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mercoledì 1 maggio 2019
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre.Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato,l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
venerdì 8 marzo 2019
Perchè si 'festeggia' l'8 marzo
Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Dietro questa festa (termine non proprio esatto perchè in realtà si chiama Giornata internazionale della donna) c'è un significato molto importante.
La storia più conosciuta della festa della donna è senza dubbio quella che risale al 1908. In un' azienda tessile, la Cotton di New York, alcune operaie decisero di fare sciopero per denunciare le condizioni poco accettabili nelle quali erano costrette ad eseguire il proprio lavoro. La protesta continuò per alcuni giorni, fino all'8 marzo, quando i proprietari decisero di bloccare tutte le uscite dell'industria. Il destino ha voluto che scoppiasse un incendio in cui persero la vita 129 donne, alcune anche italiane, che volevano solo avere un posto migliore in cui lavorare. Questa pare sia la leggenda più conosciuta sulla festa della donna, ma non la vera storia.
La vera storia della festa della donna va fatta coincidere con il 28 febbraio del 1909, quando il Partito Socialista americano, dopo anni di discussioni, decise di organizzare una grande manifestazione in favore del diritto di voto delle donne. Dal novembre 1908 fino al febbraio 1909 furono molte le proteste e gli scioperi delle donne che desideravano un aumento e un posto di lavoro migliore. Nel 1910 venne presa in seria considerazione l'istituzione di una giornata dedicata alle donne. Il 25 marzo del 1911 successe qualcosa di molto significativo per la nascita della festa della donna. In una fabbrica di New York, la Triangle, un incendio uccise 146 persone, la maggior parte donne immigrate. Da lì in avanti le proteste delle donne iniziarono a moltiplicarsi anche in molto paesi Europei. A San Pietro Burgo, l'8 marzo 1917, le donne manifestarono il loro desiderio di porre fine alla guerra protestando nelle piazze. Questa data fu ispirazione per far istituire a Mosca la Giornata Internazionale dell'Operaia, che si celebra appunto l'8 marzo.
La festa della donna in Italia iniziò a essere commemorata nel 1922. Ma solo nel 1945 l'Unione Donne in Italia diede un certo peso a tale manifestazione, celebrando la giornata della donna nelle zone liberate dal fascismo. L'anno successivo, l'8 marzo 1946, nacque la giornata della donna: tutta Italia ricordò la celebrazione dell'anno prima. Fu scelta la mimosa come simbolo perché fiorisce nei primi giorni di marzo. Negli anni a seguire la giornata è diventata anche simbolo di reclamo di diritti e di tutela delle conquiste delle donne.
Non ci limitiamo a pensare, dunque, che è la festa dove regalare le mimose al gentil sesso e/o delle cene fuori per le donne, ma pensiamo soprattutto al significato importante che c'è dietro questa festa.
venerdì 28 settembre 2018
Cosa si è deciso sul deficit e tutto il resto
Il governo ha trovato un accordo: si farà nuovo debito pubblico per permettere le misure chiamate impropriamente "reddito di cittadinanza" e "flat tax"
Giovedì sera, dopo una riunione informale del governo durata circa quattro ore a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha approvato la nota di aggiornamento del DEF, il documento con cui il governo indica i suoi piani economici triennali e che andava aggiornato perché era stato redatto per l’ultima volta dal governo Gentiloni. Le disposizioni contenute nel DEF – che sono ancora modificabili – sono quelle da cui dipenderà gran parte della manovra economica che il governo e il Parlamento dovranno approvare entro dicembre: la legge che di fatto permette allo stato di spendere i soldi pubblici e stabilisce come.
La questione di cui si era parlato di più era quella del deficit, cioè la parte di spesa eccedente le entrate che lo Stato si concederà di fare prendendo soldi in prestito. Il governo ha deciso che per i prossimi tre anni il deficit potrà essere del 2,4 per cento rispetto al PIL, molto più di quanto previsto dal governo Gentiloni – l’Italia ha già un enorme debito pubblico – e anche di quanto auspicava il ministro dell’Economia Giovanni Tria, e abbastanza per permettere di finanziare una serie di misure molto costose e molto care al Movimento 5 Stelle, prima tra tutte il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che è in realtà un più comune sussidio per i disoccupati).
Per il “reddito di cittadinanza” è stato previsto uno stanziamento di 10 miliardi di euro, che dovrebbero permettere anche un aumento delle pensioni minime a 780 euro e l’avvio di una riforma dei centri per l’impiego. Secondo il governo queste misure riguarderanno circa 6,5 milioni di persone sotto la soglia di povertà.
La nota di aggiornamento del DEF prevede anche “l’allargamento del fisco forfettario” per le piccole imprese (quindi non i dipendenti). È quella che impropriamente viene chiamata “flat tax” (perché la “flat tax” è tale, flat, se esiste un’unica aliquota per tutti) e prevede un’aliquota del 15 per cento per i lavoratori autonomi che riguarderà anche i versamenti dell’IVA (ma per ora non i redditi guadagnati). Il DEF parla anche di arrivare nei prossimi anni a un sistema fiscale basato su due aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) del 23 per cento e del 33 per cento per tutti i contribuenti.
Tra le altre decisioni del governo ci sono anche un parziale superamento della legge Fornero, con la possibilità di andare in pensione anticipatamente per circa 400mila persone in base alla cosiddetta quota 100; un fondo da 1,5 miliardi di euro per risarcire chi ha perso soldi nel fallimento di qualche banca; e un meccanismo per permettere di chiudere contenziosi con Equitalia per cifre inferiori a 100.000 euro. È la misura che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva chiamato “pace fiscale” e che di fatto è una sorta di condono fiscale: permetterà soltanto delle entrate una tantum.
Secondo i primi calcoli fatti in base ai numeri disponibili al momento, il condono dovrà raccogliere almeno 14 miliardi di euro, oppure il deficit arriverà sopra il 3 per cento. Sia il DEF che la legge di bilancio che gli farà seguito possono ancora essere modificati in maniera radicale. Nelle prime ore del mattino, intanto, lo spread è cresciuto di circa 30 punti base.
La Commissione Europea valuterà la manovra il prossimo 16 ottobre e con questi numeri non potrà che rigettarla. A quel punto il governo avrà fino al 21 novembre per modificarla. Se non ci saranno cambiamenti, all’inizio dell’anno probabilmente sarà aperta una procedura per deficit eccessivo nei confronti del nostro paese. L’ultima procedura contro l’Italia era stata chiusa nel 2013 durante il governo Letta.
Fonte: Il Post
I ministri del Movimento 5 Stelle festeggiano l'approvazione della nota di aggiornamento del DEF, a Palazzo Chigi (Fabio Cimaglia / LaPresse)
Giovedì sera, dopo una riunione informale del governo durata circa quattro ore a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha approvato la nota di aggiornamento del DEF, il documento con cui il governo indica i suoi piani economici triennali e che andava aggiornato perché era stato redatto per l’ultima volta dal governo Gentiloni. Le disposizioni contenute nel DEF – che sono ancora modificabili – sono quelle da cui dipenderà gran parte della manovra economica che il governo e il Parlamento dovranno approvare entro dicembre: la legge che di fatto permette allo stato di spendere i soldi pubblici e stabilisce come.
La questione di cui si era parlato di più era quella del deficit, cioè la parte di spesa eccedente le entrate che lo Stato si concederà di fare prendendo soldi in prestito. Il governo ha deciso che per i prossimi tre anni il deficit potrà essere del 2,4 per cento rispetto al PIL, molto più di quanto previsto dal governo Gentiloni – l’Italia ha già un enorme debito pubblico – e anche di quanto auspicava il ministro dell’Economia Giovanni Tria, e abbastanza per permettere di finanziare una serie di misure molto costose e molto care al Movimento 5 Stelle, prima tra tutte il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che è in realtà un più comune sussidio per i disoccupati).
Per il “reddito di cittadinanza” è stato previsto uno stanziamento di 10 miliardi di euro, che dovrebbero permettere anche un aumento delle pensioni minime a 780 euro e l’avvio di una riforma dei centri per l’impiego. Secondo il governo queste misure riguarderanno circa 6,5 milioni di persone sotto la soglia di povertà.
La nota di aggiornamento del DEF prevede anche “l’allargamento del fisco forfettario” per le piccole imprese (quindi non i dipendenti). È quella che impropriamente viene chiamata “flat tax” (perché la “flat tax” è tale, flat, se esiste un’unica aliquota per tutti) e prevede un’aliquota del 15 per cento per i lavoratori autonomi che riguarderà anche i versamenti dell’IVA (ma per ora non i redditi guadagnati). Il DEF parla anche di arrivare nei prossimi anni a un sistema fiscale basato su due aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) del 23 per cento e del 33 per cento per tutti i contribuenti.
Tra le altre decisioni del governo ci sono anche un parziale superamento della legge Fornero, con la possibilità di andare in pensione anticipatamente per circa 400mila persone in base alla cosiddetta quota 100; un fondo da 1,5 miliardi di euro per risarcire chi ha perso soldi nel fallimento di qualche banca; e un meccanismo per permettere di chiudere contenziosi con Equitalia per cifre inferiori a 100.000 euro. È la misura che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva chiamato “pace fiscale” e che di fatto è una sorta di condono fiscale: permetterà soltanto delle entrate una tantum.
Secondo i primi calcoli fatti in base ai numeri disponibili al momento, il condono dovrà raccogliere almeno 14 miliardi di euro, oppure il deficit arriverà sopra il 3 per cento. Sia il DEF che la legge di bilancio che gli farà seguito possono ancora essere modificati in maniera radicale. Nelle prime ore del mattino, intanto, lo spread è cresciuto di circa 30 punti base.
La Commissione Europea valuterà la manovra il prossimo 16 ottobre e con questi numeri non potrà che rigettarla. A quel punto il governo avrà fino al 21 novembre per modificarla. Se non ci saranno cambiamenti, all’inizio dell’anno probabilmente sarà aperta una procedura per deficit eccessivo nei confronti del nostro paese. L’ultima procedura contro l’Italia era stata chiusa nel 2013 durante il governo Letta.
Fonte: Il Post
venerdì 7 settembre 2018
C’è un accordo su ILVA
In cambio della cessione della più grande acciaieria d'Europa, la società ArcelorMittal assumerà subito 10.700 degli attuali dipendenti e non farà esuberi
I sindacati italiani dei lavoratori metalmeccanici e la multinazionale ArcelorMittal hanno firmato l’accordo occupazionale su ILVA, la grande acciaieria di Taranto. L’accordo prevede l’assunzione diretta di 10.700 persone, mentre ad altri 3.100 operai sarà offerto un incentivo all’esodo di un valore complessivo di 250 milioni di euro, circa centomila euro a testa, e riceveranno una nuova offerta di lavoro dalla stessa ArcelorMittal per restare occupati almeno fino al 2023.
Le trattative, iniziate ieri, sono proseguite tutta la notte al ministero per lo Sviluppo economico con la partecipazione del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Tutti i principali leader dei sindacati dei metalmeccanici che hanno condotto le trattative hanno detto di essere soddisfatti dell’accordo. Ora il testo sarà sottoposto al voto degli operai, che in teoria dovrebbero approvarlo a larga maggioranza. Soltanto dopo arriverà la firma formale dell’intesa.
Rispetto all’accordo precedente, che era stato raggiunto dall’ex ministro Carlo Calenda, questo accordo comporta l’assunzione immediata di 700 lavoratori in più. Inoltre non è più previsto l’intervento di Invitalia, una società di investimento pubblica che avrebbe dovuto assorbire gli esuberi. In base al nuovo accordo, degli esuberi si farà carico ArcelorMittal, offrendo posti di lavoro in altre aziende del gruppo senza penalizzazioni salariali o in termini di diritti. Altre 300 assunzioni sono state ottenute dalla trattativa avvenuta questa notte, che ha portato a un ulteriore miglioramento per i sindacati dell’offerta fatta da ArcelorMittal ieri pomeriggio.
L’accordo è arrivato nonostante le promesse fatte dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale, quando il suo fondatore Beppe Grillo aveva chiesto la chiusura totale dell’ILVA e la sua riconversione ad altre produzioni. L’ILVA di Taranto è una delle più grande acciaierie d’Europa ed è più estesa dell’intero abitato di Taranto. Negli anni però è stata responsabile di un grave inquinamento dell’area circostante e l’azienda che la gestiva in precedenza ha commesso svariate violazioni della normativa ambientale, ragione per cui nel 2012 la magistratura ne aveva ordinato il sequestro, innescando il lungo processo che attraverso il commissariamento pubblico ha portato l’acciaieria a essere venduta, all’inizio di quest’anno, al consorzio indiano ArcelorMittal. Il passaggio di proprietà era previsto per la metà di settembre, quindi sindacati e governo avevano pochi giorni per ultimare l’accordo e fare ulteriori richieste alla società.
Le trattative però sono rimaste in sospeso per mesi, principalmente a causa della volontà del ministro Di Maio che, in alcuni momenti, è sembrato incline a mantenere le promesse del fondatore del Movimento e bloccare l’intera acquisizione. Di Maio, per esempio, ha sostenuto che l’intera gara con cui ArcelorMittal si era aggiudicata l’acciaieria fosse irregolare. Alla fine, però, la procedura è risultata regolare e, dopo settimane di trattative culminate ieri notte, i sindacati sono riusciti a spuntare migliori condizioni in termini occupazionali, mentre il ministero ha ottenuto ulteriori garanzie dal punto di vista ambientale, con l’anticipo della copertura dei parchi minerari dal 2020 al 2019.
Fonte: Il Post
(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
I sindacati italiani dei lavoratori metalmeccanici e la multinazionale ArcelorMittal hanno firmato l’accordo occupazionale su ILVA, la grande acciaieria di Taranto. L’accordo prevede l’assunzione diretta di 10.700 persone, mentre ad altri 3.100 operai sarà offerto un incentivo all’esodo di un valore complessivo di 250 milioni di euro, circa centomila euro a testa, e riceveranno una nuova offerta di lavoro dalla stessa ArcelorMittal per restare occupati almeno fino al 2023.
