sabato 3 novembre 2018

Il governo ha rinviato le sue promesse più ambiziose

I dettagli su "quota 100" e "reddito di cittadinanza" sono spariti dalla legge di bilancio: saranno decisi "entro Natale", dice Di Maio, ma le cose non saranno semplici


Con dieci giorni di ritardo, la legge di bilancio per il 2019 è arrivata in Parlamento questa settimana. L’arrivo di un testo finalmente ufficiale, dopo settimane di bozze e retroscena, ha confermato le indiscrezioni che erano circolate nei giorni scorsi: il cosiddetto “reddito di cittadinanza” e la “quota 100” per le pensioni sono finiti fuori dal testo della manovra, al contrario di quanto Lega e M5S pensavano di fare all’inizio. Il testo della legge di bilancio, infatti, si limita a indicare le cifre stanziate per le due misure (in totale 16 miliardi di euro, pochini rispetto alle stime dei costi una volta a regime) senza fornire alcun dettaglio sul loro funzionamento, per esempio i requisiti che serviranno per farne richieste e la platea di persone che ne beneficeranno.

Il “reddito di cittadinanza” e la “quota 100” sono le misure economiche più simboliche e importanti per, rispettivamente, il Movimento 5 Stelle e la Lega: e la loro condizione di alleati ma rivali, unita alle prossime elezioni europee, aveva spinto i partiti a cercare di inserirle entrambe – insieme ad altre varie promesse – già in questa legge di bilancio. Il M5S, in particolare, ha molto insistito sulla necessità di approvare entro l’anno il “reddito di cittadinanza” (che è in realtà un sussidio di povertà fortemente condizionato), al punto da forzare il ministro dell’Economia ad approvare un aumento del deficit per il 2019 dall’1,6 per cento al 2,4 per cento del PIL (un aumento che sta causando pesanti scontri con la Commissione europea). La decisione di togliere queste riforme dalla manovra porterà inevitabilmente, nel migliore dei casi, a un allungamento dei tempi prima della loro eventuale entrata in vigore.

In un video pubblicato su Facebook, il ministro del Lavoro e capo del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha assicurato che i due provvedimenti, con tutti i dettagli ancora mancanti, saranno comunque approvati tramite decreto legge entro Natale. Bisogna tener conto che nella parte finale dell’anno il Parlamento sarà impegnato soprattutto ad approvare e discutere la legge di bilancio, che deve essere approvata entro il 31 dicembre.

Anche se Di Maio sostiene che non fosse possibile presentare i dettagli ancora mancanti già nella legge di bilancio, in molti ritengono che la vera ragione del ritardo sia la difficoltà di scrivere rapidamente due norme così complesse. Il reddito di cittadinanza «ha complicazioni attuative non indifferenti», ha detto per esempio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, considerato il braccio destro di Matteo Salvini. Sono difficoltà che ha confermato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che oggi ha spiegato: «Siamo ben consapevoli tutti che è una riforma che va fatta con molta attenzione: è la ragione per cui non è stata inserita adesso, ci teniamo a farla bene e con tutti i dettagli».

I principali “dettagli” ancora da stabilire sul reddito di cittadinanza sono i requisiti necessari per ottenerlo (per esempio, se potranno riceverlo anche i proprietari di casa o soltanto coloro che vivono in affitto) e le metodologie con le quali sarà erogato (si è parlato di carte bancomat speciali, ma anche dell’uso della tessera sanitaria). Il governo deve ancora decidere anche come riformare i centri per l’impiego, che sono stati definiti una componente “essenziale” del reddito di cittadinanza e oggi si trovano in una situazione disastrosa.

Anche sulla “quota 100” rimangono aperte alcune questioni complesse. La norma dovrebbe permettere di andare in pensione a chi ha compiuto 62 anni, se ha versato almeno 38 anni di contributi. L’assegno pensionistico, però, riceverà una penalizzazione che non è ancora stata decisa. Non è chiaro inoltre se la misura sarà introdotta come una “finestra” soltanto per il 2019, o se sarà una possibilità che potrà essere sfruttata anche per gli anni successivi.

