sabato 3 novembre 2018

Il governo ha rinviato le sue promesse più ambiziose

I dettagli su "quota 100" e "reddito di cittadinanza" sono spariti dalla legge di bilancio: saranno decisi "entro Natale", dice Di Maio, ma le cose non saranno semplici


Con dieci giorni di ritardo, la legge di bilancio per il 2019 è arrivata in Parlamento questa settimana. L’arrivo di un testo finalmente ufficiale, dopo settimane di bozze e retroscena, ha confermato le indiscrezioni che erano circolate nei giorni scorsi: il cosiddetto “reddito di cittadinanza” e la “quota 100” per le pensioni sono finiti fuori dal testo della manovra, al contrario di quanto Lega e M5S pensavano di fare all’inizio. Il testo della legge di bilancio, infatti, si limita a indicare le cifre stanziate per le due misure (in totale 16 miliardi di euro, pochini rispetto alle stime dei costi una volta a regime) senza fornire alcun dettaglio sul loro funzionamento, per esempio i requisiti che serviranno per farne richieste e la platea di persone che ne beneficeranno.

Il “reddito di cittadinanza” e la “quota 100” sono le misure economiche più simboliche e importanti per, rispettivamente, il Movimento 5 Stelle e la Lega: e la loro condizione di alleati ma rivali, unita alle prossime elezioni europee, aveva spinto i partiti a cercare di inserirle entrambe – insieme ad altre varie promesse – già in questa legge di bilancio. Il M5S, in particolare, ha molto insistito sulla necessità di approvare entro l’anno il “reddito di cittadinanza” (che è in realtà un sussidio di povertà fortemente condizionato), al punto da forzare il ministro dell’Economia ad approvare un aumento del deficit per il 2019 dall’1,6 per cento al 2,4 per cento del PIL (un aumento che sta causando pesanti scontri con la Commissione europea). La decisione di togliere queste riforme dalla manovra porterà inevitabilmente, nel migliore dei casi, a un allungamento dei tempi prima della loro eventuale entrata in vigore.

In un video pubblicato su Facebook, il ministro del Lavoro e capo del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha assicurato che i due provvedimenti, con tutti i dettagli ancora mancanti, saranno comunque approvati tramite decreto legge entro Natale. Bisogna tener conto che nella parte finale dell’anno il Parlamento sarà impegnato soprattutto ad approvare e discutere la legge di bilancio, che deve essere approvata entro il 31 dicembre.

Anche se Di Maio sostiene che non fosse possibile presentare i dettagli ancora mancanti già nella legge di bilancio, in molti ritengono che la vera ragione del ritardo sia la difficoltà di scrivere rapidamente due norme così complesse. Il reddito di cittadinanza «ha complicazioni attuative non indifferenti», ha detto per esempio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, considerato il braccio destro di Matteo Salvini. Sono difficoltà che ha confermato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che oggi ha spiegato: «Siamo ben consapevoli tutti che è una riforma che va fatta con molta attenzione: è la ragione per cui non è stata inserita adesso, ci teniamo a farla bene e con tutti i dettagli».

I principali “dettagli” ancora da stabilire sul reddito di cittadinanza sono i requisiti necessari per ottenerlo (per esempio, se potranno riceverlo anche i proprietari di casa o soltanto coloro che vivono in affitto) e le metodologie con le quali sarà erogato (si è parlato di carte bancomat speciali, ma anche dell’uso della tessera sanitaria). Il governo deve ancora decidere anche come riformare i centri per l’impiego, che sono stati definiti una componente “essenziale” del reddito di cittadinanza e oggi si trovano in una situazione disastrosa.

Anche sulla “quota 100” rimangono aperte alcune questioni complesse. La norma dovrebbe permettere di andare in pensione a chi ha compiuto 62 anni, se ha versato almeno 38 anni di contributi. L’assegno pensionistico, però, riceverà una penalizzazione che non è ancora stata decisa. Non è chiaro inoltre se la misura sarà introdotta come una “finestra” soltanto per il 2019, o se sarà una possibilità che potrà essere sfruttata anche per gli anni successivi.

Più in generale, c’è ancora molta incertezza sulle reali risorse che il governo avrà a disposizione per queste due misure. La legge di bilancio stanzia un totale di 16 miliardi di euro, ma non è affatto sicuro che questa cifra sarà ancora disponibile nel corso del 2019. La crescita economica su cui il governo calcola le entrate che incasserà dalle imposte sta rallentando più rapidamente del previsto, mentre la crescita dello spread ha aumentato il costo necessario a rifinanziare il debito pubblico: gli interessi che lo Stato deve pagare per prendere soldi in prestito, in sostanza.

