martedì 31 marzo 2015

La produzione di energia in Italia: un settore nel caos a spese dei cittadini

La produzione di energia in Italia è nel caos. In assenza di un piano energetico nazionale il settore è governato da provvedimenti spesso discutibili e contraddittori. Tutto a spese dei cittadini.




In Italia produciamo il 40% di energia oltre il fabbisogno nazionale, ma continuiamo ad importarla dall'estero. Abbiamo sviluppato una discreta produzione da fonti rinnovabili, tale da permetterci di raggiungere gli obiettivi della direttiva comunitaria "20-20-20″, ma continuiamo ad importarla anche dall'estero ad un prezzo esorbitante, come nel caso della mega opera dell'elettrodotto tra Italia e Montenegro.

Ma non solo: abbiamo agevolato la costruzione di centrali a ciclo combinato a gas che dopo pochi anni hanno cominciato ad essere poco produttive a causa della concorrenza delle rinnovabili. Ma il nostro governo ha deciso di pagare la loro improduttività con il capacity payment. Tra elettrodotti inutili, centrali pagate per stare ferme, incentivi spesso ingiustificati, la produzione di energia in Italia è un settore nel caos, grazie anche all'assenza di un piano energetico nazionale. Tutto, chiaramente, a spese dei cittadini che attraverso la loro bolletta pagano investimenti ed incentivi.

L'elettrodotto Italia - Montenegro
Nel 2009 il governo di Silvio Berlusconi strinse un accordo internazionale con il presidente del Montenegro Milo Djukanovic per l'importazione in Italia di energia potenzialmente rinnovabile dai Balcani. Un accordo che prevede la costruzione di un cavo sottomarino nell'Adriatico che collega le coste del Montenegro con quelle abruzzesi sbucando sulla spiaggia di Villalunga a Pescara. Il cavo, costato 1 miliardo di euro, servirà a portare in Italia l'energia prodotta da centrali idroelettriche che saranno costruite in Serbia da aziende italiane, come la Seci Energia e la A2A, per 15 anni al costo di 155 euro al Mhw. Un prezzo assolutamente fuori mercato contando che attualmente il valore della borsa energetica italiana si aggira tra i 50 ed i 55 euro a Mhw. L'accordo fu giustificato dall'allora governo Berlusconi, dalla necessità di raggiungere gli obiettivi della direttiva "20-20-20″ dell'Unione Europea , ovvero la riduzione del 20% del consumo di energia da fonte fossile, l'aumento del 20% della produzione di energia rinnovabile entro il 2020. Un obiettivo che l'Italia, come viene ammesso anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, raggiungerà certamente. Ed è proprio l'attuale governo Renzi a confermarlo. Ma allo stesso tempo conferma anche l'impegno preso con il Montenegro che alla luce del raggiungimento degli obiettivi del "20-20-20″ risulta assolutamente svantaggioso.

Stiamo parlando di un investimento che tra costruzione delle opere ed acquisto dell'energia per 15 anni costerà al nostro paese la bellezza di 12 miliardi di euro. Il progetto prevede anche la costruzione di un impianto di "interconnessione", ovvero un ulteriore elettrodotto che porterà l'energia arrivata dai Balcani in tutta Italia. Si tratta dell'elettrodotto "Villanova - Gissi" che attraverserà le provincie di Pescara e Chieti a partire dalla centrale di Cepagatti (Pe) che sarà potenziata. Una grande opera che è stata affidata alla Terna. Un'opera dal forte impatto ambientale: molti boschi sono stati abbattuti per la costruzione dell'elettrodotto; i campi magnetici prodotti dai tralicci in prossimità delle case aumenteranno notevolmente; molte aziende agricole sono state espropriate per costruire i tralicci. Una grande opera assai discutibile sia per i costi sia per il beneficio reale apportato al nostro paese.

Un sistema nel caos: dalle centrali a ciclo combinato al capacity payment
L'esempio dell'elettrodotto Italia - Montenegro è un esempio della confusione che regna nel nostro paese nel settore della produzione di energia. L'Italia infatti non si è mai dotata di un piano strategico nazionale, ovvero di una programmazione precisa e strategica in merito alla produzione di energia, affidandosi invece a provvedimenti ad hoc ed accordi commerciali internazionali. Un esempio emblematico è quello che è accaduto con le centrali a ciclo combinato, ovvero le centrali elettriche che usano gas per produrre energia elettrica. Nel 2002 l'Italia varò il provvedimento legislativo cosiddetto "Sblocca centrali", ovvero una legge dello Stato che incentivava gli investimenti privati nella costruzione di centrali a ciclo combinato. Dopo alcuni anni, in cui sono sorte in tutta Italia centrali di questo tipo, ci si è resi conto che questi impianti appena costruiti non erano più produttivi. Ad incidere è stato proprio l'aumento delle energie rinnovabili più economiche e concorrenziali rispetto alle centrali a gas. Il governo Renzi ha deciso di andare incontro agli interessi dei gruppi privati, come Sorgenia ed Enel, che hanno investito nella costruzione di centrali a ciclo combinato che oggi sono ferme al palo.