Più in generale, c’è ancora molta incertezza sulle reali risorse che il governo avrà a disposizione per queste due misure. La legge di bilancio stanzia un totale di 16 miliardi di euro, ma non è affatto sicuro che questa cifra sarà ancora disponibile nel corso del 2019. La crescita economica su cui il governo calcola le entrate che incasserà dalle imposte sta rallentando più rapidamente del previsto, mentre la crescita dello spread ha aumentato il costo necessario a rifinanziare il debito pubblico: gli interessi che lo Stato deve pagare per prendere soldi in prestito, in sostanza.

Questa riduzione delle risorse disponibili avrà un effetto non solo sulla platea delle persone che potranno sfruttare queste due misure, ma anche sul momento in cui entreranno in vigore. Secondo quasi tutte le indiscrezioni, infatti, né il “reddito di cittadinanza” né “quota 100” partiranno dal primo gennaio, ma nei mesi successivi, forse dall’inizio della primavera. In questo modo il governo conta di risparmiare alcune centinaia di milioni, forse qualche miliardo, in modo da riuscire a far quadre i conti: ma sarebbe un escamotage che potrebbe funzionare una volta sola, evidentemente.

Fonte: Il Post

domenica 21 ottobre 2018

Salvini e Di Maio hanno fatto pace

Nel Consiglio dei ministri si sono accordati per escludere dal decreto fiscale le misure contestate dal M5S

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Lo scontro tra i due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali leader del governo, si è concluso sabato dopo il Consiglio dei Ministri convocato in via eccezionale per risolvere le divergenze sul decreto fiscale approvato lunedì scorso. In una conferenza stampa Salvini, Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno detto di aver approvato il decreto in via definitiva, dopo che per giorni si era parlato di bozze contrastanti e presunte manipolazioni.

I dettagli della versione definitiva del decreto non sono ancora del tutto noti, ma a quanto ha detto Conte sono stati esclusi i due punti contestati dal M5S, cioè l’estensione del condono all’imposta sui capitali detenuti all’estero e il cosiddetto “scudo penale”, la depenalizzazione di alcuni reati tra cui il riciclaggio. Non è ancora chiaro nemmeno cosa sia stato deciso sull’estensione del condono all’IVA, un’altra misura che secondo Di Maio era stata aggiunta a sua insaputa nel decreto fiscale.

Non è invece ancora chiaro se sia stata soddisfatta quella che sembrava essere la richiesta della Lega per risolvere la crisi, e cioè il ritiro di buona parte degli 81 emendamenti proposti dal M5S sul decreto sicurezza, una misura voluta da Salvini. In conferenza stampa, Di Maio ha detto che se ne parlerà nei prossimi giorni. Sempre Salvini aveva fatto intendere di non gradire il condono edilizio di Ischia, inserito dal M5S nel cosiddetto “decreto Genova”: sembrava fosse stato aggiunto come elemento nelle trattative, ma anche in questo caso non si sa ancora se sia stato modificato.

Al centro della polemica di questi giorni tra Lega e M5S c’era stato il tentativo della prima di ampliare il più possibile le maglie del condono fiscale previsto nel decreto, permettendo anche a chi ha evaso svariate centinaia di migliaia di euro di risolvere le proprie pendenze con il fisco senza rischiare nulla. Giovedì Di Maio aveva accusato una “manina” di aver manipolato il testo del decreto a sua insaputa aggiungendo queste misure alle quali il M5S è fortemente contrario. In realtà, come si era capito, il decreto approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri conteneva solo indicazioni generali delle misure previste, che erano state poi compilate dai tecnici del governo: è probabile che la Lega abbia provato a sfruttare la vaghezza delle indicazioni iniziali per inserire norme alle quali teneva, e che il M5S abbia capito solo in seguito che la libertà lasciata dal testo iniziale era troppo ampia.