Questa riduzione delle risorse disponibili avrà un effetto non solo sulla platea delle persone che potranno sfruttare queste due misure, ma anche sul momento in cui entreranno in vigore. Secondo quasi tutte le indiscrezioni, infatti, né il “reddito di cittadinanza” né “quota 100” partiranno dal primo gennaio, ma nei mesi successivi, forse dall’inizio della primavera. In questo modo il governo conta di risparmiare alcune centinaia di milioni, forse qualche miliardo, in modo da riuscire a far quadre i conti: ma sarebbe un escamotage che potrebbe funzionare una volta sola, evidentemente.

Fonte: Il Post

domenica 21 ottobre 2018

Salvini e Di Maio hanno fatto pace

Nel Consiglio dei ministri si sono accordati per escludere dal decreto fiscale le misure contestate dal M5S

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Lo scontro tra i due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali leader del governo, si è concluso sabato dopo il Consiglio dei Ministri convocato in via eccezionale per risolvere le divergenze sul decreto fiscale approvato lunedì scorso. In una conferenza stampa Salvini, Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno detto di aver approvato il decreto in via definitiva, dopo che per giorni si era parlato di bozze contrastanti e presunte manipolazioni.

I dettagli della versione definitiva del decreto non sono ancora del tutto noti, ma a quanto ha detto Conte sono stati esclusi i due punti contestati dal M5S, cioè l’estensione del condono all’imposta sui capitali detenuti all’estero e il cosiddetto “scudo penale”, la depenalizzazione di alcuni reati tra cui il riciclaggio. Non è ancora chiaro nemmeno cosa sia stato deciso sull’estensione del condono all’IVA, un’altra misura che secondo Di Maio era stata aggiunta a sua insaputa nel decreto fiscale.

Non è invece ancora chiaro se sia stata soddisfatta quella che sembrava essere la richiesta della Lega per risolvere la crisi, e cioè il ritiro di buona parte degli 81 emendamenti proposti dal M5S sul decreto sicurezza, una misura voluta da Salvini. In conferenza stampa, Di Maio ha detto che se ne parlerà nei prossimi giorni. Sempre Salvini aveva fatto intendere di non gradire il condono edilizio di Ischia, inserito dal M5S nel cosiddetto “decreto Genova”: sembrava fosse stato aggiunto come elemento nelle trattative, ma anche in questo caso non si sa ancora se sia stato modificato.

Al centro della polemica di questi giorni tra Lega e M5S c’era stato il tentativo della prima di ampliare il più possibile le maglie del condono fiscale previsto nel decreto, permettendo anche a chi ha evaso svariate centinaia di migliaia di euro di risolvere le proprie pendenze con il fisco senza rischiare nulla. Giovedì Di Maio aveva accusato una “manina” di aver manipolato il testo del decreto a sua insaputa aggiungendo queste misure alle quali il M5S è fortemente contrario. In realtà, come si era capito, il decreto approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri conteneva solo indicazioni generali delle misure previste, che erano state poi compilate dai tecnici del governo: è probabile che la Lega abbia provato a sfruttare la vaghezza delle indicazioni iniziali per inserire norme alle quali teneva, e che il M5S abbia capito solo in seguito che la libertà lasciata dal testo iniziale era troppo ampia.

Lo scontro tra Di Maio e Savlini era stato il più duro dall’inizio del governo. Salvini in particolare aveva riservato diverse critiche a Di Maio, al limite della derisione: in una diretta Facebook, venerdì, aveva smentito la versione del leader del M5S sostenendo che al Consiglio dei Ministri «Conte leggeva e Di Maio scriveva».Di Maio aveva risposto avvertendo Salvini di non farlo passare «per bugiardo o distratto». A quel punto, secondo i giornali, era stato coinvolto Conte, a cui il M5S avrebbe chiesto di schierarsi. La presidenza del Consiglio aveva poi smentito la ricostruzione di Salvini, sostenendo che le misure in questione non erano state verbalizzate.

Fonte: Il Post

sabato 20 ottobre 2018

Su cosa litigano Lega e Movimento 5 Stelle

Cosa c'è di preciso nel condono che secondo Di Maio sarebbe stato "manipolato", e come potrebbe essere cambiato se i due partiti trovassero un accordo

(ANSA/Angelo Carconi)

Lega e Movimento 5 Stelle sono arrivati molto vicini a una crisi di governo e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è arrivato – secondo i retroscena dei giornali – a minacciare le dimissioni a causa dello scontro sul condono fiscale che, secondo il capo del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, sarebbe stato segretamente modificato senza il consenso di tutto il governo. Il provvedimento in teoria era già stato approvato al Consiglio dei ministri di lunedì scorso, ma in realtà è stato materialmente scritto nei giorni successivi: ora i due partiti di maggioranza parlamentare litigano su quali esattamente fossero gli accordi raggiunti lunedì.

