giovedì 28 maggio 2015

Il Nebraska ha abolito la pena di morte


Negli Stati Uniti il parlamento del Nebraska ha approvato una legge che abolisce la pena capitale con 30 voti favorevoli e 19 contrari. Grazie alla larga maggioranza che ha appoggiato la legge, il governatore dello stato, il repubblicano Pete Ricketts, non ha potere di veto. Infatti il parlamento aveva già votato e approvato per tre volte una legge che prevedeva l’abolizione della pena di morte, ma il governatore del Nebraska aveva usato il suo potere di veto per bloccarla.

Questa volta il provvedimento è stato appoggiato da una coalizione che comprende anche i conservatori. Il Nebraska è il primo degli stati conservatori degli Stati Uniti ad abolire la pena di morte dal 1973; altri 18 stati e lo stato di Washington hanno già preso provvedimenti simili. L’ultimo stato ad aver abolito la pena di morte è stato il Maryland nel 2013. In Nebraska non è stata eseguita nessuna pena capitale dal 1997 e dieci detenuti si trovano ancora nel braccio della morte.

Fonte: Internazionale

I morti per il caldo in India

Quasi 1.500 persone sono morte in due stati dell'India centrale nell'ultima settimana, dove sono state registrate temperature anche superiori ai 45 gradi centigradi

Un passeggero di un treno indiano si sciacqua con dell'acqua alla stazione ferroviaria di Jammu, India, 25 maggio 2015. (AP Photo/Channi Anand)

Aggiornamento del 28 maggio – Le persone morte per gli effetti del caldo in India sono quasi 1.500. I due stati più colpiti dalle alte temperature sono Andhra Pradesh e Telangana nell’India centro-orientale: nel primo, dallo scorso 31 maggio, sono morte 1.020 persone, più del doppio rispetto all’anno precedente; nel secondo, durante lo scorso fine settimana, sono morte 340 persone (nel 2014 i morti erano stati 31).

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Nell’ultima settimana circa 1.100 persone sono morte in India per gli effetti del caldo (alcuni giornali locali parlano di oltre 1.200 morti): i due stati indiani più colpiti dalle alte temperature sono Andhra Pradesh (con finora 852 morti) e Telangana (con 266 morti), nell’India centro-orientale. Oggi le temperature nei due stati sono calate leggermente, anche se la massima ha fatto registrare 45 gradi centigradi. Le autorità locali hanno detto che nei prossimi giorni dovrebbero arrivare delle piogge pre-monsoniche, che potrebbero abbassare ulteriormente le temperature. Non è raro che l’estate in India raggiunga temperature così elevate: già in passato gli effetti del caldo avevano provocato centinaia di morti in tutto il paese.

Negli ultimi giorni ci sono stati 24 morti anche nel Bengala Occidentale e nell’Orissa, due stati dell’India nord-occidentale: temperature molto elevate si sono registrate nello Uttar Pradesh, nello Jharkhand, nel Rajasthan e a New Delhi, la capitale indiana, con temperature che la scorsa settimana hanno raggiunto anche i 50 gradi centigradi. Le autorità hanno detto ai residenti di molte città di rimanere in casa. BBC dice che molte delle persone che sono morte sono rimaste esposte al sole direttamente, avevano di media circa 50 anni e provenivano dalla classe operaia.

Maggio è il mese più caldo dell’anno in India, con una temperatura media che si aggira attorno ai 42 gradi centigradi a New Delhi. Negli ultimi anni le temperature medie sono aumentate, proporzionalmente al resto del mondo. Finora gli anni recenti peggiori per le alte temperature sono stati il 2002 e il 2003, quando migliaia di persone sono morte in tutto il paese a causa degli effetti del caldo.