Lo scontro tra Di Maio e Savlini era stato il più duro dall’inizio del governo. Salvini in particolare aveva riservato diverse critiche a Di Maio, al limite della derisione: in una diretta Facebook, venerdì, aveva smentito la versione del leader del M5S sostenendo che al Consiglio dei Ministri «Conte leggeva e Di Maio scriveva».Di Maio aveva risposto avvertendo Salvini di non farlo passare «per bugiardo o distratto». A quel punto, secondo i giornali, era stato coinvolto Conte, a cui il M5S avrebbe chiesto di schierarsi. La presidenza del Consiglio aveva poi smentito la ricostruzione di Salvini, sostenendo che le misure in questione non erano state verbalizzate.

Fonte: Il Post

sabato 20 ottobre 2018

Su cosa litigano Lega e Movimento 5 Stelle

Cosa c'è di preciso nel condono che secondo Di Maio sarebbe stato "manipolato", e come potrebbe essere cambiato se i due partiti trovassero un accordo

(ANSA/Angelo Carconi)

Lega e Movimento 5 Stelle sono arrivati molto vicini a una crisi di governo e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è arrivato – secondo i retroscena dei giornali – a minacciare le dimissioni a causa dello scontro sul condono fiscale che, secondo il capo del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, sarebbe stato segretamente modificato senza il consenso di tutto il governo. Il provvedimento in teoria era già stato approvato al Consiglio dei ministri di lunedì scorso, ma in realtà è stato materialmente scritto nei giorni successivi: ora i due partiti di maggioranza parlamentare litigano su quali esattamente fossero gli accordi raggiunti lunedì.

La Lega vorrebbe un condono il più ampio possibile, che permetta anche a chi ha evaso svariate centinaia di migliaia di euro di risolvere le proprie pendenze con il fisco senza rischiare nulla. Il Movimento 5 Stelle invece vorrebbe un condono più ridotto e vorrebbe limitare la non punibilità degli evasori.

Al momento il testo del condono che circola tra i vari uffici ministeriali e di cui parlano i giornali è più vicino alle intenzioni della Lega. Ci sono varie “strade” previste per risolvere le proprie pendenze con il fisco, per esempio l’annullamento di tutti i debiti con il fisco fino a mille euro relativi al periodo 2000-2010 (si tratta soprattutto di multe e contravvenzioni), ma la parte controversa è quella all’articolo 9 del decreto fiscale, in cui vengono messe le basi del principale meccanismo di condono.

In sostanza, il condono permette di fare una dichiarazione dei redditi “integrativa”, e su questi nuovi redditi dichiarati pagare un’aliquota forfettaria del 20 per cento. Significa che è possibile dichiarare di aver evaso le tasse, presentare una dichiarazione dei redditi aggiuntiva in cui si specifica l’importo evaso e su questa pagare il 20 per cento di tasse, senza sanzioni, senza multe e senza rischiare di essere indagati per i reati connessi all’evasione.

I limiti inseriti a questo condono sono abbastanza ampi. L’articolo stabilisce che si possono dichiarare fino a 100 mila euro per ogni imposta evasa nei cinque anni tra il 2013 e il 2017. Le imposte oggetto di condono sono IRPEF, IRPEG, IRAP, imposta sui capitali all’estero e IVA. Il condono permetterà di far emergere 100 mila euro per ognuna delle imposte per un periodo di cinque anni. Il totale che è quindi possibile far emergere è pari a 2,5 milioni di euro (è improbabile che qualcuno si trovi nelle condizioni di far emergere questa cifra, ma resta comunque possibile).

Il condono introduce anche una depenalizzazione di alcuni reati tributari: coloro che si autodenunciano non possono essere perseguiti per reati come la dichiarazione infedele. Quest’ultimo è un provvedimento senza il quale un condono non può funzionare, poiché nessuno si autodenuncerebbe se così facendo rischiasse di essere indagato. Molti però hanno notato che il condono introduce depenalizzazioni anche per reati non strettamente tributari, come riciclaggio e autoriciclaggio.

