venerdì 1 luglio 2016

Tutto quello che c'è da sapere sulla proposta di legge sulla cannabis

I punti fondamentali sono la legalizzazione del possesso e della vendita regolamentata, e anche il via libera alla coltivazione personale e associata

Un laboratorio per la coltivazione della marijuana negli Stati Uniti. Credit: Reuters

La proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis approderà in aula alla Camera per essere discussa il 25 luglio e il giorno dopo inizierà il voto. L’iniziativa è sottoscritta da 218 parlamentari, provenienti dai diversi schieramenti politici: Partito democratico, Movimento Cinque Stelle, Sel ma anche Forza Italia e Scelta civica.

La proposta intende rivoluzionare l’attuale normativa che, dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi da parte della Corte Costituzionale nel 2014, è tornata ad essere quella approvata nel 1990, la legge Jervolino-Vassalli.

Il testo della legge è stato presentato quasi un anno fa su iniziativa del sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. Ma cosa prevede nel dettaglio la proposta di legge? Ecco i punti fondamentali.

Possesso, consumo, cessione

Sarà possibile per i cittadini maggiorenni detenere lecitamente una certa quantità di cannabis per uso ricreativo: 5 grammi fuori dal proprio domicilio e 15 grammi all’interno, senza dover chiedere alcuna autorizzazione.

Rimane illecito e punibile il piccolo spaccio di cannabis, anche per quantità inferiori ai 5 grammi, ma è depenalizzata la cessione gratuita a una persona maggiorenne (e la cessione tra minorenni) di una modica quantità di cannabis.

Il divieto di fumo rimane in vigore nei luoghi pubblici, aperti al pubblico e negli ambienti di lavoro. In pratica sarà possibile fumare solo in luoghi privati.

Coltivazione

È possibile la coltivazione di piante di cannabis fino a un massimo di cinque e la detenzione del raccolto, che non potrà tuttavia essere venduto. Per la coltivazione personale è sufficiente inviare una comunicazione all’Ufficio regionale dei Monopoli competente per territorio e non è necessaria alcuna autorizzazione.

È anche possibile coltivare in modo associato, senza fini di lucro, sul modello dei cannabis social club spagnoli. Ogni club può coltivare fino a cinque piante di cannabis per ogni associato. Anche qui serve comunicazione all’ufficio regionale dei Monopoli. Gli associati non possono essere in numero superiore a cinquanta, devono essere maggiorenni e sono protetti dalle norme previste per i “dati sensibili” dal Codice della Privacy.

Vendita

È consentita la commercializzazione di cannabis all’interno del regime di monopolio per la coltivazione delle piante di cannabis, la preparazione dei prodotti da essa derivati e la loro vendita al dettaglio. In pratica l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli può autorizzare i privati a vendere la cannabis in locali dedicati (sul modello dei coffee shop olandesi), nel rispetto di alcuni principi, come la tracciabilità del processo produttivo, il divieto di importazione e altre regole.

Dal regime di monopolio è esclusa la coltivazione personale e associata.

Utilizzo a scopi terapeutici

Si introducono norme per semplificare la produzione di cannabis per medicine e scopi terapeutici così come le modalità di consegna e approvvigionamento. La detenzione di cannabis per uso terapeutico è consentita entro i limiti contenuti nella prescrizione medica, anche al di sopra dei limiti previsti per l’uso ricreativo.

“Oggi il diritto a curarsi con i derivati della cannabis è formalmente previsto, ma sostanzialmente impedito da vincoli burocratici, sia per l’approvvigionamento delle materie prime per la produzione nazionale, sia per la concreta messa a disposizione dei preparati per i malati”, si legge nella proposta di legge.

Sicurezza e prevenzione

Il 5 per cento dei proventi annui derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis sarà destinato al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga. Inoltre, i proventi delle sanzioni amministrative relative alla violazione dei limiti e delle modalità previste per la coltivazione e detenzione di cannabis sono interamente destinati ad interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e tossicodipendenti.

Per quanto riguarda la sicurezza, il testo della legge specifica che la legalizzazione della cannabis, al pari dell’alcol, non comporta l’attenuazione delle norme e delle sanzioni previste dal Codice della strada per la guida in stato di alterazione psicofisica.