Il provvedimento in questione si chiama "capacity payment", ovvero un finanziamento pubblico che dà soldi ai gestori delle centrali nonostante esse non producano energia o ne producano in portata ridotta. Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico questo provvedimento è necessario per andare a istituire una "scorta di produzione energetica" in caso di scompensi della rete elettrica nazionale o in caso di black out. Intanto però questi impianti, costruiti sotto impulso dello Stato, restano fermi a spese dei cittadini. Infatti il capacity payment sarà pagato attraverso la bolletta.

Produciamo il 40% in più e continuiamo ad importare
Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, il nostro paese attualmente produce il 40% in più di energia rispetto al fabbisogno nazionale. Ma nonostante questo il nostro paese continua ad importare energia dagli altri paesi. In particolar modo l'Italia importa energia dalla Francia e dalla Svizzera che sono i nostri due principali partner energetici. Insomma, importiamo pur avendo il 40% di produzione in più. Il motivo è semplice: l'energia prodotta da Francia e Svizzera, in gran parte proveniente dalle centrali nucleari ci costa di meno rispetto a quella prodotta in Italia. Un ennesimo controsenso di un settore che appare carente di una strategia vera e propria.

Anche per le centrali la situazione non è diversa. Mentre il nostro paese aumenta le rinnovabili si continuano a finanziare attraverso gli incentivi le centrali a carbone. La produzione di elettricità dalla combustione del carbone è probabilmente tra i metodi di produzione di energia più inquinanti: in questi impianti è possibile bruciare anche il combustibile da rifiuto, pertanto i gestori delle centrali a carbone possono usufruire dei Cip 6 ovvero degli incentivi che paghiamo nella bolletta elettrica per le fonti assimilabili.

Tutto a spese dei cittadini
A pagare gli investimenti di un settore nel caos sono i cittadini. Come è possibile verificare sul sito dell'Autorità Nazionale per l'energia, solo il 45% dei costi della bolletta riguardano il servizio elettrico di cui effettivamente si usufruisce. Il resto della bolletta serve a pagare gli oneri ed i servizi della rete. Gli elettrodotti, gli incentivi per i Cip 6, il capacity payment, sono tutti pagati con i soldi dei cittadini pagati attraverso la bolletta elettrica.
Di certo un piano energetico nazionale servirebbe a razionalizzare questi investimenti ed evitare le troppe storture e e contraddizioni del settore della produzione di energia in Italia

Fonte: fanpage.it

lunedì 30 marzo 2015

Chicche giornalistiche (e non solo) di fine marzo. Imperdibili


La signora D'Urso annuncia l'uscita dei nuovi dati auditel, così.
Posted by Nonleggerlo on Lunedì 30 marzo 2015


Top 10: la classifica dei migliori tweet (e post su Facebook) scritti da #Salvini.#nonrassegna L'Espresso #Lega
Posted by Nonleggerlo on Lunedì 30 marzo 2015


Genio.#Gazebo
Posted by Nonleggerlo on Domenica 29 marzo 2015


#epicfail del @corriereit: come chiama #Vettel?… #Lubitz, il copilota del disastro aereo.@Mantzarlis #nonrassegna
Posted by Nonleggerlo on Domenica 29 marzo 2015


Messi male.#nonrassegna
Posted by Nonleggerlo on Giovedì 26 marzo 2015


Buongiorno...
Posted by Nonleggerlo on Giovedì 26 marzo 2015


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domenica 29 marzo 2015

Le guerre (quasi) segrete dell’Italia

Quadre speciali di incursori hanno operato nel più stretto riserbo in Afghanistan. Ora i militari italiani potrebbero essere schierati in Iraq e Somalia. In attesa di intervenire in Libia


Manifestazioni, bandiere arcobaleno, “yankee, go home”. Cosa resta oggi degli anni 2000, delle proteste contro la guerra in Iraq? Contro il militarismo occidentale? E cosa resta nell’immaginario collettivo dei morti di Nassiriya? Poco, pochissimo. Mentre i movimenti pacifisti sono di fatto spariti dall’orizzonte politico e sociale, gli Usa e i suoi alleati continuano la “lotta al terrorismo” che non è altro che la difesa (spesso legittima) dei propri interessi nazionali. Meno soldati al fronte, meno guerre dichiarate, ma più fronti aperti. E l’Italia fa la sua parte. Nulla sui tg, poco, veramente poco sui giornali. Forse perché gli italiani continuano a mantenere un livello di attenzione verso l’estero pari a quello di un neonato addormentato nella culla. Ma mentre in tanti dormono, intorno ai confini nazionali emergono nuove minacce.