Le trattative, iniziate ieri, sono proseguite tutta la notte al ministero per lo Sviluppo economico con la partecipazione del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Tutti i principali leader dei sindacati dei metalmeccanici che hanno condotto le trattative hanno detto di essere soddisfatti dell’accordo. Ora il testo sarà sottoposto al voto degli operai, che in teoria dovrebbero approvarlo a larga maggioranza. Soltanto dopo arriverà la firma formale dell’intesa.
Rispetto all’accordo precedente, che era stato raggiunto dall’ex ministro Carlo Calenda, questo accordo comporta l’assunzione immediata di 700 lavoratori in più. Inoltre non è più previsto l’intervento di Invitalia, una società di investimento pubblica che avrebbe dovuto assorbire gli esuberi. In base al nuovo accordo, degli esuberi si farà carico ArcelorMittal, offrendo posti di lavoro in altre aziende del gruppo senza penalizzazioni salariali o in termini di diritti. Altre 300 assunzioni sono state ottenute dalla trattativa avvenuta questa notte, che ha portato a un ulteriore miglioramento per i sindacati dell’offerta fatta da ArcelorMittal ieri pomeriggio.
L’accordo è arrivato nonostante le promesse fatte dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale, quando il suo fondatore Beppe Grillo aveva chiesto la chiusura totale dell’ILVA e la sua riconversione ad altre produzioni. L’ILVA di Taranto è una delle più grande acciaierie d’Europa ed è più estesa dell’intero abitato di Taranto. Negli anni però è stata responsabile di un grave inquinamento dell’area circostante e l’azienda che la gestiva in precedenza ha commesso svariate violazioni della normativa ambientale, ragione per cui nel 2012 la magistratura ne aveva ordinato il sequestro, innescando il lungo processo che attraverso il commissariamento pubblico ha portato l’acciaieria a essere venduta, all’inizio di quest’anno, al consorzio indiano ArcelorMittal. Il passaggio di proprietà era previsto per la metà di settembre, quindi sindacati e governo avevano pochi giorni per ultimare l’accordo e fare ulteriori richieste alla società.
Le trattative però sono rimaste in sospeso per mesi, principalmente a causa della volontà del ministro Di Maio che, in alcuni momenti, è sembrato incline a mantenere le promesse del fondatore del Movimento e bloccare l’intera acquisizione. Di Maio, per esempio, ha sostenuto che l’intera gara con cui ArcelorMittal si era aggiudicata l’acciaieria fosse irregolare. Alla fine, però, la procedura è risultata regolare e, dopo settimane di trattative culminate ieri notte, i sindacati sono riusciti a spuntare migliori condizioni in termini occupazionali, mentre il ministero ha ottenuto ulteriori garanzie dal punto di vista ambientale, con l’anticipo della copertura dei parchi minerari dal 2020 al 2019.
Fonte: Il Post
martedì 1 maggio 2018
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
giovedì 8 marzo 2018
Perchè si 'festeggia' l'8 marzo
Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Dietro questa festa (termine non proprio esatto perchè in realtà si chiama Giornata internazionale della donna) c'è un significato molto importante.
La storia più conosciuta della festa della donna è senza dubbio quella che risale al 1908. In un' azienda tessile, la Cotton di New York, alcune operaie decisero di fare sciopero per denunciare le condizioni poco accettabili nelle quali erano costrette ad eseguire il proprio lavoro. La protesta continuò per alcuni giorni, fino all'8 marzo, quando i proprietari decisero di bloccare tutte le uscite dell'industria. Il destino ha voluto che scoppiasse un incendio in cui persero la vita 129 donne, alcune anche italiane, che volevano solo avere un posto migliore in cui lavorare. Questa pare sia la leggenda più conosciuta sulla festa della donna, ma non la vera storia.
La vera storia della festa della donna va fatta coincidere con il 28 febbraio del 1909, quando il Partito Socialista americano, dopo anni di discussioni, decise di organizzare una grande manifestazione in favore del diritto di voto delle donne. Dal novembre 1908 fino al febbraio 1909 furono molte le proteste e gli scioperi delle donne che desideravano un aumento e un posto di lavoro migliore. Nel 1910 venne presa in seria considerazione l'istituzione di una giornata dedicata alle donne. Il 25 marzo del 1911 successe qualcosa di molto significativo per la nascita della festa della donna. In una fabbrica di New York, la Triangle, un incendio uccise 146 persone, la maggior parte donne immigrate. Da lì in avanti le proteste delle donne iniziarono a moltiplicarsi anche in molto paesi Europei. A San Pietro Burgo, l'8 marzo 1917, le donne manifestarono il loro desiderio di porre fine alla guerra protestando nelle piazze. Questa data fu ispirazione per far istituire a Mosca la Giornata Internazionale dell'Operaia, che si celebra appunto l'8 marzo.
La festa della donna in Italia iniziò a essere commemorata nel 1922. Ma solo nel 1945 l'Unione Donne in Italia diede un certo peso a tale manifestazione, celebrando la giornata della donna nelle zone liberate dal fascismo. L'anno successivo, l'8 marzo 1946, nacque la giornata della donna: tutta Italia ricordò la celebrazione dell'anno prima. Fu scelta la mimosa come simbolo perché fiorisce nei primi giorni di marzo. Negli anni a seguire la giornata è diventata anche simbolo di reclamo di diritti e di tutela delle conquiste delle donne.
Non ci limitiamo a pensare, dunque, che è la festa dove regalare le mimose al gentil sesso e/o delle cene fuori per le donne, ma pensiamo soprattutto al significato importante che c'è dietro questa festa.
martedì 20 febbraio 2018
Il caso Embraco, spiegato
Le cose da sapere sulla chiusura di uno stabilimento di compressori per frigoriferi in provincia di Torino e la reazione del governo italiano
Stamattina diversi quotidiani hanno aperto le loro prime pagine con la vicenda di Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia. Il caso va avanti da un mese ma ieri è tornato attuale a causa delle dichiarazioni molto battagliere del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ha interrotto le trattative con l’azienda per salvare i posti di lavoro, accusandola di «totale irresponsabilità». Per oggi è previsto un incontro fra Calenda e Margrethe Vestager, la Commissaria europea alla concorrenza, per capire se la decisione di Embraco rispetti le norme europee.
Dall’inizio
Lo stabilimento di Riva di Chieri era stato costruito negli anni Settanta da Fiat Aspera, la divisione di Fiat che produceva frigoriferi. Nel 1985 Fiat vendette il comparto Aspera a Whirpool, la principale multinazionale americana di elettrodomestici, che investì molto e spinse la produzione al massimo. Alla fine degli anni Novanta lo stabilimento impiegava circa 2.500 persone. Nel 2000 Whirpool lo cedette alla sua controllata Embraco, e iniziarono le difficoltà. Repubblica ricorda che la primissima crisi avvenne nel 2004, quando Embraco aprì uno stabilimento in Slovacchia e ridusse il lavoro a Riva di Chieri:
Embraco annuncia 812 esuberi. La Regione stanzia 7,7 milioni e si compra una parte dello stabilimento con l’obiettivo di affittarlo ad altre imprese, il governo mette altri 5 milioni, mentre la Provincia di Torino eroga 500 mila euro per la formazione. In cambio, Embraco investe e fa ripartire la fabbrica. Circa 420 addetti vengono lasciati a casa con la promessa di essere assunti dalle aziende in arrivo nell’area, ma l’operazione non decolla.
Nel 2014 Embraco minacciò di nuovo di lasciare l’Italia. Per farle cambiare idea, la Regione firmò un protocollo di intesa di due milioni di euro, e in cambio Embraco si impegnò a fare nuovi investimenti. Nel frattempo i dipendenti hanno continuato a diminuire, fino ad arrivare ai 537 di oggi.
La nuova crisi è iniziata a novembre del 2017, quando la società aveva annunciato una riduzione della produzione nello stabilimento di Riva di Chieri: un’azione che sembrava indicare la volontà di ridurre in maniera permanente il numero di operai impiegati, e spostare gran parte della produzione in Slovacchia. A gennaio i timori degli operai si sono rivelati fondati: Embraco ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e quasi 500 operai hanno ricevuto una lettera che annunciava il licenziamento collettivo.
Il tavolo del ministero
A quel punto è intervenuto il ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Carlo Calenda, che ha aperto un negoziato per trovare una soluzione. Dieci giorni fa il ministero aveva chiesto a Embraco di ritirare i licenziamenti e trasformarli in cassa integrazione, in modo da ridurre almeno in parte il costo degli operai per l’azienda (durante la cassa integrazione parte del loro stipendio viene pagato dallo Stato) e prendere tempo.
Nel frattempo si sarebbero cercate altre soluzioni possibili: per esempio un nuovo accordo per mantenere la produzione in Italia oppure la vendita a una società in grado di mantenere in piedi lo stabilimento e al lavoro i suoi operai. Se Embraco non avesse accettato la proposta di cassa integrazione, aveva detto Calenda, il governo l’avrebbe considerata una «dichiarazione di guerra».
Ieri Embraco ha confermato la sua intenzione di proseguire nei licenziamenti e ha respinto la proposta di cassa integrazione. Al suo posto ha offerto di riassumere gli operai licenziati con contratti part time fino a novembre. Calenda, i sindacati e il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, hanno tutti dichiarato inaccettabile la proposta e hanno fatto capire che considerano fondamentale mantenere la continuità con i contratti che gli operai hanno oggi. Fare nuovi contratti agli operai, infatti, comporta che retribuzioni e anzianità ripartano da zero, senza tenere conto dei livelli raggiunti.
Calenda sostiene che fra l’offerta di Embraco e la controproposta del ministero non ci siano differenze dal punto di vista economico. La cassa integrazione consente però di «fare un percorso di reindustrializzazione e continuità», come ha detto Calenda: in pratica, mantenere aperta la fabbrica renderebbe più facile la cessione a una nuova azienda. «Anche perché ci sono degli imprenditori interessati», ha ricordato Calenda all’ANSA. Parlando con Radio24, il ministro dello Sviluppo Economico ha detto che Embraco ha rifiutato la proposta per motivi incomprensibili: «la risposta è stata no perché abbiamo già annunciato ai mercati che licenziamo. [Per questo] non li ho voluti incontrare e li ho mandati a casa perché è un modo di fare che è del tutto inaccettabile».
E ora?
I lavoratori di Embraco hanno chiesto aiuto in tutte le direzioni: sono stati ricevuti da Papa Francesco, hanno messo in piedi un presidio a Sanremo durante il Festival e sfilato più volte in corteo. Il loro contratto scadrà il 25 marzo, tre settimane dopo le elezioni politiche.
Non è chiaro cosa Calenda potrà ottenere dall’incontro di oggi con Vestager. L’Unione Europea non ha delle regole molto stringenti sulla concorrenza interna: ha reagito solamente nel 2014 al problema del distacco transnazionale – cioè quello dei lavoratori spesso di origine est europea che vengono “trasferiti” in paesi più ricchi ma sono pagati con gli standard del paese d’origine – ma non pone limiti alla delocalizzazione all’interno dell’Unione, come potrebbe avvenire nel caso di Embraco. La Slovacchia ha ottenuto 20 miliardi di euro da spendere fra il 2014 e il 2020 per stimolare la propria economia, e Calenda teme che il governo slovacco li stia impiegando per mantenere bassissime le tasse sul lavoro, così da invogliare le aziende degli altri paesi europei a investire sul proprio territorio.
Intanto la Guardia di Finanza sta valutando se la decisione possa violare le leggi italiane sugli aiuti di stato, visto che Embraco ne ha ottenuti diversi sin dagli anni Duemila. Venerdì scorso la guardia di Finanza ha fatto un controllo nello stabilimento di Riva di Chieri e fotografato i macchinari acquistati alcuni anni fa con i fondi regionali.
Fonte: Il Post
Il presidente della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, e il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Roma, 19 febbraio 2018 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)
Stamattina diversi quotidiani hanno aperto le loro prime pagine con la vicenda di Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia. Il caso va avanti da un mese ma ieri è tornato attuale a causa delle dichiarazioni molto battagliere del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ha interrotto le trattative con l’azienda per salvare i posti di lavoro, accusandola di «totale irresponsabilità». Per oggi è previsto un incontro fra Calenda e Margrethe Vestager, la Commissaria europea alla concorrenza, per capire se la decisione di Embraco rispetti le norme europee.
Dall’inizio
Lo stabilimento di Riva di Chieri era stato costruito negli anni Settanta da Fiat Aspera, la divisione di Fiat che produceva frigoriferi. Nel 1985 Fiat vendette il comparto Aspera a Whirpool, la principale multinazionale americana di elettrodomestici, che investì molto e spinse la produzione al massimo. Alla fine degli anni Novanta lo stabilimento impiegava circa 2.500 persone. Nel 2000 Whirpool lo cedette alla sua controllata Embraco, e iniziarono le difficoltà. Repubblica ricorda che la primissima crisi avvenne nel 2004, quando Embraco aprì uno stabilimento in Slovacchia e ridusse il lavoro a Riva di Chieri:
Embraco annuncia 812 esuberi. La Regione stanzia 7,7 milioni e si compra una parte dello stabilimento con l’obiettivo di affittarlo ad altre imprese, il governo mette altri 5 milioni, mentre la Provincia di Torino eroga 500 mila euro per la formazione. In cambio, Embraco investe e fa ripartire la fabbrica. Circa 420 addetti vengono lasciati a casa con la promessa di essere assunti dalle aziende in arrivo nell’area, ma l’operazione non decolla.