Secondo Di Maio e gli esponenti del Movimento 5 Stelle, l’estensione del condono all’IVA e all’imposta sui capitali detenuti all’estero, oltre alla depenalizzazione del riciclaggio e dell’autoriciclaggio, non erano stati concordati, e anzi il Consiglio dei ministri aveva stabilito in maniera esplicita di eliminarli dal condono. Sarebbe stata quindi la famosa “manina” ad aggiungerli di nascosto. La Lega smentisce questa ricostruzione e sostiene che il condono contenesse queste formule sin dall’inizio.

Oggi è quasi impossibile stabilire chi abbia ragione. Il comunicato stampa con cui lunedì il governo ha comunicato l’accordo raggiunto sul condono è così vago che è impossibile valutare cosa realmente si siano detti i vari ministri. Quasi certamente nel corso del Consiglio sono state prese decisioni vaghe di indirizzo politico che potevano essere interpretate in maniera differente (nessuno finora ha prodotto i verbali della riunione). Come spesso accade, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che in realtà non esisteva: il testo è stato compilato soltanto nei giorni successivi, sulla base di un accordo politico che in realtà si è rivelato poco chiaro.

Probabilmente l’episodio è stato possibile grazie all’ambiguità che la complessità del sistema fiscale italiano permette di mantenere: durante la fase di trattativa gli esponenti leghisti potrebbero aver lasciato intendere che si sarebbero contenuti in fase di scrittura del decreto, mentre in realtà ne hanno allargato le maglie appena possibile. Il Movimento 5 Stelle ha lasciato correre, convinto di poter gestire la vicenda, per poi denunciarla quando si sono accorti dell’estensione raggiunta dal condono e dell’eco che aveva sui media.

I leader dei due partiti dovrebbero incontrarsi nuovamente sabato per un vertice di maggioranza seguito da un Consiglio dei ministri, durante il quale il testo del decreto potrebbe essere modificato. Il leader della Lega Matteo Salvini aveva inizialmente liquidato le preoccupazione del Movimento 5 Stelle, ma tra giovedì sera e venerdì mattina ha ammorbidito le sue posizioni. Al momento i giornali scrivono che dalla riunione di sabato il condono potrebbe uscire privato della non punibilità del riciclaggio e senza lo scudo per evitare l’imposta sui capitali all’estero.

Fonte: Il Post

mercoledì 17 ottobre 2018

Sono stati revocati gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, sindaco di Riace

Ma gli è stato imposto il divieto di dimora, dovrà quindi lasciare la sua città


Il Tribunale del Riesame ha revocato gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato il 2 ottobre per le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Lucano ha comunque ricevuto il cosiddetto divieto di dimora, una misura più tenue degli arresti domiciliari che però gli impedirà di vivere a Riace. Il Tribunale del Riesame ha modificato anche la misura cautelare che era stata imposta alla compagna di Lucano, Lemlem Tesfahun: il divieto di dimora a Riace è stato sostituito con l’obbligo di firma (Tesfahun dovrà quindi presentarsi ogni giorno a una certa ora da un ufficiale di polizia giudiziaria, ma potrà tornare a vivere a Riace).

L’arresto di Lucano era stato molto discusso e commentato, perché il piccolo comune calabrese di cui è sindaco era stato raccontato negli ultimi anni come un modello per l’accoglienza dei migranti. A Riace, che era un paese ormai semideserto, nelle case abbandonate del centro oggi vivono stabilmente centinaia di rifugiati in una specie di sistema di accoglienza diffuso. Per avviare il progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ricorda il Sole 24 Ore, «sono stati utilizzati immobili abbandonati, costruiti tra agli anni ‘30 e ’60, recuperati con fondi dell’Unione europea e progetti della Regione Calabria». Attorno ai richiedenti sono nati anche posti di lavoro che hanno riqualificato il paese: botteghe artigiane e ristoranti hanno riaperto, sono stati avviati asili, scuole multilingue, orti biologici; le case sono state ristrutturate ed è stato rifatto, tra le altre cose, tutto l’impianto di illuminazione del paese. Ora, per decisione del ministero dell’Interno, i migranti di Riace saranno trasferiti altrove.

