sabato 14 aprile 2018

Guida al governo che non c’è

Ci sarà? Cosa sta succedendo e cosa può succedere per uscire dallo stallo

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Venerdì è terminato il secondo giro di consultazioni dopo le elezioni del 4 marzo e la varie forze politiche non sono riuscite ad accordarsi per trovare una maggioranza parlamentare in grado di dare la fiducia a un nuovo governo. In un brevissimo discorso al termine degli incontri, il presidente della Repubblica ha detto che a più di un mese dal voto «non sono stati fatti passi in avanti» e che si prenderà ancora qualche giorno per decidere come provare a risolvere la questione. Cerchiamo di capire perché le trattative sono fallite e cosa possono fare Mattarella e i partiti per uscire da questa situazione.

Cosa è successo nelle ultime settimane?
Le elezioni del 4 marzo hanno eletto un Parlamento senza una chiara maggioranza politica. Per dare fiducia a un governo c’è quindi bisogno di accordi trasversali tra partiti avversari. Le combinazioni possibili che possono garantire una maggioranza sono:

– Movimento 5 Stelle più centrodestra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia);
– Movimento 5 Stelle più Lega;
– Movimento 5 Stelle più Partito Democratico;
– Partito Democratico più centrodestra.

Il problema di queste settimane è che ognuna di queste combinazioni ha ricevuto il veto di uno o più dei suoi possibili sostenitori, bloccando le trattative e impedendo la formazione di un governo.

Il più ovvio dei possibili governi è quello tra le forze che sono andate meglio alle ultime elezioni (Movimento 5 Stelle e centrodestra), che peraltro si sono già accordate con successo per decidere le presidenze delle camere e delle commissioni parlamentari speciali. Ma questa soluzione ha ricevuto un netto veto da parte del Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento, ha detto in diverse occasioni – l’ultima giovedì sera dopo aver incontrato il presidente della Repubblica – che il Movimento 5 Stelle non è disposto a governare né con Silvio Berlusconi né con Forza Italia, ma solo e soltanto con la Lega.

Rimane quindi l’ipotesi di governo Movimento 5 Stelle più Lega, ma questa possibilità ha incontrato il veto del segretario della Lega. Matteo Salvini ha detto che l’unico governo possibile dopo le elezioni del 4 marzo è quello del centrodestra (tutto intero) insieme al Movimento 5 Stelle: dopo le ultime consultazioni, Berlusconi ha criticato il veto su di lui imposto da Di Maio, e Salvini ha dovuto provare a mediare chiedendo a Forza Italia e M5S di essere “responsabili”: «se continua così, se continuano a bisticciare, si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne, quindi: o la smettono o si vota». Anche Salvini ha ripetuto le sue condizioni dopo aver terminato il colloquio con il presidente Mattarella, aggiungendo che esclude assolutamente un governo con il Partito Democratico.

Dietro questo doppio veto ci sono probabilmente considerazioni sia di opportunità che di tattica politica. Il Movimento 5 Stelle non vuole che del governo facciano parte Berlusconi e Forza Italia in parte perché teme il contraccolpo che questo potrebbe avere sui suoi elettori. Ma è importante considerare che la coalizione di centrodestra unita ha molti più parlamentari del Movimento 5 Stelle, e quindi sarebbe la forza principale del governo (al contrario, il M5S sarebbe la forza maggioritaria di un’alleanza con la sola Lega).

Questo significherebbe che Di Maio dovrebbe rinunciare alla presidenza del Consiglio, una condizione che sin dal 4 marzo ha sempre definito irrinunciabile. Salvini, probabilmente, ha il timore opposto. La Lega da sola ha meno parlamentari del Movimento e quindi, se accettasse di formare un governo senza Forza Italia, sarebbe la forza di minoranza e dovrebbe probabilmente cedere le principali posizioni di governo. Proprio ieri Salvini ha ripetuto che per lui l’unico governo possibile è quello di cui la Lega indichi il presidente del Consiglio.

Resta quindi un’ultima alternativa: quella di un governo PD più Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio ha più volte provato a percorrere questa strada e numerosi parlamentari del PD raccontano di un improvviso atteggiamento amichevole da parte dei colleghi del Movimento a partire dal 4 marzo. Fino a questo momento, però, il PD ha nettamente escluso la possibilità di raggiungere un simile accordo. Nonostante non tutti i dirigenti del partito si oppongano con la medesima intensità, fino a questo momento il PD non ha accettato nemmeno di incontrare il leader del Movimento per discutere della possibilità di governare insieme, e da parte del Movimento sono arrivati solo appelli generici al dialogo e non una vera proposta di compromesso.

Se per quanto riguarda la formazione del governo nessuno ha voluto collaborare con nessuno, in altri ambiti ci sono stati parecchi accordi che hanno avuto successo. Movimento 5 Stelle e centrodestra sono riusciti infatti ad accordarsi per dividersi quasi tutti gli incarichi parlamentari. Hanno votato insieme la presidente del Senato, che è andata al centrodestra, e quello della Camera, che è andato al Movimento 5 Stelle. Si sono spartiti anche quasi tutti gli incarichi degli uffici di presidenza, l’organo parlamentare che aiuta i presidenti delle camere, lasciando a PD e altre forze soltanto pochissimi posti. Si sono divisi anche le presidenze delle Commissioni speciali, che svolgeranno una serie di importanti incarichi fino all’insediamento del governo.

Quindi come se ne esce?
La fase di trattative per formare il governo può durare un tempo indeterminato. A differenza di altri paesi europei, infatti, in Italia non ci sono norme che impongono di tornare alle urne se non si dovesse riuscire a formare un governo entro una certa data. In teoria, quindi, si potrebbe continuare nell’attuale situazione per tutti i cinque anni di legislatura. Questo però appare uno scenario estremo: il governo Gentiloni nel frattempo resta in carica per gli “affari correnti”, definizione vaga ma che esclude azioni e riforme di grande rilevanza politica, anche perché non avrebbero probabilmente una maggioranza in parlamento per essere approvate. È più probabile che nelle prossime settimane si formi un governo, oppure che il presidente della Repubblica decida di sciogliere le camere e convocare nuove elezioni.

La prima strada, però, quella che porta alla formazione di un governo, sembra particolarmente difficile a meno che una delle principali forze in campo non decida di abbandonare – e quindi contraddire clamorosamente – i veti che ha posto fino a questo momento. Un’altra possibilità è un progressivo avvicinamento delle reciproche posizioni. Berlusconi, per esempio, potrebbe decidere di compiere un gesto simbolico per soddisfare le richieste del Movimento (nelle scorse settimane si parlava della nomina di un coordinatore di Forza Italia che potrebbe fare le sue veci come leader di partito).

A quel punto il Movimento 5 Stelle potrebbe accettare una qualche forma di appoggio da parte del partito di Berlusconi, ma senza più Berlusconi, e così dare il via a un governo. Anche in questa circostanza, però, rimane il problema di decidere chi sarà il capo del governo, un diritto che rivendicano con forza sia la Lega che il Movimento; e in ogni caso Di Maio qualche giorno fa ha detto che «Forza Italia è Berlusconi» e quindi un passo indietro di Berlusconi non sarebbe sufficiente. Questo scenario, sostengono alcuni, potrebbe diventare più probabile dopo le elezioni regionali in Molise, il prossimo 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, il 29. Se il Movimento dovesse ottenere un cattivo risultato in Molise e se invece la Lega dovesse andare molto bene in Friuli, la posizione di Salvini ne uscirebbe rafforzata e quella del Movimento e di Berlusconi indebolita, rendendo così più facile il superamento parziale dei veti e la formazione del governo.

Un’altra possibilità, per quanto estrema, è la nascita di un governo di minoranza, cioè che sopravvive grazie all’astensione di uno o più partiti al momento del voto di fiducia. Sarebbe la prima volta nella storia della Seconda Repubblica e rappresenterebbe un ritorno ai cosiddetti “governi della non sfiducia” della Prima, quelli che sopravvivevano grazie all’astensione dei partiti di opposizione che avrebbero potuto farli cadere se gli avessero votato contro.

Un’altra possibilità, ancora più remota, è che si formi un cosiddetto “governo del presidente”, cioè un governo senza particolare colore politico, espressione della volontà del presidente della Repubblica e appoggiato da una larghissima coalizione. Al momento sia Lega che Movimento 5 Stelle (che da soli hanno più del cinquanta per cento dei seggi in entrambe le camere) hanno escluso apertamente questa possibilità, che gode del sostegno del solo PD: sembra quindi difficile immaginare che un simile governo possa raccogliere i voti necessari a ottenere la fiducia. Alcuni però ipotizzano che, se l’alternativa fossero le elezioni anticipate, numerosi parlamentari che temono per la loro rielezione potrebbero correre in soccorso di un eventuale governo del presidente e dargli così i numeri necessari a sopravvivere.

In ogni caso, è sicuro che nelle prossime settimane ci saranno ancora discussioni e trattative. Non è chiaro invece in che forma queste avverranno. Il presidente Mattarella ha detto che aspetterà alcuni giorni prima di comunicare come intende gestire la questione in futuro. Mattarella potrebbe decidere di condurre in prima persona una terza sessione di consultazioni oppure potrebbe decidere di affidare l’incarico a una figura istituzionale, come la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In questi casi si dice, in gergo, che il presidente affida un “mandato esplorativo”. Se tutte le trattative dovessero fallire, la decisione su cosa fare rimarrà comunque di Mattarella. La Costituzione gli dà il potere di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Secondo quasi tutti gli esperti, attualmente la prima data utile per il voto sarebbe il prossimo ottobre. E certo: con un elettorato diviso fra tre poli, l’esito delle nuove elezioni potrebbe essere sovrapponibile a quello delle vecchie elezioni, col risultato di trovarsi daccapo.

