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sabato 7 giugno 2014

Job Meeting Roma



La fotografia della giornata è stata perfettamente messa a fuoco dalla giornalista Giulia Merlo del Fatto Quotidiano. Io c'ero, al Job Meeting di Roma del 29 Maggio scorso. Sono di fianco a chi riprende questi ragazzi che protestano.

Innanzitutto, un interminabile questionario anonimo su attitudini e ambizioni, assolutamente irrilevante ai fini della giornata, ma che serve solo ad alimentare le statistiche (siamo numeri) e il nervosismo.

Diciamo subito che ai Job Meeting non si trova lavoro (ma nessuno è mai partito una idea del genere, onestamente). Ma, comunque, non ti aspetti che dopo aver fatto file chilometriche per lasciare un curriculum (e che curriculum!) ti venga detto di inviarlo on line tramite il loro sito, oppure che il tuo profilo non è ricercato (potevate mettere un cartello con i profili che erano richiesti?), oppure che non ci sono posizioni aperte al momento (e perchè sei qui?perchè io sono qui?). E non ti aspetti neanche che aziende, come l'Indesit (che ha messo in cassa integrazione centinaia di lavoratori), abbiano da proporti sul serio qualcosa. 

L'obiettivo di ogni giovane laureato/depresso//futuro terrorista è quello di distribuire quanti più curricula possibile. E dopo aver distribuito i miei, nel workshop del pomeriggio, c'è una tipa che mi spiega come i curriculum formato Europass siano assolutamente da evitare ("oggi ti devi distinguere, gli Europass omologano tutti"). Indovinate che curriculum avevo.

Comunque, in conclusione, zero lavoro, stage come il famoso ago nel pagliaio (ma devi dare fuoco alla paglia), e molti stand a proporre master (alla fine sei pure tu che devi pagare loro, e lautamente).

Questi meeting sono posti di una tristezza unica, dove incontri centinaia, migliaia di persone che chiedono solo dignità.

Io nel frattempo ho lasciato il curriculum anche a 'sti ragazzi del video.

Mirco Sirignano

Fonte: Mirco/Siri

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sabato 31 maggio 2014

Disuguaglianza e democrazia


Non passa giorno senza notizie sulla crescente disuguaglianza come eloquente indicatore del tipo di modello economico che ci siamo scelti, in seguito all’abbuffata neoliberale provocata dal Washington Consensus. L’idea che la crescita economica sia “una marea che sollevi tutte le barche”, come disse Margaret Thatcher quando dichiarò guerra alla società del welfare, e la sua gemella “il capitale ricadrà su tutti quanti”, sono ora totalmente screditate. I fatti, come si dice, sono ostinati.

Ed i fatti sono stati dimostrati in un’esauriente analisi statistica dall’economista francese, Tomas Piketty, (autore de Il Capitale nel XXI Secolo) che, sulla base dei dati degli ultimi due secoli, prova che il capitale frutta una migliore rendita rispetto al lavoro. Dunque, in qualunque paese, la crescita economica è distribuita in maniera diseguale fra l’insieme dei salari e quanto va ai ricchi. Con il tempo, il capitale del ricco crescerà più di qualunque altra cosa, ed infine i più ricchi vedranno il loro capitale crescere continuamente, molto più del benessere generale; coloro che erediteranno capitale beneficeranno infine della maggior fetta della crescita: in altre parole, succhieranno via dalla popolazione il suo aumento di benessere. Ciò significa che stiamo tornando ai tempi della Regina Vittoria.

Di fatto questo è dovuto ad una nuova realtà: il capitalismo finanziario sta rendendo molto meglio del capitalismo produttivo. L’ultimo numero della rivista americana “Alpha” stila l’elenco dei 25 manager meglio pagati nel campo degli Hedge Funds. L’anno scorso, questi manager – tutti uomini – hanno guadagnato la sconcertante cifra di oltre 21 miliardi di dollari. Una cifra che supera i redditi nazionali combinati nello stesso anno di paesi africani come Burundi, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Gambia, Guinea, Sao Tomé, Seychelles, Sierra Leone, Niger e Zimbabwe. O, per rimanere negli Stati Uniti, il premio Nobel Paul Krugman scrive che lo 0,1% con il reddito più alto è tornato indietro al XIX secolo. Secondo la classifica dei miliardari di Bloomberg, un indice giornaliero dei 300 individui più facoltosi del mondo, questi hanno visto crescere l’anno scorso il loro benessere di 524 miliardi di dollari – più della somma dei redditi di Danimarca, Finlandia, Grecia e Portogallo. Provate solo ad andare su Wikipedia, cliccare Bilanci Nazionali nel mondo e vedete quanti paesi poveri riuscite a sommare, con i loro milioni di abitanti, per raggiungere 524 miliardi di dollari.

Lo stesso accade in Europa. Abbiamo statistiche simili dalla Spagna. L’anno scorso 23 banchieri si sono visti assegnare diritti previdenziali per 22,7 milioni di euro ed un aumento degli stipendi del 27%, nonostante uno scenario di deflazione. Si tratta di un trend che sta avendo luogo in ogni parte d’Europa, anche nei paesi del nord, ma anche in Brasile, Cina, Sudafrica ed in ogni altra parte del mondo.

Naturalmente, questo è oggi considerato un trend normale nella “new economy”, in cui il lavoro è considerato una variabile della produzione e la disoccupazione permanente è considerata inevitabile e strutturale. Nel frattempo, le Nazioni Unite sostengono che la povertà estrema nel mondo sia stata dimezzata. Il numero di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno è crollato dal 47 percento del 1990, al 22 percento del 2010. Ci sono ancora 1,2 miliardi di persone che vivono in povertà estrema, ma una nuova classe media sta emergendo in tutto il mondo, anche se il trend positivo dei numeri è dovuto per lo più a Brasile, Cina e India. Per tanto, l’argomento dei difensori dell’attuale modello economico è “se ci sono pochi super ricchi, perché ignoriamo l’enorme progresso che ha creato 1 miliardo di cittadini della nuova classe media?”.

Questo argomento ha tre ovvi problemi. Il primo è che questo tipo di crescita economica sta già erodendo la classe media nei paesi ricchi e questa contrazione è destinata ad avere seri effetti nel lungo periodo. I consumi dei super ricchi non possono sostituire i consumi di un grande numero di cittadini della classe media. La produzione di auto è già superiore alla domanda, e questo sta avvenendo per molti prodotti. La povertà globale sta calando, ma in ogni paese, la disuguaglianza sta aumentando.

Il secondo problema è che i ricchi non stanno pagando le tasse quanto prima, a causa di un gran numero di benefit fiscali che furono introdotti all’epoca del Presidente Usa Ronald Reagan – “il benessere produce benessere e la povertà produce povertà”. Il presidente francese Francois Hollande ha scoperto a sue spese che oggi non si può tassare il capitale perché è sacro. Ci sono almeno 300 miliardi di dollari in entrate fiscali che vengono persi attraverso una combinazione di incentivi sulle imposte sui redditi d’impresa e di stratagemmi per eludere le normative fiscali. Oggi, sono stimati 4 trilioni di dollari in paradisi fiscali. E la storia non è ricca di esempi di redistribuzione volontaria e solidarietà da parte di ricchi e super ricchi.