Nel 2014 Embraco minacciò di nuovo di lasciare l’Italia. Per farle cambiare idea, la Regione firmò un protocollo di intesa di due milioni di euro, e in cambio Embraco si impegnò a fare nuovi investimenti. Nel frattempo i dipendenti hanno continuato a diminuire, fino ad arrivare ai 537 di oggi.
La nuova crisi è iniziata a novembre del 2017, quando la società aveva annunciato una riduzione della produzione nello stabilimento di Riva di Chieri: un’azione che sembrava indicare la volontà di ridurre in maniera permanente il numero di operai impiegati, e spostare gran parte della produzione in Slovacchia. A gennaio i timori degli operai si sono rivelati fondati: Embraco ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e quasi 500 operai hanno ricevuto una lettera che annunciava il licenziamento collettivo.
Il tavolo del ministero
A quel punto è intervenuto il ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Carlo Calenda, che ha aperto un negoziato per trovare una soluzione. Dieci giorni fa il ministero aveva chiesto a Embraco di ritirare i licenziamenti e trasformarli in cassa integrazione, in modo da ridurre almeno in parte il costo degli operai per l’azienda (durante la cassa integrazione parte del loro stipendio viene pagato dallo Stato) e prendere tempo.
Nel frattempo si sarebbero cercate altre soluzioni possibili: per esempio un nuovo accordo per mantenere la produzione in Italia oppure la vendita a una società in grado di mantenere in piedi lo stabilimento e al lavoro i suoi operai. Se Embraco non avesse accettato la proposta di cassa integrazione, aveva detto Calenda, il governo l’avrebbe considerata una «dichiarazione di guerra».
Ieri Embraco ha confermato la sua intenzione di proseguire nei licenziamenti e ha respinto la proposta di cassa integrazione. Al suo posto ha offerto di riassumere gli operai licenziati con contratti part time fino a novembre. Calenda, i sindacati e il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, hanno tutti dichiarato inaccettabile la proposta e hanno fatto capire che considerano fondamentale mantenere la continuità con i contratti che gli operai hanno oggi. Fare nuovi contratti agli operai, infatti, comporta che retribuzioni e anzianità ripartano da zero, senza tenere conto dei livelli raggiunti.
Calenda sostiene che fra l’offerta di Embraco e la controproposta del ministero non ci siano differenze dal punto di vista economico. La cassa integrazione consente però di «fare un percorso di reindustrializzazione e continuità», come ha detto Calenda: in pratica, mantenere aperta la fabbrica renderebbe più facile la cessione a una nuova azienda. «Anche perché ci sono degli imprenditori interessati», ha ricordato Calenda all’ANSA. Parlando con Radio24, il ministro dello Sviluppo Economico ha detto che Embraco ha rifiutato la proposta per motivi incomprensibili: «la risposta è stata no perché abbiamo già annunciato ai mercati che licenziamo. [Per questo] non li ho voluti incontrare e li ho mandati a casa perché è un modo di fare che è del tutto inaccettabile».
E ora?
I lavoratori di Embraco hanno chiesto aiuto in tutte le direzioni: sono stati ricevuti da Papa Francesco, hanno messo in piedi un presidio a Sanremo durante il Festival e sfilato più volte in corteo. Il loro contratto scadrà il 25 marzo, tre settimane dopo le elezioni politiche.
Non è chiaro cosa Calenda potrà ottenere dall’incontro di oggi con Vestager. L’Unione Europea non ha delle regole molto stringenti sulla concorrenza interna: ha reagito solamente nel 2014 al problema del distacco transnazionale – cioè quello dei lavoratori spesso di origine est europea che vengono “trasferiti” in paesi più ricchi ma sono pagati con gli standard del paese d’origine – ma non pone limiti alla delocalizzazione all’interno dell’Unione, come potrebbe avvenire nel caso di Embraco. La Slovacchia ha ottenuto 20 miliardi di euro da spendere fra il 2014 e il 2020 per stimolare la propria economia, e Calenda teme che il governo slovacco li stia impiegando per mantenere bassissime le tasse sul lavoro, così da invogliare le aziende degli altri paesi europei a investire sul proprio territorio.
Intanto la Guardia di Finanza sta valutando se la decisione possa violare le leggi italiane sugli aiuti di stato, visto che Embraco ne ha ottenuti diversi sin dagli anni Duemila. Venerdì scorso la guardia di Finanza ha fatto un controllo nello stabilimento di Riva di Chieri e fotografato i macchinari acquistati alcuni anni fa con i fondi regionali.
Fonte: Il Post
venerdì 9 febbraio 2018
È stato rinnovato il contratto della scuola
Ci saranno aumenti medi sullo stipendio pari a 85 euro lordi mensili e riguarderà più di un milione di persone
Il governo e alcuni sindacati hanno raggiunto un accordo sul rinnovo del contratto della scuola e l’aumento degli stipendi che riguarderà 1 milione e 200 mila persone tra docenti, personale ATA, ricercatori, tecnici e amministrativi. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da Doc Cgil, Cisl e Uil scuola, mentre sono rimasti fuori Snals e Gilda. Come scrivono oggi diversi giornali erano quasi dieci anni che il contratto della scuola non veniva rinnovato.
Gli aumenti stabiliti andranno da un minimo di 81 euro ad un massimo di circa 111. A questa cifra si aggiungerà anche il bonus di 200 milioni di euro per il merito che è stato diviso in due parti. Una prima parte (pari a 100 milioni di euro) andrà direttamente negli stipendi, l’altra parte servirà per valutare i docenti e premiarli di conseguenza.
Come si spiega Orizzonte Scuola, gli aumenti più bassi riguarderanno le maestre e i maestri delle scuole dell’infanzia, della primaria e i docenti diplomati delle medie che hanno una bassa anzianità di servizio. Le cifre più alte riguarderanno i docenti laureati che insegnano alle superiori con più di 35 anni di servizio. L’aumento medio sullo stipendio sarà comunque pari a 85 euro lordi mensili da suddividere in tre annualità.
Gli aumenti coinvolgono anche il personale ATA amministrativo, tecnico e ausiliario. Per i collaboratori scolastici gli aumenti andranno da 80,40 euro, per chi ha fino a 8 anni di servizio, fino a 88,40 euro, per chi ha 35 anni di servizio. Per i coordinatori amministrativi e tecnici andranno dagli 81,20 euro fino a 90,20 euro. I dirigenti scolastici, infine, avranno aumenti da 81,50 euro fino a 105,50.
Dopo la firma, i sindacati hanno fatto sapere che «il contratto segna una svolta significativa sul terreno delle relazioni sindacali, riportando alla contrattazione materie importanti come la formazione e le risorse destinate alla valorizzazione professionale».
Fonte: Il Post
Studenti e un'insegnante dell'Istituto comprensivo di Manzano, in provincia di Udine (ANSA)
Il governo e alcuni sindacati hanno raggiunto un accordo sul rinnovo del contratto della scuola e l’aumento degli stipendi che riguarderà 1 milione e 200 mila persone tra docenti, personale ATA, ricercatori, tecnici e amministrativi. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da Doc Cgil, Cisl e Uil scuola, mentre sono rimasti fuori Snals e Gilda. Come scrivono oggi diversi giornali erano quasi dieci anni che il contratto della scuola non veniva rinnovato.
Gli aumenti stabiliti andranno da un minimo di 81 euro ad un massimo di circa 111. A questa cifra si aggiungerà anche il bonus di 200 milioni di euro per il merito che è stato diviso in due parti. Una prima parte (pari a 100 milioni di euro) andrà direttamente negli stipendi, l’altra parte servirà per valutare i docenti e premiarli di conseguenza.
Come si spiega Orizzonte Scuola, gli aumenti più bassi riguarderanno le maestre e i maestri delle scuole dell’infanzia, della primaria e i docenti diplomati delle medie che hanno una bassa anzianità di servizio. Le cifre più alte riguarderanno i docenti laureati che insegnano alle superiori con più di 35 anni di servizio. L’aumento medio sullo stipendio sarà comunque pari a 85 euro lordi mensili da suddividere in tre annualità.
Gli aumenti coinvolgono anche il personale ATA amministrativo, tecnico e ausiliario. Per i collaboratori scolastici gli aumenti andranno da 80,40 euro, per chi ha fino a 8 anni di servizio, fino a 88,40 euro, per chi ha 35 anni di servizio. Per i coordinatori amministrativi e tecnici andranno dagli 81,20 euro fino a 90,20 euro. I dirigenti scolastici, infine, avranno aumenti da 81,50 euro fino a 105,50.
Dopo la firma, i sindacati hanno fatto sapere che «il contratto segna una svolta significativa sul terreno delle relazioni sindacali, riportando alla contrattazione materie importanti come la formazione e le risorse destinate alla valorizzazione professionale».
Fonte: Il Post
venerdì 2 febbraio 2018
Cos’è questa storia dei “braccialetti elettronici” di Amazon?
La versione lunga è che è solo un brevetto, non si sa se sarà realizzato, comunque non servirebbe a controllare i lavoratori; la versione breve è che siamo in campagna elettorale
Nel corso di un incontro a Roma con i volontari della campagna elettorale del PD, giovedì pomeriggio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto – parlando di lavoro – che «è facile declamare sui temi del lavoro, ma la sfida ossessiva per chi governa è di costruire lavoro di qualità e non lavoro con il braccialetto». Se il tema generale del discorso sembra piuttosto chiaro, il riferimento al “lavoro con il braccialetto” non lo sarebbe stato fino a poche ore prima, quando i principali giornali italiani avevano riportato la notizia di un nuovo dispositivo progettato dalla grande società di e-commerce Amazon: un braccialetto elettronico da far indossare ai lavoratori dei suoi magazzini per rendere più efficiente il loro lavoro.
Gentiloni non è stato l’unico politico che ieri ha fatto riferimento al braccialetto elettronico di Amazon. Ne avevano già scritto su Twitter con gli stessi toni anche la presidente della Camera Laura Boldrini e il presidente del Senato Pietro Grasso, entrambi candidati con Liberi e Uguali alle prossime elezioni, e la notizia è stata per diverse ore nelle homepage dei principali siti italiani di news. Il braccialetto elettronico per controllare i lavoratori, tuttavia, non esiste.
Quello di cui si è parlato sui giornali – spesso con toni molto allarmisti e preoccupati – è per ora solo un brevetto, che fu depositato da Amazon due anni fa, nel 2016, e che solo recentemente è stato riconosciuto come valido. Il New York Times ha scritto che Amazon non ha voluto commentare la notizia del brevetto, ma che non ci sono per ora prove che voglia davvero produrre e far indossare ai suoi dipendenti i braccialetti elettronici: e d’altra parte è noto che aziende di quelle dimensioni depositano moltissimi brevetti anche solo per avvantaggiarsi sulla concorrenza, prima ancora di decidere se produrre, usare o meno quei dispositivi. La maggior parte restano solo brevetti.
Anche se i braccialetti fossero prodotti e distribuiti ai lavoratori dei magazzini, comunque, non servirebbero a “controllarli”, come sembrano suggerire i commenti dei politici italiani. Il fraintendimento – forse – è dovuto alla somiglianza dell’idea dei braccialetti elettronici di Amazon con quella dei braccialetti elettronici che vengono usati negli Stati Uniti per controllare i movimenti dei detenuti in libertà provvisoria. Come è spiegato sul brevetto del dispositivo, i braccialetti di Amazon servirebbero solo per aiutare i dipendenti a trovare la giusta merce sugli enormi scaffali dei magazzini della società.
GeekWire, il sito di tecnologia che per primo ha riportato la notizia dei brevetti, ha scritto che i braccialetti si triangolerebbero con dei sensori sugli scaffali dei prodotti in modo da sapere immediatamente se i dipendenti hanno preso il giusto prodotto dalla mensola. I braccialetti servirebbero quindi a misurare la posizione della mano di un dipendente in relazione a uno scaffale, e non a controllarne i movimenti durante l’orario di lavoro. Secondo GeekWire il braccialetto potrebbe anche vibrare per far capire al dipendente che lo indossa se ha preso il prodotto corretto dallo scaffale, una verifica che ora viene fatta successivamente con altri sistemi di controllo automatici.
Amazon è spesso stata criticata per le condizioni di lavoro delle persone impiegate nei suoi magazzini, che hanno raccontato di essere sottoposte a turni molto serrati e ritmi a volte estenuanti. Un ex dipendente di Amazon nel Regno Unito ha detto al New York Times che braccialetti come quelli del brevetto potrebbero far risparmiare tempo ai lavoratori, evitando errori inutili, ma che il rischio è comunque che si traducano in un eccessivo controllo sul loro lavoro.
Fonte: Il Post
Una dipendente di Amazon in un deposito a Romeoville, in Illinois, Stati Uniti (Scott Olson/Getty Images)
Nel corso di un incontro a Roma con i volontari della campagna elettorale del PD, giovedì pomeriggio il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto – parlando di lavoro – che «è facile declamare sui temi del lavoro, ma la sfida ossessiva per chi governa è di costruire lavoro di qualità e non lavoro con il braccialetto». Se il tema generale del discorso sembra piuttosto chiaro, il riferimento al “lavoro con il braccialetto” non lo sarebbe stato fino a poche ore prima, quando i principali giornali italiani avevano riportato la notizia di un nuovo dispositivo progettato dalla grande società di e-commerce Amazon: un braccialetto elettronico da far indossare ai lavoratori dei suoi magazzini per rendere più efficiente il loro lavoro.
Gentiloni non è stato l’unico politico che ieri ha fatto riferimento al braccialetto elettronico di Amazon. Ne avevano già scritto su Twitter con gli stessi toni anche la presidente della Camera Laura Boldrini e il presidente del Senato Pietro Grasso, entrambi candidati con Liberi e Uguali alle prossime elezioni, e la notizia è stata per diverse ore nelle homepage dei principali siti italiani di news. Il braccialetto elettronico per controllare i lavoratori, tuttavia, non esiste.