Fonte: Il Post

Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

Papa Francesco ha istituito una sorta di ministero per combattere gli abusi. Ma sono ancora tanti che faticano a collaborare con le autorità civili

Francesco Peloso

FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images

Negli Stati e nei casi in cui i reati di abuso sui minori siano caduti in prescrizione e non è quindi possibile un’azione giudiziaria contro un religioso responsabile di simili atti «non è accettabile che le autorità ecclesiastiche sostengano che, se le autorità civili sono state informate ma non possono agire, la Chiesa non è obbligata a rispondere. Se lo stato è incapace di agire, la Chiesa deve investigare e risolvere il caso di abuso attraverso le sue proprie norme e procedure, rimuovendo i colpevoli e prendendosi cura delle vittime quando l’abuso è stato commesso».

Sono parole estremamente chiare quelle pronunciate lo scorso febbraio dal cardinale Sean Patrick O’ Malley, presidente della Pontificia commissione per la protezione dell’infanzia creata su impulso di papa Francesco. Nel frattempo l’organismo è stato dotato dei necessari Statuti normativi così da entrare in una fase definitivamente operativa; in poche parole, in Vaticano c’è ora un dicastero per combattere la piaga della pedofilia in primo luogo nel clero e poi per difendere i minori in generale.

Un bel passo avanti, certo, rispetto a un passato fatto di negazioni, insabbiamenti, fughe. E, d’altro canto è stato lo stesso O’ Malley a invocare un principio importantissimo: ovvero quello di mettere a punto «sanzioni» per «le autorità ecclesiastiche» che avessero fallito nel compito di proteggere l’infanzia. Insomma: basta protezioni dai vertici, fine dei segreti e dell’occultamento dei fatti. L’organismo vaticano, del resto, è nato coinvolgendo non solo le vittime degli abusi ma anche le conferenze episcopali sparse per il mondo. Tutto bene dunque? Non esattamente.

Molti Paesi non sono pronti a recepire in modo automatico una politica di trasparenza su un tema tanto delicato, e – guarda caso – l’Italia rientra in questa sfera. Nei giorni e nelle settimane scorse, diverse indagini dal nord al centro Italia hanno portato alla luce l’ennesima rete di pedofili. In particolare, un prete è stato incastrato ad Alassio, in Liguria; un altro caso invece è emerso a Fiumicino, vicino a Roma. E ancora, un terzo episodio recentissimo riguarda un sacerdote di 73 anni di una parrocchia di Brindisi, in Puglia, una vicenda pure quest’ultima conclusasi con l’intervento delle forze dell’ordine. Un altro prete prete attivo nel quartiere dei Parioli a Roma e in precedenza operativo in Argentina (dove avrebbe commesso i reati), è finito sotto inchiesta – contro di lui è intervenuta l’Interpol – qualche mese fa per violenze, sesso di gruppo, corruzione di minorenni.

Abusi commessi su chierichetti, su ragazzi che frequentano la parrocchia o adescati per strada, nelle zone della prostituzione minorile, video e fotografie pornografiche, scambio di materiale pedopornografico sul web, violenze filmate e messe in rete. Il catalogo dei reati e delle perversioni conosce ormai dei punti fermi e col passare del tempo si moltiplicano anche in Italia i casi e gli arresti di sacerdoti e religiosi. Se ormai da diversi anni pure nel nostro Paese è crollato il muro dell’omertà grazie alle denunce delle vittime, nelle 225 diocesi che compongono la galassia della Chiesa italiana, si continua a far finta di niente.

Raramente un ordine religioso, un vescovo, per non dire della conferenza episcopale guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco e dal Segretario, considerato più vicino a Bergoglio, monsignor Nunzio Galantino, hanno diffuso note di denuncia, prese di distanza, o anche semplicemente di informazione rivolte ai fedeli e all’opinione pubblica. Più raramente ancora si registra qualche parola in favore delle vittime. Si preferisce il silenzio.

