martedì 1 settembre 2015

Che cosa succede a Budapest

Il governo ha fatto chiudere la stazione per i troppi migranti presenti e diretti verso l'Austria, dove ieri sono arrivati in oltre tremila: ora i treni partono, ma senza migranti a bordo

Migranti nella stazione di Bucarest, sorvegliati dalla polizia. (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images) 

Martedì mattina le autorità ungheresi hanno deciso di chiudere temporaneamente la stazione principale di Budapest, Keleti, a causa dell’affollamento di migliaia di migranti che volevano salire sui treni diretti in Austria. Riporta il Guardian che la chiusura della stazione è stata comunicata con un annuncio dagli altoparlanti e inizialmente non era chiaro per quanto tempo le partenze sarebbero state sospese. Nella tarda mattinata la stazione è stata riaperta ma l’ingresso è vietato ai migranti e profughi che si sono raccolti a Budapest nelle ultime settimane. Secondo la polizia ungherese, nella notte tra lunedì e martedì circa 2.000 persone si erano raccolte alla stazione di Budapest per partire verso Austria e Germania, molti di loro con regolare biglietto, e altre centinaia di persone potrebbero arrivare nella giornata di oggi.




La chiusura della stazione potrebbe essere stata causata, sempre secondo il Guardian, dalle pressioni del governo austriaco che tra ieri e oggi si era lamentato del fatto che le autorità ungheresi non si stessero preoccupando di controllare i visti delle persone che viaggiavano sui treni in partenza da Budapest. Il governo ungherese ha convocato oggi l’ambasciatore austriaco a Budapest lamentandosi di aver ricevuto critiche pubbliche per un problema di carattere europeo e che sta causando molti problemi in Austria.

Davanti alla stazione dei Budapest i migranti hanno protestato contro la sospensione delle partenze e ci sono stati degli scontri di lieve entità con la polizia: circa 100 agenti in tenuta anti sommossa sono stati schierati per impedire ai migranti l’ingresso nella stazione. Molti dei migranti, che hanno già comprato biglietti per l’Austria al costo di circa 100 euro l’uno, vivono come un’ingiustizia il fatto che gli sia impedito di partire dopo che per tutta la giornata di ieri la polizia aveva permesso a tutti di salire sui treni per Vienna senza effettuare controlli.

Le pressioni del governo austriaco su quello ungherese per il controllo delle partenze dei migranti sono arrivate dopo che lunedì 31 agosto migliaia di migranti erano arrivati a Vienna in treno dall’Ungheria, dopo essere stati bloccati per diversi giorni al confine con l’Austria. Secondo la polizia le persone arrivate lunedì sono 3.650. I migranti arrivati a Vienna, per lo più provenienti dalla Siria, sono stati accolti da alcuni gruppi di volontari e le autorità austriache hanno spiegato che ora avranno due settimane per decidere se chiedere asilo o spostarsi in un altro paese. Secondo BBC la maggioranza delle persone arrivate in Austria dall’Ungheria sono dirette in Germania – paese che ha deciso di accettare tutte le richieste di asilo di profughi siriani, anche in violazione del trattato di Dublino – e molti di loro si sono subito imbarcati su altri treni diretti in Germania.

Lunedì la polizia austriaca aveva fermato diversi treni sul percorso che collega Budapest e Vienna, spiegando che tutte le persone che avevano fatto richiesta di asilo in Ungheria sarebbero state riportate oltre il confine; tuttavia – dice BBC – non è chiaro se questo sia effettivamente successo. Alcune delle persone arrivate in Austria hanno invece detto che i controlli della polizia sono stati piuttosto laschi e che a molti dei migranti non sono stati chiesti i documenti. Negli ultimi giorni i controlli della polizia austriaca si sono invece intensificati sulle strade che collegano l’Ungheria all’Austria, quelle più usate dai trafficanti di persone. Queste misure di polizia, che in parte violano il diritto di viaggiare liberamente tra i paesi UE sancito dal trattato di Schengen, sono state considerate necessarie per evitare altri casi come quello dei 71 migranti trovati morti in un camion la settimana scorsa.