Fonte: Il Post

Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato obiettivi militari in Siria

È successo questa notte come ritorsione per l'attacco chimico di Douma, gli obiettivi sono tutti collegati al regime di Bashar al Assad

Damasco, Siria (AP Photo/Hassan Ammar)

Nella notte tra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato tre obiettivi militari in Siria, come ritorsione per l’attacco chimico compiuto il 7 aprile a Douma, est di Damasco, dal regime del presidente Bashar al Assad. I bombardamenti aerei di questa notte hanno colpito un sito di ricerca a Damasco, sospettato di essere legato alla produzione di armi chimiche e biologiche, un deposito di armi chimiche a ovest della città di Homs, più a nord, e un’importante postazione militare del regime siriano, sempre vicino a Homs. La televisione siriana ha detto che le forze governative hanno intercettato più di una decina di missili e ha sostenuto che l’unico obiettivo danneggiato nel bombardamento sia stato il sito di ricerca a Damasco. Ha anche detto che tre persone sarebbero state ferite a Homs. I governi di Stati Uniti, Francia e Regno Unito non hanno commentato.

L’attacco, ha confermato il segretario della Difesa americano Jim Mattis, è terminato: non sono previsti altri bombardamenti a meno che Assad non usi di nuovo armi chimiche contro la sua popolazione. Mattis ha detto che l’attacco è stato due volte più grande e ha colpito due obiettivi in più del bombardamento che il presidente americano Donald Trump aveva ordinato lo scorso anno contro una base militare siriana come ritorsione dell’attacco chimico compiuto dal regime di Assad nella provincia di Idlib. Funzionari della Difesa americani hanno detto che nell’attacco sono stati usati missili da crociera Tomahawk, lanciati da almeno tre navi da guerra diverse, e un bombardiere B-1, che ha sganciato missili a lungo raggio sugli obiettivi. Missili a lungo raggio sono stati lanciati anche dagli aerei da guerra francesi e britannici, mentre un sottomarino britannico ha lanciato altri missili da crociera.

Il generale americano Joseph Dunford ha aggiunto che negli attacchi di questa notte si è evitato di colpire obiettivi che avrebbero potuto causare perdite ai russi, alleati di Assad, e anche il governo russo ha confermato che tra gli obiettivi non ci sono state basi militari con soldati russi. È un particolare importante: significa che gli Stati Uniti, in accordo con Francia e Regno Unito, hanno deciso di compiere un attacco mirato e limitato, per evitare di arrivare a uno scontro diretto con la Russia che avrebbe potuto innescare una nuova escalation di violenze in Siria. Il dipartimento della Difesa americano, comunque, ha detto che la Russia non è stata avvisata in anticipo degli obiettivi colpiti.

L’attacco di questa notte è stato annunciato da un discorso di Trump, che nei giorni scorsi aveva minacciato in diverse occasioni il regime di Assad per l’attacco chimico a Douma, nel quale erano state uccise almeno 40 persone. Trump ha detto:


«Un anno fa, Assad ha lanciato un feroce attacco con le armi chimiche contro la sua gente innocente. Gli Stati Uniti hanno risposto con 58 missili che hanno distrutto il 20 per cento delle forze aeree siriane. Lo scorso sabato, il regime di Assad ha colpito di nuovo per massacrare i civili innocenti, impiegando armi chimiche, questa volta nella città di Douma vicino alla capitale Damasco. Questo massacro è stato una significativa escalation nell’uso di armi chimiche da parte di un regime terribile. Il male e l’attacco spregevole hanno lasciato madri, padri, neonati e bambini dibattersi nel dolore e annaspare per respirare. Queste non sono le azioni di un uomo. Sono i crimini di un mostro»


Anche la prima ministra britannica Theresa May ha fatto un breve discorso trasmesso dalla televisione che ha confermato il coinvolgimento britannico: «non c’erano alternative praticabili all’uso della forza», ha detto May, che però ha aggiunto che gli attacchi non sono stati un tentativo di destituire il regime di Assad. Anche la Francia ha confermato la sua partecipazione all’intervento militare di questa notte e il presidente Emmanuel Macron ha diffuso un comunicato sull’intervento dal sito dell’Eliseo.

Anatoly Antonov, ambasciatore russo a Washington, ha diffuso un comunicato che dice: «Avevamo avvisato che azioni di questo tipo non sarebbero rimaste senza conseguenze. Tutta la responsabilità ricade su Washington, Londra e Parigi». Nella notte è arrivata anche la reazione dell’Iran, altro importante alleato di Assad. Il ministro degli Esteri iraniano ha detto: «Senza dubbio, l’America e i suoi alleati, che hanno intrapreso un’azione militare senza prove e prima che arrivasse un verdetto definitivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sono responsabili delle conseguenze regionali di questo avventurismo». L’Iran si riferisce alla tesi russa seconda la quale il 7 aprile a Douma non sarebbe stato compiuto alcun attacco chimico, che sarebbe stato invece una messinscena organizzata dalle intelligence di paesi stranieri che cercavano un pretesto per attaccare Assad. Questa tesi, comunque, fa acqua da tutte le parti, come avevamo spiegato qui.

L’attacco è stato condannato anche dal regime di Assad. L’account Twitter della presidenza siriana ha pubblicato un video che dice di mostrare Assad mentre cammina all’interno del palazzo presidenziale a Damasco, questa mattina.

Fonte: Il Post

venerdì 6 aprile 2018

9 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo


Sono trascorsi esattamente 9 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.

domenica 1 aprile 2018

Buona Pasqua


Auguro a tutti i lettori, assidui o frequentatori, e a tutti i blog amici di trascorrere una serena e felice Pasqua

Andrea De Luca

sabato 31 marzo 2018

16 morti nelle proteste nella Striscia di Gaza

L'esercito israeliano ha sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere le migliaia di persone che si sono radunate ieri lungo il confine con Israele

I soldati israeliani al confine con Gaza, davanti ai manifestanti. (Oren Ziv/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 persone palestinesi sono morte e oltre 1.400 sono state ferite dall’esercito israeliano, durante le grandi proteste organizzate lungo il confine fra la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, e alle quali hanno partecipato circa 30mila persone. L’esercito israeliano ha sparato sui manifestanti e ha usato anche proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dai droni per disperdere la protesta, in quello che in molti hanno denunciato come uso eccessivo della forza. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha chiesto che sia fatta un’indagine indipendente e trasparente sulla morte dei 16 palestinesi. La protesta, chiamata “Marcia del Ritorno”, era prevista da settimane e si è svolta in sei diverse manifestazioni coordinate lungo il confine della Striscia.

Come già si sapeva nei giorni scorsi, infatti, Israele ha schierato oltre 100 tiratori scelti lungo il confine, con il permesso di sparare per rispondere alla protesta. Secondo Adalah, organizzazione per i diritti dei palestinesi in Israele, l’esercito israeliano ha sparato su manifestanti palestinesi disarmati. Anche diverse testimonianze e video diffusi venerdì sui social network da attivisti locali confermano questa versione. La protesta sembra essere stata infatti in larga parte pacifica, anche se Haaretz riporta di alcuni manifestanti che hanno tirato pietre e molotov contro i soldati israeliani.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha invece sostenuto che i soldati abbiano fatto fuoco solo sui manifestanti che provavano a sfondare la recinzione sul confine. Il generale dell’esercito Eyal Zamir ha detto che tra i manifestanti c’erano membri di organizzazioni terroristiche che hanno provato a compiere attacchi usando le proteste come copertura, e l’esercito ha insistito con questa versione.

Taye-Brook Zerihoun, vice capo del Dipartimento per gli Affari politici dell’ONU, ha avvertito il Consiglio di sicurezza dell’ONU che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni, e ha chiesto che Israele rispetti le leggi internazionali sui diritti umani, usando la forza solo quando è l’ultima risorsa. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha indetto un giorno di lutto nei territori palestinesi, per ricordare i morti delle proteste.

La protesta è stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione è decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta hanno insistito più volte che le manifestazioni non sarebbero state violente, ma l’esercito israeliano aveva espresso molti dubbi e ipotizzato che dietro gli organizzatori potesse esserci Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia dal 2007. Una fonte anonima del comitato organizzatore ha detto ad Haaretz che Hamas non ha pagato direttamente i manifestanti, ma che ha donato dei soldi al comitato organizzatore. Un altro elemento che fa pensare che dietro alla manifestazione potrebbe esserci Hamas è il fatto che Fatah – il principale partito palestinese “moderato”, tornato da poco in cattivi rapporti con Hamas – stia sostanzialmente ignorando le proteste.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano. Sono state allestiti dei campi lungo il confine, e sono previste nuove manifestazioni ogni venerdì.

Fonte: Il Post

giovedì 29 marzo 2018

Nicolas Sarkozy sarà processato

È stato rinviato a giudizio per corruzione e traffico di influenze: una storia diversa da quella che aveva portato al fermo della settimana scorsa

Nicolas Sarkozy (LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

Il quotidiano francese Le Monde ha scritto che l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato rinviato a giudizio per corruzione e traffico di influenze. Insieme a lui sono stati rinviati a giudizio e saranno processati anche il suo avvocato Thierry Herzog e l’ex magistrato Glibert Azibert.

Le accuse si riferiscono a fatti risalenti al 2014, quando Sarkozy, tramite Herzog, cercò di ottenere informazioni riservate da Azibert, che allora era giudice della Corte di Cassazione francese. Dalle intercettazioni della polizia, risulta che Sarkozy si offrì di usare i suoi contatti per garantire a Azibert un ruolo prestigioso a Monaco, in Francia, in cambio di informazioni relative alle indagini che la magistratura stava facendo su presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale di Sarkozy del 2007: si ipotizzava che questi finanziamenti arrivassero da Liliane Bettencourt, a lungo capa della società L’Oreal.

