domenica 26 aprile 2015

Terremoto in Nepal

Due scosse hanno colpito il centro del Paese. Alcuni edifici sono crollati nella capitale Kathmandu. Almeno 2.150 vittime

Operazioni di soccorso dopo il terremoto all'interno di un tempio nella piazza di Bashantapur Durbar, a Kathmandu, in Nepal, il 25 aprile 2015. Credit: Navesh Chitrakar

Un terremoto di magnitudo 7.9 ha colpito sabato 25 aprile un'area vicino alla città di Pokhara, in Nepal, causando la morte di più di 2.150 persone.

L'area si trova a 80 chilometri a est della città di Pokhara, nel centro del Nepal, non lontano dalla capitale Kathmandu.

La mattina di domenica 26 aprile una nuova scossa di assestamento di magnitudo 6.7 si è verificata nell'area tra Kathmandu e il monte Everest, causando ulteriori valanghe nella catena montuosa dell'Himalaya.

Le vittime accertate finora sono 2.157, di cui almeno 700 nella capitale Kathmandu, che ospita 1 milione di abitanti.

Complessivamente si contano oltre 5.000 feriti. Le valanghe sull'Everest hanno causato la morte di almeno 17 persone.

Fonti ministeriali hanno informato della presenza di oltre 1.000 escursionisti, inclusi circa 400 stranieri, che si trovavano nel campo base o sull’Everest, quando si è verificato il terremoto.

Nel terremoto sono rimaste uccise anche 49 persone in India settentrionale, 17 in Tibet e 4 in Bangladesh.

La scossa di assestamento di domenica mattina si è avvertita anche nella capitale indiana Nuova Delhi, causo l'oscillazione di alcuni edifici, e bloccando la metropolitana della città.

Il Nepal ha dichiarato lo stato d'emergenza nei distretti colpiti dal terremoto.

Il vice primo ministro nepalese Bamdev Gautam ha lanciato un appello chiedendo assistenza alla comunità internazionale.

L’India è stato il primo Paese a rispondere alle richieste di aiuto inviando 285 operatori di soccorso e alcuni aerei militari provvisti medicinali.

Anche la Cina ha inviato una squadra di primo soccorso. Gli Stati Uniti parteciperanno con un milione di dollari in aiuti.

È stato stimato che circa 300mila turisti stranieri si trovassero in varie zone del Nepal per la stagione della primavera, quella più adatta per le escursioni e le scalate sull'Himalaya. I funzionari hanno ricevuto molte telefonate da parte di parenti e amici.

Nella capitale nepalese sono crollati alcuni edifici, tra cui la Torre Dharara, monumento storico di nove piani risalente al diciannovesimo secolo e attrazione turistica.

Nella piazza di Bashantapur Durbar a Kathmandu, riconosciuta come patrimonio dell'umanità da parte dell'Unesco, un tempio è crollato e diverse persone sono state intrappolate al suo interno.

Nella valle di Kathmandu, l'area più densamente popolata intorno alla capitale, si stima siano morte almeno 634 persone.

La valle di Kathmandu è l'hub economico del Nepal, e qui risiedono la maggior parte degli uffici e dei quartier generali delle aziende e imprese.

Nella capitale Kathmandu molti edifici sono vecchi, non a norma e concentrati in uno spazio molto ristretto. 

L'epicentro della scossa è a soli 31 chilometri nel sottosuolo. Si tratta del sisma più forte che ha colpito il Paese dal 1934, quando in un terremoto morirono 8.500 persone.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 25 aprile 2015

25 aprile, la festa della Liberazione


Oggi si festeggia la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Il 25 Aprile è l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe, ormai di occupazione, naziste e i loro fiancheggiatori fascisti della repubblica sociale italiana. Grazie al sangue versato dai partigiani fu possibile dare agli italiani la libertà che era stata negata durante il ventennio di dittatura fascista.

venerdì 24 aprile 2015

«Il blocco navale è irrealizzabile e illegale»

L’Unione Europea ha deciso di triplicare i fondi per “Triton”. L’alternativa proposta da Lega e centrodestra – il blocco navale – non è realistica

Giovanni Zagni

Una barca proveniente dalla Libia vicino a Sfax, sulla costa tunisina, 4 giugno 2011. (HAFIDH/AFP/Getty Images)

Che cosa fare per evitare una nuova strage di migranti nelle acque del Mediterraneo: mentre l’Europa decide di potenziare l’operazione già in corso, “Triton”, il dibattito ruota intorno ad alcune parole ripetute da diversi esponenti politici, in particolare il blocco navale.

