sabato 4 marzo 2017

I resti di centinaia di bambini sono stati trovati in un orfanotrofio in Irlanda

La casa per ragazze madri di Tuam è stata attiva dal 1925 al 1961. I bambini soffrivano di malnutrizione, malattie e miseria

Fossa comune con i resti di bambini in un orfanotrofio irlandese. Credits: Reuters

Una commissione di inchiesta sulle case per ragazze madri in Irlanda ha rivelato la presenza di resti umani non classificati in un ex orfanotrofio cattolico a Tuam, nell'Irlanda nordoccidentale. I corpi erano stati sepolti in una struttura sotterranea di 20 stanze e appartenevano a bambini tra le 35 settimane e i 3 anni.

L'orfanotrofio è stato attivo tra il 1925 e il 1961. Molti dei resti appartengono a bambini morti durante gli anni Cinquanta. L'indagine è stata avviata per investigare sulla morte di circa 800 bambini e sulle modalità della loro sepoltura a partire dai certificati di morte.

La commissione ha anche rivelato che gli ospiti di queste strutture soffrivano di malnutrizione, malattie e miserie e non riuscivano a superare spesso i primi anni di età. La ricerca dei responsabili della vicenda continua, mentre è stato invocato l'intervento delle autorità per assicurare degna sepoltura ai resti.

“Questo giorno è dedicato al ricordo e al rispetto della dignità dei bambini che hanno vissuto la loro breve vita in questa casa”, ha dichiarato il ministero per gli Affari giovanili irlandese. “Onoreremo la loro memoria e ci assicureremo di prendere i giusti provvedimenti per trattare i resti in maniera appropriata”.

Fonte: The Post Internazionale

Due migranti sono morti in un incendio nel Gran Ghetto di Rignano, in Puglia

Il rogo si è sviluppato nella notte del 3 marzo nella baraccopoli di cui era iniziato lo sgombero il 1 marzo

La struttura è abitata da alcune centinaia di migranti impegnati nella raccolta di prodotti agricoli. Credit: Tony Gentile

Due cittadini di nazionalità africana, originari del Mali, sono morti a causa di un incendio che si è sviluppato nella notte di venerdì 3 marzo 2017 all'interno del Gran Ghetto, la baraccopoli che si trova nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico, in Puglia.

Quando si è sviluppato il rogo, che in pochi minuti ha coinvolto numerose baracche, sul posto erano già presenti i vigili del fuoco, i carabinieri e gli agenti di polizia che stavano presidiando l'area dopo lo sgombero cominciato il 1 marzo.

Il Ghetto è abitato da alcune centinaia di migranti impegnati nella raccolta dei prodotti agricoli nelle campagne della zona.

Il 1 marzo 2017 era cominciato lo sgombero da parte delle forze dell'ordine disposto dalla Dda di Bari nell'ambito di indagini avviate nel marzo 2016 e culminate con il sequestro probatorio con facoltà d'uso della baraccopoli per presunte infiltrazioni della criminalità.

Il 1 marzo, sempre nell'ambito di queste indagini, è stato deciso e avviato lo sgombero che non è avvenuto totalmente perché alcuni dei 350 migranti che erano nella baraccopoli si sono rifiutati di lasciare il Ghetto.

Nella mattina di giovedì 2 marzo alcuni di loro – circa 200 – hanno protestato davanti alla prefettura di Foggia, ribadendo di non voler lasciare il Ghetto e chiedendo di voler parlare con il prefetto.

L'incendio si è sviluppato su un'area di oltre cinquemila metri quadri e ha distrutto un centinaio di baracche.

Non sono chiare le cause che hanno scatenato l'incendio, ma non si esclude che possa essere di natura dolosa. “E' stato troppo violento ed improvviso e quindi non si esclude che possa essere stato appiccato da qualcuno”, ha riferito all'Ansa un vigile del fuoco presente sul posto.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 3 marzo 2017

Perché Denis Verdini è stato condannato

La storia ha a che fare con il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino di cui il senatore di ALA è stato presidente per vent'anni

Denis Verdini (Fabio Cimaglia / LaPresse)

Il tribunale di Firenze ha condannato il senatore Denis Verdini a 9 anni di reclusione nel processo di primo grado per il fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf) di cui Verdini era presidente. Insieme a Verdini sono state condannate per vari reati anche altre diciannove persone sulle 45 che erano imputate. Le indagini e poi il processo erano nate dai risultati di un’ispezione della Banca d’Italia che nel 2010 aveva chiesto al ministero delle Finanze di commissariare il Credito Cooperativo Fiorentino, avendo riscontrato diverse irregolarità nella sua gestione. L’accusa ha dimostrato in primo grado come, in pratica, l’istituto di credito fosse utilizzato da Verdini come una specie di conto personale con il quale gestire operazioni in favore dei propri interessi e di quelli di persone a lui vicine. Un altro filone delle indagini ha invece a che fare con i fondi per l’editoria percepiti illegittimamente per la pubblicazione del Giornale della Toscana.

