venerdì 7 settembre 2018

C’è un accordo su ILVA

In cambio della cessione della più grande acciaieria d'Europa, la società ArcelorMittal assumerà subito 10.700 degli attuali dipendenti e non farà esuberi

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

I sindacati italiani dei lavoratori metalmeccanici e la multinazionale ArcelorMittal hanno firmato l’accordo occupazionale su ILVA, la grande acciaieria di Taranto. L’accordo prevede l’assunzione diretta di 10.700 persone, mentre ad altri 3.100 operai sarà offerto un incentivo all’esodo di un valore complessivo di 250 milioni di euro, circa centomila euro a testa, e riceveranno una nuova offerta di lavoro dalla stessa ArcelorMittal per restare occupati almeno fino al 2023.

Le trattative, iniziate ieri, sono proseguite tutta la notte al ministero per lo Sviluppo economico con la partecipazione del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Tutti i principali leader dei sindacati dei metalmeccanici che hanno condotto le trattative hanno detto di essere soddisfatti dell’accordo. Ora il testo sarà sottoposto al voto degli operai, che in teoria dovrebbero approvarlo a larga maggioranza. Soltanto dopo arriverà la firma formale dell’intesa.

Rispetto all’accordo precedente, che era stato raggiunto dall’ex ministro Carlo Calenda, questo accordo comporta l’assunzione immediata di 700 lavoratori in più. Inoltre non è più previsto l’intervento di Invitalia, una società di investimento pubblica che avrebbe dovuto assorbire gli esuberi. In base al nuovo accordo, degli esuberi si farà carico ArcelorMittal, offrendo posti di lavoro in altre aziende del gruppo senza penalizzazioni salariali o in termini di diritti. Altre 300 assunzioni sono state ottenute dalla trattativa avvenuta questa notte, che ha portato a un ulteriore miglioramento per i sindacati dell’offerta fatta da ArcelorMittal ieri pomeriggio.

L’accordo è arrivato nonostante le promesse fatte dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale, quando il suo fondatore Beppe Grillo aveva chiesto la chiusura totale dell’ILVA e la sua riconversione ad altre produzioni. L’ILVA di Taranto è una delle più grande acciaierie d’Europa ed è più estesa dell’intero abitato di Taranto. Negli anni però è stata responsabile di un grave inquinamento dell’area circostante e l’azienda che la gestiva in precedenza ha commesso svariate violazioni della normativa ambientale, ragione per cui nel 2012 la magistratura ne aveva ordinato il sequestro, innescando il lungo processo che attraverso il commissariamento pubblico ha portato l’acciaieria a essere venduta, all’inizio di quest’anno, al consorzio indiano ArcelorMittal. Il passaggio di proprietà era previsto per la metà di settembre, quindi sindacati e governo avevano pochi giorni per ultimare l’accordo e fare ulteriori richieste alla società.

Le trattative però sono rimaste in sospeso per mesi, principalmente a causa della volontà del ministro Di Maio che, in alcuni momenti, è sembrato incline a mantenere le promesse del fondatore del Movimento e bloccare l’intera acquisizione. Di Maio, per esempio, ha sostenuto che l’intera gara con cui ArcelorMittal si era aggiudicata l’acciaieria fosse irregolare. Alla fine, però, la procedura è risultata regolare e, dopo settimane di trattative culminate ieri notte, i sindacati sono riusciti a spuntare migliori condizioni in termini occupazionali, mentre il ministero ha ottenuto ulteriori garanzie dal punto di vista ambientale, con l’anticipo della copertura dei parchi minerari dal 2020 al 2019.

Fonte: Il Post

giovedì 6 settembre 2018

Bisogna sequestrare 49 milioni alla Lega

Il Tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della procura di Genova

(ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Il Tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della procura di Genova di provvedere al sequestro dei 49 milioni di euro che, secondo una sentenza di primo grado dello stesso tribunale, la Lega avrebbe ottenuto in maniera fraudolenta tra 2008 e 2010 e non ha mai restituito. La procura aveva chiesto di poter sequestrare non solo tutto il denaro oggi riconducibile al partito, ma anche i proventi futuri fino alla copertura totale dei 49 milioni di euro. Secondo Repubblica, al momento sui conti correnti della Lega ci sono 5 milioni di euro.

La richiesta della procura deriva a sua volta dalla condanna per truffa ai danni dello stato ricevuta dal fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, dall’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, da tre dipendenti del partito e due imprenditori. Il procedimento riguardava i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega – che allora si chiamava Lega Nord – tra il 2008 e il 2010, che erano stati utilizzati invece per spese personali.

Il Tribunale del Riesame aveva già respinto una volta la richiesta di sequestro della procura, che in risposta aveva fatto ricorso. All’inizio di luglio la Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza, obbligando il Tribunale a tornare sul caso caso tenendo conto delle sue osservazioni (sostanzialmente, la Cassazione ha detto che è legittimo sequestrare tutti i futuri proventi della Lega).

Ora bisognerà capire, dai dettagli della sentenza, come la procura potrà procedere al sequestro: se per esempio potrà sequestrare il denaro anche delle organizzazioni territoriali e delle fondazioni e associazioni affiliate al partito. Secondo l’Espresso, il Tribunale avrebbe dato un’autorizzazione molto estensiva alla procura: «La sentenza della Cassazione e la conferma di oggi del tribunale del Riesame di Genova danno la possibilità di aggredire anche questo denaro». A questo punto non è ancora chiaro se un eventuale ricorso alla Cassazione da parte degli avvocati della Lega potrebbe bloccare i sequestri. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e dirigente della Lega, aveva detto pochi giorni fa che la sentenza del riesame avrebbe portato alla “fine” della Lega.

Fonte: Il Post

giovedì 16 agosto 2018

Il crollo del ponte Morandi, per punti

Le cose essenziali da sapere sul disastro di Genova che ha causato almeno 39 morti

(ANSA/LUCA ZENNARO)

Il crollo del ponte Morandi a Genova è uno degli incidenti più gravi avvenuti in Italia negli ultimi anni. Almeno 39 persone sono morte, mentre altre 16 sono ferite: ma ci sono molti dispersi – potrebbero essere più di dieci – e i soccorritori li stanno ancora cercando. Ecco, in breve, quello che c’è da sapere sul disastro.

Il crollo
Martedì 14 agosto, poco prima di mezzogiorno, uno dei tre piloni che sostenevano il ponte Morandi, a Genova, è crollato, trascinando con sé un tratto di strada lungo circa 200 metri. Il ponte è crollato sul torrente Polcevera, su alcuni binari ferroviari e sopra alcuni capannoni che in quel momento erano deserti. Almeno trenta veicoli – tra macchine e camion – si trovavano sul tratto crollato al momento del disastro.

Le cause
Ancora non si conoscono le ragioni del crollo, ma in molti sostengono che il ponte avesse difetti di progettazione che richiedevano una costante manutenzione ed effettivamente da anni a Genova si parlava apertamente delle sue condizioni e anche della possibilità che crollasse. Fin dagli anni Novanta il ponte era stato sottoposto a cicli di interventi e, al momento del crollo, erano in corso alcuni importanti lavori di ristrutturazione. Non è ancora chiaro se avessero qualcosa a che fare con il crollo.

Il ponte
Il ponte Morandi era una stuttura lunga 1.182 metri, alta 45 e sostenuta da tre piloni alti 90 metri. Era stata costruito nel 1967 lungo l’A10, l’Autostrada dei fiori che da Genova arriva fino a Ventimiglia e al confine francese: era di fatto la principale via di uscita e di ingresso in città, IL ponte autostradale di Genova per eccellenza, e aveva un aspetto iconico che lo aveva reso molto riconoscibile e famoso. Il ponte venne costruito con una serie di tecniche innovative la cui efficacia e sicurezza è stata molto criticata nel corso degli anni. In passato si è spesso parlato della possibilità di demolirlo, preferendo però mantenerlo in piedi con alti costi di manutenzione.

Il crollo si poteva prevedere? 
Da anni il ponte era oggetto di frequenti lavori ed era costantemente monitorato da esperti ed ingegneri. La società Autostrade per l’Italia, incaricata della manutenzione, aveva sempre garantito la sicurezza del ponte. Non è ancora chiaro se il crollo fosse imprevedibile e se ci sono stati degli errori nei sistemi di prevenzione.

