo gli scontri con i lavoratori delle acciaierie di Terni, il leader Fiom Landini si scaglia in maniera forte contro l'Esecutivo: "Il Governo chieda scusa, in un paese di ladri se la prendono con chi paga le tasse".

mercoledì 29 ottobre 2014

Opinione del Rockpoeta: Il Cattivo Esempio

Daniele Verzetti Rockpoeta

Ho appena ascoltato in una intervista sull'emittente ligure Primocanale, l'Assessore al Bilancio della Regione Liguria Rossetti del PD il quale ha dichiarato che con minime variazioni porteranno in consiglio per l'approvazione, il bilancio consultivo su cui la Corte di Conti ha di fatto posto parere contrario su molti punti di non poco conto.

La ragione principale per cui si attua questa "disobbedienza"? Semplice, poiché lo Stato, il Governo, si comportano nei confronti della Corte dei Conti allo stesso modo, non si capisce perché la Regione Liguria non possa fare lo stesso.

Badate bene, formalmente ha ragione, di fatto però è grave non prendere in considerazione le sottolineature e le correzioni che la Corte di Conti vuole che tu faccia in sede di approvazione del Bilancio consultivo. Aggiungo anche che esiste il rischio che poi per rispettare certe "coperture" e certe somme che devono essere messe a garanzia (per es. la Corte dei Conti ha chiesto 27 milioni di euro a garanzia dei Future che la Regione Liguria ha sottoscritto contro i 17 e mezzo che invece la Regione ha stanziato) si verifichi la necessità in fase di nuovo Bilancio preventivo, di aumentare le tasse come IRAP ed IRPEF.

Intanto il PD trema: si vociferano candidature importanti per le primarie liguri: a parte la Paita (detta anche Attila flagello di Dio vista la gestione dell'assessorato alla protezione civile), Cofferati, Zanda, ecc… 

Insomma non ci vogliono mollare. Quasi quasi io li denuncerei per stalking. Lasciateci non vi vogliamo più non perseguitateci oltre.

Certo, ci vuole anche una alternativa seria e se il M5S vuole essere tale alternativa, deve però necessariamente risolvere le problematiche interne di cui ho già scritto in precedenza su queste pagine. 

Daniele Verzetti Rockpoeta®

Fonte: L'Agorà

Daniele Verzetti Rockpoeta
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martedì 28 ottobre 2014

Il massacro silenzioso del popolo messicano


Il 26 settembre, 43 studenti di Ayotzinapa, una scuola del sud-ovest messicano che prepara i futuri insegnanti, sono scomparsi. Dopo aver preso parte a una manifestazione di protesta a Iguala, la polizia municipale ha aperto il fuoco contro i bus su cui viaggiavano. Pochi giorni dopo pare sia stata scoperta una fossa comune a poca distanza dalla città, ma non ci sono conferme.

Da quel giorno migliaia di messicani stanno protestando contro il governo e vogliono conoscere la verità su ciò che è accaduto. Il Messico è un Paese poverissimo, dove la gente ha paura ad uscire di casa a causa della criminalità dilagante e il governo ne approfitta per seminare terrore e repressione. Secondo una ricerca di Amnesty International del 2013, su 152 sparizioni di cittadini messicani, ben 85 coinvolgevano funzionari pubblici. Nella maggior parte dei casi, inoltre, la polizia fa poco o nulla per indagare. Sempre secondo Amnesty, molte persone venivano fermate per una falsa infrazione stradale e consegnate ad altre forze dell’ordine o ad organizzazioni criminali. Ci sono diversi desaparecidos fra coloro che sono stati coinvolti in attività criminali, ma non sono la totalità dei casi: scomparire in Messico può accadere a chiunque.

Secondo alcuni testimoni, 17 dei 43 studenti scomparsi, sarebbero stati uccisi nel cortile della procura di Iguala. Secondo le autorità, un gruppo criminale, noto come Guerreros Unidos, si sarebbe infiltrato nel corpo di polizia locale: non è un fatto inverosimile, come riporta anche Juan Diego Quesada, giornalista per El Pais.