La Lega vorrebbe un condono il più ampio possibile, che permetta anche a chi ha evaso svariate centinaia di migliaia di euro di risolvere le proprie pendenze con il fisco senza rischiare nulla. Il Movimento 5 Stelle invece vorrebbe un condono più ridotto e vorrebbe limitare la non punibilità degli evasori.

Al momento il testo del condono che circola tra i vari uffici ministeriali e di cui parlano i giornali è più vicino alle intenzioni della Lega. Ci sono varie “strade” previste per risolvere le proprie pendenze con il fisco, per esempio l’annullamento di tutti i debiti con il fisco fino a mille euro relativi al periodo 2000-2010 (si tratta soprattutto di multe e contravvenzioni), ma la parte controversa è quella all’articolo 9 del decreto fiscale, in cui vengono messe le basi del principale meccanismo di condono.

In sostanza, il condono permette di fare una dichiarazione dei redditi “integrativa”, e su questi nuovi redditi dichiarati pagare un’aliquota forfettaria del 20 per cento. Significa che è possibile dichiarare di aver evaso le tasse, presentare una dichiarazione dei redditi aggiuntiva in cui si specifica l’importo evaso e su questa pagare il 20 per cento di tasse, senza sanzioni, senza multe e senza rischiare di essere indagati per i reati connessi all’evasione.

I limiti inseriti a questo condono sono abbastanza ampi. L’articolo stabilisce che si possono dichiarare fino a 100 mila euro per ogni imposta evasa nei cinque anni tra il 2013 e il 2017. Le imposte oggetto di condono sono IRPEF, IRPEG, IRAP, imposta sui capitali all’estero e IVA. Il condono permetterà di far emergere 100 mila euro per ognuna delle imposte per un periodo di cinque anni. Il totale che è quindi possibile far emergere è pari a 2,5 milioni di euro (è improbabile che qualcuno si trovi nelle condizioni di far emergere questa cifra, ma resta comunque possibile).

Il condono introduce anche una depenalizzazione di alcuni reati tributari: coloro che si autodenunciano non possono essere perseguiti per reati come la dichiarazione infedele. Quest’ultimo è un provvedimento senza il quale un condono non può funzionare, poiché nessuno si autodenuncerebbe se così facendo rischiasse di essere indagato. Molti però hanno notato che il condono introduce depenalizzazioni anche per reati non strettamente tributari, come riciclaggio e autoriciclaggio.

Secondo Di Maio e gli esponenti del Movimento 5 Stelle, l’estensione del condono all’IVA e all’imposta sui capitali detenuti all’estero, oltre alla depenalizzazione del riciclaggio e dell’autoriciclaggio, non erano stati concordati, e anzi il Consiglio dei ministri aveva stabilito in maniera esplicita di eliminarli dal condono. Sarebbe stata quindi la famosa “manina” ad aggiungerli di nascosto. La Lega smentisce questa ricostruzione e sostiene che il condono contenesse queste formule sin dall’inizio.

Oggi è quasi impossibile stabilire chi abbia ragione. Il comunicato stampa con cui lunedì il governo ha comunicato l’accordo raggiunto sul condono è così vago che è impossibile valutare cosa realmente si siano detti i vari ministri. Quasi certamente nel corso del Consiglio sono state prese decisioni vaghe di indirizzo politico che potevano essere interpretate in maniera differente (nessuno finora ha prodotto i verbali della riunione). Come spesso accade, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che in realtà non esisteva: il testo è stato compilato soltanto nei giorni successivi, sulla base di un accordo politico che in realtà si è rivelato poco chiaro.

Probabilmente l’episodio è stato possibile grazie all’ambiguità che la complessità del sistema fiscale italiano permette di mantenere: durante la fase di trattativa gli esponenti leghisti potrebbero aver lasciato intendere che si sarebbero contenuti in fase di scrittura del decreto, mentre in realtà ne hanno allargato le maglie appena possibile. Il Movimento 5 Stelle ha lasciato correre, convinto di poter gestire la vicenda, per poi denunciarla quando si sono accorti dell’estensione raggiunta dal condono e dell’eco che aveva sui media.

I leader dei due partiti dovrebbero incontrarsi nuovamente sabato per un vertice di maggioranza seguito da un Consiglio dei ministri, durante il quale il testo del decreto potrebbe essere modificato. Il leader della Lega Matteo Salvini aveva inizialmente liquidato le preoccupazione del Movimento 5 Stelle, ma tra giovedì sera e venerdì mattina ha ammorbidito le sue posizioni. Al momento i giornali scrivono che dalla riunione di sabato il condono potrebbe uscire privato della non punibilità del riciclaggio e senza lo scudo per evitare l’imposta sui capitali all’estero.

