giovedì 16 agosto 2018

Il crollo del ponte Morandi, per punti

Le cose essenziali da sapere sul disastro di Genova che ha causato almeno 39 morti

(ANSA/LUCA ZENNARO)

Il crollo del ponte Morandi a Genova è uno degli incidenti più gravi avvenuti in Italia negli ultimi anni. Almeno 39 persone sono morte, mentre altre 16 sono ferite: ma ci sono molti dispersi – potrebbero essere più di dieci – e i soccorritori li stanno ancora cercando. Ecco, in breve, quello che c’è da sapere sul disastro.

Il crollo
Martedì 14 agosto, poco prima di mezzogiorno, uno dei tre piloni che sostenevano il ponte Morandi, a Genova, è crollato, trascinando con sé un tratto di strada lungo circa 200 metri. Il ponte è crollato sul torrente Polcevera, su alcuni binari ferroviari e sopra alcuni capannoni che in quel momento erano deserti. Almeno trenta veicoli – tra macchine e camion – si trovavano sul tratto crollato al momento del disastro.

Le cause
Ancora non si conoscono le ragioni del crollo, ma in molti sostengono che il ponte avesse difetti di progettazione che richiedevano una costante manutenzione ed effettivamente da anni a Genova si parlava apertamente delle sue condizioni e anche della possibilità che crollasse. Fin dagli anni Novanta il ponte era stato sottoposto a cicli di interventi e, al momento del crollo, erano in corso alcuni importanti lavori di ristrutturazione. Non è ancora chiaro se avessero qualcosa a che fare con il crollo.

Il ponte
Il ponte Morandi era una stuttura lunga 1.182 metri, alta 45 e sostenuta da tre piloni alti 90 metri. Era stata costruito nel 1967 lungo l’A10, l’Autostrada dei fiori che da Genova arriva fino a Ventimiglia e al confine francese: era di fatto la principale via di uscita e di ingresso in città, IL ponte autostradale di Genova per eccellenza, e aveva un aspetto iconico che lo aveva reso molto riconoscibile e famoso. Il ponte venne costruito con una serie di tecniche innovative la cui efficacia e sicurezza è stata molto criticata nel corso degli anni. In passato si è spesso parlato della possibilità di demolirlo, preferendo però mantenerlo in piedi con alti costi di manutenzione.

Il crollo si poteva prevedere? 
Da anni il ponte era oggetto di frequenti lavori ed era costantemente monitorato da esperti ed ingegneri. La società Autostrade per l’Italia, incaricata della manutenzione, aveva sempre garantito la sicurezza del ponte. Non è ancora chiaro se il crollo fosse imprevedibile e se ci sono stati degli errori nei sistemi di prevenzione.

Le reazioni
Il governo ha immediatamente incolpato la società Autostrade per l’Italia, ha chiesto le dimissioni dei suoi vertici e ha annunciato di aver già avviato le procedure per ritirare la concessione, che sarebbe scaduta nel 2038. È una procedura molto complessa e che rischia di costare miliardi di euro alle casse dello Stato, se non si riuscirà a dimostrare che Autostrade ha commesso una colpa grave nella gestione della concessione (il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto che «non possiamo aspettare i tempi della giustizia»).

Fonte: Il Post

giovedì 2 agosto 2018

Bologna, 2 agosto 1980. La più grande strage italiana di terrorismo


Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente 20 chili di esplosivo militare militare gelatinoso, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il ristorante. In pochi secondi 85 morti e 205 feriti di cui 70 con invalidità permanente. La più grande strage italiana di terrorismo.

In trent’anni sono stati condannati due manovali neo-fascisti Francesca Mambro e Giusva Fioravanti ma non conosciamo ancora i mandanti e i complici che lavorarono a un gigantesco depistaggio che non è ancora finito.

La strage di Bologna parla così alla nostra memoria e noi dobbiamo ricordarlo se crediamo alla nostra costituzione e agli uomini e donne migliori della repubblica.

mercoledì 25 luglio 2018

È morto Sergio Marchionne

In un ospedale di Zurigo, in Svizzera, dove era ricoverato da fine giugno per un intervento alla spalla: aveva 66 anni

(Mark Thompson/Getty Images)

Sergio Marchionne è morto mercoledì mattina nell’ospedale universitario di Zurigo, in Svizzera: aveva 66 anni e dal 2004 fino a pochi giorni fa era stato il CEO di Fiat Chrysler Automobiles. Lo scorso 27 giugno, Marchionne era stato ricoverato per un’operazione alla spalla. La famiglia, così come FCA, aveva deciso di non fornire informazioni più precise sulle sue condizioni, né sulle gravi complicazioni sopraggiunte nell’ultima settimana. Recentemente i giornali hanno ipotizzato che fosse malato di tumore ai polmoni.

