mercoledì 22 marzo 2017

Almeno 33 persone sono morte per un attacco aereo vicino Raqqa

Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani la coalizione a guida statunitense è responsabile dell'attacco

Un attacco aereo ha causato la morte di almeno 33 persone vicino Raqqa. Credits: Reuters

Almeno 33 persone sono morte a seguito di un attacco aereo su una scuola nei pressi di Raqqa. la notizia è stata riportata dall'Osservatorio siriano per i diritti umani.

La coalizione guidata dagli Stati Uniti è considerata responsabile dell'attacco. L'edificio colpito ospitava i rifugiati in fuga dal sedicente Stato Islamico.

Rami Abdulrahman, direttore dell'Osservatorio ha riferito a Reuters che gli attivisti hanno rivenuto i corpi vicino al villaggio di al-Mansura, a ovest di Raqqa. L'attacco sarebbe avvenuto nella notte di lunedì 20 marzo.

Fonte: The Post Internazionale

L’attentato fuori dal Parlamento a Londra

Un'auto ha investito diverse persone sul ponte di Westminster: ci sono 4 morti, compresi l'assalitore e un poliziotto, e almeno 20 feriti

(AP Photo/Matt Dunham)

Nel pomeriggio di oggi, poco dopo le 15:30, c’è stato un attacco a Londra nei pressi del palazzo di Westminster, la sede del Parlamento britannico: quattro persone sono morte, compresi l’assalitore e un poliziotto, e ci sono almeno 20 feriti. .Un’automobile ha investito alcuni pedoni lungo il Westminster Bridge, andando poi a sbattere contro una delle cancellate del Parlamento; un uomo armato con un coltello ha poi ferito un poliziotto, prima che la polizia gli sparasse e lo uccidesse. Il poliziotto è morto poco dopo. La polizia sta trattando l’episodio come un “attentato terroristico”. La seduta del Parlamento è stata sospesa e l’edificio è isolato; il primo ministro britannico, Theresa May, era a Westminster ed è stato scortato in un posto sicuro.

Fonte: Il Post

martedì 21 marzo 2017

I ribelli siriani hanno compiuto un'offensiva nella zona nordorientale di Damasco

L'esercito è impegnato in combattimenti contro gruppi terroristici considerati legati ad al-Nusra nel distretto di Jobar

L'area di Abbasiyin a Damasco. Credits: Reuters

I ribelli siriani hanno lanciato un'offensiva nella zona nordorientale della città di Damasco il 21 marzo 2017. L'attacco ha permesso di riconquistare i territori che l'esercito aveva ottenuto in un assalto compiuto nei giorni precedenti.

Il portavoce dei ribelli, Wael Alwan, ha riferito che i combattenti si sono poi concentrati sulla zona centrale della città: “Stiamo prendendo d'assalto l'area di Abbasiyin”. Il principale gruppo ribelle interessato è il Failaq al Rahman.

L'esercito siriano ha riferito di aver intrapreso uno scontro con i militanti siriani nell'area settentrionale della capitale siriana. Una fonte militare ha definito come “gruppi terroristici” di al-Nusra, precedentemente affiliati ad al-Qaeda, quelli in azione nel distretto di Jobar.

Le forze governative avevano condotto una serie di attacchi aerei contro i ribelli in quella zona nella giornata del 20 marzo.

Fonte: The Post Internazionale

I venti minuti di razzismo e sessismo andati in onda su Rai Uno

Alla Vita in diretta, condotta da Paola Perego, è stato presentato il 18 marzo un servizio dal titolo “La minaccia arriva dall'est. Gli uomini preferiscono le straniere”

I motivi per cui gli uomini sarebbero portati a scegliere una donna dell'est

Il 18 marzo su Rai Uno sono andati in onda 20 minuti di siparietto in cui si faceva fatica a capire se indignarsi per il sessismo, per il razzismo, per la tristezza del dibattito, o per tutte e tre le cose insieme.

Un'ondata di sdegno in rete si è riversata sul programma Parliamone sabato, rubrica della Vita in diretta, condotta da Paola Perego, dove è stato presentato un servizio dal titolo: “La minaccia arriva dall'est. Gli uomini preferiscono le straniere”. Con un sottotitolo ancora più bello: “Sono rubamariti o mogli perfette?”.

In studio, protagonisti dell'infelice dibattito c'erano la conduttrice Marta Flavi, il direttore di Novella 2000 Roberto Alessi, l'ex Miss Italia Manila Nazzaro, l'attore Fabio Testi, una ragazza origine ucraina di nome Marina e una coppia formata da un uomo di Savona e una donna siberiana.

Il primo commento è per il fisico: quelle dell'est, sono tutte belle e dal corpo statuario.

“Sono geneticamente modificate”, dice la Perego, iniziando a leggere i motivi per cui gli uomini sarebbero portati a scegliere una donna dell'est.

1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo.

2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni.

3) Perdonano il tradimento.

4) Sono disposte a far comandare il loro uomo.

5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa.

6) Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio.

E lì si apre un acceso dibattito tra gli ospiti in sala, che rivolgono le domande alle donne dell'est presenti in studio. È vero che in casa non usate mai i piagiamoni? È vero che perdonate il tradimento?

“Se per caso l'uomo italiano ha qualche difficoltà nell'approccio finale con la donna, la brutta figura la fa l'uomo”, commenta Fabio Testi, tra le risate in studio e gli applausi. “Mentre se una donna russa vede che l'uomo non riesce a ottenere l'orgasmo, è lei che si sente in colpa. La femminilità esce in un altro modo.

“Alla fine te la sei sposata italiana no?”, chiede Manila Nazzaro con aria di compiacimento a Testi, difendendo la femmina di pura razza italiana.

Altro momento di grande spessore è il servizio che va in onda sulle agenzie che si occupano di far incontrare il maschio italiano e la donna dell'est, tramite un sito su cui sono caricate le schede con le caratteristiche delle donne, con tanto di descrizione fisica, segno zodiacale e lingue parlate.

Si torna in studio, e alla domanda “È vero che deve essere l'uomo a comandare?”, le due donne ucraine e siberiane rispondono di sì, che ci deve essere rispetto, ma è l'uomo a comandare.

A quel punto Perego mette in scena un altro siparietto, e fa finta di alzarsi e andare via dallo studio sdegnata da questa frase, come se la cornice in cui quella risposta era inserita fosse più edificante.

Il dibattito continua, fino alle domande conclusiva. La prima rivolta alla miss italiana: “Perché meglio le donne italiane?”. L'altra rivolta alle due donne ucraine e russe: “Perché meglio le donne dell'est?”.

Tanto allucinante è il dibattito che non si fa in tempo a essere basiti per il sessismo trasudante che un minuto dopo ci si ritrova a indignarsi per tanto razzismo.

Forse vale la pena ricordare che questa trasmissione è andata in onda non in uno squallido salotto di una tv locale ma su Rai Uno, in una rubrica della Vita in diretta.

Letteralmente sommersi dalle critiche in rete, i responsabili del canale televisivo hanno ammesso l'errore. “Gli errori vanno riconosciuti sempre, senza se e senza ma. Chiedo scusa a tutti per quanto visto e sentito a #Parliamonesabato”, ha twittato il direttore di Rai Uno, Andrea Fabiano.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 20 marzo 2017

Due giornalisti di Report sono stati liberati dopo l'arresto in Congo

Luca Chianca e Paolo Palermo erano stati fermati il 15 marzo mentre conducevano un'inchiesta su una tangente Eni in Nigeria

Uno screenshot del video pubblicato su Facebook con il momento dell'arrivo dei due giornalisti all'aeroporto di Fiumicino

Due giornalisti della trasmissione di Rai 3 Report sono stati liberati il 20 marzo 2017 dopo essere stati fermati in Congo. Luca Chianca e Paolo Palermo erano stati trattenuti nel paese africano dove stavano indagando sullo sfruttamento del giacimento “Opl245” in Nigeria e su una presunta tangente Eni.

I dettagli della vicenda sono stati resi noti sul sito della trasmissione. Le autorità non avevano comunicato la notizia del fermo che era avvenuto il 15 marzo per non influire negativamente sull'attività della diplomazia italiana.

I servizi di sicurezza del Congo hanno arrestato i due giornalisti a Pointe-Noire mentre si trovavano in albergo, dopo una loro intervista a un imprenditore italiano, Fabio Ottonello. Chianca e Palermo sono stati accusati di essere sprovvisti del visto per i giornalisti.

Gli inviati di report non sono riusciti a salvare il materiale video dell'intervista perché la trasmissione si è interrotta per un blocco della connessione internet. “I due giornalisti sono stati trasportati nel palazzo della Direction de la Surveillance du Territoire, dove sono stati segregati per tre giorni e due notti, seduti su una sedia di plastica, in una stanza di due metri quadrati invasa dagli insetti”, si legge sul sito di Report.

I due inviati sono arrivati alle 4.30 del 20 marzo all'aeroporto di Fiumicino.