Task Force 45, la Delta Force italiana. Così, l’Italia – come altri paesi Nato – ha già da qualche tempo ridefinito la propria strategia militare nel contesto internazionale. Il primo banco di prova è rappresentato dalla Task Force 45, un manipolo di uomini altamente addestrati, provenienti dai gruppi di incursori di tutte le forze armate sotto il comando operativo dell’Esercito. Questa squadra ha operato nel completo segreto per otto anni in Afghanistan, sotto il comando Nato nell’ambito dell’Operazione “Sarissa” dell’International Security Assistance Force (ISAF). Il suo scopo è stato quello di colpire obiettivi selezionati e soprattutto “importanti”, come i capi talebani. Ora la stessa esperienza potrebbe ripetersi anche in altri paesi. Stando agli accordi che sono recentemente emersi, il governo italiano sarebbe pronto a schierare anche in Somalia e in Iraq una o più squadre con gli stessi compiti della Task Force 45. Anzi, è probabile che saranno gli stessi uomini che hanno già combattuto in Afghanistan.

Il ruolo fondamentale degli istruttori. Ma l’Italia non partecipa o parteciperà a conflitti contro il terrorismo di matrice islamica solo con uomini d’élite. Già in Afghanistan e in Iraq operano qualche centinaio di istruttori militari con il compito di addestrare le forze locali dei governi cosiddetti legittimi. Questi uomini – poco più di qualche centinaia – in caso di necessità possono combattere a fianco delle forze locali, conducendo e guidando anche alcune operazioni.

E se si dovesse intervenire il Libia? Le stesse forze potrebbero essere impiegate anche in Libia. Di fatto è probabile che già alcune squadre di qualche decina di uomini si muovano sul territorio libico, visti i consistenti interessi nazionali che sono oggi minacciati dai miliziani locali legati all’Isis. In ogni modo, una volta raggiunto il via libera da parte dell’Onu per un intervento di peace keeping o peace enforcing, il governo italiano potrebbe sperimentare la stessa formula utilizzata in Afghanistan. Il problema, tuttavia, potrebbe riguardare il numero di militari delle forze speciali schierabili. Secondo fonti interne, il numero degli uomini addestrati per questo tipo di missioni, è di circa 200 unità. Pochi, se si pensa che dovranno essere impiegati simultaneamente in Afghanistan, Iraq, Somalia e Libia. Forse sarà necessario rinunciare a qualcosa, come è già stato fatto nel Corno d’Africa, dove le unità navali italiane non partecipano più alle missioni anti-pirateria e sono state parzialmente rischierate nel Mediterraneo per un eventuale intervento in Libia.

Fonte: Diritto di critica

sabato 28 marzo 2015

La Cassazione ha assolto Raffaele Sollecito e Amanda Knox

Annullando senza formula di rinvio, ha capovolto la sentenza di condanna: sono assolti definitivamente


La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio le condanne a Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher, una studentessa britannica morta a Perugia il primo novembre 2007. Knox e Sollecito erano stati condannati in appello dalla Corte d’assise di Firenze il 30 gennaio del 2014 rispettivamente a 28 anni e tre mesi e a 24 anni e nove mesi. La sentenza è arrivata poco prima delle 23, dopo che i giudici erano riuniti in camera di consiglio da diverse ore. Knox e Sollecito hanno sempre detto di essere innocenti e sono ora assolti, in quanto la Cassazione ha deciso di non ordinare il rifacimento del processo d’appello ma di annullarne la sentenza definitivamente. La Corte di Cassazione ha confermato i tre anni di condanna per calunnia ad Amanda Knox – un periodo che ha già scontato durante il periodo di carcerazione preventiva tra il 2007 e 2011.

Quello di Meredith Kercher è uno dei casi di cronaca nera più seguiti dalla stampa internazionale degli ultimi anni, anche per la nazionalità di Amanda Knox, statunitense, e quella della ragazza uccisa, britannica. Raffaele Sollecito e Amanda Knox, a quel tempo fidanzati, erano stati arrestati nel novembre del 2007 quattro giorni dopo che il corpo di Meredith Kercher, studentessa di 22 anni in Italia per Erasmus, era stato trovato nell’appartamento che condivideva con Amanda Knox. Il corpo era in camera da letto, coperto da un piumone. Venne stabilito che la ragazza era stata uccisa con un coltello da cucina sequestrato qualche giorno più tardi a casa di Sollecito. Sul coltello furono trovate tracce del DNA di Kercher e Knox. Oltre a Knox e Sollecito venne arrestato anche Patrick Lumumba Diya che gestiva un pub in cui lavorava Amanda. Dopo 14 giorni, il 20 novembre, Patrick Lumumba venne rimesso in libertà, ma lo stesso giorno fu arrestato Rudy Guede, ivoriano fermato in Germania: gli investigatori avevano individuato l’impronta di una sua mano su un cuscino accanto al cadavere della studentessa.