Il terzo problema è molto serio. E’ ridondante citare qui uno degli innumerevoli esempi di come la politica sia diventata asservita all’interesse economico. Un comune cittadino non ha lo stesso potere di un cittadino super ricco. E’ ironico come la corte suprema degli Stati Uniti abbia eliminato ogni limite di donazione ai partiti, perché tutti gli uomini sono uguali. Ora che il costo dell’elezione di un presidente si aggira attorno ai 2 miliardi di dollari, un cittadino medio è veramente uguale ad uno ricco come Sheldon Adelson, il magnate statunitense che ha ufficialmente donato 100 milioni di dollari al Partito Repubblicano? Senza grandi sforzi, la sua ricchezza è aumentata l’anno scorso di 14 miliardi di dollari!

E’ dunque positivo questo trend per la democrazia? Non sono i super ricchi ragione di preoccupazione? Ebbene, questo è quello che ci viene detto, e questo è quanto ci viene chiesto di credere...

di Roberto Savio - link alla fonte

Fonte: SYSTEM FAILURE

lunedì 19 maggio 2014

La Svizzera boccia il salario minimo


Un manifesto per il sì al referendum a Bulle, in Svizzera. (Fabrica Coffrini, Afp/Getty Images)

Il 18 maggio in Svizzera è stato bocciato il referendum sul salario minimo, proposto dai sindacati. Il 76 per cento degli svizzeri ha detto no all’introduzione di un salario minimo di 3.250 euro.

Se avesse vinto il sì, gli svizzeri avrebbero avuto il salario minimo più alto del mondo. Ma, come previsto dai sondaggi, il referendum non è passato in nessuno dei cantoni elvetici.

In Svizzera non esiste un salario minimo e le retribuzioni sono concordate individualmente o collettivamente. I negoziati collettivi avvengono tra le parti sociali per un intero settore o per singole aziende. Secondo i sostenitori del referendum l’introduzione del salario minimo avrebbe garantito stipendi più equi, ma secondo i suoi oppositori avrebbe alzato troppo i costi di produzione per le aziende e avrebbe rischiato di peggiorare la disoccupazione.

“È stato proposto un salario minimo molto alto”, dichiara di una associazione di imprenditori Blaise Matthey. “E con un salario minimo così alto si rischia di escludere molte persone dal mercato del lavoro, in particolare in quei lavori pagati meno. In Svizzera la disoccupazione è molto bassa, ma questo salario minimo avrebbe potuto farla aumentare”, ha aggiunto Matthey.

Il referendum sul salario minimo è stato quello più discusso, ma il 18 aprile gli svizzeri hanno votato una serie di referendum, tra cui quello per l’acquisto di aerei militari svedesi, respinto con il 53 per cento dei voti. Approvato invece il referendum per vietare alle persone condannate per pedofilia di lavorare con i bambini per tutta la vita.

Fonte: Internazionale

giovedì 1 maggio 2014

Festa dei lavoratori?


Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)

IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.

sabato 19 aprile 2014

TTIP, globalizzazione e neoliberismo


I media generalisti non parlano per niente del TTIP, il trattato transatlantico tra Europa e USA che riduce le norme e le regole del commercio a favore delle multinazionali e delle corporations.

Secondo Monia Benini con il “TTIP, l’Europa ha sottratto la sovranità ai paesi membri e sta negoziando un accordo letale per le nostre imprese, per l’occupazione, per la salute e l’ambiente. E il tutto per ingrassare il ventre delle multinazionali”.

Il TTIP si propone di aumentare i flussi commerciali tra Europa e Stati Uniti riducendo le regole e norme che per ora “frenano” le multinazionali.

Precisando si mira alla riduzione dei dazi e delle norme che limitano il commercio dei beni.

Il TTIP spingerà ancora più in avanti il processo di globalizzazione che come molti sanno è una delle cause dell’odierna crisi, la più grave dal dopoguerra.

Il TTIP aprendo “praterie” ancora più vaste al processo di globalizzazione: farà “tabula rasa” delle produzioni locali e regionali. Un “mostro” che sta andando avanti e che porterà a compimento il processo di globalizzazione.

Questo accordo tra Europa e Stati Uniti serve ad ottenere il massimo livello di liberalizzazioni e di flussi commerciali con l’intento di aprire il mondo ad una nuova stagione di neoliberismo sfrenato, dopo quello degli ultimi decenni che ci ha portato insieme alla finanziarizzazione dell’economia al disastro di una crisi orripilante sotto certi aspetti.

I negoziati si occupano anche di appalti pubblici, regole per l’agricoltura, norme legali per disciplinare i rapporti tra lo stato e le aziende.

Sono in gioco le regole e le limitazioni sull’ambiente, sulla sicurezza riguardo alla vendita degli alimenti e tanto altro ancora.

Naturalmente i media italiani tacciono sull’argomento e su pochi siti di controinformazione se ne parla: si sa in’Italia adesso siamo presi dalla “sbornia” della campagna elettorale e notizie come il TTIP non rientrano nel mainstream mediatico.

Questo come altri è un chiaro caso di “silenzio” mediatico, una tecnica di manipolazione mediatica che rientra nella complessiva strategia di distrazione di massa, massa impegnata nel tam tam quotidiano di notizie offerto dai media, dalla ultima esclusione dalla casa del Grande Fratello, dalle notizie di gossip o da quant’altro.

Fonte: SYSTEM FAILURE

Leggi anche: Tutti i rischi del Trattato transatlantico

mercoledì 16 aprile 2014

Cina: migliaia di lavoratori scioperano nella fabbrica dei grandi marchi


In Cina migliaia di lavoratori sono scesi in piazza nella città di Dongguan, chiedendo maggiori tutele sociali. Gli operai in sciopero sono della fabbrica Yue Yuen Industrial (Holdings), nota azienda che produce calzature per marchi internazionali come Nike, Adidas e Timberland.
I lavoratori lamentano il livello dei pagamenti per le pensioni, l'assicurazione sanitaria, le indennità di alloggio e di risarcimento danni, chiedendo una retribuzione più equa e maggiori diritti.
Sicuramente questo fatto, fa ben sperare per il futuro e l'ora di dire basta al crescente cannibalismo di queste multinazionali senza scrupoli, pronti a sfruttare la vita e la dignità delle persone.
Quando di voi hanno visto lievitare i prezzi al dettaglio dei prodotti, mentre in questi anni le varie produzioni si spostavano nei paesi a minor costo. Il problema non sono i costi della manodopera, ma la sete di denaro che il capitalismo ha prodotto.
L'aumento dei ricavi si è fatto sempre più ampio, mentre molti diritti sono calpestati e con l'intenzione di ripristinare una forma di schiavitù, che molti, illudendosi non credono.

In queste ore gli scioperi continuano e si potrebbero allargare presto.

Fonte: WEB SUL BLOG

mercoledì 2 aprile 2014

Il 42% dei pensionati percepisce meno di mille euro al mese

Il 40% degli italiani in pensione percepisce meno di mille euro al mese. A rivelarlo è l’Istat: i dati si riferiscono al 2012, primo anno successivo alla riforma Fornero. A fare da contraltare ai milioni di ex lavoratori con un trattamento minimo, ci sono 11mila pensionati d’oro, lo 0,1% del totale: si tratta di persone che percepiscono oltre 10mila euro al mese.

