martedì 3 marzo 2015

Internet in Cina, così il governo controlla e censura

Viaggio nel web di Stato cinese, tra grandi fratelli, protezionismo, e qualcuno che non ne può più

Cecilia Attanasio Ghezzi, China Files

Credits: WANG ZHAO/AFP/Getty Images

«Oltre la Grande muraglia, possiamo raggiungere qualunque angolo del mondo». Una frase che è passata alla storia. Si tratta della prima entusiasta email spedita dalla Cina. Era il 14 settembre del 1987, una data che segna un traguardo raggiunto e un nuovo inizio. Oggi, a quasi trent'anni di distanza, gli internauti cinesi battono tutti i record: otre 649 milioni di utenti e quattro milioni di siti. E sono cinesi quattro delle dieci più grandi aziende dell'information technology (It) a livello globale. Il commercio online ha superato i numeri degli Stati Uniti e continua a crescere a ritmi vertiginosi. Nel 2014 le transazioni hanno superato i duemila miliardi di dollari, il 25 per cento in più rispetto all'anno precedente. È le previsioni parlano di un tasso di crescita che si manterrà costante anche quest'anno. Un mercato che nessuno può permettersi di ignorare, ma con caratteristiche tutte proprie. Prima tra tutte il Grande Firewall, anche per questo quella prima mail suona profetica.

Una moderna muraglia

La grande muraglia è una delle opere d'ingegno più mastodontica e duratura che la civiltà umana ha prodotto. Non sempre ha tenuto lontano i “barbari”, ma li ha fatti entrare nell'Impero di mezzo in maniera controllata. Nei secoli alcuni temuti nomadi hanno perfino preso il potere e creato nuove dinastie. Non prima però di essersi conformati alla cultura locale. Varcare la Grande Muraglia significava essere consapevoli della grandezza della civiltà cinese, saper trattare con i mandarini e, soprattutto, adeguarsi alle loro regole. Il Grande Firewall, moderna muraglia digitale, è nato nel 1996 più o meno con lo stesso antico scopo: controllare le informazioni che entrano nel paese ed evitare l'ingresso di quelle più “pericolose”. Negli anni si è trasformata in una vera propria infrastruttura capace di bloccare parole chiave, pagine e perfino interi domini web. Provate a digitare le parole sulla lista nera, a entrare nel sito del New York Times o ad accedere a Twitter dal territorio cinese. Il risultato sarà sempre lo stesso: “errore 404”, “pagina non trovata”.

Sovranità della rete

Il Partito, quell'entità che nella Repubblica popolare si sovrappone quasi completamente allo Stato, è riuscito così in qualcosa che in pochi avrebbero creduto realizzabile: la costruzione di un internet nazionale, in tutto e per tutto simile al resto della rete. Ma separato. All'interno gli internauti cinesi si muovono come i loro colleghi nel resto del mondo. L'ambiente è caotico, ci sono blog, chat e informazioni. Si può giocare, vedere film, ascoltare musica e fare shopping. Ma a guardia dell'intero traffico ci sono paternalistici censori che giudicano, secondo le direttive del Partito, su cosa è giusto discutere e quali sono i social e le applicazioni che rispettano le (loro) regole.

La parola d'ordine è “wangluo zhuquan”, ovvero “sovranità sulla rete”. Una politica che si è fatta più chiara e pressante dopo le rivelazioni di Snowden secondo le quali gli Stati uniti avrebbero spiato il cyberspazio cinese per anni arrivando a intercettare l'ex presidente Hu Jintao il ministro del commercio e ad accumulare illegalmente dati di banche e aziende importanti come la Huawei. Anche per questo Xi Jinping, da quando è al potere, ha cercato di centralizzare ulteriormente il controllo su Internet attraverso la creazione di due nuovi organi: il Gruppo dirigente centrale per il cyberspazio, presieduto da lui stesso, e l'Ufficio di informazione per l'Internet dello stato, diretto da Lu Wei. Il primo dovrebbe sovraintendere e sviluppare «le strategie nazionali, i piani di sviluppo e le politiche più importanti» mentre il secondo di trasformarle in legge e farle applicare. Il presidente non si stanca di affermare che le tecnologie internet non devono violare la “sovranità sulla rete” del paese, mentre il secondo ripete senza sosta che alle aziende straniere è permesso fare affari in Cina solo in obbedienza alla legge cinese. In un editoriale aperto, ospitato dall'Huffington Post, è stato ancora più esplicito: «Le aziende statunitensi che operano in Cina dimostrano che chi rispetta la legge cinese può sfruttare le opportunità offerte dalla rete cinese. Chi sceglie di opporsi sarà isolato e costretto ad abbandonare il mercato cinese».

Sovranità o protezionismo?

Il mercato It della Repubblica popolare dovrebbe crescere di un altro 11 per cento nel 2015, raggiungendo un giro d'affari superiore ai 460 miliardi di dollari. È senza dubbio un mercato che fa gola a molti. Bene, il governo cinese ha appena redatto la lista di computer e sistemi operativi che ministeri e pubblici uffici possono comprare e adoperare. L'anno scorso era sparito Windows8, quest'anno spariscono Cisco, Apple, Intel e McAfee a favore dei concorrenti locali. Complessivamente, il numero di prodotti che i ministeri possono inserire nei loro budget è più che raddoppiato salendo da 2 a 5mila, ma nessuna dei nuovi ingressi è un prodotto con marca straniera. Cisco, l'azienda americana concorrente alla sopracitata Huawei, nel 2012 aveva una sessantina di prodotti in questa lista. Quest'anno, stando alle fonti di Reuters, non ne avrà neanche uno. Potrebbe essere una risposta alle rivelazioni Snowden o semplicemente un caso di protezionismo economico. Di fatto risponde a entrambe le esigenze e mette in luce quanti erano in molti a sospettare. La Cina sta cercando di avvantaggiare le aziende cinesi a danno dei concorrenti stranieri. E questi ultimi hanno sempre più difficoltà ad operare sul suo mercato.

La camera di commercio europea ha recentemente emesso un comunicato in cui denuncia come la Repubblica popolare stia lentamente trasformando «internet in una intranet», una di quelle reti aziendali ad accesso ristretto, limitato o riservato per gli utenti. Questo, si legge ancora nel comunicato, influenza il mondo degli affari e di fatto «costituisce una tassa corporativa». L'80 per cento delle aziende europee intervistate - infatti - percepisce un ulteriore restringimento dell'accesso alla rete avvenuto tra la fine dell'anno scorso e l'inizio del 2015. Con conseguenti lungaggini nel lavoro quotidiano e nella comunicazione con le aziende madri, collocate fuori dalla Grande Muraglia.