Fonte: The Post Internazionale

Attacchi aerei hanno colpito la parte orientale di Damasco dopo un assalto ribelle

Il gruppo Tahrir al-Sham ha rivendicato l'offensiva nella quale sarebbe stato danneggiato anche un edificio dell'ambasciata russa in Siria

Attacchi aerei nella zona est di Damasco. Credits: Reuters

Le forze governative siriane hanno condotto una serie di attacchi aerei nella zona di Jobar, nella zona orientale di Damasco, capitale della Siria. La notizia è stata riferita da Rami Abd el-Rahman dell'Osservatorio siriano per i diritti umani. L'offensiva è una risposta all'attacco ribelle del 19 marzo.

Le forze ribelli alleate del gruppo Jabhat Fateh al-Sham avevano fatto esplodere due auto bomba nella zona di Jobar. Successivamente si erano diretti nell'area di Abbasiyn Square dove avevano colpito diversi edifici e lanciato razzi verso altre zone della città. Il gruppo ribelle Ahrar al-Sham ha comunicato di aver "liberato" l'area dalle forze governative, obiettivo dell'attacco. L'assalto è stato rivendicato dal gruppo Tahrir al-Sham.

L'ambasciatore russo in Siria ha riferito che uno degli edifici dell'ambasciata della capitale siriana è stato danneggiato dall'offensiva ribelle.

Secondo quanto riferito da rami Abd el-Rahman dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, le forze governative hanno risposto con una serie di attacchi aerei nella zona di Jobar.

La televisione di stato siriana ha comunicato che le forze governative hanno ottenuto il controllo delle aree in mano ai ribelli.

Fonte: The Post Internazionale

Il Regno Unito darà il via alla Brexit il 29 marzo

La premier Theresa May invocherà l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona per l'uscita dall'Unione europea

La premier britannica Theresa May. Credits: Reuters

Il Regno Unito scriverà ufficialmente alle istituzioni europee il 29 marzo per invocare l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. La richiesta darà il via all'uscita del paese dall'Unione europea. Lo ha dichiarato il 20 marzo James Slack, il portavoce della premier britannica Theresa May.

La data è stata comunicata da Tim Barrow, rappresentante permanente del Regno Unito presso l’Ue, al Consiglio europeo.

Dal 29 marzo comincerà a decorrere il periodo di tempo di due anni al termine del quale il Regno Unito sarà fuori dall'Unione anche se non dovesse arrivare l'accordo tra Londra e Bruxelles. L'intenzione di Theresa May è stata comunicata agli uffici del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Il portavoce dell'esecutivo dell'Unione, Margaritis Schinas, ha comunicato che la Commissione europea è pronta ad avviare i negoziati. “È tutto pronto da questo lato”, ha detto. Il dialogo con il governo britannico comincerà solo dopo che tutti gli stati membri abbiano dato mandato alla Commissione di negoziare.

Fonte: The Post Internazionale

I socialdemocratici tedeschi confermano Schulz come loro leader

L'ex presidente del parlamento europeo sarà lo sfidante di Angela Merkel alle elezioni presidenziali di settembre 2017

Il presidente dell'Spd Martin Schulz. Credits: Reuters

Il partito social-democratico tedesco ha confermato il 19 marzo Martin Schulz come suo leader. L'ex presidente del parlamento europeo è stato eletto con il 100 per cento delle preferenze. Guiderà lo schieramento nelle prossime elezioni presidenziali contro Angela Merkel nel settembre 2017.

Ecco come Schulz ha superato Kurt Schumacher, Willy Brandt e Gerhard Schroeder. “L'Spd è tornato! Noi siamo tornati!”, ha detto Schulz ai 600 delegati che all'unanimità si sono espressi sulla sua figura sia come leader del partito che come sfidante di Merkel alla tornata elettorale del 24 settembre.

Nel suo primo discorso come candidato dell'Spd, Schulz ha ribadito la centralità della Germania nell'Unione europea. I dettagli sul suo programma elettorali saranno rivelati nel mese di giugno 2017. Dall'annuncio della sua candidatura, il partito ha guadagnato già dieci punti percentuali nei sondaggi.

“Vogliamo che l'Spd sia lo schieramento politico più forte dopo le elezioni così che abbia il mandato per rendere questo paese migliore e più equo e per dare alla popolazione il rispetto che merita. Io voglio essere il prossimo Cancelliere tedesco”, ha aggiunto.

Il neo presidente ha anche fatto riferimento alla necessità di equiparare le paghe tra uomini e donne tedeschi e ha sottolineato il suo impegno per l'istruzione gratuita.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 19 marzo 2017

In ricordo di don Peppe Diana


Sono trascorsi 23 anni dall'uccisione di don Peppe Diana, il parroco assassinato per mano della camorra. Era il 19 marzo del 1994. Don Peppe aveva deciso di rimanere a Casal di Principe, dove portava avanti una lotta ai clan fatta di emancipazione culturale e risveglio delle coscienze. Gli spararono in faccia. Fu la camorra a ucciderlo. Sognava una Casal di Principe non più in ginocchio davanti alla camorra, in un posto dove anche certi sogni sono proibiti.

'Per amore del mio popolo non tacerò' (don Peppe Diana)

Chi era Chuck Berry

Storia e musica di uno dei chitarristi più famosi di sempre, considerato tra gli inventori del rock and roll, morto ieri a 90 anni

Chuck Berry in concerto a St. Louis nel 1986. (AP Photo/James A. Finley)

Chuck Berry, uno dei più famosi e importanti chitarristi rock di sempre, che negli anni Cinquanta rivoluzionò il modo di suonare la chitarra elettrica e contribuì alla nascita del rock and roll, è morto sabato a 90 anni nella sua casa di St. Charles County, in Missouri. La notizia è stata data su Facebook dalla polizia della città, che ha detto di aver risposto a una chiamata d’emergenza intorno alle 12.40 di pomeriggio, ora locale. Berry è stato una delle figure più riconoscibili della storia della musica americana, con le sue chitarre rosse, le camice dai colori accesi, il cappello da marinaio e il suo stile travolgente sul palco. Prese elementi e sonorità del blues, del country, del rockabilly, del boogie-woogie, e li mischiò creando quella che sarebbe diventata la musica più importante della seconda metà del secolo scorso, il rock and roll. Insieme a gente come Elvis Presley, Little Richard, Fats Domino e Bill Haley, Berry fu la figura più importante nel passaggio dai generi musicali tradizionali americani a quello che li racchiudeva tutti e che in un certo senso li avrebbe superati tutti.



Berry era nato con il nome di Charles Edward Anderson Berry il 28 ottobre 1926 a St. Louis, in Missouri, e crebbe in un ghetto afroamericano dove entrò in contatto fin da subito con i blues, il jazz e il gospel. Quando era ancora a scuola, venne arrestato per rapina a mano armata, per aver derubato alcuni negozi a Kansas City. Passò tre anni in riformatorio, dopodiché si diplomò come barbiere e lavorò per un po’ in un salone da estetista. Si sposò nel 1948 ed ebbe la prima figlia due anni dopo: per arrotondare cominciò a suonare la chitarra, che aveva imparato a suonare da ragazzo, in alcune band locali. Si unì al Sir John’s Trio, guidato dal pianista Johnnie Johnson, il gruppo nel quale perfezionò la sua tecnica e cominciò a cambiare radicalmente la musica di quel periodo, anticipando quelli che sarebbero stati i gusti di generazioni di giovani nei decenni successivi.

Berry prese dal chitarrista texano T-Bone Walker una tecnica poco diffusa, cioè quella di suonare due corde della chitarra contemporaneamente durante gli assoli: da allora si chiama “Chuck Berry lick”, e fu poi usato in innumerevoli assoli degli anni Sessanta e Settanta. Oltre a unire generi tipici del sud degli Stati Uniti al blues e il country, Berry cambiò per sempre il modo in cui un chitarrista stava su un palco durante un concerto. Ballava, si muoveva in modi mai visti e provocatori, faceva assoli compulsivi e traumatici per quelli che erano gli standard dell’epoca. Nel 1955 andò a Chicago per sentire il grande chitarrista blues Muddy Waters, che gli propose di unirsi alla casa discografica per cui lavorava, la Chess Records, e registrare una canzone. Si chiamava inizialmente “Ida Red” e parlava di inseguimenti d’auto e ragazze da conquistare: il proprietario dell’etichetta, Leonard Chess, intuì il potenziale di una musica così trascinante che parlasse di temi vicini ai giovani, e accettò di registrarla, cambiandole il nome in “Maybellene”.



Berry aveva una dizione quasi perfetta e senza accento, molto diversa da quella dei bluesman afroamericani di quel periodo, tanto che in alcune canzoni poteva essere scambiato per un bianco. Oltre alla sua voce appuntita, a diventare immediatamente riconoscibile fu il suono della sua chitarra, stridente ed aggressivo, quasi distorto, che insieme al pianoforte riprendeva il ritmo incalzante scandito da basso e batteria, e che sarebbe stato alla base del rock dei decenni successivi. Anche grazie al disc jokey Alan Freed, che la passò continuamente nel suo programma, “Maybellene” arrivò al quinto posto della classifica di Billboard nel 1955. Alla fine degli anni Cinquanta, quando Berry aveva circa trent’anni, registrò le sue canzoni più famose, con testi che parlavano di avventure liceali e bravate da ragazzini. Uscirono canzoni come “School Day”, “Rock and Roll Music”, “Roll Over Beethoven” e “Johnny B. Goode”, probabilmente la sua più famosa di sempre, che raggiunsero sempre i primi posti delle classifiche. Fece tour e recitò anche in alcuni film, e anticipò un altro grande elemento centrale del rock, quello scenico, diventando famoso per i suoi concerti in cui ballava mentre suonava la chitarra. La “duck walk”, la sua famosa camminata ciondolante con la chitarra in mano, sarebbe stata ripresa tale e quale vent’anni dopo da Angus Young, il chitarrista degli AC/DC.