Quello per corruzione e traffico di influenze non è l’unico procedimento penale a cui è sottoposto Sarkozy. Una settimana fa Sarkozy era stato formalmente accusato di avere ricevuto finanziamenti illeciti dall’ex presidente libico Muammar Gheddafi durante la campagna elettorale del 2007.

Fonte: Il Post

Sono stati eletti i vicepresidenti del Senato

Sono Roberto Calderoli (Lega), Ignazio La Russa (FdI), Paola Taverna (M5S) e Anna Rossomando (PD), ma ci sono state tensioni sull'elezione dei questori

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Mercoledì il Senato ha eletto i suoi quattro vicepresidenti, i tre questori e gli otto segretari, frutto di accordi, spartizioni e giochi di forza tra i principali gruppi parlamentari. Come vicepresidenti, il ruolo più importante tra quelli in ballo, sono stati eletti Roberto Calderoli della Lega (164 voti), Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia (119 voti), Paola Taverna del Movimento 5 Stelle (105 voti) e Anna Rossomando del Partito Democratico (63 voti).

Se sulle vicepresidenze i principali partiti hanno ottenuto una rappresentanza, ci sono state però tensioni per quanto riguarda i questori, che hanno il compito di controllare il corretto svolgimento dei lavori delle camere e l’applicazione delle direttive dei loro presidenti, e sono considerati strategici dai partiti. Sono stati eletti Antonio De Poli di Forza Italia (165 voti), Paolo Arrigoni della Lega (130 voti) e Laura Bottici del M5S (115 voti).

Il PD ha protestato per non aver ricevuto nessun questore: il suo candidato Gianni Pittella ha ottenuto solo 59 voti. Secondo i giornali, il problema è stato un mancato accordo con il M5S, che voleva ottenere per Bottici il ruolo di questore anziano, che garantisce maggiori poteri ed è assegnato al candidato più votato. Il PD ha rifiutato la proposta, ritenendola un ricatto, e il ruolo di questore anziano è andato a De Poli. Secondo i giornali c’è stata qualche discussione anche tra FdI e FI su De Poli, poi approvato dal partito di Giorgia Meloni. Secondo i giornali, le tensioni di oggi avranno effetti anche sulle elezioni dei componenti dell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati, che si terranno domani.

Il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci ha commentato la mancata elezione di un questore del PD dicendo: «che in Senato sia stato negata al PD la possibilità di avere un questore è un fatto gravissimo. Per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione parlamentare non avrà accesso al funzionamento della macchina del Senato. Siamo davanti ad un fatto senza precedenti. Quale è il concetto di democrazia del M5S e della destra? Facciamo tutto da soli?». Maurizio Martina, vice segretario del PD, ha detto: «La presenza del PD nelle presidenze di Camera e Senato con funzioni di rappresentanza e controllo è una questione democratica e dovrebbe riguardare tutti. Siamo il secondo partito del Parlamento e rappresentiamo milioni di elettori che non hanno votato destra e Cinquestelle. La nostra funzione non può essere svilita né la nostra presenza in questi organi fondamentali parlamentari può essere condizionata da contropartite di altri e su altre responsabilità».

I segretari, che hanno il compito di collaborare con il presidente durante i lavori del Senato, saranno Paolo Tosato della Lega, Francesco Giro di Forza Italia, Tiziana Nisini della Lega, Vincenzo Carbone di Forza Italia, e Michela Montevecchi, Sergio Puglia, Giuseppe Pisani e Gianluca Castaldi, tutti e quattro del M5S. Anche in questo caso, al PD non è toccato nessun segretario. In tutto, dei componenti dell’ufficio di presidenza del Senato 8 sono del centrodestra, più la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, 6 sono del Movimento 5 Stelle e uno del PD.

Fonte: Il Post

martedì 27 marzo 2018

I capigruppo dei partiti alla Camera e al Senato

Forza Italia ha eletto Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, il PD Graziano Delrio, il M5S Giulia Grillo e Danilo Toninelli

Un momento della riunione dei deputati di Forza Italia per l'elezione del nuovo capogruppo. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Martedì i gruppi politici che si sono formati nel nuovo Parlamento – cioè, almeno per ora, i partiti che sono stati eletti lo scorso 4 marzo – hanno eletto i propri capigruppo alla Camera e al Senato. Sono le persone che, oltre a essere i rappresentanti dei gruppi, incontreranno il presidente della Repubblica durante le consultazioni, insieme eventualmente ai leader dei partiti. L’elezione dei capigruppo, nella maggior parte dei casi, è avvenuta per acclamazione durante le assemblee dei gruppi parlamentari, che si sono costituiti ufficialmente proprio oggi.

Il Movimento 5 Stelle, il partito che ha ottenuto più voti alle ultime elezioni, ha nominato Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato, come era stato annunciato qualche giorno fa. Il Partito Democratico ha invece eletto alla Camera l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio, mentre al Senato verrà con ogni probabilità eletto Andrea Marcucci: il suo nome è stato proposto dal vice segretario Maurizio Martina ma deve ancora essere confermato dall’assemblea. Secondo quanto scrivono i giornali, Renzi voleva eleggere Marcucci e Lorenzo Guerini, considerati parlamentari a lui molto fedeli. Una parte del partito voleva però un qualche tipo di rottura con il PD “renziano”, dopo la sconfitta alle elezioni: sarebbe quindi stato trovato il compromesso di Delrio, considerato comunque vicino a Renzi ma indipendente e un po’ più critico, soprattutto recentemente.

Per quanto riguarda il centrodestra, Forza Italia ha nominato l’ex ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini come capogruppo alla Camera, e Anna Maria Bernini – brevemente candidata alla presidenza del Senato – come capogruppo al Senato. Alla Camera la Lega ha nominato Giancarlo Giorgetti e Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, mentre non sono state ancora comunicate le nomine per il Senato.

Liberi e Uguali, che ha superato di poco la soglia alle elezioni, non può per ora costituire dei gruppi autonomi, visto che ha 14 deputati e 4 senatori, e il minimo è rispettivamente 20 e 10. Ha detto però che chiederà una deroga, concessa in passato anche a partiti con meno rappresentanti. Per ora i suoi parlamentari sono iscritti al Gruppo misto, insieme a quelli di Noi con l’Italia, ai fuoriusciti del M5S, alle minoranze linguistiche, a +Europa e a Civica popolare. Oggi i gruppi parlamentari hanno discusso anche delle altre cariche che compongono gli uffici di presidenza di ciascuna camera: vicepresidenti, questori e segretari. Saranno spartiti tra i vari partiti, ed eletti formalmente domani dalle Camere riunite.

Fonte: Il Post

lunedì 26 marzo 2018

Almeno 64 persone sono morte per un incendio in Siberia

Si è sviluppato domenica in un centro commerciale nella città di Kemerovo, nell'area dell'edificio che ospitava un cinema multisala

(Russian Ministry for Emergency Situations photo via AP)

Almeno 64 persone sono morte domenica in un incendio in un centro commerciale nella città russa di Kemerovo, in Siberia. Ieri il governo russo aveva confermato la morte di 53 persone, ma aveva aggiunto di aspettarsene altre nelle ore successive. Secondo BBC, almeno 40 morti potrebbero essere bambini.

Sembra che l’incendio sia iniziato intorno alle 10 di domenica mattina (le 15 in Italia) nell’area dell’edificio che ospitava un cinema multisala, al terzo piano. In quel momento – scrivono i giornali – il centro commerciale e i cinema erano molto affollati e ai soccorritori non è stato subito chiaro quante persone ci fossero all’interno degli edifici in fiamme. Le fiamme hanno raggiunto presto un’area giochi per bambini e una pista di pattinaggio. A causa dell’incendio, inoltre, sono crollati i tetti di due sale cinematografiche, complicando ancora di più le ricerche dei soccorritori. Alcuni video postati sui social network mostrano persone che saltano dalle finestre per scappare dall’incendio.

Per spegnere l’incendio sono intervenuti più di 300 vigili del fuoco e in tutto 660 soccorritori, inclusi agenti di polizia e personale medico. Per portare l’incendio sotto controllo ci sono volute 17 ore e le operazioni di ricerca e soccorso non sono ancora terminate. Il Guardian ha scritto che si stanno cercando ancora 16 persone di cui si sono perse le tracce.

Le cause dell’incendio non sono ancora note. BBC ha scritto che quattro persone sono state fermate dalla polizia per essere interrogate e che tra loro c’è anche il direttore della società che gestiva il centro commerciale. Kemerovo è una città di circa 500,000 abitanti, la più importante della regione del Kuzbass, uno delle più grandi aree di estrazione del carbone al mondo.

Fonte: Il Post

Breve guida al nuovo governo

Le consultazioni cominceranno il 3 aprile: cosa dobbiamo aspettarci e cosa succederà nel frattempo, già a partire da oggi

(ANSA/ETTORE FERRARI)

Se tutto procederà senza intoppi, l’Italia potrebbe avere un nuovo governo già nel corso delle prime due settimane di aprile. Il problema principale è che gli intoppi potenziali sono moltissimi: visto il risultato inconcludente delle elezioni del 4 marzo servirà un accordo trasversale tra Movimento 5 Stelle e centrodestra, oppure tra una di queste due forze e il Partito Democratico, per arrivare alla formazione di un governo.

La novità principale dalle elezioni a oggi è l’accordo raggiunto da centrodestra e Movimento 5 Stelle per la scelta dei presidenti di Camera e Senato, che secondo gran parte degli osservatori ha reso un po’ più probabile la formazione di un qualche tipo di governo con il sostegno sia della Lega che del Movimento. Ne sapremo di più la prossima settimana, quando il 3 aprile cominceranno le consultazioni con il presidente della Repubblica. Nel frattempo, queste sono le principali date da tenere d’occhio.