LEGGI ANCHE: LA CANNABIS LEGALE PORTEREBBE OTTO MILIARDI DI EURO NELLE CASSE ITALIANE

Fonte: The Post Internazionale

Annullate le elezioni presidenziali in Austria

La Corte costituzionale ha riscontrato irregolarità nei voti per corrispondenza che erano stati decisivi nel risultato finale

Il candidato presidenziale sconfitto Norbert Hofer e il leader del partito di estrema destra Fpoe Heinz-Christian Strache durante una conferenza stampa il 24 maggio 2016. Credit: Heinz-Peter Bader

L’Austria deve tornare alle urne per eleggere il nuovo presidente. Lo ha stabilito venerdì primo luglio la Corte costituzionale austriaca, che ha riscontrato alcune irregolarità nel ballottaggio del 22 maggio e lo ha annullato.

É stato accolto il ricorso di Norbert Hofer, il leader del partito della Libertà (Fpoe), di estrema destra, sconfitto dall’ex leader dei Verdi Alexander van der Bellen con uno scarto di un punto percentuale, circa 31mila voti.

Hofer aveva denunciato irregolarità e incongruenze nel conteggio dei 700mila voti per corrispondenza, che si erano rivelati decisivi nell’esito del ballottaggio.

“Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La nostra sentenza deve rafforzare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia”, ha detto a Vienna il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di pronunciare la sentenza.

Le irregolarità nelle oltre 700mila schede per corrispondenza sono state ritenute sufficienti per annullare la consultazione, ma non c’è alcuna prova che vi siano stati brogli, ha precisato la Corte.

La decisione arriva a una settimana dal voto del Regno Unito sulla Brexit che ha rinvigorito i partiti nazionalistici e antieuropeisti in tutto il continente. I temi dell’immigrazione e la perdita di posti di lavoro sono stati centrali nel voto britannico, come nella campagna elettorale austriaca.

Non è chiaro se il voto sulla Brexit possa aver rinforzato il partito di Hoefer oppure se gli elettori intimoriti sceglieranno un candidato europeista. Resta tuttavia il dato politico delle elezioni di maggio, le prime nella storia in cui i due partiti centristi che avevano dominato la scena politica sono rimasti fuori dal ballottaggio.

Le nuove elezioni potrebbero tenersi il 25 settembre o il 2 ottobre.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 30 giugno 2016

La condanna a Don Inzoli per pedofilia

È il sacerdote noto come "Don Mercedes", ex capo di CL a Cremona e presidente del Banco Alimentare: è stato condannato a 4 anni e 9 mesi di carcere

(ANSA/TONINO DI MARCO)

Don Mauro Inzoli, ex dirigente del movimento cattolico conservatore Comunione e Liberazione e fondatore del Banco Alimentare, è stato condannato a 4 anni e 9 mesi di carcere per pedofilia. Inzoli avrà inoltre il divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori. Inzoli è accusato di aver molestato sessualmente cinque ragazzi di età compresa fra i 12 e i 16 anni fra il 2004 e il 2008. Nel giugno 2014 la Congregazione della Dottrina e della Fede, l’organo giudiziario del Vaticano, aveva deciso per lui la “pena medicinale perpetua”, cioè il divieto di predicare e fare messa in pubblico, oltre che di avere a che fare coi minori. Inzoli è stato giudicato con rito abbreviato su richiesta del suo avvocato, che un mese fa si era già accordato con l’accusa per risarcire ciascuno dei ragazzi molestati con 25mila euro a testa.

Inzoli ha 66 anni, è stato definito il “capo” di Comunione e Liberazione a Cremona e dal 1997 al 2012 è stato presidente del Banco Alimentare, una delle più importanti associazioni che si occupa di povertà, considerata una branca di CL. A livello nazionale è conosciuto anche col soprannome di “don Mercedes”, a causa della sua presunta passione per le automobili di lusso. Dal 1997 al 2010 Inzoli è anche stato parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema, oltre che a lungo rettore del liceo linguistico Shakespeare, anch’esso legato a Comunione e Liberazione.

Le molestie sono avvenute proprio durante i suoi anni da rettore e parroco: Franco Bordo, un deputato di Sinistra Italiana che nel 2014 ha presentato l’esposto che ha avviato le indagini su Inzoli, ha detto che negli anni sono stati scoperti più di 20 casi contro Inzoli, 15 dei quali però sono caduti in prescrizione e non sono stati discussi durante il processo. Non è ancora chiaro se Inzoli farà ricorso contro la condanna.