L’attuale presidente del Messico è Enrique Pena Nieto, membro del Partito Rivoluzionario Istituzionale, già preso di mira prima delle elezioni dal movimento Yo Soy 132, gruppo di giovani studenti contrari all’atteggiamento dispotico e autoritario di Nieto. Il movimento chiedeva elezioni trasparenti, libertà di espressione e uguali opportunità di studio e lavoro per tutti. Nel 2006, mentre era ancora governatore dello Stato del Messico, nella città di Atenco una protesta da parte dei cittadini fu brutalmente repressa dalla polizia. Secondo la Commissione Messicana per i Diritti Umani, 26 donne sono state stuprate dalle forze dell’ordine, 145 persone sono state arrestate senza motivo e 206 persone (inclusi 10 minori) sono state vittima di crudeltà e trattamenti degradanti e inumani.

Questo è il 2014 del Paese in cui nacque il sogno zapatista del socialismo libertario: un Paese in cui per decine di anni non è esistita alcuna traccia di democrazia, con un governo monopartitico, autoritario e corrotto. Un Paese in cui le istituzioni massacrano alla cieca cittadini e stranieri mentre fanno affari coi narcotrafficanti e i capitalisti nordamericani ed europei. Un Paese in cui oggi si spara al proprio futuro e lo si getta in una fossa comune.

"Ora posso morire. Questo era ciò che desideravo: che si sappia per che cosa lottiamo, che si conosca la causa che vogliamo difendere, che vengano a vederci, ci studino e poi raccontino la verità: siamo uomini d’onore e non banditi."

Le persone che coraggiosamente manifestano in Messico sono le degnissime eredi di Emiliano Zapata. A loro va tutta la nostra solidarietà di giovani di sinistra. E ci teniamo a dire che siamo schifati dal silenzio, per non dire condiscendenza, della comunità internazionale (giusto per la cronaca, Nieto è stato in visita in Vaticano pochi mesi fa) sul massacro del popolo messicano. Fino a che punto il potere del denaro rende accettabile la dittatura?

Fonte: Qualcosa di Sinistra

domenica 26 ottobre 2014

Riflessioni di un 25 ottobre 2014 (Piazza San Giovanni & Leopolda)

Partiamo innanzitutto da un fatto positivo, ma nettamente sottovalutato da media ed opinione pubblica nazionale: il rilancio dell’attività sindacale. Piaccia o meno, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha il «merito» di aver «risvegliato» l’azione politica (in buona parte) del sindacato italiano. Si dirà che ciò, una volta che si parla di riforma del lavoro, di art.18 etc. è abbastanza scontato. In realtà non è così. Matteo Renzi veniva da una serie di importanti vittorie: il 40% alle Europee, l’approvazione (parziale) di leggi importanti (sistema elettorale, Senato etc.) … Inoltre, il sindacato veniva da un periodo difficile, caratterizzato da notevoli divisioni (si pensi solo ai battibecchi Camusso – Landini). Aggiungendo poi il fatto che Renzi almeno fino ad ora ha goduto di una elevata fiducia tra i cittadini italiani, realizzare una manifestazione di successo sembrava cosa con un elevato coefficiente di difficoltà. Invece, la CGIL è riuscita a portare oltre un milione di persone a Piazza San Giovanni. Certo, è un numero lontanuccio da quei 3 milioni che una decina di anni fa Sergio Cofferati portò al Circo Massimo. Ma, tenendo conto della diversa situazione politica, sociale ed economica, è comunque un grosso risultato. Non dimentichiamoci infatti che – agli inizi del nuovo millennio – la partecipazione politica in tutte le sue forme era nettamente superiore rispetto ad oggi. Insomma, non sia mai che l’atteggiamento di sfida del governo nei confronti di parte dell’associazionismo politico non diventi, in qualche modo, una cura salutare.

Dopo aver dato largo spazio a tale aspetto, possiamo ora addentrarci negli innumerevoli spunti che il 25 ottobre 2014 ci lascia: un Partito Democratico diviso tra Piazza San Giovanni e Leopolda, la proposta di depotenziare lo sciopero nel settore pubblico, la stessa abolizione dell’art.18 etc. Senza avere la presunzione di trattare tutto, cerchiamo di realizzare una qualche riflessione.