A Vienna, lunedì, c’è anche stata una manifestazione per chiedere accoglienza e rispetto per i migranti provenienti dal Medio Oriente e in memoria delle 71 persone morte nel camion proveniente dall’Ungheria: circa 20.000 persone hanno partecipato a una marcia attraverso il centro della città con striscioni e cartelli di benvenuto per i migranti.

L’Austria è solo l’ultimo dei paesi europei coinvolti dal massiccio arrivo di migranti, dopo la Grecia, la Macedonia, la Serbia e l’Ungheria. Durante il 2015 il percorso che attraverso i Balcani porta in Europa è diventata la rotta più utilizzata dalle persone provenienti dal Medio Oriente che provano a raggiungere via terra l’Europa centrale e del nord, e ognuno dei paesi toccati dal transito dei migranti ha dovuto farsi in qualche modo carico dell’emergenza. I paesi dell’Unione Europea, quelli più ricchi e con regole più chiare per quanto riguarda il diritto di asilo, sono la meta di chi arriva in Europa, ma non tutti gli stati hanno reagito nello stesso modo all’arrivo dei migranti: se la Germania ha deciso di accogliere tutti i rifugiati siriani, per esempio, l’Ungheria ha deciso di costruire un muro lungo il suo confine per impedire l’ingresso di migranti sul suo territorio.

A Monaco di Baviera, dove arrivano molte delle persone che partono dall’Austria e dall’Ungheria, la polizia ha predisposto un centro di accoglienza e riconoscimento, dove i migranti che arrivano con i treni vengono portati in autobus dalla stazione. Diversi gruppi di volontari si sono attrezzati per accogliere i migranti anche alla stazione di Monaco, e la polizia – che sta coordinando la situazione – ha chiesto ai cittadini di non portare più donazioni per i migranti in stazione, dicendo di averne già raccolte troppe. Al momento ci sono circa 200 persone alla stazione di Monaco, in attesa di essere portate nel centro di accoglienza, mentre nelle ultime 24 ore ne sono arrivate circa 2.500.

Fonte: Il Post

Oltre 10.000 islandesi sono pronti ad accogliere i rifugiati siriani


Mentre in altri paesi si litiga per accogliere profughi e migranti, una bella lezione di civiltà e umanità arriva da una piccola nazione del Nord Europa.

Dopo che il governo islandese ha annunciato il mese scorso che avrebbe accettato solo cinquanta rifugiati umanitari provenienti dalla Siria, la professoressa Bryndis Bjorgvinsdottir ha lanciato un’iniziativa su Facebook per incoraggiare i concittadini a parlare in favore di chi ha bisogno di asilo. Nel giro di ventiquattro ore, più di 10.000 islandesi si sono resi disponibili per offrire case e aiuti, inoltre hanno sollecitato il loro governo a fare di più.

Il governo islandese, rispondendo ai post, ha detto che avrebbe preso in considerazione l'aumento del contingente sui rifugiati siriani.

Sulla bacheca della pagina dell'iniziativa ci sono stati molti i commenti di solidarietà verso chi scappa dalla guerra a differenza forse di alcuni pareri nostrani, disgustosi e offensivi. Ribadisco ancora una volta il concetto che i delinquenti non hanno bandiere e chi fa tutta un’erba, un fascio, ha la coscienza sporca oppure si è fatto manipolare la mente da persone e fatti inventati solo per creare odio.

Photo credit Andreas Tille [GFDL or CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

Fonte: Web sul blog

Eni scopre il più grande giacimento di gas del Mediterraneo. Renzi: “Risultato straordinario”


Eni scopre in Egitto un giacimento da 850 miliardi di metri cubi di gas capace di rivoluzionare l’intero assetto geopolitico del Mediterraneo. Claudio Descalzi, Ad di Eni: “Scoperta storica, trasforma lo scenario energetico”. Renzi si congratula: “Risultato straordinario”.

Di Massimo Bonato


La multinazionale italiana Eni ha scoperto in Egitto un giacimento di 850 miliardi di metri cubi di gas per un’estensione attorno ai 100 chilometri quadrati.