Quello di cui si è parlato sui giornali – spesso con toni molto allarmisti e preoccupati – è per ora solo un brevetto, che fu depositato da Amazon due anni fa, nel 2016, e che solo recentemente è stato riconosciuto come valido. Il New York Times ha scritto che Amazon non ha voluto commentare la notizia del brevetto, ma che non ci sono per ora prove che voglia davvero produrre e far indossare ai suoi dipendenti i braccialetti elettronici: e d’altra parte è noto che aziende di quelle dimensioni depositano moltissimi brevetti anche solo per avvantaggiarsi sulla concorrenza, prima ancora di decidere se produrre, usare o meno quei dispositivi. La maggior parte restano solo brevetti.
Anche se i braccialetti fossero prodotti e distribuiti ai lavoratori dei magazzini, comunque, non servirebbero a “controllarli”, come sembrano suggerire i commenti dei politici italiani. Il fraintendimento – forse – è dovuto alla somiglianza dell’idea dei braccialetti elettronici di Amazon con quella dei braccialetti elettronici che vengono usati negli Stati Uniti per controllare i movimenti dei detenuti in libertà provvisoria. Come è spiegato sul brevetto del dispositivo, i braccialetti di Amazon servirebbero solo per aiutare i dipendenti a trovare la giusta merce sugli enormi scaffali dei magazzini della società.
GeekWire, il sito di tecnologia che per primo ha riportato la notizia dei brevetti, ha scritto che i braccialetti si triangolerebbero con dei sensori sugli scaffali dei prodotti in modo da sapere immediatamente se i dipendenti hanno preso il giusto prodotto dalla mensola. I braccialetti servirebbero quindi a misurare la posizione della mano di un dipendente in relazione a uno scaffale, e non a controllarne i movimenti durante l’orario di lavoro. Secondo GeekWire il braccialetto potrebbe anche vibrare per far capire al dipendente che lo indossa se ha preso il prodotto corretto dallo scaffale, una verifica che ora viene fatta successivamente con altri sistemi di controllo automatici.
Amazon è spesso stata criticata per le condizioni di lavoro delle persone impiegate nei suoi magazzini, che hanno raccontato di essere sottoposte a turni molto serrati e ritmi a volte estenuanti. Un ex dipendente di Amazon nel Regno Unito ha detto al New York Times che braccialetti come quelli del brevetto potrebbero far risparmiare tempo ai lavoratori, evitando errori inutili, ma che il rischio è comunque che si traducano in un eccessivo controllo sul loro lavoro.
Fonte: Il Post
mercoledì 25 ottobre 2017
Dal 2019 si andrà in pensione a 67 anni?
L'ISTAT ha confermato l'aumento dell'aspettativa di vita, il governo ha detto che si adeguerà alla riforma Fornero, che prevede un aumento dell'età legale di pensionamento
L’ISTAT ha confermato ieri che per gli italiani che hanno 65 anni l’aspettativa di vita è cresciuta di cinque mesi rispetto al 2013. La principale conseguenze di questa stima è che dal primo gennaio 2019 l’età di pensione legale, cioè l’età a cui si andrà in pensione se non saranno soddisfatti prima altri requisiti, salirà a 67 anni rispetto agli attuali 66 anni e 7 mesi. Salirà anche l’età prevista per la pensione anticipata, quella che si può ottenere a qualsiasi età a condizione di aver versato un certo numero di anni di contributi. Questo aumento è frutto di tre fattori: la riforma Fornero, che impone un adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, le stime delle ISTAT e infine la decisione del governo di non intervenire per bloccare l’aumento dell’età pensionabile.
Nel corso dell’estate si era parlato molto della possibilità di sospendere l’aumento dell’età pensionabile. A chiederlo erano stati soprattutto i sindacati (che sono composti in gran parte da pensionati) e diversi esponenti di quasi tutte le forze politiche, come i membri della commissione Lavoro Cesare Damiano, del PD, e Maurizio Sacconi, di Forza Italia. All’inizio il governo sembrava incline ad assecondare le richieste, ma alla fine dello scorso settembre una serie di indiscrezioni filtrate dal ministero dell’Economia e da quello del Lavoro avevano lasciato intendere che il governo non aveva le risorse sufficienti a bloccare l’aumento. Sia il presidente dell’INPS Tito Boeri che la Ragioneria generale dello Stato avevano avvertito il governo che la sospensione dell’aumento dell’età pensionabile avrebbe messo seriamente a rischio la tenuta dei conti pubblici nei prossimi anni.
La riforma delle pensioni Fornero, approvata nel 2011, prevede che l’età di pensione legale venga aumentata semi-automaticamente al crescere delle aspettative di vita, una norma pensata per mantenere sostenibile il sistema pensionistico sul lungo periodo. La riforma prevede che l’età pensionabile venga aumentata a partire dal 2019 con un provvedimento del governo, in mancanza del quale l’età aumenterà automaticamente a partire dal 2021. Secondo i giornali, il governo approverà il provvedimento per aumentare l’età pensionabile entro la fine dell’anno. Oltre all’età di pensione legale, quella a cui tutti possono andare in pensione, aumenterà anche l’età per la pensione anticipata, quella che si può ottenere a qualunque età a patto di aver versato contributi per un certo numero di anni. Attualmente, gli uomini possono andare in pensione anticipata dopo aver versato 42 anni e 10 mesi di contributi, mentre le donne dopo averne versati per 41 anni e 10 mesi. Con l’approvazione dell’aumento dell’età pensionabile, gli uomini potranno andare in pensione dopo 43 anni e tre mesi, mentre le donne dopo 42 anni e 3 mesi.
L’Italia si conferma così uno dei paesi sviluppati con la più alta età di pensionamento legale. Questo non significa che gli italiani siano quelli che vanno in pensione più tardi. Le molte eccezioni alla regola generale previste dalla legislazione italiana, come ad esempio la pensione anticipata, fanno sì che l’età di pensionamento effettiva sia in realtà tra le più basse al mondo. Ad esempio, molte persone che si trovano oggi vicino all’età pensionabile hanno iniziato a lavorare tra i 16 e i 18 anni. Questo significa che, grazie alla pensione anticipata, possono ritirarsi dal lavoro anche prima dei 60 anni. Negli ultimi anni gli italiani sono andati in pensione in media a 62 anni, cioè due anni prima della media europea.
Fonte: Il Post
(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
L’ISTAT ha confermato ieri che per gli italiani che hanno 65 anni l’aspettativa di vita è cresciuta di cinque mesi rispetto al 2013. La principale conseguenze di questa stima è che dal primo gennaio 2019 l’età di pensione legale, cioè l’età a cui si andrà in pensione se non saranno soddisfatti prima altri requisiti, salirà a 67 anni rispetto agli attuali 66 anni e 7 mesi. Salirà anche l’età prevista per la pensione anticipata, quella che si può ottenere a qualsiasi età a condizione di aver versato un certo numero di anni di contributi. Questo aumento è frutto di tre fattori: la riforma Fornero, che impone un adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, le stime delle ISTAT e infine la decisione del governo di non intervenire per bloccare l’aumento dell’età pensionabile.
Nel corso dell’estate si era parlato molto della possibilità di sospendere l’aumento dell’età pensionabile. A chiederlo erano stati soprattutto i sindacati (che sono composti in gran parte da pensionati) e diversi esponenti di quasi tutte le forze politiche, come i membri della commissione Lavoro Cesare Damiano, del PD, e Maurizio Sacconi, di Forza Italia. All’inizio il governo sembrava incline ad assecondare le richieste, ma alla fine dello scorso settembre una serie di indiscrezioni filtrate dal ministero dell’Economia e da quello del Lavoro avevano lasciato intendere che il governo non aveva le risorse sufficienti a bloccare l’aumento. Sia il presidente dell’INPS Tito Boeri che la Ragioneria generale dello Stato avevano avvertito il governo che la sospensione dell’aumento dell’età pensionabile avrebbe messo seriamente a rischio la tenuta dei conti pubblici nei prossimi anni.
La riforma delle pensioni Fornero, approvata nel 2011, prevede che l’età di pensione legale venga aumentata semi-automaticamente al crescere delle aspettative di vita, una norma pensata per mantenere sostenibile il sistema pensionistico sul lungo periodo. La riforma prevede che l’età pensionabile venga aumentata a partire dal 2019 con un provvedimento del governo, in mancanza del quale l’età aumenterà automaticamente a partire dal 2021. Secondo i giornali, il governo approverà il provvedimento per aumentare l’età pensionabile entro la fine dell’anno. Oltre all’età di pensione legale, quella a cui tutti possono andare in pensione, aumenterà anche l’età per la pensione anticipata, quella che si può ottenere a qualunque età a patto di aver versato contributi per un certo numero di anni. Attualmente, gli uomini possono andare in pensione anticipata dopo aver versato 42 anni e 10 mesi di contributi, mentre le donne dopo averne versati per 41 anni e 10 mesi. Con l’approvazione dell’aumento dell’età pensionabile, gli uomini potranno andare in pensione dopo 43 anni e tre mesi, mentre le donne dopo 42 anni e 3 mesi.
L’Italia si conferma così uno dei paesi sviluppati con la più alta età di pensionamento legale. Questo non significa che gli italiani siano quelli che vanno in pensione più tardi. Le molte eccezioni alla regola generale previste dalla legislazione italiana, come ad esempio la pensione anticipata, fanno sì che l’età di pensionamento effettiva sia in realtà tra le più basse al mondo. Ad esempio, molte persone che si trovano oggi vicino all’età pensionabile hanno iniziato a lavorare tra i 16 e i 18 anni. Questo significa che, grazie alla pensione anticipata, possono ritirarsi dal lavoro anche prima dei 60 anni. Negli ultimi anni gli italiani sono andati in pensione in media a 62 anni, cioè due anni prima della media europea.
Fonte: Il Post
martedì 4 luglio 2017
Gli immigrati che ci pagano le pensioni
I dati – e il presidente dell'INPS – dicono che se bloccassimo gli arrivi di persone extracomunitarie il nostro sistema pensionistico andrebbe in grossa difficoltà
Nella sua relazione annuale Tito Boeri, presidente dell’INPS, l’ente che si occupa di raccogliere i contributi economici dai cittadini ed erogare prestazioni sociali come le pensioni, ha detto che se chiudessimo le frontiere agli arrivi dei migranti extra-comunitari il nostro sistema pensionistico si troverebbe in grosse difficoltà. Secondo una simulazione fatta dai tecnici dell’istituto, da oggi al 2040 l’INPS perderebbe in totale 38 miliardi di euro. In questa circostanza lo Stato dovrebbero far fronte alla perdita recuperando tramite la fiscalità generale – cioè aumentando le tasse – quasi due miliardi di euro ogni anno per 22 anni. «Insomma, una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo», ha detto Boeri durante la presentazione del rapporto.
Secondo Boeri: «Oggi gli immigrati offrono un contributo molto importante al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale e questa loro funzione è destinata a crescere nei prossimi decenni man mano che le generazioni di lavoratori autoctoni che entrano nel mercato del lavoro diventeranno più piccole». Da tempo Boeri si occupa di analizzare e spiegare l’importanza dei lavoratori stranieri per il nostro sistema previdenziale: con la popolazione italiana che invecchia rapidamente, pagare le pensioni rischia di diventare sempre più oneroso per lo Stato.
Le ragioni per cui gli stranieri sono così importanti sono principalmente due. La prima è che sono giovani, quindi lavoreranno a lungo e verseranno parecchi contributi prima di arrivare al momento in cui riceveranno la pensione. Nel rapporto, Boeri scrive che l’età dei lavoratori stranieri si sta abbassando mentre i lavoratori italiani diventano sempre più anziani: «La quota degli under 25 [stranieri] che cominciano a contribuire all’INPS è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150.000 contribuenti in più ogni anno».
La seconda ragione è che solo una parte del totale degli immigrati rimane nel nostro paese fino all’età in cui matura la pensione. Molti lasciano il nostro paese prima di maturare i requisiti minimi per ottenere la pensione. Altri non ne fanno richiesta anche dopo averli maturati. Insomma, versano i contributi ma vanno via prima di ricevere la pensione. Nella sua relazione del 2016, Boeri ricordava che a causa di questo fenomeno gli immigrati hanno regalato all’Italia un punto di PIL, circa 15 miliardi di euro, sotto forma di contributi che non saranno mai riscossi. Ogni anno questa cifra è pari a circa 300 milioni di euro ed è destinata ad aumentare, come ha scritto Boeri nella relazione di quest’anno, fino a quasi due miliardi di euro l’anno nei prossimi 20 anni.
Un’altra caratteristica del sistema contributivo degli immigrati è che è molto equo: quasi sempre gli stranieri ricevono pensioni proporzionate ai loro versamenti, a differenza degli italiani. L’85 per cento delle pensioni pagate agli italiani, infatti, è basato sul sistema retributivo, in cui l’importo dell’assegno è calcolato sull’ultima retribuzione ricevuta prima di andare in pensione, e spesso quindi non è proporzionato ai contributi versati. Gli immigrati che godono di questo sistema privilegiato sono appena lo 0,3 per cento del totale.
Boeri infine cita un’ultima ragione per cui il contributo dei migranti al nostro sistema pensionistico è nettamente positivo: «I nostri dati ci dicono che gli immigrati oggi in Italia hanno una speranza di vita più breve di quella utilizzata per definire ammontare e durata delle pensioni e questo significa che, anche nell’ambito del metodo contributivo, pagano molto di più di quanto ricevano tenendo conto di versamenti e prestazioni durante l’intero arco della vita».