Il 18 gennaio del 2009 iniziò il processo in primo grado contro Knox e Sollecito che vennero condannati a 25 e 26 anni: le motivazioni della sentenza dicevano che Knox e Sollecito avevano ucciso spinti da un movente «erotico, sessuale, violento». Guede che nel frattempo aveva chiesto e ottenuto il rito abbreviato, venne condannato a 16 anni per aver «concorso pienamente»: la condanna sarà poi confermata dalla Cassazione nel dicembre del 2010. Il 24 novembre del 2010 ebbe inizio il processo di appello per Knox e Sollecito che furono assolti nel 2011 e scarcerati (erano stati in prigione quattro anni), dopo che una perizia indipendente aveva smontato quanto ipotizzato dalla polizia scientifica durante il processo di primo grado, mettendo in discussione tutti gli elementi che collocavano Knox e Sollecito sul posto in cui Kercher fu uccisa. Il 26 marzo del 2013 la Corte di Cassazione annullò quella sentenza, ordinando la ripetizione del processo e il suo trasferimento da Perugia a Firenze per «questioni procedurali». Poi sono arrivate le nuove condanne, i ricorsi dei loro legali e la sentenza di oggi della Cassazione. È abbastanza raro che la Cassazione annulli una condanna in maniera definitiva, senza rimandarla ad una Corte d’appello.

Amanda Knox era già stata condannata a 3 anni di carcere per avere ingiustamente accusato dell’omicidio Patrick Lumumba, estraneo ai fatti, durante le prime fasi delle indagini. La condanna risultava però già scontata, perché compresa nel periodo che Amanda Knox aveva passato sotto custodia cautelare in carcere, dal 2007 al 2011. Dopo l’assoluzione in appello Amanda Knox era tornata negli Stati Uniti. Dopo la notizia dell’assoluzione, la famiglia Knox ha diffuso un comunicato in cui Amanda ha scritto di essere: «Sollevata e grata per la decisione della Corte di cassazione». Raffaele Sollecito ha detto: «Finalmente posso tornare alla normalità». La famiglia Kercher non era presente all’udienza, ma il loro legale Francesco Maresca, ha detto che la sentenza: «È una sconfitta per il sistema giudiziario italiano».

Fonte: Il Post

Expo, il vero problema è arrivarci

Reportage dal cantiere, a un mese dal via: ce la si può fare, ma le infrastrutture sono carenti

Francesco Cancellato

Il cantiere di Expo 2015, a un mese dall’inaugurazione (Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images) 

Sono stato a Expo 2015. Ospite, insieme ad altri cinquanta giornalisti, ho assistito all'inaugurazione di ”Waterstone”, il (bel) padiglione di Intesa San Paolo - il primo ad essere stato ufficialmente concluso e presentato alla stampa - officiata dall'amministratore delegato Carlo Messina, dall'architetto Michele De Lucchi, che l'ha progettato, e dell'onnipresente commissario di Expo Giuseppe Sala, che ha speso mezz'ora del suo tempo a rassicurare sull'effettivo avanzamento dei lavori.

Fin qui la fredda cronaca dell'evento, in cui è stata presentata una struttura realizzata con materiali interamente ecologici e riciclabili, che evoca gli elementi naturali e richiama i temi dello sviluppo sostenibile e del rispetto per l’ambiente, con una superficie esterna, ricoperta da 6.363 tavolette di legno di abete e da 3,5 chilometri di fibre e 168.000 punti led, e che all'interno richiama l’immagine «di un vecchio fienile, appoggiato su una base di calcestruzzo, interamente trasportabile al termine della manifestazione», spiega De Lucchi. 

Quel che più interessa, tuttavia, è il contorno, quel che si vedeva dalle finestre del padiglione della banca, quel che si poteva scorgere dai finestrini dell'autobus mentre attraversavano Milano prima e il Decumano poi, quel che si poteva estorcere, a mezza voce, a chiunque avesse addosso un caschetto e una pettorina. 