Una delle poche eccezioni ha toccato don Mauro Inzoli, ex pezzo grosso di Comunione e liberazione, “condannato” a una vita di riservatezza e preghiera dal Vaticano il cui provvedimento è stato reso noto dalla diocesi di Crema a cui faceva riferimento il sacerdote (detto don Mercedes). Tuttavia don Inzoli venne poi fotografato in mezzo ad autorità politiche di rango, seduto nelle prime file di un convegno – dedicato neanche a dirlo alla difesa della famiglia tradizionale – svoltosi a Milano. Altri casi, ancora, si sono accumulati negli anni passati, qualcuno finito nel dimenticatoio mediatico, qualcun altro conclusosi con una condanna esemplare come nel caso di don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida, vicino Roma, al quale la Cassazione solo un paio di mesi fa, ha dato in via definitiva 14 anni e due mesi; una pena di particolare gravità.

Dietro queste vicende segnate da omertà, da confessioni indicibili di adulti ex vittime che trovano il coraggio di parlare, di genitori che intuiscono qualcosa, di vescovi che si voltano dall’altra parte, c’è però un nodo istituzionale che riguarda in modo specifico la conferenza episcopale italiana. Quest’ultima negli ultimi anni, ottemperando a fatica alle richieste della Santa Sede, ha cercato di adottare linee guida antipedofilia in sintonia con gli standard richiesti dal Vaticano già prima che venisse creato il nuovo dicastero per la tutela dei minori. Ma nel redigere il documento la Cei ha sempre cercato di negare o attutire un principio fondamentale stabilito nelle norme quadro affermate dal Vaticano: quello della collaborazione con le autorità civili; concetto limitato in tutti i modi nei testi preparati dai vescovi italiani nei quali invece ampio spazio era dedicato alla tutela dell’indagato. Un garantismo che assomiglia un po’ troppo a una difesa della propria corporazione.

Da ultimo, sui recenti casi di sacerdoti italiani arrestati e coinvolti in indagini relative ad abusi, don Fortunato di Noto, il prete da anni impegnato a combattere la pedofilia (fondatore di Meter), ha affermato: «Chi si macchia di questi reati non può fare il prete. Non possiamo giocare con i termini, sono fatti gravissimi, ancora più se a commetterli sono sacerdoti. Se un padre che abusa del figlio perde la patria potestà, è chiaro che un prete non può continuare a svolgere il suo ministero. Un prete non può permettersi questo scivolone». «È vero – ha aggiunto – che la legge permette percorsi di riabilitazione, va tutto bene. Ma un pedofilo non deve più fare il prete».

Fonte: Linkiesta.it

mercoledì 27 maggio 2015

Arrestati sei funzionari della Fifa a Zurigo

Chiesta l’estradizione negli Stati Uniti, da dove è partita l’indagine


La polizia svizzera ha arrestato sei alti funzionari della Fifa, la federazione calcistica internazionale, con l’accusa di corruzione, su richiesta delle autorità statunitensi.

I funzionari si trovavano a Zurigo, in Svizzera, nell’hotel Baur au Lac, per partecipare al congresso annuale dell’organizzazione previsto per il 29 maggio. Durante l’assemblea era prevista l’elezione del presidente e quello uscente, Joseph Blatter, era dato per favorito. Blatter corre per il suo quinto mandato e non è tra gli indagati.

In un comunicato la polizia svizzera ha dichiarato che i sei funzionari sono accusati di aver ricevuto tangenti per milioni di dollari, dagli anni novanta in poi, e che per questo un procuratore di New York ha chiesto l’estradizione negli Stati Uniti. Gli indagati sarebbero una decina.

Le accuse sono di corruzione, riciclaggio di denaro e racket. Sono coinvolti alcuni dei più alti funzionari dell’organizzazione.

Secondo il New York Times tra gli indagati ci sono Jeffrey Webb, uno dei vicepresidenti del comitato esecutivo, Eugenio Figueredo, un altro vicepresidente del comitato esecutivo e presidente della Lega calcio latinoamericana, e Jack Warner, ex membro dell’esecutivo.

Il giornalista del New York Times Michael Schmidt ha twittato dall’hotel di Zurigo dove sono avvenuti gli arresti.