Fonte: Il Post

mercoledì 17 ottobre 2018

Sono stati revocati gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, sindaco di Riace

Ma gli è stato imposto il divieto di dimora, dovrà quindi lasciare la sua città


Il Tribunale del Riesame ha revocato gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato il 2 ottobre per le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Lucano ha comunque ricevuto il cosiddetto divieto di dimora, una misura più tenue degli arresti domiciliari che però gli impedirà di vivere a Riace. Il Tribunale del Riesame ha modificato anche la misura cautelare che era stata imposta alla compagna di Lucano, Lemlem Tesfahun: il divieto di dimora a Riace è stato sostituito con l’obbligo di firma (Tesfahun dovrà quindi presentarsi ogni giorno a una certa ora da un ufficiale di polizia giudiziaria, ma potrà tornare a vivere a Riace).

L’arresto di Lucano era stato molto discusso e commentato, perché il piccolo comune calabrese di cui è sindaco era stato raccontato negli ultimi anni come un modello per l’accoglienza dei migranti. A Riace, che era un paese ormai semideserto, nelle case abbandonate del centro oggi vivono stabilmente centinaia di rifugiati in una specie di sistema di accoglienza diffuso. Per avviare il progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ricorda il Sole 24 Ore, «sono stati utilizzati immobili abbandonati, costruiti tra agli anni ‘30 e ’60, recuperati con fondi dell’Unione europea e progetti della Regione Calabria». Attorno ai richiedenti sono nati anche posti di lavoro che hanno riqualificato il paese: botteghe artigiane e ristoranti hanno riaperto, sono stati avviati asili, scuole multilingue, orti biologici; le case sono state ristrutturate ed è stato rifatto, tra le altre cose, tutto l’impianto di illuminazione del paese. Ora, per decisione del ministero dell’Interno, i migranti di Riace saranno trasferiti altrove.

Fonte: Il Post

La Francia ha ammesso di avere espulso irregolarmente due migranti in Italia

La procura di Torino intanto ha aperto un'inchiesta


Lunedì sera la Francia ha ammesso di avere espulso in Italia due migranti attraverso una procedura irregolare, cioè ha confermato un controverso episodio risalente a venerdì scorso che però era emerso solo lunedì. La prefettura del dipartimento delle Haute Alpes ha detto che «nell’ambito di una missione di rimpatrio di stranieri irregolari, un veicolo della gendarmeria francese ha attraversato il confine franco-italiano in direzione di Claviére (Italia) senza previa autorizzazione della polizia italiana»; ha aggiunto che la polizia di Bardonecchia, città poco più a nord di Claviére, sulle Alpi torinesi, era a conoscenza del fatto che i due migranti sarebbero stati coinvolti in una procedura di espulsione. Fonti governative francesi hanno detto all’ANSA che è stato un incidente.

La Francia ha ammesso quindi di avere fatto una cosa che non si può fare, visto che le eventuali espulsioni di migranti verso il paese di loro primo arrivo in Europa – in questo caso l’Italia – devono essere notificate dalle autorità prima di essere applicate e devono essere concordate con la polizia del paese ricevente. Sulla vicenda erano intervenuti lunedì il ministero degli Esteri e dell’Interno italiani, che avevano criticato il governo francese per quello che era accaduto, e la Procura di Torino aveva aperto un’inchiesta.

Fonte: Il Post

Cosa c’è nella manovra

Il governo ha approvato la bozza della legge di bilancio per il 2019, che contiene il condono fiscale, il cosiddetto "reddito di cittadinanza" e la "quota 100" per i pensionati

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Lunedì sera il governo ha approvato la bozza di disegno di legge che contiene la legge di bilancio – il documento che stabilisce entrate e spese dello Stato per l’anno successivo – insieme al decreto fiscale, che contiene il condono fortemente voluto dalla Lega. Poco prima di mezzanotte i documenti sono stati inviati alla Commissione Europea per una valutazione e saranno resi pubblici nei prossimi giorni, quando saranno inviati alle camere per l’esame del Parlamento.

In tutto la manovra dovrebbe costare 36,4 miliardi di euro, di cui circa 21 arriveranno da nuovo debito, 7 da tagli e risparmi e altri 8 da aumenti di entrate, cioè soprattutto nuove tasse. Per il momento il governo ha fornito un elenco sintetico dei 24 punti contenuti nella legge: mancano ancora molti dettagli su come funzioneranno i vari provvedimenti. Nell’attesa del testo completo, ecco gli interventi principali che saranno introdotti con la legge.