L’Istat ha rivelato come nel 2012 la spesa complessiva delle pensioni a carico dello Stato sia stata 270.720 milioni di euro, con un aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, mentre la sua incidenza sul Pil è cresciuta di 0,45 punti percentuali (dal 16,83% del 2011 al 17,28% del 2012). Mediamente, l’importo delle pensioni è stato di 11.482 euro, 253 euro in più rispetto al 2011. Va considerato tuttavia che, dei 16,6 milioni di pensionati censiti nel 2012, mediamente ognuno ha percepito 16.314 euro all’anno (358 euro in più del 2011). In diversi casi un soggetto ha potuto contare anche su più di una pensione.

Più nel dettaglio, il 67,3% dei pensionati è titolare di una sola pensione, il 24,9% ne percepisce due e il 6,5% tre; il restante 1,3% è titolare di quattro o più pensioni. Il reddito del 42,6% dei pensionati è inferiore a mille euro al mese: il 38,7% percepisce tra i mille e i 2mila euro, il 13,2% tra 2.000 e 3.000 euro; il 4,2% tra 3.000 e 5.000 euro e il restante 1,3% percepisce un importo superiore a 5.000 euro. Il dato è differente tra le donne: qui a percepire meno di mille euro al mese è il 52% delle pensionate.

Fonte: fanpage.it

giovedì 27 marzo 2014

Qatar: il mondiale di calcio uccide più dell’11 settembre


Moriranno più operai nel costruire gli stadi e le infrastrutture per il mondiale di calcio del 2020 in Qatar, di quante siano state le vittime degli attacchi dell’undici settembre. Con questo efficace paragone il più grande sindacato del mondo richiama l’attenzione su un rapporto che racconta la strage che si sta consumando nell’emirato in nome del dio pallone.


LA DENUNCIA - Il rapporto dell’ITUC (International Trade Union Confederation) si apre con la frase «Il Qatar è un paese senza coscienza» e prosegue quindi a spiegare le condizioni di vita di buona parte della forza lavoro straniera nell’emirato, quella impegnata nella costruzione di stadi e infrastrutture per i mondiali del 2020. Un rapporto che si fonda sul racconto di esperienze personali e testimonianze, ma anche sui numeri dei morti forniti dalle rispettive ambasciate, che non lasciano spazio al dubbio.

IL MONDIALE DELLE POLEMICHE - Il mondiale in Qatar ha suscitato polemiche fin dalla sua scelta, sia perché il paese non ha tradizioni calcistiche, sia perché il torneo si dovrebbe tenere nell’estate del Golfo, caratterizzata da temperature che viaggiano tra i 40° e i 50°. A questo Doha ha spiegato che intende porre rimedio climatizzando gli stadi, ma la polemica ha continuato a infuriare e Doha ha allora pensato di spostare il tutto in inverno, ipotesi improponibile perché finirebbe in mezzo ai campionati nazionali. Non bastasse, è scoppiato il Qatargate, lo scandalo che vede il Qatar accusato di aver corrotto quanti erano deputati alla scelta della sede dei mondiali.

LEGGI ANCHE: «Non si può morire per un Mondiale di calcio»

LA STRAGE - Secondo l’ITUC, la più grande confederazione sindacale del mondo, saranno più di 4.000 i migranti che moriranno lavorando per il mondiale, ma molti di più nel frattempo vivranno come animali, confinati e ammassati in un universo fatto di sistemazioni residenziali pessime, violenze, e truffe da parte dei datori di lavoro, che spesso dimenticano persino di pagare i magri stipendi che l’emirato offre agli immigrati di serie B, quelli che provengono dai paesi asiatici e portano le braccia di cui ha bisogno il boom edilizio trainato dal grande evento.

LA SCENEGGIATA DELL’EMIRO - Il Qatar di fronte alle critiche, che non sono nuove, ha creato due istituzioni incaricate di vigilare e di far rispettare regole e diritti umani, il Qatar Foundation Mandatory Standards (QFMS) e il Supreme Committee Workers’ Welfare Standards (SCWWS), che secondo l’ITUC non sono altro che una truffa, visto che non sono dotate di poteri reali e che dal loro apparire non hanno combinato niente. Un modus operandi già visto all’opera in altri paesi del Golfo, dove su impulso dei governi fioriscono i comitati per l’implementazione dei diritti che hanno la sola funzione d’esistere e di dimostrare che le monarchie assolute al potere sono disponibili a riforme che non arriveranno mai.

Fonte: Giornalettismo

sabato 8 marzo 2014

Perchè si 'festeggia' l'8 marzo


Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Dietro questa festa (termine non proprio esatto perchè in realtà si chiama Giornata internazionale della donna) c'è un significato molto importante.

La storia più conosciuta della festa della donna è senza dubbio quella che risale al 1908. In un' azienda tessile, la Cotton di New York, alcune operaie decisero di fare sciopero per denunciare le condizioni poco accettabili nelle quali erano costrette ad eseguire il proprio lavoro. La protesta continuò per alcuni giorni, fino all'8 marzo, quando i proprietari decisero di bloccare tutte le uscite dell'industria. Il destino ha voluto che scoppiasse un incendio in cui persero la vita 129 donne, alcune anche italiane, che volevano solo avere un posto migliore in cui lavorare. Questa pare sia la leggenda più conosciuta sulla festa della donna, ma non la vera storia.

La vera storia della festa della donna va fatta coincidere con il 28 febbraio del 1909, quando il Partito Socialista americano, dopo anni di discussioni, decise di organizzare una grande manifestazione in favore del diritto di voto delle donne. Dal novembre 1908 fino al febbraio 1909 furono molte le proteste e gli scioperi delle donne che desideravano un aumento e un posto di lavoro migliore. Nel 1910 venne presa in seria considerazione l'istituzione di una giornata dedicata alle donne. Il 25 marzo del 1911 successe qualcosa di molto significativo per la nascita della festa della donna. In una fabbrica di New York, la Triangle, un incendio uccise 146 persone, la maggior parte donne immigrate. Da lì in avanti le proteste delle donne iniziarono a moltiplicarsi anche in molto paesi Europei. A San Pietro Burgo, l'8 marzo 1917, le donne manifestarono il loro desiderio di porre fine alla guerra protestando nelle piazze. Questa data fu ispirazione per far istituire a Mosca la Giornata Internazionale dell'Operaia, che si celebra appunto l'8 marzo.

La festa della donna in Italia iniziò a essere commemorata nel 1922. Ma solo nel 1945 l'Unione Donne in Italia diede un certo peso a tale manifestazione, celebrando la giornata della donna nelle zone liberate dal fascismo. L'anno successivo, l'8 marzo 1946, nacque la giornata della donna: tutta Italia ricordò la celebrazione dell'anno prima. Fu scelta la mimosa come simbolo perché fiorisce nei primi giorni di marzo. Negli anni a seguire la giornata è diventata anche simbolo di reclamo di diritti e di tutela delle conquiste delle donne.