Fonte: Il Post

La Francia ha ammesso di avere espulso irregolarmente due migranti in Italia

La procura di Torino intanto ha aperto un'inchiesta


Lunedì sera la Francia ha ammesso di avere espulso in Italia due migranti attraverso una procedura irregolare, cioè ha confermato un controverso episodio risalente a venerdì scorso che però era emerso solo lunedì. La prefettura del dipartimento delle Haute Alpes ha detto che «nell’ambito di una missione di rimpatrio di stranieri irregolari, un veicolo della gendarmeria francese ha attraversato il confine franco-italiano in direzione di Claviére (Italia) senza previa autorizzazione della polizia italiana»; ha aggiunto che la polizia di Bardonecchia, città poco più a nord di Claviére, sulle Alpi torinesi, era a conoscenza del fatto che i due migranti sarebbero stati coinvolti in una procedura di espulsione. Fonti governative francesi hanno detto all’ANSA che è stato un incidente.

La Francia ha ammesso quindi di avere fatto una cosa che non si può fare, visto che le eventuali espulsioni di migranti verso il paese di loro primo arrivo in Europa – in questo caso l’Italia – devono essere notificate dalle autorità prima di essere applicate e devono essere concordate con la polizia del paese ricevente. Sulla vicenda erano intervenuti lunedì il ministero degli Esteri e dell’Interno italiani, che avevano criticato il governo francese per quello che era accaduto, e la Procura di Torino aveva aperto un’inchiesta.

Fonte: Il Post

Cosa c’è nella manovra

Il governo ha approvato la bozza della legge di bilancio per il 2019, che contiene il condono fiscale, il cosiddetto "reddito di cittadinanza" e la "quota 100" per i pensionati

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Lunedì sera il governo ha approvato la bozza di disegno di legge che contiene la legge di bilancio – il documento che stabilisce entrate e spese dello Stato per l’anno successivo – insieme al decreto fiscale, che contiene il condono fortemente voluto dalla Lega. Poco prima di mezzanotte i documenti sono stati inviati alla Commissione Europea per una valutazione e saranno resi pubblici nei prossimi giorni, quando saranno inviati alle camere per l’esame del Parlamento.

In tutto la manovra dovrebbe costare 36,4 miliardi di euro, di cui circa 21 arriveranno da nuovo debito, 7 da tagli e risparmi e altri 8 da aumenti di entrate, cioè soprattutto nuove tasse. Per il momento il governo ha fornito un elenco sintetico dei 24 punti contenuti nella legge: mancano ancora molti dettagli su come funzioneranno i vari provvedimenti. Nell’attesa del testo completo, ecco gli interventi principali che saranno introdotti con la legge.

Reddito di cittadinanza
È di fatto un sussidio di disoccupazione che prevede di integrare il reddito della persona che ne fa richiesta sino ad arrivare a 780 euro al mese. Al momento non si conoscono i dettagli, ma stando a quanto hanno detto diversi dirigenti del Movimento 5 Stelle e a quello che scrivono i giornali, sarà altamente condizionato. Chi lo riceve dovrà fornire otto ore di lavoro gratuito alla comunità alla settimana, dovrà iscriversi ai centri per l’impiego e potrà rifiutare solo tre offerte di lavoro (ammesso che gli arrivino) oltre, probabilmente, a quelle che arrivano da fuori dalla sua regione (che potranno essere rifiutate senza costi).

Dovrebbe essere previsto anche un monitoraggio del tipo di acquisti fatti col reddito di cittadinanza – si è parlato di evitare acquisti “immorali” o di merci non italiane – ma non è ancora chiaro come dovrebbe essere realizzato. Questa misura dovrebbe costare 9 miliardi e iniziare a primavera, in modo da ridurne il costo complessivo nel corso del’anno.