Ma il blocco è un’operazione militare dai contorni molto precisi, dicono gli esperti, e al momento non c’è possibilità che venga messa in atto. Il diritto internazionale parla chiaro: senza un esplicito assenso della Libia e delle Nazioni Unite, mettere in pratica un blocco navale lungo le sue coste è un atto di guerra.

Certo non aiuta il fatto che in Libia, al momento, ci siano due governi diversi e in lotta: uno dei due, quello di Tripoli – non riconosciuto da gran parte dei paesi occidentali – ha già detto che non accetterà raid aerei contro le imbarcazioni dei trafficanti sulle sue coste, figurarsi uno schieramento di navi militari autorizzate ad usare la forza a poche miglia dalla riva.

Se poi guardiamo alla storia recente delle politiche messe in atto dal governo italiano (e non solo) in termini di azioni marittime, ci sono pochi precedenti confortanti: misure come il respingimento forzato sono risultate – e in altre parti del mondo risultano – in gravi violazioni dei diritti umani e condanne degli organismi internazionali, senza contare le tante tragedie che hanno causato in modo diretto o indiretto.

Che cosa si è deciso a Bruxelles

L’Europa non ha ancora deciso un chiaro cambiamento di politiche nel Mediterraneo. Giovedì 23 aprile si è tenuta a Bruxelles una riunione speciale del Consiglio europeo, l’organo che riunisce i capi di Stato e di governo dell’Unione, per discutere le misure da prendere per contrastare il traffico illegale dei migranti attraverso il Mediterraneo ed evitare una nuova tragedia come quella del 19 aprile scorso, in cui oltre 700 persone sono morte nel Canale di Sicilia.

Secondo quanto dichiarato dal presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, l’intesa di massima tra i 28 Paesi dell’Ue è stata raggiunta su alcuni punti fondamentali. Tra questi, gli stati europei hanno dato mandato all’Alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini di proporre azioni per «catturare e distruggere» le imbarcazioni utilizzate dai trafficanti «prima che queste vengano usate».

A Bruxelles si è deciso soprattutto di «triplicare le risorse» destinate all’operazione “Triton”, partita il 1° novembre dello scorso anno con mezzi fortemente ridotti rispetto alla precedente “Mare Nostrum”: attualmente “Triton” costa circa 2,9 milioni di euro al mese, contro i 9,5 di “Mare Nostrum”, e l’aumento riporterebbe quindi l’operazione attuale più o meno agli stessi livelli di finanziamento. I Paesi europei, ha detto Tusk, hanno promesso «molti più vascelli, aerei ed esperti».

Infine, si è deciso un programma pilota per il reinsediamento di alcune migliaia di richiedenti asilo (si parla di 5 mila posti per la prima fase) nei Paesi europei, che parteciperanno però «su base volontaria» (e il Regno Unito, in cui sono prossime le elezioni, si è ad esempio già chiamato fuori).

“Triton” è un’operazione di pattugliamento, che rimane a un raggio di 30 miglia nautiche dalle coste italiane. Non è un’operazione che blocca attivamente gli sbarchi e non ha i mezzi per soccorrere in modo efficace tutte le imbarcazioni in difficoltà tra Italia e Libia. Negli ultimi giorni, molti esponenti politici italiani hanno parlato anche di un altro tipo di azione che invece è presentata come risolutiva: il blocco navale.