Fonte: Il Post
(MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)
Nella sua relazione annuale Tito Boeri, presidente dell’INPS, l’ente che si occupa di raccogliere i contributi economici dai cittadini ed erogare prestazioni sociali come le pensioni, ha detto che se chiudessimo le frontiere agli arrivi dei migranti extra-comunitari il nostro sistema pensionistico si troverebbe in grosse difficoltà. Secondo una simulazione fatta dai tecnici dell’istituto, da oggi al 2040 l’INPS perderebbe in totale 38 miliardi di euro. In questa circostanza lo Stato dovrebbero far fronte alla perdita recuperando tramite la fiscalità generale – cioè aumentando le tasse – quasi due miliardi di euro ogni anno per 22 anni. «Insomma, una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo», ha detto Boeri durante la presentazione del rapporto.
Secondo Boeri: «Oggi gli immigrati offrono un contributo molto importante al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale e questa loro funzione è destinata a crescere nei prossimi decenni man mano che le generazioni di lavoratori autoctoni che entrano nel mercato del lavoro diventeranno più piccole». Da tempo Boeri si occupa di analizzare e spiegare l’importanza dei lavoratori stranieri per il nostro sistema previdenziale: con la popolazione italiana che invecchia rapidamente, pagare le pensioni rischia di diventare sempre più oneroso per lo Stato.
Le ragioni per cui gli stranieri sono così importanti sono principalmente due. La prima è che sono giovani, quindi lavoreranno a lungo e verseranno parecchi contributi prima di arrivare al momento in cui riceveranno la pensione. Nel rapporto, Boeri scrive che l’età dei lavoratori stranieri si sta abbassando mentre i lavoratori italiani diventano sempre più anziani: «La quota degli under 25 [stranieri] che cominciano a contribuire all’INPS è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150.000 contribuenti in più ogni anno».
La seconda ragione è che solo una parte del totale degli immigrati rimane nel nostro paese fino all’età in cui matura la pensione. Molti lasciano il nostro paese prima di maturare i requisiti minimi per ottenere la pensione. Altri non ne fanno richiesta anche dopo averli maturati. Insomma, versano i contributi ma vanno via prima di ricevere la pensione. Nella sua relazione del 2016, Boeri ricordava che a causa di questo fenomeno gli immigrati hanno regalato all’Italia un punto di PIL, circa 15 miliardi di euro, sotto forma di contributi che non saranno mai riscossi. Ogni anno questa cifra è pari a circa 300 milioni di euro ed è destinata ad aumentare, come ha scritto Boeri nella relazione di quest’anno, fino a quasi due miliardi di euro l’anno nei prossimi 20 anni.
Un’altra caratteristica del sistema contributivo degli immigrati è che è molto equo: quasi sempre gli stranieri ricevono pensioni proporzionate ai loro versamenti, a differenza degli italiani. L’85 per cento delle pensioni pagate agli italiani, infatti, è basato sul sistema retributivo, in cui l’importo dell’assegno è calcolato sull’ultima retribuzione ricevuta prima di andare in pensione, e spesso quindi non è proporzionato ai contributi versati. Gli immigrati che godono di questo sistema privilegiato sono appena lo 0,3 per cento del totale.
Boeri infine cita un’ultima ragione per cui il contributo dei migranti al nostro sistema pensionistico è nettamente positivo: «I nostri dati ci dicono che gli immigrati oggi in Italia hanno una speranza di vita più breve di quella utilizzata per definire ammontare e durata delle pensioni e questo significa che, anche nell’ambito del metodo contributivo, pagano molto di più di quanto ricevano tenendo conto di versamenti e prestazioni durante l’intero arco della vita».
Fonte: Il Post
martedì 2 maggio 2017
La polizia turca ha arrestato più di 200 manifestanti a Istanbul
Il corteo del primo maggio cercava di raggiungere la piazza Taksim per protestare contro il governo
Primo maggio di proteste in Turchia. La polizia ha arrestato 165 persone che manifestavano nel centro di Istanbul nel giorno della festa dei lavoratori.
I manifestanti, in corteo contro la disoccupazione e l'accrescimento del potere di Erdogan, hanno cercato di raggiungere piazza Taksim, il luogo simbolo della contestazione nei confronti del presidente del 2013. Le autorità avevano interdetto lo spazio della piazza vietando l'accesso per il terzo anno di seguito.
Il dipartimento di sicurezza ha comunicato che altre 18 persone sono state arrestate per aver organizzato manifestazioni non autorizzate. Nelle operazioni sono stati impiegati 30mila agenti e quattro stazioni della metropolitana sono state chiuse.
Nel quartiere Mecidiyekoy la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti.
Fonte: The Post Internazionale
La piazza principale di Istanbul era stata interdetta dalle autorità. Credits: Murad Sezer
Primo maggio di proteste in Turchia. La polizia ha arrestato 165 persone che manifestavano nel centro di Istanbul nel giorno della festa dei lavoratori.
I manifestanti, in corteo contro la disoccupazione e l'accrescimento del potere di Erdogan, hanno cercato di raggiungere piazza Taksim, il luogo simbolo della contestazione nei confronti del presidente del 2013. Le autorità avevano interdetto lo spazio della piazza vietando l'accesso per il terzo anno di seguito.
Il dipartimento di sicurezza ha comunicato che altre 18 persone sono state arrestate per aver organizzato manifestazioni non autorizzate. Nelle operazioni sono stati impiegati 30mila agenti e quattro stazioni della metropolitana sono state chiuse.
Nel quartiere Mecidiyekoy la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti.
Fonte: The Post Internazionale
lunedì 1 maggio 2017
Festa dei lavoratori?
Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)
IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
sabato 29 aprile 2017
Quante promesse ha mantenuto Trump?
Per i primi cento giorni da presidente, che cadono oggi, aveva elencato una trentina di impegni: ne ha rispettati pochini
Oggi, sabato 29 aprile, sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti: la sua cerimonia di insediamento si è tenuta infatti il 20 gennaio 2017. Di recente Trump ha ammesso che pensava che fare il presidente «sarebbe stato più facile», ma anche che i primi 100 giorni della sua amministrazione sono stati quelli «più di successo nella storia del paese».
Al di là di questa dichiarazione poco condivisa da osservatori e giornalisti, i primi 100 giorni di ogni nuovo governo o amministrazione sono spesso considerati sufficienti per tracciare un primo bilancio: non sono abbastanza per progetti strutturali e a lungo termine, ma sono sufficienti per dare un’idea di quale direzione prenderà l’amministrazione negli anni successivi. Specialmente quando, come nel caso di Trump, è lo stesso candidato presidente a promettere cambiamenti radicali e ad elencare una serie di misure che avrebbe fatto entro i primi tre mesi di governo: cosa che Trump fece nell’ottobre 2016, in un documento intitolato “Contratto con l’elettore americano” (a-ehm).
Molti siti e giornali – tra cui Vox e l’Atlantic – hanno analizzato e commentato i primi tre mesi di Trump proprio a partire da questo documento. Trump si prese una trentina di impegni. Ne ha rispettati tre, circa un decimo. In altri casi ha cambiato idea, non ci ha nemmeno provato o non ha ottenuto risultati concreti.
Cosa ha fatto Trump
Tra le cose che Trump è riuscito a fare c’è la nomina in tempi piuttosto rapidi di Neil Gorsuch per il seggio vacante della Corte Suprema, il più importante organo giuridico americano. Il seggio era vacante dalla morte del giudice conservatore Antonin Scalia, e per via dell’ostruzionismo del partito Repubblicano il Senato non aveva mai esaminato e ratificato il giudice proposto da Barack Obama. È una scelta che lascerà il segno, perché Gorsuch è piuttosto giovane – ha 49 anni – e la nomina a giudice della Corte Suprema dura a vita.
Trump ha anche mantenuto la promessa di ritirarsi dal trattato TPP, cioè il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico, da non confondersi con altre cose con sigle simili). Il TPP è uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, che però dovevano ancora ratificarlo. Il Congresso a maggioranza Repubblicana aveva già fatto sapere di non volerne sapere: quindi per Trump è stata una vittoria facile, più che altro simbolica, ma comunque una vittoria.
Secondo Vox la terza promessa mantenuta di Trump riguarda l’immigrazione: «ha fatto passi significativi per rendere più dure e intimidatorie le misure sull’immigrazione», e grazie ai suoi numerosi divieti è riuscito a creare effettivamente un clima più ostile per gli immigrati, nonostante le successive sospensioni dei decreti ordinate dai tribunali. Trump aveva detto di voler espellere dal paese 2 milioni di immigrati illegali e di voler rendere molto più difficile l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Gli immigrati espulsi sono stati molti meno di 2 milioni, ma ci sono state altre misure – come la sospensione del programma di accoglienza per i richiedenti asilo siriani – che hanno fatto capire che l’approccio è cambiato.
Cosa non ha fatto Trump
Vox ha scritto che «c’è una gran quantità di leggi che Trump ha detto avrebbe fatto approvare e che non sono diventate leggi e, in molti casi, non sono nemmeno state proposte nella forma di qualcosa che somigli anche solo lontanamente a una legge».
La più grande sconfitta di Trump è però quella sull’Obamacare, la storica riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore Barack Obama nel 2014. In campagna elettorale Trump puntò molto sulla proposta della sua abolizione, e promise che l’avrebbe rimpiazzata entro tre mesi. In realtà in marzo ha ritirato la sua confusa proposta di riforma prima ancora che venisse votata dalla Camera, capendo che sarebbe stata bocciata perché una trentina di deputati Repubblicani avevano fatto sapere che non l’avrebbero votata.
Trump non è nemmeno riuscito – ma questo era oggettivamente più difficile – a convincere il Messico a pagare totalmente il muro che intende costruire tra Messico e Stati Uniti e, per la verità, non ha nemmeno iniziato a costruirlo (nel Contratto aveva promesso di trovare i finanziamenti entro i primi 100 giorni). Trump aveva anche detto di voler tagliare da subito i fondi alle cosiddette “sanctuary cities”, cioè le città che scelgono di non considerare come reato l’immigrazione clandestina. Come successo per i divieti sull’immigrazione, Trump ha firmato un ordine esecutivo a riguardo, ma un giudice federale ha bloccato il provvedimento.
Per quanto riguarda invece il clima, Trump aveva detto di voler togliere i finanziamenti miliardari degli Stati Uniti all’ONU (e in generale di impegnarsi meno per combattere il cambiamento climatico), per investire quei soldi per sistemare le infrastrutture degli Stati Uniti. Non l’ha fatto, ma ha comunque firmato un ordine esecutivo per cancellare buona parte delle iniziative adottate dall’amministrazione Obama per contrastare il cambiamento climatico, che però al momento rimane sulla carta.
Nel documento sui suoi primi 100 giorni da presidente Trump non parlò molto di politica estera, ed è quindi difficile dire se ha mantenuto o meno quanto promesso. Trump però fu molto duro nei confronti della Cina – disse di volerla mettere nella lista di paesi che manipolano la propria valuta – ma da presidente ha cambiato decisamente idea, e al momento sembra voglia collaborare con la Cina per provare a gestire la situazione in Corea del Nord.
Trump inoltre aveva detto di voler imporre un limite di mandati per ogni membro del Congresso, e di voler prendere una serie di provvedimenti per limitare i costi della politica e per semplificarne i meccanismi (parlò ad esempio di voler imporre l’eliminazione di due norme federali per ogni nuova norma approvata): anche in questo caso, la promessa non è stata mantenuta, e non è chiaro a che punto siano gli sforzi dell’amministrazione per rispettarla.
Cose da leggere sui primi 100 giorni di Trump
Il New York Times ha chiesto ai suoi lettori di raccontare se e come questi 100 giorni li hanno cambiati e ha raccolto i suoi titoli sui primi 100 giorni da presidenti di Trump, Barack Obama e George W. Bush; il Washington Post ha analizzato i tweet di Trump e ha scritto in un editoriale che ci sono state cose allarmanti ma che «il sistema sta funzionando» e per ora non si è «entrati nella realtà distopica che molti, noi compresi, temevano». Il Guardian ha scritto invece che «tutte le prove di questi 100 giorni mostrano che il futuro sarà profondamente imprevedibile».
Fonte: Il Post
(BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)
Oggi, sabato 29 aprile, sono cento giorni che Donald Trump è presidente degli Stati Uniti: la sua cerimonia di insediamento si è tenuta infatti il 20 gennaio 2017. Di recente Trump ha ammesso che pensava che fare il presidente «sarebbe stato più facile», ma anche che i primi 100 giorni della sua amministrazione sono stati quelli «più di successo nella storia del paese».
Al di là di questa dichiarazione poco condivisa da osservatori e giornalisti, i primi 100 giorni di ogni nuovo governo o amministrazione sono spesso considerati sufficienti per tracciare un primo bilancio: non sono abbastanza per progetti strutturali e a lungo termine, ma sono sufficienti per dare un’idea di quale direzione prenderà l’amministrazione negli anni successivi. Specialmente quando, come nel caso di Trump, è lo stesso candidato presidente a promettere cambiamenti radicali e ad elencare una serie di misure che avrebbe fatto entro i primi tre mesi di governo: cosa che Trump fece nell’ottobre 2016, in un documento intitolato “Contratto con l’elettore americano” (a-ehm).
Molti siti e giornali – tra cui Vox e l’Atlantic – hanno analizzato e commentato i primi tre mesi di Trump proprio a partire da questo documento. Trump si prese una trentina di impegni. Ne ha rispettati tre, circa un decimo. In altri casi ha cambiato idea, non ci ha nemmeno provato o non ha ottenuto risultati concreti.
Cosa ha fatto Trump
Tra le cose che Trump è riuscito a fare c’è la nomina in tempi piuttosto rapidi di Neil Gorsuch per il seggio vacante della Corte Suprema, il più importante organo giuridico americano. Il seggio era vacante dalla morte del giudice conservatore Antonin Scalia, e per via dell’ostruzionismo del partito Repubblicano il Senato non aveva mai esaminato e ratificato il giudice proposto da Barack Obama. È una scelta che lascerà il segno, perché Gorsuch è piuttosto giovane – ha 49 anni – e la nomina a giudice della Corte Suprema dura a vita.