Con il tempo Berry abbandonò parte della retorica giovanile per fare canzoni con testi più seri, anche su temi come le discriminazioni razziali. Entro l’inizio degli anni Sessanta, le sue canzoni avevano influenzato una nuova generazione di musicisti molto più giovani di lui, dai Beatles ai Rolling Stones agli Yardbirds ai Beach Boys, che in Inghilterra e in California ripresero le sue invenzioni per i loro primi dischi, in cui spesso registrarono delle vere cover. Con il successo aprì un locale a Saint Louis, dove fece molti investimenti, ma fu arrestato nel 1959 per aver avuto una relazione con una ragazza di 14 anni e averla portata in macchina da uno stato all’altro. Uscì di prigione nel 1964, quando sua moglie lo aveva lasciato. La sua vena creativa si era un po’ spenta, anche se intorno alla metà degli anni Sessanta fece uscire alcune canzoni di successo, come “You Never Can Tell”, che divenne famosa poi per il film di Quentin Tarantino “Pulp Fiction”. Continuò a registrare dischi per tutti gli anni Sessanta, passando alla Mercury Records e tornando alla Chess negli anni Settanta, registrando nel 1972 “My Ding-a-Ling”, che fu un enorme successo, e la sua prima canzone a finire al primo posto delle classifiche pop.



Nel 1979 suonò per il presidente Jimmy Carter, e tre giorni dopo fu nuovamente condannato alla prigione per evasione fiscale. Nel 1990 ebbe altri problemi legali per possesso di marijuana e per il ritrovamento di nastri di telecamera con riprese nel bagno delle donne di un suo ristorante. Nel 1986 fu tra il primo gruppo di musicisti a essere ammesso nella Rock and Roll Hall of Fame. Suonò anche all’inaugurazione del relativo museo, nel 1995 a Cleveland, insieme a Bruce Springsteen e alla E Street Band. A partire dal 1996, si esibì una volta a settimana in un club di St. Louis, fino allo scorso 24 ottobre. L’anno scorso aveva annunciato a sorpresa che avrebbe pubblicato un nuovo disco, a quarant’anni di distanza dall’ultimo. Dovrebbe uscire a giugno, con il nome di Chuck.



Fonte: Il Post

Le ragioni del voto su Augusto Minzolini

Le spiega in una lettera a Repubblica il senatore Ichino, che ha votato contro la decadenza, pur “detestandolo”

Il senatore Augusto Minzolini in Senato, il 2 ottobre 2015 (ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI)

Il senatore del Partito Democratico Pietro Ichino ha scritto una lettera al direttore di Repubblica Mario Calabresi per spiegare perché insieme ad altri diciotto senatori del suo partito ha votato contro la decadenza di Augusto Minzolini da senatore. Il 16 marzo il Senato ha respinto la richiesta di decadenza dovuta alla condanna definitiva a 2 anni e sei mesi subita da Minzolini per peculato continuato. Ichino scrive di detestare «il modo in cui Minzolini intende il giornalismo», e che prima di votare sapeva già che «il PD sarebbe stato accusato di un accordo nascosto con Forza Italia», ma spiega che secondo lui alcuni punti della vicenda che ha riguardato Minzolini non tornano, e lo hanno portato a votare contro la sua decadenza.


Caro Direttore, dopo il fondo di Massimo Giannini di ieri, intitolato “L’onore rinnegato”, sento il dovere di render conto ai lettori di Repubblica dei motivi della mia scelta di giovedì in Senato sulla decadenza di Augusto Minzolini da senatore. Quando mi sono accinto a studiare il dossier relativo al suo caso ero orientato a votare a favore della sua decadenza dal seggio di senatore; sentivo dire da tutti, nel gruppo PD: “la sentenza di condanna è passata in giudicato, si applica la legge Severino”. In queste ultime due legislature, in quasi tutti gli altri casi analoghi precedenti avevo votato per la decadenza del parlamentare, o per la concessione dell’autorizzazione richiesta dal giudice. In questo caso, però, come nel caso Azzollini del 2015, esaminando la vicenda più da vicino, mi sono sorti dei dubbi, che si sono rafforzati durante il dibattito in Aula. Soprattutto ascoltando l’intervento di Corradino Mineo, anche lui ex-dipendente RAI, oggi senatore del gruppo della Sinistra Italiana, che ha spiegato i motivi per cui considerava sostanzialmente sbagliato l’esito della decadenza di Minzolini, ma votava per la decadenza, considerandolo “un atto obbligato dalla legge”. Questa motivazione proprio non regge: se al Senato si chiede di votare, ciò significa che una funzione di controllo di ultima istanza gli è attribuita; altrimenti la legge avrebbe stabilito che a seguito della sentenza passata in giudicato il presidente del ramo del Parlamento interessato dichiarasse senz’altro la decadenza del senatore o deputato condannato.



Fonte: Il Post

sabato 18 marzo 2017

Il nuovo partito di Alfano si chiama Alternativa Popolare

Lo ha annunciato oggi a Roma, all'ultima assemblea nazionale di quello che fino a ieri si chiamava Nuovo Centrodestra

(ANSA/ANGELO CARCONI)

Sabato mattina a Roma si è tenuta un’assemblea nazionale del Nuovo Centrodestra, il partito politico fondato dal ministro degli Esteri Angelino Alfano. Come già si sapeva, è stato annunciato il nuovo nome del partito: Alternativa Popolare. Oltre ad Alfano, all’assemblea c’erano i ministri Beatrice Lorenzin ed Enrico Costa, Roberto Formigoni, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Lupi. Oltre al simbolo, un cuore giallo su uno sfondo blu, Alfano ha anche detto che lo slogan del nuovo partito sarà “Il coraggio di costruire. Insieme”.



Fonte: Il Post

La sparatoria all’aeroporto di Parigi Orly

Un uomo è stato ucciso dopo che aveva provato a rubare la pistola a una soldatessa: non ci sono feriti tra i passeggeri, l'aeroporto è stato evacuato

(CHRISTOPHE SIMON/AFP/Getty Images)

Sabato mattina un uomo è stato ucciso dalle forze dell’ordine francesi dopo che aveva provato a rubare la pistola a una soldatessa all’aeroporto di Parigi Orly, che si trova nella periferia sud della capitale francese. Non ci sono stati feriti tra i passeggeri durante la sparatoria. L’uomo, ha spiegato il ministro dell’Interno Bruno Le Roux, ha buttato a terra la soldatessa – che fa parte dell’aeronautica francese – e ha provato a toglierle l’arma: altri due soldati che erano con lei hanno sparato all’uomo, uccidendolo. Le Roux ha detto che l’aggressore era conosciuto dalla polizia francese, e che secondo le informazioni disponibili è lo stesso che circa un’ora e mezza prima, verso le sette di mattina, aveva sparato contro un agente di polizia dopo essere stato fermato a un posto di blocco a Garges-lès-Gonesse, una località vicino a Saint-Denis, a nord di Parigi. L’agente di polizia è rimasto lievemente ferito alla testa. L’uomo è stato poi avvistato nuovamente in un bar di Vitry-sur-Seine, poco a nord dell’aeroporto, dove ha rubato un’altra automobile minacciando una donna con una pistola, prima di raggiungere l’aeroporto.

I giornali francesi scrivono che l’aggressore era francese ed era nato nel 1978. Era già stato arrestato nel marzo del 2016, scrive Le Figaro, e aveva precedenti per rapina a mano armata e traffico di stupefacenti. Citando una fonte di polizia, Le Figaro scrive che l’uomo si era radicalizzato.

Subito dopo l’aggressione è stata condotta un’operazione di polizia per verificare che l’aeroporto fosse sicuro e che l’aggressore non avesse con sé dell’esplosivo: i passeggeri sono stati evacuati, e molti voli sono stati dirottati all’aeroporto di Parigi Charles De Gaulle. L’operazione è conclusa, ma l’aeroporto è ancora chiuso. Il portavoce del ministero dell’Interno Pierre-Henry Brandet ha detto che è stata avviata un’indagine per stabilire se l’aggressione avesse scopi terroristici: ha definito questa ipotesi «probabile», visto che l’uomo ucciso era già conosciuto dalla polizia.


Reuters dice che secondo alcune sue fonti il padre e il fratello dell’uomo ucciso sono stati fermati dalla polizia.

