venerdì 20 ottobre 2017

Ogni settimana 12mila bambini rohingya fuggono dalla Birmania, secondo l’Unicef

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire a sostegno dei minori rohingya perseguitati in Birmania

Una famiglia rohingya nella terra di nessuno al confine tra la Birmania e il Bangladesh. Credit: Afp 

L’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha lanciato l’allarme sulla situazione dei minori appartenenti alla minoranza musulmana rohingya presente al confine tra Bangladesh e Birmania. Secondo l’Onu infatti, sono almeno 12mila ogni settimana i bambini costretti a fuggire dalle violenze dell’esercito e dei nazionalisti birmani.

L’Unicef sostiene inoltre come siano almeno 320mila i bambini rohingya a essersi rifugiati in Bangladesh dalla Birmania dalla fine di agosto. Soltanto negli ultimi giorni sono 10mila i minori che hanno attraversato la frontiera tra i due paesi asiatici.

Questi bambini sono a rischio di contrarre malattie e di subire abusi di ogni tipo. “Molti piccoli rifugiati rohingya hanno assistito ad atrocità in Birmania che nessun bambino dovrebbe vedere”, ha detto Anthony Lake, direttore esecutivo dell’Unicef.

L’Unicef ha sottolineato la situazione disperata in cui si trovano i minori oggetto di questa vera e propria crisi umanitaria. “Questi bambini hanno urgente bisogno di cibo, acqua potabile, igiene e vaccinazioni per essere protetti dalle malattie che prosperano in situazioni di emergenza”, ha aggiunto Lake.

“Hanno bisogno di aiuto per superare tutto ciò che hanno sopportato, hanno bisogno di istruzione e di speranza”.

Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, i bambini ospitati nei campi profughi in Bangladesh presentano segni di malnutrizione acuta.

In questi campi mancano i servizi essenziali per le partorienti e i neonati. “Questa crisi sta rubando ai bambini l’infanzia, ma non dobbiamo lasciare che gli rubi anche il futuro”.

Fonte: The Post Internazionale

Theresa May ha chiesto di velocizzare i negoziati per la Brexit

Alla prima giornata del Consiglio europeo, la prima ministra britannica ha chiesto ai propri colleghi di aprire la seconda fase dei negoziati per l'uscita del Regno Unito dall'Unione

Credit: Afp

A Bruxelles, durante la cena dei capi di stato e di governo europei a Bruxelles, la prima ministra britannica Theresa May ha invitato i leader presenti a superare lo stallo nei negoziati per la Brexit. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha però risposto che le trattative sono “un processo graduale” e che ci vorrà più di qualche settimana perché si concludano.

La premier May aveva chiesto al Consiglio europeo di aprire immediatamente la seconda fase dei negoziati, quella che prevede la discussione sulle relazioni future tra l’Unione e il Regno Unito.

Alla prima ministra britannica ha risposto la cancelliera tedesca Merkel, ribadendo come le trattative su questo punto non possano ancora essere aperte, nonostante i “progressi” fatti.

“Ci sono stati segnali molto chiari da parte britannica, ma non sufficienti per iniziare la seconda fase”, ha detto Merkel, sottolineando come il secondo capitolo delle trattative sarà “tanto complicato quanto il primo”.

La cancelliera ha poi riconosciuto al governo di Londra di aver fatto un passo avanti, in particolare sulla questione dei diritti dei cittadini europei che risiedono nel Regno Unito, ma ha notato come sulle regole finanziarie la prima ministra May non abbia offerto alcuna nuova soluzione.

Proprio nella prima giornata del vertice di Bruxelles, con una lettera aperta, la premier britannica si era infatti rivolta ai cittadini europei residenti nel Regno Unito per assicurare loro che potranno restare nel paese anche in seguito alla Brexit.

Un’altra questione spinosa sul tavolo dei negoziati riguarda la situazione irlandese, senza un accordo infatti esiste il rischio di un ritorno dei controlli di confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

Anche su questo tema è intervenuta la cancelliera Merkel, sostenendo come la priorità dell’Unione sia quella di scongiurare il riaccendersi degli scontri tra le diverse fazioni a Belfast.