Le condanne
Dei nove anni stabiliti per Denis Verdini, sette sono per il reato di bancarotta fraudolenta e due per truffa. Per Verdini è stata anche stabilita l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Insieme a Verdini sono stati condannati anche alcuni imprenditori, l’ex direttore generale del Ccf, i componenti del consiglio di amministrazione dell’istituto, i componenti del collegio sindacale, gli amministratori della società che pubblicava il Giornale della Toscana e quelli di un’altra società che distribuiva il settimanale Metropolis. Infine, è stato condannato anche Massimo Parisi deputato di ALA, il gruppo parlamentare di Verdini. I giudici non hanno riconosciuto l’associazione a delinquere a nessuno degli imputati, assolvendoli, e per tutti i reati di truffa ai danni dello Stato per i contributi all’editoria legati agli anni 2005, 2006 e 2007 è scattata la prescrizione.

Le condanne prevedono anche per Verdini, Parisi, e altri nove condannati il pagamento a favore della presidenza del Consiglio dei ministri di un anticipo immediatamente esecutivo di 2,5 milioni di euro per i reati relativi alla truffa ai danni dello Stato. I condannati dovranno pagare anche le spese legali sostenute dalla presidenza del Consiglio dei ministri (20 mila euro), le spese processuali (altri 20 mila euro) e i danni alla Banca d’Italia (175 mila euro) che nel processo si è costituita parte civile. Nei confronti di Verdini, Parisi e di altri sei condannati è stata stabilita poi la confisca di una somma o di beni pari al valore di più di 9 milioni di euro in totale: l’importo corrisponde ai contributi erogati dalla presidenza del Consiglio dei ministri alla Società Toscana di Edizioni e alla Sette Mari per gli anni 2008 e 2009. In totale le condanne in primo grado sono state 20 su 43 imputati: tra questi ci sono quelli i cui reati sono stati prescritti, un imputato che è deceduto e tre che sono stati assolti.

La storia
Nel 2010 la Banca d’Italia aveva scritto una relazione di circa 1500 pagine sulla situazione del Credito Cooperativo Fiorentino a seguito di un’ispezione durante la quale aveva riscontrato una serie di irregolarità nella gestione. La situazione economica dell’istituto non era buona, la banca venne commissariata e dopo due anni, nel 2012, il tribunale di Firenze ne decretò il fallimento. A quel punto venne aperta un’inchiesta che oltre a Verdini – che aveva guidato la banca dal 1990 al 2010 – aveva coinvolto, tra gli altri, alcuni imprenditori, il consiglio di amministrazione, i sindaci revisori e un altro deputato. Nel luglio del 2014 Denis Verdini venne rinviato a giudizio per vari reati tra cui associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e truffa ai danni dello stato. Con lui furono imputate altre 42 persone e due società. Il processo cominciò nell’ottobre del 2015 e dopo 70 udienze si è arrivati al giudizio di primo grado.

Secondo l’accusa il Ccf aveva concesso una serie di finanziamenti e crediti senza “garanzie” e in assenza di adeguate indagini e documentazioni a persone ritenute vicine a Verdini. Parte di queste operazioni vennero eseguite sulla base di contratti preliminari di compravendite fittizie. In totale gli importi concessi in questo modo sarebbero stati pari a circa 100 milioni di euro. I membri del consiglio di amministrazione partecipavano a queste pratiche «svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini». Sempre secondo l’accusa, di cui i giudici hanno accolto la tesi, il Credito Cooperativo Fiorentino sarebbe stato al centro di un giro di fatturazioni false tra varie società per ottenere i contributi pubblici all’editoria di alcune testate locali come ad esempio il Giornale della Toscana che poi è stato chiuso. Scrive il Corriere della Sera: «Il Credito cooperativo era diventato “la banca del presidente”, e i sindaci revisori, che mai si opponevano alle sue decisioni, altri non erano che “tutti gli uomini del presidente”, ovvero di Denis Verdini. Così come erano atipiche le imprese editoriali studiate “per ottenere contributi pubblici”, quelli appunto delle provvidenze sull’editoria considerate illegali».