Fonte: Internazionale

martedì 26 maggio 2015

Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha

di Luciana Esposito

Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha, ho 44 anni, sono originario della Repubblica Ceca, “vivo” in Italia da circa 10 anni. E sono un clochard. O meglio, quel clochard che si è visto sopraffare da una valanga di cinica, feroce ed inspiegabile violenza. Sono stato picchiato selvaggiamente con bastoni di legno e ferro da un gruppo di persone che mi hanno procurato un trauma cranico, oltre alla frattura degli arti superiori e inferiori.

Erano in tanti, quattro o forse cinque.

Non lo so, non sono in grado di stabilirlo con precisione, non vedevo nulla, sentivo solo dolore. E paura. Credevo di morire e forse hanno smesso di infierire su di me quando ho perso i sensi, credendo che fossi morto. Simulare la morte mi ha salvato la vita. Probabilmente.

Era una sera come tante, una di quelle che funge da baluardo di una notte di prima primavera. Ancora fredda, ma speranzosa di abbracciare il sole, anche quando è buio. Mi trovavo nei locali abbandonati retrostanti della stazione ferroviaria centrale di Nola. Questi sono i “Grand Hotel” che possono permettersi quelli come me. Un luogo dimenticato e fatiscente, adattato a discarica improvvisata, dove le condizioni igieniche sono rese assai ostili dalla copiosa presenza di rifiuti, anche tossici, impropriamente sversati da cittadini o persone di passaggio.

Eppure, il pericolo insito nelle scorie e nella maleodorante feccia che contaminano quel posto, rappresentavano il “mio male minore.”

Un gruppo di giovani, forse per noia, forse per dare libero, pieno ed appagante sfogo alla follia antisemita che gli gronda nelle vene, hanno scelto di riversare su di me quel delirante tripudio di alacre violenza.

Opson, il mio cane, vedendomi in balia del pericolo, è corso in mio soccorso. Voleva aiutarmi, voleva difendermi. Come solo il più fedele e fidato degli amici avrebbe fatto. Ha provato a difendermi, ma anche lui ha avuto la peggio. Anche a lui hanno fratturato le zampe e lo hanno pestato fino a ridurlo ad una carcassa d’inerme pelo.

Opson, il mio cane, è morto così: ha dato la vita per cercare di sottrarmi dalla cruenta morsa di violenza azionata da altri “esseri umani”.

Eppure, non sono un balordo, né un attaccabrighe. Sono povero, ma non per questo occupo le mie giornate molestando gli altri, né tantomeno provo a sottrarre agli altri con la forza o sotto la minaccia di un’arma cellulari, portafogli e collanine.

Vivo adagiato ai margini delle strade della città, oltre che ai margini della società.

Cosa ha spinto un gruppo di persone “normali”, nel cuore della notte, a sporcarsi le mani per alzare contro “uno come me”?

Un “ultimo”, un “invisibile”, un “numero zero”.

Vorrei trovare una risposta che conferisca un “senso” alla mia aggressione. Forse servirebbe a farmi star meglio. O forse no. No, non credo che a me servirebbe. Probabilmente, sarebbe più d’aiuto agli altri, gli consentirebbe di conoscere meglio e a fondo la società in cui vivono. Non viviamo. Perché, attraverso le storie come la mia, emerge la cruda verità: noi viviamo relegati negli angoli della scarna indifferenza

Tante persone, però, quando hanno appreso che le mie ossa erano state barbaramente fracassate da una “banda di balordi perbene” sono insorte, si sono indignate, si stanno mobilitando per offrirmi aiuto. Ne avrò maledettamente bisogno: chissà quanto tempo mi ci vorrà per rimettermi in piedi. Guardando le gambe e le braccia ingessate, non posso evitare di concludere che passeranno mesi prima che potrò ritornare a camminare, ad essere autonomo.

Oggi, mi sono lasciato alle spalle la prima operazione al braccio. Hanno dovuto operarmi in anestesia totale, perché ero agitato. Non riuscivo a farne a meno.

Oggi pomeriggio, inoltre, nel Duomo di Nola, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato una veglia di preghiera per dimostrarmi solidarietà. Quei volontari sì che mi conoscono bene, molte volte mi hanno consegnato un pasto caldo, qualche parola, un sorriso, un timido, ma rassicurante barlume di speranza.

