giovedì 8 luglio 2010

Stracquadanio (Pdl): “Gli aquilani sono incontentabili”

Non sono bastati i manganelli. Adesso sui cittadini dell’Aquila che oggi hanno manifestato a Roma piovono le dichiarazioni dei colonnelli del Pdl. Ne abbiamo selezionato una. Secondo il parlamentare del Pdl Giorgio Stracquadanio gli aquilani sono incontentabili”. Lo ha riferito il deputato del Pd Giovanni Lolli che ha avuto una vivace discussione con il collega. “Gli ho replicato”, ha detto Lolli, “che gli aquilani manifestano legittimamente e gli ho spiegato il senso della manifestazione di oggi”.

mercoledì 7 luglio 2010

Protesta pacifica degli aquilani a Roma. Manganellate ai manifestanti

L'Aquila versa in una situazione critica. Gli aquilani esasperati oggi pomeriggio sono giunti a Roma in migliaia. Volevano protestare davanti al Parlamento perché dal primo luglio hanno ricominciato a pagare le tasse. Due blindati dei carabinieri hanno chiuso l'accesso a via del Corso da piazza Venezia ma un gruppo, un centinaio di persone, ha cercato lo stesso di superare lo sbarramento ed è entrato in contatto con le forze di polizia. Tafferugli e spintoni, tre feriti, ma nessuno è riuscito a superare la barriera delle forze di polizia che sono schierate in assetto antisommossa. A riportare la calma ha pensato il sindaco dell'Aquila Cialente, che è riuscito a convincere i più agitati a fare qualche passo indietro e a tornare a piazza Venezia. Ma negli scontri ha preso delle manganellate. E lo stesso è toccato a 3 persone che facevano parte del servizio d'ordine del corteo.

martedì 6 luglio 2010

Alla Sapienza al via gli esami notturni


Clima rovente all'Università La Sapienza di Roma, non solo per le alte temperature estive. Contro i tagli del governo, i docenti di alcune facoltà hanno scelto una particolare forma di protesta, stabilendo in primis il blocco degli esami e poi decidendo che le prove di luglio alla Facoltà di Lettere si svolgeranno nelle ore notturne. A partire dalla prossima settimana, molti appelli si svolgeranno dalle 21 alle 5 del mattino, a lume di candela. La consolazione è che almeno si sta freschi, ma a parte la battuta è molto triste e delicata questa situazione che si sta delineando. Si rischia il blocco anche per tutto il mese di luglio. "Contro il buio che i tagli del governo vogliono far calare sulla ricerca e la didattica l'Università la Sapienza di Roma si illumina di notte". Questo è lo slogan deciso da diversi docenti.

lunedì 5 luglio 2010

Taranto: disastro ambientale, indagati i vertici Ilva


Svolta nelle indagini sulle emissioni di diossina da parte dello stabilimento Ilva di Taranto. La procura della città ha iscritto nel registro degli indagati quattro persone. Si tratta di Emilio e Nicola Riva, rispettivamente padre e figlio (il primo ha passato al secondo la presidenza dell’Ilva lo scorso 19 maggio), Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, e Angelo Cavallo, responsabile del reparto Agglomerato 2. L’accusa è di disastro ambientale. La decisione della magistratura appare come una diretta conseguenza dell’ispezione giudiziale effettuata nello stabilimento siderurgico lo scorso marzo. Il sopralluogo era finalizzato al controllo dello stato dell’impianto di agglomerazione 2. L’obiettivo era verificare la correttezza delle procedure sulla gestione delle polveri abbattute dagli elettrofiltri in fase di produzione, trattamento, deposito, stoccaggio e smaltimento. Obiettivo ulteriore era l’eventuale individuazione di possibili fonti di diossina, dei soggetti responsabili dei settori interessati e di possibili fonti attive di Pcb, i Policlorobifenili. Il capo della Procura jonica Franco Sebastio ed il sostituto Mariano Buccoliero, titolari dell’inchiesta, hanno chiesto di blindare l’accusa con un incidente probatorio nell’ambito di un accertamento tecnico irripetibile, ovvero una superperizia per identificare una volta per tutte qual è la fabbrica di veleni che produce diossine e pcb in quantità pericolosa per la salute pubblica. Da mesi, da parte di associazioni cittadine ed ambientaliste, si erano sollevati cori di protesta per le incredibili nuvole di fumo, visibili perfino da diversi chilometri, che in particolare di notte si sono alzate dalle ciminiere. Rilievi tecnici curati per l’Arpa, inoltre, avevano scatenato l’allarme dei pcb, composti cancerogeni banditi già dagli anni ’70, prodotti non dalla combustione, come la diossina, bensì utilizzati nei trasformatori elettrici. Nelle scorse settimane, per limitare l’inquinamento cittadino, il sindaco Ippazio Stefàno aveva ordinato all’Ilva di predisporre entro 30 giorni un piano di ottimizzazione degli impianti, secondo le migliori tecniche disponibili (Bat).