Non ci limitiamo a pensare, dunque, che è la festa dove regalare le mimose al gentil sesso e/o delle cene fuori per le donne, ma pensiamo soprattutto al significato importante che c'è dietro questa festa.


giovedì 6 marzo 2014

Ministero di Internet e della Digitalizzazione


Dalle recenti leggi antiweb si è potuto capire che il governo attuale, ma anche quelli precedenti, non capisce niente di Internet e di Socio-Digitalizzazione. Non pochi sono quelli che ipotizzano di istituire un "Ministero di Internet e della Digitalizzazione".
Qualcuno direbbe : "A che Serve ?". Bene ecco a cosa serve:

  1. Portare l'Italia verso lo sviluppo massivo di piattaforme software di e-government ed e-democracy.
  2. Accesso ad internet libero per tutti i cittadini, nonché supporto di fibra ottica in tutto il territorio nazionale.
  3. Utilizzo dell'open source e del free software nella pubblica amministrazione e nelle scuole.
  4. Uso di lavagne multimediali, registri elettronici, e tablet PC nelle scuole pubbliche.
  5. Mettere l'Informatica come materia fondamentale per tutti i corsi di studi con indirizzo scientifico.
  6. Digitalizzazione di tutto il patrimonio artistico, culturale e gastronomico italiano, mediante totem digitali che si alimentano mediane l'Energy Scavenging.
  7. Corsi, intrascolastici, per tutelarsi dal cyberbullismo e dalla pedopornografia.
  8. Automatizzazione di tutti i processi burocratici entro il 2020.
  9. Corsi, finanziati dai comuni, per i non nativi digitali.
  10. Incentivi per tutte le aziende e startup che investono nel web, rendendole esenti da tassazioni per i primi 3 anni.

Sono 10 punti, tutti fattibili, che se applicati, grazie all'istituzione di un Ministero di Internet e della Digitalizzazione, darebbero al nostro paese un salto di qualità in termini di socio-digitalizzazione e che porterebbero l'Italia, da questo punto di vista, tra i primi 10 paesi nel mondo. Portare la nostra società ad affrontare queste tematiche è essenziale per poter progredire e metterci al passo con il resto del mondo, non escludendo che potrebbe essere un punto di inizio per aprire nuovi posti di lavoro ed eliminare il Digital Divide.

Carmine De Fusco

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giovedì 27 febbraio 2014

Avellino: cassintegrato va a vivere in un cimitero. “Non posso pagare l’affitto”

Antonio Petrillo è un operaio della Irisbus in cassa integrazione. Vive a Sant’Angelo all’Esca e da tre mesi abita nella sacrestia del cimitero del paese, in un piccolo appartamentino dato in prestito dal sacerdote con un singolare panorama sulle tombe. La sua storia è stata raccolta dal Mattino. “Antonio – scrive il quotidiano – vive tra i morti e si arrangia come può per sbarcare il lunario e scacciare gli spettri di una crisi che ha assottigliato le sue fortune. È scaramantico e ostinatamente ottimista. Confida in tempi migliori, nonostante tutto, e sulla brandina ha messo in bella mostra una sfilza di oggetti metallici per attirare, dice lui, la buona sorte. Tutti gli hanno voltato le spalle, don Ciriaco invece gli è andato incontro e gli ha aperto le porte del piccolo appartamento, in fase di ristrutturazione, adiacente al cimitero”.

L’uomo – separato e padre di tre figli – dice: “Non posso permettermi il lusso di pagare un affitto devo mantenere la prole, che studia ancora, e così sono stato costretto a tirare la cinghia al massimo. Ho pure dormito in macchina: non mi vergogno a dirlo ma non ho mai fatto del male a nessuno”. Malgrado la location, e malgrado subisca duramente gli effetti della crisi, l’uomo comunque ha trovato molta solidarietà e riesce a sorridere. Si dà da fare potando le siepi del camposanto o pulendo i marciapiedi: ogni tanto qualcuno gli allunga qualche spicciolo oppure gli prepara un piatto caldo. Racconta: “Non sono mai solo, per fortuna. Ho degli amici che mi tengono compagnia e mi sostengono moralmente. Grazie a don Ciriaco ho almeno un tetto e un motivo in più per resistere. Cerco di rendermi utile come posso per la comunità, e mi rincuora tanto ricevere i ringraziamenti per la pulizia che adesso c’è nei pressi del camposanto”.

Fonte: fanpage.it

giovedì 20 febbraio 2014

La vera storia dei disoccupati al Festival di Sanremo


La storia dei due disoccupati che hanno interrotto il Festival di Sanremo oggi è su tutti i giornali italiani, e assume pericolosamente i contorni della bufala. Antonio Sollazzo e Marino Marsicano sono i due operai senza stipendio da sedici mesi pur lavorando ogni giorno che si sono presentati al teatro Ariston e hanno interrotto la kermesse:


Con una scena che rimarrà nella storia della televisione italiana, anche se non è inedita

COSA C’E’ DIETRO I DISOCCUPATI AL FESTIVAL DI SANREMO – Ma sulla storia qualche dubbio è nato ieri. Perché per realizzarla è stata necessaria una messinscena. Un finto malore, simulato da una “complice” che li accompagnava, ha permesso ad Antonio Sollazzo e Marino Marsicano, i due lavoratori che hanno minacciato il suicidio nella prima puntata del Festival, di distrarre gli addetti alla sicurezza della kermesse. Così da poter poi raggiungere la postazione in galleria e salire sull’impalcatura. A svelarlo è stato il direttore di Rai1, Giancarlo Leone: il dirigente ha spiegato come fossero in realtà quattro le persone coinvolte. Oltre a Sollazzo e Marsicano, che avevano intimato di volersi gettare nel vuoto qualora non fossero state ascoltate le motivazioni della loro protesta, c’erano anche Salvatore Ferrigno e una donna, Maria Rosaria Pascale, la stessa che ha finto lo svenimento. Gli operai sono stati denunciati per violenza privata. Il motivo? Con la loro azione hanno costretto il conduttore Fabio Fazio a leggere una lettera per denunciare la loro situazione occupazionale.

LA VERA STORIA DELLA VITA IN DIRETTA - E oggi Silvia Truzzi sul Fatto racconta i particolari:

La versione ufficiale è questa: i lavoratori del Consorzio Unico di bacino di Napoli e Caserta – Salvatore Ferrigno, Antonio Sollazzo, Marino Masicano e Maria Rosaria Pascale – si sono comprati un biglietto di galleria, due al botteghino (100 euro) e due ai bagarini (180 euro). Poi sono entrati e subito la Pascale ha finto uno svenimento, attirando l’attenzione della sicurezza e degli spettatori che erano lì accanto. Approfittando della distrazione generale, Sollazzo e Marsicano si sono arrampicati sulle ringhiere laterali e hanno interrotto il monologo ambientalista di Fazio.

Non sono esattamente degli sconosciuti, anzi:

Secondo le forze dell’ordine, i quattro – denunciati per violenza privata – hanno precedenti di polizia per diversi reati: truffa per assenteismo dal posto di lavoro, interruzione di pubblico servizio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, reati contro il patrimonio, e sono stati sottoposti anche a misure di prevenzione (Daspo). QUANDO sono stati condotti fuori dall’Ariston, sono stati portati in questura per l’identi – ficazione. Poi hanno trascorso la notte all’hotel Nazionale, un albergo nel centro di Sanremo.

Come hanno fatto quattro disoccupati a pagarsi un albergo a quattro stelle, che nel periodo del Festival ha prezzi inavvicinabili?, dice il Fatto.