Reddito di cittadinanza
È di fatto un sussidio di disoccupazione che prevede di integrare il reddito della persona che ne fa richiesta sino ad arrivare a 780 euro al mese. Al momento non si conoscono i dettagli, ma stando a quanto hanno detto diversi dirigenti del Movimento 5 Stelle e a quello che scrivono i giornali, sarà altamente condizionato. Chi lo riceve dovrà fornire otto ore di lavoro gratuito alla comunità alla settimana, dovrà iscriversi ai centri per l’impiego e potrà rifiutare solo tre offerte di lavoro (ammesso che gli arrivino) oltre, probabilmente, a quelle che arrivano da fuori dalla sua regione (che potranno essere rifiutate senza costi).

Dovrebbe essere previsto anche un monitoraggio del tipo di acquisti fatti col reddito di cittadinanza – si è parlato di evitare acquisti “immorali” o di merci non italiane – ma non è ancora chiaro come dovrebbe essere realizzato. Questa misura dovrebbe costare 9 miliardi e iniziare a primavera, in modo da ridurne il costo complessivo nel corso del’anno.

Pensione di cittadinanza
È di fatto un aumento delle pensioni minime, che passeranno da poco più di 500 a 780 euro. Il governo scrive che sarà prevista «una differenziazione tra chi è proprietario di un immobile e chi non lo è», ma per il momento non si conoscono altri dettagli.

“Flat tax” per partite Iva e piccole imprese
Si tratta in realtà di uno sconto fiscale per alcune partite IVA: l’attuale regime che prevede di pagare il 15 per cento di IRPEF fino a 30 mila euro viene esteso anche a chi fattura fino a 65 mila euro. Il costo di questa misura è di circa 600 milioni di euro per il 2019 e di 1,7 miliardi a partire dal 2020. 

Superamento della legge Fornero
Viene introdotto un nuovo percorso per andare in pensione, la cosiddetta “quota 100”: si potrà andare in pensione a 62 anni di età, a patto di aver versato almeno 38 anni di contributi. Il governo scrive che per le donne viene prorogata «“Opzione Donna”, che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione». Questa misura dovrebbe costare intorno ai 7 miliardi di euro e dovrebbe partire da febbraio.

Investimenti pubblici
Viene prevista una spesa di circa 5 miliardi di euro l’anno per i prossimi tre anni per realizzare investimenti «nell’ambito infrastrutturale, dell’adeguamento antisismico, dell’efficientamento energetico, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie».

Piano di assunzioni straordinario
Il governo spenderà circa 500 milioni di euro per assumere agenti di polizia, magistrati e personale amministrativo impegnati nelle forze dell’ordine e nella giustizia.

Fine del finanziamento pubblico all’editoria
Il sostegno pubblico all’editoria – già radicalmente tagliato negli anni scorsi – sarà gradualmente azzerato, non è stato però ancora specificato in quali tempi e modalità.

“Pensioni d’oro”
Il governo dice di voler intervenire sulle pensioni oltre i 4.500 euro netti mensili, in modo da renderle “più eque” in rapporto ai contributi versati. Dalle indiscrezioni sembra che il governo intenda effettuare un ricalcolo contributivo delle pensioni più ricche, ma anche su questo i dettagli sono ancora pochi (e ci sono vari pareri sulla sua dubbia costituzionalità). Questa misura dovrebbe far incassare risorse pari a un miliardo di euro in tre anni, ma secondo l’INPS il totale potrebbe essere inferiore (si parla di un centinaio di milioni l’anno).

Condono
La manovra prevede quattro sanatorie in un unico provvedimento. Il decreto fiscale prevede la possibilità di non pagare interessi e sanzioni per chi si accorda con il fisco (è la cosiddetta “terza rottamazione” e, scrive il governo, può essere sfruttata soltanto da chi aveva usufruito della “seconda rottamazione”); una strada facilitata per risolvere le controversie attualmente in corso; la cancellazione totale dei debiti inferiori a mille euro (multe comprese) relativi al periodo 2000-2010. Infine, la parte principale: chi ha già presentato una dichiarazione dei redditi può pagare un’aliquota forfettaria del 20 per cento per risolvere la sua pendenza, evitando così sanzioni e interessi. Soprattutto è prevista la possibilità di presentare una dichiarazione integrativa, in cui si afferma che all’epoca della dichiarazione originaria non si era dichiarato tutto ciò che era dovuto. Questa dichiarazione integrativa non deve essere superiore al 30 per cento del già dichiarato e comunque non superiore ai 100 mila euro. La dichiarazione aggiuntiva potrà ugualmente essere sanata col pagamento di un’aliquota del 20 per cento.