La decisione di Stefàno seguiva la diffusione dei risultati dell’indagine compiuta dall’Arpa Puglia, da cui emergeva come le cokerie contribuiscano al 99% all’inquinamento da benzoapirene al quartiere Tamburi. Inoltre, si rileva dai dati dell’Arpa, nel 2009 è stato costantemente superato il valore obiettivo, relativo alle emissioni di benzoapirene, di un nanogrammo per metro cubo d’aria. Scrive l’Arpa: «All’interno delle sorgenti di Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici) dello stabilimento siderurgico, la più rilevante risulta la cokeria, con percentuali rispettivamente del 79,7 (per gli Ipa totali) e del 98,5 (per il benzo(a) pirene)». L’incidenza del traffico è solo dello 0,02% nel quartiere Tamburi. Secondo i calcoli dell’Agenzia, «il bilancio emissivo per l’anno 2009 conferma il predominante apporto dello stabilimento siderurgico alle emissioni in atmosfera di Ipa nell’area di Taranto in misura tale che nessuna delle sorgenti considerate diverse dall’Ilva raggiunge, comunque, lo 0,1% del totale, mentre molte sorgenti risultano di vari ordini di grandezza inferiori». Pcb, diossine e furani sono sostanze classificate come inquinanti persistenti (POPs), molto resistenti alla decomposizione e permangono nell’ambiente per diversi anni.

Tali sostanze, oltre a provocare danni immediati alla salute, una volta riversate nell’ambiente, non essendo biodegradabili, stratificano nei terreni (e vi permangono fino a 20 anni), compromettendo l’ecosistema ed entrando nella catena alimentare. Come, peraltro, dimostrano i risultati di una ricerca condotta dal Fondo antidiossina guidato da Fabio Matacchiera, che ha rilevato presenza di diossine e pcb nelle lumache raccolte «in un terreno agricolo tra Statte e il quartiere Tamburi ». Proprio a ridosso della zona industriale. (Vincenzo Mulè, Terra)

Taranto, l’Ilva e le ciminiere della diossina: abbattute 1500 pecore in Puglia

domenica 4 luglio 2010

I pedaggi dell'Anas e il federalismo degli sprechi


Nonostante le roboanti promesse di “non mettere le mani nelle tasche degli italiani” e la pressione fiscale alle stelle, il ministro Tremonti ha aumentato le tariffe autostradali. Si tratta di una maggiorazione di 1 e 2 euro che i cittadini pagheranno ai caselli dei concessionari, ma solo per la percorrenza effettuata sui raccordi in gestione diretta Anas.

Tremonti, quindi, ha istituito un’altra tassa, di tutte la più odiosa. I pedaggi, infatti, rappresentano una vera e propria tassa occulta a carattere regressivo perché essa non colpisce, in modo selettivo, i più ricchi, ma in modo indifferenziato quelli che prendono le auto, magari i semplici pendolari. Tutti i pedaggi autostradali, d’altronde, in Italia, rappresentano, da sempre, una rendita completamente slegata dai costi di gestione e manutenzione delle reti autostradali. Questo perché, quando le autostrade appartenevano ad Iri, lo Stato legittimamente ricavava dai pedaggi una rendita monopolistica con la quale pagare il nostro welfare. Dopo la cessione della rete ai privati, le pressioni dei poteri forti hanno “congelato” la questione, garantendosi quelle lucrose rendite. In realtà, lo Stato - stretto fra le lobby - le ha cercate tutte per ridurre questo vitalizio degli italiani a favore dei grandi gruppi concessionari: dal price cap, alla Convenzione unica. Ma, in un modo o in un altro, la situazione non è cambiata. Non si tratta solo di favori di questo o quel governo al tal gruppo industriale.

Nel settore autostradale si è realizzata una perniciosa collusione fra gli interessi dei concessionari, dell’Anas (cioè dello Stato) e degli Enti locali a battere cassa a danno dei cittadini. Tutti questi soggetti, infatti, si associano per fare i lavori sulle tratte, e il sistema di mediazione degli interessi si basa sul consensus. Il paradosso è che l’Anas, oggi spa pubblica, è sia controllore che controllato: per quel che riguarda le opere pubbliche, mentre l’Anas-appaltante dovrebbe preferire l’offerta più bassa, l’Anas-appaltata sceglierà l’offerta per la propria massimizzazione dell’utile.