Nei suoi anni alla guida di FIAT, dal 2004, e in seguito di FCA, Marchionne è stato l’artefice del risanamento dell’azienda automobilistica e del suo rilancio internazionale, anche grazie all’acquisizione della statunitense Chrysler. Si sarebbe dovuto dimettere dal ruolo di amministratore di FCA nei primi mesi del 2019.

Il presidente di FCA e della holding Exor ha diffuso un messaggio, confermando la notizia della morte di Marchionne:


È accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler. Rinnovo l’invito a rispettare la privacy della famiglia di Sergio.


Come scrive Repubblica, dopo l’operazione subita alla spalla destra a fine giugno, le sue condizioni sembravano essere nella norma. Una decina di giorni fa c’è però stato un peggioramento per “complicazioni postoperatorie”, con la situazione che si è fatta ancora più difficile alla fine della scorsa settimana. Sabato il consiglio di amministrazione di FCA ha deciso la rimozione di Marchionne dai suoi incarichi, conferendoli al manager inglese Mike Manley, già responsabile del marchio Jeep della società.

L’ultima volta che Marchionne aveva rappresentato FCA in pubblico era stata a fine giugno, poco prima del ricovero, quando aveva presentato le nuove Jeep Wrangler fornite in dotazione ai Carabinieri. In quell’occasione era apparso affaticato, ma secondo i giornali italiani aveva spiegato ai collaboratori di prevedere una rapida convalescenza, dopo l’operazione a Zurigo.

Il 22 luglio il Corriere della Sera aveva poi pubblicato una lettera scritta da Elkann ai dipendenti per spiegare che le condizioni di Marchionne erano “purtroppo peggiorate” e non gli avrebbero permesso di proseguire il suo incarico. In seguito le condizioni di Marchionne erano state definite “irreversibili”. Le informazioni sulle cause del peggioramento dopo l’operazione non sono molte e non è quindi chiaro quali complicazioni ci siano state, né quale fosse l’effettiva natura dell’intervento chirurgico.

Marchionne entrò in FIAT nel 2003 come consigliere di amministrazione, assumendo la carica di amministratore delegato dell’azienda in pessime condizioni economiche l’anno seguente. La società perdeva circa 2 milioni di euro al giorno ed era necessario risanarla e rilanciare la produzione dei veicoli, aggiornando l’offerta. Marchionne ruppe l’accordo con la casa automobilistica statunitense GM, che avrebbe probabilmente portato alla fine della FIAT e della sua autonomia, e portò avanti il risanamento e il pagamento dei debiti alle banche. Negli anni della crisi finanziaria ed economica globale, guardò a Chrysler in altrettante difficoltà come possibile partner per rafforzare i marchi italiani. L’operazione portò alla nascita del settimo costruttore di automobili al mondo, con una produzione intorno ai 4,5 milioni di veicoli all’anno.

A partire dal 2010 Marchionne dovette fare i conti con i sindacati e un duro scontro con la CGIL, mentre chiedeva la possibilità di rinuncia allo sciopero. Fu poi al centro di critiche e dure polemiche quando mancò la promessa di realizzare Fabbrica Italia, un progetto molto ambizioso per rilanciare la produzione automobilistica italiana, che dovette però fare i conti con la crisi economica. Nel 2014 si impegnò ad azzerare i debiti di FCA e la cassa integrazione per gli operai. Mentre il primo obiettivo è stato realizzato, dando più stabilità all’azienda, la cassa integrazione interessa ancora il 7 per cento circa dei dipendenti.

Marchionne aveva annunciato nel 2017 la sua decisione di lasciare la guida di FCA nei primi mesi del 2019, accompagnando la sua uscita con l’impegno di dirigenti come Manley, che ha ora anticipato l’assunzione del nuovo incaricato. Marchionne sarebbe dovuto rimanere presidente di Ferrari, marchio cui teneva particolarmente e sul quale aveva lavorato per il rilancio industriale e nel campo agonistico con la Formula 1.

Fonte: Il Post

giovedì 19 luglio 2018

In ricordo di Paolo Borsellino


Il 19 luglio del 1992, alle ore 16.55, una Fiat 126 con circa 100 kg di tritolo esplose fragorosamente in Via D'Amelio, assassinando il Giudice Paolo Borsellino e gli angeli della sua scorta.

'Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola' (Paolo Borsellino)

domenica 1 luglio 2018

Roberto Fico dice che non chiuderebbe i porti

In una visita all'hotspot di Pozzallo ha aggiunto che alcune ong «fanno un lavoro straordinario»

Il presidente della Camera Roberto Fico intervistato all'hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il 30 giugno 2018 (TG3)

Rispondendo alla domanda di una giornalista durante una visita all’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il presidente della Camera dei deputati e dirigente del Movimento 5 Stelle Roberto Fico ha detto: «Io i porti non li chiuderei». Ha anche parlato del lavoro delle ong, sostenendo che «quando si parla di ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario».

«Come terza carica dello Stato dico che bisogna essere solidale con chi emigra, che sono storie drammatiche che toccano il cuore. Tocca all’Europa farsi carico di quest’emergenza, non solo all’Italia, e bisogna tirare fuori gli estremismi perché la solidarietà si fa insieme. Se questo è un approdo, deve essere un approdo europeo», ha poi aggiunto Fico, secondo quanto riporta Ansa.

Fico è sembrato quindi almeno in parte in disaccordo con il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, che sulla chiusura dei porti alle navi delle ong ha basato la maggior parte della sua recente propaganda politica, e che ancora oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha commentato i risultati dell’ultimo summit del Consiglio europeo sulla questione dei migranti dicendo: «L’Italia ha già chiuso i suoi porti. Anzi, abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra».

Fonte: Il Post

sabato 30 giugno 2018

Almeno 100 morti in un naufragio al largo della Libia

Soltanto i corpi di tre bambini molto piccoli sono stati recuperati, gli altri sono dispersi

(Libyan Coast Guard via AP)

Almeno 100 persone sono morte in un naufragio avvenuto ieri a circa 6 chilometri al largo delle coste libiche, ha confermato la missione delle Nazioni Unite in Libia. Ieri sono stati ritrovati i corpi di tre bambini molto piccoli, probabilmente sotto i tre anni; altre 16 persone, tutti uomini, sono state salvate dalla Guardia costiera libica; tutti gli altri passeggeri sono dispersi: erano in tutto 123. È uno dei naufragi più gravi degli ultimi mesi in tutto il Mediterraneo.

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte da AFP, il barcone era in legno e ha preso fuoco dopo un’esplosione avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì, poco dopo la partenza da Garaboulli, a est di Tripoli. I migranti provenivano da Yemen, Egitto, Sudan, Marocco, Ghana, Nigeria e Zambia, secondo la Guardia costiera. Secondo AFP, a bordo del barcone c’erano almeno 15 donne, ma tutti e 16 i sopravvissuti sono uomini. Tra i dispersi ci sono almeno due bambini di pochi mesi e tre sotto i 12 anni. Nella zona del naufragio non stava operando nessuna nave di soccorso delle ong, ha scritto Sergio Scandura di Radio Radicale.

Amri Swileh, un sopravvissuto dello Yemen, ha detto ad AFP di essersi inizialmente rifiutato di salire sul barcone quando ha visto che a bordo c’erano oltre 100 persone, perché gli avevano promesso che i passeggeri sarebbero stati solo venti. Uno scafista ha però minacciato di sparargli se non fosse salito sulla barca, lunga soltanto otto metri. Tutti e cinque i compagni di viaggio yemeniti con cui era partito Swileh sono dispersi. Un altro sopravvissuto, di 17 anni, ha raccontato di essere rimasto aggrappato con una corda alla nave capovolta per due ore, prima che arrivassero i soccorsi. Ha detto di aver pagato circa 400 dollari per il viaggio.

Sempre ieri, la Guardia costiera libica ha soccorso e riportato a Tripoli circa 300 migranti, che stavano viaggiando a bordo di tre diversi barconi.

Fonte: Il Post

martedì 19 giugno 2018

Salvini vuole un “censimento” dei rom

E dice che quelli irregolari saranno espulsi, mentre «i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa»

(ANSA/FABRIZIO RADAELLI)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto a TeleLombardia che vuole fare «una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti», aggiungendo che vorrebbe rifare «quello che fu definito il censimento. Facciamo un’anagrafe». Salvini ha criticato come sia stata gestita dai suoi predecessori quella che definisce la «questione rom in Italia», sostenendo che «dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos». Secondo quanto ha scritto Repubblica in un pezzo successivamente condiviso su Twitter dallo stesso Salvini, ha poi detto:


«Gli stranieri irregolari andranno espulsi con accordi fra Stati. Ma i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa».


Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, che risalgono al 2017, nei 516 campi rom presenti in Italia vivono poco meno di 30mila persone.

Fonte: Il Post