Una gabbia dorata

Per definire l'Internet cinese, sempre più spesso i commentatori stranieri fanno ricorso alla definizione di “gabbia dorata”: può renderti ricco ma al prezzo di costanti limitazioni e compromessi. Da giugno scorso, i controlli su media e social media si sono fatti più frequenti e efficaci. E a seguito delle proteste di Hong Kong, la stretta del governo su internet si è fatta sempre più pesante. Instagram e Google sono stati bloccati completamente. Da ottobre le autorità hanno lanciato ripetuti attacchi contro Yahoo, Google, Microsoft e Apple. Gmail non funziona più da dicembre, neppure scaricando la posta su server terzi. Di fatto a chiunque abiti in Cina e voglia accedere a informazioni e social media in uso nel resto del mondo è indispensabile affidarsi a servizi che reindirizzano il traffico internet fuori dal Grande Firewall. Ma da gennaio, il governo ha colpito anche questi ultimi.

Una mossa arrivata quasi in contemporanea a un nuovo progetto di legge che insiste sul fatto che le aziende It che operano sul territorio cinese devono conservare i dati degli utenti in server ubicati all'interno della Repubblica popolare e garantire al governo l'accesso ai codici sorgenti dei loro software. Conoscere il codice sorgente di un programma significa anche avere accesso alle backdoor, quelle “porte di servizio” che consentono di superare in parte o in tutto le procedure di sicurezza attivate da un sistema informatico o un computer e permettono dunque di violarne la memoria e accedere a dati riservati. In poche parole, si tratta degli accessi principali attraverso i quali i censori possono monitorare da un computer remoto il traffico e le informazioni digitali su dispositivi altri.

È indubbio che questo ridurrà ulteriormente la già poca privacy a cui sono abituati gli utenti che si collegano dal territorio della Repubblica popolare, ma è altrettanto chiaro che le nuove misure saranno un nuovo ostacolo per quelle aziende straniere che vogliono lavorare nel mercato più grande e a più rapida espansione del mondo. Prova ne è che nessuno di loro ha ancora rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale in merito a questa nuova bozza di legge. Si trovano di fronte a un rompicapo. Difficile rinunciare al mercato cinese, ma altrettanto controproducente potrebbe essere spiegare un passo indietro sulla privacy a clienti e azionisti ubicati nel resto del mondo.

E intanto i concorrenti locali continuano a crescere. Bat, la triade dell'It cinese - Baidu (motore di ricerca), Alibaba (sito di ecommerce) e Tencent (social network) - ha registrato una crescita incredibilmente rara nel panorama dell'industria Internet globale: il 50 per cento in più nell'ultimo quadrimestre del 2014.

Niente più tunnel?

«Questo è solo un altro modo della Cina per dire “non vi vogliamo”». Così Astrill, uno tra i due vpn stranieri più utilizzati per superare la censura cinese, qualche settimana fa ha salutato con un pop up i suoi clienti. Se siete abituati a navigare nel mondo libero, probabilmente non ne avete mai sentito parlare. Il vpn o virtual private network è un servizio che cripta e reindirizza il traffico internet. Ad esempio questo articolo è stato scritto in una redazione a Pechino, ma la sua autrice risulta connessa da Hong Kong una città esterna al Grande Firewall. Bloccando gli strumenti di questo tipo, le autorità cinesi di fatto lasciano sempre meno possibilità di aggirare il Grande Firewall, forzando indirettamente gli internauti ad affidarsi ai servizi offerti dalle aziende cinesi.

Se il governo riesce a spingere sempre più utenti ad utilizzare i servizi offerti dalle aziende domestiche - che per inciso controlla più facilmente - è un'ulteriore passo in avanti verso quella che chiama pubblicamente “sovranità sulla rete”. Di questo passo, presto non avrà più bisogno di chiedere a Yahoo i dati dei suoi utenti o ad Apple di eliminare qualche applicazione dallo store cinese. E non dovrà neanche più intimare a LinkedIn di rimuovere i contenuti negativi sulla Cina dalla sua piattaforma. Perché? Perché saranno veramente pochi gli internauti all'interno della Grande Muraglia in grado di aggirare il Grande Firewall per utilizzarli. Peraltro al momento le vpn cinesi funzionano molto meglio di quelle straniere, soprattutto sugli smartphone. Un altro elemento che lascia pensare che, oltre alla censura sui contenuti scomodi, le considerazioni economiche siano sempre più importanti per chi regola l'intranet cinese.

Il peso economico della censura

È giusto e normale che la Repubblica popolare veda in Internet il grilletto che faccia esplodere la propria industria dell'innovazione, ma la sua attitudine al controllo potrebbe avere effetti negativi anche sulle aziende cinesi. Ne è convinto Jörg Wuttke, presidente della Camera di commercio europea quando asserisce che «le aziende cinesi sono frustrate quanto i nostri membri». Il problema è anche di infrastrutture. Pur ospitando la più vasta popolazione di utenti a livello mondiale, la Repubblica popolare si colloca 93esima per velocità della rete, il tasso di connettività è di media meno di un quarto di quello di Hong Kong. Ciò è dovuto all'incessante attività dei censori e al fatto che l'intero traffico nazionale ha soli tre punti di entrata e uscita dal paese: Pechino, Shanghai e Guangzhou.

La lentezza della rete influisce negativamente sulle ore-lavoro di qualsiasi impiegato. Per non parlare di chi fa dell'innovazione tecnologica il suo core business. Pin Wang fondatore di una start up di videogames a Pechino, sintetizza così la sua frustrazione al quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post: «Ciò che dovrebbe essere fatto in 15 secondi, prende dai tre ai cinque minuti con conseguenti ricadute sul lavoro. Siamo una start up e non abbiamo le risorse per trasferirci, ma ne riparleremo a tempo debito». Così mentre le grandi aziende dell'It cinese prosperano in assenza di competizione, quelle piccole o appena nate faticano ad affermarsi, strangolate dalle regole e dalla lentezza della rete nella Repubblica popolare.