Lunedì 26 marzo
Si formano i gruppi parlamentari: tutti i deputati e i senatori devono dichiarare a quale gruppo appartengono. Sarà interessante vedere se ci sarà qualche sorpresa. Per esempio, il Movimento 5 Stelle accetterà nel suo gruppo parte o tutti gli espulsi durante la campagna elettorale, come promesso, oppure li terrà tutti quanti fuori? In realtà uno se lo sono già ripreso.

Martedì 27 marzo
Alle 15.30 i gruppi parlamentari si riuniscono ed eleggono formalmente i capigruppo. Non ci si aspettano sorprese per Movimento 5 Stelle e Lega, che hanno già deciso e i cui capigruppo in pectore sono impegnati in attività parlamentari da giorni (quelli del Movimento 5 Stelle, a differenza della passata legislatura in cui venivano eletti dai parlamentari, sono stati scelti direttamente da Luigi Di Maio). Sarà invece un’elezione un po’ più movimentata in Forza Italia e soprattutto dentro il PD.

I due capigruppo uscenti del partito di Berlusconi, Renato Brunetta e Paolo Romani, si sono dimessi nei giorni scorsi in dissenso per come il loro leader ha gestito l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, cedendo alle pressioni del Movimento 5 Stelle e Lega per sostituire la candidatura dello stesso Romani al Senato con Maria Elisabetta Alberti Casellati. Secondo i giornali i nuovi capigruppo saranno Anna Maria Bernini al Senato e Mara Carfagna alla Camera.

Se in Forza Italia la successione dovrebbe avvenire comunque in maniera abbastanza indolore, il PD rischia invece di trovarsi in difficoltà. Quasi tutto il partito è concorde nel confermare come capogruppo alla Camera Ettore Rosato, vicino all’ex segretario Matteo Renzi, ma ci sono grosse divisioni su cosa fare al Senato. La parte del partito più vicina a Renzi secondo i giornali vorrebbe scegliere Andrea Marcucci, considerato un “renziano”, mentre il resto del partito vorrebbe confermare l’attuale capogruppo Luigi Zanda. Secondo i giornali Renzi sarebbe disposto ad andare “alla conta” sul nome di Marcucci, cioè sottoporlo al voto del gruppo, in modo da dimostrare di controllare ancora la maggioranza dei voti dei parlamentari.

Mercoledì 28 marzo
Le camere si riuniscono per eleggere le altre cariche che compongono gli uffici di presidenza di ciascuna camera: vicepresidenti, questori e segretari. I regolamenti di Camera e Senato stabiliscono che i parlamentari di ciascuna camera eleggono i rappresentanti che devono occupare questi incarichi e stabiliscono che tutti i gruppi parlamentari devono essere rappresentati all’interno degli uffici di presidenza. Di solito questi incarichi vengono distribuiti tra i vari partiti prima di arrivare alle votazioni, che servono essenzialmente a confermare gli accordi presi in precedenza.

I giornali scrivono in questi giorni che al Senato i quattro vicepresidenti dovrebbero andare al PD (che indicherà Valeria Fedeli), alla Lega (che indicherà Roberto Calderoli), al Movimento 5 Stelle (che indicherà Vito Crimi) e infine a Liberi Uguali. Forza Italia non esprimerà vicepresidenti, perché ha già il presidente del Senato. Alla Camera il PD indicherà Roberto Giachetti, un altro vicepresidente sarà espresso dalla Lega, uno da Forza Italia e il quarto da Fratelli d’Italia.

3 aprile
Le consultazioni cominceranno ufficialmente il 3 aprile, dopo una pausa per la Pasqua in cui non ci saranno altri eventi importanti. È il momento in cui il presidente della Repubblica incontra i rappresentanti dei partiti, di solito una delegazione formata dai capigruppo e dal leader del partito, e chiede loro se e a quale governo sarebbero disposti a votare la fiducia. Al termine delle consultazioni, il presidente può affidare l’incarico di formare un governo alla persona che secondo lui ha le maggiori possibilità di trovare il sostegno della maggioranza dei parlamentari. Chi riceve l’incarico, e giura insieme ai suoi ministri, è formalmente il nuovo presidente del Consiglio, anche nel caso non dovesse poi riuscire a raccogliere una maggioranza parlamentare (in quel caso lo sarebbe solo per “il disbrigo degli affari correnti”, evidentemente, e Mattarella ricomincerebbe a cercare un governo in grado di ottenere la fiducia nel Parlamento).

Le consultazioni sono una prassi utilizzata da decenni ma non sono regolate dalla legge o dalla Costituzione. Per tradizione cominciano dai gruppi parlamentari con meno membri e si concludono con il partito che ha la rappresentanza più numerosa. Se il centrodestra deciderà di partecipare con un’unica delegazione sarà probabilmente l’ultimo gruppo ricevuto, altrimenti il gruppo più numeroso risulterà il Movimento 5 Stelle. Al termine delle consultazioni il presidente della Repubblica può anche decidere di affidare un “pre-incarico”, come accadde al segretario del PD Pier Luigi Bersani nel 2013. È una pratica non codificata dalla legge che serve per dare al possibile presidente del Consiglio ulteriore tempo per verificare se sia possibile formare una maggioranza. Bersani lo utilizzò per fare una seconda serie di consultazioni (ricordate lo streaming con Crimi e Lombardi?) al termine del quale disse al presidente della Repubblica che non sarebbe stato in grado di formare un governo.

Quindi che governo ci sarà?
Lo sapremo meglio nei prossimi giorni. Questa settimana ci saranno probabilmente trattative intense tra Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia in cui si discuterà della possibilità di formare una maggioranza di governo. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini rivendicano il diritto di essere incaricati presidenti del Consiglio, ma le loro posizioni si sono molto ammorbidite nel corso degli ultimi giorni ed entrambi hanno fatto aperture più o meno significative all’idea di formare un governo di coalizione.

Dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, quasi tutti gli esperti e i giornali sostengono che un accordo tra i due sia più vicino. L’ipotesi che viene data per la maggiore è quella di un governo senza esponenti di primo piano di Lega e Movimento, che nasca sulla base di un programma concordato (questo governo, commentano i giornalisti, non dovrebbe necessariamente restare in carica a lungo). Se invece i due partiti non riuscissero ad accordarsi restano aperte altre ipotesi, che però sembrano sempre meno probabili con il passare dei giorni. Una è quella di un governo di minoranza del centrodestra: senza esponenti di primo piano (senza Salvini, sostanzialmente) e nato grazie all’astensione del PD. Ma si parla anche di un “governo del presidente”, cioè un governo formato da figure istituzionali non direttamente legate ai partiti e sostenute da tutte le forze politiche. Un’eventualità, però, che oramai quasi tutti i cronisti politici definiscono molto improbabile.

Fonte: Il Post

È morto Fabrizio Frizzi

Aveva 60 anni ed era uno dei conduttori più noti della televisione italiana: negli ultimi mesi aveva avuto gravi problemi di salute

(ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

Fabrizio Frizzi è morto questa notte all’ospedale Sant’Andrea di Roma in seguito a una emorragia cerebrale. La notizia della morte del conduttore televisivo è stata confermata da una nota della sua famiglia. Frizzi, che aveva compiuto 60 anni lo scorso febbraio, aveva avuto negli ultimi mesi dei gravi problemi di salute. Nell’ottobre del 2017 Frizzi aveva avuto un’ischemia durante la registrazione di una puntata del programma L’Eredità; era stato ricoverato al Policlinico Umberto I di Roma per alcuni giorni ed era tornato a condurre L’Eredità a dicembre. Aveva detto di essere malato e che avrebbe raccontato della sua malattia se fosse riuscito a guarire.

Frizzi, che era nato a Roma nel 1958, aveva cominciato a lavorare in Rai negli anni Ottanta dopo aver condotto alcuni programmi per radio e tv private. In Rai iniziò a lavorare in alcune trasmissioni per ragazzi: Il barattolo, Tandem e Pane e marmellata, che condusse insieme a Rita Dalla Chiesa che poi diventò la sua prima moglie. La prima trasmissione che condusse in prima serata fu Europa Europa nel 1988.

I primi grandi successi di Frizzi arrivarono tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, quando gli fu affidata la conduzione di Scommettiamo che…?, insieme a Milly Carlucci (che presentò poi per varie edizioni anche negli anni successivi). Nel 1988 diventò il conduttore del concorso di bellezza Miss Italia, trasmissione che gli dette un’enorme popolarità e che condusse per quindici edizioni consecutive fino al 2002 e poi di nuovo nel 2011 e nel 2012 (tra il 1991 e il 1993 presentò anche le prime tre edizioni di Miss Italia nel mondo).

Nel 1990 iniziò il programma I fatti vostri, una delle trasmissioni più di successo di Rai 2 che Frizzi presentò per tre edizioni fino al 1993. Nel 1992 affiancò Corrado – a cui si ispirava nello stile di conduzione – nella Notte dei Telegatti su Canale 5: fu il suo esordio sulle reti Fininvest. Sempre nello stesso anno, in diretta dallo Stadio Olimpico, presentò la Partita del cuore, una delle molte iniziative benefiche in cui sarebbe stato coinvolto. Dall’autunno 1994 fece parte del gruppo dei conduttori del quiz Luna Park, programma ideato da Pippo Baudo; sempre nel 1994 (fino al 1996) presentò la maratona televisiva di raccolta fondi Telethon. Negli anni Novanta vi furono altre nuove trasmissioni (Per tutta la vita…? e Tutti a scuola). Nel 2002 lasciò la Rai, dove però tornò dopo una breve parentesi nella primavera del 2003 a Mediaset con il programma Come sorelle.