Perché si parla di blocco navale

Il giorno prima della riunione di Bruxelles, la Camera dei deputati italiana ha approvato una risoluzione di maggioranza e un’altra presentata da Forza Italia. Le risoluzioni parlamentari hanno solo un generico valore d’indirizzo e non obbligano il governo, ma ha fatto notizia che in quella di Forza Italia si facesse riferimento agli articoli 41 e 42 dello Statuto delle Nazioni Unite, in cui si nominano, tra diverse misure possibili per contrastare «minacce alla pace», anche l’interruzione delle comunicazioni e i blocchi navali.

Nelle ore successive, diversi esponenti di Forza Italia – ad esempio Giovanni Toti e Mariastella Gelmini – hanno espresso il loro sostegno al blocco navale. Un’apertura a questa soluzione c’è stata anche da parte del presidente della commissione Esteri del Senato Pierferdinando Casini e del sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, che però ha specificato che dovrebbe essere effettuato dalle autorità locali e dalle organizzazioni internazionali.

Ma il più grande sponsor della misura è probabilmente il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, che negli ultimi giorni ha più volte detto che si tratta, a suo dire, dell’unica soluzione possibile al problema degli sbarchi.

Che cos’è il blocco navale?

L’ammiraglio Fabio Caffio, tra i massimi esperti delle questioni di diritto marittimo in Italia, è molto netto: «Credo che ci sia un equivoco terminologico che magari giova a qualcuno. Credo che nessuno si riferisca a un “blocco in mare” intendendo un respingimento coattivo, forzato. Nessuno che abbia un minimo di cognizione del diritto si può immaginare qualcosa del genere». Per questo, prosegue Caffio, «il blocco in mare è irrealizzabile e illegale».

Nel suo Glossario di diritto del mare, del 2007, Caffio spiega quali sono i termini della questione. Il blocco navale è «una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante». I precisi termini della sua applicazione sono definiti dalla consuetudine, visto che in materia non ci sono trattati internazionali, ma si tratta in sostanza di una grande forza aerea e navale che opera a ridosso del Paese che subisce il blocco e che è pronta – anche con la forza – a impedire ogni arrivo o partenza dalle coste, attaccando ad esempio i mercantili che provano a forzarlo.

Il blocco deve essere formalmente dichiarato e notificato agli Stati coinvolti, riguarda le navi di qualsiasi nazionalità e tipo, compresi i mercantili, con l’unica eccezione dei beni di prima necessità e degli aiuti umanitari.

Lo Statuto delle Nazioni Unite citato nella risoluzione di Forza Italia, inoltre, stabilisce che può essere utilizzato solo nei casi di legittima difesa e in una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu del 1974 è compreso tra gli «atti di aggressione».

I blocchi negli ultimi anni

Un blocco navale vero e proprio è stato avviato anche molto di recente e il caso dà l’idea di quali siano i contesti in cui viene messo in pratica. All’interno dell’intervento militare in Yemen coordinato con diversi altri paesi arabi e sostenuto dagli Stati Uniti, l’Arabia Saudita ha annunciato il 30 marzo scorso un blocco navale delle coste del Paese vicino, cinque giorni dopo l’inizio di una campagna di bombardamenti contro i ribelli Houthi.

Dopo quattro settimane di attacchi aerei l’operazione è stata dichiarata conclusa il 21 aprile, ma il blocco navale continua. Nonostante gli Stati Uniti abbiano sette navi militari nella zona, non partecipano al blocco.

Un altro blocco navale è stato messo in pratica nel marzo 2011, durante l’operazione Nato “Unified Protector” contro il regime di Gheddafi: oltre alla pioggia di missili Tomahawk su obiettivi libici e agli attacchi aerei, le navi militari hanno bloccato le navi rimanendo in acque internazionali.

Altri esempi recenti sono quelli di Israele: alle coste e ai porti del Libano nel luglio-settembre 2006, e da anni alla Striscia di Gaza, al largo della quale la marina israeliana blocca tutte le imbarcazioni – comprese quelle da pesca – se si spingono oltre le 6 miglia marittime dalla costa.