Dove aumenteranno le tasse?
La manovra prevede aumenti di entrate, cioè di tasse, pari a 8 miliardi di euro, mentre pochi giorni fa il governo prevedeva un leggero aumento della pressione fiscale per il 2019. Nei documenti pubblicati fino a questo momento dal governo, però, non c’è traccia di aumenti di imposte. Fonti della maggioranza hanno riferito alle agenzie che gli aumenti riguarderanno banche e assicurazioni, ma dovremo aspettare per avere ulteriori dettagli.

Fonte: Il Post

venerdì 28 settembre 2018

Cosa si è deciso sul deficit e tutto il resto

Il governo ha trovato un accordo: si farà nuovo debito pubblico per permettere le misure chiamate impropriamente "reddito di cittadinanza" e "flat tax"

I ministri del Movimento 5 Stelle festeggiano l'approvazione della nota di aggiornamento del DEF, a Palazzo Chigi (Fabio Cimaglia / LaPresse)

Giovedì sera, dopo una riunione informale del governo durata circa quattro ore a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha approvato la nota di aggiornamento del DEF, il documento con cui il governo indica i suoi piani economici triennali e che andava aggiornato perché era stato redatto per l’ultima volta dal governo Gentiloni. Le disposizioni contenute nel DEF – che sono ancora modificabili – sono quelle da cui dipenderà gran parte della manovra economica che il governo e il Parlamento dovranno approvare entro dicembre: la legge che di fatto permette allo stato di spendere i soldi pubblici e stabilisce come.

La questione di cui si era parlato di più era quella del deficit, cioè la parte di spesa eccedente le entrate che lo Stato si concederà di fare prendendo soldi in prestito. Il governo ha deciso che per i prossimi tre anni il deficit potrà essere del 2,4 per cento rispetto al PIL, molto più di quanto previsto dal governo Gentiloni – l’Italia ha già un enorme debito pubblico – e anche di quanto auspicava il ministro dell’Economia Giovanni Tria, e abbastanza per permettere di finanziare una serie di misure molto costose e molto care al Movimento 5 Stelle, prima tra tutte il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che è in realtà un più comune sussidio per i disoccupati).

Per il “reddito di cittadinanza” è stato previsto uno stanziamento di 10 miliardi di euro, che dovrebbero permettere anche un aumento delle pensioni minime a 780 euro e l’avvio di una riforma dei centri per l’impiego. Secondo il governo queste misure riguarderanno circa 6,5 milioni di persone sotto la soglia di povertà.

La nota di aggiornamento del DEF prevede anche “l’allargamento del fisco forfettario” per le piccole imprese (quindi non i dipendenti). È quella che impropriamente viene chiamata “flat tax” (perché la “flat tax” è tale, flat, se esiste un’unica aliquota per tutti) e prevede un’aliquota del 15 per cento per i lavoratori autonomi che riguarderà anche i versamenti dell’IVA (ma per ora non i redditi guadagnati). Il DEF parla anche di arrivare nei prossimi anni a un sistema fiscale basato su due aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) del 23 per cento e del 33 per cento per tutti i contribuenti.

Tra le altre decisioni del governo ci sono anche un parziale superamento della legge Fornero, con la possibilità di andare in pensione anticipatamente per circa 400mila persone in base alla cosiddetta quota 100; un fondo da 1,5 miliardi di euro per risarcire chi ha perso soldi nel fallimento di qualche banca; e un meccanismo per permettere di chiudere contenziosi con Equitalia per cifre inferiori a 100.000 euro. È la misura che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva chiamato “pace fiscale” e che di fatto è una sorta di condono fiscale: permetterà soltanto delle entrate una tantum. 

Secondo i primi calcoli fatti in base ai numeri disponibili al momento, il condono dovrà raccogliere almeno 14 miliardi di euro, oppure il deficit arriverà sopra il 3 per cento. Sia il DEF che la legge di bilancio che gli farà seguito possono ancora essere modificati in maniera radicale. Nelle prime ore del mattino, intanto, lo spread è cresciuto di circa 30 punti base.

La Commissione Europea valuterà la manovra il prossimo 16 ottobre e con questi numeri non potrà che rigettarla. A quel punto il governo avrà fino al 21 novembre per modificarla. Se non ci saranno cambiamenti, all’inizio dell’anno probabilmente sarà aperta una procedura per deficit eccessivo nei confronti del nostro paese. L’ultima procedura contro l’Italia era stata chiusa nel 2013 durante il governo Letta.