Fonte: Il Post

venerdì 17 marzo 2017

C’è un preoccupante aumento dei casi di morbillo

Nei primi mesi di quest'anno sono stati il 230 per cento in più rispetto allo stesso periodo nel 2016: la causa principale è il calo delle vaccinazioni

(Paula Bronstein/Getty Images)

Da ieri si parla molto di un comunicato del ministero della Salute nel quale viene definito “preoccupante” l’aumento del numero di casi di morbillo in Italia, dovuto principalmente a una sensibile riduzione delle vaccinazioni, il sistema più efficace per tenere sotto controllo il virus che causa la malattia. Al di là di qualche titolo eccessivamente allarmista sui giornali, il problema non deve essere sottovalutato: potrebbe causare un’ulteriore diffusione della malattia, che in alcuni casi può portare a serie complicazioni, talvolta letali.

I numeri
Da inizio anno il ministero della Salute ha rilevato più di 700 casi di morbillo in tutta Italia, il 230 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando erano stati rilevati 220 casi (quindi oltre il triplo). Il dato è ulteriormente preoccupante se messo a confronto con il numero complessivo di casi di morbillo di tutto l’anno scorso: 844. In poco più di due mesi si è già quasi raggiunta la quantità di contagi rilevati in un anno intero. Più della metà dei casi di morbillo rientra nella fascia di età tra i 15 e i 39 anni, con un aumento dei contagi tra medici, infermieri e più in generale in ambito sanitario. Le regioni maggiormente interessate sono Piemonte, Lazio, Lombardia e Toscana.

Morbillo
Il morbillo è una malattia infettiva del sistema respiratorio, è causata da un virus ed è altamente contagiosa. Si trasmette per via aerea e chi la contrae diventa contagioso circa tre giorni prima dei sintomi e fino a una settimana dopo la comparsa delle pustole rosse su buona parte del corpo (esantema). La malattia, oltre allo sfogo cutaneo, causa tosse, raffreddore e febbre alta, che di solito raggiunge picchi intorno ai 40 °C. Il morbillo può essere la causa di molte complicazioni, dalla polmonite all’encefalite (una pericolosa infezione che interessa il cervello e il resto del sistema nervoso centrale contenuto nella scatola cranica) passando per otiti di media entità. Nel 2012 secondo l’OMS ci sono state 122mila morti riconducibili al morbillo, circa 330 morti ogni giorno. L’ultima epidemia in Italia, registrata nel 2002, ha causato la morte di sei persone e ha portato a 15 casi di encefalite.

Vaccinazione
Il vaccino trivalente MPR, gratuito e consigliato dai medici, consente di immunizzare i nuovi nati da tre malattie molto comuni nei primi anni di vita e che possono portare a complicazioni pericolose: parotite (gli “orecchioni”), rosolia e appunto il morbillo. Semplificando molto, la vaccinazione consiste nella somministrazione dei virus non vitali (quindi in forma ampiamente depotenziata) che causano le tre malattie, in modo da stimolare una risposta immunitaria da parte dell’organismo che impara a riconoscere i virus e a contrastarli tenendoli sotto controllo. Il sistema immunitario mantiene una memoria che gli potrà servire nel caso in cui entri a contatto con il virus vero e proprio.

Il vaccino MPR negli anni ha permesso di immunizzare centinaia di milioni di persone in tutto il mondo e di salvare la vita a molte di loro, ma è osteggiato dai movimenti contro i vaccini, nati soprattutto in seguito alla disinformazione e a un vecchio e fraudolento studio scientifico del 1998, da tempo smentito da tutte le più importanti organizzazioni sanitarie del mondo compresa l’OMS e ritirato dalla stessa rivista The Lancet, che lo aveva pubblicato alla fine degli anni Novanta. Il presunto rapporto tra vaccini e autismo non è mai stato dimostrato da nessuna ricerca scientifica, ma questo non ha impedito nei tempi recenti ad alcuni magistrati in Italia di emettere discutibili ordinanze e sentenze che hanno contribuito a fare aumentare le diffidenze da parte dei genitori che devono decidere se vaccinare o meno i loro figli.

Rifiuto dei vaccini
Nel comunicato del ministero della Salute si legge che l’aumento della circolazione del morbillo in Italia è dovuto in gran parte “al numero crescente di genitori che rifiutano la vaccinazione, nonostante le evidenze scientifiche consolidate e nonostante i provvedimenti di alcune regioni che tendono a migliorare le coperture interagendo con famiglie e genitori”. I dati confermano la crescente diffidenza verso uno strumento sanitario così importante: nel 2015 la copertura vaccinale contro il morbillo nei bambini fino a 24 mesi di età (la vaccinazione è consigliata entro i primi due anni di vita) è stata dell’85,3 per cento, il 10 per cento più bassa del 95 per cento indicato dagli esperti e dalle principali organizzazioni sanitarie internazionali come soglia minima per fermare la circolazione del morbillo nella popolazione.

Raccomandato, ma non obbligatorio
La somministrazione del vaccino MPR è fortemente consigliata dal ministero della Salute, ma non è obbligatoria, perché le attuali leggi non prevedono obblighi veri e propri. L’ultima parola sul vaccinare o meno i propri figli spetta ai genitori e non c’è possibilità di obbligarli in un senso o nell’altro. Pediatri, medici di famiglia e altri operatori sanitari devono comunque seguire le linee guida del ministero, informando i genitori sull’importanza della vaccinazione per tutelare la salute dei loro figli e quella dell’intera comunità.

Un aspetto che viene spesso sottovalutato è proprio legato alla necessità di dare protezione attraverso i vaccini anche a chi non si può vaccinare, non per scelta ma per particolari condizioni mediche (di solito gravi) che sconsigliano la vaccinazione. Se la maggior parte della popolazione è vaccinata, si riduce enormemente il rischio di contagio anche per chi non ha potuto ricevere il vaccino (o nei rari casi in cui non ha fatto completamente effetto), perché il virus circola tra meno persone e si riducono quindi le possibilità di entrarvi in contatto: è la cosiddetta “immunità di gregge”. Nel momento in cui la copertura vaccinale si riduce, i non vaccinati sono esposti a un rischio molto più alto, che nel caso del morbillo può complicare la guarigione o lasciare conseguenze a vita soprattutto in età matura. Questo spiega in parte il numero più alto del solito di contagi tra persone adulte, segnalato dal ministero.

Incentivi alla vaccinazione
Per contrastare la riduzione delle vaccinazioni, alcune regioni italiane hanno avviato progetti di vario tipo con l’obiettivo di fare aumentare la copertura. In Emilia-Romagna, per esempio, si è deciso di rendere obbligatorie alcune vaccinazioni per i bambini che frequentano l’asilo nido: in assenza della vaccinazione, non si può essere ammessi. Nel caso dell’Emilia-Romagna il morbillo non rientra ancora nelle vaccinazioni obbligatorie per entrare all’asilo, ma altre regioni stanno valutando di inserirlo nelle loro richieste.

A inizio anno, il ministero della Salute ha inoltre attivato un nuovo piano che ha reso gratuiti tutti i principali vaccini, superando le differenze che esistevano tra regione e regione dove in alcuni casi erano ancora a pagamento, tramite ticket. Come previsto da leggi e regolamenti, continuano a essere facoltativi, ma la possibilità di effettuarli senza spese e con minori limitazioni legate all’età dovrebbe consentire di aumentare le coperture.

Fonte: Il Post

Il Pd vuole abolire i voucher ed evitare il referendum di maggio

La commissione Lavoro della Camera ha approvato un testo che va verso l'abolizione dei buoni lavoro. Ora il governo dovrebbe preparare un decreto legge per applicarlo

Il referendum sui voucher è previsto per il 28 maggio 2017. Credit: Max Rossi

La commissione Lavoro della Camera ha approvato il testo per l'abolizione dei voucher. Il governo dovrebbe portare in Consiglio dei ministri il decreto legge che, recependo questo testo, li abolirà. In questo modo si eviterebbe il referendum promosso dalla Cgil, per cui si dovrebbe votare il 28 maggio 2017.

La segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha dichiarato che se l'intervento dell'esecutivo “dovesse corrispondere” al quesito referendario sarebbe uno “straordinario risultato”.

Il testo approvato dalla commissione Lavoro di Montecitorio prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2017 che permette l'utilizzo dei voucher a chi li ha già acquistati.

Critiche sono arrivate da Pierluigi Bersani che parla di “paura del referendum” e del presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, secondo il quale si tratta di un “balzo indietro” e di “schizofrenia legislativa”. Per il Movimento Cinque Stelle il governo è “allo sbando e terrorizzato dal voto popolare”.

Critiche anche da parte del mondo sindacale. La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, sostiene che il “sistema dei voucher va cambiato e non abolito”. Secondo la Uil sarebbe stato “meglio fare un accordo prima del referendum” puntando a una drastica riduzione dei buoni lavoro.

Camusso sottolinea che la campagna referendaria “va avanti”.

--- LEGGI ANCHE: Cosa sono i voucher e perché se ne parla tanto

Fonte: The Post Internazionale

L'agenzia di intelligence britannica GCHQ nega di aver intercettato Trump

Secondo Fox News, emittente tv citata dal portavoce della Casa Bianca, Obama avrebbe spiato il tycoon in campagna elettorale tramite l'agenzia del Regno Unito

GCHQ ha definito le accuse “assurdità che devono essere ignorate”. Credit: Reuters

L'agenzia d'intelligence britannica per le comunicazioni GCHQ ha negato di aver intercettato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la campagna elettorale.