“L’accordo del Venerdì santo deve essere salvaguardato”, ha concluso Merkel, citando il trattato di pace firmato a Belfast il 10 aprile 1998 tra il governo del Regno Unito e quello della Repubblica d’Irlanda.

L’accordo trovò l’approvazione della popolazione della regione britannica e di quella irlandese, come quello dalla maggior parte dei partiti politici dell’Irlanda del Nord, con la sola eccezione del partito Unionista Democratico (DUP), attuale alleato al parlamento britannico del partito conservatore di Theresa May.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 19 ottobre 2017

Un’autobomba in Afghanistan ha ucciso almeno 43 soldati


Il 19 ottobre in Afghanistan i talebani hanno attaccato una base militare, nella provincia meridionale di Kandahar, uccidendo almeno 43 soldati.

Secondo il ministro della Difesa erano presenti 60 soldati nel luogo in cui è avvenuto l’attentato.

Come riporta Reuters, 43 soldati sono stati uccisi e altri 9 sono rimasti feriti.

Qari Yousuf Ahmadi, portavoce locale del gruppo militante, ha dichiarato che si è trattato di un attacco suicida con un autobomba.

Secondo Qari Yousuf Ahmadi, durante l’attentato sono stati uccisi almeno 60 soldati talebani e molti altri sono rimasti feriti.

I talebani da 15 anni stanno tentando di rovesciare il governo di Kabul per stabilire nel paese un regime fondamentalista islamico.

Fonte: The Post Internazionale

La Spagna attiverà la sospensione dell’autonomia catalana sabato

Dopo la risposta del presidente catalano Puigdemont, il governo spagnolo ha annunciato che il 21 ottobre inizierà il procedimento per l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione spagnola 

Credit: Cesar Manso

Il governo spagnolo ha annunciato che convocherà un Consiglio dei ministri straordinario sabato 21 ottobre per attivare l’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospenderà l’autonomia catalana. Per applicare la norma è necessaria l’approvazione del Senato spagnolo.

Alle 10 di giovedì 19 ottobre è scaduto il secondo ultimatum di Madrid per il presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont, chiamato a fornire una risposta che chiarisca se lo scorso 10 ottobre ha effettuato la proclamazione dell’indipendenza.

Il presidente Puigdemont ha comunicato che il parlamento catalano avrebbe dichiarato l’indipendenza – annullando quindi la sospensione annunciata il 10 ottobre – se il governo di Madrid avesse “continuato la repressione”, attivando la procedura dell’articolo 155.

La decisione è stata votata ieri sera dal partito di Puigdemont, il PDeCat. Il premier spagnolo Rajoy ha risposto a questa eventualità, definendo questa scelta un “ricatto inaccettabile”.

Nel pomeriggio del 19 ottobre, Rajoy volerà a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo.

Sabato 21 ottobre è stata convocata una nuova protesta degli indipendentisti, dopo quella dello scorso 17 ottobre, per chiedere il rilascio dei due leader indipendentisti arrestati con l’accusa di sedizione, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart.

Lo scorso primo ottobre, in un referendum dichiarato illegale dalla Corte costituzionale spagnola, i catalani si sono espressi in favore dell’indipendenza da Madrid.

Il 10 ottobre, il presidente catalano Carles Puigdemont, in un discorso di fronte al parlamento regionale, ha di fatto dato il via all’iter per l’indipendenza della regione autonoma dalla Spagna.

I popolari di Rajoy hanno sancito un accordo politico con i socialisti che, a fronte del sostegno all’articolo 155, hanno chiesto che venga riformata la costituzione nella parte in cui disciplina le autonomie regionali, e che si vada alle elezioni in Catalogna.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 18 ottobre 2017

Cosa c’è da sapere sul referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto

Quando si vota? Cosa dice il quesito referendario? Se vince il sì cosa succede? Una serie di domande e risposte sul referendum regionale del 22 ottobre 2017

Bandiere del Veneto durante una manifestazione a Venezia

Il 22 ottobre i cittadini di Lombardia e Veneto saranno chiamati a votare per due distinti referendum regionali in cui si chiede maggiore autonomia per le rispettive regioni.