Fonte: Il Post

martedì 25 settembre 2018

Cosa c’è nel decreto “immigrazione e sicurezza”

Il governo ha abolito la "protezione umanitaria" e ha potenziato il DASPO urbano, tra le altre cose: cosa vuol dire?

(ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO)

Il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto “decreto immigrazione e sicurezza” che tra le altre cose abolisce la “protezione umanitaria” e introduce altre restrizioni per gli stranieri che arrivano in Italia. Negli ultimi giorni erano circolate numerose anticipazioni del decreto, insieme a voci di malumori sul suo contenuto da parte del Movimento 5 Stelle e di dubbi della presidenza della Repubblica sul fatto che il testo abbia i requisiti di “urgenza” che sono necessari per approvare un decreto legge.

Per queste ragioni il testo ha subìto numerose modifiche negli ultimi giorni. Questi sono i punti principali del decreto, in base alle informazioni raccolte prima della sua approvazione.

  • Abolizione della protezione umanitaria. È una delle tre forme di protezione che si possono garantire agli stranieri insieme all’asilo politico e alla protezione sussidiaria (queste due regolate da trattati internazionali). Sarà sostituita da un permesso di soggiorno della durata di un anno per sei fattispecie specifiche, tra cui motivi civili, medici o per calamità naturali nel paese di origine. Chi oggi gode di un permesso di soggiorno per protezione umanitaria (che ha durata biennale) lo perderà se fa ritorno nel suo paese di origine.
  • Revoca status di richiedente asilo. È una disposizione che allunga l’elenco di reati che comportano la sospensione della domanda d’asilo e causano l’espulsione immediata, con l’inserimento tra gli altri di violenza sessuale, lesioni aggravate e oltraggio a pubblico ufficiale. La revoca dello status di richiedente asilo a causa di violazioni di questo tipo dovrebbe arrivare dopo una sentenza di primo grado, il che rischia di essere incostituzionale visto che fino al terzo grado di giudizio c’è per tutti la presunzione di innocenza.
  • Revoca della cittadinanza. È una norma simile a quella approvata due anni fa in Francia e che prevede la revoca della cittadinanza per persone ritenute un pericolo per lo stato. La Corte Costituzionale, però, considera la cittadinanza tra i diritti inviolabili e anche questa disposizione rischia quindi di essere considerata incostituzionale.
  • Raddoppio del trattenimento. Nei Centri per il rimpatrio (i vecchi CIE) gli stranieri in attesa di espulsione potranno essere tenuti non più per 30 giorni, prorogabili per altri 15, ma per 60 giorni prorogabili di altri 30.
  • Nuove procedure per il noleggi di furgoni. Lo scopo della norma, secondo quanto riferito ai giornali, è rendere più complicato l’utilizzo di veicoli nel corso di attentati.
  • Aumento di pene per gli occupanti. Chi occupa abusivamente edifici o terreni potrà essere condannato a pene maggiori e nel corso delle indagini la magistratura sarà autorizzata a utilizzare intercettazioni telefoniche.
  • Estensione del DASPO urbano. Si tratta di un provvedimento introdotto dal decreto Minniti del 2017 che prevede che sindaco e prefetto possano multare e allontanare da alcune zone della città persone che mettono a rischio la salute di cittadini o il decoro urbano. Il decreto aggiunge alle aree proibite anche i mercati e include nella lista di chi può subire il DASPO anche i “sospettati di terrorismo internazionale”.
  • Ridimensionamento del sistema SPRAR. Nella conferenza tenuta al termine del Consiglio dei ministri, Salvini ha detto che lo SPRAR – il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, cioè quello della cosiddetta “seconda accoglienza” – continuerà ad esistere ma solo per «i titolari di protezione internazionale e per i minori non accompagnati».

Il decreto immigrazione e sicurezza entrerà in vigore non appena sarà firmato dal presidente della Repubblica. Il presidente, però, potrebbe rifiutarsi di farlo se dovesse ritenere che al decreto manchino i requisiti di “urgenza” necessari in questi casi. Se dovesse entrare in vigore, il decreto andrà convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.

Fonte: Il Post

venerdì 7 settembre 2018

C’è un accordo su ILVA

In cambio della cessione della più grande acciaieria d'Europa, la società ArcelorMittal assumerà subito 10.700 degli attuali dipendenti e non farà esuberi

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

I sindacati italiani dei lavoratori metalmeccanici e la multinazionale ArcelorMittal hanno firmato l’accordo occupazionale su ILVA, la grande acciaieria di Taranto. L’accordo prevede l’assunzione diretta di 10.700 persone, mentre ad altri 3.100 operai sarà offerto un incentivo all’esodo di un valore complessivo di 250 milioni di euro, circa centomila euro a testa, e riceveranno una nuova offerta di lavoro dalla stessa ArcelorMittal per restare occupati almeno fino al 2023.