Le reazioni
Il governo ha immediatamente incolpato la società Autostrade per l’Italia, ha chiesto le dimissioni dei suoi vertici e ha annunciato di aver già avviato le procedure per ritirare la concessione, che sarebbe scaduta nel 2038. È una procedura molto complessa e che rischia di costare miliardi di euro alle casse dello Stato, se non si riuscirà a dimostrare che Autostrade ha commesso una colpa grave nella gestione della concessione (il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto che «non possiamo aspettare i tempi della giustizia»).

Fonte: Il Post

giovedì 2 agosto 2018

Bologna, 2 agosto 1980. La più grande strage italiana di terrorismo


Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente 20 chili di esplosivo militare militare gelatinoso, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il ristorante. In pochi secondi 85 morti e 205 feriti di cui 70 con invalidità permanente. La più grande strage italiana di terrorismo.

In trent’anni sono stati condannati due manovali neo-fascisti Francesca Mambro e Giusva Fioravanti ma non conosciamo ancora i mandanti e i complici che lavorarono a un gigantesco depistaggio che non è ancora finito.

La strage di Bologna parla così alla nostra memoria e noi dobbiamo ricordarlo se crediamo alla nostra costituzione e agli uomini e donne migliori della repubblica.

mercoledì 25 luglio 2018

È morto Sergio Marchionne

In un ospedale di Zurigo, in Svizzera, dove era ricoverato da fine giugno per un intervento alla spalla: aveva 66 anni

(Mark Thompson/Getty Images)

Sergio Marchionne è morto mercoledì mattina nell’ospedale universitario di Zurigo, in Svizzera: aveva 66 anni e dal 2004 fino a pochi giorni fa era stato il CEO di Fiat Chrysler Automobiles. Lo scorso 27 giugno, Marchionne era stato ricoverato per un’operazione alla spalla. La famiglia, così come FCA, aveva deciso di non fornire informazioni più precise sulle sue condizioni, né sulle gravi complicazioni sopraggiunte nell’ultima settimana. Recentemente i giornali hanno ipotizzato che fosse malato di tumore ai polmoni.

Nei suoi anni alla guida di FIAT, dal 2004, e in seguito di FCA, Marchionne è stato l’artefice del risanamento dell’azienda automobilistica e del suo rilancio internazionale, anche grazie all’acquisizione della statunitense Chrysler. Si sarebbe dovuto dimettere dal ruolo di amministratore di FCA nei primi mesi del 2019.

Il presidente di FCA e della holding Exor ha diffuso un messaggio, confermando la notizia della morte di Marchionne:


È accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler. Rinnovo l’invito a rispettare la privacy della famiglia di Sergio.


Come scrive Repubblica, dopo l’operazione subita alla spalla destra a fine giugno, le sue condizioni sembravano essere nella norma. Una decina di giorni fa c’è però stato un peggioramento per “complicazioni postoperatorie”, con la situazione che si è fatta ancora più difficile alla fine della scorsa settimana. Sabato il consiglio di amministrazione di FCA ha deciso la rimozione di Marchionne dai suoi incarichi, conferendoli al manager inglese Mike Manley, già responsabile del marchio Jeep della società.

L’ultima volta che Marchionne aveva rappresentato FCA in pubblico era stata a fine giugno, poco prima del ricovero, quando aveva presentato le nuove Jeep Wrangler fornite in dotazione ai Carabinieri. In quell’occasione era apparso affaticato, ma secondo i giornali italiani aveva spiegato ai collaboratori di prevedere una rapida convalescenza, dopo l’operazione a Zurigo.

Il 22 luglio il Corriere della Sera aveva poi pubblicato una lettera scritta da Elkann ai dipendenti per spiegare che le condizioni di Marchionne erano “purtroppo peggiorate” e non gli avrebbero permesso di proseguire il suo incarico. In seguito le condizioni di Marchionne erano state definite “irreversibili”. Le informazioni sulle cause del peggioramento dopo l’operazione non sono molte e non è quindi chiaro quali complicazioni ci siano state, né quale fosse l’effettiva natura dell’intervento chirurgico.

Marchionne entrò in FIAT nel 2003 come consigliere di amministrazione, assumendo la carica di amministratore delegato dell’azienda in pessime condizioni economiche l’anno seguente. La società perdeva circa 2 milioni di euro al giorno ed era necessario risanarla e rilanciare la produzione dei veicoli, aggiornando l’offerta. Marchionne ruppe l’accordo con la casa automobilistica statunitense GM, che avrebbe probabilmente portato alla fine della FIAT e della sua autonomia, e portò avanti il risanamento e il pagamento dei debiti alle banche. Negli anni della crisi finanziaria ed economica globale, guardò a Chrysler in altrettante difficoltà come possibile partner per rafforzare i marchi italiani. L’operazione portò alla nascita del settimo costruttore di automobili al mondo, con una produzione intorno ai 4,5 milioni di veicoli all’anno.

A partire dal 2010 Marchionne dovette fare i conti con i sindacati e un duro scontro con la CGIL, mentre chiedeva la possibilità di rinuncia allo sciopero. Fu poi al centro di critiche e dure polemiche quando mancò la promessa di realizzare Fabbrica Italia, un progetto molto ambizioso per rilanciare la produzione automobilistica italiana, che dovette però fare i conti con la crisi economica. Nel 2014 si impegnò ad azzerare i debiti di FCA e la cassa integrazione per gli operai. Mentre il primo obiettivo è stato realizzato, dando più stabilità all’azienda, la cassa integrazione interessa ancora il 7 per cento circa dei dipendenti.

Marchionne aveva annunciato nel 2017 la sua decisione di lasciare la guida di FCA nei primi mesi del 2019, accompagnando la sua uscita con l’impegno di dirigenti come Manley, che ha ora anticipato l’assunzione del nuovo incaricato. Marchionne sarebbe dovuto rimanere presidente di Ferrari, marchio cui teneva particolarmente e sul quale aveva lavorato per il rilancio industriale e nel campo agonistico con la Formula 1.

Fonte: Il Post

giovedì 19 luglio 2018

In ricordo di Paolo Borsellino


Il 19 luglio del 1992, alle ore 16.55, una Fiat 126 con circa 100 kg di tritolo esplose fragorosamente in Via D'Amelio, assassinando il Giudice Paolo Borsellino e gli angeli della sua scorta.

'Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola' (Paolo Borsellino)

domenica 1 luglio 2018

Roberto Fico dice che non chiuderebbe i porti

In una visita all'hotspot di Pozzallo ha aggiunto che alcune ong «fanno un lavoro straordinario»

Il presidente della Camera Roberto Fico intervistato all'hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il 30 giugno 2018 (TG3)

Rispondendo alla domanda di una giornalista durante una visita all’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il presidente della Camera dei deputati e dirigente del Movimento 5 Stelle Roberto Fico ha detto: «Io i porti non li chiuderei». Ha anche parlato del lavoro delle ong, sostenendo che «quando si parla di ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario».

«Come terza carica dello Stato dico che bisogna essere solidale con chi emigra, che sono storie drammatiche che toccano il cuore. Tocca all’Europa farsi carico di quest’emergenza, non solo all’Italia, e bisogna tirare fuori gli estremismi perché la solidarietà si fa insieme. Se questo è un approdo, deve essere un approdo europeo», ha poi aggiunto Fico, secondo quanto riporta Ansa.

Fico è sembrato quindi almeno in parte in disaccordo con il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, che sulla chiusura dei porti alle navi delle ong ha basato la maggior parte della sua recente propaganda politica, e che ancora oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha commentato i risultati dell’ultimo summit del Consiglio europeo sulla questione dei migranti dicendo: «L’Italia ha già chiuso i suoi porti. Anzi, abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra».

Fonte: Il Post

sabato 30 giugno 2018

Almeno 100 morti in un naufragio al largo della Libia

Soltanto i corpi di tre bambini molto piccoli sono stati recuperati, gli altri sono dispersi

(Libyan Coast Guard via AP)

Almeno 100 persone sono morte in un naufragio avvenuto ieri a circa 6 chilometri al largo delle coste libiche, ha confermato la missione delle Nazioni Unite in Libia. Ieri sono stati ritrovati i corpi di tre bambini molto piccoli, probabilmente sotto i tre anni; altre 16 persone, tutti uomini, sono state salvate dalla Guardia costiera libica; tutti gli altri passeggeri sono dispersi: erano in tutto 123. È uno dei naufragi più gravi degli ultimi mesi in tutto il Mediterraneo.