La mossa di Tremonti, allora, è particolarmente pericolosa in vista del nuovo step di federalismo che il governo vuole realizzare: il federalismo delle infrastrutture. Ovvero la cessione delle reti direttamente alle Regioni interessate. Se il governo, infatti, non risolve il problema delle concessioni autostradali sul piano nazionale, questa gioiosa macchina per fare soldi finirà nelle mani proprio di quelle Regioni che, oggi, lamentano di trovarsi senza soldi: esponendole alla forte tentazione di utilizzare i pedaggi, ancora una volta, per battere cassa. Laboratorio di questo progetto è stata la Lombardia dove opera la Cal, creatura di Roberto Formigoni, di proprietà dell’Anas e di una spa controllata dalla Regione Lombardia, la Infrastrutture Lombarde.

Infatti, da quando Cal è subentrata ad Anas come soggetto concedente della BreBeMi spa, società partecipata da Province, associazioni industriali e Intesa Sanpaolo, c’è stato un aumento dei costi gestionali a vantaggio di BreBeMi pari addirittura al 300%. In questa collusione fra interessi del pubblico - con ripartizione dei proventi fra i diversi livelli di governance - e privati, gli unici interessi che non vengono ascoltati sono quelli dei consumatori. Con il paradosso il federalismo tremontiano non taglia i costi, ma gli aumenta.

Fonte: Terranews

sabato 3 luglio 2010

Pedofilia, 20 anni di carcere al sacerdote «sadico»


Un «sadico criminale che ha contribuito a una cultura di paura e depravazione». Ci sono voluti 24 anni per vedere condannato (a quasi 20 anni di carcere) John S. Denham, reo confesso di aver violentato 39 scolari tra il 1968 e il 1986 in diverse scuole e parrocchie a Sydney e in altri centri del Nuovo Galles del sud in Australia. L’uomo, che all’epoca dei crimini era un sacerdote cattolico, è stato giudicato colpevole ieri dal tribunale di Sidney. La maggior parte delle sue vittime frequentava la scuola media St Pius X a Newcastle, dove Denham era responsabile delle punizioni disciplinari. Le lamentele sul comportamento del sacerdote, come oramai siamo abituati a verificare per questioni analoghe, erano rimaste inascoltate dalla curia per tutto il periodo in cui l’uomo ha indossato l’abito talare, e molti ragazzi avevano lasciato la scuola per evitare le sue attenzioni.

Ma è stata sufficiente un’indagine di quattro mesi della speciale task force della polizia del Nuovo Galles del Sud per arrestarlo (ad agosto 2008) e portarlo davanti a un giudice. Questi, in meno di due anni ha considerato fondate le accuse delle 39 vittime, tutte minorenni all’epoca dei fatti. In tribunale Denham (che oggi ha 67 anni) ha ammesso di aver compiuto una «grave violazione di fiducia», e di essersi «eccitato per il dolore» degli alunni a cui infliggeva punizioni corporali. L’ex prete ha poi detto che allora era convinto di essere «irresistibile» e che i ragazzi accettavano le sue avance. Quasi tutte le vittime hanno intentato un’azione collettiva per ottenere un risarcimento milionario contro la diocesi di Newcastle, che ora - come è già accaduto a decine di altre nel mondo per analoghi scandali di pedofilia - rischia la bancarotta.

La Chiesa cattolica d’Australia è da anni nell’occhio del ciclone per «un malinteso orgoglio istituzionale che ha impedito a molti di denunciare» i crimini pedofili. Così, lo scorso 24 maggio, denunciava in una lettera pastorale l’arcivescovo di Canberra e Goulburn, Mark Coleridge, nel lanciare un appello alle gerarchie ecclesiastiche affinché facessero «il possibile per fermare gli abusi sessuali, riconoscendo che molti degli scandali possono essere ricondotti a una cultura presente nella Chiesa».

L’allarme di Coleridge seguiva di pochi giorni prima la notizia di un’indagine a carico dell’arcivescovo di Adelaide, Philip Wilson, presidente della Conferenza episcopale australiana. Il presule è accusato di aver ignorato diversi casi di abusi commessi da sacerdoti negli anni ‘70 e ‘80. «Gli abusi su minori sono crimini - scriveva ancora Coleridge -, e la Chiesa sta penando per trovare il punto di convergenza fra peccato e perdono da una parte, e tra crimine e punizione dall’altra. È chiaro che non vi sia una rapida soluzione e che sarà un lungo viaggio» da condurre «sempre con attenzione rivolta primariamente alle vittime che non abbiamo visto e alle voci che non abbiamo udito».