La portavoce del ministero degli esteri Hua Chunying ha risposto alle accuse della Camera di commercio europea - a cui ha fatto subito eco quella americana - mostrando un rapporto Onu che dimostra come la Repubblica popolare sia diventata la principale destinazione degli investimenti esteri nel 2014. Un modo di mettere in dubbio la sfiducia che le due Camere di commercio che fanno base a Pechino registrano tra i propri membri. Ma i dati riportati evidentemente non tengono conto dello scontento che serpeggia tra gli imprenditori stranieri e cinesi. I primi si chiedono sempre più spesso fino a che punto si possa pagare per essere presenti sul mercato della seconda economia mondiale. I secondi stanno prendendo le loro decisioni. Un sondaggio di Barclays condotto tra i cinesi con un patrimonio personale superiore al 1,5 miliardi di dollari mostra come il 47 per cento programmi di lasciare la Cina entro i prossimi cinque anni. Piani quinquennali permettendo, verrebbe da aggiungere.

Fonte: Linkiesta.it

lunedì 2 marzo 2015

Jobs Act, cosa cambia. Ce lo spiegano i giuslavoristi della Sapienza


Comincia a prendere corpo la riforma del mercato del lavoro targata Renzi. Da oggi, infatti, entrano in vigore due tra i decreti emanati dal governo che si inscrivono nel solco di quell’insieme di provvedimenti che vanno a completare il disegno di riforma complessiva chiamato Jobs Act. Con l’occasione abbiamo quindi deciso di fare chiarezza sui punti salienti della nuova disciplina del lavoro: come era prima il mercato del lavoro e come sarà regolato dopo la riforma? Lo abbiamo chiesto ad un gruppo studio di giuslavoristi coordinati dal professor Arturo Maresca, docente ordinario di diritto del lavoro presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università Sapienza di Roma.

Quali sono sino ad oggi le principali novità introdotte dal Jobs Act?
Una prima parte di questa riforma è stata approvata con il cd. decreto Poletti che ha riguardato i contratti a termine. Poi nel dicembre del 2014 è stata varata la legge delega sulla riforma del mercato del lavoro che consente al governo di dettare le norme attraverso decreti legislativi che verranno emanati di volta in volta. Tra questi i decreti che sono in fase più avanzata (e che entrano in vigore oggi, ndr.) riguardano le tutele crescenti, le modifiche in materia di licenziamento, e la Naspi (che sarebbe la nuova indennità di disoccupazione). Poi abbiamo altri schemi di decreti legislativi pronti. Essi concernono il riordino delle tipologie contrattuali (quindi il riordino del contratto a termine, il riordino del part-time, il riordino dell’apprendistato, il riordino del contratto a chiamata), un intervento importante sulle collaborazioni coordinate, una modifica importante sull’art. 13 dello statuto dei lavoratori riguardante il mutamento di mansioni e gli interventi a sostegno della genitorialità. Poi a fine marzo avremo altri decreti che riguarderanno gli ammortizzatori sociali, non però quelli sulla disoccupazione bensì quelli sul sostegno all’occupazione, ed infine una modifica dell’art. 4 dello statuto in materia di controlli dei luoghi di lavoro (criteri e requisiti per l’installazione di impianti audiovisivi, ndr.).

Insomma molte novità sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Come cambia il diritto del lavoro con la riforma Renzi?
Si tratta di un capovolgimento completo. Prima il nostro legislatore diceva che la flessibilità del lavoro si realizza attraverso le tipologie flessibili di contratti con le quali assumere: collaborazioni a progetto, partite Iva, associazioni in partecipazione, il contratto a termine, la somministrazione etc. Adesso il governo intende spingere le aziende ad utilizzare nuovamente come strumento principale il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Per fare ciò si vuole rendere questo tipo di contratto meno costoso (rispetto alle cd. forme contrattuali precarie), lo si vuole dotare di flessibilità gestionali interne al rapporto di lavoro (ad esempio aprendo ai demansionamenti, ndr.) e di costi certi nel licenziamento.
Per quanto riguarda l’economicità, il governo si è già mosso in tal senso. Con la legge di stabilità che è entrata in vigore il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ad oggi costa il 36% in meno rispetto al contratto a termine ma anche rispetto alla partita Iva in quanto per i primi 3 anni chi sceglie di assumere a tempo indeterminato non dovrà pagare i contributi previdenziali e il costo di questo lavoratore è interamente deducibile ai fini Irap. Ciò può rappresentare una bella attrattiva per il datore di lavoro che, dovendo assumere, si trova a scegliere tra le forme flessibili e la più economica tipologia contrattuale a tempo indeterminato.

E alla fine di questi 3 anni?
E alla fine di questi tre anni il sostegno viene meno (cioè si tornano a pagare i contributi, ndr.). E quindi diciamo vedremo quello che succederà il primo gennaio del 2018. Però intanto questo lavoratore è stato inserito con un rapporto a tempo indeterminato in azienda e poi si vedrà quello che succede.

Va bene, sulle tutele ci torniamo più avanti. Per quanto riguarda le flessibilità interne?
Si poi abbiamo le flessibilità interne al rapporto di lavoro. In precedenza il legislatore non era mai intervenuto sul contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ma era intervenuto sulle tipologie flessibili. Oggi fa un’operazione che apre alle possibilità di mutamento delle mansioni* in costanza di rapporto e modifica le modalità di esercizio del potere di controllo (dei luoghi di lavoro) con l’ausilio delle nuove tecnologie.
(*Per mansioni si intendono le modalità con le quali le prestazioni lavorative del dipendente vengono organizzate nell’azienda e la posizione nell’unità produttiva del lavoratore medesimo, ndr.).