Pensione di cittadinanza
È di fatto un aumento delle pensioni minime, che passeranno da poco più di 500 a 780 euro. Il governo scrive che sarà prevista «una differenziazione tra chi è proprietario di un immobile e chi non lo è», ma per il momento non si conoscono altri dettagli.

“Flat tax” per partite Iva e piccole imprese
Si tratta in realtà di uno sconto fiscale per alcune partite IVA: l’attuale regime che prevede di pagare il 15 per cento di IRPEF fino a 30 mila euro viene esteso anche a chi fattura fino a 65 mila euro. Il costo di questa misura è di circa 600 milioni di euro per il 2019 e di 1,7 miliardi a partire dal 2020. 

Superamento della legge Fornero
Viene introdotto un nuovo percorso per andare in pensione, la cosiddetta “quota 100”: si potrà andare in pensione a 62 anni di età, a patto di aver versato almeno 38 anni di contributi. Il governo scrive che per le donne viene prorogata «“Opzione Donna”, che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione». Questa misura dovrebbe costare intorno ai 7 miliardi di euro e dovrebbe partire da febbraio.

Investimenti pubblici
Viene prevista una spesa di circa 5 miliardi di euro l’anno per i prossimi tre anni per realizzare investimenti «nell’ambito infrastrutturale, dell’adeguamento antisismico, dell’efficientamento energetico, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie».

Piano di assunzioni straordinario
Il governo spenderà circa 500 milioni di euro per assumere agenti di polizia, magistrati e personale amministrativo impegnati nelle forze dell’ordine e nella giustizia.

Fine del finanziamento pubblico all’editoria
Il sostegno pubblico all’editoria – già radicalmente tagliato negli anni scorsi – sarà gradualmente azzerato, non è stato però ancora specificato in quali tempi e modalità.

“Pensioni d’oro”
Il governo dice di voler intervenire sulle pensioni oltre i 4.500 euro netti mensili, in modo da renderle “più eque” in rapporto ai contributi versati. Dalle indiscrezioni sembra che il governo intenda effettuare un ricalcolo contributivo delle pensioni più ricche, ma anche su questo i dettagli sono ancora pochi (e ci sono vari pareri sulla sua dubbia costituzionalità). Questa misura dovrebbe far incassare risorse pari a un miliardo di euro in tre anni, ma secondo l’INPS il totale potrebbe essere inferiore (si parla di un centinaio di milioni l’anno).

Condono
La manovra prevede quattro sanatorie in un unico provvedimento. Il decreto fiscale prevede la possibilità di non pagare interessi e sanzioni per chi si accorda con il fisco (è la cosiddetta “terza rottamazione” e, scrive il governo, può essere sfruttata soltanto da chi aveva usufruito della “seconda rottamazione”); una strada facilitata per risolvere le controversie attualmente in corso; la cancellazione totale dei debiti inferiori a mille euro (multe comprese) relativi al periodo 2000-2010. Infine, la parte principale: chi ha già presentato una dichiarazione dei redditi può pagare un’aliquota forfettaria del 20 per cento per risolvere la sua pendenza, evitando così sanzioni e interessi. Soprattutto è prevista la possibilità di presentare una dichiarazione integrativa, in cui si afferma che all’epoca della dichiarazione originaria non si era dichiarato tutto ciò che era dovuto. Questa dichiarazione integrativa non deve essere superiore al 30 per cento del già dichiarato e comunque non superiore ai 100 mila euro. La dichiarazione aggiuntiva potrà ugualmente essere sanata col pagamento di un’aliquota del 20 per cento.

Dove aumenteranno le tasse?
La manovra prevede aumenti di entrate, cioè di tasse, pari a 8 miliardi di euro, mentre pochi giorni fa il governo prevedeva un leggero aumento della pressione fiscale per il 2019. Nei documenti pubblicati fino a questo momento dal governo, però, non c’è traccia di aumenti di imposte. Fonti della maggioranza hanno riferito alle agenzie che gli aumenti riguarderanno banche e assicurazioni, ma dovremo aspettare per avere ulteriori dettagli.