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte da AFP, il barcone era in legno e ha preso fuoco dopo un’esplosione avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì, poco dopo la partenza da Garaboulli, a est di Tripoli. I migranti provenivano da Yemen, Egitto, Sudan, Marocco, Ghana, Nigeria e Zambia, secondo la Guardia costiera. Secondo AFP, a bordo del barcone c’erano almeno 15 donne, ma tutti e 16 i sopravvissuti sono uomini. Tra i dispersi ci sono almeno due bambini di pochi mesi e tre sotto i 12 anni. Nella zona del naufragio non stava operando nessuna nave di soccorso delle ong, ha scritto Sergio Scandura di Radio Radicale.

Amri Swileh, un sopravvissuto dello Yemen, ha detto ad AFP di essersi inizialmente rifiutato di salire sul barcone quando ha visto che a bordo c’erano oltre 100 persone, perché gli avevano promesso che i passeggeri sarebbero stati solo venti. Uno scafista ha però minacciato di sparargli se non fosse salito sulla barca, lunga soltanto otto metri. Tutti e cinque i compagni di viaggio yemeniti con cui era partito Swileh sono dispersi. Un altro sopravvissuto, di 17 anni, ha raccontato di essere rimasto aggrappato con una corda alla nave capovolta per due ore, prima che arrivassero i soccorsi. Ha detto di aver pagato circa 400 dollari per il viaggio.

Sempre ieri, la Guardia costiera libica ha soccorso e riportato a Tripoli circa 300 migranti, che stavano viaggiando a bordo di tre diversi barconi.

Fonte: Il Post

martedì 19 giugno 2018

Salvini vuole un “censimento” dei rom

E dice che quelli irregolari saranno espulsi, mentre «i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa»

(ANSA/FABRIZIO RADAELLI)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto a TeleLombardia che vuole fare «una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti», aggiungendo che vorrebbe rifare «quello che fu definito il censimento. Facciamo un’anagrafe». Salvini ha criticato come sia stata gestita dai suoi predecessori quella che definisce la «questione rom in Italia», sostenendo che «dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos». Secondo quanto ha scritto Repubblica in un pezzo successivamente condiviso su Twitter dallo stesso Salvini, ha poi detto:


«Gli stranieri irregolari andranno espulsi con accordi fra Stati. Ma i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa».


Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, che risalgono al 2017, nei 516 campi rom presenti in Italia vivono poco meno di 30mila persone.

Fonte: Il Post

lunedì 11 giugno 2018

Salvini può davvero chiudere i porti ai migranti?

Qualcuno dice di sì, ma in realtà diverse leggi nazionali e trattati internazionali lo vietano

(Vincenzo Livieri - LaPresse)

Ieri sera il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato che non consentirà lo sbarco nei porti italiani della nave Aquarius, gestita dalla ong SOS Mediterranée, in arrivo dalla Libia con circa seicento migranti tra cui molti minorenni. È una decisione con pochi precedenti ma tutto sommato attesa; il governo Gentiloni aveva minacciato di farlo nell’estate del 2017, e Salvini aveva promesso più volte che avrebbe adottato un approccio ancora più duro nei confronti dell’immigrazione. Ma l’Italia può davvero decidere di chiudere i porti alle navi che trasportano migranti?

Il testo più citato da chi sostiene questa corrente di pensiero è l’articolo 19 della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (PDF). Stabilisce che il passaggio di una nave nelle acque di un altro stato è consentito finché «non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero». Al comma 2g, che elenca le attività che possono essere considerate offensive, c’è anche lo «scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero». Secondo questa linea di pensiero, le navi delle ong consentono che gruppi di persone entrino illegalmente in Italia, e quindi possano essere fermate. Questa tesi non regge di fronte ad altre norme nazionali e internazionali che regolano il salvataggio delle persone in mare e la gestione dei flussi migratori. Secondo la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo, gli sbarchi di persone soccorse in mare devono avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Per questi motivi le ong trasportano in Italia – e solo in Italia – tutte le persone che soccorrono nel tratto di mare fra Libia e Italia: è semplicemente il posto più vicino che può accogliere le persone soccorse in mare. Paesi come Malta, la Tunisia e soprattutto la Libia non sarebbero in grado di gestire sbarchi di questo tipo e occuparsi efficacemente delle persone sbarcate.

Bisogna poi tenere conto del fatto che tutte le persone a bordo di queste navi intendono fare richiesta di una forma di protezione internazionale, cioè o l’asilo politico o la protezione per motivi umanitari, e vanno perciò considerate dei richiedenti asilo. La loro condizione cambia il trattamento che per legge devono offrire le autorità italiane secondo il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, che regola «l’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato» dei migranti.

L’articolo 10 del Testo parla dei respingimenti, cioè la pratica di allontanare uno o più migranti che secondo lo stato non sono nella condizione di poter essere accolti. Il Testo specifica chiaramente che il respingimento non può avvenire «nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». La legge italiana, in sostanza, vieta di respingere persone che chiedono di ottenere una forma di protezione internazionale. Dato che tutti i migranti che arrivano in Italia hanno diritto di fare richiesta di protezione, sarebbe difficile trovare una base legale per respingerli ancora prima che ne abbiano avuto la possibilità.

I respingimenti di richiedenti asilo sono anche esplicitamente vietati dall’articolo 33 della convenzione sullo status dei rifugiati firmata a Ginevra nel 1951, e dal protocollo 4 che integra la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, entrato in vigore nel 1968.

L’Italia in passato è stata condannata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per avere compiuto respingimenti illegali di massa sui passeggeri di alcuni barconi di migranti, all’epoca dei governi Berlusconi. Una nuova decisione in questo senso – che dovrebbe essere presa sia da Salvini sia dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli – significherebbe probabilmente l’apertura di nuovi procedimenti da parte della Corte, e il peggioramento dei rapporti con gli alleati europei e occidentali.

Fonte: Il Post

giovedì 7 giugno 2018

È stato fermato l’uomo indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko


È stato fermato Antonio Pontoriero, il 42enne indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko, il sindacalista 29enne di origini maliane ucciso con una fucilata alla testa sabato scorso a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Il fermo è stato eseguito di persona dal pm a capo dell’indagine, Ciro Lotoro, per il rischio che Pontoriero scappasse. Pontoriero era stato indagato martedì, secondo i giornali per i molti indizi che suggerivano il suo coinvolgimento nell’omicidio: Repubblica, citando fonti investigative, scrive che è molto difficile che il fermo non venga convalidato allo scadere delle 48 ore.

Sacko era stato ucciso la sera di sabato mentre insieme a due conoscenti stava raccogliendo delle vecchie lamiere in una fornace abbandonata per ricostruire le baracche della vicina tendopoli di San Ferdinando, dove viveva. Un uomo era sceso da una Panda bianca e aveva sparato diversi colpi da circa 70 metri, per poi scappare. Sacko era piuttosto conosciuto perché collaborava con l’unione sindacale di base per i diritti dei braccianti dei campi della piana di Gioia Tauro.

Fonte: Il Post

sabato 2 giugno 2018

2 giugno: auguri alla Repubblica Italiana


Il 2 e il 3 giugno del 1946 si tenne il referendum istituzionale, indetto a suffragio universale, con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava Repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati. 

Link: Festa della Repubblica Italiana (da Wikipedia)

venerdì 1 giugno 2018

Governo Conte, ecco la lista ufficiale dei ministri


Giovedì 31 maggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il professor Giuseppe Conte per conferirgli l’incarico di formare un governo dopo l’accordo tra M5s e Lega.

Conte ha accettato senza riserva e ha presentato a Mattarella la lista dei ministri. Il nuovo esecutivo giurerà oggi alle ore 16.