E poi c’è la disciplina sui licenziamenti…
Essa va inquadrata secondo l’obiettivo di fissare costi certi in materia di licenziamento. Qui noi avevamo l’art. 18 (dello Statuto dei Lavoratori, ndr.) che rimarrà per tutti i lavoratori assunti fino a ieri, mentre per tutti quelli che saranno assunti dal giorno successivo all’entrata in vigore del decreto, nel caso di licenziamento, ove quest’ultimo fosse illegittimo, la regola generale sarà un’indennità da 4 a 24 mensilità che cresce in base all’anzianità. Quindi un’azienda che licenzia può sapere con certezza che nel caso di licenziamento illegittimo il costo del licenziamento non supera questo importo. Quindi non è il giudice che stabilisce quante mensilità, tra 4 e 24, spettano, perché in base all’anzianità si moltiplica ogni anno di anzianità per due. In questo contesto la reintegrazione nel posto di lavoro resta confinata a 5 ipotesi: licenziamento discriminatorio, licenziamento nullo (cioè il licenziamento per ritorsione, della madre lavoratrice della donna che ha contratto matrimonio), licenziamento orale, il licenziamento per inidoneità psicofisica e alcune ipotesi di licenziamento disciplinare. In questo caso si può avere reintegrazione quando il fatto è insussistente (cioè non è materialmente accaduto o non è attribuibile al lavoratore, ndr.); se invece il fatto è sussistente ma non è grave e quindi il licenziamento è illegittimo perché non c’è proporzionalità tra fatto e provvedimento allora il lavoratore sarà comunque licenziato ma avrà n’indennità che è quella calcolata tra le 4 e 24 mensilità.
Dunque possiamo concludere che tale indennità vale per tutte le ipotesi di licenziamento (anche per quelli economici e collettivi) a meno che la fattispecie non sia riconducibile ad uno dei cinque casi suddetti.

Che differenza c’è tra la manifesta insussistenza del fatto che viene contestato che viene posto a motivazione del licenziamento e la non proporzionalità del licenziamento rispetto alla gravità del fatto? Per il lavoratore cambia molto…
I giudici continueranno ad accertare la legittimità o illegittimità del licenziamento in base al principio della proporizionalità. Questo è scritto nel codice civile e non è stato toccato. Quindi il giudice dirà: ma questo fatto per il quale il lavoratore è stato licenziato, cioè l’infrazione, è così grave da legittimare il licenziamento? E faranno quello che hanno sempre fatto, cioè diranno il licenziamento legittimo/illegittimo. Qui avverrà la stessa cosa. Che cosa cambia? Prima la sanzione che si applicava era la reintegrazione, oggi la sanzione che si applica è l’indennità da 4 a 24.

Quindi lei sta dicendo che una volta che il giudice stabilisce che il licenziamento non è giusto, invece di un risarcimento in forma specifica come poteva essere la reintegrazione, il datore può comunque licenziare pagando solo un indennizzo. Questo si ricollega con quello che dicevamo prima a proposito delle politiche di sostegno. Dove sono dopo questa riforma le tutele?
Si è vero la tutela della reintegra è stata sostituita dal legislatore con una tutela che è in parte indennitaria ed in parte si realizza attraverso il contratto di ricollocazione. Le tutele sono quindi lì, in questi due strumenti. Il contratto di ricollocazione, in particolare, è una politica attiva del lavoro che dovrebbe portare quel lavoratore, da quella posizione che ha perso ancorché illegittimamente e per la quale se così fosse verrebbe indennizzato, ad un nuovo lavoro attraverso una politica di sostegno alla nuova occupazione. Cioè per politiche attive s’intende sostegno del lavoratore a trovare un’altra occupazione. Si dice, questo è uno slogan, ma se ben fatta si tratta di una visione alternativa all’attuale sistema: la tutela non è nel rapporto ma si realizza nel mercato. Quindi la tutela non è del posto di lavoro, cioè del posto precedentemente occupato, ma la tutela è dell’occupazione. Adesso il punto è: funzionerà questo sistema? Questo è il punto, però questo è il sistema moderno, cioè con queste politiche il legislatore non ti reinserisce dove stavi prima, ti porta ad una nuova occupazione, indennizzo e nuova occupazione questo è lo schema delle tutele. E’ un bel passo avanti, se sarà un salto nel vuoto o meno lo dirà il funzionamento degli strumenti accessori. Questi in realtà sulla carta e nelle intenzioni ci sono, il problema è che mettere in campo gli strumenti o scrivere nella costituzione che ci saranno le politiche attive sul lavoro non è una cosa sufficiente perché poi bisogna farle funzionare le cose.

Veniamo ai cambiamenti in materia di contratti a tempo determinato. Lei diceva che il merito di questa serie di riforme è il fatto che si realizza la flessibilità all’interno del contratto di lavoro subordinato indeterminato, però il decreto Poletti ha tolto la causalità* e consente di prorogare per 5 volte il contratto a termine. Non è contraddittorio?
Secondo me no, anche se questo è stato detto. Secondo me non è contraddittorio perché il decreto Poletti sostituisce un limite legale (che prima era causalmente collegato al motivo che giustificava il termine posto alla durata del contratto) ad un limite quantitativo: il datore non può assumere a tempo determinato più del 20% dell’organico. Quindi che cosa è stato fatto? E’ stato sottratto il contratto a termine ad un criterio che ha dato luogo a contenziosi enormi: prima la condizione causale giustificatrice del contratto a termine era la “ragione tecnica organizzativa produttiva e sostitutiva”, ma rispetto al significato di tale locuzione ognuno di noi ha un’idea diversa. Adesso invece c’è il criterio del 20% che è più facile e se uno lo sfora c’è l’illegittimità del contratto a termine. Quindi secondo me c’è coerenza, però mi rendo conto che prima il contratto a termine potesse sembrare più complicato da applicare; ciò che però fa il legislatore dinanzi alle difficoltà interpretative è cercare di semplificare.
(*Per causalità del contratto a termine si intende quella condizione che veniva posta dalla legge e che doveva sulla carta impedire ai datori di assumere con formule precarie per motivi generici, limitando queste tipologie di rapporti a specifici casi, ndr.) 

Abbandonando per un attimo il sistema delle tutele, anche se si tratta di argomenti strettamente connessi, oggi assistiamo al diffondersi della contrattazione collettiva a livello aziendale a scapito della contrattazione collettiva nazionale, ebbene questo, anche alla luce delle riforme in cantiere, non pone in dubbio la permanenza stessa dello Statuto dei lavoratori e l’esistenza della contrattazione collettiva nazionale?
Ha senso parlare di contratto collettivo nazionale di categoria perché noi abbiamo un sistema produttivo che è largamente occupato dalle piccole imprese. Quindi la contrattazione aziendale, che è importantissima perché coglie di più le esigenze di tutela e di flessibilità di quell’azienda che sono diverse da quelle di un’altra, riguarda un settore piuttosto delimitato. Infatti solo il 30-35% delle imprese fa la contrattazione integrativa (cioè la contrattazione aziendale, ndr.); è vero che queste sono le imprese maggiori, quindi il 30% delle imprese numericamente copre però circa il 60-70% dei lavoratori, ma il contratto nazionale deve rimanere perché altrimenti restano scoperti in troppi.