Partiamo da qui, dai caschetti e dalle pettorine. Seimila, dicono. Non li ho contati, ma raramente ho visto un cantiere così attivo, pieno di automezzi e di persone come quello di Expo 2015. A fianco a me, un addetto ai lavori, che di cantieri ne ha visti parecchi. Smorza i toni, insomma, ma ha l'effetto di rassicurarmi ulteriormente: «C'è tanta gente, c'è movimento, ma non c'è la frenesia di chi teme di non farcela. Vedrai che tutto sarà pronto in tempo. Anzi, non mi stupirei se da Expo non stiano volutamente usando prudenza nel dire che non tutto sarà pronto per l'inizio della manifestazione, per raccogliere ancora più applausi».

Mi guardo attorno e mi sembra impossibile che tutto quel caos possa trasformarsi nei rendering che si vedono sul sito ufficiale: «Tieni conto - aggiunge il mio interlocutore - che gran parte dei lavori avvengono fuori da qui. Gran parte dei padiglioni e la totalità degli allestimenti interni sono prefabbricati. Magari sono già pronti, o quasi, ma tu oggi non li vedi. Poi nel giro di tre, quattro giorni sarà improvvisamente tutto pronto». 

Se e quando andrete all'Expo, tenete in mente questa parola: prefabbricato. Già, perché la principale sensazione visiva di questa esposizione universale è quella di un villaggio di legno. Di legno è il padiglione di Banca Intesa. Di legno è il Padiglione Zero - anch'esso di De Lucchi - i padiglioni dei cluster, quello del Giappone, quello dell'Angola, quello del Vietnam e di molti altri paesi. A memoria, l'unica grande costruzione in cemento della zona - anzi, «bio-cemento», come tiene a precisare il cicerone di Expo che ci racconta l'area espositiva dal microfono dell'autobus, come una professoressa in gita - è il Padiglione Italia, che prefabbricato non è. E che, non a caso, è tra quelli maggiormente in ritardo, insieme a quello cinese, il più grande, che era anche finito al centro delle indagine della scorsa primavera.

Un primo vincitore di Expo c'è già, insomma: si chiama Rubner Objektbau, gruppo altoatesino specializzato in costruzioni prefabbricate in legno che è riuscita nell'impresa di portare a casa 25 milioni di lavori per Expo Milano 2015: quarantatré Padiglioni per quattro Cluster, i quali raggruppano circa 70 Paesi - una parte del Children Park e tre padiglioni per Slow Food. Non solo: a fine febbraio, Expo 2015 S.p.A. ha affidato alla Rubner un nuovo incarico per le sistemazioni esterne dei Cluster. Parere di chi scrive: se lo sono meritati. I padiglioni dei cluster erano in piedi già lo scorso settembre, in due sole settimane di lavoro. Chi è in quei padiglioni, insomma, sta già allestendo gli interni, così come molti altri che hanno fatto la scelta del legno.

C'è da dire anche, forse me ne sono dimenticato, che l'effetto è complessivamente bello. Rispetto a Shanghai, l'Expo di Milano è molto più piccola - è lunga 1,2 km, contro i 5,4 km di quella cinese - ma anche molto più piacevole alla vista e, soprattutto, meno pacchiana. Le architetture, anche quando sono ardite mantengono una certa sobrietà. Personalmente - ma vi dovete accontentare di un'opinione profana e parziale - il più bel padiglione di Expo 2015 sarà quello del Giappone, una struttura in legno, interamente realizzata a incastro, senza un chiodo.

Note dolenti? Una soprattutto. Per arrivare a destinazione, partendo in pullman dal centro di Milano, ci abbiamo messo quasi un'ora. Se avessimo preso la metropolitana, ci sarebbe toccato circa un chilometro e mezzo a piedi di passerella per arrivare agli ingressi. Se fossimo arrivati dalle tangenziali, non avremmo potuto utilizzare il grande ponte ad arco progettati dagli architetti Antonio Citterio e Patricia Viel. Non è ancora pronto e, nel cantiere, si sussurra che lo sarà tra mesi: «Hai presente Italia '90?», mi dice un caschetto giallo?

A questo si sommano i ritardi e le ripogettazioni al ribasso di altre opere infrastrutturali come la Rho-Monza - metà autostrada col nome di tangenziale nord tra Monza e Paderno Dugnano, metà superstrada da Paderno Dugnano alla fiera di Rho -, che avrebbe dovuto essere una delle principali strade di accesso a Expo e che invece sarà un’opera provvisoria, con quattro corsie, ma col limite di velocità a 60 all’ora. Per non parlare, ovviamente, della famigerata M4 - la linea metropolitana che avrebbe dovuto congiungere l'aeroporto di Linate col centro di Milano - che avrebbe dovuto essere pronta per Expo e che invece lo sarà tra qualche anno.