Nel 2003 Frizzi presentò Piazza Grande su Rai 2, programma della mattina che sostituì I fatti vostri. Poi dal 2005 su Rai 3 condusse Cominciamo bene e dal 2007 il gioco a premi Soliti ignoti – Identità nascoste subito dopo il TG1, che ottenne un grande successo di ascolti e diede una nuova spinta alla sua carriera, che si era un po’ ingolfata dopo il passaggio a Mediaset e il ritorno in Rai. Negli ultimi anni presentò nuove edizioni di vecchie trasmissioni e molte serate speciali come per esempio il Concerto per l’Emilia, evento di beneficenza per la raccolta fondi per la ricostruzione di due ospedali danneggiati dal terremoto dell’Emilia del 2012. Nel marzo del 2014 venne scelto per condurre su Rai 1 L’eredità, subentrando a Carlo Conti e ottenendo un enorme successo. Nella sua vita ha presentato più di settanta trasmissioni per la tv.

Fabrizio Frizzi aveva anche partecipato come concorrente a Ballando con le stelle, era stato ospite in diverse puntate di Tale e quale show, aveva recitato in alcune fiction e aveva fatto il doppiatore: è sua la voce di Woody, lo sceriffo protagonista dei film Toy Story.

Nel 2012 interpretò se stesso nel film Buona giornata diretto da Carlo Vanzina e nel 2015 venne nominato commendatore dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Frizzi raccontò anche pubblicamente di aver donato il midollo: «All’epoca il mio midollo risultò compatibile con quello di una bimba le cui condizioni erano preoccupanti. (…) Sei anni dopo, la più bella sorpresa della mia vita. Ero ancora al timone della Partita del cuore, stava finendo la diretta e già scorrevano i titoli di coda, quando una ragazzina mi corse incontro per abbracciarmi. Capii subito che si trattava di Valeria, la bimba alla quale avevo donato il midollo e che era venuta a salutarmi dicendomi di essere la mia sorellina».

Fonte: Il Post

domenica 25 marzo 2018

Maria Elisabetta Alberti Casellati, la prima donna presidente del Senato

È stata eletta con i voti del centrodestra e del Movimento 5 Stelle: ha 71 anni ed è in Forza Italia fin dalla nascita del partito


Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata eletta stamattina presidente del Senato, grazie all'accordo tra centrodestra e Movimento 5 Stelle che hanno votato insieme sia al Senato che alla Camera (dove è stato eletto Roberto Fico). L’accordo sui nomi è stato raggiunto questa mattina, quando Berlusconi ha accettato di rinunciare al suo candidato iniziale, Paolo Romani, che il Movimento 5 Stelle non voleva votare.

Maria Elisabetta Alberti Casellati è una senatrice di Forza Italia di 71 anni. È nata nel 1946 a Rovigo, vive a Padova ed è la prima donna eletta alla presidenza del Senato nella storia della Repubblica.

Alberti Casellati è avvocatessa e questa legislatura è la sua sesta da senatrice. Ha fatto parte del Parlamento dal 1994 a oggi, fatta eccezione per la tredicesima legislatura (quella iniziata nel 1996).

Si è laureata in giurisprudenza e in diritto canonico nella Pontificia Università Lateranense e per diversi anni ha praticato come avvocato matrimonialista. Entrò a far parte di Forza Italia nel 1994, diventandone segretaria al Senato. Durante la sua carriera politica è stata anche sottosegretario prima alla Salute e poi alla Giustizia. Dal 2001 al 2006 Alberti Casellati è anche stata vice-capogruppo di Forza Italia. Nel 2014 il Parlamento riunito in seduta comune l’aveva votata tra i membri laici – cioè non provenienti dalla magistratura – del Consiglio Superiore della Magistratura. Sul sito Open Parlamento è possibile trovare più informazioni sui voti e le attività di Alberti Casellati nelle precedenti legislature.

Alberti Casellati è in Forza Italia sin dalla nascita del partito ed è considerata molto vicina a Silvio Berlusconi e, più nello specifico, a Niccolò Ghedini. Nel novembre 2017 Marianna Rizzini l’aveva descritta così sul Foglio:


Nessuno può dire che Casellati non sia stata alfiere del berlusconismo: il grande pubblico l’ha conosciuta come una delle punte televisive dell’area Cav. negli anni duri dei post-it gialli, delle dieci domande, dei processi, delle vere o presunte critiche anti-B. presso le alte cancellerie europee, fino al giorno del 2013 in cui, scontrandosi con Marco Travaglio in uno studio di La7, durante la trasmissione “Otto e mezzo”, il futuro direttore del Fatto se ne uscì con la frase “questa signora dice puttanate”, e Casellati alzò lo sguardo verso Lilli Gruber per rispondere “forse me ne vado io”.

Fonte: Il Post

Storia breve di Roberto Fico, nuovo presidente della Camera

Ha 43 anni, è di Napoli ed è uno dei "grillini della prima ora"

(Roberto Monaldo / LaPresse)

Roberto Fico, deputato del Movimento 5 Stelle, è il nuovo presidente della Camera. Ha preso il posto che negli ultimi cinque anni è stato di Laura Boldrini ed è stato eletto grazie a un accordo tra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, che ha portato anche all’elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati a presidente del Senato. Fico ha 43 anni, è di Napoli ed è già stato membro della Camera durante la precedente legislatura. È stato eletto con 422 voti, circa cento più di quelli necessari. Fico è considerato espressione della cosiddetta “ala sinistra” del M5S, quella formata da attivisti che si sono avvicinati al movimento quando sembrava un micro-partito della sinistra ambientalista, ma negli ultimi anni ha comunque dimostrato una fedeltà notevole nei confronti del Movimento.

Fico è descritto anche come il principale oppositore interno di Luigi Di Maio, capo politico del Movimento. Negli ultimi anni è stato uno dei pochi, insieme proprio a Di Maio, a ricoprire una carica istituzionale: Fico è stato presidente della commissione di vigilanza RAI. Prima che Beppe Grillo lo sciogliesse, Fico era anche membro del “direttorio” che organizzava e gestiva le attività del partito.

Fico è nato a Napoli il 10 ottobre 1974; si è laureato in Scienze della Comunicazione all’università di Trieste e ha poi ottenuto un master, studiando per un periodo a Helsinki, in Finlandia. In seguito ha lavorato nel settore della comunicazione, in un ufficio stampa e, per diversi mesi, in un call-center. Tempo fa ha raccontato: «Mio padre lavorava al Banco di Napoli. La mamma è casalinga. Ho una sorella di 34 anni. Disoccupata. Ho fatto molti lavori. Anche il manager in un hotel e il dirigente per un tour operator internazionale. Sempre contratti a tempo indeterminato. Ma dalla vita volevo altro. Proporre, altro che protestare».

Nel 2005, prima ancora che venisse fondato il Movimento 5 Stelle, fu tra i fondatori del Meetup Amici di Beppe Grillo a Napoli, uno dei 40 primi meetup italiani. Nel 2010 fu candidato del Movimento 5 Stelle alla presidenza della regione Campania e nel 2011 si candidò alla carica di sindaco di Napoli: in entrambi i casi ottenne tra l’1 e il 2 per cento dei voti. Nel 2013 divenne deputato eletto nella circoscrizione Campania e già allora fu proposto e votato dagli esponenti del Movimento per la presidenza della Camera. In questi anni ha tenuto posizioni più “di sinistra” rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi di partito, ad esempio sull’immigrazione o le unioni civili.

Qualche mese fa si parlò di una possibile non candidatura di Fico, dopo che si rifiutò di parlare a Rimini all’incontro in cui si palesò la candidatura di Di Maio a capo del Movimento. È invece stato candidato nel collegio uninominale di Napoli Fuorigrotta, dove ha preso il 57 per cento dei voti. In campagna elettorale disse: «Vi garantisco che mai noi saremo alleati con la Lega anche dopo il voto: siamo geneticamente diversi».

Fonte: Il Post

sabato 24 marzo 2018

I nuovi presidenti di Camera e Senato

Sono rispettivamente Roberto Fico del M5S e Maria Elisabetta Alberti Casellati di Forza Italia, eletti coi voti di centrodestra e M5S

(Roberto Monaldo/LaPresse - Fabio Cimaglia/LaPresse)

Stamattina sono stati eletti i due nuovi presidenti di Camera e Senato: sono rispettivamente Roberto Fico, del Movimento 5 Stelle, e Maria Alberti Casellati, di Forza Italia. Sono stati eletti grazie a un accordo tra Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. La loro elezione è arrivata dopo alcuni giorni di tensione tra Movimento 5 Stelle e Forza Italia.

Berlusconi aveva inizialmente tenuto duro sul nome di Paolo Romani, ma in seguito alle pressioni della Lega di Matteo Salvini, questa mattina è stato costretto a cambiare candidato e a proporre Casellati. Secondo esperti e giornalisti, il voto di oggi rende più facile un futuro accordo tra Movimento 5 Stelle e centrodestra per formare un governo. La strada però è lunga e difficile e ci sarà maggiore chiarezza solo nei prossimi giorni quando inizieranno i negoziati delle vari forze politiche.

Fonte: Il Post

martedì 20 marzo 2018

Nicolas Sarkozy è in stato di fermo

A Nanterre, per essere interrogato sui presunti finanziamenti illeciti alla sua campagna presidenziale del 2007 provenienti dalla Libia

Nicolas Sarkozy, Parigi, 6 novembre 2017 (Christophe Petit Tesson, Pool via AP)

I giornali francesi scrivono che l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato fermato dalla polizia a Nanterre per essere interrogato sui presunti finanziamenti illeciti provenienti dalla Libia e dall’ex presidente libico Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale del 2007 (quando Sarkozy era stato poi eletto). La legge francese stabilisce che questo tipo di fermo – la “garde à vue” – sia valido 24 ore, prorogabili al massimo a 48: entro il termine del fermo i giudici dovranno decidere se liberare Sarkozy o sporgere accuse formali.