La dichiarazione dell'agenzia del Regno Unito arriva dopo che il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer aveva citato quanto detto durante una trasmissione del canale tv Fox News a inizio settimana.

GHCQ ha risposto definendo le accuse “assurdità” e parlando di sospetti “totalmente ridicoli che devono essere ignorati”.

I sospetti a cui fa riferimento l'agenzia britannica sono stati citati per la prima volta dall'ex giudice statunitense Andrew Napolitano, commentatore di Fox. Le accuse sono rivolte a Obama che avrebbe fatto spiare Trump grazie ad agenzie di paesi alleati come il Regno Unito.

“Le recenti accuse rivolte da un commentatore televisivo, il giudice Andrew Napolitano, sul fatto che alla GCHQ sia stato chiesto di condurre intercettazioni contro il presidente eletto sono assurdità. Sono totalmente ridicole e dovrebbero essere ignorate", ha commentato la GHCQ.

Spicer aveva citato le parole di Napolitano: “Tre fonti d'intelligence hanno informato Fox News che il presidente Obama è andato al di fuori della catena di comando e non ha usato la Nsa, né la Cia, né l'Fbi o il Dipartimento di Giustizia, ma ha usato la GCHQ”, ha detto il portavoce della Casa Bianca.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 16 marzo 2017

Cosa c’è nella riforma del processo penale

È stata approvata ieri dal Senato, ora tornerà alla Camera: contiene diverse cose fra cui la modifica della prescrizione e nuove regole per le intercettazioni

ANSA / CIRO FUSCO

Mercoledì 15 marzo il Senato ha approvato con la fiducia la riforma del processo penale proposta dal governo, con 151 voti a favore e 121 contro. La riforma, di cui si discute da diversi anni, dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva, dato che nel suo primo passaggio nel settembre 2015 era stata approvata con un testo differente da quello attuale. Fra i provvedimenti più importanti – e in mezzo a un mare di aggiustamenti “tecnici” – la riforma prevede un’ampia modifica del meccanismo della prescrizione, un limite più stringente all’azione del magistrato alla fine delle indagini preliminari e una delega al governo per una riforma sulle intercettazioni (che dovrà essere esercitata entro tre mesi). Il percorso della riforma non è stato molto agevole, e come ha spiegato Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, e il risultato è una legge che «nonostante lacune, forzature e contraddizioni introduce comunque novità importanti».

Uno dei punti più discussi – e sui quali si è raggiunto il compromesso più rilevante – è quello della prescrizione. La nuova legge ne allunga i termini, sostanzialmente per cercare di impedire che scatti troppo presto, un meccanismo che invogliava alcuni avvocati a cercare di raggiungerla facendo allungare il processo, piuttosto che dimostrare l’innocenza del proprio cliente: il guaio è che in questo modo, secondo alcuni critici, i tempi già molto ampi dei processi si allungheranno ulteriormente, danneggiando il diritto dell’imputato a essere giudicato in tempi ragionevoli (diritto riconosciuto, ad esempio, anche dall’articolo 111 della Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Materialmente, i tempi di prescrizione saranno allungati istituendo due periodi durante i quali il suo decorso sarà sospeso: fra la sentenza di primo grado e quella di appello, per un massimo di 18 mesi, e fra quella di appello e di Cassazione, per lo stesso periodo di tempo. In pratica, da quando sarà introdotta la legge, la prescrizione potrà scattare fino a 3 anni più tardi rispetto ad oggi, per effetto dei due nuovi periodi.

Uno dei critici più duri dell’allungamento della prescrizione è il ministro della Famiglia – ed ex viceministro alla Giustizia – Enrico Costa, di Nuovo Centrodestra: qualche giorno fa, parlando col Foglio, Costa ha spiegato che il numero eccessivo di processi che finiscono in prescrizione in certi tribunali va attribuito a un «problema organizzativo», e che quindi «dobbiamo lavorare su quello, non dare più tempo a chi già lavora poco». Secondo il Corriere della Sera, il Nuovo Centrodestra di Costa ha votato la riforma «ob torto collo, per non far cadere il governo», sottolineando la propria contrarietà. Per contro, la tesi di Costa non è condivisa da tutti: alcuni dati indicano che i magistrati italiani sono abbastanza produttivi – anche se non “fra i più produttivi in Europa”, come sostiene l’ANM – e che quindi il loro sarebbe più un problema di risorse che di organizzazione del lavoro, come suggerito dallo stesso Costa. Alla riforma della prescrizione era contraria anche l’ANM, anche se per ragioni opposte: il presidente Piercamillo Davigo ripete da tempo che andrebbe cancellata dopo la sentenza in primo grado, dato che il procedimento viene di fatto proseguito dal condannato, che decide di fare appello.

Un altro provvedimento piuttosto controverso – soprattutto per l’opposizione dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), che l’ha definito “contraddittorio e irrazionale” – è quello che dà tre mesi di tempo al magistrato, alla fine delle indagini preliminari, per decidere se chiedere l’archiviazione o incriminare i sospettati (anche se è possibile chiedere una proroga per altri tre mesi). Al momento il magistrato ha sei mesi di tempo, prorogabili in altri sei. L’ANM sostiene in sostanza che questa norma metta fretta al magistrato: secondo Repubblica, Davigo si è opposto a questa norma perché «vede procure generali inadeguate, inadatte, ingolfate», quindi sostanzialmente incapaci di prendere una decisione su un’indagine, magari delicata, nella metà del tempo prevista dalla legge attuale.

Un altro punto piuttosto spinoso, su cui però il governo si è preso una delega, è quello delle intercettazioni: non sappiamo esattamente cosa conterrà la delega, ma possiamo ipotizzarlo a partire dai contenuti dell’articolo stesso del disegno di legge che delega il governo a intervenire sulle intercettazioni, riassunto bene dal Sole 24 Ore:


L’obiettivo è quello di garantire una maggiore riservatezza degli indagati e delle persone coinvolte nelle indagini evitando la pubblicazione degli “ascolti” irrilevanti o riguardanti persone estranee all’inchiesta. In pratica, il pubblico ministero dovrà selezionare ed escludere dalla documentazione da inviare al giudice a sostegno della richiesta di misura cautelare tutti gli atti e i dati non pertinenti alla responsabilità dei procedimenti per cui si procede oppure considerati irrilevanti ai fini delle indagini perché riguardanti fatti o persone estranee alle indagini. Tale documentazione “irrilevante”, custodita in «apposito archivio riservato», rimarrà a disposizione della difesa: i legali degli indagati potranno esaminarlo o ascoltarlo, ma non chiederne copia.


Rispetto alla legge attuale, quindi, il magistrato non si limiterà ad allegare il contenuto delle intercettazioni nella documentazione che deposita alla fine delle indagini preliminari e che sono atti pubblici a disposizione della difesa e dei giornalisti – cosa che di fatto consente che finiscano direttamente sui giornali – ma dovrà selezionare solo quelle rilevanti (che la difesa potrà vedere, ma non potrà avere a disposizione). L’obiettivo è quindi quello di scoraggiare i giornali dal pubblicare fatti o persone estranee alle indagini, dato che oggi rischiano solamente di ottenere una multa di poco conto: se la documentazione fornita alla fine delle indagini preliminari conterrà fatti o persone estranee, di conseguenza, si potrà individuare il responsabile nel magistrato che ha scelto di includerle (e che quindi potrebbe essere perseguito).

La riforma contiene diversi altri provvedimenti meno controversi, e di cui si è discusso molto meno: come ad esempio l’inasprimento delle pene per furti, rapine e voto di scambio – per quest’ultimo è previsto il carcere per un minimo di 4 a un massimo di 10 anni, che diventeranno rispettivamente 6 e 12 – mentre il governo ha chiesto una delega anche sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, di cui ha fornito solo indicazioni generiche. Non è ancora chiaro quando la riforma tornerà alla Camera, dove fra l’altro Nuovo Centrodestra ha annunciato che potrebbe proporre nuove modifiche.

Fonte: Il Post

Perché gli ambulanti protestano

Sono contrari alla "direttiva Bolkestein" perché non vogliono che le loro concessioni siano messe a gara

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Mercoledì i venditori ambulanti hanno manifestato a Roma per la seconda volta in poche settimane. Protestano contro l’attuazione della “direttiva Bolkestein”, un regolamento europeo che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, tra cui anche quelle di cui godono i venditori ambulanti, invece che assegnarle senza un termine. Gli ambulanti avevano già manifestato per questo lo scorso febbraio, quando si erano uniti ai tassisti che protestavano contro Uber (la manifestazione degenerò in una serie di scontri e violenze). È una questione complicata, che dura in realtà da più di un decennio e si ripropone ciclicamente: oltre agli ambulanti, riguarda anche i gestori di stabilimenti balneari.