Ecco la lista ufficiale dei ministri:

lunedì 28 maggio 2018

È saltato tutto, Mattarella convoca Cottarelli

Conte ha rinunciato dopo lo scontro tra Mattarella e Lega-M5S sulla nomina di Savona; Di Maio proporrà la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica: non era mai successo niente di simile

Sergio Mattarella. (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Giuseppe Conte ha rinunciato all’incarico da presidente del Consiglio, dopo un colloquio col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tutto è clamorosamente saltato perché la lista dei ministri presentata da Conte conteneva il nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia, un noto economista che aveva teorizzato l’uscita dell’Italia dall’euro.

Mattarella si è opposto alla nomina di Savona in ragione di quelle idee e progetti, e del rischio che avrebbero rappresentato per gli italiani; ha chiesto di proporre un’alternativa proveniente dallo stesso schieramento politico, ma M5S e Lega si sono opposti facendo saltare l’accordo (altre volte in passato era accaduto che il presidente della Repubblica si opponesse alla nomina di un ministro). Dopo aver rivolto un accorato discorso, Mattarella ha convocato al Quirinale per domattina Carlo Cottarelli, ex commissario per la spending review, probabilmente per affidargli l’incarico di formare un governo.

Luigi Di Maio, capo del M5S, ha annunciato che proporrà al Parlamento di discutere la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica per alto tradimento e attentato alla Costituzione. Matteo Salvini, capo della Lega, ha chiesto le elezioni anticipate. Entrambi hanno detto più volte che Mattarella ha voluto opporsi a Savona perché «sgradito a Berlino» e ai cosiddetti «poteri forti».

Vedi anche: Cosa dice la Costituzione sulla nomina dei ministri

Mattarella ha spiegato che, tra le altre cose, con Savona si sarebbe arrivati “probabilmente, o forse inevitabilmente, all’uscita dell’Italia dall’euro” – che Savona aveva teorizzato spiegando che dovrebbe avvenire “in segreto” – e che la sola sua nomina avrebbe messo a rischio immediato i risparmi degli italiani, per l’aumento dei tassi di interesse che avrebbe comportato. Mattarella ha ricordato anche che l’uscita dell’Italia dall’euro non è stata discussa durante la campagna elettorale, e che aveva chiesto a Lega e M5S di proporre un’altra persona del loro schieramento politico per quel ministero, ma nessuna proposta alternativa è arrivata.

Leggi anche: I ministri che volevano Lega e M5S

La Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere di nominare i ministri, e al presidente del Consiglio solo quello di proporli: nonostante questo, mai nella storia repubblicana si era arrivati a un simile scontro tra il presidente della Repubblica e una maggioranza parlamentare.

Fonte: Il Post

mercoledì 23 maggio 2018

26 anni fa la strage di Capaci


23 maggio 2018. Sono trascorsi 26 anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Per non dimenticare...


"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini" (Giovanni Falcone)

martedì 22 maggio 2018

Giuseppe Conte, chi è e le altre cose da sapere

La persona indicata da M5S e Lega come nuovo presidente del Consiglio è un avvocato di 54 anni e non ha mai fatto politica

Giuseppe Conte (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Giuseppe Conte è stato indicato da Movimento 5 Stelle e Lega Nord come presidente del Consiglio del loro futuro governo. Conte ha 54 anni, è nato a Volturara Appula, in provincia di Foggia, è un avvocato civilista e insegnante di diritto, e non ha mai fatto politica. Il suo nome è stato annunciato lunedì pomeriggio da Luigi di Maio dopo avere incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Dal 2013 Giuseppe Conte è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Quando il Movimento 5 Stelle lo candidò per quell’incarico, scrive Repubblica, presentò un “curriculum di 18 pagine” e i giornali di oggi insistono molto sulle sue esperienze lavorative e di studio. Le più importanti, tra quelle che dichiara, sono la laurea in Giurisprudenza del 1988, gli studi di perfezionamento a Yale e alla New York University (che ha però smentito che Conte abbia studiato lì) e le docenze di Diritto Privato all’Università di Firenze e all’università LUISS di Roma. Conte, che lavora come avvocato a Roma e ha un suo studio legale, è anche avvocato patrocinante in Cassazione. Giuseppe Conte è stato inoltre il legale nella complessa vicenda sul caso Stamina della famiglia di Sofia, bambina con una grave malattia neurodegenerativa non curabile.

Di Conte non si era parlato molto fino a poche settimane fa, quando prima delle elezioni il Movimento 5 Stelle lo aveva indicato come ministro della Pubblica Amministrazione di un futuro eventuale governo Di Maio. Durante l’evento di presentazione della squadra di governo, Conte fu elogiato da Di Maio per il suo impegno per la de-burocratizzazione dell’amministrazione pubblica e lui stesso – parlando dei suoi obiettivi da futuro ministro – fece riferimento alla “semplificazione della pubblica amministrazione” e alla “cultura della legalità” da promuovere e valorizzare tra gli italiani.

In quell’occasione Conte raccontò di avere avuto i suoi primi contatti con il Movimento 5 Stelle nel 2013, quando gli fu chiesto di diventare membro del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa. «Luigi Di Maio ricorderà, fui molto chiaro», disse Conte, «per onestà intellettuale precisai: “non vi ho votato”, e precisai anche “non posso neppure considerarmi un simpatizzante”, non li conoscevo. In questi quattro anni in cui ho svolto questo incarico non ho ricevuto una telefonata che potesse in qualche modo interferire [..] nel delicato incarico che ho ricoperto». Intervistato a DiMartedì pochi giorni dopo, insistendo sulla sua parziale estraneità al Movimento 5 Stelle, Conte disse che «il mio cuore è tradizionalmente battuto a sinistra».

Durante la presentazione del futuro governo del Movimento 5 Stelle, Conte elogiò molto il “senso delle istituzioni” dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle e disse che a convincerlo a candidarsi a ministro di un loro futuro governo fu la composizione delle liste elettorali e «l’apertura a esponenti della società civile, a figure professionali, figure competenti. Un laboratorio politico meraviglioso, incredibile».

Parlando di quale sarebbe stato il suo programma di lavoro da ministro, Conte insistette molto sulla necessità di semplificare il «farraginoso» quadro normativo italiano e di combattere «l’ipertrofia normativa». Disse che sarebbe stato necessario un censimento di tutte le norme, per potere abrogare le «leggi inutili»; disse che sarebbe stata necessaria una grossa semplificazione della macchina burocratica dello Stato e un riassetto delle autorità indipendenti – «sono decine, ci sono sovrapposizioni di competenze e vuoti legislativi» – e parlò della necessità di rivedere le norme anticorruzione. Conte parlò anche della necessità di «valorizzare la meritocrazia», varando «un programma straordinario di riqualificazione del personale pubblico» e cambiando il modo in cui sono distribuiti gli incentivi economici ai lavoratori dell’amministrazione e, chiudendo il suo intervento, disse che sarebbe stato necessario rivedere integralmente quella che chiamò la riforma della «cattiva scuola», la riforma dell’istruzione approvata dal governo Renzi.

In altre occasioni, prima che di lui si parlasse per incarichi politici, Conte aveva presentato più estesamente le sue idee per la riforma della giustizia amministrativa, di cui ha più volte riconosciuto l’utilità e l’importanza ma anche quelli che secondo lui erano diventati dei limiti al suo funzionamento. Ne aveva parlato in un convegno dello scorso giugno alla Camera. Non sono note quindi le sue opinioni su tantissime altre questioni di cui dovrà occuparsi eventualmente da presidente del Consiglio, né le sue attitudini e capacità politiche nel guidare e gestire un governo, visto che non ha precedenti esperienze amministrative.

Fonte: Il Post

mercoledì 16 maggio 2018

La bozza del “contratto” tra M5S e Lega

L'ha pubblicata lo HuffPost ed è stata definita una versione «superata» da Lega e M5S: ma permette di sapere di cosa si sta discutendo e in che termini


Martedì sera lo HuffPost ha pubblicato una bozza del cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, il documento a cui da giorni stanno lavorando Luigi Di Maio e Matteo Salvini insieme ai rispettivi staff e che dovrebbe servire da programma per il governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, dovesse nascere. Qui trovate i contenuti spiegati per esteso.