Sarà un problema, per i visitatori? Probabilmente sì, molto più dei pezzi di padiglioni non finiti e coperti dal camouflage. Se è vero, come dice Giuseppe Sala, che sono già stati venduti 8 milioni di biglietti - anche se altre indiscrezioni parlano di un numero di gran lunga inferiore - e che ci si aspetta che tale cifra superi presto i dieci milioni, dovremo aspettarci dalle 50 alle 100mila persone che ogni giorno si riverseranno su quell'area. Un quinto rispetto a Shanghai, certo. Ma, per dare l'idea, circa il doppio di quante ne entrano ogni anno al Salone del Mobile, nei giorni di punta. Senza dimenticare, e anche questo non è secondario, che ogni sera, circa 600 camion - 850 nei giorni di punta - dovranno accedere a Expo per ritirare la sporcizia e rifornire i padiglioni di cibo e bevande.

Cibo e bevande, peraltro, saranno il cuore dell'esposizione, e non solo per via del tema: «Esposizioni come quella di Milano, Siviglia o Hannover non sono come quella di Shanghai - riflette e mi congeda il mio interlocutore -, ha un bacino d'utenza locale, non certo globale. Se saremo capaci di attrarre centomila persone al giorno, chapeau. Io ne dubito. Ma se ciò accadrà sarà perché si diffonderà la voce che a Expo si mangia gratis. Che è vero, nel senso che gli assaggi saranno parecchi, ma ci saranno anche ristoranti a pagamento. E agli italiani piace mangiare bene». Alla fine, come ogni grande evento che si rispetti, sarà il buffet a fare la differenza». Sempre che non si rimnga imbottigliati nel traffico, ovviamente.

Fonte: Linkiesta.it

venerdì 27 marzo 2015

Yemen nell’abisso della guerra civile


Difficile capire esattamente quello che sta accadendo in Yemen, paese che da tempo è letteralmente nel caos, diviso da lotte settarie e dall’insorgenza jihadista. Secondo gli ultimi sviluppi però la situazione sarebbe precipitata molto velocemente negli ultimi giorni dopo che ai terribili attentati kamikaze rivendicati dall’Isis contro la comunità sciita di Sanaa che hanno provocato almeno 130 morti. E infatti sembra proprio che lo Yemen sia stato travolto da una vera e propria ondata di lotte settarie che potrebbero portare a una pericolosa escalation militare.

Le milizie sciite Houti infatti hanno effettuato un vero e proprio colpo di mano nella capitale Sanaa costringendo il presidente Hadi a riparare ad Aden, nel sud del Paese, da dove nei giorni scorsi ha continuato a lanciare comunicati bellicosi, rinunciando di arrendersi e rivendicando di essere l’unica autorità legittima dello Yemen. I ribelli Houthi però non hanno fermato la loro avanzata e Hadi è stato costretto nelle scorse ore a lasciare il palazzo presidenziale in una fuga precipitosa che, secondo fonti locali, lo avrebbe portato in Gibuti. I ribelli Houthi però avrebbero comunque messo le mani sul ministro della Difesa di Hadi e sembra che il presidente yemenita abbia scritto di suo pugno alla comunità internazionale prima di fuggire per invocare un intervento militare degli altri Stati del Golfo, in primis l’Arabia Saudita che, guardacaso, ha subito allertato l’esercito al confine. Cosa succederà nelle prossime ore è difficile a dirsi dal momento che l’appello di Hadi alle Nazioni Unite richiede l’istituzione di una “no-fly zone” per impedire agli Houthi di utilizzare le basi aeree su cui hanno messo le mani. Insomma una scontro settario tra sciiti e sunniti che sembra riguardare da vicino l’Arabia Saudita che non avrebbe alcuna intenzione di tollerare che gli Houthi egati a doppio filo con Teheran mettano le mani sul Paese. Intanto è anche difficile comprendere quanto lo Stato Islamico sia effettivamente riuscito a stabilirsi nel Paese, quello che sembra invece sicuro (fonte Al Arabiya) è che gli americani hanno abbandonato lo Yemen in fretta e furia e che una loro base non lontano da Aden sarebbe finita nelle mani dei ribelli Houthi, anche se chiaramente dal Paese arrivano notizie frammentarie di cui è difficile controllare l’attendibilità.