Lo abbiamo chiesto a loro. “Ieri sera siamo usciti dall’Ariston e siamo stati avvicinati da una persona che ci ha detto di lavorare a La vita in diretta”, spiega Sollazzo. “Ci ha invitato a partecipare al programma, il giorno dopo. Ci ha raccomandato di non dire una parola a nessun giornalista, di non parlare prima della trasmissione. E ha aggiunto che ci avrebbe pagato l’albergo. Sennò noi tornavamo subito verso casa in macchina, non c’avevamo i soldi per un albergo così. Poi noi siamo stati al commissariato e dopo siamo andati a dormire, nell’ho – tel che ci hanno indicato. Hanno pagato loro, anche se poi ci hanno detto che qualcuno, in alto, ha messo il veto, che non potevamo andarci”.

Perché la scenetta, in effetti, rischiava altamente la strumentalizzazione: Ma chi è il personaggio “in alto” che ha messo il veto? Giancarlo Leone spiega che “non è il caso di dare un palcoscenico e ulteriore risonanza a queste persone”. Certo, dal punto di vista della Rai, il ragionamento non fa una piega. Infatti: è possibile che i dirigenti de La vita in diretta non abbiano pensato di fare un torto alla direzione di Rete, ospitando coloro che il giorno prima avevano messo in subbuglio il programma più importante dell’anno? Al di là delle intenzioni, resta – se è vero quello che dice Sollazzo – il paradosso di un’azienda danneggiata nell’immagine (e non solo, visto che c’è una denuncia per violenza privata) che paga l’albergo ai guastatori

Fonte: Giornalettismo

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martedì 18 febbraio 2014

“Caro Elkann, vieni a cercare lavoro con me”

Dopo la sua dichiarazione sull’occupazione giovanile – «Molti giovani non colgono le tante possibilità di lavoro che ci sono o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione» – ieri John Elkann si è scusato tramite il sito della Fondazione Agnelli, dicendo di essere «rammaricato che un messaggio nato per essere di incoraggiamento alla fine sia stato interpretato come un segnale di mancanza di fiducia nei giovani». Di seguito una riflessione, la provocazione di chi invece fa i conti con la ricerca del lavoro tutti i giorni.

di Lorena Bruno

LA LETTERA – Di questi uomini dalle plurime cariche in aziende tra le più importanti d’Italia, quando rilasciano certe dichiarazioni, mi sorprende la sicumera. Perché, caro John Elkann, prima di parlare delle generazioni senza lavoro di oggi (giovani e meno giovani), farebbe meglio a chiedersi cosa ne sarebbe stato di lei se non fosse stato nipote di Gianni Agnelli, ma di una normale famiglia italiana. Sarebbe nato a New York? Avrebbe conseguito la maturità al liceo Duruy di Parigi? Avrebbe probabilmente potuto prendere la laurea in Ingegneria Gestionale al Politecnico di Torino, ma chissà se poi avrebbe avuto l’agio di viaggiare per diversi Paesi con l’obiettivo di imparare le lingue straniere e affinare le sue competenze. Non mi pare che un qualsiasi giovane universitario italiano potrebbe oggi fare esperienze di lavoro alla Magneti Marelli di Birmingham o in altre grandi aziende in giro per l’Europa, se non fosse stato John Elkann. Questa possibilità è data a pochi.

Giovanni Agnelli l’ha scelta come suo successore, dopo la morte di Giovanni Alberto Agnelli, e questo credo che nella sua vita abbia influito molto e positivamente, sebbene si tratti di una grande responsabilità.

Eppure, anche chi non possiede aziende di famiglia ha ambizione e ottimismo, le stesse caratteristiche che lei chiede e suggerisce a ogni giovane italiano. Ed è proprio con ambizione e ottimismo che ho conseguito una laurea in Lettere – la mia passione – e un master che mi desse le competenze per lavorare nell’ambito museale e del marketing. Sfortunatamente il tempismo ha voluto che incappassi nel periodo storico in cui la cultura italiana vive una crisi epocale, perché vittima di politiche scellerate. Questo dimostra che nonostante la mia voglia di fare, il mio ottimismo e tutto quello che lei raccomanda di avere, non ho un lavoro.

Senza voler fare inutile retorica, le propongo: perché magari un giorno non lascia da parte le aziende di famiglia, i consigli d’amministrazione, l’autista e il cellulare e non prova a cercare lavoro con me? Potrebbe accompagnarmi a piedi ad attaccare volantini per far sapere al vicinato che posso dare lezioni private; potrebbe sedere con me al computer a cercare tra gli annunci di lavoro, scansando i vari stage gratuiti, i lavori a provvigione, quelli pagati in nero o magari provando con quelli che non rientrano tra le mie competenze ma che potrei fare ugualmente (come la segretaria), ma che purtroppo non posso fare, proprio perché non ho esperienza in merito. Potremmo poi fare un giro per le agenzie interinali – in metro si arriva subito – quindi passare al pub per chiedere se hanno bisogno di una cameriera, sperando che non la cerchino ventenne, io ho trentadue anni. Se va bene un giorno le scriverò che mi hanno appena presa in un call center. Senza la vita comoda, gli agi, senza il cellulare e le conoscenze che potrebbero garantirle tutto ad uno schiocco di dita, cosa potrebbe fare lei per me? A parte tenermi compagnia?

Forse alla fine capirebbe che, a proposito di chi non ha lavoro (e le assicuro che non si tratta solo dei giovani), prima di parlare di una cattiva volontà, di una situazione di comodo in casa, lei che fa parte di una famiglia a dir poco facoltosa, farebbe meglio a non toccare l’argomento e limitarsi a parlare solo delle realtà che ben conosce.

Fonte: Diritto di critica

giovedì 30 gennaio 2014

La fuga della Fiat, il ricatto di Electrolux. L’Italia sempre meno competitiva

Mentre i 5Stelle parlano di impeachment per Napolitano, prosegue silenziosa la fuga delle aziende (non solo quelle multinazionali) dall’Italia. Il caso di Fiat è solo la punta di un iceberg enorme che si sposta lentamente e che rischia di far affondare la nave Italia.

Gran Bretagna e Irlanda, un paradiso per le imprese. Il timore che, dopo la fusione con Chrysler, la Fiat avrebbe spostato la propria sede oltre oceano, si è rivelato infondato. Niente Detroit per Marchionne. Meglio trovare un buon compromesso per la sede fiscale tra Italia e Usa: la Gran Bretagna. Il Regno Unito è il paese europeo maggiormente interconnesso con l’economia americana. La scelta dei vertici di Fiat, però, è tutt’altro che esclusivamente simbolica. Infatti, in Gran Bretagna e in Irlanda vige un regime fiscale decisamente favorevole alle imprese, e non a caso gli stessi colossi americani hanno scelto di stanziarsi nella City o nella vicina irlandese Dublino per operare in Europa.

La riconoscenza non esiste. Così Fiat pagherà in Italia molte meno tasse. Con buona pace di chi ricorda a Marchionne che la Fiat si è salvata più volte grazie agli aiuti di Stato. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta e soprattutto la parola “riconoscenza” non fa di certo rima con “economia”. Forse nemmeno di riconoscenza si può parlare perché la Fiat è stata salvata dallo Stato in primo luogo per mettere al sicuro i posti di lavoro di decine di migliaia di lavoratori e contenere così il disagio sociale e i relativi costi della cassa integrazione e dei sussidi di disoccupazione. Per questo Marchionne si sente le mani libere, senza comunque chiudere – per il momento – altri stabilimenti sul territorio italiano. In poche parole: “Vado dove mi conviene andare”.