Nella bozza ci sono tantissime indicazioni di quali siano i temi intorno a cui si sta sviluppando la discussione, e quindi su quali potrebbero essere le linee politiche dell’azione del nuovo governo. È stata subito letta e analizzata da giornalisti e commentatori, che l’hanno molto criticata per la sua “ingenuità” e per alcune idee molto controverse che contiene. Tra le altre cose, la bozza del “contratto” sembra fare affidamento sull’idea che la Banca Centrale Europea cancellerà 250 miliardi di euro di debiti dell’Italia e parla esplicitamente dell’uscita dall’Euro. Il documento introduce inoltre l’idea di un “Comitato di conciliazione”: un organo parallelo al Consiglio dei ministri che gestisca il dibattito interno tra le due forze della coalizione.

L’autenticità del documento pubblicato dall’HuffPost è stata implicitamente confermata da un comunicato diffuso da Lega e Movimento 5 Stelle in cui si definisce questa bozza «superata», dicendo che «la versione attuale, dunque, non corrisponde a quella pubblicata. Molti contenuti sono radicalmente cambiati. Sull’euro, ad esempio, le parti hanno già deciso di non mettere in discussione la moneta unica».

Fonte: Il Post

mercoledì 9 maggio 2018

Un ricordo per Peppino Impastato


Il 9 maggio del 1978 nel piccolo paese di Cinisi, a 30 km da Palermo, viene ucciso Giuseppe Impastato. Il suo corpo viene dilaniato da una carica esplosiva posta sui binari della tratta Palermo-Trapani. Peppino era un militante della sinistra extraparlamentare. Sin da ragazzo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Peppino fu Gaetano Badalamenti, il capo di Cosa Nostra negli anni Settanta.

martedì 1 maggio 2018

Festa dei lavoratori?


Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)

IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.

sabato 28 aprile 2018

È morto Alfie Evans


È morto Alfie Evans, il bambino britannico di 23 mesi con una grave malattia neurodegenerativa di cui si era parlato molto negli ultimi giorni per l’opposizione dei genitori alla sospensione del supporto vitale disposta dall’ospedale in cui era ricoverato. Lo hanno annunciato i genitori su Facebook. Interessandosi al caso, nei giorni scorsi l’Italia aveva concesso la cittadinanza al bambino, offrendo ai genitori di trasferirlo per prolungarne le terapie: il supporto vitale era stato interrotto lunedì, e la coppia aveva intrapreso una battaglia legale per ripristinarlo.

La malattia di Alfie Evans non era nota, ma lo aveva lasciato in uno stato semi-vegetativo: a febbraio un giudice aveva stabilito che i medici potevano interrompere le cure senza il consenso dei genitori, accogliendo le prove che ne dimostravano l’inutilità. Una corte d’appello aveva poi confermato la decisione, e un giudice aveva escluso la possibilità del trasferimento in Italia.

Fonte: Il Post

mercoledì 25 aprile 2018

25 aprile, la festa della Liberazione


Oggi si festeggia la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Il 25 Aprile è l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe, ormai di occupazione, naziste e i loro fiancheggiatori fascisti della repubblica sociale italiana. Grazie al sangue versato dai partigiani fu possibile dare agli italiani la libertà che era stata negata durante il ventennio di dittatura fascista.

domenica 22 aprile 2018

Almeno 48 morti in un attentato a Kabul

Una persona si è fatta esplodere in un centro per l'iscrizione nei registri elettorali, l'ISIS ha rivendicato l'attacco

(AP Photo/ Rahmat Gul)

Stamattina c’è stato un attentato suicida in un centro per l’iscrizione nei registri elettorali a Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Il ministero della Salute ha detto che sono morte almeno 48 persone. Altre 50 persone sono rimaste ferite, scrive Associated Press. Lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato l’attentato. Le prossime elezioni legislative in Afghanistan si terranno il 20 ottobre.

Quello di oggi è solo l’ultimo di una serie di attentati che ha colpito Kabul negli ultimi mesi. Il 21 gennaio un gruppo di miliziani ha attaccato per più di 12 ore il più grande hotel di Kabul, l’Intercontinental, uccidendo 22 persone; sabato 27 l’esplosione di un’ambulanza in un’area molto affollata della città ha ucciso 103 persone. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dai talebani, ma anche l’ISIS ne ha compiuti due di entità minore a gennaio.

L’impressione è che in Afghanistan nessuno stia davvero vincendo o perdendo e riuscire a fare un accordo di pace sembra sempre più improbabile. Come ha scritto Mark Fisher sul New York Times tre mesi fa, il problema di fare la pace tra le parti è che «mezza generazione di combattimenti ha eroso la fiducia e polarizzato le posizioni dei combattenti». Inoltre sembra mancare un mediatore, qualcuno che venga riconosciuto come interlocutore da entrambe le parti e che abbia su entrambe una certa influenza e credibilità.

Fonte: Il Post

sabato 21 aprile 2018

Le condanne per la “trattativa” stato-mafia

Politici e alti funzionari dello Stato accusati di avere trattato con la mafia, fra cui Marcello dell'Utri e Mario Mori, sono stati condannati a diversi anni di carcere

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Si è concluso il processo di primo grado sulla presunta “trattativa tra stato e mafia“, in corso da cinque anni a Palermo: sono stati condannati vari politici, alti funzionari dello stato e boss mafiosi. Fra gli altri, l’ex senatore di Forza Italia Marcello dell’Utri, già in carcere dal 2014, è stato condannato a 12 anni di carcere, e la stessa pena è stata decisa per l’ex comandante del ROS Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Il boss mafioso Leoluca Bagarella, in carcere dal 1995, è stato condannato ad altri 28 anni di carcere. L’ex super-testimone Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa, ha ricevuto una condanna a 8 anni. È stato invece assolto l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino.

Ciancimino era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Mancino era accusato di falsa testimonianza. Tutti gli altri erano accusati di violenza a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

Il processo riguardava le presunte trattative e scambi avvenuti tra politici, carabinieri e mafiosi nel corso degli anni Novanta. L’ipotesi dei magistrati è che nel corso degli anni Novanta, carabinieri e politici abbiano trattato con la mafia siciliana con lo scopo di far terminare le stragi. A condurre le indagini sono stati i magistrati della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. Il processo è durato quasi cinque anni, preceduto da altri cinque anni di indagini, e ha portato a 220 udienze e ad ascoltare oltre 200 testimoni.

L’oggetto delle indagini sono stati i cosiddetti “anni delle stragi” in cui erano avvenuti diversi attacchi violenti, anche molto gravi, da parte della mafia siciliana: l’omicidio del parlamentare siciliano della DC Salvo Lima (12 marzo 1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17 settembre 1992), le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via D’Amelio (19 luglio 1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le bombe in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993) e in via Palestro (27 luglio 1993) a Milano, le autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma, e il fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14 maggio 1993).

In cambio della fine della strategia stragista, secondo i magistrati dell’accusa, politici e carabinieri avrebbero offerto l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi che si trovavano in prigione. Secondo i magistrati la trattativa sarebbe proseguita anche dopo l’arresto del capo della mafia siciliana, Totò Riina, avvenuto nel 1993, e avrebbe effettivamente portato diversi benefici alla mafia. La prova principale, secondo loro, è il mancato rinnovo del 41bis per circa 300 persone condannate per associazione mafiosa (tra cui però non c’era alcun boss, né personaggi di spicco dell’organizzazione criminale).

Il secondo elemento, sempre secondo l’accusa, è il mancato arresto del successore di Riina, Bernardo Provenzano, nel 1995, che sarebbe stato impedito dal generale dei carabinieri Mario Mori. Un episodio, però, che è stato raccontato soltanto molti anni dopo da alcuni pentiti e da testimoni ritenuti poco affidabili, come Massimo Ciancimino. Mori è stato separatamente processato sia per questa ipotetica “mancata cattura” sia per un’altra ipotesi di reato, la “mancata perquisizione” del covo di Riina. In entrambi i procedimenti Mori è stato assolto definitivamente e questo, hanno scritto diversi giornalisti, aveva indebolito molto le posizioni dell’accusa.

In questi anni più volte sono stati espressi dubbi sulla reale esistenza della “trattativa”, per la quale sostanzialmente non si trovano documenti o altre fonti scritte che ne attestino l’esistenza. Quasi tutte le prove consistono in testimonianze rese molti anni dopo da ex mafiosi e personaggi come minimo di dubbia affidabilità. L’unica prova di uno scambio, cioè di qualcosa che la mafia avrebbe ricevuto da parte dello stato, è il mancato rinnovo dei 300 41bis, che però non riguardò personaggi particolarmente importanti.