Trump ha anche mantenuto la promessa di ritirarsi dal trattato TPP, cioè il Trans Pacific Partnership (Partnerariato Trans-Pacifico, da non confondersi con altre cose con sigle simili). Il TPP è uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti, firmato nel 2015 da 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, che però dovevano ancora ratificarlo. Il Congresso a maggioranza Repubblicana aveva già fatto sapere di non volerne sapere: quindi per Trump è stata una vittoria facile, più che altro simbolica, ma comunque una vittoria.
Secondo Vox la terza promessa mantenuta di Trump riguarda l’immigrazione: «ha fatto passi significativi per rendere più dure e intimidatorie le misure sull’immigrazione», e grazie ai suoi numerosi divieti è riuscito a creare effettivamente un clima più ostile per gli immigrati, nonostante le successive sospensioni dei decreti ordinate dai tribunali. Trump aveva detto di voler espellere dal paese 2 milioni di immigrati illegali e di voler rendere molto più difficile l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti. Gli immigrati espulsi sono stati molti meno di 2 milioni, ma ci sono state altre misure – come la sospensione del programma di accoglienza per i richiedenti asilo siriani – che hanno fatto capire che l’approccio è cambiato.
Cosa non ha fatto Trump
Vox ha scritto che «c’è una gran quantità di leggi che Trump ha detto avrebbe fatto approvare e che non sono diventate leggi e, in molti casi, non sono nemmeno state proposte nella forma di qualcosa che somigli anche solo lontanamente a una legge».
La più grande sconfitta di Trump è però quella sull’Obamacare, la storica riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore Barack Obama nel 2014. In campagna elettorale Trump puntò molto sulla proposta della sua abolizione, e promise che l’avrebbe rimpiazzata entro tre mesi. In realtà in marzo ha ritirato la sua confusa proposta di riforma prima ancora che venisse votata dalla Camera, capendo che sarebbe stata bocciata perché una trentina di deputati Repubblicani avevano fatto sapere che non l’avrebbero votata.
Trump non è nemmeno riuscito – ma questo era oggettivamente più difficile – a convincere il Messico a pagare totalmente il muro che intende costruire tra Messico e Stati Uniti e, per la verità, non ha nemmeno iniziato a costruirlo (nel Contratto aveva promesso di trovare i finanziamenti entro i primi 100 giorni). Trump aveva anche detto di voler tagliare da subito i fondi alle cosiddette “sanctuary cities”, cioè le città che scelgono di non considerare come reato l’immigrazione clandestina. Come successo per i divieti sull’immigrazione, Trump ha firmato un ordine esecutivo a riguardo, ma un giudice federale ha bloccato il provvedimento.
Per quanto riguarda invece il clima, Trump aveva detto di voler togliere i finanziamenti miliardari degli Stati Uniti all’ONU (e in generale di impegnarsi meno per combattere il cambiamento climatico), per investire quei soldi per sistemare le infrastrutture degli Stati Uniti. Non l’ha fatto, ma ha comunque firmato un ordine esecutivo per cancellare buona parte delle iniziative adottate dall’amministrazione Obama per contrastare il cambiamento climatico, che però al momento rimane sulla carta.
Nel documento sui suoi primi 100 giorni da presidente Trump non parlò molto di politica estera, ed è quindi difficile dire se ha mantenuto o meno quanto promesso. Trump però fu molto duro nei confronti della Cina – disse di volerla mettere nella lista di paesi che manipolano la propria valuta – ma da presidente ha cambiato decisamente idea, e al momento sembra voglia collaborare con la Cina per provare a gestire la situazione in Corea del Nord.
Trump inoltre aveva detto di voler imporre un limite di mandati per ogni membro del Congresso, e di voler prendere una serie di provvedimenti per limitare i costi della politica e per semplificarne i meccanismi (parlò ad esempio di voler imporre l’eliminazione di due norme federali per ogni nuova norma approvata): anche in questo caso, la promessa non è stata mantenuta, e non è chiaro a che punto siano gli sforzi dell’amministrazione per rispettarla.
Cose da leggere sui primi 100 giorni di Trump
Il New York Times ha chiesto ai suoi lettori di raccontare se e come questi 100 giorni li hanno cambiati e ha raccolto i suoi titoli sui primi 100 giorni da presidenti di Trump, Barack Obama e George W. Bush; il Washington Post ha analizzato i tweet di Trump e ha scritto in un editoriale che ci sono state cose allarmanti ma che «il sistema sta funzionando» e per ora non si è «entrati nella realtà distopica che molti, noi compresi, temevano». Il Guardian ha scritto invece che «tutte le prove di questi 100 giorni mostrano che il futuro sarà profondamente imprevedibile».
Fonte: Il Post
Pubblicato da
Andrea De Luca
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martedì 25 aprile 2017
Su Alitalia ha vinto il No all’accordo
Nel referendum i dipendenti hanno rifiutato il piano industriale e i progetti di tagli, e adesso l'ipotesi del fallimento è molto realistica
I dipendenti di Alitalia hanno respinto con un referendum il pre-accordo che era stato raggiunto tra la compagnia aerea e i sindacati, con la mediazione dei rappresentanti dei ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico, per definire i tagli e i licenziamenti da attuare per rilanciare la società: l’affluenza è stata molto alta (circa il 90 per cento degli aventi diritto è andato a votare) e i “no” sono stati il 67 per cento del totale dei voti.
La bozza di accordo era stata concordata tra azienda e sindacati dopo settimane di trattative e scioperi, indetti quando a metà marzo Alitalia aveva annunciato un piano di rilancio aziendale per gli anni 2017-2021 che prevedeva un aumento dei ricavi e un taglio dei costi compresi quelli per il personale e per i salari. I sindacati avevano deciso di sottoporre la bozza di accordo all’approvazione dei 12.500 dipendenti di Alitalia, che hanno votato da giovedì scorso alle 16 di lunedì, in nove seggi tra Milano e Roma. Avevano fatto campagna a favore del sì i sindacati CISL, UIL e UGL, e anche la segretaria della CGIL Susanna Camusso aveva riconosciuto l’importanza della trattativa.
Con il respingimento del pre-accordo, la grave situazione di Alitalia è ulteriormente complicata. Il ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda domenica aveva detto che con questo risultato «si va verso il rischio concretissimo di una liquidazione della compagnia», e che il governo «non è intenzionato a mettere ancora soldi pubblici dentro Alitalia». Lo scenario che è stato previsto è quello di un’amministrazione straordinaria, ipotizzata dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio: è una procedura istituita nel 2003 dopo la crisi di Parmalat. Prevede che il governo nomini da uno a tre commissari, che nel giro di qualche mese preparino un piano industriale per cessare le attività, riportare la società in attivo oppure venderla a una terza parte (la procedura prevede che l’acquirente mantenga tutti gli attuali posti di lavoro per almeno due anni). Come ha spiegato al Corriere Cesare Cavallini, docente di Diritto fallimentare alla Bocconi, la soluzione dell’amministrazione straordinaria è più complicata per Alitalia, rispetto per esempio a Parmalat o Ilva, perché la società dovrebbe continuare a erogare i propri servizi, con i creditori che vorranno essere pagati subito e il conseguente accumulo di debiti. Questo significa che l’ipotesi di mandare avanti la società nella sua forma attuale, cercando di riportarla in attivo, è molto difficile. Anche trovare un acquirente per una società così grande molto vicina al fallimento è assai arduo, e perciò secondo Cavallini l’ipotesi più probabile è quella che gli eventuali commissari facciano richiesta di fallimento. È anche quello che pensa il presidente di Alitalia Luigi Gubitosi, che nei giorni scorsi ha detto che l’unica possibilità in caso di vittoria del no è «un accompagnamento verso la liquidazione dell’azienda, il fallimento».
Se avesse avuto l’approvazione del referendum, il consiglio di amministrazione di Alitalia avrebbe voluto riunirsi domani per autorizzare una ricapitalizzazione della società per 2 miliardi di euro e ottenere così nuova liquidità. In parte i soldi sarebbero stati ottenuti da una conversione in azioni dei crediti delle banche che avevano prestato soldi ad Alitalia, soprattutto Intesa Sanpaolo e Unicredit. Altri dovevano arrivare da nuovi prestiti e linee di credito, fornite dalle banche stesse. Assieme al piano finanziario, Alitalia avrebbe presentato anche un piano industriale per il rilancio della compagnia: tra le altre cose, aveva spiegato nei giorni scorsi il presidente Luigi Gubitosi, si sarebbero rinegoziati gli accordi con Air France e Delta, i contratti di leasing troppo costosi, l’apertura di nuove rotte a lunga percorrenza, e altri tipi di investimenti.
Nel piano iniziale di Alitalia erano previsti 1.338 esuberi del personale a tempo indeterminato, che nel pre-accordo erano stati ridotti a 980, attraverso il superamento «dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive e di altre esternalizzazioni, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria entro il maggio 2017 per due anni, l’attivazione di un programma di politiche attive del lavoro (riqualificazione e formazione del personale) e misure di incentivazione all’esodo, e miglioramenti di produttività ed efficienza». Era previsto anche un taglio dell’8 per cento degli stipendi del personale di volo (inizialmente era del 30 per cento), la riduzione di un o una assistente di volo negli equipaggi a lungo raggio e una riduzione dei riposi dai 120 annuali a 108 con minimo di 7 al mese. Ma il referendum tra i lavoratori ha ora rifiutato anche questo approccio. I dati sono così sintetizzati dal Sole 24 Ore:
A Milano (dove il personale Alitalia è costituito da piloti e assistenti di volo) ha stravinto il no. A Linate i voti contrati sono stati 698 no e i favorevoli 153. A Malpensa i no sono stati 278, i sì 39 (2 bianche e 2 nulle). A Roma, il primo parziale risultato, relativo all’urna che accoglieva i voti del personale di volo (non di quello di terra), mostrava a Fiumicino in netto vantaggio il no con 2315 voti, contro 226 sì. I seggi per votare a Roma erano sei, di cui cinque a Fiumicino e uno alla Magliana. La proclamazione dell’esito del referendum è atteso in nottata.
Il piano originale per il rilancio di Alitalia era stato deciso per provare a risolvere l’ennesima crisi della compagnia aerea, che ora appartiene per il 51 per cento alla cordata di imprenditori italiani CAI, e a Etihad, che di fatto la gestisce con il 49 per cento delle azioni.
Fonte: Il Post
(ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)
I dipendenti di Alitalia hanno respinto con un referendum il pre-accordo che era stato raggiunto tra la compagnia aerea e i sindacati, con la mediazione dei rappresentanti dei ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico, per definire i tagli e i licenziamenti da attuare per rilanciare la società: l’affluenza è stata molto alta (circa il 90 per cento degli aventi diritto è andato a votare) e i “no” sono stati il 67 per cento del totale dei voti.
La bozza di accordo era stata concordata tra azienda e sindacati dopo settimane di trattative e scioperi, indetti quando a metà marzo Alitalia aveva annunciato un piano di rilancio aziendale per gli anni 2017-2021 che prevedeva un aumento dei ricavi e un taglio dei costi compresi quelli per il personale e per i salari. I sindacati avevano deciso di sottoporre la bozza di accordo all’approvazione dei 12.500 dipendenti di Alitalia, che hanno votato da giovedì scorso alle 16 di lunedì, in nove seggi tra Milano e Roma. Avevano fatto campagna a favore del sì i sindacati CISL, UIL e UGL, e anche la segretaria della CGIL Susanna Camusso aveva riconosciuto l’importanza della trattativa.
Con il respingimento del pre-accordo, la grave situazione di Alitalia è ulteriormente complicata. Il ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda domenica aveva detto che con questo risultato «si va verso il rischio concretissimo di una liquidazione della compagnia», e che il governo «non è intenzionato a mettere ancora soldi pubblici dentro Alitalia». Lo scenario che è stato previsto è quello di un’amministrazione straordinaria, ipotizzata dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio: è una procedura istituita nel 2003 dopo la crisi di Parmalat. Prevede che il governo nomini da uno a tre commissari, che nel giro di qualche mese preparino un piano industriale per cessare le attività, riportare la società in attivo oppure venderla a una terza parte (la procedura prevede che l’acquirente mantenga tutti gli attuali posti di lavoro per almeno due anni). Come ha spiegato al Corriere Cesare Cavallini, docente di Diritto fallimentare alla Bocconi, la soluzione dell’amministrazione straordinaria è più complicata per Alitalia, rispetto per esempio a Parmalat o Ilva, perché la società dovrebbe continuare a erogare i propri servizi, con i creditori che vorranno essere pagati subito e il conseguente accumulo di debiti. Questo significa che l’ipotesi di mandare avanti la società nella sua forma attuale, cercando di riportarla in attivo, è molto difficile. Anche trovare un acquirente per una società così grande molto vicina al fallimento è assai arduo, e perciò secondo Cavallini l’ipotesi più probabile è quella che gli eventuali commissari facciano richiesta di fallimento. È anche quello che pensa il presidente di Alitalia Luigi Gubitosi, che nei giorni scorsi ha detto che l’unica possibilità in caso di vittoria del no è «un accompagnamento verso la liquidazione dell’azienda, il fallimento».
Se avesse avuto l’approvazione del referendum, il consiglio di amministrazione di Alitalia avrebbe voluto riunirsi domani per autorizzare una ricapitalizzazione della società per 2 miliardi di euro e ottenere così nuova liquidità. In parte i soldi sarebbero stati ottenuti da una conversione in azioni dei crediti delle banche che avevano prestato soldi ad Alitalia, soprattutto Intesa Sanpaolo e Unicredit. Altri dovevano arrivare da nuovi prestiti e linee di credito, fornite dalle banche stesse. Assieme al piano finanziario, Alitalia avrebbe presentato anche un piano industriale per il rilancio della compagnia: tra le altre cose, aveva spiegato nei giorni scorsi il presidente Luigi Gubitosi, si sarebbero rinegoziati gli accordi con Air France e Delta, i contratti di leasing troppo costosi, l’apertura di nuove rotte a lunga percorrenza, e altri tipi di investimenti.
