giovedì 23 novembre 2017

La Birmania ha firmato un accordo col Bangladesh per il rimpatrio dei musulmani rohingya

Il governo birmano ha detto di essere pronto a ricevere i musulmani rohingya prima possibile. Per il Bangladesh è un “primo passo” per la soluzione della crisi

Rifugiati rohingya in Bagladesh. Credit: Shahnewaz Khan/Sputnik

La Birmania e il Bangladesh hanno firmato giovedì 23 novembre un memorandum d’intesa per il rimpatrio di centinaia di migliaia di musulmani rohingya che hanno lasciato lo stato birmano di Rakhine per sfuggire agli attacchi dell’esercito.

L’accordo è stato firmato dai funzionari nella capitale della Birmania, Naypidaw. Non sono stati diffusi dettagli sul contenuto del documento, ma le autorità del Bangladesh hanno detto che si è trattato di un “primo passo” per la soluzione della crisi.

La Birmania ha detto di essere pronta a ricevere i musulmani rohingya “prima possibile”. Il segretario del ministero birmano del lavoro, dell’immigrazione e della popolazione Myint Kyaing, ha detto che il paese è in attesa di ricevere i moduli di registrazione con i dati personali dei rohingya prima del rimpatrio.

Le agenzie umanitarie, però, hanno avanzato dei dubbi sul ritorno forzato degli appartenenti a questa minoranza, chiedendo che sia garantita la loro sicurezza.

Le violenze contro i rohingya si sono acuite alla fine di agosto del 2017, quando sono scoppiati gli scontri tra le forze di sicurezza birmane e alcuni miliziani del gruppo paramilitare Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), formazione paramilitare vicina alla comunità rohingya.

La lotta ha causato centinaia di morti nello stato di Rakhine e ha dato inizio a un esodo che ha portato finora 600mila musulmani rohingya ad attraversare il confine con il Bangladesh.

Fonte: The Post Internazionale

All’ex presidente dello Zimbabwe è stata garantita l’immunità in cambio delle dimissioni

Robert Mugabe ha lasciato l'incarico, ma la sua sicurezza sarebbe garantita all'interno del paese in base all'accordo raggiunto con l'esercito e il suo partito

Sostenitori di Emmerson Mnangagwa festeggiano il suo ritorno fuori dall'aeroporto di Harare. Credit: AFP PHOTO / ZINYANGE AUNTONY

L’ex presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe potrà contare sull’immunità da eventuali azioni penali, in base all’accordo raggiunto con gli oppositori sulle sue dimissioni martedì 21 novembre 2017. Mugabe ha lasciato la successione all’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa, il cui giuramento è previsto per venerdì 24 novembre.

La notizia dell’immunità per Mugabe, già riportata dalla Cnn alcuni giorni fa, è stata confermata giovedì 23 novembre da fonti vicine alla negoziazione anche all’agenzia Reuters.

Una fonte governativa ha confermato che Mugabe, 93 anni, ha detto ai negoziatori di voler “morire in Zimbabwe” e di non avere alcuna intenzione di vivere in esilio.

“È stato molto emozionante per lui, ed è stato molto determinato su questo”, ha detto la fonte, che non è autorizzata a parlare dei dettagli dell’accordo negoziato. “Per lui era molto importante che gli fosse garantita la sicurezza di rimanere nel paese, anche se questo non gli impedirà di viaggiare all’estero quando vuole o deve”, ha aggiunto la fonte.

La rapida caduta di Mugabe dopo 37 anni di governo è stata scatenata da una battaglia per la successione tra il vicepresidente del paese Mnangagwa e la moglie di Mugabe, Grace.

Il licenziamento di Mnangagwa all’inizio di novembre ha scatenato le proteste e l’azione dell’esercito, che ha preso il potere costringendo Mugabe a rassegnare le sue dimissioni martedì 21 novembre.

Emmerson Mnangagwa è rientrato in Zimbabwe mercoledì 22 novembre, dopo essersi rifugiato in Sudafrica a seguito della sua estromissione.