Il processo sulla trattativa ha avuto anche diversi momenti eclatanti, come la deposizione nel 2014 dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che venne interrogato al Quirinale dai magistrati di Palermo (il testo completo della deposizione si può leggere qui). Un altro momento molto intenso del procedimento fu quando i magistrati, che stavano intercettando Nicola Mancino, registrarono una telefonata tra quest’ultimo e il presidente della Repubblica Napolitano. I magistrati chiesero di poter utilizzare la telefonata, ma la Corte costituzionale ne ordinò la distruzione (la Corte stabilì che non si poteva intercettare un presidente della Repubblica in carica).

Fonte: Il Post

Lo stallo sul nuovo governo, spiegato semplice

A che punto siamo arrivati dopo il terzo giro di consultazioni, andato di nuovo a vuoto

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Sono passati quasi 50 giorni dalle elezioni politiche italiane del 4 marzo, e ancora non c’è un nuovo governo. Il motivo è che dalle elezioni non è uscito nessun partito o nessuna coalizione con la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato: e la maggioranza è una condizione necessaria perché il presidente della Repubblica dia a qualcuno l’incarico di formare un nuovo governo. Ieri sera si è concluso il terzo giro di consultazioni fra le forze politiche, guidato dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Anche questo è andato a vuoto, come i due precedenti. Che sta succedendo?

Veti incrociati
Senza perdersi in eccessive complicazioni (appoggi esterni, ricerca di “responsabili” e cose simili) le maggioranze possibili sono sostanzialmente tre. Una prevede un accordo fra Movimento 5 Stelle e centrodestra, l’altra fra la sola Lega e il M5S, e l’ultima fra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.

Al centro di tutte le trattative c’è il Movimento 5 Stelle, il partito che ha preso più voti di tutti. Per formare un governo potrebbe formare una maggioranza col centrodestra, che invece è la coalizione più votata. Ma il M5S non vuole stare insieme a Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché li considera da sempre come avversari politici. Negli ultimi giorni il M5S ha proposto a Forza Italia di dare un appoggio esterno a un eventuale governo M5S-Lega, ma Berlusconi si è rifiutato di farlo perché si troverebbe in una posizione di debolezza: un eventuale governo del genere non avrebbe bisogno dei voti di Forza Italia per ottenere la maggioranza. Escludendo Forza Italia dalla coalizione, però, la Lega metterebbe a rischio le alleanze locali, dovex il centrodestra unito governa moltissimi comuni e regioni.

In più, sembra chiaro che Matteo Salvini, leader della Lega, non voglia che Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle, diventi presidente del Consiglio: la storia politica recente ci insegna che i partner di minoranza di coalizione escono sembra malridotti da governi del genere. Anche ammettendo che Salvini rinunci a Berlusconi, poi, lui e Di Maio dovrebbero comunque mettersi d’accordo su un programma, una lista di ministri e un presidente del Consiglio. Qualcuno dice che potrebbe essere Giancarlo Giorgetti, che la Stampa descrive come «leghista bocconiano e filo atlantico, volto istituzionale e poco ruspante del Carroccio, assai più gradito al Quirinale rispetto al leader leghista». Siamo ancora lontani da questa possibilità, che però al momento sembra la più vagamente concreta.

Bisognerebbe poi capire cosa fare di Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni: Di Maio ha già detto che non la vorrebbe nella maggioranza di governo, probabilmente per non diluire la sua posizione di forza.

In teoria il Movimento 5 Stelle potrebbe anche allearsi con il PD. Qualche giorno fa, Di Maio ha detto: «Tutti mi prendono in giro sulla politica dei “due forni”. Io ho semplicemente proposto a due forze politiche una soluzione. Io aspetto qualche altro giorno ma poi uno di questi due forni si chiude. Non è che siamo qui ad aspettare i comodi di chi si deve fare le campagne elettorali sulla pelle degli italiani». Ma il Movimento 5 Stelle non vuole governare con un PD che sia in qualche modo guidato da Matteo Renzi, e moltissimi dirigenti del partito – che di fatto è ancora controllato da Renzi – hanno a loro volta escluso questa possibilità.

È da escludersi, invece, un’alleanza tra centrodestra (Lega compresa) e PD, perché Salvini ha più volte detto di non volerla, accusando tra l’altro Berlusconi di muoversi di proposito verso quella situazione.

Le ultime dichiarazioni
Ieri pomeriggio, parlando del M5S, Berlusconi ha detto: «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi». Sempre del M5S ha detto, parlando in Molise (dove si vota domani), che gli verrebbe «voglia di mandarli affanculo». Ha anche detto che secondo lui servirebbe un «governo del centrodestra che deve andare in Parlamento a trovare dei voti di supporto a se stesso e al proprio programma».

Salvini ha detto di non essere per niente d’accordo con le parole di Berlusconi e che «Se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo col Partito Democratico, lo fa senza la Lega». Ha aggiunto: «Voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa. Lo voglio fare partendo da una coalizione che ritenevo e ritengo compatta. Se qualcuno se ne tira fuori insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».

Quindi, che si fa?
Nell’ultimo mese e mezzo è spesso successo che le cose cambiassero in pochi giorni, quindi chissà. Al momento sembra che Mattarella sia intenzionato a dare a Roberto Fico, presidente della Camera e leader della corrente “di sinistra” del M5S, un mandato simile a quello di Casellati. A Fico potrebbe essere chiesto di sondare la possibilità di un accordo tra M5S e PD, che però al momento sembra davvero lontano.

Le alternative sarebbero un governo tecnico o di scopo, supportato da chissà quale coalizione, o delle elezioni anticipate. Ma diversi quirinalisti hanno scritto che Mattarella vuole evitare questa ipotesi, perché ci sarebbe il rischio di trovarsi a dover ricominciare da capo, con una simile assenza di maggioranza.

Intanto, continua a essere operativo il governo guidato da Paolo Gentiloni, per il cosiddetto disbrigo degli affari correnti.

Fonte: Il Post

sabato 14 aprile 2018

Guida al governo che non c’è

Ci sarà? Cosa sta succedendo e cosa può succedere per uscire dallo stallo

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Venerdì è terminato il secondo giro di consultazioni dopo le elezioni del 4 marzo e la varie forze politiche non sono riuscite ad accordarsi per trovare una maggioranza parlamentare in grado di dare la fiducia a un nuovo governo. In un brevissimo discorso al termine degli incontri, il presidente della Repubblica ha detto che a più di un mese dal voto «non sono stati fatti passi in avanti» e che si prenderà ancora qualche giorno per decidere come provare a risolvere la questione. Cerchiamo di capire perché le trattative sono fallite e cosa possono fare Mattarella e i partiti per uscire da questa situazione.

Cosa è successo nelle ultime settimane?
Le elezioni del 4 marzo hanno eletto un Parlamento senza una chiara maggioranza politica. Per dare fiducia a un governo c’è quindi bisogno di accordi trasversali tra partiti avversari. Le combinazioni possibili che possono garantire una maggioranza sono:

– Movimento 5 Stelle più centrodestra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia);
– Movimento 5 Stelle più Lega;
– Movimento 5 Stelle più Partito Democratico;
– Partito Democratico più centrodestra.

Il problema di queste settimane è che ognuna di queste combinazioni ha ricevuto il veto di uno o più dei suoi possibili sostenitori, bloccando le trattative e impedendo la formazione di un governo.

Il più ovvio dei possibili governi è quello tra le forze che sono andate meglio alle ultime elezioni (Movimento 5 Stelle e centrodestra), che peraltro si sono già accordate con successo per decidere le presidenze delle camere e delle commissioni parlamentari speciali. Ma questa soluzione ha ricevuto un netto veto da parte del Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento, ha detto in diverse occasioni – l’ultima giovedì sera dopo aver incontrato il presidente della Repubblica – che il Movimento 5 Stelle non è disposto a governare né con Silvio Berlusconi né con Forza Italia, ma solo e soltanto con la Lega.