Fonte: Il Post

Gli attentatori di Istanbul provenivano da Russia, Uzbekistan e Kirghizistan

I tre kamikaze che si sono fatti esplodere all'aeroporto internazionale Ataturk della metropoli turca hanno causato la morte di 42 persone

Polizia turca di pattuglia all'aeroporto Ataturk di Istanbul, in Turchia. Credit: Murad Sezer

I tre attentatori suicidi che hanno compiuto l’attacco sul principale aeroporto di Istanbul uccidendo 42 persone erano cittadini di Russia, Uzbekistan e Kirghizistan, ha reso noto un funzionario turco giovedì 30 giugno 2016.

La polizia ha fermato 13 persone, tre dei quali stranieri, durante raid e perquisizioni in tutta la città dopo l’attacco di martedì su quello che è il terzo aeroporto più trafficato d’Europa.

Si è trattato del più grave di una serie di attacchi suicidi avvenuti in Turchia nel corso di quest’anno. Le autorità turche ritengono che i responsabili fossero affiliati dell'Isis.

I tre uomini hanno aperto il fuoco per creare il panico fuori dall'aeroporto prima che due di loro entrassero nel terminal e si facessero esplodere. Il terzo si è fatto saltare all'ingresso. In tutto, 239 persone sono rimaste ferite nell'attacco.

Il funzionario che ha riferito la nazionalità degli attentatori non ne ha voluto fare il nome. Gli investigatori hanno faticano a identificarli dai pochi resti recuperati.

Secondo un quotidiano filogovernativo, Yeni Safak, l'attentatore russo proveniva dal Dagestan, una regione che confina con la Cecenia, dove Mosca ha combattuto due guerre contro i separatisti e i militanti religiosi dal collasso dell'Unione sovietica nel 1991.

Sia le autorità kirghize che quelle uzbeke non hanno ancora commentato il coinvolgimento dei loro cittadini.

Sempre secondo il quotidiano Yeni Safak, dietro l'attacco ci sarebbe un uomo chiamato Akhmed Chatayev di origine cecena. Chatayev figura tra i nomi di una lista di sanzioni Onu come uno dei leader del sedicente Stato islamico incaricato di addestrare le reclute di lingua russa. È anche ricercato dalle autorità di Mosca.

Il quotidiano Hurriyet ha invece citato il nome di uno degli attentatori, Osman Vadinov, anche lui ceceno, che sarebbe arrivato da Raqqa, la capitale de facto del califfato in Siria.

Tuttavia, i funzionari turchi non hanno confermato nessuno dei due nomi.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 29 giugno 2016

Cosa sappiamo finora sull'attacco di Istanbul

Spari sulla folla ed esplosioni: 41 morti e 239 feriti finora. L’attacco all’aeroporto Ataturk di Istanbul è stato condotto da un commando di tre kamikaze. Un riassunto

Una delle prime foto dell'ingresso dell'aeroporto Ataturk di Istanbul dopo l'attacco. Credit: Reuters

41 persone sono rimaste uccise e 239 ferite nell’attacco all’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, in Turchia, la sera di martedì 28 giugno, intorno alle ore 22:10 locali (21:10 italiane). Ecco cosa sappiamo finora:

Le autorità turche hanno reso noto che un commando di tre terroristi, armati di kalashnikov e di cinture esplosive, ha colpito l’area di ingresso dello scalo, sparando sulla folla per poi farsi esplodere. Altre tre presunti complici sarebbero in fuga. Un altro è stato arrestato, ma ancora si attendono conferme ufficiali.

Gli attentatori volevano raggiungere l’interno dell’aeroporto, ma sono stati coinvolti in uno scontro a fuoco con la polizia vicino ai primi controlli di sicurezza esterni dello scalo di Istanbul, davanti all’entrata dell’area degli arrivi. Secondo alcuni testimoni, dopo gli spari ci sarebbero state almeno tre esplosioni, una delle quali dentro l'edificio.

L’attacco non è ancora stato rivendicato, ma il primo ministro turco Binali Yildirim ha riferito che dietro all’azione terrorista del commando ci sarebbe l’Isis.
L’aeroporto era stato immediatamente chiuso dopo l’attacco, ma ha riaperto la mattina dopo, nonostante i ritardi e la cancellazione di numerosi voli.