Innanzitutto, il Partito Democratico dimostra di avere due linee abbastanza differenti. A Piazza San Giovanni si raccoglie la minoranza di sinistra, che non intende cedere riguardo l’abolizione dell’art.18, che propone di rivedere l’accordo politico sulla riforma del lavoro approvata anche da Brunetta e Sacconi. A Firenze invece si riunisce la «maggioranza» del principale partito italiano. La Leopolda 2014 è l’edizione che cambia pelle alla kermesse: da evento di proposta, di cambiamento, di lancio di una nuova classe dirigente, diventa una non meglio definita manifestazione di incontro tra governo (o solo “maggioranza PD”?) e società civile. Insomma, è un bell’intrigo. D’altronde, se veramente l’art.18 è la causa principale (o, comunque una delle cause maggiori) della precarietà del sistema lavoro in Italia, allora sarebbe stato molto più semplice se, fin dall’epoca del governo Berlusconi 2001 – 2006 si fosse avallata la sua abrogazione. Invece, come sappiamo, non è stato così: l’art.18 ha resistito a Silvio Berlusconi, non è stato oggetto di discussione durante il secondo governo Prodi, è stato parzialmente toccato da Mario Monti, fino ad arrivare alla situazione attuale. La questione si complica ulteriormente se si pensa che la stragrande maggioranza di deputati e senatori democratici è favorevole alla sua cancellazione, pur essendosi candidati nel 2013 con il programma Italia Bene Comune che non sosteneva affatto tale tesi. Chiudiamola così: un fulmine sulla via di Damasco. Riguardo la Leopolda: quale è il suo vero ruolo? Le risposte possono essere diverse. Potrebbe trattarsi di un momento di incontro tra partito, imprenditori e società civile in generale, come abbiamo già accennato. Ma, fino a prova contraria, il Partito Democratico ha un organizzato sistema comunicativo, fatto di feste dell’unità, circoli,federazioni, un impianto web notevole. Insomma, gli strumenti non mancano. Allora, la Leopolda è forse un momento di dibattito e riflessione tra l’istituzione governo e la società civile medesima? Anche in questo caso conviene utilizzare il verbo potere al condizionale. Perchè? Il motivo è semplice: il governo ha il diritto / dovere di avere un dialogo costante con il resto del Paese; sembra dunque superfluo realizzare una ulteriore manifestazione per sancire ciò. Nodi. Nodi che solo il tempo ci aiuterà a sciogliere. Forse.

In attesa che il tempo lavori per noi, abbiamo altro di cui parlare. Scegliamo un argomento a caso: le parole di Davide Serra. In pillole: scioperare è un costo, è un’azione che favorisce la disoccupazione. Quindi, limitiamolo. Ecco, qui comincerei a preoccuparmi seriamente. Basta avere un attimo libero e pensare: 1) si danno 80 euro al mese ad alcune delle categorie meno abbienti. E ci può stare, se però ciò viene seguito da altre azioni volte a realizzare un vero e proprio incentivo economico per consumi e redditi. 2) Si danno 80 euro in più alle neo – mamme per un determinato periodo. Qui il campanello comincia a suonare: nel momento in cui trovi risorse per sorreggere il «peso dell’infanzia» forse sarebbe opportuno favorire la realizzazione di asili nido. Anche perchè, dare contributi economici in tale modo, rischia solo di favorire la «sedentarietà» delle mamme. 3) Si propone di depotenziare lo sciopero. Il campanello comincia a farsi insistente. Davide Serra motiva questa sua proposta con il fatto che scioperare non fa altro che creare disagi, imponendo agli utenti di sopportare disservizi, agli imprenditori stranieri di «avere pazienza» nel completare gli affari nel nostro Paese etc. Quindi, facciamo così: permettiamo di scioperare, ma facendo in modo che le persone lavorino non danneggiando gli altri. Chiaro no? D’altronde, nella storia gli scioperi sono stati esempio di protesta e di efficienza lavorativa allo stesso momento. Qualsiasi libro di storia può dimostrare ciò (!).

Senza girarci troppo intorno: unendo i 3 punti sembra di vedere una parvenza di programma mussoliniano. Intendiamoci: non è il preludio al ritorno dell’autoritarismo nel nostro Paese, ma è semplicemente un modo per dire che certe ricette già in passato non hanno funzionato.

Infine, una critica doverosa nei confronti del palco di S.Giovanni. La piazza, con il suo milione di persone, è stata meravigliosa. Ma, dal palco le voci che si sono susseguite non hanno dato segnali innovativi e propositivi. Sinceramente, una manifestazione nata per smontare le ragioni del Jobs Act, è finita lasciando irrisolti gli interrogativi. E, forse, ha legittimato l’azione del governo.