Un paese poco competitivo. Altro caso emblematico è quello della Electrolux. L’azienda svedese ha alcuni stabilimenti in Veneto e in Friuli Venezia Giulia. Nei giorni scorsi ha sollevato il problema della competitività dei propri stabilimenti sul territorio italiano. Per rimanere in Italia, la società svedese ha annunciato di voler ridurre del 20% il costo del lavoro, altrimenti conviene andare a produrre nell’Europa dell’est. Il costo del lavoro è composto, oltre che dai soldi che finiscono nella busta paga degli operai e degli impiegati, anche dalle tasse che le imprese pagano su ogni salario elargito. Per ridurre il costo del lavoro, a tassazione invariata, l’unica strada è quella di ridurre il salario. Così i lavoratori dell’Electrolux che fino ad oggi hanno guadagnato 1.200 euro al mese, da domani potrebbero ritrovarsi con 700 euro in busta paga, con turni più duri e con meno festività. Qualcuno lo chiama ricatto, altri libero mercato. In entrambi i casi il problema vero sta a monte. Il nostro Paese non è competitivo e produrre in Italia ha costi elevati soprattutto per quei prodotti labour intensive a bassa tecnologia.

Il caso Whirlpool, mezza bufala. Nemmeno la vicenda Whirlpool – che ha deciso di chiudere uno stabilimento in Svezia per aprirlo a Varese – rappresenta un segnale di una qualche inversione di tendenza. La notizia, infatti, se in un primo momento ha girato rapidamente sui social network colpendo l’immaginario comune, negli ultimi giorni è stata decisamente ridimensionata. La stessa Whirlpool che sposta la produzione dei microonde dalla Svezia all’Italia, ha deciso di spostare dall’Italia in Polonia la produzione dei frigoriferi non da incasso, chiudendo la sede di Spini di Gardolo (TN) e mandando a casa quasi 500 dipendenti. Altro che investimenti in Italia, si tratta solo dell’ennesima razionalizzazione industriale che oramai avviene a livello transnazionale, dove i lavoratori sono solo pedine del gioco.

Meno burocrazia e meno tasse sul lavoro. Oggi, nell’Unione europea non sono più possibili gli aiuti di Stato alle imprese in difficoltà. Questi hanno rappresentato il sistema più semplice per consolidare il processo di industrializzazione del Paese, ma anche il sistema più errato, favorendo le imprese più inefficienti, aiutate anche da una raffica di svalutazioni competitive della moneta. Oggi questo non è più possibile. Ma rimane nelle mani del legislatore ancora un’arma: quella della competizione normativa. Le imprese vanno dove c’è meno burocrazia e dove il costo del lavoro è inferiore. Per questo il governo e il parlamento non resta che imitare i paesi più virtuosi o indicare un modello alternativo (che di certo non può più essere quello italiano degli ultimi decenni). In ogni caso i percorsi da seguire sono due: sburocratizzazione e riduzione del costo del lavoro. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo senza incidere sugli stipendi e salari, è necessario ridurre il cuneo fiscale, cioè la differenza che c’è tra il costo che l’azienda sostiene per ogni singolo lavoratore e quanto quest’ultimo vede entrare nelle proprie tasche. Va tagliata la tassazione sul lavoro (incrementando quella sulle rendite finanziarie e non) e, se non fosse sufficiente, anche le spese della macchina pubblica. Senza queste riforme, una buona legge elettorale non serve a nulla e l’impeachment di Napolitano ancor meno.

Fonte: Diritto di critica

sabato 16 novembre 2013

Figli? No, grazie, siamo precari

Ho 31 anni e una delle domande che mi fanno più spesso è: “Hai già un figlio?”.

Mi spiazzava, una volta. Ne avevo 28 e, in generale, mi pareva un’età giusta per potersi permettere la libertà di costruirsi una famiglia che comprendesse anche un bambino. Anzi, col senno di poi ho più volte pensato che qualche anno prima sarebbe stato anche meglio.

Ma il problema che mi ponevo (ci ponevamo) era lo stesso che mi pone chi mi fa quella domanda: “Vorrei anche io, ma senza stabilità, come si fa? Come manteniamo qualcuno se a stento manteniamo noi?”. E allora uno risponde che se aspettiamo una qual sorta di stabilità siamo una generazione destinata a non avere figli. Perché i figli, coi contratti a progetto, con le partite Iva, con le casse integrazioni, coi call center, come li fai? La risposta che do di solito, quindi, mi porta poi a mordermi la lingua, perché ognuno sa quali sono le proprie possibilità, i propri mezzi e anche la propria vera voglia.

Io l’ho fatto perché lo volevo, perché pur non avendo un indeterminato (cosa?) avevo una certa stabilità che mi aveva permesso di pensarci (stabilità che oggi, ancora di più, mi permette di pormi qualche problema in meno). Cercando di fare i conti senza dover pesare sulla famiglia, ché poi alla fine comunque una mano te la dà sempre, perché “Oh, noi siamo i nonni, fatti i fatti tuoi”.

Ma il problema è che l’obiezione è reale. Siamo una generazione che per gran parte è senza prospettive, né di lavoro, né di famiglia, né di realizzazione alcuna. Una di quelle cose che pare un luogo comune finché non ti guardi attorno e vedi Sergio che fa i salti mortali per pagare il mutuo (ed è il tuo unico amico che s’è arrischiato nell’avventura), perché spesso l’azienda non gli paga mesi interi del suo part time. E fa altro, certo, è bravissimo a fare altro, ma è super precario. Poi c’è Marco, che dovreste conoscere: è intelligente, simpatico, ma soprattutto in gamba. Ha sempre avuto un lavoro a progetto, poi il progetto è finito. E c’è Marta, filosofa, che lavorava nel campo della comunicazione a Milano, poi ha deciso di scendere a Napoli e ora lotta strenuamente alla ricerca di un lavoro, e Bianca che dopo anni di ottimo lavoro in un giornale si ritrova cassaintegrata e incasinata. E potrei continuare guardandomi attorno. C’è Elisabetta che un lavoro ce l’ha ma è precario, e la maternità non è un lusso che può permettersi. Sono tutte persone reali (con nomi inventati), in carne ed ossa. Ma è banale anche dirlo.

Perché non c’è bisogno di leggere le statistiche sulla disoccupazione, sui figli che diminuiscono da qualche anno a questa parte (e se non ci fossero gli stranieri sarebbe una catastrofe), sui problemi delle nuove forme di lavoro. Sostituisco l’inchiostro alla carne.

Lottiamo contro una precarietà che è economica e diventerà affettiva (ché a lungo andare non è facile) in un cerchio che non fa fatica a chiudersi.

E allora penso che sono stato fortunato, di una fortuna che mi sono cercato, certo. Ora ringrazio ogni santo giorno il fatto di potermi godere mia figlia. Ma poi alzo la testa, mi guardo attorno e m’incazzo. E non posso farci niente.

E manco voi, lo so.