Si tratta di un referendum senza precedenti in Italia, e per questa ragione è necessario cercare di vederci più chiaro possibile.

COSA CHIEDE IL REFERENDUM

I due referendum gemelli di Lombardia e Veneto hanno un quesito estremamente simile nella forma e identico nella sostanza: si chiede ai cittadini se vogliono o meno che lo stato attribuisca ulteriori poteri alla loro regione di appartenenza.

Il quesito può apparentemente sembrare vago, ma si colloca in realtà nell’ambito dell’articolo 116 della Costituzione italiana, in cui si dice che particolari poteri possono essere attribuiti alle regioni italiane dallo stato (principalmente in materia di giustizia di pace, istruzione, beni culturali e ambiente) su richiesta di queste.

Il referendum chiede dunque di fatto che questo iter possa essere intrapreso.

I due referendum sono stati annunciati tra l’aprile e il maggio del 2017 dai governatori – entrambi appartenenti alla Lega Nord – di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia.

COSA SUCCEDE SE VINCE IL SÌ

Il referendum è consultivo, e come tale in caso di vittoria del sì non ci sarà alcun effetto immediato, come succede invece nei referendum abrogativi e costituzionali.

Gli ultimi due referendum di carattere nazionale che hanno avuto luogo in Italia sono stati quello abrogativo sulle trivelle e quello costituzionale del 4 dicembre 2016: il primo non ha avuto effetto per il mancato quorum, il secondo invece ha visto la vittoria del no. Qualora però i referendum avessero visto una vittoria del sì, le modifiche proposte sarebbero immediatamente entrate in vigore.

Nel caso dei referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, come abbiamo detto, non ci sarà alcune modifica automatica delle leggi.

I referendum consultivi, come dice il nome, servono principalmente a sentire il parere della popolazione su un determinato argomento, che in questo caso è la maggiore autonomia per le regioni. Se dunque nell’immediato non ci sarebbero cambiamenti nell’ordinamento di Lombardia e Veneto, i rispettivi consigli regionali inizierebbero una trattativa con lo stato per ottenere maggiori poteri.

LOMBARDIA E VENETO DIVENTEREBBERO REGIONI A STATUTO SPECIALE? 

Rispondiamo subito a questa domanda: no. Questo perché le regioni a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta) sono stabilite dalla Costituzione, e concedere questa forma di autonomia ad altre implica cambiare la nostra Carta.

Come sappiamo, i cambiamenti costituzionali avvengono con un iter complesso, che può avvenire o con il passaggio parlamentare attraverso una maggioranza qualificata di due terzi o, qualora il parlamento ne approvasse le modifiche a maggioranza semplice.

Per potere diventare realtà il cambiamento dovrebbe essere confermato attraverso un referendum costituzionale senza quorum.

Tuttavia, la vittoria del sì in Lombardia e Veneto potrebbe dare inizio a un dibattito sulle regioni a statuto speciale. Come queste due regioni hanno chiesto maggiore autonomia, potrebbero farlo anche altre. L’Emilia-Romagna, guidata dal governatore del PD Stefano Bonaccini, ha iniziato un iter simile in consiglio regionale, preferendo evitare il referendum ritenuto un costoso strumento di propaganda.

Ma una richiesta di maggiore autonomia da parte di diverse regioni potrebbe portare, sul medio periodo, a una revisione costituzionale degli ordinamenti regionali. Trattandosi di una modifica costituzionale, tuttavia, essa avrebbe un iter non rapidissimo.

CI SARÀ IL QUORUM? COME SI VOTA?

Il voto in Lombardia e Veneto si svolgerà il 22 ottobre. Gli aventi diritto di queste due regioni potranno recarsi alle urne dalle ore 7 del mattino fino alle 23. In Lombardia non sarà richiesto alcun quorum, mentre per quanto riguarda il Veneto il referendum avrà bisogno di una partecipazione di almeno il 50 per cento più uno degli aventi diritto.