Nel piano iniziale di Alitalia erano previsti 1.338 esuberi del personale a tempo indeterminato, che nel pre-accordo erano stati ridotti a 980, attraverso il superamento «dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive e di altre esternalizzazioni, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria entro il maggio 2017 per due anni, l’attivazione di un programma di politiche attive del lavoro (riqualificazione e formazione del personale) e misure di incentivazione all’esodo, e miglioramenti di produttività ed efficienza». Era previsto anche un taglio dell’8 per cento degli stipendi del personale di volo (inizialmente era del 30 per cento), la riduzione di un o una assistente di volo negli equipaggi a lungo raggio e una riduzione dei riposi dai 120 annuali a 108 con minimo di 7 al mese. Ma il referendum tra i lavoratori ha ora rifiutato anche questo approccio. I dati sono così sintetizzati dal Sole 24 Ore:
A Milano (dove il personale Alitalia è costituito da piloti e assistenti di volo) ha stravinto il no. A Linate i voti contrati sono stati 698 no e i favorevoli 153. A Malpensa i no sono stati 278, i sì 39 (2 bianche e 2 nulle). A Roma, il primo parziale risultato, relativo all’urna che accoglieva i voti del personale di volo (non di quello di terra), mostrava a Fiumicino in netto vantaggio il no con 2315 voti, contro 226 sì. I seggi per votare a Roma erano sei, di cui cinque a Fiumicino e uno alla Magliana. La proclamazione dell’esito del referendum è atteso in nottata.
Il piano originale per il rilancio di Alitalia era stato deciso per provare a risolvere l’ennesima crisi della compagnia aerea, che ora appartiene per il 51 per cento alla cordata di imprenditori italiani CAI, e a Etihad, che di fatto la gestisce con il 49 per cento delle azioni.
Fonte: Il Post
venerdì 14 aprile 2017
Il compromesso tra Alitalia e sindacati
Dopo il nuovo piano di rilancio, gli scioperi e le complicate trattative c'è una bozza che prevede meno tagli e licenziamenti: dovrà essere votata in un referendum dai dipendenti
Alitalia e i sindacati hanno raggiunto una specie di accordo che ora dovrà essere votato in un referendum tra i dipendenti della compagnia aerea. Sono settimane che la situazione tra i sindacati e la compagnia aerea è complicata: a metà marzo Alitalia aveva annunciato un piano di rilancio aziendale per gli anni 2017-2021 che prevedeva un aumento dei ricavi e un taglio dei costi compresi quelli per il personale e per i salari, c’erano stati degli scioperi dei dipendenti, uno lo scorso 20 marzo e uno il 5 aprile, e c’erano state lunghe trattative tra sindacati e rappresentanti del governo, poi tra i rappresentanti del governo con i dirigenti della compagnia aerea e infine su un tavolo comune al ministero del Lavoro. Il ministero dello Sviluppo economico aveva stabilito il termine ultimo delle trattative per trovare un compromesso sui tagli e il rilancio alla mezzanotte del 13 aprile. Le discussioni sono in realtà andate oltre la mezzanotte, ma una bozza di accordo è stata raggiunta.
Per quanto riguarda il numero degli esuberi del personale a tempo indeterminato, nel documento si legge che c’è stata una riduzione dagli originali 1.338 a 980 attraverso il superamento «dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive e di altre esternalizzazioni, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria entro il maggio 2017 per due anni, l’attivazione di un programma di politiche attive del lavoro (riqualificazione e formazione del personale) e misure di incentivazione all’esodo, e miglioramenti di produttività ed efficienza».
Per quanto riguarda il personale di bordo, la bozza prevede «scatti di anzianità triennali con il primo scatto nel 2020, un tetto di incremento retributivo in caso di promozione pari al 25%, l’applicazione ai neoassunti dei livelli retributivi Cityliner (compagnia regionale sussidiaria di Alitalia per voli a breve raggio, ndr) indipendentemente dall’aeromobile d’impiego». Inoltre è prevista la riduzione di un o una assistente di volo negli equipaggi a lungo raggio e una riduzione dei riposi dai 120 annuali a 108 con minimo di 7 al mese. Anche in questo caso saranno previsti degli incentivi per gli esodi di piloti e assistenti di volo. Per il personale di volo part-time ci sarà poi un ricalcolo delle fasce di indennità di volo oraria e al termine dei contratti di solidarietà saranno valutate le possibilità di trasformazione del part-time in base alle esigenze dell’azienda. Per quanto riguarda il taglio delle retribuzioni la riduzione è stata diminuita.
Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, hanno commentato positivamente la bozza di accordo: «Le parti hanno firmato un verbale di confronto che riporta la struttura di un possibile accordo migliorativo per il numero degli esuberi, per le esternalizzazioni, per i tagli alle retribuzioni», ha detto il primo; «Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile per avvicinare le parti», ha dichiarato Delrio; «Da parte nostra c’è lo stato lo spirito di accompagnamento per un’azienda che non vuole solo uscire da una situazione di difficoltà», ha concluso Poletti.
Tra i sindacati ci sono invece commenti discordanti: la segretaria generale della CISL, Anna Maria Furlan, ha parlato di «risultato importante», meno convinta si è invece dimostrata Susanna Camusso della CIGL: «Abbiamo definito un verbale di confronto che sottoporremo al giudizio dei lavoratori la prossima settimana con un referendum vincolante». I sindacati si sono impegnati ad organizzare il referendum entro la prossima settimana. Se il voto dei lavoratori e delle lavoratrici dovesse essere positivo l’intesa verrebbe avviata seguendo le linee guida della bozza. Alcune sigle sindacali si sono però già dissociate dall’intesa e questo nei prossimi giorni potrebbe complicare le cose. Per ora è già stato annunciato uno sciopero generale per il prossimo 21 aprile.
Lo scorso 15 marzo, il Consiglio di amministrazione di Alitalia aveva approvato il nuovo piano industriale per il periodo 2017-2021. L’azienda aveva inizialmente pianificato di mettere in atto duemila esuberi, il 70 per cento dei quali composto da personale di terra e che lavora negli uffici. L’obiettivo era di ridurre di un terzo le spese per il personale. In tutto, la compagnia puntava a generare risparmi per un miliardo di euro in tre anni, al ritmo di poco più di 300 milioni l’anno. Dallo scorso dicembre, Alitalia si era trovata in una nuova situazione di crisi. Nel 2016 aveva perso circa 400 milioni e aveva avuto bisogno di un intervento dei soci e delle banche creditrici per evitare il fallimento.
(Perché si parla di nuovo di Alitalia)
Fonte: Il Post
Aereoporto di Fiumicino. Sciopero e corteo dei lavoratori precari di Alitalia, Roma, 5 aprile 2017 (LaPresse - Carlo Lannutti)
Alitalia e i sindacati hanno raggiunto una specie di accordo che ora dovrà essere votato in un referendum tra i dipendenti della compagnia aerea. Sono settimane che la situazione tra i sindacati e la compagnia aerea è complicata: a metà marzo Alitalia aveva annunciato un piano di rilancio aziendale per gli anni 2017-2021 che prevedeva un aumento dei ricavi e un taglio dei costi compresi quelli per il personale e per i salari, c’erano stati degli scioperi dei dipendenti, uno lo scorso 20 marzo e uno il 5 aprile, e c’erano state lunghe trattative tra sindacati e rappresentanti del governo, poi tra i rappresentanti del governo con i dirigenti della compagnia aerea e infine su un tavolo comune al ministero del Lavoro. Il ministero dello Sviluppo economico aveva stabilito il termine ultimo delle trattative per trovare un compromesso sui tagli e il rilancio alla mezzanotte del 13 aprile. Le discussioni sono in realtà andate oltre la mezzanotte, ma una bozza di accordo è stata raggiunta.
Per quanto riguarda il numero degli esuberi del personale a tempo indeterminato, nel documento si legge che c’è stata una riduzione dagli originali 1.338 a 980 attraverso il superamento «dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive e di altre esternalizzazioni, il ricorso alla cassa integrazione straordinaria entro il maggio 2017 per due anni, l’attivazione di un programma di politiche attive del lavoro (riqualificazione e formazione del personale) e misure di incentivazione all’esodo, e miglioramenti di produttività ed efficienza».
Per quanto riguarda il personale di bordo, la bozza prevede «scatti di anzianità triennali con il primo scatto nel 2020, un tetto di incremento retributivo in caso di promozione pari al 25%, l’applicazione ai neoassunti dei livelli retributivi Cityliner (compagnia regionale sussidiaria di Alitalia per voli a breve raggio, ndr) indipendentemente dall’aeromobile d’impiego». Inoltre è prevista la riduzione di un o una assistente di volo negli equipaggi a lungo raggio e una riduzione dei riposi dai 120 annuali a 108 con minimo di 7 al mese. Anche in questo caso saranno previsti degli incentivi per gli esodi di piloti e assistenti di volo. Per il personale di volo part-time ci sarà poi un ricalcolo delle fasce di indennità di volo oraria e al termine dei contratti di solidarietà saranno valutate le possibilità di trasformazione del part-time in base alle esigenze dell’azienda. Per quanto riguarda il taglio delle retribuzioni la riduzione è stata diminuita.
Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, hanno commentato positivamente la bozza di accordo: «Le parti hanno firmato un verbale di confronto che riporta la struttura di un possibile accordo migliorativo per il numero degli esuberi, per le esternalizzazioni, per i tagli alle retribuzioni», ha detto il primo; «Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile per avvicinare le parti», ha dichiarato Delrio; «Da parte nostra c’è lo stato lo spirito di accompagnamento per un’azienda che non vuole solo uscire da una situazione di difficoltà», ha concluso Poletti.
Tra i sindacati ci sono invece commenti discordanti: la segretaria generale della CISL, Anna Maria Furlan, ha parlato di «risultato importante», meno convinta si è invece dimostrata Susanna Camusso della CIGL: «Abbiamo definito un verbale di confronto che sottoporremo al giudizio dei lavoratori la prossima settimana con un referendum vincolante». I sindacati si sono impegnati ad organizzare il referendum entro la prossima settimana. Se il voto dei lavoratori e delle lavoratrici dovesse essere positivo l’intesa verrebbe avviata seguendo le linee guida della bozza. Alcune sigle sindacali si sono però già dissociate dall’intesa e questo nei prossimi giorni potrebbe complicare le cose. Per ora è già stato annunciato uno sciopero generale per il prossimo 21 aprile.
Lo scorso 15 marzo, il Consiglio di amministrazione di Alitalia aveva approvato il nuovo piano industriale per il periodo 2017-2021. L’azienda aveva inizialmente pianificato di mettere in atto duemila esuberi, il 70 per cento dei quali composto da personale di terra e che lavora negli uffici. L’obiettivo era di ridurre di un terzo le spese per il personale. In tutto, la compagnia puntava a generare risparmi per un miliardo di euro in tre anni, al ritmo di poco più di 300 milioni l’anno. Dallo scorso dicembre, Alitalia si era trovata in una nuova situazione di crisi. Nel 2016 aveva perso circa 400 milioni e aveva avuto bisogno di un intervento dei soci e delle banche creditrici per evitare il fallimento.
(Perché si parla di nuovo di Alitalia)
Fonte: Il Post
venerdì 17 marzo 2017
Il Pd vuole abolire i voucher ed evitare il referendum di maggio
La commissione Lavoro della Camera ha approvato un testo che va verso l'abolizione dei buoni lavoro. Ora il governo dovrebbe preparare un decreto legge per applicarlo
La commissione Lavoro della Camera ha approvato il testo per l'abolizione dei voucher. Il governo dovrebbe portare in Consiglio dei ministri il decreto legge che, recependo questo testo, li abolirà. In questo modo si eviterebbe il referendum promosso dalla Cgil, per cui si dovrebbe votare il 28 maggio 2017.
La segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha dichiarato che se l'intervento dell'esecutivo “dovesse corrispondere” al quesito referendario sarebbe uno “straordinario risultato”.
Il testo approvato dalla commissione Lavoro di Montecitorio prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2017 che permette l'utilizzo dei voucher a chi li ha già acquistati.
Critiche sono arrivate da Pierluigi Bersani che parla di “paura del referendum” e del presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, secondo il quale si tratta di un “balzo indietro” e di “schizofrenia legislativa”. Per il Movimento Cinque Stelle il governo è “allo sbando e terrorizzato dal voto popolare”.
Critiche anche da parte del mondo sindacale. La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, sostiene che il “sistema dei voucher va cambiato e non abolito”. Secondo la Uil sarebbe stato “meglio fare un accordo prima del referendum” puntando a una drastica riduzione dei buoni lavoro.
Camusso sottolinea che la campagna referendaria “va avanti”.
--- LEGGI ANCHE: Cosa sono i voucher e perché se ne parla tanto
Fonte: The Post Internazionale
Il referendum sui voucher è previsto per il 28 maggio 2017. Credit: Max Rossi
La commissione Lavoro della Camera ha approvato il testo per l'abolizione dei voucher. Il governo dovrebbe portare in Consiglio dei ministri il decreto legge che, recependo questo testo, li abolirà. In questo modo si eviterebbe il referendum promosso dalla Cgil, per cui si dovrebbe votare il 28 maggio 2017.
La segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha dichiarato che se l'intervento dell'esecutivo “dovesse corrispondere” al quesito referendario sarebbe uno “straordinario risultato”.
Il testo approvato dalla commissione Lavoro di Montecitorio prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2017 che permette l'utilizzo dei voucher a chi li ha già acquistati.