Siamo alle considerazioni finali. Lei pensa che una riforma del mercato del lavoro che va incidere sulle relazioni tra datore e lavoratore e anche sui diritti del lavoratore sia capace di produrre effetti dal punto di vista economico, cioè nell’economia reale, e di incidere sul costo opportunità dei datori nella scelta se assumere o no?
No, la riforma non creerà di per sé posti di lavoro, non c’è una legge che crea nuova occupazione, sennò noi saremmo all’avanguardia nell’occupazione, visto che noi siamo produttori di norme…Però vuole avere un effetto molto molto importante che è quello di limitare l’utilizzo delle forme precarie di lavoro, quindi indirizzare l’impresa a forme di lavoro che danno una stabilità dell’occupazione maggiore. Si possono fare tutte le considerazioni possibili sul Jobs Act, ma c’è un dato da cui bisogna partire: oggi su 100 lavoratori assunti 15 lo sono con un contratto a tempo indeterminato e gli altri 85 vengono assunti con tutto, dallo stage alla partita iva, dal contratto a progetto al contratto a termine, senza dimenticare la somministrazione. Ebbene il successo o l’insuccesso della legge dipenderà dall’inversione di questo rapporto. Non si deve guardare invece alla creazione di nuova occupazione, perché per aversi nuova occupazione ci vuole la ripresa. E’ vero, si dice che i nuovi contratti a tempo indeterminato avranno minori garanzie, si ma è sempre tempo indeterminato.

A patto che funzioni tutto quello che c’è intorno…
Quello che c’è intorno serve per i lavoratori che saranno licenziati. Io non credo che ci saranno questi eccessi in materia di licenziamento perché un’azienda, detto francamente, se assume lo fa per occupare e non per licenziare. Certamente ci può essere un problema con il lavoratore con il quale non si instaura un rapporto proficuo, ci può essere un problema perché il mercato non funziona, e allora bisogna fare in modo che il mercato sia dinamico affinché il lavoratore uscito da un’azienda sia indennizzato in caso di licenziamento illegittimo e riportato dal sistema (tramite ammortizzatori e politiche attive suddette) ad un’altra occupazione. Questa si chiama flex security in Europa. Il punto è: la riusciremo a fare? Questo bisognerà vedere perché senza questo contorno il passo avanti che stiamo facendo potrebbe risultare un salto nel vuoto.

Fonte: OltremediaNews

domenica 1 marzo 2015

Il flop fascio-leghista


Se voleva "marciare su Roma", dovrà prenotare per un'altra visita... Questa, a Salvini e i suoi fascio-leghisti è andata proprio maluccio. Grande imbarazzo nelle redazioni di regime, costrette a inquadrature "basse", con lo zoom stretto sulle facce di qualche coglione con le corna da vichingo, qualche mazziere di CasaPound dalla faccia tra il feroce e il perplesso. Mai una visione dall'alto, neanche nel momento topico, che desse il riscontro numerico inoppugnabile della dimensione dei presenti.

Vi diciamo noi come stanno le cose: Piazza del Popolo contiene 25.000 persone al massimo, se il palco - come questa volta - non se mangia quasi la metà. Per il resto, larghi spazi vuoti, riempiti con bandiere, cartelli, striscioni e cartelli buttati per terra (spicca un Mussolini che ... aspettava Salvini), o direttamente dall'imponente contingente di poliziotti schierati a difesa. Insomma: 15.000 persone, a voler essere generosi, in gran parte scesi dai pullman della gita con visita a Roma.


Un buco nell'acqua, nonostante il regime abbia scelto Salvini come "l'alternativa" a Renzi. Ma questo non vuol dire che l'oprerazione "populista" finisca qui. Il discorso del segretario leghista ha una sua logica perversa, ma va capita bene. Da un lato attacca il nemico che tutta la popolazione - indipendentemente dai livelli di reddito o dai ruoli sociali - avverte come tale: l'Unione Eurooea, la Troika, dunque il governo Renzi. Lo fa con slogan e temi chiaramente da "piccola impresa" (riferimenti continui alle quote latte, all'agricoltura, ai camionisti), occhieggiando però anche ai pensionati (al nome "Fornero" qualunque piazza reagisce con un ruggito di rabbia) e soprattutto provando a mettere lavoratori italiani contro migranti. Un'ipotesi di "blocco sociale" teoricamente vasto, am handicappato da differenze sociali interni laceranti.

E' un'operazione complessa, ambiziosa, complicata dalla totale assenza di credibilità del gruppo dirigente leghista al di fuori del territorio originario. Un'operazione che non è stata ancora metabolizzata dalla sua base storica, comunque. "corna vichinghe" a parte, era utto un distinguere tra "prima gli italiani", anzi "prima il nord", ma quando mai "prima il Veneto". Un modo idiota di presentarsi, si si vuole "conquistare Roma".

Allo scopo non sembrano molto utili né i vecchi attrezzi di Fratelli d'Italia, tantomeno i picchiatori di CasaPound, fermi alla "sovranità nazionale", ma ferocemente contrari - storicamente e nel presente - alla "sovranità popolare". Sembra chiaro il loro ruolo futuro: braccio armato collaterale, "mondo di mezzo" con lama o bastone alla mano, mentre i "pensatori leghisti" provano a delineare una strategia migliore.

Devono camminare tanto, però. Per loro non c'è spazio. Giusto nei talk show...

Fonte: Free Italia

sabato 28 febbraio 2015

Perché l’Isis distrugge le statue

Il Profeta ha vietato la riproduzione di figure umane e animali, ma il video dello Stato Islamico ha anche un altro fine


Maometto era un iconoclasta e distruggeva quelli che riteneva i falsi idoli delle religioni concorrenti, così ora gli estremisti dell’Isis prendono l’esempio alla lettera, ma solo fino a un certo punto.


PERCHÉ SPACCANO TUTTO - Gli uomini del califfato seguono una dottrina fondamentalista sunnita secondo la quale è vietata qualsiasi riproduzione di esseri umani o animali, tanto più se raffigurazioni di divinità, una vera eresia. Lo spiegano anche nel video che tanto scandalo ha destato ieri con la sua pubblicazione: «Queste rovine dietro di me, sono quelle di idoli e statue che le popolazioni del passato usavano per un culto diverso da Allah. Il Profeta Maometto ha tirato giù con le sue mani gli idoli quando è andato alla Mecca. Il nostro Profeta ci ha ordinato di distruggere gli idoli e i compagni del Profeta lo hanno fatto quando hanno conquistato dei Paesi. Quando Dio ci ordina di rimuoverli e distruggerli, per noi diventa semplice e non ci interessa che il loro valore sia di milioni di dollari».