Una “scoperta storica” quella che il comunicato dell’Eni definisce domenica 30 agosto. Una scoperta capace di cambiare lo scenario geopolitico del Mediterraneo e non solo.

Il giacimento è stato scoperto a 1450 metri di profondità attraverso il pozzo Zohr 1X, nel blocco Shorouk che l’Eni ha ottenuto con un accordo firmato nel 2014 con il ministero del Petrolio egiziano e la Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS) a seguito di una gara internazionale.


Il giacimento di 850 miliardi di metri cubi di gas (bcm) è pari a 5,5 miliardi di barili di petrolio e potrebbe rivelarsi uno dei giacimenti di gas naturale più grandi al mondo, anche più grande del Leviathan, il giacimento da 620 bcm al largo di Israele. Una quantità di gas tale da permettere di soddisfare la domanda di gas naturale interna dell’Egitto per molti decenni.

L’Ad di Eni, Claudio Descalzi si è recato al Ciaro per conferire con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e aggiornarlo sulla scoperta. Ha incontrato il primo ministro Ibrahim Mahlab, il ministro del Petrolio e delle Risorse minerarie Sherif Ismail, dichiarando: “La strategia che ci ha portato a insistere nella ricerca nelle aree mature di paesi che conosciamo da decenni si è dimostrata vincente – ha dichiarato Descalzi – a riprova che l’Egitto presenta ancora un grande potenziale. Questa scoperta storica sarà in grado di trasformare lo scenario energetico di un intero paese, che ci accoglie da oltre 60 anni”.

L’Eni è infatti in Egitto sin dal 1954, nel 1967 vi fu la scoperta del campo di Abu Maadi e nel marzo 2014 ha firmato un accordo per investimenti di 5 miliardi di dollari, per progetti destinati a protrarsi per quattro anni e a produrre 200 milioni di barili di petrolio e 37 miliardi di bcm di gas. La scoperta odierna rivoluziona al rialzo questi dati.

Congratulazioni sono giunte subito da Matteo Renzi, che ha sentito il presidente egiziano al-Sisi. “Complimenti a Eni per questo straordinario risultato di un lavoro di ricerca che si inserisce nell’ambito dei rapporti tra Italia ed Egitto, in un’ottica di partnership economica strategica che riguarda il nostro Paese e più in generale l’intero continente africano” ha detto Renzi.

Fonte: _omissis_

Destra in rivolta e ancora sangue a Kiev: l’Ucraina a un passo dal baratro

Gli alleati che diventano nemici, la destra ultranazionalista provoca scontri: per il governo di Poroshenko e Yatseniuk è notte fonda

Stefano Grazioli

Kiev, 1 settembre 2015. (SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images)

La chiave per capire ciò che è successo a Kiev l’ha data paradossalmente lo stesso premier ucraino Arseni Yatseniuk, dicendo che gli estremisti della destra ultranazionalista che hanno provocato gli scontri nella capitale con morti e feriti sono peggio dei separatisti filorussi del Donbass, perché stanno distruggendo il Paese nel nome del patriottismo.

L’analisi calza, anche se ovviamente arriva dal pulpito sbagliato. Se responsabili dei disordini di piazza sono infatti i radicali di Svoboda, guidati da Oleg Tiahnybok, e il gruppo paramilitare Pravy Sektor con alla testa Dmitri Yarosh, bisogna ricordare che il primo è stato il vero motore della rivoluzione del 2014, quando guidava la troika dell’opposizione infiammando Maidan più di quando non facessero lo stesso Yatseniuk e Vitaly Klitschko.

Il secondo è il leader che ha sempre rifiutato il compromesso con Victor Yanukovich e ha contribuito sostanzialmente a trasformare la pacifica protesta europeista in uno scontro armato, sino alla vittoria finale con bagno di sangue compreso.

Tiahnybok è stato alleato di Yatseniuk nel primo governo dopo Maidan e Yarosh, ora più meno integrato nell’architettura governativa come consigliere del Ministero della Difesa, coordina i battaglioni di volontari che combattono nel sudest.