Le proteste degli ultimi giorni si sono concentrate contro il cosiddetto “decreto milleproroghe” con cui il governo ha cercato di raggiungere contemporaneamente due obiettivi: soddisfare gli ambulanti e rispettare le leggi europee. Da un lato, infatti, il decreto ha prorogato tutte le attuali concessioni, comprese quelle già scadute, fino al 31 dicembre 2018. Dall’altro ha stabilito che gli enti locali potranno già cominciare a preparare le gare pubbliche per le concessioni che saranno riassegnate a partire dal 2019. Se la legge non sarà cambiata, a partire dal 2019 e per la prima volta gli ambulanti dovranno partecipare a gare pubbliche e fare offerte per vedersi riassegnati gli spazi che prima utilizzavano per il loro commercio. Molti di loro, che per decenni hanno goduto di rinnovi quasi automatici, sono contrari alle gare perché temono di perdere il loro lavoro.

A protestare con gli ambulanti ci sono quasi tutti i partiti politici di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che in particolare a Roma si è mostrato spesso vicino agli ambulanti locali, molti dei quali sono legati alla potente famiglia Tredicine. Lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione simile a quella di questi giorni, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio, uno dei principali leader del Movimento, disse: «No a speculazioni su multinazionali, difendiamo il commercio ambulante con i posti di lavoro e chiediamo a governo e regione la proroga della scadenza di tutte le concessioni previste e lo stralcio del commercio ambulante dalla direttiva Bolkestein». In realtà è estremamente improbabile che le società multinazionali siano interessate al settore della vendita ambulante. L’apertura alla concorrenza, però, rischia in ogni caso di diminuire i guadagni di coloro che fino a questo momento hanno avuto l’opportunità di rinnovare in maniera praticamente automatica le loro concessioni.

La decisione contenuta nel “decreto milleproroghe” è l’ennesimo intervento del governo sulla direttiva Bolkestein, approvata 11 anni fa e da allora mai completamente implementata nel nostro paese. La “direttiva sui servizi”, questo è il suo nome corretto, fu approvata nel 2006, quando la Commissione europea era guidata da Romano Prodi, e sancisce la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché aveva la sede in un altro paese dell’Unione. Una delle disposizioni della direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici devono avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. La direttiva stabilisce anche che quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concessi ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara.

Come tutti le direttive europee più importanti, anche la Bolkestein è stata il frutto di lunghe e difficili trattative e il risultato finale ha lasciato molti scontenti. La direttiva è accusata di essere troppo ampia e di includere tra le concessioni che devono essere esposti a gare pubbliche anche attività che, secondo i loro titolari, andrebbero invece protette, come gli stabilimenti balneari e la vendita ambulante. Sono settori su cui è molto delicato intervenire in quasi tutta Europa: quando la Bolkestein fu approvata nel 2006, per esempio, ci furono grandissime proteste in Francia. In Italia l’applicazione della direttiva è particolarmente complicata. Nel nostro paese le concessioni agli ambulanti e quelle balneari sono quasi sempre state assegnate nel corso di trattative dirette tra stato e concessionario, senza la possibilità per terze parti di fare offerte migliori. In sostanza i titolari delle concessioni hanno goduto di rinnovi quasi automatici spesso a prezzi poco più che simbolici. In particolare gli stabilimenti balneari sono stati concessi a canoni bassissimi e ci sono molti casi in cui la stessa famiglia gode della stessa concessione sin dai primi del Novecento.

Un primo tentativo di implementare la direttiva in Italia venne fatto nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. All’epoca al governo c’era Silvio Berlusconi e la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire. Non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste simili a quella di questi giorni. Oltre alla perdita di una rendita assicurata, molti protestavano contro il rischio di perdere il loro investimento. Chi era subentrato da poco in una concessione e magari aveva fatto degli investimenti per sfruttarla, infatti, rischiava di perdere tutto nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere nuovamente la concessione dopo la gara. Il governo pensò di risolvere il problema stabilendo una proroga automatica per tutti i concessionari fino al 2015, in modo da dare loro cinque anni di tempo per ammortizzare gli eventuali investimenti e così limitare le eventuali perdite.

Ma nel passaggio tra decreto e conversione in legge, gli obblighi di mettere a gara la concessione furono attenuati. Di fatto ai concessionari venne garantito una sorta di nuovo rinnovo automatico, che è esplicitamente vietato dalla Bolkestein. Nessuno lo comunicò alla Commissione Europea, che vedendo il testo originale del decreto legge aveva ritirato la procedura di infrazione aperta contro l’Italia. Ci furono incomprensioni e pasticci, ma alla fine la Commissione chiuse un occhio e non riaprì la procedura d’infrazione. Nel frattempo, contro l’opinione del governo Monti, che nel frattempo era subentrato a quello Berlusconi, nel 2012 il Parlamento si prese un altro po’ di tempo per i concessionari. Ai balneari furono prorogate le concessioni per altri cinque anni, dal 2015 al 2020.

Lo scorso autunno, il governo Renzi aveva promesso di allineare a questa data la scadenza di tutte le concessioni, ma con l’approvazione del milleproroghe gli ambulanti sono rimasti delusi e le loro concessioni sono state allungate soltanto fino al 2018. Oggi i loro rappresentati chiedano che, come primo passo, la scadenza delle loro concessioni venga allineata a quella degli stabilimenti balneari, ma chiedono anche che l’intero settore della vendita ambulante venga escluso dall’ambito della direttiva. Indipendentemente da come finirà questa storia, esperti e avvocati sono d’accordo nel dire che sarebbe stato possibile risolvere tutto molto tempo fa, studiando meglio l’introduzione della Bolkestein oppure trovando allora una soluzione più efficace, elaborando un periodo di proroga sufficientemente lungo e un sistema di indennizzi per preparare il settore all’arrivo delle gare.

Fonte: Il Post

Mark Rutte ha vinto le elezioni nei Paesi Bassi

Il partito del primo ministro uscente ha ottenuto più del 21 per cento, mentre il movimento xenofobo di Geert Wilders si è fermato al 13 per cento e i laburisti sono crollati

Mark Rutte (Carl Court/Getty Images)

Il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD), del primo ministro uscente conservatore Mark Rutte, ha vinto le elezioni politiche che si sono tenute ieri nei Paesi Bassi. A spoglio delle schede quasi ultimato, il VVD ha ottenuto il 21,3 per cento dei voti, mantenendo un ampio vantaggio sul Partito per la Libertà (PVV), il movimento xenofobo di Geert Wilders che era dato tra i favoriti durante la campagna elettorale. Il PVV ha comunque ottenuto il 13,1 per cento dei voti ed è il secondo partito nel paese, di poco avanti rispetto ad Appello Cristiano (CDA) e ai Democratici 66 (D66), che hanno ottenuto entrambi il 12 per cento circa. Il Partito Socialista (SP) ha ottenuto il 9 per cento dei voti, così come Sinistra Verde (GL), che ha quadruplicato i seggi rispetto alle ultime elezioni, mentre i laburisti dell Partito del Lavoro (PvdA) si sono fermati al 5,7 per cento, un risultato molto inferiore rispetto alle elezioni del 2012 quando ottennero il 24,8 per cento. L’affluenza è stata dell’80 per cento circa, la più alta degli ultimi 30 anni, e secondo gli analisti ha favorito il VVD, evitando che il PVV potesse prevalere.

Festeggiando la vittoria del suo partito, che con ogni probabilità implicherà la sua conferma come primo ministro, Rutte ha detto che i Paesi Bassi “hanno respinto il populismo”, facendo riferimento al partito di Wilders, che aveva condotto una campagna elettorale molto dura, soprattutto sull’immigrazione. Wilders aveva promesso di fare uscire i Paesi Bassi dall’Unione Europea, di chiudere tutte le moschee nel paese e di bandire il Corano. Le politiche di ieri erano considerate un importante test per verificare la tenuta dei partiti più tradizionali, contro l’emergere e il rafforzamento dei movimenti populisti. Alcuni sondaggi nelle ultime settimane avevano dato come possibile una rimonta del PVV, che non è poi avvenuta nei fatti. Anche per questo motivo i principali leader europei si sono congratulati subito con Rutte per la vittoria, compreso il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

A scrutinio quasi completato, la suddivisione dei seggi (tra parentesi il risultato nel 2012):

  • Partito Popolare per la Libertà (VVD) – 33 (41)
  • Partito per la Libertà (PVV) – 20 (15)
  • Appello Cristiano (CDA) – 19 (13)
  • Democratici 66 (D66) – 19 (12)
  • Partito Socialista (SP) – 14 (15)
  • Sinistra Verde (GL) – 14 (4)
  • Partito del Lavoro (PvdA) – 9 (38)
  • Unione Cristiana (CU) – 5 (5)
  • Partito per gli Animali (PvdD) – 5 (2)
  • 50Plus (50+) – 4 (2)
  • Partito Politico Riformato (SGP) – 3 (3)
  • Denk (DENK) – 3 (0)
  • Forum per la Democrazia (FvD) – 2 (0)

Wilders ha commentato i risultati dicendo di non avere ottenuto “i 30 seggi che speravo, ma ne abbiamo comunque guadagnato qualcuno e la primavera patriottica potrà ancora avvenire”. Il leader di PVV ha poi detto che Rutte “non ha ancora visto tutto di me” e che farà opposizione in Parlamento alle sue politiche.