In questi giorni moltissimi cittadini mi stanno dimostrando vicinanza e solidarietà, su Facebook mi hanno dedicato una pagina: “coordinamento Sasha” gestita e seguita da chi vuole concretamente prestarmi aiuto. Grazie a questo gran movimento dell’opinione pubblica e delle associazioni, potrebbe essermi assegnato un alloggio in un edificio della Carità diocesana di Nola, dopo la dimissione dall’ospedale, mentre operatori fisiatri dei servizi sociali dell’ASL potrebbero aiutarmi nella riabilitazione.

Tutto quello che stanno facendo per me, per “uno come me” mi commuove e mi emoziona, ma, non posso fare a meno di chiedermi e chiedervi: dovevo essere ridotto a brandelli per indurre la comunità ad attivare una macchina della solidarietà così gremita e prolifera, coinvolgendo chiesa, comune, istituzioni e cittadini semplici?

Fonte: Napolitan.it

Segnalazione di Enza Tabacchino

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La ”generazione mille euro”: precari oggi e poveri domani


Di Erica Balduzzi

I giovani di oggi sono i poveri di domani: quello che fino ad oggi era un sospetto o un timore, grazie alle stime del Censis è un’amara – e reale – prospettiva dei prossimi anni, almeno per quanto riguarda la “generazione mille euro”, quella che ora arranca tra stipendi e collaborazioni sottopagate e che avrà una pensione ancora più misera.

Una generazione di potenziali poveri. Quella che si prospetta è una bomba sociale destinata a scoppiare entro i prossimi quarant’anni, quando i giovani di oggi andranno in pensione. Secondo una ricerca Censis in collaborazione con Fondazione Generali, infatti, due dipendenti su tre degli attuali occupati tra i 24 e i 35 anni (il 65%) – nonostante gli avanzamenti di carriera assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti e considerando l’abbassamento dei tassi di sostituzione – avranno dalla pensione un reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. Meno di mille euro, quando va bene. E quando va male, come nel caso degli 890mila giovani autonomi o con contratti di collaborazione e dei Neet che né studiano né lavorano, le cifre potrebbero essere anche molto più basse: anche meno di 400 euro netti a mese.

Disoccupazione e pensione futura. Una condizione, quella dei “millennials”, che porta i segni inflitti dal regime contributivo puro della riforma Fornero: la ricerca del Censis evidenzia come il 53% dei giovani della “generazione mille euro” pensi che la sua pensione arriverà al massimo al 50% del reddito da lavoro: eppure il 61% di loro ha avuto finora una contribuzione pensionistica intermittente, dovuta ai periodi di sospensione tra un lavoro e l’altro e al lavoro in nero. «Per avere pensioni migliori – sottolinea il Censis – l’unica soluzione è lavorare fino ad età avanzata, allo sfinimento. Ma il mercato del lavoro lo consentirà? Intanto l’occupazione dei giovani è crollata». Nel 2004 infatti la percentuale di giovani occupati tra i 25 e i 34 anni era del 69,8% (pari a 6 milioni), scesa al 51,9% nei primi tre trimestri del 2014 (pari a 4,2 milioni): un crollo di 10,7 punti percentuali nell’occupazione giovanile italiana che, tradotta in costo sociale, è stata pari a 120 miliardi di euro. «Un valore pari al Pil di tre Paesi europei come Lussemburgo, Croazia e Lituania messi insieme», spiega il Censis.

E non sono messi meglio i genitori dei “millennials”: conti recenti della Ragioneria di Stato citati da “La Stampa”, infatti, evidenziano che chi andrà in pensione dal 2020 in poi avrà anch’esso una pensione molto ridotta rispetto a chi è andato in pensione nel decennio precedente. Si parla di assegni che non supereranno il 60% dell’ultimo stipendio ma, nel caso dei lavoratori autonomi, la percentuale scende sotto al 50%.