Nella notte, numerose ambulanze e veicoli delle forze di sicurezza si sono recati sul posto per prestare soccorso alle persone coinvolte. Sei feriti sono in gravi condizioni.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che l’attacco “mostra il volto oscuro del terrore che uccide civili innocenti. Ma non bisogna fare un errore fondamentale: per i terroristi colpire Istanbul o Londra, Ankara o Berlino, Izmir o Chicago, Antalya o Roma non fa alcuna differenza. Se i governi non si uniranno per combattere il terrorismo, succederanno cose molto peggiori di quelle che abbiamo visto oggi”.

Immediate sono arrivate anche le dichiarazioni di solidarietà di altri capi di stato e di governo. Charles Michel, primo ministro belga, ha detto che i pensieri del Belgio, già colpito dal terrorismo a marzo di quest’anno, vanno alle vittime dell’attacco di Istanbul.

Anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dichiarato che “gli alleati della Nato esprimono la loro solidarietà nei confronti della Turchia, uniti nella determinazione per combattere il terrorismo”.

Le esplosioni dell’aeroporto internazionale Ataturk, il più grande della Turchia e il terzo in Europa per numero di passeggeri, sono state il terzo attacco suicida a Istanbul da inizio 2016.

Il 12 gennaio, un’esplosione nel centro di Istanbul rivendicata dall’Isis ha causato la morte di 12 turisti tedeschi. Il 19 marzo, un kamikaze si è fatto saltare in aria in una zona commerciale della città, uccidendo altre quattro persone.

La Turchia è uno degli obiettivi principali dell’Isis, in quanto parte della coalizione internazionale che combatte il califfato in Siria. È anche obiettivo dell’insurrezione curda, dopo la fine di una tregua durata due anni, dal 2013 al 2015.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 28 giugno 2016

È morto Bud Spencer

Aveva 86 anni, si chiamava Carlo Pedersoli, era stato famosissimo soprattutto negli anni Settanta per i film con Terence Hill, e sempre molto amato

Bud Spencer in una foto dello scorso marzo (Miriam Schmidt/dpa)

Bud Spencer, popolarissimo attore italiano il cui vero nome era Carlo Pedersoli, è morto lunedì a 86 anni in un ospedale di Roma. Era stato famosissimo soprattutto negli anni Sessanta e Settanta per una serie di film comici e spaghetti western assieme a Terence Hill – pseudonimo dell’attore Mario Girotti – ma avrebbe avuto ancora molti successi fino alla fine del secolo. Era nato a Napoli nel 1929 e prima di recitare era stato un titolato nuotatore e pallanuotista, partecipando alle Olimpiadi del 1952, del 1956 e del 1960: il suo primo ruolo era stato una parte marginale nel kolossal hollywoodyano Quo Vadis?.

Dal 1961 cominciò la sua popolare serie di film insieme a Terence Hill, con un personaggio che – con la complicità del suo fisico robusto e del suo aspetto affabile – divenne riconoscibilissimo e amato: quello del pacato partner della coppia capace di grandi quantità di botte e schiaffoni nei confronti dei cattivi, e di posati sarcasmi di accompagnamento.



Quando aveva 11 anni Carlo Pedersoli si trasferì con la famiglia a Roma per motivi legati al lavoro del padre. A Roma iniziò le scuole superiori entrando anche a far parte di un club di nuoto. Finito il liceo con il massimo dei voti, si iscrisse a soli diciassette anni alla facoltà di Chimica che dovette però lasciare nel 1947 perché la famiglia si trasferì nuovamente: a Rio de Janeiro. Lì lavorò come operaio, bibliotecario e anche come segretario d’ambasciata. Tornato a Roma si iscrisse a Giurisprudenza e venne tesserato nella Lazio Nuoto ottenendo buoni risultati ai campionati italiani nello stile libero e nelle staffette miste. Nel 1949 esordì in nazionale e l’anno dopo venne convocato per i campionati europei di Vienna arrivando per due volte in finale. Gareggiò per l’Italia anche alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 e come pallanuotista ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona.

Carlo Pedersoli partecipò anche alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 arrivando in semifinale nei 100 metri stile libero. In quegli anni cominciò la sua carriera nel cinema: venne scritturato come comparsa in Quo Vadis? e poi per altre piccole parti in diversi film, compreso Un eroe dei nostri tempi di Mario Monicelli. Decise però di tornare in Sudamerica lavorando per nove mesi alla costruzione di una lunga strada di collegamento tra Panamá e Buenos Aires e poi fino al 1960 come dipendente dell’Alfa Romeo di Caracas. Nel 1960 tornò a Roma per partecipare alla sua ultima Olimpiade.