L’operazione di Israele è stata ripetutamente condannata dalle associazioni per i diritti umani, in particolare dopo che commando israeliani salirono a bordo della nave Mavi Marmara, di proprietà di una Ong turca e diretta verso la Striscia di Gaza, e uccisero nove attivisti che si opponevano all’attracco forzato nel porto israeliano di Ashdod per un’ispezione.

Il precedente italiano del 1997

Si parlò di blocco navale contro la Serbia anche nel 1999, durante l’operazione Nato in Kossovo, ma non se ne fece nulla per l’opposizione di Russia e Francia. E il Mediterraneo aveva visto un esempio di blocco – anche se sui generis – pochi anni prima, in un precedente poco fortunato citato a volte anche in queste ore.

Il 25 marzo 1997 il governo italiano di Romano Prodi e quello albanese di Sali Berisha strinsero un accordo a Roma con il quale l’Italia si impegnava – su formale richiesta albanese, il che non lo rende un blocco navale in senso proprio – a impiegare uomini e mezzi a ridosso delle coste albanesi e nelle acque internazionali del canale di Otranto per fermare l’afflusso di migranti verso le coste italiane.

L’operazione scattò già al momento della firma, senza aspettare i protocolli di applicazione (che sarebbero arrivati il 2 aprile); solo due giorni dopo, la motovedetta albanese Katër i Radës, carica di migranti, venne speronata in acque internazionali dalla nave italiana Sibilla: morirono 108 persone. Gli sbarchi, di fatto, non si fermarono, e l’operazione della Marina militare italiana proseguì ancora per qualche mese.

L’accordo con Gheddafi

Al di là dei blocchi navali in senso stretto e della loro fattibilità reale, c’è un altro precedente assai poco onorevole per l’Italia: nel 2009, il governo Berlusconi strinse un accordo con la Libia di Muammar Gheddafi per mettere in atto respingimenti forzati in mare.

A partire dal maggio di quell’anno, le barche vennero trainate di nuovo nei porti libici da cui erano partite dalle unità italiane, senza procedere a nessuna identificazione o valutazione di situazioni che avevano bisogno di assistenza. Non è molto diverso da quanto fa l’Australia dalla fine del 2013 con le barche che provano a raggiungere le sue coste settentrionali – un altro “modello” citato in questi giorni – anche se i flussi migratori sono molto meno ingenti e la situazione non piace ai vicini verso cui vengono trainate le navi né alle Nazioni Unite (senza contare il fatto che l’Australia spende per l’operazione il quadruplo di “Mare Nostrum”).

Quando venne stretto l’accordo con Gheddafi, l’allora ministro degli Interni Roberto Maroni, oggi governatore della Lombardia, parlò di «risultato storico» nel contrasto all’immigrazione clandestina. Le Nazioni Unite protestarono subito contro l’accordo, e presto emersero racconti drammatici – tra torture e maltrattamenti – delle condizioni in cui i libici tenevano i migranti riportati indietro, oltre 500 nel solo primo mese di respingimenti forzati.

Nel 2012, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato all’unanimità l’Italia per quella politica: violava il principio internazionale del non respingimento dei migranti e li portava, disse la Corte, in un paese che non garantiva il rispetto dei diritti umani (e che non ha mai ratificato le convenzioni internazionali sui migranti).

In attesa di sapere quali saranno le azioni proposte da Mogherini per distruggere i barconi là dove stanno – in territorio libico, con tutti i problemi giuridici che questo comporta – il dibattito politico italiano gira intorno a soluzioni che, nella storia recente, hanno una lunga serie di precedenti poco edificanti.

Fonte: Linkiesta.it

giovedì 23 aprile 2015

”Aiutiamoli a casa loro”, ma solo a parole: meno fondi per la Cooperazione internazionale


Il tormentone è sempre lo stesso e da più parti uguale: “Aiutiamoli a casa loro”. Quando si tratta di commentare eventuali soluzioni agli incessanti flussi migratori verso l’Europa, non è infrequente ascoltare questo slogan, divenuto ormai trasversale in Parlamento. Eppure, a fronte di tanti buoni propositi, a fare la differenza sono sempre i fondi stanziati per le azioni mirate a supportare governi e popolazioni nei Paesi più svantaggiati.