Fonte: Diritto di critica

lunedì 25 maggio 2015

Podemos avanza alle amministrative in Spagna

Il partito nato in seguito alle proteste degli indignados conquista Barcellona e cresce in tutto il Paese


Alle elezioni amministrative tenutesi ieri in Spagna il partito Podemos, nato sulla scia del movimento di protesta degli indignados, ha registrato una forte avanzata, riuscendo anche a eleggere la propria candidata sindaco a Barcellona.

Il Partito Popolare, partito di centrodestra del premier Mariano Rajoy, ha visto invece un forte ridimensionamento dei propri voti, perdendo circa il 10 per cento rispetto alle scorse amministrative del 2011. Questa crisi, tuttavia, ha colpito anche l'altro dei due partiti tradizionali spagnoli, i socialisti del Psoe, che scende di due punti percentuali.

A Barcellona Ada Colau, candidata di una coalizione sostenuta da Podemos, riesce a sorpresa a essere eletta sindaco. "È una vittoria di David contro Golia" ha riferito la Colau dopo la vittoria.

Anche a Madrid, roccaforte storica dei popolari, si è registrato un successo di Podemos. La candidata di Rajoy, Esperanza Aguirre, riesce infatti ad arrivare prima, ma senza ottenere la maggioranza nel consiglio. In questo modo la candidata di Podemos, Manuela Carmena, potrebbe diventare sindaco in coalizione con i socialisti.

"È la fine del bipolarismo" ha riferito ieri il leader di Podemos, Pablo Iglesias, nel commentare i risultati elettorali. Il dato politico di queste elezioni, infatti, è la messa in discussione di un sistema politico, quello spagnolo, che fino a oggi si era basato soprattutto sul bipolarismo tra popolari e socialisti.

In quest'ottica si registra anche il grande successo di Ciudadanos, un partito di stampo liberale, che potrebbe essere determinante per creare alleanze di governo in molte città della Spagna.

Fonte: The Post Internazionale

È morto John Nash

Era il matematico che aveva ispirato il film "A Beautiful Mind", aveva vinto un premio Nobel per l'Economia nel 1994

(BOB STRONG/AFP/Getty Images)

John Nash, matematico statunitense e vincitore del premio Nobel per l’Economia, è morto sabato 23 maggio insieme alla moglie in un incidente stradale in New Jersey, negli Stati Uniti. Nash è stato uno dei matematici più importanti del Novecento ed è diventato molto noto soprattutto grazie al film del 2001 “A Beautiful Mind” – diretto da Ron Howard e interpretato da Russell Crowe – che racconta la sua vita e la sua malattia, la schizofrenia paranoide.

Nash era nato a Bluefield, in West Virginia, negli Stati Uniti, il 13 giugno del 1928 e fin da giovane aveva dimostrato di essere molto portato per la matematica. I genitori gli fecero frequentare corsi di matematica avanzata già negli ultimi anni di liceo. Quando terminò l’università, il suo professore gli scrisse una lettera di raccomandazione di una sola riga: «Quest’uomo è un genio». Nash proseguì gli studi all’università di Princeton e nel 1950 pubblicò la sua dissertazione per il dottorato in cui trattava la teoria dei giochi. Grazie a questo studio nel 1994 vinse il Premio Nobel per l’Economia.

A partire dal 1959 Nash cominciò a manifestare sintomi di schizofrenia e, quasi sempre contro la sua volontà, fu ricoverato per lunghi periodi in ospedale. Nel 1970 fu ricoverato per l’ultima volta. Uscito dall’ospedale ritornò a vivere con l’ex moglie Alicia Lopez-Harrison de Lardé, dalla quale aveva in precedente divorziato proprio a causa della malattia, nel 1963. La situazione di Nash divenne più stabile e nel 2001 si risposò con l’ex moglie. Nash aveva 86 anni al momento dell’incidente e sua moglie 82.

Russell Crowe ha twittato questo: «Sono scioccato. Il mio cuore va a John e ad Alicia, e alla famiglia. Erano persone meravigliose».


Fonte: Il Post