IL PROFETA LO VUOLE - La motivazione dottrinaria è la stessa che spinse i talebani a distruggere le statue di Buddha di Bamyan in Afghanistan, ma in questo caso nel video c’è anche un messaggio che tra le righe prende le distanze dalle accuse rivolte all’ISIS di finanziarsi anche attraverso il traffico illegale del patrimonio archeologico di Siria e Iraq. Fonti irachene hanno reagito dichiarando che molti dei pezzi più pregiati sono già stati asportati ed esportati. Pezzi dal valore incalcolabile sia per la fattura che per la loro storia, essendo vestigia di popoli che in Mesopotamia hanno contribuito a porre le basi della civiltà moderna e a portare l’umanità fuori dalla preistoria.

LEGGI ANCHE: L’ISIS mostra la distruzione del patrimonio archeologico di Ninive

LA PROPAGANDA DELLA PUREZZA - Un tale mercimonio però incrinerebbe l’immagine intransigente dell’organizzazione ed ecco allora che il video diventa l’occasione per dichiarare, e in parte dimostrare, che i pii maomettani non fanno caso al volgar denaro quando c’è da seguire l’esempio del Profeta. Esempio peraltro molto disputato all’interno della stessa comunità musulmana, se è vero che in Arabia Saudita il governo ha provveduto a cancellare le tracce delle civiltà precedenti la venuta di Maometto, è altrettanto vero che in tutti gli altri paesi a maggioranza musulmana non accade niente del genere. Non per niente le vestigia irachene resistono da secoli intonse, e anzi custodite e valorizzate, in una regione a maggioranza sunnita.

Fonte: Giornalettismo

venerdì 27 febbraio 2015

La guerra di Tsipras


Una vittoria a metà quella di Alexis Tsipras, anzi, forse qualcosa di meno. La bozza di riforme presentata alla Commissione europea il 24 di febbraio ottiene certamente due cose.

Cosa ottiene Tsipras. Innanzitutto, il prestito ponte di quattro mesi fondamentale per mandare avanti uno Stato con le casse vuote, un obiettivo che andava centrato a tutti i costi. La valutazione positiva della verifica del programma - che scade il 28 febbraio - porterà alla concessione della tranche finale da 7 miliardi di euro. Una seconda nota positiva per Tsipras è l’aver messo la Grecia nella condizione di poter trattare scrivendo gli accordi in prima persona, in parte recuperando la propria dignità nazionale e abbandonando il ruolo passivo avuto nel recente passato. Per il resto francamente non sembra esserci gran che di cui rallegrarsi.

La Troika è viva e vegeta. Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis hanno sbattuto contro un muro: la Troika (Ue, Fmi, Bce) esiste eccome e la Grecia deve farci i conti. Chiamare istituzioni i vecchi creditori suona solo come il contentino da dare in pasto all’opinione pubblica.

La realtà vista dalla prospettiva delle “istituzioni” è molto diversa. Perché il documento con cui Atene si impegna a onorare i debiti e rispettare gli obiettivi di bilancio è valutato come “un buon punto di partenza” e nulla più. Un termine che contrariamente alle apparenze non nasconde nulla di buono. È la premessa a una revisione dei contenuti e al fatto che ci sarà molto da dire, ma soprattutto molto da fare.

Dalla teoria alla pratica sotto il controllo delle “istituzioni”. In attesa del voto sul documento da parte dei parlamenti nazionali (quello tedesco dovrebbe avvenire venerdì), la Ue raccomanda ad Atene di “sviluppare ulteriormente e ampliare l’elenco delle misure di riforma, in base alla disposizione attuale, in stretto coordinamento con le istituzioni al fine di consentire una conclusione rapida e positiva della revisione”. L’Eurogruppo ha fatto sapere che le istituzioni faranno un esame più approfondito del piano di riforme, «al più tardi entro la fine di aprile».

Ad aprile quindi si vedrà come le promesse saranno effettivamente messe in pratica, Tsipras dovrà mettere nero su bianco il modo in cui proseguirà la sua linea di governo e soprattutto restituirà i soldi. Adesso l’enunciazione di quel che si farà va benissimo - e secondo Draghi e Lagarde, numeri uno di Bce e Fmi, neanche troppo - ma il nodo cruciale della questione resta sempre il come. Le misure sono ottime linee generali, il problema restano i numeri e le stime delle coperture, al momento cifre non ce ne sono.

E se il terribile memorandum che, forse per delicatezza, non viene mai nominato rimane in piedi sotto tutti i profili, del programma elettorale resta ben poco, a parte il tentativo di aumentare il salario minimo all’interno di un bilanciamento tra flessibilità e equità nella contrattazione collettiva. Fermo restando che anche l’aumento del salario minimo richiederà una consultazione preventiva con le istituzioni europee.

Cosa resta del programma. E mentre Tsipras garantisce che “la lotta alla crisi umanitaria non avrà effetti negativi per il bilancio”, del programma fortemente sociale di Syriza non rimane granché. La spesa sanitaria verrà rivista, ma “l’accesso universale” resterà garantito. E, tra le misure per le fasce più deboli, compaiono i buoni pasto, energia e sanità per i poveri.

Riforme? Si ritoccherà l’Iva affinché non provochi un “impatto negativo sulla giustizia sociale”, mentre il fisco si farà più aggressivo con le lobby: l’intento è quello di mettere fine agli “sconti ingiustificati” a favore di coloro che finora l’hanno sempre passata liscia. Lotta senza tregua alla frode e all’evasione fiscale, assicurando in generale “che tutte le aree della società, specialmente le benestanti, contribuiscano equamente”. Contestualmente al taglio delle spese per ministri e parlamentari, i ministeri caleranno da 16 a 10 e si attuerà una spendig review che investirà “ogni area della spesa pubblica” aggredendo, ovunque sia possibile, quel 56% del totale delle spese dei ministeri che non va a pagare salari e pensioni.