Fonte: El Nuevo Dìa

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sabato 25 ottobre 2014

La società della dipendenza


Di Salvatore Santoru

Mai come oggi, la società umana è stata caratterizzata dal ricorso alla dipendenza. Ovviamente, da che mondo e mondo l'essere umano è dipendente per natura ma la particolarità odierna è che tale dipendenza ha raggiunto livelli abissali ed è perlopiù artificiale.

Tralasciando il versante patologico di certe dipendenze ( sostanze stupefacenti, gioco d'azzardo e così via ), è abbastanza noto che anche a livello per così dire "normale" non possiamo fare a meno di essere dipendenti: ad esempio dagli smartphone o dai tablet, dai nostri film preferiti così come dai social network e il web in generale.


Tutto ciò risulta paradossale in quanto siamo abituati a credere di vivere in una società fondata sulla maggiore autodeterminazione e indipendenza storicamente possibile.

E invece, anche tralasciando la tecnologia e i media si può ben constatare che siamo sempre fortemente dipendenti da qualcosa, ad esempio dal prestigio sociale e economico, dai giudizi degli altri, dai criteri stabiliti per indicare cosa è "cool" e cosa non va per essere "in", e così via.


Con una piccola riflessione si può ben capire che la tanto decantata libertà al giorno d'oggi è praticamente un'illusione, e ancor di più lo è l'indipendenza, visto che dalla culla alla tomba siamo legati a tutto ciò che è stato descritto sopra, e ci sembra anche assai improbabile una vita senza tutte queste cose.

Essendo le riflessioni del tutto fuori moda in questo momento, in fin dei conti forse è meglio non farsi troppi problemi ora, ma quando sarà trend la consapevolezza di ciò, allora tutti capiranno ciò che c'è da capire, e sicuramente sarà un passo verso una società migliore e maggiormente consapevole e libera.


Fonte: Informazione Consapevole

venerdì 24 ottobre 2014

La superficialità va di moda oggi

Qualche volta mi capita di stare in posti pubblici e comunicare con le persone. Più spesso invece lo faccio tramite i social network, i forum ed in genere su internet. Un aspetto importante durante la comunicazione è quello di renderti conto di non essere completamente libero di parlare di qualunque cosa ti passi per la testa. Questo perchè molte volte succede che se affermi una determinata cosa o analizzi una situazione particolare, l'interlocutore ti risponde in questo modo: "ma perchè ti interessa l'argomento in questione?", "come mai ti preoccupi di questo aspetto della vita?", "hai qualche problema per caso?" o "non sei abbastanza felice?".


Sembra che non siano preoccupati d'altro che delle solite faccende: lavoro, studio e divertimento. Per il loro cervello, argomenti come il senso della vita o la critica di una determinata caratteristica della nostra società marcia, sono cose lontane, noiose, inutili e da sfigati che non hanno niente da fare. Questo modo è paragonabile al caso del saggio che indica la luna e lo stupido che invece di guardare la luna, guarda il dito. Sono stufo di questo aspetto banale della maggior parte delle persone.

Per la nostra sfortuna siamo costretti ad essere impegnati per non pensare a cose che magari ci fanno paura ma sono importanti per un essere pensante. Il sistema infatti, ci impone ad essere tali, cioè: poco riflessivi, ottusi, superficiali e privi di alcuna curiosità per ciò che sta oltre la semplice esistenza odierna. E noi non ci rendiamo conto che il sistema in cui viviamo ci schiavizza impedendoci di essere noi stessi e ci crea l'illusione di essere liberi. Ad esempio crediamo di essere svincolati perchè abbiamo il diritto al voto, o la libertà di pensiero, oppure il diritto alla critica, o magari perchè possiamo scegliere un posto dove lavorare o studiare. 

E' un ragionamento troppo accurato e inverosimile per essere vero? E' talmente surreale pensare che esista davvero una cospirazione tra i poteri globali che hanno pianificato a tavolino tutto quello che oggi ci circonda? Oppure è il semplice andamento delle cose e l'interesse di dominare a muovere i poteri globali e tutto il resto va da se?

Naom Chomsky elaborò la lista delle 10 strategie della manipolazione delle masse. Si può leggere le seguenti righe della prima tecnica - la strategia di distrazione:

[...] Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo "Armi silenziose per guerre tranquille").