Per quanto riguarda la Lombardia, per la prima volta sarà sperimentato il voto elettronico.

HA SENSO UN PARAGONE CON LA CATALOGNA?

Lo diciamo subito e senza mezzi termini: no, non ha senso. Intanto il referendum del primo ottobre in Catalogna proponeva l’indipendenza della regione spagnola, e non semplicemente “maggiore autonomia”. Inoltre, il voto in Lombardia e Veneto arriva in un clima di piena e totale legittimità costituzionale, diversamente da quello catalano, considerato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola.

CHI SOSTIENE I REFERENDUM 

I referendum sono stati in primo luogo promossi dalla Lega Nord e, soprattutto, dai governatori di Lombardia e Veneto Roberto Maroni e Luca Zaia. Tuttavia, il centro del dibattito non è stato tra il voto in favore del sì o del no, ma sull’opportunità o meno che questi referendum si svolgessero.

Come abbiamo detto, ad esempio, il governatore del PD dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini sta portando avanti un simile iter per l’autonomia ma ha preferito un passaggio attraverso il consiglio regionale, considerando il referendum “un costoso strumento di propaganda”.

Anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, aveva definito questi referendum come una forma di propaganda.

In ogni caso, quasi tutti i partiti rappresentati nei consigli regionali delle due regioni sosterranno il sì a questo voto. Sarà diviso il PD lombardo tra voto favorevole e astensione, così come sono indecisi i pisapiani mentre contrari saranno MDP, Rifondazione e il Partito Socialista.

Lombardia e Veneto non sono nuove a iniziative autonomiste e hanno una forte tradizione di forze politiche in favore dell’autonomia, non limitate alla sola Lega nord (si pensi alla Liga Union Veneta o alla Lega Lombarda di Elidio De Paoli).

Nel 2006 le due regioni sottoscrissero il referendum costituzionale di quell’anno, che tra le altre cose prevedeva maggiore autonomia per le regioni, e furono le uniche due regioni italiane in cui vinse il sì.

Fonte: The Post Internazionale

200mila persone hanno manifestato in Catalogna a sostegno dei due leader indipendentisti arrestati

Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, i presidenti delle organizzazioni civili indipendentiste Anc e Omnium, erano stati arrestati con l'accusa di sedizione. Le stime provengono dalla polizia catalana

Credit: Afp

A Barcellona almeno 200mila persone hanno manifestato per chiedere la liberazione dei due leader indipendentisti, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, arrestati con l’accusa di “sedizione” lunedì 16 ottobre per ordine della giudice Carmen Lamela della Corte nazionale di Madrid. I due uomini presiedono altrettante organizzazioni civili indipendentiste, l’Assemblea nazionale catalana e l’associazione Omnium cultural.

Le organizzazioni civili Assemblea Nazionale Catalana e Omnium si sono rivelate cruciali per il movimento indipendentista catalano e negli anni hanno catalizzato il consenso di migliaia di persone che hanno partecipato a diverse dimostrazioni a sostegno dell’indipendenza da Madrid. Proprio queste organizzazioni hanno convocato la manifestazione tenutasi il 17 ottobre.

La folla, composta da migliaia di persone secondo la polizia del capoluogo catalano, ha gridato “Libertat”, fischiando e protestando al passaggio degli elicotteri della polizia spagnola che sorvolavano l’area per ragioni di sicurezza.

Diverse manifestazioni si sono tenute in contemporanea in altre località della Catalogna. A Barcellona erano presenti in piazza esponenti di entrambe le associazioni presiedute dai due leader arrestati, insieme ai rappresentanti del governo locale catalano.

Il presidente della Catalogna Carles Puigdemont aveva infatti definito Sanchez e Cuixart dei detenuti “politici”. Il presidente catalano Puigdemont ha definito Sánchez e Cuixart due “detenuti” politici. “La Spagna incarcera i leader della società civile della Catalogna per avere organizzato manifestazioni pacifiche”, ha scritto Puigdemont sul suo profilo ufficiale Twitter. “Purtroppo ci sono di nuovo prigionieri politici”.