La Grecia ha promesso di mantenere le “privatizzazioni già completate” e di portare a compimento, secondo i termini di legge, “quelle per cui è stato pubblicato il bando”, mentre “rivedrà quelle non ancora lanciate puntando a migliorare i benefici a lungo termine per il Governo”. Come accennato, a livello di numeri c’è poco o nulla, anche se nei giorni scorsi erano affiorati particolari. Si era parlato di una patrimoniale da 2 miliardi e mezzo per i ricchi lobbisti e gli armatori. A cui se ne aggiungerebbero altrettanti - per un totale di 5 miliardi - dal recupero di tasse arretrate non pagate da persone e imprese.

La lotta senza quartiere al contrabbando potrebbe portare poco meno di due miliardi e mezzo: 1,5 miliardi dal contrabbando della benzina e altri 800 milioni da quello delle sigarette. Altri due miliardi, forse 2,5, verrebbero recuperati sul fronte dell’evasione fiscale, attraverso l’adozione di nuove misure utili a rendere più funzionali i controlli.

Dubbi e incertezze. Al momento si tratta di cifre che, però, non possono essere contabilizzate ed appaiono assolutamente incerte. L’idea è che se ne rendano conto un po’ tutti e che presto si tornerà a discutere ancora delle riforme greche. Del resto, se la nostra economia, ad esempio, è 10 volte quella greca e con mezzi di controllo fiscale nettamente più stringenti noi riusciamo a tirare fuori 6-7 miliardi di euro, è lecito pensare che i greci, qualora fossero in possesso dei nostri stessi mezzi, potrebbero portare a casa settecento milioni all’incirca.

Gli oligarchi sul piede di guerra. Ma non solo, la patrimoniale ai miliardari e agli armatori greci, gli oligarchi in perenne conflitto d’interessi, che hanno sempre goduto di vantaggi e impunità pressoché totali non sarà semplice da attuare. In caso di tassazione gli armatori hanno già minacciato di piazzare le loro navi nei porti di altri paesi e di spostare le attività all’estero. Considerando che la disastrosa economia greca ha però il primato della flotta commerciale più grande del mondo, questa minaccia potrebbe porre dei grossissimi interrogativi.

Syriza a rischio spaccatura. Senza considerare che Tsipras avrà un problema in più. Dentro Syriza i malumori crescono, mentre l’ala più dura e meno propensa al compromesso parla senza mezzi termini di “tradimento”.

Dopo l’euro deputato Manolis Glenzos, l’eroe nazionale della resistenza contro il nazismo e il regime dei colonnelli, che ha chiesto scusa agli elettori per aver disatteso le promesse elettorali: “chiedo scusa ai greci per l’illusione di Syriza“, contro Tsipras ha tuonato anche il famoso compositore Mikis Theodorakis - autore anche delle musiche di Zorba il Greco - che ha criticato duramente la riproposizione del memorandum imposto dalla Troika, chiedendo di riprendersi davvero la sovranità nazionale “di cui non ho sentito fino ad ora a parlare”. Ma il forte malessere potrebbe addirittura sfociare nella spaccatura del partito.

Adesso chi vota le riforme? Il momento del Paese consiglierebbe un minimo in più di realismo politico e qualche attenuante per Tsipras e Varoufakis, i quali, oltre ai “rigoristi” nordeuropei, hanno avuto contro anche i governi dei Paesi in difficoltà che temono l’avanzata delle forze no euro. Tuttavia per i due giovani politici senza cravatta il problema si chiama ancora una volta riforme. Se è vero, infatti, che una parte di Syriza avrebbe promesso le barricate contro un “memorandum 2” e la richiesta della Troika di più riforme, chi voterà a favore degli impegni? L’esecutivo di Tsipras potrebbe essere costretto a un accordo con quella vecchia politica che ha gettato la Grecia nel tunnel. Costretto a votare i provvedimenti assieme ai partiti che hanno falsificato i bilanci e svenduto la dignità di un popolo. Per Tsipras potrebbe essere questa la vera sconfitta.

Fonte: Diritto di critica

giovedì 26 febbraio 2015

Donne iraniane senza hijab

Una giornalista iraniana ha vinto il premio per i diritti delle donne, invitandole a posare senza hijab

di Anna Ditta


La giornalista iraniana Masih Alinejad ha ricevuto un premio per i diritti umani per aver creato una pagina Facebook che invita le donne iraniane a inviare foto di se stesse senza hijab, a dispetto delle norme che impongono loro di indossarlo.

La giornalista iraniana ha lanciato la pagina Facebook My Stealthy Freedom lo scorso anno, attirando più di mezzo milione di persone in poche settimane. Da quel momento migliaia di donne hanno inviato loro foto senza hijab da pubblicare.

Il vertice di Ginevra per i diritti umani e la democrazia, un gruppo formato da 20 organizzazioni non governative, ha conferito a Masih Alinejad il premio per i diritti delle donne per "dare voce a chi non ha voce e scuotere la coscienza dell'umanità per sostenere la lotta delle donne iraniane per i diritti umani fondamentali, la libertà e l'uguaglianza."

Sulla pagina Facebook decine di donne iraniane continuano a pubblicare foto che le ritraggono nei momenti privati in cui tolgono il velo, sfidando il divieto imposto dal governo di Teheran. Le foto mostrano donne sulla spiaggia, per strada, in campagna, da sole, con amici o parenti. Tutte senza il velo.

Spesso le foto sono accompagnate da frasi come: "Detesto l'hijab. Adoro la sensazione del sole e del vento sui miei capelli. É questo un grande peccato?” Oppure: "Cerco di vivere questa libertà segreta ogni giorno. A volte arriva la pace, a volte la paura. Queste piccole azioni potrebbero sembrare così banali, ma sono vitali per la tua anima".

Masih Alinejad è una giornalista iraniana esule a Londra. Alinejad ha postato sul suo profilo Facebook alcune foto in cui era senza hijab. Le immagini hanno ricevuto migliaia di like e hanno spinto altre donne a inviare foto simili. La giornalista ha quindi deciso di aprire la pagina dedicata a queste foto e a lanciare una campagna, che ha riscosso successo anche su Twitter con l’hashtag #stealthfreedom.

Alinejad è nota per le critiche mosse al governo iraniano, ma insiste sul fatto che questa campagna non è politica. Le donne che hanno condiviso le loro foto non sono attiviste, ma semplici cittadine. “Non ho alcuna intenzione di incoraggiare le persone a sfidare l'obbligo di portare l'hijab o a lottare contro di esso", ha detto al Guardian. "Voglio solo dare voce alle migliaia e migliaia di donne iraniane che pensano di non avere nessuna piattaforma per dire la loro".