Una volta arrivato ad Harare, Emmerson Mnangagwa ha detto di fronte a una folla festante che il paese entrerà in un “nuovo livello di democrazia”.

“Il popolo ha parlato. E la voce del popolo è la voce di Dio”, ha detto l’ex vicepresidente alle migliaia di sostenitori che si sono radunati all’esterno della sede del partito di maggioranza ZANU-PF.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 22 novembre 2017

Emmerson Mnangagwa giurerà come nuovo presidente dello Zimbabwe venerdì, dice la tv di stato

Fonti del principale partito dello Zimbabwe, Zanu-PF, hanno confermato ad Associated Press che l’ex vice-presidente Emmerson Mnangagwa, il cui licenziamento aveva dato inizio alla crisi politica culminata con le dimissioni dell’ex presidente Robert Mugabe, è tornato oggi nel paese. La televisione di stato zimbabwese ha detto che Mnangagwa, principale avversario politico di Mugabe, giurerà come nuovo presidente venerdì. Mnangagwa aveva lasciato lo Zimbabwe dopo il suo licenziamento, per paura di essere arrestato.

Mugabe aveva annunciato le sue dimissioni ieri, poco prima che il Parlamento dello Zimbabwe votasse il suo impeachment. Mugabe era al potere in Zimbabwe da 37 anni, periodo durante il quale aveva imposto un regime autoritario e repressivo. Le sue dimissioni, presentate su pressione del suo stesso partito e dell’esercito, sono state accolte con grandi festeggiamenti sia nel Parlamento che per le strade della capitale Harare.

Foto: Emmerson Mnanangagwa ad Harare, Zimbabwe, l'1 novembre 2017 (AP Photo/Tsvangirayi Mukwazhi) 

Fonte: Il Post

Il “boia di Srebrenica” Mladic è stato condannato per genocidio e crimini contro l’umanità

Mladic è stato allontanato dall'aula del tribunale dopo aver urlato ai giudici stavano leggendo la sentenza. È stato condannato all'ergastolo

Ratko Mladic. Credit: Afp

L’ex comandante serbo Ratko Mladic è stato condannato in primo grado all’ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, che ha sede all”Aia, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluso genocidio. Con una sentenza letta in aula mercoledì 22 novembre, la corte ha condannato Mladic per dieci degli undici capi d’imputazione che gli sono stati contestati, tutti relativi alla guerra in Bosnia negli anni Novanta.

Mladic è stato allontanato dall’aula del tribunale dopo aver urlato ai giudici stavano leggendo la sentenza. I giudici avevano rigettato la richiesta del suo avvocato di aggiornare l’udienza per ragioni di salute.

“I crimini commessi si classificano tra quelli più efferati conosciuti all’umanità, e includono genocidio e sterminio come crimine dell’umanità”, ha detto il presidente del tribunale Alphons Orie leggendo il riassunto della sentenza.

Soprannominato “il macellaio dei Balcani” o “il boia di Srebrenica”, Mladic, che ha 74 anni, ha respinto le accuse di fronte al tribunale della Nazioni Unite.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, ha detto che la sentenza su Mladic è un avvertimento sul fatto che gli autori di tali crimini “non sfuggiranno alla giustizia, a prescindere da quanto siano potenti o da quanto tempo possa occorrere”.

Zeid ha definito l’ex generale serbo-bosniaco “il simbolo del male” e ha parlato della sua condanna come di un “importantissima vittoria per la giustizia”.

All’inizio dell’udienza, Mladic è sembrato rilassato, sorridendo e gesticolando alle fotocamere.

Il suo processo si è aperto di fronte al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia nel 2012. Il suo caso è stato l’ultimo ad essere esaminato dalla corte.

Alla fine della guerra, nel 1995, Mladic si è dato alla macchia, e ha vissuto nell’anonimato in Serbia, protetto dalla sua famiglia e da elementi dei servizi di sicurezza.