Nel novembre 2016, durante le primarie dei Repubblicani, il partito di Sarkozy, l’intermediario Ziad Takieddine aveva detto al sito francese Mediapart di aver trasportato 5 milioni di euro in contanti da Tripoli a Parigi tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007 e di averli consegnati a Claude Guéant, all’epoca capo della campagna elettorale di Sarkozy e diventato poi ministro dell’Interno del suo governo. Guéant sarebbe stato interrogato proprio oggi. Secondo Le Monde, lo scambio di denaro è stato confermato anche da Bechir Saleh, che all’epoca era il direttore del fondo sovrano della Libia.

Sempre secondo Le Monde, il fermo di Sarkozy è dovuto alle nuove conferme di un passaggio di denaro arrivate da numerosi funzionari libici dell’epoca di Gheddafi, recentemente ascolti dalla magistratura francese. L’indagine era cominciata nel 2013, dopo che nel maggio dell’anno precedente il sito Mediapart aveva pubblicato il primo articolo sui sospetti finanziamenti libici ricevuti da Sarkozy. Lo scambio di denaro venne confermato nel settembre del 2012 da un altro funzionario libico, Abdallah Senoussi, che testimoniò di fronte al Consiglio di transizione libico.

Sarkozy è coinvolto o è stato coinvolto in passato anche in altri procedimenti giudiziari. Al momento è sotto processo con l’accusa di aver finanziato illegalmente la sua campagna elettorale del 2012, quella in cui fu sconfitto da François Hollande. Sarkozy è accusato di aver truccato i conti della sua campagna elettorale per poter superare il tetto alle spese pari a 22,5 milioni di euro. Sarkozy sostiene di essere innocente. Nel 2007 era stato accusato di aver ricevuto segretamente fondi da Liliane Bettencourt, proprietaria di L’Oreal, e di aver cercato di influenzare le indagini dei magistrati, ma era stato prosciolto da ogni accusa.

Fonte: Il Post

lunedì 19 marzo 2018

In ricordo di don Peppe Diana


Sono trascorsi 24 anni dall'uccisione di don Peppe Diana, il parroco assassinato per mano della camorra. Era il 19 marzo del 1994. Don Peppe aveva deciso di rimanere a Casal di Principe, dove portava avanti una lotta ai clan fatta di emancipazione culturale e risveglio delle coscienze. Gli spararono in faccia. Fu la camorra a ucciderlo. Sognava una Casal di Principe non più in ginocchio davanti alla camorra, in un posto dove anche certi sogni sono proibiti.

'Per amore del mio popolo non tacerò' (don Peppe Diana)

Vladimir Putin ha ovviamente vinto le elezioni

Senza veri rivali, le presidenziali in Russia sono andate come previsto: il presidente uscente ha ottenuto il 76 per cento dei voti Vladimir Putin

(ALEXANDER ZEMLIANICHENKO/AFP/Getty Images)

Come ampiamente previsto, Vladimir Putin ha vinto le elezioni presidenziali in Russia, assicurandosi altri sei anni alla guida del paese. Putin non aveva sostanzialmente rivali né veri candidati contro: ha vinto ottenendo il 76,7 per cento dei voti. Nel corso di un comizio organizzato a Mosca per festeggiare la vittoria, Putin ha detto che gli elettori hanno “riconosciuto i progressi raggiunti negli ultimi anni”. Tra presidenze e periodi da primo ministro, Vladimir Putin governa la Russia ininterrottamente dal 1999.

L’affluenza è stata del 67,47 per cento, superiore a quella del 2012 intorno al 65 per cento. Molti osservatori durante la campagna elettorale avevano detto che il dato dell’affluenza sarebbe stato importante per valutare il successo di Putin. Alle elezioni del 2012, Putin aveva ottenuto il 64 per cento dei voti.

Il principale avversario di Putin alle presidenziali di domenica, il milionario Pavel Grudinin, ha ottenuto il 12 per cento dei voti. Altri candidati, come il nazionalista Vladimir Zhirinvosky e l’ex conduttrice televisiva Ksenia Sobchak hanno ottenuto rispettivamente il 6 e il 2 per cento. Alexei Navalny, uno dei più fermi oppositori di Putin, era stato escluso dalle elezioni in seguito ad alcune accuse per appropriazione indebita. Navalny sostiene che le accuse contro di lui siano state mosse appositamente per impedirgli di candidarsi.

Diversi gruppi di attivisti hanno denunciato centinaia di irregolarità ai seggi, con presunti brogli di ogni tipo. Sono state segnalate urne con all’interno schede elettorali già votate prima che aprissero i seggi, persone il cui voto è stato controllato, telecamere di sicurezza ai seggi che avrebbero dovuto assicurare la regolarità delle operazioni di voto coperte, funzionari che hanno inserito più schede elettorali nelle urne. Secondo la Commissione elettorale centrale, invece, le operazioni di voto si sono svolte regolarmente e senza particolari problemi.

Fonte: Il Post

mercoledì 14 marzo 2018

È morto l’astrofisico Stephen Hawking, aveva 76 anni

Fu fisico, matematico cosmologo e astrofisico, divenne famoso soprattutto per i suoi studi sui buchi neri, sulla cosmologia quantistica e sull'origine dell’universo

Credit: Bryan Bedder/Getty Images for Breakthrough Prize Foundation/AFP

Lo scienziato Stephen Hawking è morto all’età di 76 anni.

La sua famiglia ha rilasciato una dichiarazione nelle prime ore del mercoledì mattina confermando la sua morte nella sua casa di Cambridge.

“Siamo profondamente rattristati per la morte oggi del nostro padre adorato. È stato un grandissimo scienziato e un uomo straordinario, il cui lavoro vivrà per molti anni. Il suo coraggio e la sua perseveranza con la sua brillantezza e il suo umorismo hanno ispirato persone in tutto il mondo”, hanno scritto il figli di Hawking – Lucy, Robert e Tim – in una breve nota.

A 21 anni Stephen Hawking era stato colpito da Sla, la malattia che blocca progressivamente le funzioni vitali. Questo non gli aveva impedito di studiare e diventare uno dei maggiori scienziati a livello mondiale.

I medici si aspettavano che vivesse solo per altri due anni. Ma Hawking aveva una forma di malattia che progrediva più lentamente del solito.

Hawking è stato un fisico, un matematico, un cosmologo e un astrofisico. Divenne famoso soprattutto per i suoi studi sui buchi neri, sulla cosmologia quantistica e sull’origine dell’universo.

La sua immagine, il suo lavoro e la sua ironia lo hanno reso una vera e propria icona in grado di ispirare film per la tv e il cinema, come “La teoria del tutto”, il lungometraggio basato sulla sua biografia redatta dalla ex moglie di Hawking.

Nel 2017 la Virgin Galactic, compagnia dei voli spaziali creata dal magnate Richard Branson, aveva offerto al celebre astrofisico un posto a bordo della SpaceShipTwo, uno spazioplano sub-orbitale. Hawking aveva accettato senza esitare.

Nel 2007 Hawking visse l’esperienza di vivere a gravità zero su un Boeing 727-200, un velivolo specialmente modificato, grazie alla Zero Gravity Corporation.

Il volo fu un successo e Hawking dimostrò che un disabile è in grado di volare in modo sicuro a gravità zero.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 8 marzo 2018

Perchè si 'festeggia' l'8 marzo


Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Dietro questa festa (termine non proprio esatto perchè in realtà si chiama Giornata internazionale della donna) c'è un significato molto importante.

La storia più conosciuta della festa della donna è senza dubbio quella che risale al 1908. In un' azienda tessile, la Cotton di New York, alcune operaie decisero di fare sciopero per denunciare le condizioni poco accettabili nelle quali erano costrette ad eseguire il proprio lavoro. La protesta continuò per alcuni giorni, fino all'8 marzo, quando i proprietari decisero di bloccare tutte le uscite dell'industria. Il destino ha voluto che scoppiasse un incendio in cui persero la vita 129 donne, alcune anche italiane, che volevano solo avere un posto migliore in cui lavorare. Questa pare sia la leggenda più conosciuta sulla festa della donna, ma non la vera storia.

La vera storia della festa della donna va fatta coincidere con il 28 febbraio del 1909, quando il Partito Socialista americano, dopo anni di discussioni, decise di organizzare una grande manifestazione in favore del diritto di voto delle donne. Dal novembre 1908 fino al febbraio 1909 furono molte le proteste e gli scioperi delle donne che desideravano un aumento e un posto di lavoro migliore. Nel 1910 venne presa in seria considerazione l'istituzione di una giornata dedicata alle donne. Il 25 marzo del 1911 successe qualcosa di molto significativo per la nascita della festa della donna. In una fabbrica di New York, la Triangle, un incendio uccise 146 persone, la maggior parte donne immigrate. Da lì in avanti le proteste delle donne iniziarono a moltiplicarsi anche in molto paesi Europei. A San Pietro Burgo, l'8 marzo 1917, le donne manifestarono il loro desiderio di porre fine alla guerra protestando nelle piazze. Questa data fu ispirazione per far istituire a Mosca la Giornata Internazionale dell'Operaia, che si celebra appunto l'8 marzo.

La festa della donna in Italia iniziò a essere commemorata nel 1922. Ma solo nel 1945 l'Unione Donne in Italia diede un certo peso a tale manifestazione, celebrando la giornata della donna nelle zone liberate dal fascismo. L'anno successivo, l'8 marzo 1946, nacque la giornata della donna: tutta Italia ricordò la celebrazione dell'anno prima. Fu scelta la mimosa come simbolo perché fiorisce nei primi giorni di marzo. Negli anni a seguire la giornata è diventata anche simbolo di reclamo di diritti e di tutela delle conquiste delle donne.