A differenza di quanto spesso viene dichiarato, infatti, i finanziamenti dedicati alla Cooperazione e ai progetti per “aiutarli a casa loro”, sono diminuiti. Una percentuale che non si discosta mai dallo 0 virgola e che al contrario scende. Dall’analisi degli ultimi dati pubblicati dall’Ocse risulta infatti che nel 2014 l’aiuto pubblico allo sviluppo italiano è sceso allo 0.16% del Pil dallo 0,17% del 2013.

Marco Simonelli, esperto della rete internazionale Action for Global Health, nei giorni scorsi ha dichiarato che “gli aiuti del canale bilaterale hanno visto un taglio di oltre 90 milioni di euro, solo parzialmente compensato da un incremento di quasi 30 milioni di euro donati attraverso il multilaterale”. E non fanno meglio neanche governi europei come Francia, Spagna e Portogallo o – oltreoceano – gli USA.

Curioso poi come la Farnesina abbia sostenuto di voler portare la percentuale di fondi per l’aiuto pubblico allo sviluppo allo 0,30% del Pil entro il 2018. In pratica raddoppiando la cifra attuale. Per tacer dei fantomatici tesoretti che questo comparto di attività difficilmente potrà vedersi assegnati.

In termini concreti e di supporto ai Paesi in via di sviluppo, meno fondi alla Cooperazione significano meno finanziamenti per arginare la cosiddetta immigrazione economica, meno incentivi per migliorare le condizioni sanitarie, alimentari e in generale di benessere delle popolazioni, maggiori difficoltà nel mettere in campo strategie condivise di coesistenza tra minoranze religiose e opposizioni politiche. E’ inevitabile, infatti, che peggiori condizioni di vita abbiano come conseguenza maggiori contrasti sociali.

Da noi, però, si continua a ripetere come un carryon lo slogan “aiutiamoli a casa loro”. Stando ai numeri, bisognerebbe cambiarlo in “aiùtati, che Dio ti aiuta”.

Fonte: Diritto di critica

mercoledì 22 aprile 2015

Che cos’è la Giornata della Terra

Il 22 aprile di ogni anno si svolge la più grande manifestazione del pianeta dedicata ai temi della protezione dell’ambiente


La Giornata della Terra (Earth Day in inglese), è la più grande manifestazione del pianeta dedicata ai temi della protezione dell’ambiente e Google le ha dedicato un quiz: fu indetta dalle Nazioni Unite dopo che nel 1970 un movimento ecologista negli Stati Uniti aveva deciso di fissarla per il 22 aprile. Si tratta di un momento celebrativo, ma anche educativo e informativo durante il quale i gruppi ecologisti di 192 paesi valutano le problematiche ambientali e propongono delle soluzioni.

L’idea di creare la Giornata della Terra venne per la prima volta negli Stati Uniti al senatore democratico Gaylord Nelson che pensò, negli anni Sessanta, di organizzare una serie di incontri e conferenze dedicate all’ambiente: ci riuscì, coinvolgendo anche molti importanti politici americani. Nel 1969 – quando tra gennaio e febbraio a Santa Barbara, in California, si verificò uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil – il senatore Nelson decise di occuparsi in modo più sistematico di questioni ambientali per portarle all’attenzione di più persone possibili, ispirandosi alla forza dei movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.

Il 22 aprile del 1970, milioni di cittadini americani, varie organizzazioni che fino a quel momento si erano occupate di specifiche battaglie, migliaia di college e università aderirono a una grande manifestazione in tutti gli Stati Uniti dedicata alla salvaguardia del pianeta, una sorta di prima Giornata della Terra. Contemporaneamente venne creato l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione prima nazionale e poi internazionale per coordinare le diverse iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (attualmente ne fanno parte oltre 22 mila movimenti e associazioni di 192 paesi).