Insomma, gli alleati si sono trasformati in nemici e il caos di Kiev non è che l’ennesima tappa di un pericoloso processo che rischia di portare alla disintegrazione dell’Ucraina. Se l’ex repubblica sovietica ha già perso la Crimea, annessa senza troppi complimenti dopo quello che a Mosca è stato considerato un vero e proprio colpo di stato, e la questione del Donbass rimane lontana da una soluzione che vedrebbe i territori occupati tornare sotto il controllo del potere centrale, è evidente che i problemi interni hanno un peso non secondario per la stabilità.

L’esistenza dell’Ucraina come stato unitario non dipende solo dai voleri di Vladimir Putin, ma dalle dinamiche di un Paese che da failing state corre il pericolo di diventare davvero uno stato fallito ai confini dell’Unione Europea.

Non bisognava essere dei raffinati analisti né possedere una sfera di cristallo per prevedere uno sviluppo del genere. Il primo governo Yatseniuk era collassato già la scorsa estate, dopo che i moderati di Vitaly Klitschko, alleati di Poroshenko, e quelli riunitisi intorno a Yulia Tymoshenko avevano rotto l’alleanza parlamentare; il secondo, nato dopo le elezioni di ottobre, era ed è formato da cinque partiti che poco hanno a che spartire e va dagli ultranazionalisti di Oleg Lyashko all’eroina della rivoluzione arancione del 2004 passando per i centristi dell’ex sindaco di Leopoli Andrei Sadovy.

Poroshenko e Yatseniuk sono in picchiata nei sondaggi, il premier viaggia addirittura sotto il 2%: un disastro annunciato. Non c’è da stupirsi dunque davanti alla fiammata nazionalista, in vista anche delle elezioni amministrative di ottobre.

E che lo scontro sia arrivato sul tema delle riforme costituzionali e del decentramento non è una sorpresa, visto che nei mesi scorsi le spaccature si erano aperte su ogni fronte: Poroshenko contro Yatseniuk, Lyashko contro presidente e premier, Tymoshenko e Sadovy contro tutti, alla stessa stregua dell’estrema destra dentro e fuori il parlamento.

In fondo nulla di nuovo, in un Paese che in poco più di un decennio ha sopportato due rivoluzioni, alleanze intercambiabili gestite dagli oligarchi, tracolli economici e pure una guerra ancora in corso. L’Ucraina post-Yanukovich è in pratica uguale a quella pre-rivoluzionaria, corrotta sino al midollo e priva di una classe politica in grado di gestire il timone della nave che sta affondando. Il Paese è spaccato, al di là del Donbass, e le fratture possono allargarsi drammaticamente visto che il quadro generale è traballante.

Riforme costituzionali e decentramento, previsti dagli accordi di Minsk, sono un passo per la stabilizzazione e necessitano sia di accordi interni sia del dialogo nazionale tra centro e periferia rimasto anch’esso sulla carta. L’alternativa è che i primi morti di piazza a Kiev dopo quelli del bagno di sangue del febbraio 2014 non siano solo un caso, ma i prodromi di una terza rivoluzione che precipiterà l’Ucraina nel baratro, sotto l’occhio cinico di Vladimir Putin e quello miope di un Occidente non certo esente da responsabilità.

Fonte: Linkiesta.it

lunedì 31 agosto 2015

L’Austria rafforza i controlli al confine con l’Ungheria

Controlli alla frontiera a Siegenedorf, in Austria, il 31 agosto 2015. (Peter Nyikos, Epa/Ansa)

Le autorità austriache hanno arrestato cinque presunti trafficanti di esseri umani in un’operazione di pattugliamento del confine con l’Ungheria, rafforzato dopo la scoperta il 27 agosto di un camion con 71 migranti morti, abbandonato sull’autostrada vicino alla frontiera. La polizia austriaca ha trovato più di duecento migranti che viaggiavano all’interno di diversi veicoli durante la notte.