Non ci limitiamo a pensare, dunque, che è la festa dove regalare le mimose al gentil sesso e/o delle cene fuori per le donne, ma pensiamo soprattutto al significato importante che c'è dietro questa festa.

lunedì 5 marzo 2018

Elezioni politiche 2018: cosa succede adesso

Il M5S trionfa alle elezioni politiche italiane 2018. Anche la Lega vola, superando Forza Italia. Crollo del PD. Ora però cosa succede? Ecco alcuni possibili scenari


Domenica 4 marzo 2018 gli italiani sono stati chiamati al voto per le elezioni politiche.

In primis, dobbiamo dire che questo voto non poterà a una maggioranza assoluta con cui formare autonomamente un governo.

Il centrodestra è la coalizione che ottiene più seggi. Crollo per il centrosinistra, con il Partito Democratico sotto al 20 per cento dei voti.

Il singolo partito con più parlamentari è il Movimento Cinque Stelle, vero vincitore – insieme alla Lega – di queste elezioni politiche.

Il Movimento di Luigi Di Maio ha confermato le aspettative ottenendo sia alla Camera che al Senato più del 30 per cento dei consensi.

Il partito di Matteo Salvini è stata la vera rivelazione, superando Forza Italia e ottenendo quasi quanto il PD.

Ma che succede ora?

La soluzione Lega

In questa situazione, la principale possibilità è quella che il presidente della Repubblica dia un incarico – almeno esplorativo – al leader della coalizione di centrodestra.

Il problema è uno: la coalizione di centrodestra ha deciso di non indicare un unico candidato premier, ma di attribuirlo solamente dopo il voto al partito più votato tra i quattro alleati.

In queste elezioni, a raccogliere più voti nello schieramento è stata la Lega, cosa che porterebbe ad attribuire l’incarico a Matteo Salvini. Su questo, però, si attende un pronunciamento ufficiale dagli alleati.

Tuttavia, il centrodestra non avrebbe la maggioranza da solo e dovrebbe cercare di allargarla ad altri, cosa non scontata, vista l’eterogeneità della coalizione di centrodestra, divisa tra una fazione più liberale ed europeista, composta da Forza Italia e Noi con l’Italia, e una più sovranista formata da Lega e Fratelli d’Italia.

La coalizione di centrodestra è infatti in larga parte frutto di un’unione funzionale al voto che cela una tensione su diversi punti centrali di questa campagna elettorale (come ad esempio la sostanziale differenza tra l’idea di Salvini della Lega e quella di Berlusconi di Forza Italia sull‘immigrazione e sulla posizione dell’Italia in Europa).

Osservando i programmi elettorali dei partiti a confronto, è possibile notare che in questa campagna elettorale tutti hanno promesso molto ma sarà difficile rispettare ciascuno di questi patti.

La soluzione M5S

L’alternativa è che il mandato sia attribuito a Luigi Di Maio, il leader del Movimento Cinque Stelle, il singolo partito più votato. Anche in questo caso, però, il M5S non sarebbe in grado di formare una maggioranza in autonomia. Allargare, potrebbe significare guardare a Lega e Fratelli d’Italia, con cui condividono diversi punti programmatici.

In questo caso, però, difficilmente Di Maio potrebbe incassare la fiducia senza scendere a patti con i possibili alleati sulla squadra di governo, cosa che potrebbe far alterare la lista di ministri presentata dallo stesso ex vicepresidente della Camera prima delle elezioni.

Con buona probabilità, il M5S rivendicherà l’incarico per tentare di formare un governo. Avendo ottenuto oltre il 30 per cento sia alla Camera che al Senato (e in proiezione circa 230 deputati e 120 senatori), il leader Di Maio tenterà di allargare il proprio bacino.

La soluzione M5S e Lega

Escludendo le forze minori (o maggiori) con le quali ha escluso una possibile intesa, è verosimile un’alleanza tra M5S e Lega? I due partiti, lo si è detto, sono i veri vincitori di queste elezioni politiche. Basti pensare che un italiano su 2 ha votato per queste due formazioni politiche.

Dopotutto, forse, sono proprio loro due – Lega e M5S – ad avere più in comune rispetto a possibili alleanze, fragili e instabili, con PD o LEU. Ed è altresì simile la figura dei due leader, Salvini e Di Maio: entrambi mai con un ruolo di governo prima di oggi ed entrambi con ben poche scelte pratiche da mettere in pratica dopo questo voto che li ha “consacrati”. Inoltre, sia Salvini che Di Maio rappresentano in qualche modo due forze scomode per tutti gli altri partiti, vuoi per quell'”anti-tutto” – dall’euro all’immigrazione – che per anni hanno portato avanti.

La soluzione “responsabile”

Laddove questi tentativi non dovessero andare in porto, è verosimile che il presidente Sergio Mattarella cerchi una maggioranza di “responsabili” per evitare di andare nuovamente al voto a stretto giro. Questa possibilità rimane una spada di Damocle sul processo di formazione di un nuovo governo.

Le prossime tappe

In attesa di sapere cosa accada, ci saranno una serie di appuntamenti che saranno propedeutici alla formazione del nuovo governo. Con l’insediarsi del nuovo parlamento, verranno infatti eletti i presidenti di Camera e Senato: la loro scelta potrebbe rappresentare il primo possibile punto di incontro tra i membri di un’ipotetica futura maggioranza.

Parallelamente, Sergio Mattarella inizierà il giro di consultazioni tra i partiti che hanno ottenuto eletti al parlamento, iniziando formalmente il processo verso un incarico di governo.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 4 marzo 2018

È morto Davide Astori, capitano della Fiorentina e difensore della Nazionale

Aveva 31 anni, è stato trovato morto questa mattina in un albergo di Udine, dove nel pomeriggio avrebbe dovuto giocare

Davide Astori durante la partita di Serie A tra Juventus e Fiorentina giocata lo scorso 20 settembre a Torino (Gabriele Maltinti/Getty Images)

Il calciatore Davide Astori, difensore e capitano della Fiorentina, è stato trovato morto questa mattina a Udine, dove nel pomeriggio avrebbe dovuto giocare Udinese-Fiorentina, partita della 27ª giornata di Serie A. La notizia della morte di Astori è stata confermata dalla dirigenza della Fiorentina, secondo cui sarebbe morto per «un malore»: probabilmente un arresto cardiaco. Astori aveva 31 anni, era sposato e aveva una figlia di due anni. È stato trovato morto nella sua stanza dell’albergo “Là di Moret” — a pochi chilometri dalla Dacia Arena di Udine — dove la Fiorentina si trovava in ritiro da sabato.

Astori era nato a San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo, il 7 gennaio 1987. Era mancino ed era considerato un difensore molto intelligente e bravo coi piedi. Era cresciuto nella primavera del Milan e dopo alcuni anni nelle serie minori – al Pizzighettone e alla Cremonese – si era trasferito per diversi anni al Cagliari, di cui era stato anche capitano. Nella stagione 2014-15 aveva invece giocato per una stagione in prestito alla Roma prima di passare nel 2016 alla Fiorentina, dove aveva giocato quasi 100 partite ufficiali. Faceva parte da anni del giro della Nazionale italiana, con cui ha giocato 14 partite segnando anche un gol contro il Brasile nella Confederations Cup del 2013. La scorsa estate l’allenatore della Fiorentina Stefano Pioli aveva annunciato nel ritiro di Moena la sua nomina a capitano della squadra.

In seguito alla notizia, la Lega Serie A ha rinviato l’intera 27ª giornata di Serie A. Oggi erano in programma sette partite fra cui il derby di Milano fra Milan e Inter: sono state tutte rinviate a data da destinarsi.

Fonte: Il Post

sabato 24 febbraio 2018

I morti a Ghouta orientale sono più di 500

È il settimo giorno dei bombardamenti del regime di Assad e dei suoi alleati nell'enclave ribelle nella periferia di Damasco, in Siria

Ghouta orientale, fotografata venerdì. (AMMAR SULEIMAN/AFP/Getty Images)

L’Osservatorio siriano per i Diritti Umani – organizzazione non governativa con sede a Londra, considerata vicina ai ribelli e molto citata dai giornali internazionali – ha detto che i morti nei bombardamenti compiuti negli ultimi sette giorni dal regime di Bashar al Assad e dei suoi alleati a Ghouta orientale, un’area nella periferia di Damasco abitata da circa 400mila persone e controllata dai ribelli siriani, sono arrivati a 500. Proprio ieri la Russia aveva bloccato una risoluzione dell’ONU che prevedeva l’imposizione di una tregua di un mese a Ghouta orientale: ci si aspetta che nel pomeriggio di oggi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU provi di nuovo a votare la risoluzione.

L’Osservatorio siriano per i Diritti Umani ha detto che 29 civili sono morti nei bombardamenti di sabato, e che in tutto ci sono 129 bambini tra i morti di questa settimana. L’Osservatorio ha detto che i bombardamenti di Ghouta orientale sono stati compiuti dagli aerei dell’esercito siriano fedele ad Assad e da quelli russi, nonostante la Russia abbia negato un coinvolgimento diretto nell’operazione. Si tratta del bilancio più grave nella guerra siriana dall’agosto 2013, quando il regime di Assad bombardò con armi chimiche questa stessa zona.