Fonte: Il Post

venerdì 28 settembre 2018

Cosa si è deciso sul deficit e tutto il resto

Il governo ha trovato un accordo: si farà nuovo debito pubblico per permettere le misure chiamate impropriamente "reddito di cittadinanza" e "flat tax"

I ministri del Movimento 5 Stelle festeggiano l'approvazione della nota di aggiornamento del DEF, a Palazzo Chigi (Fabio Cimaglia / LaPresse)

Giovedì sera, dopo una riunione informale del governo durata circa quattro ore a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha approvato la nota di aggiornamento del DEF, il documento con cui il governo indica i suoi piani economici triennali e che andava aggiornato perché era stato redatto per l’ultima volta dal governo Gentiloni. Le disposizioni contenute nel DEF – che sono ancora modificabili – sono quelle da cui dipenderà gran parte della manovra economica che il governo e il Parlamento dovranno approvare entro dicembre: la legge che di fatto permette allo stato di spendere i soldi pubblici e stabilisce come.

La questione di cui si era parlato di più era quella del deficit, cioè la parte di spesa eccedente le entrate che lo Stato si concederà di fare prendendo soldi in prestito. Il governo ha deciso che per i prossimi tre anni il deficit potrà essere del 2,4 per cento rispetto al PIL, molto più di quanto previsto dal governo Gentiloni – l’Italia ha già un enorme debito pubblico – e anche di quanto auspicava il ministro dell’Economia Giovanni Tria, e abbastanza per permettere di finanziare una serie di misure molto costose e molto care al Movimento 5 Stelle, prima tra tutte il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che è in realtà un più comune sussidio per i disoccupati).

Per il “reddito di cittadinanza” è stato previsto uno stanziamento di 10 miliardi di euro, che dovrebbero permettere anche un aumento delle pensioni minime a 780 euro e l’avvio di una riforma dei centri per l’impiego. Secondo il governo queste misure riguarderanno circa 6,5 milioni di persone sotto la soglia di povertà.

La nota di aggiornamento del DEF prevede anche “l’allargamento del fisco forfettario” per le piccole imprese (quindi non i dipendenti). È quella che impropriamente viene chiamata “flat tax” (perché la “flat tax” è tale, flat, se esiste un’unica aliquota per tutti) e prevede un’aliquota del 15 per cento per i lavoratori autonomi che riguarderà anche i versamenti dell’IVA (ma per ora non i redditi guadagnati). Il DEF parla anche di arrivare nei prossimi anni a un sistema fiscale basato su due aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) del 23 per cento e del 33 per cento per tutti i contribuenti.

Tra le altre decisioni del governo ci sono anche un parziale superamento della legge Fornero, con la possibilità di andare in pensione anticipatamente per circa 400mila persone in base alla cosiddetta quota 100; un fondo da 1,5 miliardi di euro per risarcire chi ha perso soldi nel fallimento di qualche banca; e un meccanismo per permettere di chiudere contenziosi con Equitalia per cifre inferiori a 100.000 euro. È la misura che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva chiamato “pace fiscale” e che di fatto è una sorta di condono fiscale: permetterà soltanto delle entrate una tantum. 

Secondo i primi calcoli fatti in base ai numeri disponibili al momento, il condono dovrà raccogliere almeno 14 miliardi di euro, oppure il deficit arriverà sopra il 3 per cento. Sia il DEF che la legge di bilancio che gli farà seguito possono ancora essere modificati in maniera radicale. Nelle prime ore del mattino, intanto, lo spread è cresciuto di circa 30 punti base.

La Commissione Europea valuterà la manovra il prossimo 16 ottobre e con questi numeri non potrà che rigettarla. A quel punto il governo avrà fino al 21 novembre per modificarla. Se non ci saranno cambiamenti, all’inizio dell’anno probabilmente sarà aperta una procedura per deficit eccessivo nei confronti del nostro paese. L’ultima procedura contro l’Italia era stata chiusa nel 2013 durante il governo Letta.