Fonte: Cose sparse

martedì 29 ottobre 2013

Comunicato stampa corso "L'UE per i giovani"

L'UE PER I GIOVANI, INCONTRI DI FORMAZIONE E DI NETWORKING PER GIOVANI MOLTIPLICATORI FINO AI 36 ANNI

La Rappresentanza in Italia della Commissione europea e l'Ufficio di Informazione in Italia del Parlamento europeo organizzano per la prima volta a Spazio Europa incontri formativi e di networking per giovani moltiplicatori: comunicatori, progettisti, imprenditori e amministratori pubblici locali.

Il percorso “L'UE per i giovani” mira a orientare sulle fonti di informazione dell'Unione Europea e fornire un quadro generale dei nuovi programmi per il periodo 2014-2020, a favore dell'apprendimento e della mobilità, della formazione e dell'occupazione e dell'imprenditoria giovanile, nonché dei diritti e della cittadinanza.

I quattro incontri, organizzati con il supporto tecnico dell'associazione AIM – Agenzia Intercultura e Mobilità, si svolgeranno a Roma presso lo Spazio Europa nelle seguenti date:


  • 21 novembre 2013 - Comunicare l'Europa per i Giovani

A chi è rivolto: giovani comunicatori, social media managers ed esperti nell'uso dei nuovi strumenti di comunicazione online; giovani che nelle loro associazioni, istituzioni e gruppi si occupano di comunicazione, promozione delle attività e disseminazione dei risultati di progetti europei o vorrebbero iniziare a comunicare sui temi europei in maniera più professionale, con la possibilità di farne un lavoro per il futuro.

  • 27 novembre 2013 - Progettare in Europa

A chi è rivolto: giovani progettisti europei che operano all'interno di organizzazioni, enti e istituzioni attive nell'ambito della mobilità, dell'apprendimento e della formazione; operatori/animatori che fanno parte di organizzazioni giovanili e non, e, attraverso i programmi europei, aspirano a coordinare l'area progettazione per accedere ai finanziamenti a nome e per conto delle organizzazioni di provenienza.

  • 6 dicembre 2013 - Fare impresa in Europa

A chi è rivolto: giovani imprenditori o aspiranti imprenditori che hanno già un'idea di start up concreta da realizzare, rappresentanti delle associazioni di imprenditori di piccole, medie imprese e di organizzazioni giovanili e universitarie del settore

  • 22 gennaio 2014 - L'Europa per i giovani amministratori pubblici locali

A chi è rivolto: giovani amministratori pubblici locali che operano presso istituzioni comunali e segretari e presidenti di forum giovanili locali. Le attività sono strutturate per la partecipazione dalle 9:30 alle 18:30 unendo dimensione formale e metodologie per l'apprendimento non formale. Per ogni incontro ci saranno sessioni informative con panel di relatori esperti, rappresentanti delle principali istituzioni e agenzie in Italia e in Europa, condivisione di esperienze concrete e buone pratiche, workshop interattivi e dinamici facilitati da formatori AIM.

Il progetto, il programma nel dettaglio, i profili dei relatori, facilitatori ed esperti tecnici, ed il modulo di richiesta di iscrizione, si trovano sul sito: www.ueperigiovani.eu
La partecipazione è gratuita.

Per ulteriori informazioni
email: aim.infogiovani@gmail.com
Dal lunedì al venerdi dalle 14:00 alle 19:00
cell. 3801564152

Segnalazione di Marianna Addis

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martedì 1 ottobre 2013

Disoccupazione. 400mila laureati in fuga dall'Italia


E' record disoccupazione giovanile in Italia. Sono infatti 400mila italiani laureati, titolari di diplomi universitari e dottorati di ricerca, costretti a lasciare l'Italia e a vivere attualmente all'estero.

Questo è quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati dell'Ocse in occasione della diffusione dei dati Istat sull'occupazione ad agosto che evidenziano il record della disoccupazione giovanile. "Il 7,9 per cento dei 'cervellì italiani - sottolinea Coldiretti - è già stato costretto a emigrare all'estero anche per trovare migliori opportunità di lavoro che l'Italia non sembra essere in grado di offrire".

Ma non è tutto, infatti la situazione potrebbe addirittura peggiorare a breve con il 59 per cento dei giovani studenti che si è dichiarato pronto a espatriare perché non vede nel futuro prospettive occupazionali in Italia, secondo l'analisi Coldiretti/Swg. "Con la fuga dei giovani cervelli all'estero viene a meno il necessario ricambio generazionale e si mette a rischio la ripresa dell'Italia che - sottolinea Coldiretti - è nelle mani di una classe dirigente impegnata nella politica, nell'economia e nella pubblica amministrazione che ha una età media di 58 anni, la più alta tra tutti i Paesi europei. I dirigenti più anziani si trovano peraltro nel mondo economico dove il record è fatto segnare dagli istituti di credito, con l'età media dei presidenti e degli amministratori delegati dei principali gruppi bancari italiani che sfiora i 70 anni". "Il rischio - conclude Coldiretti - è che a essere vecchie siano soprattutto le idee con le quali si vuole affrontare la crisi perché l'Italia ha bisogno di pensare al futuro secondo prospettive di lungo periodo che troppi «potenti» non hanno".

Fonte: Dazebaonews.it

I cittadini soli e Silvio Berlusconi

Il rincaro dell’IVA è arrivato. Da oggi gli italiani pagheranno oltre 300 euro in più all’anno per acquistare beni di uso quotidiano, dai prodotti per la colazione al cibo per cani, ai pc e alla tecnologia, senza dimenticare la benzina. Questo avviene nella vita di tutti i giorni. Dall’altro lato, a Palazzo, Silvio Berlusconi tiene di nuovo tutti al lazo. E sebbene abbia affermato che le dimissioni dei suoi ministri sono avvenute contro il governo delle tasse, è chiaro a tutti che il popolo italiano ad oggi è l’ultimo dei suoi problemi. Tanto che – excusatio non petita, accusatio manifesta – su Facebook il Cavaliere ha tenuto a sottolineare come la situazione attuale non sia figlia delle sue beghe personali. E qui a molti, anche nel Pdl, devono essere saltati i nervi.

E’ sempre più evidente, infatti, come la politica – anche il Pd, reo di aver creduto ad una possibile intesa di governo stabile e duratura con un Berlusconi sotto processo, in odore di sentenza – si stia ormai inevitabilmente allontanando, scollando dalla società civile che va avanti per forza di inerzia - tirando i remi in barca, come si suol dire – con una disoccupazione sempre più incancrenita che oggi scopriamo ha superato per la prima volta il 40%, un precariato diffuso e le famiglie sempre più in difficoltà. La chiamano crisi e la colpa viene per lo più - bieco esercizio retorico – addossata alla situazione internazionale, ma tanta colpa di quanto stiamo vivendo sta anche nel disinteresse della politica nazionale, preoccupata da mesi di esaudire i desiderata del Pdl per assicurare al governo un minimo di continuità. Il risultato è lo stallo politico e sociale cui stiamo assistendo.

Il Pdl ha di fatto paralizzato il Paese dopo che Letta era riuscito a far muovere al governo timidi passi verso le riforme. E c’è poco da sbandierare una presunta protesta contro le tasse: un partito davvero responsabile affronta i problemi per risolverli, non si ritira. Berlusconi e i suoi l’hanno fatto, per tacer del calvario dei cittadini.