Rimane quindi l’ipotesi di governo Movimento 5 Stelle più Lega, ma questa possibilità ha incontrato il veto del segretario della Lega. Matteo Salvini ha detto che l’unico governo possibile dopo le elezioni del 4 marzo è quello del centrodestra (tutto intero) insieme al Movimento 5 Stelle: dopo le ultime consultazioni, Berlusconi ha criticato il veto su di lui imposto da Di Maio, e Salvini ha dovuto provare a mediare chiedendo a Forza Italia e M5S di essere “responsabili”: «se continua così, se continuano a bisticciare, si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne, quindi: o la smettono o si vota». Anche Salvini ha ripetuto le sue condizioni dopo aver terminato il colloquio con il presidente Mattarella, aggiungendo che esclude assolutamente un governo con il Partito Democratico.

Dietro questo doppio veto ci sono probabilmente considerazioni sia di opportunità che di tattica politica. Il Movimento 5 Stelle non vuole che del governo facciano parte Berlusconi e Forza Italia in parte perché teme il contraccolpo che questo potrebbe avere sui suoi elettori. Ma è importante considerare che la coalizione di centrodestra unita ha molti più parlamentari del Movimento 5 Stelle, e quindi sarebbe la forza principale del governo (al contrario, il M5S sarebbe la forza maggioritaria di un’alleanza con la sola Lega).

Questo significherebbe che Di Maio dovrebbe rinunciare alla presidenza del Consiglio, una condizione che sin dal 4 marzo ha sempre definito irrinunciabile. Salvini, probabilmente, ha il timore opposto. La Lega da sola ha meno parlamentari del Movimento e quindi, se accettasse di formare un governo senza Forza Italia, sarebbe la forza di minoranza e dovrebbe probabilmente cedere le principali posizioni di governo. Proprio ieri Salvini ha ripetuto che per lui l’unico governo possibile è quello di cui la Lega indichi il presidente del Consiglio.

Resta quindi un’ultima alternativa: quella di un governo PD più Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio ha più volte provato a percorrere questa strada e numerosi parlamentari del PD raccontano di un improvviso atteggiamento amichevole da parte dei colleghi del Movimento a partire dal 4 marzo. Fino a questo momento, però, il PD ha nettamente escluso la possibilità di raggiungere un simile accordo. Nonostante non tutti i dirigenti del partito si oppongano con la medesima intensità, fino a questo momento il PD non ha accettato nemmeno di incontrare il leader del Movimento per discutere della possibilità di governare insieme, e da parte del Movimento sono arrivati solo appelli generici al dialogo e non una vera proposta di compromesso.

Se per quanto riguarda la formazione del governo nessuno ha voluto collaborare con nessuno, in altri ambiti ci sono stati parecchi accordi che hanno avuto successo. Movimento 5 Stelle e centrodestra sono riusciti infatti ad accordarsi per dividersi quasi tutti gli incarichi parlamentari. Hanno votato insieme la presidente del Senato, che è andata al centrodestra, e quello della Camera, che è andato al Movimento 5 Stelle. Si sono spartiti anche quasi tutti gli incarichi degli uffici di presidenza, l’organo parlamentare che aiuta i presidenti delle camere, lasciando a PD e altre forze soltanto pochissimi posti. Si sono divisi anche le presidenze delle Commissioni speciali, che svolgeranno una serie di importanti incarichi fino all’insediamento del governo.

Quindi come se ne esce?
La fase di trattative per formare il governo può durare un tempo indeterminato. A differenza di altri paesi europei, infatti, in Italia non ci sono norme che impongono di tornare alle urne se non si dovesse riuscire a formare un governo entro una certa data. In teoria, quindi, si potrebbe continuare nell’attuale situazione per tutti i cinque anni di legislatura. Questo però appare uno scenario estremo: il governo Gentiloni nel frattempo resta in carica per gli “affari correnti”, definizione vaga ma che esclude azioni e riforme di grande rilevanza politica, anche perché non avrebbero probabilmente una maggioranza in parlamento per essere approvate. È più probabile che nelle prossime settimane si formi un governo, oppure che il presidente della Repubblica decida di sciogliere le camere e convocare nuove elezioni.

La prima strada, però, quella che porta alla formazione di un governo, sembra particolarmente difficile a meno che una delle principali forze in campo non decida di abbandonare – e quindi contraddire clamorosamente – i veti che ha posto fino a questo momento. Un’altra possibilità è un progressivo avvicinamento delle reciproche posizioni. Berlusconi, per esempio, potrebbe decidere di compiere un gesto simbolico per soddisfare le richieste del Movimento (nelle scorse settimane si parlava della nomina di un coordinatore di Forza Italia che potrebbe fare le sue veci come leader di partito).

A quel punto il Movimento 5 Stelle potrebbe accettare una qualche forma di appoggio da parte del partito di Berlusconi, ma senza più Berlusconi, e così dare il via a un governo. Anche in questa circostanza, però, rimane il problema di decidere chi sarà il capo del governo, un diritto che rivendicano con forza sia la Lega che il Movimento; e in ogni caso Di Maio qualche giorno fa ha detto che «Forza Italia è Berlusconi» e quindi un passo indietro di Berlusconi non sarebbe sufficiente. Questo scenario, sostengono alcuni, potrebbe diventare più probabile dopo le elezioni regionali in Molise, il prossimo 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, il 29. Se il Movimento dovesse ottenere un cattivo risultato in Molise e se invece la Lega dovesse andare molto bene in Friuli, la posizione di Salvini ne uscirebbe rafforzata e quella del Movimento e di Berlusconi indebolita, rendendo così più facile il superamento parziale dei veti e la formazione del governo.

Un’altra possibilità, per quanto estrema, è la nascita di un governo di minoranza, cioè che sopravvive grazie all’astensione di uno o più partiti al momento del voto di fiducia. Sarebbe la prima volta nella storia della Seconda Repubblica e rappresenterebbe un ritorno ai cosiddetti “governi della non sfiducia” della Prima, quelli che sopravvivevano grazie all’astensione dei partiti di opposizione che avrebbero potuto farli cadere se gli avessero votato contro.

Un’altra possibilità, ancora più remota, è che si formi un cosiddetto “governo del presidente”, cioè un governo senza particolare colore politico, espressione della volontà del presidente della Repubblica e appoggiato da una larghissima coalizione. Al momento sia Lega che Movimento 5 Stelle (che da soli hanno più del cinquanta per cento dei seggi in entrambe le camere) hanno escluso apertamente questa possibilità, che gode del sostegno del solo PD: sembra quindi difficile immaginare che un simile governo possa raccogliere i voti necessari a ottenere la fiducia. Alcuni però ipotizzano che, se l’alternativa fossero le elezioni anticipate, numerosi parlamentari che temono per la loro rielezione potrebbero correre in soccorso di un eventuale governo del presidente e dargli così i numeri necessari a sopravvivere.

In ogni caso, è sicuro che nelle prossime settimane ci saranno ancora discussioni e trattative. Non è chiaro invece in che forma queste avverranno. Il presidente Mattarella ha detto che aspetterà alcuni giorni prima di comunicare come intende gestire la questione in futuro. Mattarella potrebbe decidere di condurre in prima persona una terza sessione di consultazioni oppure potrebbe decidere di affidare l’incarico a una figura istituzionale, come la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In questi casi si dice, in gergo, che il presidente affida un “mandato esplorativo”. Se tutte le trattative dovessero fallire, la decisione su cosa fare rimarrà comunque di Mattarella. La Costituzione gli dà il potere di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Secondo quasi tutti gli esperti, attualmente la prima data utile per il voto sarebbe il prossimo ottobre. E certo: con un elettorato diviso fra tre poli, l’esito delle nuove elezioni potrebbe essere sovrapponibile a quello delle vecchie elezioni, col risultato di trovarsi daccapo.