Gli avvocati di Verdini hanno fatto sapere che ricorreranno in appello. Nel marzo del 2016 Verdini era stato condannato in primo grado a due anni di carcere nella vicenda della costruzione della scuola dei Marescialli dei carabinieri di Firenze, una struttura che ospita una parte della formazione dei carabinieri nazionale. Quel processo rientrava nella cosiddetta vicenda “grandi appalti”, che riguardava appalti pubblici indetti fra le altre cose per il G8 della Maddalena del 2008 e i Mondiali di nuoto di Roma del 2009. Lo scorso ottobre Verdini era stato prosciolto con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

Fonte: Il Post

La casa di Francois Fillon è stata perquisita

L'operazione rientra nelle indagini che riguardano il candidato di centrodestra alle presidenziali francesi e sua moglie Penelope, accusati di appropriazione indebita

Alcuni esponenti della coalizione del candidato alle presidenziali chiedono un passo indietro in favore di Alain Juppe. Credit: Jean-Paul Pelissier

La casa di Parigi del candidato conservatore alle presidenziali francesi Francois Fillon è stata perquisita dagli investigatori giovedì 2 marzo, secondo quanto riportato dai media locali. Nel mese di febbraio una perquisizione è stata effettuata anche nei suoi uffici.

Le ricerche fanno parte di un'inchiesta che riguarda il candidato all'Eliseo e sua moglie Penelope, accusati del reato di appropriazione indebita.

Fillon, dopo essere stato convocato in audizione dai giudici per il 15 marzo 2017, aveva annunciato di voler proseguire la sua corsa in vista delle elezioni e aveva attaccato la magistratura definendo l'inchiesta a suo carico un “assassinio politico”. Dopo l'annuncio alcune figure chiave del suo staff hanno deciso di dimettersi, tra cui il suo portavoce per gli affari esteri e il vicedirettore della campagna elettorale.

Alcuni esponenti della sua coalizione chiedono a Fillon di fare un passo indietro in favore di Alain Juppe, ex primo ministro e sconfitto nelle primarie per le presidenziali di aprile 2017. I centristi dell'Udi (Unione dei democratici e degli indipendenti) hanno già dichiarato di aver sospeso il loro sostegno alla candidatura.

Fonte: The Post Internazionale

Raid con elicotteri e droni contro al-Qaeda in Yemen

Scontri a fuoco si sono registrati nella zona di al-Saeed. Tra gli obiettivi dell'attacco anche la casa di uno dei leader del gruppo nella provincia di Shabwa

I mezzi con cui si stanno conducendo gli attacchi potrebbero essere americani. Credit: Naif Rahma 

Una serie di attacchi con elicotteri militari e droni sono stati lanciati contro obiettivi di al-Qaeda nel sud dello Yemen venerdì 3 marzo. A riferirlo ad Al Arabiya sono alcuni testimoni.

I mezzi con cui stanno conducendo gli attacchi potrebbero essere americani e da questi velivoli sono scesi gruppi di soldati che hanno ingaggiato uno scontro a fuoco, durato circa mezz'ora, con i militanti di al-Qaeda nella zona di al-Saeed, provincia di Shabwa. Tra gli obiettivi dell'attacco c'era la casa di Saad Atef, uno dei leader di Al Qaeda nell'area.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 2 marzo 2017

L’inchiesta CONSIP, dall’inizio

È una storia complicata – e con qualche risvolto surreale – che riguarda un importante imprenditore napoletano, il padre di Matteo Renzi e il ministro Luca Lotti

(ANSA/Giuseppe Lami)

Negli ultimi giorni si è parlato molto dello “scandalo CONSIP”, una complicata vicenda su un presunto caso di corruzione che riguarda un imprenditore napoletano, alcuni dirigenti della società che si occupa di gran parte degli acquisti della pubblica amministrazione (la CONSIP, appunto, detta anche la “centrale acquisti”), Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sport Luca Lotti, anche lui molto vicino a Renzi. L’inchiesta ha due filoni principali. Nel primo l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, arrestato ieri, è accusato di aver corrotto un funzionario di CONSIP e aver promesso denaro a Tiziano Renzi. Nel secondo filone l’attuale ministro dello Sport Lotti è accusato, insieme ad altri dirigenti e ufficiali delle forze dell’ordine, di aver detto ad alcuni dirigenti CONSIP che c’era un’indagine in corso nei loro confronti. Nel 2013, Romeo fece una donazione da 60 mila euro, tramite la società Isfavim, alla Fondazione Open, che ha finanziato la campagna elettorale di Matteo Renzi alle primarie di quell’anno.