E' questo il modo in cui il sistema ci schiavizza e ci rende degli automi. Siamo dei robot, già da molto tempo e non ce ne rendiamo conto. Purtroppo non esiste ancora una soluzione valida che ci possa rendere liberi. L'unico modo per affrontare quel che ci circonda e sviluppare la nostra consapevolezza interiore e conoscerci meglio. Dobbiamo diffondere la voce.

Dobbiamo svegliare gli altri per svegliare noi stessi. Dobbiamo iniziare a vivere umanamente per vedere il mondo trasformarsi in qualcosa che vogliamo vedere e sopratutto non scoraggiarci mai. Ci sarà sempre qualcun altro che ci sosterrà!

Fonte: Storie, Pensieri & Riflessioni 

Sono totalmente d'accordo con questo post.

martedì 21 ottobre 2014

Chiamateli #extracomunitari o #immigrati, io li chiamo #fratelli


Oggi mi sono fermato a parlare. Con un signore anziano. Ogni mattina, quando vado all’università lui è lì, vicino a una pasticceria. Ogni pomeriggio, quando rientro, lui è sempre lì. Con un cappellino a dirti buonasera, sulla sua sedia a rotelle, perché gli manca una gamba. Ogni giorno passo e lo vedo li con un sorriso, malinconico. Ogni tanto mi fermo e gli lascio qualcosa in quel suo cappellino che forse è più vecchio di lui.

Oggi ho deciso di fermarmi. Gli ho chiesto come si chiamava, lui, un po’ spaventato, ha iniziato a dire di no con la testa. Io gli ho detto che volevo solo sapere se aveva bisogno di qualcosa, lui si tranquillizza. Non parla italiano, giusto qualche parola, mi dice che viene dalla Romania, che è qui con i suoi figli e i suoi nipoti, che non capisce molto quello che dico. Nemmeno io capisco tutto quello che mi dice, ma ora vedo che lui, prima spaventato, ora vuole parlare, cerca di dirmi quanti figli ha, cerca di dirmi tutto ciò che riesce ad esprimere col suo italiano povero ma pieno di tutta la ricchezza che due parole riescono a contenere.

Alla fine gli chiedo di nuovo se ha bisogno di qualcosa, lui mi dice ancora di no, ma un no diverso, un no non più spaventato, ma con un sorriso non più malinconico ma di felicità e di gratitudine, come se quella “chiacchierata” avesse fatto più di quello che gli ho messo nel cappellino. Mi sono avviato verso casa con la consapevolezza che ero io a dover ringraziare lui, per avermi insegnato tanto. Innanzitutto che bisogna sorridere, sempre, anche nelle difficoltà. Che c’è tanta malinconia e solitudine nel vivere lontano da casa e non parassitismo come tanta gente purtroppo dice, tanto che basta un semplice ‘ha bisogno di qualcosa’ per far ritornare il sorriso. E poi, cosa più importante, che basta fermarsi, che bastano due parole per capire che siamo tutti fratelli.

Si parla spesso di immigrati. E, ancora più spesso, se ne parla senza cognizione di causa. Perché è facile scaricare colpe su chi è più debole. ‘Perché’, recita una canzone dei 99 Posse, ‘il nemico del povero è il più povero, e cosi all’infinito’. È una logica che conviene troppo a chi comanda. È la strada più facile. Ma la strada più facile non significa che sia la strada più giusta.

Provate a immaginare un uomo, una mamma con il suo bambino, un ragazzo, che decide di lasciare il proprio Paese, di imbarcarsi per un viaggio senza sapere se arriverà a destinazione o se lascerà le sue lacrime in mare. Immaginate la disperazione che spinge a tutto questo. Immaginate di essere voi, a dover lasciare casa, famiglia, amici. Immaginate di arrivare in un Paese che non conoscete, di cui non sapete la lingua, dove non avete un posto dove dormire. Immaginate di non sapere a chi rivolgervi se non state bene. Immaginate la paura, l’angoscia di rivolgersi a un medico o a un ospedale, per paura di essere denunciati come ‘irregolari’. Irregolari. Odio questa parola. Perché per me non ci sono persone irregolari. Per me, ci sono uomini. La natura non conosce frontiere. L’uomo non è e non sarà mai illegale.

Fonte: Qualcosa di Sinistra