Fonte: Diritto di critica

martedì 4 giugno 2013

Crisi: le rinunce cambiano lo stile di vita degli italiani

Sei famiglie su dieci sono in seria difficoltà, il 70% taglia cure mediche e generi alimentari.

La cinghia ormai è stretta a tal punto da non trovare più appigli, oltre non si può andare e per sopravvivere gli italiani risparmiano sulla salute, eliminando visite mediche, analisi e radiografie, ma non solo.

In forte aumento (+9%) negli ultimi due anni sono coloro che si rivolgono al Supermarket "Low Cost", per acquistare i generi alimentari di prima necessità, riducendo di molto quantità e qualità dei prodotti.

In breve, la crisi non lascia scampo e la recessione continua a regnare sovrana nelle case del belpaese, cambiando radicalmente usi e abitudini, mutando in maniera tangibile un futuro diversamente roseo. 

L'espressione più alta del disagio sociale ed economico risiede nel sud del paese col 73% delle famiglie che non riesce ad arrivare neanche alla seconda settimana del mese, rispetto al 62% del centro-nord, dove in termini incrementali, la variazione diminuisce di circa undici punti percentuali, nonostante lo stallo della produzione industriale.

Cambiano i giudizi e le attese sull'attuale situazione in cui versa il paese: le opinioni a livello nazionale mostrano un quadro sociale profondamente modificato, dove la spirale dei consumi si è ridotta ai minimi storici, nonostante l'attenuazione della dinamica inflazionistica, mentre per ciò che concerne l'elevato tasso di disoccupazione elemento diretto della componente congiunturale, non sembra esserci nessuna via d'uscita imminente.

Dalla fotografia del sistema paese, esce un altro quadro, profondamente preoccupante, inerente al mercato del risparmio e degli investimenti, ridotti al limite (peraltro i dati sono confermati dalla disponibilità di denaro sottratta al consumo), e sulla stessa scia le compravendite immobiliari, con un crollo pari al 22,4%, il peggior dato dal 1985, insomma la situazione è tutt'altro che sotto controllo.

Infine, bisogna analizzare il complesso dell'attività economica nazionale in termini di Pil (prodotto interno lordo), prevedendo una nuova contrazione dell'1,3% nell'anno in corso, che non riassorbirà la crescita futura per via dell'elevato tasso di disoccupazione, (sono oltre 3 milioni le persone in cerca di lavoro), e se non s'interviene sulla crescita strutturale della nazione, difficilmente si riuscirà a spezzare questo circolo improduttivo a elevato default sistemico.

Fonte: AgoraVox Italia

domenica 2 giugno 2013

Festa della Repubblica. Un 2 giugno sobrio, senza sprechi


ROMA - Anche quest'anno si è celebrato il 67mo anniversario della proclamazione della Repubblica Italiana. Una festa "sobria", senza sprechi, come aveva chiesto il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, per via della crisi economica. Quindi anche questo 2 giugno niente Frecce Tricolori e sfarzi delle forze militari.

Napolitano ha dato il via ufficiale alla celebrazione dall'Altare della Patria, dove assieme al presidente del Senato Pietro Grasso, la Presidente della Camera Laura Boldrini, il premier Enrico Letta, il ministro della Difesa Mario Mauro, il Capo stato maggiore della difesa Luigi Pinelli Mantelli, il Capo della Marina Militare Giuseppe de Giorgi, Il Capo dell'Aeronautica Pasquale Preziosa, il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Claudio Graziano, il generale dei Carabinieri Leonardo Gallitelli ha deposto la corona di alloro sulla tomba del Milite ignoto. Era presente anche il capo della polizia Alessandro Pansa alla sua prima uscita ufficiale.

Poi ha preso il via la sfilata a via dei Fori Imperiali aperta, come sempre, dalla banda dei carabinieri che si articola in sette settori: quello delle bandiere e degli stendardi delle nazioni amiche e alleate e degli organismi internazionali; il settore dell'Esercito, quelli della Marina, dell'Aeronautica, dell'Arma dei Carabinieri; il settore dei Corpi militari e ausiliari dello Stato (Gdf, Cri, Smom); quello dei Corpi armati e non dello Stato (Forestale, polizia di Stato, Polizia penitenziaria, Vigili del fuoco, Volontari del soccorso, Servizio civile nazionale, Polizia municipale). Gli onori iniziali vengono fatti dall'Arma. Il primo settore, dei Coi, è aperto dal comandante I. La banda dell'esercito cadenza la sfilata in prossimità della tribuna presidenziale.

Il messaggio di Napolitano
«In un contesto mondiale globalizzato, segnato da mutamenti profondi, da grandi progressi e insieme da nuove minacce nonchè dal permanere di antiche tensioni, le missioni di stabilizzazione intraprese dalle organizzazioni internazionali di cui l'Italia è parte attiva costituiscono un contributo essenziale alla causa della pace, del progresso sociale e della collaborazione fra i popoli». Lo afferma il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.

Nel celebrare il 67mo anniversario della Repubblica, aggiunge il presidente della Repubblica, «rivolgo il mio pensiero deferente alla memoria dei militari italiani che in ogni tempo e luogo hanno perso la vita al servizio della Patria: ieri, nel lungo e travagliato percorso che ha reso l'Italia una nazione libera e democratica; oggi, in paesi attraversati da conflitti e devastazioni, in aiuto a popolazioni sofferenti che nella presenza delle Forze armate italiane trovano motivo di speranza e di fiducia». «Il prestigio dell'Italia nel consesso delle nazioni - prosegue - dipende in misura rilevante dall'operato sul campo - al servizio della comunità internazionale - dei nostri militari, cui sono unanimemente riconosciuti professionalità, impegno, umanità. Alle grandi sfide emergenti le Forze armate italiane rispondono con concretezza e dinamismo, attraverso una radicale ed innovativa revisione dello strumento militare come quella di recente avviata, ispirata a criteri di qualificazione della spesa, razionalizzazione interforze e integrazione europea».
Quest'ultima, conclude, «può e deve concorrere all'auspicata unità politica del continente. Ai soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri, di ogni ordine e grado ed in modo speciale a quanti in questo giorno di festa sono impegnati nei teatri operativi, giungano la gratitudine del popolo italiano e un fervido augurio. Viva le Forze armate, viva la Repubblica, viva l'Italia!»

Il ministro Zanonato a Redipuglia, la guerra di oggi è quella del lavoro
«La guerra, se così si può definire, che siamo chiamati a combattere oggi è quella per il lavoro». Lo ha affermato stamani a Redipuglia (Gorizia), il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, intervenendo alla cerimonia per le celebrazioni del 2 giugno. «Come ha ricordato il Capo dello Stato - ha detto Zanonato - c'è una vera e propria questione sociale, che va messa al centro delle istituzioni per fornire soluzioni tempestive ed efficaci alle pressanti istanze dei cittadini». Per il ministro «l'emergenza principale che intendiamo affrontare è quella dei 2,5 milioni di giovani italiani che si trovano senza lavoro o che, sfiduciati, hanno smesso di cercarlo senza essere nel contempo coinvolti in percorsi formativi».



Fonte: Dazebao