Il filone più importante, al momento, sembra quello che riguarda Romeo e Tiziano Renzi. Romeo è un importante imprenditore napoletano le cui attività vanno dagli hotel di lusso alle imprese di pulizie, che spesso lavorano in appalto per la pubblica amministrazione. Anche nel 2008 fu arrestato con l’accusa di corruzione, ma fu assolto da ogni accusa. Secondo i magistrati, che basano le loro ipotesi sul contenuto di intercettazioni e interrogatori, negli ultimi anni Romeo avrebbe provato a ottenere una serie di appalti da CONSIP, ma le sue società non disponevano delle competenze tecniche necessarie a partecipare ai complicati bandi di CONSIP. Inoltre, Romeo sosteneva di subire la concorrenza sleale di altre imprese che grazie ai loro agganci politici riuscivano a sottrargli gli appalti più importanti.

Per questa ragione Romeo avrebbe corrotto un dirigente di CONSIP, Marco Gasparri, che ha deciso di collaborare con i magistrati, perché lo aiutasse a compilare i bandi e rispondere correttamente alle osservazioni mosse dalla commissione incaricata di esaminarli. Secondo i magistrati Gasparri ricevette 5 mila euro in contanti nel 2012, mentre nei due anni successivi avrebbe ricevuto in tutto altri 100 mila euro. Uno degli appalti che interessavano Romeo è quello che i giornali hanno definito “l’appalto più ricco d’Europa”: il cosiddetto “Facility Management 4″, che vale in tutto più di due miliardi e mezzo di euro. L’appalto è diviso in 18 “lotti” diversi per l’assegnazione di servizi diversi, e Romeo era interessato ad alcuni di questi.

Sempre secondo i magistrati, un altro canale che Romeo avrebbe utilizzato per avere un trattamento di favore da CONSIP passava per il padre di Matteo Renzi, Tiziano. Romeo, scrivono i magistrati, avrebbe promesso dei soldi all’imprenditore Carlo Russo per poter incontrare Tiziano Renzi e far sì che questi, a sua volta, facesse pressioni su CONSIP. Secondo i magistrati Romeo avrebbe promesso del denaro anche a Tiziano Renzi in cambio di un aiuto a incontrare Luca Lotti e Luigi Marroni, capo di CONSIP. Questa è considerata la parte più fragile dell’inchiesta, basata soprattutto su alcune intercettazioni in cui Romeo sosteneva di avere contatti “ai più alti livelli” della politica e su alcuni bigliettini ritrovati in una discarica che i magistrati ritengono provenire dagli uffici di Romeo. Non è chiaro perché sulle tonnellate di rifiuti presenti in una discarica i magistrati ritengano che questi bigliettini vengano dagli uffici di Romeo. Su questi pezzi di carta strappati, poi, ci sarebbero iniziali come T. (che secondo i magistrati starebbe per “Tiziano Renzi”, con una certa fantasia), L. (per “Luca Lotti”, idem) e M. (per “Luigi Marroni”, di nuovo), con accanto date di incontri o cifre che i magistrati ipotizzano fossero state promesse ai vari contatti di Romeo. Nessuno di quei presunti incontri e pagamenti però è mai avvenuto, per quel che ne sappiamo oggi.

Come ha scritto Marco Lillo pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano, infatti, «è bene sottolineare che nessuno dei pagamenti ipotizzati e nessuno degli incontri con M. e L., se sono davvero Marroni e Lotti, si è poi realizzato. Va detto inoltre che Tiziano Renzi non partecipa a un solo colloquio. Va ribadito che il babbo dell’allora premier non ha incassato un euro da Romeo e potrebbe essere vittima di un colossale misunderstanding sulla T. o di un colossale millantato credito di Russo». Solo oggi Repubblica ha pubblicato un’intervista in cui un commercialista di Napoli parla di un incontro tra Tiziano Renzi, Romeo e Russo, ma aggiunge che non ne è stato testimone ed è stato lo stesso Romeo a parlargliene.