Il portavoce del governo di Barcellona, Jordi Turull, ha paragonato la situazione in corso in Catalogna al periodo più buio della storia recente spagnola, la dittatura fascista che ha governato il paese dal 1939 al 1975.

“Quello che il franchismo non aveva osato fare, lo ha fatto un tribunale del Ventunesimo secolo”, ha detto Turull. “Due persone innocenti sono state private di libertà da un tribunale incompetente per reati inesistenti”.

Lunedì 16 ottobre il tribunale di Madrid aveva deciso per l’arresto di Sanchez e Cuixart, ma di lasciare in libertà, anche se limitata da alcune misure cautelari, Josep Lluis Trapero, il capo della polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, e la sua collega, l’intendente Teresa Laplana. Questi ultimi infatti non andranno in prigione ma non potranno lasciare la Spagna fino al termine delle indagini.

La Corte Nazionale di Madrid sta indagando sul ruolo svolto da queste persone durante le manifestazioni per l’indipendenza della Catalogna tenutesi a Barcellona alla fine di settembre 2017 e durante il contestato referendum del 1 ottobre.

La polizia spagnola, in quel caso, arrestò diversi funzionari catalani e operò alcune incursioni negli uffici delle autorità locali catalane come parte della repressione voluta dal governo centrale di Madrid per impedire i preparativi del contestato referendum organizzato comunque il 1 ottobre.

L’accusa di sedizione mossa a Trapero e Laplana riguarda la presunta mancanza di intervento da parte della polizia della regione autonoma della Catalogna durante la repressione attuata dalla polizia spagnola il 1 ottobre, nell’ambito delle operazioni di voto per il contestato referendum sull’indipendenza catalana.

Il corpo di polizia guidato da Trapero è inoltre accusato di non aver obbedito agli ordini del governo centrale, che ne aveva assunto il coordinamento insieme a quello della Policia Nacional e della Guardia Civil.

In quell’occasione diverse unità delle forze dell’ordine spagnole erano intervenute di fronte ai seggi per impedire a migliaia di cittadini catalani di votare. Durante gli scontri tra la folla e gli agenti, quasi 900 persone erano rimaste ferite, tra queste almeno 33 appartenenti alle forze dell’ordine.

I Mossos d’Esquadra sono stati accusati di non aver protetto i propri colleghi della Guardia Civil e della Policia Nacional durante le proteste dei manifestanti indipendentisti il 20 settembre 2017.

In caso di condanna, Trapero rischia fino a 15 anni di reclusione. Il reato di “sedizione” è presente nel codice penale spagnolo dal 1822 e una accusa simile a quella avanzata dalla procura spagnola nei confronti del capo dei Mossos d’Esquadra non era stata mai formulata contro un membro delle forze di polizia spagnole nella storia recente del paese.

Fonte: The Post Internazionale

Un giudice delle Hawaii ha bloccato il nuovo travel ban di Trump

Secondo il magistrato federale, la norma crea una discriminazione e viola le leggi in vigore in materi di immigrazione. La Casa Bianca parla di un “errore pericoloso“

Credit: Afp

Negli Stati Uniti, il giudice federale delle Hawaii, Derrick Watson, ha bloccato il nuovo “travel ban”, l’ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump il 24 settembre che vietava l’arrivo negli Stati Uniti ai cittadini proveniente da otto diversi paesi del mondo. Il provvedimento doveva entrare in vigore nel giro di poche ore

Watson ha motivato la propria decisione sostenendo che il provvedimento crea delle discriminazioni e viola le leggi federali in vigore negli Stati Uniti in materi di immigrazione.

Questa sentenza è arrivata alla fine di un procedimento che ha visto lo stato federato delle Hawaii fare ricorso contro l’ordine firmato dal presidente Trump.

Il giudice federale ha infatti accolto la richiesta dei rappresentanti del governo locale che hanno chiesto di bloccare il provvedimento perché discriminatorio nei confronti dei musulmani.