Il 26 febbraio del 1971, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Maha Thray Sithu U Thant, ufficializzò la partecipazione dell’organizzazione alla celebrazione annuale dell’Earth Day. La Giornata della Terra contribuì in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra (la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite), la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente a cui parteciparono 172 paesi.

La Giornata della Terra 2015 – che è alla sua quarantacinquesima edizione – ha già raccolto più di 1,1 miliardi di azioni ambientaliste e impegni sottoscritti da cittadini di tutto il mondo. Il primo obiettivo di quest’anno sarà quello di piantare un miliardo di alberi o semi. In Italia, sono stati organizzati diversi eventi, che si possono trovare qui.

Fonte: Il Post

martedì 21 aprile 2015

Un secolo fa le vittime dei naufragi erano italiani emigranti in America

Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento sette milioni e mezzo di nostri connazionali si imbarcarono su navi fatiscenti diretti in America. E molti pagarono con il sangue il sogno di una vita migliore

di Luca Rigamondi

Nel corso degli ultimi vent'anni il fenomeno dell'immigrazione di massa verso l'italia ha raggiunto dimensioni impressionanti, e impressionante è anche il tributo di sangue pagato nel viaggio verso l'"Eldorado Europa". Secondo Fortress Europe, osservatorio sulle vittime dell'immigrazione, tra il 1988 e il 2008 almeno 12.012 persone hanno perso la vita tentando di raggiungere clandestinamente il Vecchio Continente. E nel solo Canale di Sicilia i morti sono stati 2.511.


E se per tentare di arginare il fenomeno, oltre alle leggi come la Bossi-Fini e alle operazioni internazionali come Mare Nostrum, c'è chi propone di "aiutare i clandestini a casa loro", chi ha chiesto un blocco navale e chi ha addirittura proposto di cannoneggiare le carrette del mare che trasportano i migranti diretti in Italia, spesso ci si dimentica che un secolo fa erano proprio gli italiani a imbarcarsi sulle carrette del mare per raggiungere la "terra promessa", l'America. E oggi come allora, il viaggio verso il miraggio di una vita migliore si pagava con il sangue.

L'emigrazione di massa - Dal 1876 al 1915 furono ben 14 milioni gli italiani che, armati solo di speranza e di una valigia di cartone, lasciarono tutto per cercare fortuna altrove. E se per i primi 10 anni il viaggio era più semplice, perché la destinazione preferita era l'Europa, a partire dal 1886 gli italiani cominciarono a imbarcarsi per raggiungere l'America: nei quarant'anni dell'emigrazione di massa, 7 milioni e 600mila italiani attraversarono l'Atlantico diretti inizialmente in Argentina e poi anche in Brasile e Stati Uniti.

I vascelli della morte - La traversata avveniva, se possibile, in condizioni addirittura peggiori di quelle che oggi si riscontrano quotidianamente sulle barchette che partono dalla Libia dirette verso Lampedusa: secondo il Museo nazionale dell'emigrazione italiana, "al trasporto dei migranti sono assegnate le carrette del mare, con in media 23 anni di navigazione. Si tratta di piroscafi in disarmo, chiamati 'vascelli della morte', che non potevano contenere più di 700 persone, ma ne caricavano più di 1.000, che partivano senza la certezza di arrivare a destinazione".

I vascelli fantasma - Quando anche vi arrivavano, spesso parte della "merce" arrivava ormai senza vita a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie, trasformando la nave in quello che veniva definito "vascello fantasma": il Museo nazionale dell'emigrazione riporta come sul piroscafo "Città di Torino" nel novembre 1905 ci furono 45 morti su 600 imbarcati; sul "Matteo Brazzo" nel 1884 20 morti di colera su 1.333 passeggeri (la nave venne poi respinta a cannonate a Montevideo per il timore di contagio); sul "Carlo Raggio" 18 morti per fame nel 1888 e 206 morti di malattia nel 1894; sul "Cachar" 34 morti per fame e asfissia nel 1888; sul "Frisia" nel 1889 27 morti per asfissia e più di 300 malati; sul "Parà" nel 1889 34 morti di morbillo; sul "Remo" 96 morti per colera e difterite nel 1893; sull’"Andrea Doria" 159 morti su 1.317 emigranti nel 1894; sul "Vincenzo Florio" 20 morti sempre nel 1894.