Il 30 agosto l’Austria ha aumentato i controlli alla frontiera, soprattuto verso i mezzi più grandi che possono essere usati dai trafficanti. La ministra dell’interno austriaca Johanna Mikl-Leitner ha detto: “Ci siamo accorti che i trafficanti usano metodi sempre più brutali e stiamo cercando di implementare misure più dure”. Anche le autorità tedesche hanno introdotto controlli alla frontiera con l’Austria.

La polizia austriaca ha fermato anche diversi treni diretti in Austria dall’Ungheria, i treni trasportavano centinaia di migranti verso l’Austria.

Intanto il premier francese Manuel Valls ha confermato che Parigi costruirà un campo per 1.500 migranti a Calais entro il prossimo anno. Al momento 1.500 persone dormono a Calais in condizioni disumane in un accampamento di fortuna, in attesa di attraversale il tunnel che collega la Francia al Regno Unito.

Fonte: Internazionale

domenica 30 agosto 2015

Buone notizie sull’epidemia di ebola

La Sierra Leone ha dimesso il suo ultimo paziente, il numero dei contagi continua a diminuire in tutta l'Africa occidentale

Operatori sanitari in un centro medico di Conakry in Guinea (CELLOU BINANI/AFP/Getty Images)

Negli ultimi mesi la situazione relativa all’epidemia di ebola in Africa è molto migliorata rispetto a un anno fa. Ci sono comunque ancora alcune cautele nel dichiarare ufficialmente l’emergenza finita, ma la diminuzione del numero di pazienti sta permettendo alle strutture sanitarie di occuparsi con maggior cura e attenzione di chi è ancora malato, riducendo ulteriormente i rischi di contagio.

All’inizio della settimana in Sierra Leone è stata festeggiata la dimissione dell’ultima paziente guarita da ebola nel paese, e per la prima volta in più di un anno non ci sono più persone in Sierra Leone in cura per ebola e nessun nuovo caso confermato della malattia. Martedì 25 agosto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha fatto partire il conteggio dei 42 giorni necessari per dichiarare ufficialmente finita l’epidemia nel paese, dove si era registrato il numero più alto di contagi. Grazie agli sforzi compiuti soprattutto lo scorso anno per affrontare il picco dell’emergenza, la Sierra Leone ha a disposizione un numero ormai sufficiente di posti in ospedale e in altre strutture mediche attrezzate per isolare eventuali nuovi pazienti, evitando che si possano verificare contagi con la facilità con cui erano accaduti nel 2014.


Nel suo ultimo bollettino, l’OMS ha segnalato che nella settimana finita il 23 agosto ci sono stati tre soli nuovi casi di ebola, tutti e tre registrati in Guinea nell’area di Ratoma, che fa parte della capitale Conakry. Un caso riguarda un tassista di 40 anni e sono quindi in corso le ricerche per mettersi in contatto con i suoi clienti, che negli ultimi giorni potrebbero essere stati contagiati. Le autorità sanitarie stanno inoltre monitorando circa 600 persone per assicurarsi che non sviluppino sintomi riconducibili a ebola. In Liberia, invece, nello stesso periodo di riferimento non ci sono stati nuovi casi: gli ultimi pazienti senza più segni di ebola sono stati dimessi a fine luglio.


I dati complessivi sull’epidemia di ebola iniziata lo scorso anno nell’Africa occidentale sono comunque impressionanti. I casi totali di contagio sono stati 28.005 tra confermati, probabili e sospetti, e hanno interessato soprattutto Guinea, Liberia e Sierra Leone. Tra i contagiati sono morte 11.287 persone con una distribuzione più o meno uguale tra uomini e donne. Il paese in cui sono morte più persone a causa di ebola è la Liberia con 4.808, seguita dalla Sierra Leone con 3.952 e dalla Guinea con 2.527. Il maggior numero di contagi è stato registrato in Sierra Leone, con quasi la metà di tutti quelli rilevati durante l’epidemia (13.541). A causa di ebola sono morte anche 8 persone in Nigeria, 6 nel Mali, e una negli Stati Uniti che proveniva dalla Liberia.