Critiche sono arrivate da Pierluigi Bersani che parla di “paura del referendum” e del presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, secondo il quale si tratta di un “balzo indietro” e di “schizofrenia legislativa”. Per il Movimento Cinque Stelle il governo è “allo sbando e terrorizzato dal voto popolare”.
Critiche anche da parte del mondo sindacale. La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, sostiene che il “sistema dei voucher va cambiato e non abolito”. Secondo la Uil sarebbe stato “meglio fare un accordo prima del referendum” puntando a una drastica riduzione dei buoni lavoro.
Camusso sottolinea che la campagna referendaria “va avanti”.
--- LEGGI ANCHE: Cosa sono i voucher e perché se ne parla tanto
Fonte: The Post Internazionale
giovedì 16 marzo 2017
Perché gli ambulanti protestano
Sono contrari alla "direttiva Bolkestein" perché non vogliono che le loro concessioni siano messe a gara
Mercoledì i venditori ambulanti hanno manifestato a Roma per la seconda volta in poche settimane. Protestano contro l’attuazione della “direttiva Bolkestein”, un regolamento europeo che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, tra cui anche quelle di cui godono i venditori ambulanti, invece che assegnarle senza un termine. Gli ambulanti avevano già manifestato per questo lo scorso febbraio, quando si erano uniti ai tassisti che protestavano contro Uber (la manifestazione degenerò in una serie di scontri e violenze). È una questione complicata, che dura in realtà da più di un decennio e si ripropone ciclicamente: oltre agli ambulanti, riguarda anche i gestori di stabilimenti balneari.
Le proteste degli ultimi giorni si sono concentrate contro il cosiddetto “decreto milleproroghe” con cui il governo ha cercato di raggiungere contemporaneamente due obiettivi: soddisfare gli ambulanti e rispettare le leggi europee. Da un lato, infatti, il decreto ha prorogato tutte le attuali concessioni, comprese quelle già scadute, fino al 31 dicembre 2018. Dall’altro ha stabilito che gli enti locali potranno già cominciare a preparare le gare pubbliche per le concessioni che saranno riassegnate a partire dal 2019. Se la legge non sarà cambiata, a partire dal 2019 e per la prima volta gli ambulanti dovranno partecipare a gare pubbliche e fare offerte per vedersi riassegnati gli spazi che prima utilizzavano per il loro commercio. Molti di loro, che per decenni hanno goduto di rinnovi quasi automatici, sono contrari alle gare perché temono di perdere il loro lavoro.
A protestare con gli ambulanti ci sono quasi tutti i partiti politici di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che in particolare a Roma si è mostrato spesso vicino agli ambulanti locali, molti dei quali sono legati alla potente famiglia Tredicine. Lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione simile a quella di questi giorni, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio, uno dei principali leader del Movimento, disse: «No a speculazioni su multinazionali, difendiamo il commercio ambulante con i posti di lavoro e chiediamo a governo e regione la proroga della scadenza di tutte le concessioni previste e lo stralcio del commercio ambulante dalla direttiva Bolkestein». In realtà è estremamente improbabile che le società multinazionali siano interessate al settore della vendita ambulante. L’apertura alla concorrenza, però, rischia in ogni caso di diminuire i guadagni di coloro che fino a questo momento hanno avuto l’opportunità di rinnovare in maniera praticamente automatica le loro concessioni.
La decisione contenuta nel “decreto milleproroghe” è l’ennesimo intervento del governo sulla direttiva Bolkestein, approvata 11 anni fa e da allora mai completamente implementata nel nostro paese. La “direttiva sui servizi”, questo è il suo nome corretto, fu approvata nel 2006, quando la Commissione europea era guidata da Romano Prodi, e sancisce la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché aveva la sede in un altro paese dell’Unione. Una delle disposizioni della direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici devono avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. La direttiva stabilisce anche che quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concessi ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara.
Come tutti le direttive europee più importanti, anche la Bolkestein è stata il frutto di lunghe e difficili trattative e il risultato finale ha lasciato molti scontenti. La direttiva è accusata di essere troppo ampia e di includere tra le concessioni che devono essere esposti a gare pubbliche anche attività che, secondo i loro titolari, andrebbero invece protette, come gli stabilimenti balneari e la vendita ambulante. Sono settori su cui è molto delicato intervenire in quasi tutta Europa: quando la Bolkestein fu approvata nel 2006, per esempio, ci furono grandissime proteste in Francia. In Italia l’applicazione della direttiva è particolarmente complicata. Nel nostro paese le concessioni agli ambulanti e quelle balneari sono quasi sempre state assegnate nel corso di trattative dirette tra stato e concessionario, senza la possibilità per terze parti di fare offerte migliori. In sostanza i titolari delle concessioni hanno goduto di rinnovi quasi automatici spesso a prezzi poco più che simbolici. In particolare gli stabilimenti balneari sono stati concessi a canoni bassissimi e ci sono molti casi in cui la stessa famiglia gode della stessa concessione sin dai primi del Novecento.
Un primo tentativo di implementare la direttiva in Italia venne fatto nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. All’epoca al governo c’era Silvio Berlusconi e la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire. Non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste simili a quella di questi giorni. Oltre alla perdita di una rendita assicurata, molti protestavano contro il rischio di perdere il loro investimento. Chi era subentrato da poco in una concessione e magari aveva fatto degli investimenti per sfruttarla, infatti, rischiava di perdere tutto nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere nuovamente la concessione dopo la gara. Il governo pensò di risolvere il problema stabilendo una proroga automatica per tutti i concessionari fino al 2015, in modo da dare loro cinque anni di tempo per ammortizzare gli eventuali investimenti e così limitare le eventuali perdite.
Ma nel passaggio tra decreto e conversione in legge, gli obblighi di mettere a gara la concessione furono attenuati. Di fatto ai concessionari venne garantito una sorta di nuovo rinnovo automatico, che è esplicitamente vietato dalla Bolkestein. Nessuno lo comunicò alla Commissione Europea, che vedendo il testo originale del decreto legge aveva ritirato la procedura di infrazione aperta contro l’Italia. Ci furono incomprensioni e pasticci, ma alla fine la Commissione chiuse un occhio e non riaprì la procedura d’infrazione. Nel frattempo, contro l’opinione del governo Monti, che nel frattempo era subentrato a quello Berlusconi, nel 2012 il Parlamento si prese un altro po’ di tempo per i concessionari. Ai balneari furono prorogate le concessioni per altri cinque anni, dal 2015 al 2020.
Lo scorso autunno, il governo Renzi aveva promesso di allineare a questa data la scadenza di tutte le concessioni, ma con l’approvazione del milleproroghe gli ambulanti sono rimasti delusi e le loro concessioni sono state allungate soltanto fino al 2018. Oggi i loro rappresentati chiedano che, come primo passo, la scadenza delle loro concessioni venga allineata a quella degli stabilimenti balneari, ma chiedono anche che l’intero settore della vendita ambulante venga escluso dall’ambito della direttiva. Indipendentemente da come finirà questa storia, esperti e avvocati sono d’accordo nel dire che sarebbe stato possibile risolvere tutto molto tempo fa, studiando meglio l’introduzione della Bolkestein oppure trovando allora una soluzione più efficace, elaborando un periodo di proroga sufficientemente lungo e un sistema di indennizzi per preparare il settore all’arrivo delle gare.
Fonte: Il Post
(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Mercoledì i venditori ambulanti hanno manifestato a Roma per la seconda volta in poche settimane. Protestano contro l’attuazione della “direttiva Bolkestein”, un regolamento europeo che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, tra cui anche quelle di cui godono i venditori ambulanti, invece che assegnarle senza un termine. Gli ambulanti avevano già manifestato per questo lo scorso febbraio, quando si erano uniti ai tassisti che protestavano contro Uber (la manifestazione degenerò in una serie di scontri e violenze). È una questione complicata, che dura in realtà da più di un decennio e si ripropone ciclicamente: oltre agli ambulanti, riguarda anche i gestori di stabilimenti balneari.
Le proteste degli ultimi giorni si sono concentrate contro il cosiddetto “decreto milleproroghe” con cui il governo ha cercato di raggiungere contemporaneamente due obiettivi: soddisfare gli ambulanti e rispettare le leggi europee. Da un lato, infatti, il decreto ha prorogato tutte le attuali concessioni, comprese quelle già scadute, fino al 31 dicembre 2018. Dall’altro ha stabilito che gli enti locali potranno già cominciare a preparare le gare pubbliche per le concessioni che saranno riassegnate a partire dal 2019. Se la legge non sarà cambiata, a partire dal 2019 e per la prima volta gli ambulanti dovranno partecipare a gare pubbliche e fare offerte per vedersi riassegnati gli spazi che prima utilizzavano per il loro commercio. Molti di loro, che per decenni hanno goduto di rinnovi quasi automatici, sono contrari alle gare perché temono di perdere il loro lavoro.
A protestare con gli ambulanti ci sono quasi tutti i partiti politici di opposizione: Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle, che in particolare a Roma si è mostrato spesso vicino agli ambulanti locali, molti dei quali sono legati alla potente famiglia Tredicine. Lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione simile a quella di questi giorni, il vicepresidente della Camera Luigi di Maio, uno dei principali leader del Movimento, disse: «No a speculazioni su multinazionali, difendiamo il commercio ambulante con i posti di lavoro e chiediamo a governo e regione la proroga della scadenza di tutte le concessioni previste e lo stralcio del commercio ambulante dalla direttiva Bolkestein». In realtà è estremamente improbabile che le società multinazionali siano interessate al settore della vendita ambulante. L’apertura alla concorrenza, però, rischia in ogni caso di diminuire i guadagni di coloro che fino a questo momento hanno avuto l’opportunità di rinnovare in maniera praticamente automatica le loro concessioni.
La decisione contenuta nel “decreto milleproroghe” è l’ennesimo intervento del governo sulla direttiva Bolkestein, approvata 11 anni fa e da allora mai completamente implementata nel nostro paese. La “direttiva sui servizi”, questo è il suo nome corretto, fu approvata nel 2006, quando la Commissione europea era guidata da Romano Prodi, e sancisce la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché aveva la sede in un altro paese dell’Unione. Una delle disposizioni della direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici devono avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. La direttiva stabilisce anche che quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concessi ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara.
Come tutti le direttive europee più importanti, anche la Bolkestein è stata il frutto di lunghe e difficili trattative e il risultato finale ha lasciato molti scontenti. La direttiva è accusata di essere troppo ampia e di includere tra le concessioni che devono essere esposti a gare pubbliche anche attività che, secondo i loro titolari, andrebbero invece protette, come gli stabilimenti balneari e la vendita ambulante. Sono settori su cui è molto delicato intervenire in quasi tutta Europa: quando la Bolkestein fu approvata nel 2006, per esempio, ci furono grandissime proteste in Francia. In Italia l’applicazione della direttiva è particolarmente complicata. Nel nostro paese le concessioni agli ambulanti e quelle balneari sono quasi sempre state assegnate nel corso di trattative dirette tra stato e concessionario, senza la possibilità per terze parti di fare offerte migliori. In sostanza i titolari delle concessioni hanno goduto di rinnovi quasi automatici spesso a prezzi poco più che simbolici. In particolare gli stabilimenti balneari sono stati concessi a canoni bassissimi e ci sono molti casi in cui la stessa famiglia gode della stessa concessione sin dai primi del Novecento.
Un primo tentativo di implementare la direttiva in Italia venne fatto nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. All’epoca al governo c’era Silvio Berlusconi e la Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire. Non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste simili a quella di questi giorni. Oltre alla perdita di una rendita assicurata, molti protestavano contro il rischio di perdere il loro investimento. Chi era subentrato da poco in una concessione e magari aveva fatto degli investimenti per sfruttarla, infatti, rischiava di perdere tutto nel caso in cui non fosse riuscito a ottenere nuovamente la concessione dopo la gara. Il governo pensò di risolvere il problema stabilendo una proroga automatica per tutti i concessionari fino al 2015, in modo da dare loro cinque anni di tempo per ammortizzare gli eventuali investimenti e così limitare le eventuali perdite.
Ma nel passaggio tra decreto e conversione in legge, gli obblighi di mettere a gara la concessione furono attenuati. Di fatto ai concessionari venne garantito una sorta di nuovo rinnovo automatico, che è esplicitamente vietato dalla Bolkestein. Nessuno lo comunicò alla Commissione Europea, che vedendo il testo originale del decreto legge aveva ritirato la procedura di infrazione aperta contro l’Italia. Ci furono incomprensioni e pasticci, ma alla fine la Commissione chiuse un occhio e non riaprì la procedura d’infrazione. Nel frattempo, contro l’opinione del governo Monti, che nel frattempo era subentrato a quello Berlusconi, nel 2012 il Parlamento si prese un altro po’ di tempo per i concessionari. Ai balneari furono prorogate le concessioni per altri cinque anni, dal 2015 al 2020.
Lo scorso autunno, il governo Renzi aveva promesso di allineare a questa data la scadenza di tutte le concessioni, ma con l’approvazione del milleproroghe gli ambulanti sono rimasti delusi e le loro concessioni sono state allungate soltanto fino al 2018. Oggi i loro rappresentati chiedano che, come primo passo, la scadenza delle loro concessioni venga allineata a quella degli stabilimenti balneari, ma chiedono anche che l’intero settore della vendita ambulante venga escluso dall’ambito della direttiva. Indipendentemente da come finirà questa storia, esperti e avvocati sono d’accordo nel dire che sarebbe stato possibile risolvere tutto molto tempo fa, studiando meglio l’introduzione della Bolkestein oppure trovando allora una soluzione più efficace, elaborando un periodo di proroga sufficientemente lungo e un sistema di indennizzi per preparare il settore all’arrivo delle gare.
Fonte: Il Post
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