Fonte: Il Post

Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato obiettivi militari in Siria

È successo questa notte come ritorsione per l'attacco chimico di Douma, gli obiettivi sono tutti collegati al regime di Bashar al Assad

Damasco, Siria (AP Photo/Hassan Ammar)

Nella notte tra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato tre obiettivi militari in Siria, come ritorsione per l’attacco chimico compiuto il 7 aprile a Douma, est di Damasco, dal regime del presidente Bashar al Assad. I bombardamenti aerei di questa notte hanno colpito un sito di ricerca a Damasco, sospettato di essere legato alla produzione di armi chimiche e biologiche, un deposito di armi chimiche a ovest della città di Homs, più a nord, e un’importante postazione militare del regime siriano, sempre vicino a Homs. La televisione siriana ha detto che le forze governative hanno intercettato più di una decina di missili e ha sostenuto che l’unico obiettivo danneggiato nel bombardamento sia stato il sito di ricerca a Damasco. Ha anche detto che tre persone sarebbero state ferite a Homs. I governi di Stati Uniti, Francia e Regno Unito non hanno commentato.

L’attacco, ha confermato il segretario della Difesa americano Jim Mattis, è terminato: non sono previsti altri bombardamenti a meno che Assad non usi di nuovo armi chimiche contro la sua popolazione. Mattis ha detto che l’attacco è stato due volte più grande e ha colpito due obiettivi in più del bombardamento che il presidente americano Donald Trump aveva ordinato lo scorso anno contro una base militare siriana come ritorsione dell’attacco chimico compiuto dal regime di Assad nella provincia di Idlib. Funzionari della Difesa americani hanno detto che nell’attacco sono stati usati missili da crociera Tomahawk, lanciati da almeno tre navi da guerra diverse, e un bombardiere B-1, che ha sganciato missili a lungo raggio sugli obiettivi. Missili a lungo raggio sono stati lanciati anche dagli aerei da guerra francesi e britannici, mentre un sottomarino britannico ha lanciato altri missili da crociera.

Il generale americano Joseph Dunford ha aggiunto che negli attacchi di questa notte si è evitato di colpire obiettivi che avrebbero potuto causare perdite ai russi, alleati di Assad, e anche il governo russo ha confermato che tra gli obiettivi non ci sono state basi militari con soldati russi. È un particolare importante: significa che gli Stati Uniti, in accordo con Francia e Regno Unito, hanno deciso di compiere un attacco mirato e limitato, per evitare di arrivare a uno scontro diretto con la Russia che avrebbe potuto innescare una nuova escalation di violenze in Siria. Il dipartimento della Difesa americano, comunque, ha detto che la Russia non è stata avvisata in anticipo degli obiettivi colpiti.

L’attacco di questa notte è stato annunciato da un discorso di Trump, che nei giorni scorsi aveva minacciato in diverse occasioni il regime di Assad per l’attacco chimico a Douma, nel quale erano state uccise almeno 40 persone. Trump ha detto:


«Un anno fa, Assad ha lanciato un feroce attacco con le armi chimiche contro la sua gente innocente. Gli Stati Uniti hanno risposto con 58 missili che hanno distrutto il 20 per cento delle forze aeree siriane. Lo scorso sabato, il regime di Assad ha colpito di nuovo per massacrare i civili innocenti, impiegando armi chimiche, questa volta nella città di Douma vicino alla capitale Damasco. Questo massacro è stato una significativa escalation nell’uso di armi chimiche da parte di un regime terribile. Il male e l’attacco spregevole hanno lasciato madri, padri, neonati e bambini dibattersi nel dolore e annaspare per respirare. Queste non sono le azioni di un uomo. Sono i crimini di un mostro»


Anche la prima ministra britannica Theresa May ha fatto un breve discorso trasmesso dalla televisione che ha confermato il coinvolgimento britannico: «non c’erano alternative praticabili all’uso della forza», ha detto May, che però ha aggiunto che gli attacchi non sono stati un tentativo di destituire il regime di Assad. Anche la Francia ha confermato la sua partecipazione all’intervento militare di questa notte e il presidente Emmanuel Macron ha diffuso un comunicato sull’intervento dal sito dell’Eliseo.

Anatoly Antonov, ambasciatore russo a Washington, ha diffuso un comunicato che dice: «Avevamo avvisato che azioni di questo tipo non sarebbero rimaste senza conseguenze. Tutta la responsabilità ricade su Washington, Londra e Parigi». Nella notte è arrivata anche la reazione dell’Iran, altro importante alleato di Assad. Il ministro degli Esteri iraniano ha detto: «Senza dubbio, l’America e i suoi alleati, che hanno intrapreso un’azione militare senza prove e prima che arrivasse un verdetto definitivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sono responsabili delle conseguenze regionali di questo avventurismo». L’Iran si riferisce alla tesi russa seconda la quale il 7 aprile a Douma non sarebbe stato compiuto alcun attacco chimico, che sarebbe stato invece una messinscena organizzata dalle intelligence di paesi stranieri che cercavano un pretesto per attaccare Assad. Questa tesi, comunque, fa acqua da tutte le parti, come avevamo spiegato qui.

L’attacco è stato condannato anche dal regime di Assad. L’account Twitter della presidenza siriana ha pubblicato un video che dice di mostrare Assad mentre cammina all’interno del palazzo presidenziale a Damasco, questa mattina.

Fonte: Il Post

venerdì 6 aprile 2018

9 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo


Sono trascorsi esattamente 9 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.

domenica 1 aprile 2018

Buona Pasqua


Auguro a tutti i lettori, assidui o frequentatori, e a tutti i blog amici di trascorrere una serena e felice Pasqua

Andrea De Luca

sabato 31 marzo 2018

16 morti nelle proteste nella Striscia di Gaza

L'esercito israeliano ha sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere le migliaia di persone che si sono radunate ieri lungo il confine con Israele

I soldati israeliani al confine con Gaza, davanti ai manifestanti. (Oren Ziv/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 persone palestinesi sono morte e oltre 1.400 sono state ferite dall’esercito israeliano, durante le grandi proteste organizzate lungo il confine fra la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, e alle quali hanno partecipato circa 30mila persone. L’esercito israeliano ha sparato sui manifestanti e ha usato anche proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dai droni per disperdere la protesta, in quello che in molti hanno denunciato come uso eccessivo della forza. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha chiesto che sia fatta un’indagine indipendente e trasparente sulla morte dei 16 palestinesi. La protesta, chiamata “Marcia del Ritorno”, era prevista da settimane e si è svolta in sei diverse manifestazioni coordinate lungo il confine della Striscia.

Come già si sapeva nei giorni scorsi, infatti, Israele ha schierato oltre 100 tiratori scelti lungo il confine, con il permesso di sparare per rispondere alla protesta. Secondo Adalah, organizzazione per i diritti dei palestinesi in Israele, l’esercito israeliano ha sparato su manifestanti palestinesi disarmati. Anche diverse testimonianze e video diffusi venerdì sui social network da attivisti locali confermano questa versione. La protesta sembra essere stata infatti in larga parte pacifica, anche se Haaretz riporta di alcuni manifestanti che hanno tirato pietre e molotov contro i soldati israeliani.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha invece sostenuto che i soldati abbiano fatto fuoco solo sui manifestanti che provavano a sfondare la recinzione sul confine. Il generale dell’esercito Eyal Zamir ha detto che tra i manifestanti c’erano membri di organizzazioni terroristiche che hanno provato a compiere attacchi usando le proteste come copertura, e l’esercito ha insistito con questa versione.

Taye-Brook Zerihoun, vice capo del Dipartimento per gli Affari politici dell’ONU, ha avvertito il Consiglio di sicurezza dell’ONU che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni, e ha chiesto che Israele rispetti le leggi internazionali sui diritti umani, usando la forza solo quando è l’ultima risorsa. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha indetto un giorno di lutto nei territori palestinesi, per ricordare i morti delle proteste.

La protesta è stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione è decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta hanno insistito più volte che le manifestazioni non sarebbero state violente, ma l’esercito israeliano aveva espresso molti dubbi e ipotizzato che dietro gli organizzatori potesse esserci Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia dal 2007. Una fonte anonima del comitato organizzatore ha detto ad Haaretz che Hamas non ha pagato direttamente i manifestanti, ma che ha donato dei soldi al comitato organizzatore. Un altro elemento che fa pensare che dietro alla manifestazione potrebbe esserci Hamas è il fatto che Fatah – il principale partito palestinese “moderato”, tornato da poco in cattivi rapporti con Hamas – stia sostanzialmente ignorando le proteste.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano. Sono state allestiti dei campi lungo il confine, e sono previste nuove manifestazioni ogni venerdì.

Fonte: Il Post