Proprio in Liberia la situazione sembrava essere migliore rispetto ad altri paesi dell’Africa occidentale: il paese era stato dichiarato libero da ebola il 9 maggio scorso dall’OMS, al termine dei 42 giorni consecutivi in cui non erano stati registrati nuovi casi. Era poi iniziato un periodo di controllo di tre mesi per assicurarsi che non sfuggissero nuovi contagi ma a fine giugno è stata rilevata la morte di una persona, risultata poi positiva ai test che permettono di identificare la presenza del virus ebola. Le ricerche hanno permesso di identificare cinque persone entrate in contatto con quella malata che hanno a loro volta contratto il virus: una è morta, mentre altre quattro sono state dimesse di recente dopo avere ricevuto assistenza medica per tenere sotto controllo il virus.

A distanza di quasi due anni dai primi casi, i ricercatori sono ancora al lavoro per ricostruire con certezza quale possa essere stato il primo focolaio della malattia che ha poi portato all’epidemia nell’Africa occidentale. Uno dei primi casi certi è stato registrato nel dicembre del 2013 nei pressi di Guéckédou, tra le foreste della Guinea poco distante dal confine con Liberia e Sierra Leone. Le persone che erano venute in contatto con quella malata hanno permesso al virus di diffondersi in altre aree rurali, dove era difficile tenere sotto controllo il contagio. A marzo del 2014 i casi in Liberia erano almeno 8 e in Sierra Leone 6. Si iniziò a parlare di emergenza a giugno dello scorso anno quando furono stimate almeno 759 infezioni e la morte di oltre 450 persone in tutta l’Africa occidentale. Il picco fu raggiunto nei mesi seguenti, portando al più grande contagio nella storia di ebola.

Il virus ebbe una rapida diffusione anche a causa della scarsa preparazione delle autorità sanitarie locali sia dal punto di vista delle strutture per l’accoglienza, sia sulla possibilità di intervenire nei villaggi dove si verificavano i primi contagi. Come spiegano sull’Economist, per motivi economici molti paesi dell’Africa occidentale non spendono grandi risorse per la sanità: fatte le proporzioni dovute al potere di acquisto, la Sierra Leone spende meno di 300 dollari a persona per la sanità, la Spagna dieci volte tanto. Negli Stati Uniti ci sono 245 medici ogni 100mila pazienti, in Guinea ce ne sono 10. Questa condizione ha avuto un impatto sensibile sullo stesso personale sanitario, che in molti casi non aveva strumenti e protezione adatti per curare i pazienti senza essere contagiato. Dall’inizio dell’epidemia, si stima che siano rimasti contagiati almeno 881 operatori sanitari e che 512 di questi siano morti.

Nelle prossime settimane l’OMS si coordinerà con i governi di Liberia, Guinea e Sierra Leone per continuare a monitorare la situazione: nel complesso è oggettivamente migliorata rispetto a un anno fa, ma saranno necessari ancora molti mesi per dichiarare finita del tutto l’emergenza legata a ebola, come ha dimostrato il caso della Liberia.

Ebola fu identificato per la prima volta nella Repubblica Democratica del Congo nel 1976. Il virus causa febbre, vomito, disturbi intestinali con forte disidratazione ed emorragie interne, che possono causare la morte. Non esiste un vaccino per evitare di ammalarsi, né una cura efficace con farmaci per ridurre al minimo gli effetti del virus. Di solito quando viene diagnosticata la malattia si viene ricoverati e messi in isolamento, per evitare il contagio di altre persone. Dopodiché vengono avviate terapie per ridurre il più possibile la febbre, mantenere idratati i pazienti e tenere sotto controllo il decorso della malattia. Chi guarisce lo deve principalmente al proprio sistema immunitario, che riesce a superare l’infezione e a rendere innocuo il virus, come avviene dopo qualche giorno per un’influenza. In sostanza, molto della guarigione dipende dalle condizioni di salute generali di ogni individuo, dall’età (più si è giovani meglio è) e da numerose altre variabili a livello genetico: come per le altre malattie virali.