Il “travel ban” voluto dal presidente, nella sua ultima versione del settembre 2017, estendeva le restrizioni previste inizialmente per soli sei paesi, tutti a maggioranza musulmana, anche alla Corea del Nord e ad alcune persone vicine al presidente venezuelano Nicolas Maduro.

La decisione del giudice Watson riguarda proprio i primi sei paesi a maggioranza musulmana: Ciad, Iran, Libia, Siria, Somalia e Yemen. La sentenza quindi mantiene valide le restrizioni imposte dal provvedimento nei confronti dei cittadini della Corea del Nord e del Venezuela.

Il giudice Watson, nominato da Barack Obama, aveva già bloccato la prima versione del provvedimento voluto dal presidente nel marzo 2017 e la sua decisione sulla nuova versione della norma non è diversa da quella proposta pochi mesi fa.

“Non ci sono prove valide che l’ingresso di 150 milioni di individui da sei specifici paesi sarebbe nocivo per gli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Watson nella motivazione della sentenza.

L’amministrazione statunitense ha risposto alla decisione del giudice delle Hawaii definendo “pericolosamente sbagliata” la sentenza.

“Queste restrizioni sono vitali per garantire che nazioni straniere rispettino gli standard di sicurezza minimi per l’integrità del sistema e la sicurezza degli Stati Uniti”, si può leggere in una dichiarazione ufficiale rilasciata dalla Casa Bianca.

Anche il dipartimento di Giustizia statunitense ha criticato la decisione del giudice Watson, definendola “non corretta”, annunciando l’impugnazione della sentenza.

Oltre al procedimento svoltosi alle Hawaii, altri stati federati come quelli di Washington, Massachusetts, California, Oregon, New York e Maryland hanno intentato un’azione legale contro il bando voluto da Trump.

Queste amministrazioni hanno posto al giudice federale James Louis Robart di Seattle, che in gennaio bloccò la prima versione del provvedimento, la questione se il presidente abbia l’autorità per emettere un ordine del genere in materia di immigrazione.

Risulta probabile che queste azioni legali finiranno davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 17 ottobre 2017

Siria, i curdi annunciano la liberazione di Raqqa dalla morsa dell’Isis

L'Isis perde l'ultima città importante che controllava tra Siria e Iraq 

Credt: AFP PHOTO / BULENT KILIC

“La città di Raqqa è stata completamente liberata”, lo hanno annunciato le forze democratiche siriane (Sdf), un’alleanza curdo-arabo siriana sostenuta dagli Stati Uniti, che agli inizi dello scorso giugno aveva lanciato una vasta offensiva per liberare la città dalla morsa dello Stato Islamico nel nord della Siria.

“Tutto è finito a Raqqa, le nostre forze hanno assunto il pieno controllo della città”, ha detto a France Presse Talal Sello, portavoce delle forze democratiche siriane.

Sul loro sito, gli attivisti dell’Osservatorio della ong Ondus precisano che l’annuncio ufficiale della liberazione di Raqqa ”arriverà presto”.

L’Isis perde così l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq, ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del califfato. Nell’estate del 2016, Mosul, altra città strategica il sedicente stato islamico, era caduta nelle mani dell’esercito iracheno, sempre appoggiato dagli Stati Uniti.

A Raqqa si erano concentrate le migliaia di combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis, e qui lo Stato islamico aveva costruito una vera e propria amministrazione, con tanto di polizia, documenti e tasse.

Rojda Felat, comandante delle operazioni delle Forze siriane democratiche a Raqqa, ha dichiarato che “sono in corso le operazioni per mettere in sicurezza lo stadio di Raqqa, ripulendolo dalle mine disseminate dai jihadisti”.

Con la conquista definitiva di Raqqa termina un’offensiva iniziata a giugno 2017 e che ha visto lanciare l’assalto finale contro la città siriana nella notte tra sabato 14 e domenica 15 ottobre. Prima è stato conquistato l’ospedale, altra zona di resistenza delle milizie jihadiste, oggi l’annuncio della presa dello stadio, ultimo bastione a crollare.

Fonte: The Post Internazionale