Il secondo filone dell’inchiesta sembra al momento più solido. L’indagine riguarda il ministro dello Sport Luca Lotti, che è sospettato di rivelazione di segreto e favoreggiamento. Secondo la ricostruzione dei giornali, l’amministratore di CONSIP, Luigi Marroni, avrebbe detto ai magistrati di essere stato avvertito da Lotti di un’indagine sulla sua società. Marroni avrebbe ricevuto lo stesso avvertimento anche da due alti ufficiali dei carabinieri. In seguito a queste informazioni, Marroni avrebbe fatto bonificare il suo ufficio da una ditta specializzata che avrebbe trovato alcune microspie. Marroni ha confermato quest’ultimo episodio in un’intervista a Repubblica uscita oggi, ma non ha voluto confermare il coinvolgimento di Lotti né la circostanza che lo ha spinto a cercare delle microspie nel suo ufficio. Lotti non ha mai voluto spiegare pubblicamente le accuse è si è limitato a dichiarare di essere “tranquillo”.

L’inchiesta CONSIP è partita da un’indagine della procura antimafia di Napoli sui presunti legami con la camorra di alcuni dipendenti di Romeo impiegati nell’ospedale Cardarelli, uno dei più grandi del sud Italia. L’indagine era condotta dal pubblico ministero Henry John Woodcock, un magistrato famoso per le sue indagini che dalla procura di Potenza, dove lavorava fino a pochi anni fa, arrivavano a coinvolgere personaggi importanti in tutto il resto del paese (qui avevamo raccontato la sua storia). Spesso le sue inchieste si sono risolte in un nulla di fatto, a volte a causa delle scarse risorse e del modo caotico e disordinato con cui erano state condotte. Dall’indagine sul Cardarelli, utilizzando moltissimo le intercettazioni telefoniche e ambientali, Woodcock ha esteso la sua inchiesta alla CONSIP e alle relazioni di Romeo con i dirigenti della società e imprenditori toscani come Russo e Tiziano Renzi. A quel punto, la procura antimafia di Napoli si è accordata con la procura di Roma. Quest’ultima si sta occupando di tutti i reati legati a CONSIP, mentre quella di Napoli rimane competente per gli appalti del Cardarelli ed eventuali collegamenti degli indagati con organizzazioni mafiose.

Fonte: Il Post

In Finlandia è entrata in vigore la legge sui matrimoni gay

Dopo un lungo percorso durato più di due anni, dal 1 marzo le coppie finlandesi dello stesso sesso potranno sposarsi e adottare bambini

La Finlandia è tra gli 11 paesi europei e i 22 mondiali in cui il matrimonio per le coppie dello stesso sesso è legale

Il matrimonio omosessuale dal primo marzo 2017 è legge in Finlandia. Alle coppie omosessuali sarà consentito anche adottare bambini. A partire da questa settimana sono 41 i matrimoni in programma.

Nonostante il matrimonio tra persone dello stesso sesso fosse stato approvato dalla Camera dei deputati nel 2014, in seguito a un'iniziativa popolare che aveva raccolto 167mila firme, una petizione presentata da attivisti conservatori ne aveva rallentato l'entrata in vigore.

La Finlandia è tra gli 11 paesi europei e i 22 mondiali in cui il matrimonio per le coppie dello stesso sesso è legale. Le unioni civili erano entrare in vigore nel paese nel 2002.

Fonte: The Post Internazionale

Il Parlamento europeo ha revocato l'immunità a Marine Le Pen

La candidata alle presidenziali francesi è sotto inchiesta per aver twittato immagini di violenze perpetrate dal sedicente Stato islamico

Il voto della seduta plenaria del Parlamento Ue ha confermato la decisione della commissione per gli Affari legali. Credit: Stephane Mahe

Il Parlamento europeo ha revocato l'immunità alla candidata alle presidenziali francesi Marine Le Pen dopo aver twittato immagini di violenza perpetrate dal sedicente Stato islamico.

La leader del Front National è sotto inchiesta in Francia per aver postato tre immagini di esecuzioni su Twitter nel dicembre del 2015. Tra queste, anche quella della decapitazione del giornalista americano James Foley.

Il voto di giovedì 2 marzo durante la seduta plenaria del Parlamento Ue ha confermato la decisione presa martedì dalla commissione per gli Affari Legali.

L'immunità permetteva alla Le Pen di essere protetta dal procedimento giudiziario. Con la decisione di oggi il Parlamento consente azioni legali contro di lei. Il reato contestato alla leader del Front National può portare fino a tre anni di reclusione e a multe fino a 75mila euro.

Fonte: The Post Internazionale