I video, le immagini e le testimonianze degli ultimi giorni da Ghouta orientale sono molto forti. I bombardamenti, compiuti da aerei siriani e russi, stanno colpendo anche ospedali e altre infrastrutture civili. Gli abitanti di Ghouta sono costretti a nascondersi nei rifugi sotterranei, che però non sempre si dimostrano sicuri, e le strutture mediche rimaste in piedi hanno carenza di personale, di medicine e di attrezzature di vario tipo. Ghouta è infatti circondata dal 2013: per diverso tempo è stato possibile per i ribelli e la popolazione civile far entrare beni di ogni tipo sfruttando dei tunnel sotterranei, ma da quando le forze alleate di Assad hanno preso il controllo sui territori circostanti questo tipo di traffici si è interrotto.

Fonte: Il Post

Potere al Popolo ❤ Venezuela

La leader Viola Carofalo ha detto che un paese in condizioni disperate e con un regime antidemocratico e violento è “un'ispirazione”

Viola Carofalo. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Viola Carofalo, leader della lista di estrema sinistra Potere al Popolo, candidata alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, ha dato un’intervista al giornale argentino Página/12 nella quale, tra le altre cose, ha detto che il sistema politico del Venezuela – paese in cui la situazione economica è disastrosa e dove il presidente Nicolas Maduro, succeduto nel 2013 a Hugo Chavez, ha instaurato un regime antidemocratico e violento – è un’ispirazione per il suo partito, «al di là del risultato di quell’esperienza». Carofalo ha detto:


L’America Latina è per noi l’ispirazione con la i maiuscola. Al di là di quelle che si possano considerare esperienze più o meno finite o di successo, o che possano avere momenti di stagnazione. Specialmente l’esperienza venezuelana, si può considerare come la nostra ispirazione. In primo luogo la relazione con il potere, cioè l’idea che non esista un aut-aut, una scelta definitiva tra una costruzione dal basso o dall’alto, ma che si possa, dove queste due forme di costruzioni politiche si incontrano, creare quello che noi chiamiamo potere popolare. Cioè rappresentazione e potere territoriale. Credo che il Venezuela, al di là del risultato di quell’esperienza, sia un esempio della prospettiva di questa costruzione. Noi a Napoli abbiamo organizzato molte iniziative di divulgazione del processo venezuelano, non solo perché quello che arriva in Italia delle cose che succedono lì è profondamente distorto, ma perché è il modello di ispirazione per eccellenza. Ovviamente non possiamo rifare la stessa cosa in Italia. Ogni realtà sociale ha le sue specificità, però il modello organizzativo che ci ispira è quello.


A partire dalla scorsa primavera, in Venezuela ci sono state moltissime proteste organizzate contro Maduro, che prima è stato accusato di avere bloccato un referendum che avrebbe potuto mettere fine anticipatamente al suo mandato, e che poi nel corso dell’estate ha istituito un’Assemblea costituente fedele al governo con il compito di riscrivere la costituzione, che ha tolto i poteri al Parlamento controllato dalle opposizioni e i cui poteri erano anche già stati largamente ridotti dal governo nel 2015.

Si calcola che nel corso dell’estate 125 persone siano morte negli scontri tra polizia e manifestanti, e che altre 2 mila siano rimaste ferite. Diversi leader dell’opposizione sono stati uccisi negli scontri o in circostanze poco chiare. Altri sono stati arrestati oppure costretti a fuggire dal paese. La situazione economica venezuelana, poi, è praticamente disperata: l’inflazione è a due cifre, mancano beni di consumo e di prima necessità, c’è poco cibo e quello che si trova al mercato nero ha prezzi altissimi.

Fonte: Il Post

Il presidente del Potenza Calcio Salvatore Caiata, indagato per riciclaggio, è stato escluso dal M5S


Salvatore Caiata, presidente del Potenza Calcio e candidato per il Movimento 5 Stelle alla Camera in Basilicata, è stato escluso dal M5S perché si è scoperto essere indagato a Siena per riciclaggio. Lo ha scritto il leader del M5S Luigi Di Maio su Facebook, specificando che Caiata non aveva informato nessuno nel Movimento dell’indagine a suo carico. Enrico De Martino, legale di Caiata, ha detto all’ANSA che lui e il suo assistito sapevano dell’indagine dal 2016.

La notizia dell’indagine era stata data venerdì mattina da alcuni giornali. Caiata ha 47 anni ed è anche un imprenditore nel settore della ristorazione: La Stampa scrive che «aveva accumulato negli anni la proprietà di vari locali e ristoranti, tre dei quali nella sola Piazza del Campo». Al centro delle verifiche ordinate dai pubblici ministeri ci sarebbero una serie di trasferimenti poco chiari di immobili e capitali per la compravendite di attività commerciali e immobili a Siena e anche altre città italiane. Nell’indagine sarebbero coinvolti anche altri due imprenditori molto noti a Siena: Cataldo Staffieri, manager de La Cascina (grossa cooperativa romana associata alla Compagnia delle Opere e finita anche nella cosiddetta “inchiesta di Mafia Capitale”), e Igor Bidilo, imprenditore kazako.

Fonte: Il Post

mercoledì 21 febbraio 2018

Una terza persona si è dimessa per l’inchiesta di Fanpage sui rifiuti in Campania

È il presidente di una società pubblica che gestisce rifiuti in Campania: nel video girato dall'infiltrato del giornale un suo collaboratore sembra accettare una tangente


Negli ultimi giorni tre persone si sono dimesse dai loro incarichi pubblici in seguito all’inchiesta del giornale online Fanpage sulla gestione dei rifiuti in Campania. L’ultimo è stato Biagio Iacolare, presidente di Sma Campania, società di proprietà della regione che si occupa di risanamento ambientale, e protagonista del terzo video pubblicato da Fanpage in cui si vede un mediatore che dice di parlare per conto di Iacolare ricevere una borsa in cui dice di aver messo 50 mila euro.

Iacolare è il terzo personaggio pubblico a dimettersi in seguito all’inchiesta del giornale online di Napoli. Prima si era dimesso Lorenzo Di Domenico, consigliere di amministrazione della Sma Campania. Domenica si era dimesso Roberto De Luca, assessore al Bilancio del comune di Palermo e figlio del presidente della Campania Vincenzo De Luca, la persona più importante tra quelle finora coinvolte nell’inchiesta.

Il suo avvocato lo ha difeso scrivendo ai giornali che Iacolare «ha incontrato in un’unica occasione una persona a lui presentata come un imprenditore, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose per lo smaltimento dei fanghi reflui. Come emerge chiaramente dalla visione del filmato, lo Iacolare non ha né chiesto né accettato alcuna somma di denaro». La conversazione mostrata nel filmato «verte unicamente sulla possibilità di applicare un prezzo più conveniente» e solo nel secondo segmento, quello che riporta un colloquio tra l’avvocato Oliviero e il sedicente imprenditore ,«si parla di un accordo economico»: ma «se tale accordo vi è stato, esso è avvenuto all’insaputa dello Iacolare, per cui dovrà essere eventualmente l’avvocato Oliviero a spiegare le circostanze riferibili alla sua condotta», conclude l’avvocato di Iacolare.

Nell’inchiesta del giornale, che dovrebbe comprendere in tutto sette video, Fanpage ha utilizzato come “infiltrato” e agente provocatore un ex camorrista con esperienza nel traffico dei rifiuti e collaboratore di giustizia, Nunzio Perrella. Nell’introduzione all’inchiesta, Perrella racconta che avrebbe voluto usare la sua esperienza per smascherare i politici agli ordini della procura, ma spiega di non avere ottenuto il permesso. Per questa ragione si è accordato con Fanpage e, con l’aiuto dei giornalisti della testata, si è finto per settimane un imprenditore nel settore dei rifiuti riuscendo a organizzare appuntamenti e incontri con numerosi politici della regione, proponendo loro affari e tangenti. Utilizzare “agenti provocatori” per spingere le persone a commettere reati è illegale in Italia, e per questo l’autore dell’inchiesta Sacha Biazzo e il direttore di Fanpage Francesco Piccinini sono indagati.

L’episodio che ha suscitato più clamore fino a oggi è il primo, quello che riguarda Roberto De Luca. Durante l’incontro Perrella finge di voler proporre la propria azienda, «una multinazionale», per lo smaltimento di ecoballe (cilindri di grosse dimensioni in cui si compattano i rifiuti solidi urbani, trattati eliminando le parti non combustibili e le materie organiche) all’estero, e per questo fa organizzare un incontro con De Luca.

Nell’incontro – ripreso da Fanpage con una telecamera nascosta indosso a Perrella – non si parla di tangenti: Perrella però ne parla in un secondo momento, sempre ripreso, con Colletta, un ex candidato alle elezioni comunali di Angri (Salerno) con il centrodestra. Colletta viene presentato a Perrella come «socio in affari di Roberto De Luca» e dal video sembrerebbe alludere al fatto che nella tangente sia compresa una parte per Roberto De Luca. De Luca non dice nulla di compromettente nel video, ma è stato criticato per la facilità con cui ha concesso un incontro a Perella e per il fatto che abbia discusso con lui di rifiuti, una materia che, in quanto assessore al Bilancio, non avrebbe dovuto riguardarlo.

Sulla gestione dei rifiuti in Campania è in corso anche un’inchiesta della procura di Napoli. Tra gli indagati ci sono il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Luciano Passariello, candidato alla Camera alle elezioni del prossimo 4 marzo e accusato di corruzione. Di lui si parlava nel primo video dell’indagine di Fanpage, pubblicato il 16 febbraio. Secondo i giornali risultano coinvolti nelle indagini anche degli imprenditori, un commercialista e alcuni dipendenti della società regionale Sma (la società il cui presidente, Biagio Iacolare, si è dimesso ieri). In totale gli indagati sarebbero una decina di persone. L’indagine è coordinata dal procuratore Giovanni Melillo con il procuratore Giuseppe Borrelli e i pubblici ministeri Ilaria Sasso del Verme, Sergio Amato, Celeste Carrano, Ivana Fulco e il controverso magistrato Henry John Woodcock.

Fonte: Il Post