Fonte: Il Post

martedì 25 settembre 2018

Cosa c’è nel decreto “immigrazione e sicurezza”

Il governo ha abolito la "protezione umanitaria" e ha potenziato il DASPO urbano, tra le altre cose: cosa vuol dire?

(ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO)

Il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto “decreto immigrazione e sicurezza” che tra le altre cose abolisce la “protezione umanitaria” e introduce altre restrizioni per gli stranieri che arrivano in Italia. Negli ultimi giorni erano circolate numerose anticipazioni del decreto, insieme a voci di malumori sul suo contenuto da parte del Movimento 5 Stelle e di dubbi della presidenza della Repubblica sul fatto che il testo abbia i requisiti di “urgenza” che sono necessari per approvare un decreto legge.

Per queste ragioni il testo ha subìto numerose modifiche negli ultimi giorni. Questi sono i punti principali del decreto, in base alle informazioni raccolte prima della sua approvazione.

  • Abolizione della protezione umanitaria. È una delle tre forme di protezione che si possono garantire agli stranieri insieme all’asilo politico e alla protezione sussidiaria (queste due regolate da trattati internazionali). Sarà sostituita da un permesso di soggiorno della durata di un anno per sei fattispecie specifiche, tra cui motivi civili, medici o per calamità naturali nel paese di origine. Chi oggi gode di un permesso di soggiorno per protezione umanitaria (che ha durata biennale) lo perderà se fa ritorno nel suo paese di origine.
  • Revoca status di richiedente asilo. È una disposizione che allunga l’elenco di reati che comportano la sospensione della domanda d’asilo e causano l’espulsione immediata, con l’inserimento tra gli altri di violenza sessuale, lesioni aggravate e oltraggio a pubblico ufficiale. La revoca dello status di richiedente asilo a causa di violazioni di questo tipo dovrebbe arrivare dopo una sentenza di primo grado, il che rischia di essere incostituzionale visto che fino al terzo grado di giudizio c’è per tutti la presunzione di innocenza.
  • Revoca della cittadinanza. È una norma simile a quella approvata due anni fa in Francia e che prevede la revoca della cittadinanza per persone ritenute un pericolo per lo stato. La Corte Costituzionale, però, considera la cittadinanza tra i diritti inviolabili e anche questa disposizione rischia quindi di essere considerata incostituzionale.
  • Raddoppio del trattenimento. Nei Centri per il rimpatrio (i vecchi CIE) gli stranieri in attesa di espulsione potranno essere tenuti non più per 30 giorni, prorogabili per altri 15, ma per 60 giorni prorogabili di altri 30.
  • Nuove procedure per il noleggi di furgoni. Lo scopo della norma, secondo quanto riferito ai giornali, è rendere più complicato l’utilizzo di veicoli nel corso di attentati.
  • Aumento di pene per gli occupanti. Chi occupa abusivamente edifici o terreni potrà essere condannato a pene maggiori e nel corso delle indagini la magistratura sarà autorizzata a utilizzare intercettazioni telefoniche.
  • Estensione del DASPO urbano. Si tratta di un provvedimento introdotto dal decreto Minniti del 2017 che prevede che sindaco e prefetto possano multare e allontanare da alcune zone della città persone che mettono a rischio la salute di cittadini o il decoro urbano. Il decreto aggiunge alle aree proibite anche i mercati e include nella lista di chi può subire il DASPO anche i “sospettati di terrorismo internazionale”.
  • Ridimensionamento del sistema SPRAR. Nella conferenza tenuta al termine del Consiglio dei ministri, Salvini ha detto che lo SPRAR – il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, cioè quello della cosiddetta “seconda accoglienza” – continuerà ad esistere ma solo per «i titolari di protezione internazionale e per i minori non accompagnati».

Il decreto immigrazione e sicurezza entrerà in vigore non appena sarà firmato dal presidente della Repubblica. Il presidente, però, potrebbe rifiutarsi di farlo se dovesse ritenere che al decreto manchino i requisiti di “urgenza” necessari in questi casi. Se dovesse entrare in vigore, il decreto andrà convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.

Fonte: Il Post