Uno dei pochi casi in cui tra le gerarchie ecclesiastiche, almeno a parole, l’interesse per le vittime sembra prevalere sulla “ragion di Stato”. O meglio, per usare parole di papa Wojtyla, sul «buon nome della Chiesa».

Fonte: Terranews

venerdì 2 luglio 2010

La storia di Salvatore Nuvoletta, un carabiniere


Sono le 22.00 di uno dei tanti classici e noiosi sabati sera: sono in macchina, e sto andando a prendere una mia cara amica che abita a Marano, nella periferia nord di Napoli.

Non conosco bene le strade, ed all'incrocio con Via Lazio mi imbatto in un segnale stradale che mi fa a dir poco sgranare gli occhi: Via Salvatore Nuvoletta.

Via Salvatore Nuvoletta?

Nuvoletta? Nuvoletta come i Nuvoletta di Marano? Nuvoletta come quelli che fecero uccidere il giornalista Giancarlo Siani? Nuvoletta come uno dei clan più sanguinari e più potenti nella storia della camorra?

Ma com'è possibile che l'Amministrazione Comunale abbia dedicato una strada ad un esponente di un clan? Mi domando. Poi la sbalorditiva sorpresa. Mi avvicino al segnale. Lo scruto bene bene. Leggo in alto, molto più piccolo: "CARABINIERE".

Un sospiro di sollievo. Ma è così, che per caso, un paio di anni fa ho conosciuto e mi sono imbattuto nella storia di Salvatore Nuvoletta, giovane carabiniere ucciso dalla camorra.

La sua è una di quelle biografie tanto brevi quanto imponenti: Salvatore si arruolò giovanissimo, diventò un uomo della legge a soli 17 anni.

Fu assegnato alla Caserma di Casal di Principe: era un Carabiniere a Casal di Principe. Già, è proprio come state pensando. Un Carabiniere a Casal di Principe è proprio come una lancia tra le grinfie di uno squalo. Ma Salvatore fu assegnato lì, e per cinque anni, in attesa di un eventuale avvicinamento.

In seguito all'arresto di Mario Schiavone, nipote di Francesco "Sandokan" Schiavone, ci fu una sparatoria. Un conflitto a fuoco. Menelik, questo il soprannome del pupillo dello zio, fu ucciso.

Proprio quel giorno era il riposo settimanale di Salvatore, ignaro di tutto ovviamente.

Inizia a girare la voce sempre più insistente, che i Casalesi vogliano la testa del carabiniere che ha distrutto il cuore dello zio, e circola sempre di più il nome di Salvatore come capro espiatorio.

La madre riferirà ai magistrati di aver chiesto a Salvatore di andare via in quel momento: "Vattene, vattene! Lascia tutto per un bel po' e vai via!".

"Mamma ma come vado via? Io sono un Carabiniere, non me ne posso andare!", le avrebbe risposto il giovane ma grande uomo di stato.

Siamo nel pieno dell'estate del 1982, e Salvatore è seduto, con un bambino di 9 anni sulle ginocchia, di fronte all'esercizio commerciale di famiglia.

Una bocca scandisce ad alta voce il suo nome: "SALVATORE NUVOLETTA".

Il giovane carabiniere si volta, in un attimo scaraventa il bambino sul marciapiede, ed in un attimo termina la sua semplice e breve vita.

Ed è così che Salvatore venne lasciato sull'asfalto: lo stesso asfalto dal quale oggi nasce un palo ed un rettangolo bianco, con il nome di una strada che si incrocia con Via Lazio, ma soprattutto il nome di una via da perseguire per tanti giovani come lui, umili, coraggiosi ed onesti.

Era il 2 luglio del 1982: 18 anni fa.
Salvatore aveva vent'anni.



"So di dover morire, me lo hanno detto ma non ho paura, io sono un carabiniere."
(Salvatore Nuvoletta)

www.carabinieresalvatorenuvoletta.it/



Fonte: Cogito Ergo Vomito

giovedì 1 luglio 2010

Oggi la manifestazione 'No Bavaglio'

"Un'iniziativa nel segno della Costituzione". Così il Popolo Viola lancia dal suo sito la mobilitazione di oggi per manifestare contro la legge Bavaglio. Una protesta che si svolgerà in tredici piazze italiane e due straniere per dire "No!" al disegno di legge sulle intercettazioni.

I contenuti della legge Bavaglio sono ormai noti, in particolare le forti restrizioni sui reati per cui si autorizzeranno le intercettazioni e sui tempi di realizzazione delle stesse, quindi il silenzio sulle indagini imposto ai magistrati, le multe ai giornalisti e le stangate agli editori che pubblicheranno le conversazioni prima di un processo.