Fonte: Il Post

sabato 29 agosto 2015

Ora basta!


Ogni giorno mi sveglio e leggo solo cronaca che non vorrei mai leggere. In un tir abbandonato lungo un'autostrada austriaca vicino al confine con la Slovacchia e l'Ungheria, hanno trovato più di settanta corpi senza vita, tra cui donne e bambini. Oggi altri due barconi carichi di migranti sono affondati nel Mediterraneo, al largo delle coste libiche con oltre 200 morti.

Sono numeri che girano da mesi e mentre l'Europa e l'Italia alzano muri, vite umane si spezzano durante i viaggi della speranza. La speranza, questo termine che spesso si usa, ma pochi realmente conoscono il vero significato. Viviamo in un’epoca di egoisti e falsi buonisti, senza pietà verso la povera gente e adulatrice dei potenti, veri carnefici del mondo.

Sono stanco di leggere commenti che fanno vomitare dai fans di Salvini e Casapound, parlano sempre d'invasione, ma d'altronde quando uno ha la pancia piena e non vive in paesi dove si muore, non può capire nulla.

Tutti vogliono un cambiamento, ma come sarà mai possibile se uno non inizia a cambiare prima dentro di se? 

Prima dei beni materiali vengono le persone, essere migrante non è un reato, anzi dovrei essere libero di vivere in tutto il mondo in qualsiasi luogo. I confini sono stati inventati dagli uomini, ma la natura non li riconosce e se non si ha rispetto verso gli altri e il pianeta stesso, sicuramente presto ci estingueremo.

L'odio porterà alla distruzione del mondo e non si può pretendere diversamente, ora fermiamoci un po' a riflettere e diciamo basta a tutte le forme di discriminazione.

Vincenzo Cavaliere

Fonte: Web sul blog

Sono almeno 70 i migranti trovati senza vita in un camion in Austria

Si tratta di migranti siriani che erano diretti verso il nord Europa. Tre uomini bulgari, accusati di essere i conducenti del mezzo, sarebbero stati fermati in Ungheria

Uomini della polizia austriaca ispezionano il camion in cui sono stati trovati i corpi di 70 persone. Credit: Heinz-Peter Bader

I migranti ritrovati senza vita all'interno di un camion frigorifero giovedì 27 agosto in Austria, lungo il confine con l'Ungheria, sarebbero almeno 70, tra cui otto donne e quattro bambini.

Il camion era parcheggiato nella corsia d'emergenza dell'autostrada A4 che collega le città austriache di Neusiedl e di Parndorf, nella regione del Burgenland, nell'est del Paese.

Secondo quanto riporta la polizia locale, le vittime erano migranti siriani in viaggio dall'Ungheria verso il nord Europa. I loro corpi sono stati rinvenuti in stato di decomposizione.

Nella giornata di giovedì 27 agosto il numero delle persone trovate senza vita a bordo del camion era ancora incerto ed era stato dichiarato che si trattava di almeno 20 migranti. Oggi, venerdì 28 agosto, la polizia austriaca ha confermato che i morti sarebbero almeno 70.

Il capo della polizia locale ha affermato che il veicolo sarebbe entrato in territorio austriaco, attraverso il confine ungherese di Hegyeshalom, con al proprio interno i corpi già senza vita. Le persone, contenute nel vano frigorifero del camion, sarebbero morte almeno un giorno e mezzo prima del loro ritrovamento.

La polizia austriaca ha ispezionato il mezzo nella mattinata di giovedì 27 agosto verso le ore 11, dopo che quest'ultimo era stato precedentemente segnalato in sosta sulla corsia di emergenza dell'autostrada lo stesso giorno. Tre uomini di nazionalità bulgara sarebbero stati arrestati in Ungheria perché sospettati di essere i conducenti del veicolo.

Sul camion era presente il marchio di un'azienda slovacca, che ha tuttavia affermato di non essere più proprietaria del mezzo, registrato con una targa ungherese. La polizia austriaca sostiene che il camion sia partito mercoledì mattina da un'area a sudest della capitale ungherese Budapest.

Fonte: The Post Internazionale