Negli anni Sessanta sposò Maria Amato (figlia del grande produttore Peppino Amato), scrisse canzoni ottenendo un discreto successo e conobbe il regista Giuseppe Colizzi che gli offrì una parte nel film Dio perdona… io no! con Mario Girotti: fu la prima volta che la coppia lavorò insieme. A entrambi gli attori venne consigliato di cambiare i loro nomi, considerati troppo italiani per il genere western: Carlo Pedersoli scelse così lo pseudonimo “Bud Spencer”, in onore dell’attore Spencer Tracy e della birra Budweiser. Fu comunque il film Lo chiamavano Trinità di E.B. Clucher a portare al successo la coppia: Bud Spencer e Terence Hill girarono insieme 18 film.



Pedersoli recitò anche per Dario Argento in 4 mosche di velluto grigio (1971) e in Torino nera, film di Carlo Lizzani. Negli anni Settanta partecipò a Piedone lo sbirro diretto da Steno cui seguirono altri tre film. Continuò nel frattempo a lavorare con successo a diversi film in coppia con Girotti e con lui il 7 maggio 2010 vinse il David di Donatello alla carriera. Negli anni Novanta partecipò anche ad alcune serie, come Big Man (1988) a Detective extralarge (1991-1993). Nel 2003 partecipò a Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi.



Carlo Pedersoli si candidò anche alle elezioni regionali del 2005 a sostegno del presidente uscente Francesco Storace, nelle liste di Forza Italia, ma non venne eletto. Alle elezioni comunali a Roma del 2013 sostenne attivamente la candidatura della figlia Cristiana con il Popolo della Libertà. L’anno scorso a Napoli ricevette una medaglia e una targa per la sua lunga carriera dal sindaco Luigi De Magistris. Ha scritto tre libri: l’ultimo, pubblicato nel 2014, si intitola Mangio ergo sum.

Fonte: Il Post

venerdì 24 giugno 2016

Brexit: cosa succederà adesso

Il referendum del 23 giugno era di tipo consultivo, e di conseguenza non aveva valore vincolante. Sarà il Parlamento britannico a dover ratificare la decisione di uscire

Credit: Reuters

Con 17.410.742 di voti a favore e 16.141.241 contro, i cittadini britannici si sono espressi a favore dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea.

La storica del Regno Unito di porre fine alla sua storia d'amore e odio con l'Europa che va avanti da 44 anni, rappresenta un punto di svolta nella storia britannica senza precedenti.

Partendo dal presupposto non si può tornare indietro, la Gran Bretagna dovrà convivere con le conseguenze politiche, costituzionali, diplomatiche ed economiche per almeno i prossimi dieci anni.

Il Regno Unito fa parte dell'Unione Europea (prima Comunità europea) dal 1972, dopo aver firmato il Trattato di adesione il 22 gennaio di quell'anno.

La ratifica del Trattato di adesione fu approvata dal Parlamento britannico il 16 ottobre 1972 e promulgata dalla Regina il giorno successivo.

Il Regno Unito divenne membro della Comunità europea il 1 gennaio 1973, insieme alla Danimarca e all’Irlanda.

In linea teorica anche se vincesse la Brexit, il parlamento potrebbe decidere di non uscire dall’Ue, ma andare contro il volere espresso dagli elettori non è un’idea razionalmente perseguibile. Il risultato del voto del referendum non è infatti direttamente vincolante.

Presumibilmente, quindi, il parlamento ratificherà l'eventuale decisione popolare a favore della Brexit e inizierà la procedura di uscita. Ci vorranno almeno due anni di negoziati, durante i quali il Regno Unito rimarrà ancora parte dell’Ue ma solo in maniera formale.

L'articolo 50 del trattato sull'Unione Europea prevede un meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un paese dall'Unione Europea.

Il paese che decide di recedere, deve comunicare la sua intenzione al Consiglio europeo. L'accordo è concluso a nome dell'Unione Europea dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

Qualsiasi stato uscito dall'Unione può chiedere di aderirvi nuovamente, avviando una nuova procedura di adesione.