Le tragedie del mare - Le pessime condizioni delle imbarcazioni utilizzate per trasportare la "tonnellata umana", come veniva chiamato il carico di emigranti, anche un secolo fa provocavano spesso sciagure come quella avvenuta al largo della Libia: 576 italiani (quasi tutti meridionali) morti il 17 marzo 1891 nel naufragio dell'"Utopia" davanti al porto di Gibilterra; 549 morti (moltissimi dei quali italiani) nella tragedia del "Bourgogne" al largo della Nuova Scozia il 4 luglio 1898; 550 emigrati italiani vittime, il 4 agosto 1906, del naufragio del "Sirio" in Spagna; 314 morti (secondo la conta ufficiale, ma per i brasiliani le vittime furono più di 600) nel naufragio della "Principessa Mafalda" il 25 ottobre 1927 al largo del Brasile.

Il naufragio della "Principessa Mafalda" - Proprio quella della "Principessa Mafalda" è la peggior sciagura che abbia mai colpito gli emigranti italiani. Varata il 22 ottobre 1908 ed entrata in servizio il 20 marzo 1909, era l'ammiraglia della flotta del Lloyd italiano (assorbito poi nel 1918 nella Navigazione Generale Italiana) e il più prestigioso piroscafo tricolore, invidiato dalle compagnie di navigazione del resto d'Europa sia per i lussuosissimi arredi della prima classe, sia per il salone delle feste esteso, per la prima volta nella storia della navigazione, in verticale su due ponti. E anche la terza classe era stata concepita in modo innovativo, con ampi stanzoni muniti di servizi igienici capaci di ospitare fino a 1.200 passeggeri, generalmente migranti. In occasione dell'ultimo viaggio prima del disarmo e dello smantellamento, la nave partì da Genova l'11 ottobre 1927 con a bordo 1.259 persone, tra le quali diversi migranti siriani ma soprattutto numerosi emigranti piemontesi, liguri e veneti. Il piroscafo, che secondo la società armatrice era in perfette condizioni, in realtà non era più considerato sicuro dagli addetti ai lavori dopo vent'anni di scarsa manutenzione e di usura. Tanto che, solo nel tratto di Mediterraneo verso Gibilterra, la nave subì 8 guasti ai motori, uno alla pompa di un aspiratore, uno all'asse dell'elica di sinistra, uno alle celle frigorifere.

Dopo una navigazione relativamente tranquilla nell'Atlantico, e nonostante il comandante, a causa di continue vibrazioni al motore di sinistra, avesse inutilmente chiesto alla compagnia di trasbordare i passeggeri su un altro transatlantico, il 25 ottobre la nave era a 80 miglia al largo della costa del Brasile, tra Salvador de Bahia e Rio de Janeiro. La "Principessa Mafalda" procedeva a velocità ridotta e visibilmente inclinata verso sinistra, quando alle 17.10 venne percepita una forte scossa: l'asse dell'elica sinistra si era sfilato e, continuando a ruotare per inerzia, aveva provocato un enorme squarcio nello scafo. E l'acqua, dopo aver allagato la sala macchine, invase anche la stiva poiché le porte stagne non funzionavano correttamente.

Lanciato l'SOS, le navi accorse si fermarono però a distanza temendo che la caldaia del piroscafo italiano potesse esplodere, e non fu possibile comunicare loro che il pericolo era stato scongiurato aprendo le valvole del vapore perché l'unico generatore di corrente presente a bordo era stato danneggiato dall'acqua impedendo così l'uso del telegrafo. Poco dopo le 22, quando la nave restò completamente al buio, a bordo scoppiò il panico: il capitano fece calare le scialuppe di salvataggio, ma a causa dell'inclinazione a sinistra quelle di dritta colpirono lo scafo andando in pezzi. Di quelle calate in mare, molte erano danneggiate e imbarcavano acqua; altre vennero prese d'assalto e si ribaltarono. Molti passeggeri si tuffarono cercando di raggiungere a nuoto le navi di soccorso, e alcuni di loro vennero divorati dagli squali; mentre altri si suicidarono, sparandosi pur di non morire annegati.