Alinejad non si è oppone al hijab, ma crede che la gente dovrebbe avere la libertà di scegliere: “Voglio vivere in un paese dove io, che non porto l'hijab, e mia sorella, che lo preferisce, possiamo vivere insieme", ha spiegato.

Non è la prima volta che proteste simili si diffondono nel paese, ma nessuna finora aveva coinvolto così tante persone. In Iran alle donne è proibito stare in pubblico a capo scoperto dalla rivoluzione islamica del 1979. Chi disobbedisce a questa regola deve pagare una multa, ma rischia anche di finire in prigione.

Nell’ottobre del 2013 il presidente iraniano Hassan Rohani, che nell’ultima campagna elettorale aveva promesso una maggiore apertura culturale, ha chiesto alla polizia di essere più indulgente con le donne rispetto alla questione dell’hijab. Tuttavia sono ancora molti quelli che vogliono che il velo sia obbligatorio e sottolineano la sua importanza per la legge islamica. Il 6 maggio a Tehran centinaia di persone hanno manifestato contro la trasgressione di questa norma.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 25 febbraio 2015

Cosa succede in Venezuela


Uno studente durante una manifestazione a San Cristóbal, nello stato di Táchira, in Venezuela. George Castellano, Afp

  • Un ragazzo di 14 anni, Kluivert Roa, è morto durante una protesta a San Cristóbal, nello stato occidentale di Táchira, in Venezuela, al confine con la Colombia. È stato ucciso da un proiettile che lo ha colpito alla testa, durante violenti scontri tra polizia e manifestanti.
  • È stato arrestato un agente per la morte del ragazzo. Il poliziotto Javier Mora Ortiz, 23 anni, ha detto di aver sparato dei proiettili di gomma per disperdere la folla.
  • Il presidente Nicolás Maduro ha condannato l’omicidio dicendo che “se qualsiasi funzionario per qualsiasi ragione commette un crimine, io sono il primo a chiedere che venga arrestato. In Venezuela la repressione armata è proibita”.
  • In Venezuela è vietato l’uso di armi da fuoco durante la manifestazione, ma il 30 gennaio è stato approvato un decreto che consente all’esercito di usare le armi durante le manifestazioni in caso di pericolo per gli agenti.
  • Il governatore dello stato di Miranda, Henrique Capriles, uno dei principali oppositori del governo di Maduro, ha accusato il governo di reprimere nel sangue le proteste.
  • Nelle ultime settimane sono ricominciate le proteste in tutto il paese contro il governo. I motivi delle manifestazioni sono l’alto tasso di criminalità, la carenza di prodotti di base come latte e carta igienica, i frequenti blackout, l’alto tasso d’inflazione provocato anche dal crollo del prezzo del petrolio e la repressione politica dei dissidenti.
  • Le proteste sono state scatenate anche dall’arresto avvenuto il 20 febbraio del sindaco di Caracas Antonio Ledezma, uno dei leader dell’opposizione, accusato di aver organizzato un colpo di stato.
  • Nel febbraio del 2014 lo stato di Táchira, in Venezuela, è stato l’epicentro di un’ondata di proteste contro il governo. Nelle proteste, durate quattro mesi, sono morte 43 persone.

Bbc

Fonte: Internazionale

martedì 24 febbraio 2015

Taiwan fra città globalizzate e villaggi aborigeni


Martina è partita nell’estate 2014 per un progetto di volontariato di sei settimane in Taiwan dal nome: Embrace Taiwan-explore colorful culture. Il progetto era diviso in due parti: due campi scuola con bambini e ragazzi, e successivamente l’affiancamento ad un professore di lingua inglese presso la scuola elementare. “Sono entrata per caso a conoscenza di AIESEC e quando me ne hanno parlato quasi non ci credevo: non era possibile che un’associazione di soli studenti ti permettesse di fare tutto questo. Sono partita senza sapere cosa fosse, ma già dalla prima settimana, attraverso il comitato locale, ho direttamente vissuto lo spirito di AIESEC e ne ho compreso il potenziale”.

La prima cosa che Martina ci dice è che l’esperienza ha superato di gran lunga le sue aspettative, sia per il progetto di volontariato in sé, con la conoscenza di altre culture e la scoperta di un paese completamente diverso, che per il comitato, che le ha fatto conoscere il mondo dell’associazione e i suoi ideali. Del progetto le sono piaciuti soprattutto i campo scuola con i ragazzi, la timidezza del primo giorno e la curiosità nei giorni successivi, che le hanno permesso di condividere le esperienze e avvicinarsi alla cultura del luogo. “L’esperienza è stata indimenticabile anche per l’approccio con una cultura completamente diversa dalla nostra, sia in famiglia che fuori”, ci racconta Martina, “Il paese vive due realtà disomogenee: le città sono più globalizzate e vicine a noi, mentre i villaggi, sebbene altrettanto avanzati, sono molto diversi. Ci sono festività differenti e sono ancora presenti popolazioni aborigene, che non sono, come comunemente si pensa, indietro nel progresso, ma semplicemente hanno mantenuto uno stile di vita che risale alle origini del paese stesso, con la loro cultura, il calendario lunare, gli abiti tradizionali e le vecchie ricette.” ci spiega. “La cosa più difficile, ma anche più divertente, è stata cercare di far capire alla gente del luogo che alcune credenze sull’Italia non fossero vere. All’inizio la mentalità e la cultura diversa ti spaventano perché hai paura di essere trattato da straniero, e invece ti accolgono tutti. Le famiglie che ci ospitavano, soprattutto, si sono molto legate a noi e ci tenevano a farci sentire sempre a nostro agio, ci riempivano di regali e la mia hosting family si è anche commossa quando sono ripartita. Il comitato locale poi era sempre presente, ci seguiva nel progetto e ci portava a visitare il paese; sono stati la loro generosità nonostante le differenze culturali, e il loro impegno per l’associazione a spingermi a entrare a far parte del mio comitato locale una volta tornata in Italia, perché secondo tutti dovrebbero conoscere AIESEC e partire. É un’esperienza bellissima, che consiglio a tutti di fare!” conclude Martina.

Fonte: OltremediaNews