È stato incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità, ma è rimasto in latitanza per 16 anni, fino a quando nel 2011 è stato rintracciato ed arrestato nella casa di campagna di un cugino del nord della Serbia.

Le vittime sopravvissute e i loro parenti hanno assistito al verdetto nel memoriale vicino Srebrenica. Decine di persone si sono radunate fuori dall’aula del tribunale, mostrando foto delle vittime del genocidio e di coloro i cui cadaveri non sono più stati trovati.

Durante la Guerra in Bosnia del 1992-1995 morirono 30mila bosniaci.

Dall’11 al 14 luglio del 1995, a Srebrenica, cittadina nell’attuale Bosnia ed Erzegovina, oltre 8.300 uomini e ragazzi bosniaci – in gran parte musulmani – furono sterminati dall’esercito serbo-bosniaco. Le donne e i bambini furono risparmiati ma furono costretti a fuggire.

Per non lasciare traccia della carneficina, i corpi delle vittime furono smembrati e i resti furono sotterrati in diversi punti lontano dal luogo del massacro. I resti di centinaia di uomini non sono ancora stati ritrovati.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 21 novembre 2017

Almeno 50 persone sono morte in un attentato in Nigeria

Un attentatore si è fatto esplodere nella moschea di Mubi, nel nord-est del paese

Almeno 50 persone sono morte in un attentato nella città di Mubi, nel nord-est della Nigeria, e ci sono decine di feriti. Secondo la polizia, l’attacco è stato compiuto da un attentatore suicida che è entrato in una moschea prima di farsi esplodere. Sembra che l’attentatore fosse molto giovane.



Non c’è ancora un numero chiaro dei morti e feriti nell’attacco, perché la polizia sta cercando di rintracciare tutte le persone coinvolte che sono state trasportate disordinatamente nei vari ospedali della città.

L’attentato non è stato rivendicato, ma molti scrivono che il responsabile più probabile è Boko Haram, un’organizzazione terroristica nigeriana affiliata allo Stato Islamico (o ISIS). In passato Boko Haram ha spesso utilizzato attentatori molto giovani per compiere le sue operazioni terroristiche e militari.

Fonte: Il Post

Il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe si è dimesso

Il leader 93enne era alla guida del paese africano dall'aprile 1980. Poche ore prima delle dimissioni ufficiali l'invito dell'ex vice Emmerson Mnangagwa a lasciare immediatamente il potere

Il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe durante il discorso alla nazione trasmesso dalla tv nazionale. Credit: AFP/ZBC

Martedì 21 novembre Robert Mugabe ha consegnato ufficialmente le sue dimissioni dalla presidenza dello Zimbabwe, poco dopo l’inizio della discussione in parlamento per chiederne l’impeachment.

Mugabe lascia la guida del paese dell’Africa meridionale dopo quasi 40 anni ininterrotti di potere. Tra gli anni Sessanta e i Settanta aveva guidato la lotta per l’indipendenza dello Zimbabwe, ex colonia britannica.

Immediatamente dopo l’annuncio delle dimissioni, migliaia di cittadini si sono riversati sulle strade della capitale Harare per festeggiare, portando cartelli e foto dell’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa e del generale dell’esercito Constantino Chiwenga.

Poche ore prima lo stesso Mnangagwa, la cui estromissione ha portato alla presa di potere dell’esercito nel paese, aveva chiesto al presidente Robert Mugabe di dimettersi immediatamente.

Mnangagwa, già dato per favorito alla successione di Mugabe, ha detto di essere andato all’estero due settimane fa dopo aver appreso di un complotto per ucciderlo, e ha aggiunto che non tornerà in Zimbabwe finché la sua sicurezza non sarà garantita.

Nel giorno delle dimissioni solo cinque ministri e il procuratore generale si sono presentati all’incontro di gabinetto organizzato da Mugabe. Altri 17 ministri hanno deciso di presentarsi alla riunione per pianificare l’impeachment del presidente dello Zimbabwe, promosso in parlamento dal suo stesso partito, Zanu-PF. Si tratta della prima riunione di gabinetto organizzata da Mugabe dalla presa del potere militare mercoledì 15 novembre.