Costituzionalmente, l'attivazione dell'articolo 50 è una decisione che spetta al primo ministro, non al parlamento, e David Cameron ha già detto che non sarà lui ad avviarla ma un nuovo premier, annunciando le sue dimissioni.

Nel 1975, tre anni dopo l'entrata nella Comunità europea, il Regno Unito aveva già organizzato un referendum sulla Cee e il 67,2 per cento degli elettori aveva scelto di rimanervi.

Prima del trattato di Lisbona, che è entrato in vigore il 1 dicembre 2009, non era previsto dai trattati e dal diritto dell'Ue la possibilità da parte di uno Stato membro di ritirarsi volontariamente.

Nessuno stato membro è mai uscito dall'Ue. Nel 1982 però la Groenlandia, che fa parte della Danimarca ma gode di uno status particolare di autonomia, votò tramite referendum per l’uscita dall’Ue con il 52 per cento dei voti a favore.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 20 giugno 2016

Chi sono i nuovi sindaci eletti in cinque grandi città italiane

Virginia Raggi alla stampa estera a Roma, il 25 febbraio 2016. (Giuseppe Ciccia, Pacific Press/Zuma/Ansa)

Chiara Appendino. Bocconiana, laureata in economia internazionale, 31 anni, lavora nell’azienda del marito, Marco Lavatelli, che produce oggetti per la casa tra Torino e Borgaro. Dal 2010 fa parte del Movimento 5 stelle. Si è candidata alle comunali nel 2011 ed è stata eletta consigliera. È stata vicepresidente della commissione bilancio del comune.

Luigi de Magistris. Ha 48 anni ed è nato a Napoli. Diplomato al liceo classico Pansini, si è laureato in giurisprudenza all’università Federico II. È stato pubblico ministero a Catanzaro e a Napoli e in seguito parlamentare europeo per l’Italia dei valori. È diventato sindaco di Napoli nel maggio 2011, alla guida di una lista civica, dopo aver battuto al ballottaggio Gianni Lettieri con il 65,3 per cento dei voti. De Magistris si definisce un “sindaco di strada” e si presenta come il difensore dei più poveri. Alle elezioni si è presentato con una lista civica Dema, appoggiata da Sinistra italiana e da Possibile.

Virginio Merola. Ha 61 anni e ha percorso una carriera tradizionale: è stato esponente locale del Partito comunista, poi del Pds e dei Ds. È stato tra i fondatori del Partito democratico nel 2007. Assessore all’urbanistica nella giunta dell’ex sindacalista Sergio Cofferati (2004-2009), nel 2008 si è candidato alle primarie per il sindaco, ma è arrivato terzo dopo Flavio Delbono (poi eletto) e Maurizio Cevenini. Quando Delbono si è dimesso per uno scandalo di corruzione, Merola ha vinto le primarie ed è diventato il candidato dopo un anno di commissariamento. Ha vinto le amministrative del 2011 al primo turno, superando il 50 per cento per mille voti.

Giuseppe Sala. Nato nel 1958 a Milano, fa parte del consiglio d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti e fino al 31 ottobre è stato commissario unico e amministratore delegato di Expo 2015. Si è laureato in economia aziendale all’università Bocconi. Ha cominciato a lavorare alla Pirelli, dove ha ricoperto diversi incarichi, fino a quello di amministratore delegato del dipartimento pneumatici e di responsabile delle strutture industriali e logistiche. Nel 2001 è passato a Tim e due anni dopo è diventato direttore generale di Telecom Italia. Dal 2009 ha ricoperto l’incarico di direttore generale del comune di Milano. A fine dicembre 2015 ha accettato di diventare il candidato del Partito democratico alle primarie per il sindaco e il 7 febbraio le ha vinte con il 42 per cento dei voti contro Francesca Balzani, Pierfrancesco Majorino e Antonio Iannetta. 

Virginia Raggi. È nata a Roma, ha 37 anni, è laureata in giurisprudenza. Ha cominciato a fare politica nel 2011 con il Movimento 5 stelle, nel 2013 è stata eletta consigliera comunale con 1.525 preferenze. Nel suo lavoro di consigliera si è occupata soprattutto di ambiente e di scuola. Il 23 febbraio ha vinto le comunarie online del Movimento 5 stelle con il 45,5 per cento dei consensi.

Fonte: Internazionale