Per poter governare, il VVD dovrà formare una coalizione. In campagna elettorale Rutte ha escluso la possibilità di coinvolgere il PVV, mentre ha detto in più occasioni di essere aperto a comprendere nella nuova coalizione CDA e D66, arrivati terzo e quarto alle elezioni. Potrebbero essere necessari mesi prima di trovare un accordo tra i partiti.

Dopo la vittoria del 2012, Rutte aveva formato un’alleanza con il Partito Laburista con il mandato di rimettere in ordine i conti pubblici, messi male a causa della crisi economica. Il suo governo ci è riuscito e con un moderato successo. Oggi il bilancio pubblico è equilibrato e la disoccupazione è al 5,3 per cento, il livello più basso degli ultimi cinque anni. Questi risultati però hanno avuto un costo in termini di riforme impopolari e questo spiega in parte il crollo dei principali alleati, il Partito del Lavoro che ha perso 29 seggi. Negli ultimi mesi il partito le aveva provate tutte per cercare di invertire la tendenza e recuperare consensi. Dopo quattro anni passati a sostenere le politiche di austerità del governo di coalizione, era passato a toni e a una retorica più di sinistra. Aveva inviato una delegazione in Portogallo per studiare la maggioranza di sinistra moderata e sinistra radicale che sostiene il governo del primo ministro António Costa. Aveva organizzato primarie combattute, con dibattiti televisivi molto seguiti. Ma nonostante gli sforzi, non era mai riuscito a invertire il trend dei sondaggi.

Fonte: Il Post

Un giudice federale ha bloccato il nuovo Muslim Ban di Trump

Poche ore prima della sua entrata in vigore, un giudice delle Hawaii ha sospeso a livello nazionale il nuovo bando che limita l'ingresso di stranieri negli Stati Uniti

Il presidente Trump durante il comizio a Nashville, in Tennessee. Credit: Jonathan Ernst

Un giudice federale nello stato delle Hawaii ha bloccato a livello nazionale il nuovo ordine esecutivo firmato da Donald Trump per limitare temporaneamente l'accesso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sei paesi a maggioranza musulmana.

Il provvedimento sarebbe dovuto entrare in vigore alla mezzanotte di giovedì 16 marzo 2017.

Il giudice Derrick Watson ha parlato di “prove discutibili” nella teoria del governo secondo il quale la misura è legata a motivi di sicurezza nazionale.

Durante un comizio a Nashville, in Tennessee, il presidente Trump ha commentato la decisione definendola “un'ingerenza giudiziaria senza precedenti”.

L'ordine esecutivo avrebbe vietato per 90 giorni l'ingresso nel paese ai cittadini di sei paesi a maggioranza musulmana e per 120 giorni ai rifugiati.

Una prima versione del provvedimento, firmata a gennaio 2017, ha provocato proteste in tutto il paese ed è stata bloccata da un giudice di Seattle.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 15 marzo 2017

I voucher stanno per cambiare

Ma non è ancora chiaro come: il governo li vuole modificare per evitare il referendum di maggio con cui la CGIL vuole abolirli completamente

(ANSA / ETTORE FERRARI)

Secondo i giornali, venerdì prossimo il governo presenterà una proposta per modificare il funzionamento dei voucher, i famosi buoni che si possono usare per pagare piccoli lavori occasionali. I voucher sono al centro di un referendum che si terrà il prossimo 28 maggio e con cui la CGIL, il principale sindacato italiano, chiede la loro completa abolizione. La modifica che il governo vuole introdurre potrebbe portare all’annullamento del referendum che se si svolgesse regolarmente sarebbe un grosso rischio politico per il Partito Democratico: perché rischia di coalizzare tutte le forze politiche di opposizione, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle, e di portare quindi a un risultato simile a quello del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Non è ancora chiaro come il governo intenda modificare i voucher e i principali quotidiani riportano versioni completamente differenti. Secondo il Corriere della Sera, il governo avrebbe deciso di intraprendere l’unica mossa che con sicurezza impedirebbe lo svolgersi del referendum: abolire i voucher per decreto. Repubblica, invece, scrive che in una riunione avvenuta ieri sera tra il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il ministro del lavoro Giuliano Poletti e il presidente della Commissione lavoro Cesare Damiano, sarebbe stato deciso di modificarli in maniera sostanziale, senza però cancellarli del tutto. In ogni caso, sarà la corte di Cassazione a stabilire se le eventuali modifiche introdotte dal governo saranno sufficienti ad annullare il referendum.

Dopo l’incontro, Damiano ha detto a Repubblica: «Il testo base prevede già una radicale revisione dell’attuale normativa, nel senso che limita molto l’uso dei voucher che tornano ad essere utilizzabili solo per lavori occasionali e accessori. Potranno essere utilizzati solo dalle famiglie e dalle imprese individuali senza dipendenti. Resteranno escluse tutte le altre imprese e la pubblica amministrazione. Ma non sarei contrario a escludere tutte le imprese».

Se venisse confermata questa linea, i voucher ne uscirebbero significativamente modificati. Oggi sono uno strumento che qualsiasi datore di lavoro può utilizzare per retribuire quasi ogni tipo di lavoro. I principali limiti all’utilizzo dei voucher sono che il singolo lavoratore non può guadagnare in un anno più di 7 mila euro tramite voucher e non può riceverne per un valore superiore ai 2 mila euro da un singolo datore di lavoro.

I voucher furono introdotti nel 2001 e per anni sono rimasti di fatto inutilizzati, soprattutto a causa delle severe restrizioni che all’inizio la legge imponeva al loro uso. Soltanto alcune categorie, come studenti e disoccupati di lungo corso, potevano essere pagati tramite voucher, mentre il tipo di lavori che potevano svolgere era molto limitato e doveva avere necessariamente un carattere “saltuario”. Nel corso degli anni la normativa è stata resa sempre più flessibile fino a che, nel 2012, l’utilizzo dei voucher è stato sostanzialmente liberalizzato, eliminando tutti i criteri “soggettivi” e lasciando in piedi sono i limiti al guadagno annuale e quello sul massimo che si può ricevere da un singolo datore di lavoro.

Come risultato, l’utilizzo dei voucher è aumentato moltissimo, in particolare dal 2012 in poi. I “buoni lavoro” venduti – si possono compare anche in tabaccheria – sono passati da mezzo milione nel 2008 a 134 milioni nel 2016. Le ragioni di quest’aumento, però, non sono chiarissime. Una parte si deve alla crescente liberalizzazione nell’utilizzo dello strumento. Ma è durante il governo Renzi che il ricorso ai voucher ha avuto un incremento rapidissimo. Nonostante questo aumento in anni recenti, nessun provvedimento intrapreso dal governo ha direttamente agito sui voucher in maniera significativa. Il Jobs Act ha soltanto alzato il massimale che si può guadagnare in un anno, portandolo da 5 a 7 mila euro. Secondo l’INPS, che misura l’utilizzo di questo strumento, pochissimi lavoratori hanno sfruttato questa nuova possibilità introdotta dal governo Renzi.

Secondo alcuni l’aumento esponenziale nel numero dei voucher è un segnale della crescente precarizzazione del mondo del lavoro. Ad esempio, negli ultimi anni, alcune aziende hanno utilizzato i voucher per sostituire alcune posizioni che normalmente sarebbero state occupate da lavoratori dipendenti, pagando con i buoni lavori un certo numero di lavoratori che si alternavano dove in precedenza lavorava un unico operaio retribuito regolarmente. Non è chiaro però quanto questi casi estremi siano diffusi. La CGIL è comunque del tutto contraria all’esistenza di uno strumento simile ai voucher e ne chiede la completa abolizione. I difensori dello strumento sostengono invece che, almeno in un primo momento, i voucher sono stati utili per retribuire una serie di lavori occasionali che altrimenti potrebbero essere pagati quasi esclusivamente in nero: le ripetizioni scolastiche, ad esempio, o i piccoli lavori di giardinaggio. Eliminare i voucher farebbe probabilmente ritornare tutte queste occupazioni nell’economia sommersa, anche se non è chiaro quanto i voucher siano stati utilizzati in questo modo. Per questo, i difensori dei voucher non né chiedono l’abolizione, ma una modifica, come ad esempio il divieto di uso da parte delle imprese, in modo da eliminare le storture più evidenti, ma mantenere per le famiglie la possibilità di utilizzare questo strumento.

Fonte: Il Post

Attentato suicida al palazzo di giustizia di Damasco: almeno 31 morti

L'esplosione è avvenuta nella zona di al Hamidiyeh, nel centro della città. Diversi i feriti

Il palazzo di giustizia di Damasco dove oggi è avvenuto un attentato suicida. Credit: Omar Sanadiki 

Un attentato suicida ha colpito il palazzo di giustizia di Damasco mercoledì 15 marzo. Lo riporta l'agenzia di stampa Reuters citando la tv locale e precisando che secondo quanto affermato dai media siriani 31 persone sono state uccise dall'esplosione.

Ci sarebbero, inoltre, alcuni feriti, secondo quanto scritto dall'agenzia di stampa Sana sul suo canale Telegram.