Robert Mugabe, 93 anni, è accusato di aver consentito a sua moglie, Grace Mugabe, 52 anni, di “usurpare il potere costituzionale”.

Nella notte tra martedì 14 e mercoledì 15 novembre l’esercito dello Zimbabwe aveva preso il potere marciando sulla capitale, Harare, con dei carri armati, qualche giorno dopo la decisione del presidente Mugabe di estromettere il suo vice Emmerson Mnangagwa, candidato a succedergli al governo del paese.

Mnangagwa era stato preso di mira soprattutto dalla moglie di Mugabe, Grace, anche lei candidata alla successione.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 20 novembre 2017

Carlo Tavecchio si è dimesso

E avrebbe anche richiesto le dimissioni di tutti i consiglieri in carica: i principali organi del calcio italiano potrebbero essere commissariati

Carlo Tavecchio (LaPresse)

Carlo Tavecchio si è dimesso da presidente della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) stamattina, durante il consiglio federale che si è svolto in via Allegri a Roma, nella sede della Federazione. Verso l’ora di pranzo, il presidente dell’Associazione Italiana Arbitri Marcello Nicchi è uscito in anticipo dalla sede e ha confermato la notizia. Tavecchio, che nel pomeriggio ha tenuto una conferenza stampa, ha anche chiesto le dimissioni di tutti i consiglieri federali ancora in carica. Se i consiglieri federali non dovessero lasciare le loro cariche, la FIGC verrebbe gestita da Cosimo Sibilia, vicepresidente federale, fino alle prossime elezioni. In caso contrario, tutti i principali organi che gestiscono il calcio italiano — FIGC, Lega Serie A e Serie B — potrebbero essere commissariati (Serie A e B lo sono già).

Il vice presidente della UEFA ed ex presidente della FIGC Giancarlo Abete ha commentato la dimissioni in una breve intervista concessa a Sky in cui ha detto: «Tavecchio ha preso atto della mancanza del consenso. L’importante è che si tutelino le rappresentanze democratiche della Federazione e i tempi per le nuove elezioni. Tavecchio ha dichiarato che sarà lui a portare la FIGC alle nuove elezioni».

Fonte: Il Post

È morto il criminale statunitense Charles Manson

L'ex capo di una setta criminale stava scontando 9 ergastoli per una serie di omicidi commessi nel corso del 1969 dai suoi seguaci

Charles Manson. Credit: Afp

Charles Manson, mandante di una serie di omicidi commessi nel corso del 1969 negli Stati Uniti, è morto a 83 anni. Manson era stato ricoverato nell’ospedale Bakersfield a novembre 2017, secondo quanto riportano i media statunitensi.

Il criminale è morto intorno alle 3 di notte italiane per cause naturali, presso un ospedale a Kern County, secondo quanto riportato in una dichiarazione delle autorità carcerarie della California.

Manson era il capo di una setta satanica che ha compiuto alcuni degli assassinii più efferati della storia statunitense. Non è stato presente sul luogo di tutti gli omicidi commessi dai suoi seguaci, che erano raggruppati sotto il nome di “Manson family”. È stato però condannato per aver ordinato gli omicidi.

Nel 1971 Manson è stato condannato a morte, ma prima che la pena fosse eseguita la California ha vietato la pena capitale, così la sua pena è stata ridotta all’ergastolo.

Si trovava in carcere da 45 anni e stava scontando nove ergastoli. Gli era stata negata la libertà vigilata per ben 12 volte.

Tra i crimini ordinati dal famoso ergastolano c’è la strage di Bel Air, in California, in cui è stata uccisa l’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski, e altre quattro persone. La donna era incinta di otto mesi. La sorella di Sharon Tate, Debra, ha detto ai giornali di aver ricevuto una telefonata dai funzionari del carcere poco dopo la morte di Manson.

Fonte: The Post Internazionale