Il terzo incomodo tra le truppe fedeli ad Hadi, sunnite, e i ribelli sciiti Houthi sono proprio i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato Islamico, tra i quali peraltro non mancherebbero le rivalità, particolarmente accese proprio in Yemen. Secondo il Washington Post inoltre il Pentagono avrebbe perso di vista qualcosa come 500 milioni di dollari di forniture militari che sarebbero finiti nelle mani sbagliate. Si parla di almeno 200 fucili d’assalto M-4, 200 pistole Glock, ma anche strumentazioni di vario tipo, giubbotti antiproiettile, kit per visione notturna, 2 aerei Cessna, 4 elicotteri Huey II e molto altro. Tutte armi scomparse nel nulla che in passato erano state inviate dalla Casa Bianca al governo dello Yemen. In passato infatti gli Usa avevano utilizzato lo Yemen come base di appoggio per gli attacchi con i droni, ma dopo che la situazione nel Paese è degenerata ecco che gli Usa hanno abbandonato l’ambasciata di Sanaa a febbraio, rimpatriando anche i navy seals e i berretti versi che si trovavano nel Paese ufficialmente come addestratori delle forze regolari. In questa situazione frammentaria e drammatica ecco quindi che si aprono diversi scenari, tutti di guerra, che potrebbero portare il caos a livello regionale in tutti i paesi del Golfo, facendo ulteriormente esplodere la violenza settaria tra sciiti e sunniti.

Fonte: OltremediaNews

giovedì 26 marzo 2015

Il trasporto aereo low cost è INAFFIDABILE E INSICURO


La prima tragedia nei voli low cost, evidenziano molti media dopo lo schianto dell'Airbus 320 della GermanWings. E fa più impressione se si pensa che si tratta di una “sottomarca” della Lufthansa, la più importante delle compagnie di bandiera Europea, considerata tra le più serie anche nella gestione della sicurezza sui propri mezzi.

In attesa delle analisi della scatola nera, peraltro danneggiata nello schianto, è difficile fare ipotesi tecnicamente valide delle ragioni dell'incidente. Anche i piloti più espsitecomerti consultati in queste ore da tutti i media si tngono sulle generali, evidenziando al massimo l'età non proprio verde dell'aereo (24 anni). Ma è notizia di ieri sera che il personale di volo di GermanWings si rifiuta di volare, costringendo così la compagnia a cancellare oltre 30 voli per “incompletezza degli equipaggi”. Evidentemente piloti e assistenti di volo hanno messo in fila una serie di “segnali” raccolti nel corso del tempo (avarie più o meno serie, incidenti evitati, disfunzioni varie) e considerano lo schianto di ieri come il punto di arrivo di una situazione ormai ingestibile.

L'assenza di incidenti tragici era uno dei vanti delle compagnie low cost, anche se difficilmente qualcuno provava a spiegarne le ragioni. Eppure gli aerei di tutte queste compagnie volano più frequentemente della media, fino al caso limite di Ryanair che non lascia mai più di venti minuti un velivolo fermo (con le hostess a fare le pulizie di corsa, dopo che l'altoparlante ha invitato ai passeggeri a eliminare il più possibile i rifiuti prodotti).

Naturalmente anche le società low cost sono obbigate a fermare gli aeromobili per i controlli di serie, dopo un tot di ore di volo (diverse a seconda dei modelli e dell'anzianità). Ma quando sono in servizio è molto difficile che ci siano controlli e manutenzione approfonditi, a meno di avarie gravi.

È un modello di organizzazione del lavoro, insomma, che minimizza i tempi di sosta sia per il personale e inevitabilmente porta a sottostimare i piccoli segnali stress umano e meccanico.

Ciò nonostante per venti anni – da quando le compagnie low cost hanno fatto la loro comparsa sul mercato del trasporto aereo – non c'erano stati incidenti di questa gravità. La ragione è in fondo semplice: hanno tutte iniziato, nel continente europeo, con aerei nuovi di fabbrica. Che soltanto ora cominciano a mostrare i segni dell'usura.

Lufthansa, in questi mesi, ha dovuto affrontare diversi problemi seri nella sua flotta. Lo scorso 5 novembre del 2014 un altro Airbus, della compagnia “madre”, un A321 in volo tra Bilbao e Monaco di Baviera, è stato vicino a un grave incidente per il funzionamento difettoso di alcuni sensori. Ma i sensori sono anche un elemento centrale nel calcolo delle variabili di un sistema di guida sempre più computerizzato. Se, come può accadere più facilmente nei mesi invernali, i sensori vengono ricoperti dal ghiaccio, ecco che i valori chiave risultano sballati, impegnando l'aereo in manovre automatiche altrettanto sballate che solo la perizia e la tempestività dei piloti possono a volte correggere.

E infatti l'inchiesta condotta dal giornale tedesco Der Spiegel ha ricostruito il mancato incidente di novembre, individuando proprio nel ghiaccio sui sensori il responsabile della rapida perdita di quota (mille metri al minuto, con la cloche dei piloti bloccata) dell'A321. Per riprendere il controllo del velivolo i piloti hanno dovuto spegnere il computer di bordo e volare “a vista”.