Secondo i dati ufficiali forniti dalle autorità italiane (le quali - si era in pieno regime fascista - minimizzarono il disastro, parlando inizialmente di poche decine di vittime solo tra l'equipaggio) i morti furono 314, ma i sudamericani diedero un numero di morti più che doppio, ben 657. Ancor oggi, però, non è chiaro quanti furono i migranti italiani che persero la vita a bordo del "Titanic italiano", una carretta del mare sulla quale si erano imbarcati sognando un futuro migliore.

Fonte: Tgcom24

lunedì 20 aprile 2015

700 morti nel canale di Sicilia. E la gente, sui social, esulta...




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"E’ anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità,...
Posted by Chiara Spano on Domenica 19 aprile 2015

domenica 19 aprile 2015

Ennesimo eccidio di migranti, proclamare lutto nazionale. La colpa è nostra


E' innegabile che in questa società, è la quantità a fare la differenza. Dieci, venti, ma anche un solo migrante morto, galleggiante sulle acque del mediterraneo, o sprofondato giù negli abissi, o sbranato da qualche squalo non frega a nessuno, non turba gli animi, non turba.

Vi è bisogno della quantità. E pare, per l'ennesima volta, essere pervenuta.
Quella giusta. Quella che turba la nostra quotidianità.

Dicono che non ci sono fondi.
Ma per opere milionarie, inutili, incompiute, e l'Italia di esempi ne è stracolma, ma non solo l'Italia, i soldi, quelli che arricchiscono i soliti noti, ci sono. Ci sono.

Dicono che non possiamo, da soli, fare fronte a questa problematica, emergenza ordinaria, che si deve intervenire a casa loro. L'Italia è frontiera, ed ha l'obbligo morale, etico, giuridico, di doversi attivare per salvare, aiutare, persone che fuggono da situazioni determinate da noi occidentali. Ed è giusto che da quelle situazioni possano fuggire. L'Italia si vanta di essere una delle grandi potenze economiche mondiali, a maggior ragione ha il dovere di aiutare, aiutare.

Scaricare le responsabilità sull'Europa è il classico processo di de-responsabilizzazione nostrano, così come dire, si deve intervenire a “casa loro” dopo averla noi devastata, è il tipico modo di ragionare, per non fare nulla, sussistente dai tempi nefasti del fascismo. Possibile che con tutti i servizi segreti esistenti, con tutte le tecnologie esistenti, non si riescono a monitorare per giusto tempo le partenze? Partono per cercare la salvezza, una nuova vita, una condizione migliore di vita, per quanto degradanti quelle che troveranno in Italia, queste, per loro, sono sempre una cosa migliore rispetto all'origine dalla quale fuggono.

Sono nostri morti queste persone, di cui non conosciamo il nome, nulla. In Italia siamo pieni di sacrari, di militi ignoti, di celebrazioni ed esaltazioni per chi è stato mandato a morire per conquistare fazzoletti di terra. In Italia siamo pieni di indifferenza per chi è stato ucciso dalla nostra indifferenza. Non sono eroi, non sono martiri, sono il nulla. Persone senza nome, cognome, età. Migranti ignoti.
Il nulla risucchiato da quel mediterraneo, diventato frontiera di morte, simbolo di quel razzismo moderno di cui non occidentali siamo fautori.

Ennesimo eccidio di migranti, e la responsabilità morale è anche di chi professa odio contro di loro. Proclamare il lutto nazionale è doveroso, coscienza forse lavata per un giorno, e poi?

Marco Barone

Fonte: AgoraVox Italia