L'esplosione è avvenuta nella zona di al Hamidiyeh, nel centro della città. L'attacco non è stato finora rivendicato.

Un secondo attacco ha colpito Damasco, in un'area a ovest rispetto a dove è avvenuta la prima esplosione. Un uomo si sarebbe fatto esplodere all'interno di un ristorante.

Nella giornata di sabato 11 marzo due attacchi nella capitale siriana di Damasco avevano provocato la morte di 40 persone.

Fonte: The Post Internazionale

Il test del Dna conferma che l'uomo ucciso a Kuala Lumpur è Kim Jong-nam

L'identificazione è avvenuta tramite un campione di dna del figlio del fratellastro del presidente della Corea del Nord

La Corea del Nord non ha ancora riconosciuto che l'uomo ucciso in aeroporto sia effettivamente Kim Jong-nam. Credit: Reuters

Il vice primo ministro della Malesia ha dichiarato che l'identificazione del cadavere di Kim Jon-nam è stata confermata tramite il campione di dna del figlio.

“Confermo nuovamente che si tratta di Kim Jong-nam sulla base del campione preso da suo figlio”, ha dichiarato Ahmad Zahid Hamidi.

La Corea del Nord non aveva identificato Kim Jong-nam come vittima dell'omicidio avvenuto il 13 febbraio 2017 nell'aeroporto di Kuala Lumpur con l'utilizzo del gas nervino.

L'uomo, fratellastro del presidente nordcoreano Kim Jong-un, aveva un passaporto a nome di Kim Chol al momento della sua uccisione. Nessun parente si era presentato per il riconoscimento del cadavere.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 14 marzo 2017

I referendum sui voucher e sugli appalti si terranno il 28 maggio

Lo ha deciso oggi il Consiglio dei ministri, sono i due quesiti chiesti dalla CGIL

(Credit Image: © Andrea Ronchini/Pacific Press via ZUMA Wire)

Il referendum sugli appalti e quello sui voucher chiesti dalla CGIL si terranno il prossimo 28 maggio, ha deciso il Consiglio dei ministri. Non sarà l’unico voto dei prossimi mesi: le elezioni amministrative – si vota in più di 1.000 comuni, tra cui Alessandria, Como, Genova, L’Aquila, Lecce, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Taranto e Verona – si terranno in una data ancora da stabilire tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I comuni capoluogo di provincia o città metropolitana in cui si tiene il voto sono 25: Alessandria, Asti, Belluno, Catanzaro, Como, Cuneo, Frosinone, Genova, Gorizia, L’Aquila, La Spezia, Lecce, Lodi, Lucca, Monza, Oristano, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Pistoia, Rieti, Taranto, Trapani e Verona.

Il quesito sui voucher – strumento che serve a retribuire piccoli lavori saltuari, come ripetizioni scolastiche o piccoli lavori di pulizia – riguarda l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo numero 81 del 2015, una parte del famoso Jobs Act. L’abrogazione di questi articoli porterebbe all’eliminazione completa dei voucher. Il Jobs Act però non ha introdotto i voucher, ma solo alcune modifiche al loro funzionamento: per farlo ha di fatto cancellato la legge precedente sui voucher, principalmente l’articolo 70 del decreto legislativo 276 del 2003, ma mantenendone gran parte del contenuto. Per questa ragione, tecnicamente per eliminare i voucher bisogna cancellare un articolo del Jobs Act, ma non è stato il Jobs Act a introdurli né a modificarli sostanzialmente.

I voucher esistono dal 2003 e furono introdotti durante il secondo governo Berlusconi. Per anni furono poco utilizzati e quasi sconosciuti. A partire dal 2008 diverse leggi hanno reso sempre più ampio e facile il loro utilizzo. La più importante in questo senso è considerata la riforma Fornero del 2012, che estese la possibilità di pagamento tramite voucher ai lavoratori di qualsiasi settore o condizione, mentre prima potevano essere utilizzati solo da categorie particolari, come pensionati o disoccupati di lungo corso. Dopo essere rimasti di fatto inutilizzati nei primi anni dalla loro introduzione, le crescenti liberalizzazioni ne hanno aumentato moltissimo l’utilizzo. Nel 2008 se ne vendevano 500.000, mentre nei primi dieci mesi del 2016 ne sono stati venduti più di 121 milioni (peraltro la CGIL stessa li usa molto).

Il secondo è un quesito tecnico e molto complesso che riguarda l'”escussione preventiva”, cioè la modifica della cosiddetta “responsabilità solidale” che committenti, appaltatori e sub-appaltatori hanno verso i lavoratori impiegati negli appalti. Semplificando, la legge attuale stabilisce che, in caso di irregolarità nei pagamenti di stipendio e contributi, il dipendente di una società che ha ricevuto un appalto o un subappalto può rivalersi su chi ha commissionato l’appalto, ma soltanto se non è riuscito a ottenere quanto gli era dovuto da chi ha ricevuto l’appalto, cioè il suo datore di lavoro. Se il referendum dovesse passare, il dipendente potrà decidere di chiedere direttamente il denaro che gli è dovuto al committente dell’appalto (che di solito ha molte più risorse della società a cui è stato commissionato l’appalto). Quest’ultimo sarà tenuto a sborsare subito gli stipendi e i contributi dovuti al lavoratore, senza attendere le verifiche sulla disponibilità di denaro dell’appaltatore.

Fonte: Il Post

La Turchia sospenderà le relazioni diplomatiche con l'Olanda

Il governo di Ankara ha già vietato il permesso all'ambasciatore olandese di ritornare sul suo territorio

Il vice primo ministro turco Numan Kurtulmus. Credits: Reuters

La Turchia ha annunciato che sospenderà le relazioni diplomatiche con l'Olanda. Il peggioramento dei rapporti con il paese europeo è legato al divieto imposto ad alcuni politici turchi di tenere comizi nei Paesi Bassi.

Il vice primo ministro turco Numan Kurtulmus ha anche minacciato la revisione degli accordi presi dalla Turchia con l'Unione europea in materia di migranti. “Stiamo facendo esattamente quello che loro hanno fatto con noi. Stiamo impedendo ai diplomatici olandesi di atterrare in Turchia o usare il nostro spazio aereo”, ha detto il portavoce del governo di Ankara che ha negato il permesso all'ambasciatore olandese di fare ritorno in Turchia.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 13 marzo 2017

Almeno 13 persone sono morte nell'esplosione di un'autobomba in Somalia

L'attacco è avvenuto vicino a un hotel in una strada trafficata della capitale Mogadiscio

Nel gennaio del 2017 un altro hotel di Mogadiscio aveva subito un attacco simile. Capital: Feisal Omar

Un'autobomba è esplosa vicino a un hotel in una strada trafficata di Mogadiscio, capitale della Somalia. Almeno 13 persone sono morte, secondo quanto riferito dalla polizia e dai servizi medici locali. Poche ore prima un'altra esplosione ha ucciso l'autista di un minibus.

La polizia ha riferito che l'esplosione è avvenuta fuori dall'hotel Wehliye. “Tredici persone sono morte e altre 14 sono rimaste ferite. Il bilancio dei morti potrebbe salire”, ha detto Abdikadir Abdirahman, direttore dei servizi di soccorso.

L'hotel non è rimasto danneggiato dall'esplosione. Un portavoce del gruppo islamista di al Shabaab ha rivendicato l'attacco.

Fonte: The Post Internazionale

La Scozia chiederà un nuovo referendum sull'indipendenza

La premier Nicola Sturgeon ha annunciato che avvierà l'iter parlamentare per un secondo voto da tenere tra fine 2018 e inizio 2019

“Se la Scozia avrà una possibilità reale di scelta, questa possibilità dovrà esserci tra l'autunno del 2018 e la primavera del 2019”, ha dichiarato la prima ministra. Credit: Russell Cheyne

La premier scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato il 13 marzo che chiederà un nuovo referendum sull'indipendenza della Scozia e che avvierà l'iter parlamentare per poter arrivare a un secondo voto dei cittadini per l'indipendenza dalla Gran Bretagna.

Secondo Sturgeon il referendum si potrebbe tenere tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019, quando i termini della Brexit saranno chiari.

La premier scozzese ha inoltre affermato di credere che si potrebbe arrivare a un secondo voto per l'indipendenza scozzese prima che si completi l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea.

Quando le è stato chiesto se pensava che avrebbe potuto vincere in questo voto, Sturgeon si è detta convinta di potercela fare. “Se la Scozia avrà una possibilità reale di scelta, questa possibilità dovrà esserci tra l'autunno del 2018 e la primavera del 2019”, ha dichiarato la prima ministra.

La leader del partito Conservatore scozzese, Ruth Davidson, ha detto che l'annuncio della premier è divisivo e porta a maggiori incertezze.

Una risposta è arrivata subito anche da Downing street. Un portavoce del primo ministro britannico Theresa May ha affermato che un secondo referendum per l'indipendenza scozzese sarebbe divisivo e causerebbe un'enorme incertezza economica.

“Solo due anni fa i cittadini scozzesi hanno votato per rimanere nel Regno Unito e questo ci dimostra che le persone in Scozia non vogliono un secondo referendum”, ha dichiarato.

Fonte: The Post Internazionale