Quell'episodio ha convinto Lufthansa a cambiare i sensori su tutti gli 80 velivoli della famiglia A320. Ciò nonostante, l'aereo caduto ieri ha perso quota esattamente con la stessa velocità (900 metri al minuto) e senza che i piloti riuscissero a lanciare neanche il normale mayday.

Ora vengono fuori altri – numerosi – episodi in cui i portelloni hanno presentato problemi, carrelli che non rientravano, ecc. Tutti segnali di usura dei mezzi e dei materiali che però non hanno portato a fermare i velivoli interessati. Non è difficile capire perché, nella logica dell'economia low cost...

Il problema è il contagio, però. La concorrenza low cost si ripercuote inevitabilmente anche sulle compagnie più grandi, che devono-vogliono comprimere i costi per mantenere-aumentare i tassi di profitto. Che sia addirittura Lufthansa a mostrare la corda è più che una dimostrazione. Le low cost hanno infatti raggiunto una quota di mercato del 32%, abbastanza da convincere tutti a imitarle.

Ma non è semplice. Il modello di business inventato a suo tempo da Ryanair si basa infatti non soltanto sulla contrazione dei salari per i dipendenti, ma sul "cofinanziamento" pubblico-privato. Ovvero sui consorzi locali disposti a finanziare la compgnia low cost perché usi l'aeroporto da sviluppare. Orio al Serio, in Italia, e il consorzio bergamasco che lo sostiene, ne sono l'esempio più chiaro.

Ma è difficile che le grandi compagnie di bandiera, quelle che si sono spartite il mercato oltre venti anni fa decretando - governo italiano consenziente - la scomparsa di Alitalia come vettore globale - possa no seguire lo stesso modello. A loro, dunque, non resta che la semplice contrazione dei costi. Con tutti i rischi che ciò comporta per la sicurezza.

Come diceva quel tale economista, "non esistono pasti gratis". Tanto meno quando ci si stacca da terra....

Gerd Dani

Fonte: FREE ITALIA

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mercoledì 25 marzo 2015

Isola dei Famosi: la trasmissione più brutta dell’anno


L’isola dei Famosi più brutta che si possa ricordare. La più volgare, senza dubbio. La più voyeur che sia passata sui nostri schermi. Ma di un voyeurismo diverso da quello al quale ci siamo abituati in questi anni di tv trash, quello tipico da buco della serratura; qui ci troviamo davanti ad una vera e propria esibizione di corpi e cattivo gusto.

Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Un’edizione quella del 2015, in cui gli autori dell’isola dei famosi hanno deciso di “ravanare” direttamente nel cestino della spazzatura “elevando” il trash a programma televisivo di quattro ore.

Il porno attore, la spiaggia dove si vive nudi, le bellocce con le tette rifatte, le battute volgari e i doppi sensi a go go.

Ieri sera alle 21.50 si parlava allegramente di disfunzione erettili (riferite a Rocco Siffredi), il tutto sollecitato da una Alessia Marcuzzi, che è ormai un pallido ricordo di quella simpatica conduttrice che abbiamo imparato a conoscere alle Iene o a Fuego!.

Non un’idea in questo reality, in cui tutti vengono definiti “vincitori morali“, da Alvin, l’inviato che nessuno conosce, a Rocco Siffredi dilaniato dai rimorsi per non essere stato un buon marito, e che ora annuncia di essere pronto a lasciare il Porno. Talmente poco credibile, in questo ruolo il nostro Rocco, che i televotanti hanno sbattuto fuori dall’Isola non una ma ben due volte.

Probabilmente il peggior programma della stagione televisiva questa Isola dei Famosi, talmente brutta, che avremmo preferito vedere la sessantaseiesima edizione del Grande Fratello non andata in onda.

Eppure, dato d’ascolto alla mano, l’Isola è stato un successo di pubblico. Inspiegabile tanto successo in mezzo a cotanta bruttezza. Ci viene da pensare – visto anche il successo del Sanremo di Carlo Conti, che i telespettatori della tv generalista italiana si stiano abituando al brutto. Al falso. Allo stereotipato. Sostituendo la leggerezza con il pecoreccio, la spensieratezza con il pressappochismo, l’evasione con la superficialità.

Perché ci si può divertire con una tv popolare ma di qualità come quella di Tale e Quale, ci si può rilassare e informare con la tv di qualità ma non seriosa come Gazebo, ci si può svagare con Italia’s got Talent, senza rimestare nella spazzatura come si è scelto di fare.

Ecco, preferiremmo una tv con una qualche idea. In questo caso non se ne è vista traccia

Fonte: Giornalettismo