Le trattative, iniziate ieri, sono proseguite tutta la notte al ministero per lo Sviluppo economico con la partecipazione del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Tutti i principali leader dei sindacati dei metalmeccanici che hanno condotto le trattative hanno detto di essere soddisfatti dell’accordo. Ora il testo sarà sottoposto al voto degli operai, che in teoria dovrebbero approvarlo a larga maggioranza. Soltanto dopo arriverà la firma formale dell’intesa.

Rispetto all’accordo precedente, che era stato raggiunto dall’ex ministro Carlo Calenda, questo accordo comporta l’assunzione immediata di 700 lavoratori in più. Inoltre non è più previsto l’intervento di Invitalia, una società di investimento pubblica che avrebbe dovuto assorbire gli esuberi. In base al nuovo accordo, degli esuberi si farà carico ArcelorMittal, offrendo posti di lavoro in altre aziende del gruppo senza penalizzazioni salariali o in termini di diritti. Altre 300 assunzioni sono state ottenute dalla trattativa avvenuta questa notte, che ha portato a un ulteriore miglioramento per i sindacati dell’offerta fatta da ArcelorMittal ieri pomeriggio.

L’accordo è arrivato nonostante le promesse fatte dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale, quando il suo fondatore Beppe Grillo aveva chiesto la chiusura totale dell’ILVA e la sua riconversione ad altre produzioni. L’ILVA di Taranto è una delle più grande acciaierie d’Europa ed è più estesa dell’intero abitato di Taranto. Negli anni però è stata responsabile di un grave inquinamento dell’area circostante e l’azienda che la gestiva in precedenza ha commesso svariate violazioni della normativa ambientale, ragione per cui nel 2012 la magistratura ne aveva ordinato il sequestro, innescando il lungo processo che attraverso il commissariamento pubblico ha portato l’acciaieria a essere venduta, all’inizio di quest’anno, al consorzio indiano ArcelorMittal. Il passaggio di proprietà era previsto per la metà di settembre, quindi sindacati e governo avevano pochi giorni per ultimare l’accordo e fare ulteriori richieste alla società.

Le trattative però sono rimaste in sospeso per mesi, principalmente a causa della volontà del ministro Di Maio che, in alcuni momenti, è sembrato incline a mantenere le promesse del fondatore del Movimento e bloccare l’intera acquisizione. Di Maio, per esempio, ha sostenuto che l’intera gara con cui ArcelorMittal si era aggiudicata l’acciaieria fosse irregolare. Alla fine, però, la procedura è risultata regolare e, dopo settimane di trattative culminate ieri notte, i sindacati sono riusciti a spuntare migliori condizioni in termini occupazionali, mentre il ministero ha ottenuto ulteriori garanzie dal punto di vista ambientale, con l’anticipo della copertura dei parchi minerari dal 2020 al 2019.

Fonte: Il Post

giovedì 6 settembre 2018

Bisogna sequestrare 49 milioni alla Lega

Il Tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della procura di Genova

(ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Il Tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della procura di Genova di provvedere al sequestro dei 49 milioni di euro che, secondo una sentenza di primo grado dello stesso tribunale, la Lega avrebbe ottenuto in maniera fraudolenta tra 2008 e 2010 e non ha mai restituito. La procura aveva chiesto di poter sequestrare non solo tutto il denaro oggi riconducibile al partito, ma anche i proventi futuri fino alla copertura totale dei 49 milioni di euro. Secondo Repubblica, al momento sui conti correnti della Lega ci sono 5 milioni di euro.

La richiesta della procura deriva a sua volta dalla condanna per truffa ai danni dello stato ricevuta dal fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, dall’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, da tre dipendenti del partito e due imprenditori. Il procedimento riguardava i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega – che allora si chiamava Lega Nord – tra il 2008 e il 2010, che erano stati utilizzati invece per spese personali.

Il Tribunale del Riesame aveva già respinto una volta la richiesta di sequestro della procura, che in risposta aveva fatto ricorso. All’inizio di luglio la Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza, obbligando il Tribunale a tornare sul caso caso tenendo conto delle sue osservazioni (sostanzialmente, la Cassazione ha detto che è legittimo sequestrare tutti i futuri proventi della Lega).

Ora bisognerà capire, dai dettagli della sentenza, come la procura potrà procedere al sequestro: se per esempio potrà sequestrare il denaro anche delle organizzazioni territoriali e delle fondazioni e associazioni affiliate al partito. Secondo l’Espresso, il Tribunale avrebbe dato un’autorizzazione molto estensiva alla procura: «La sentenza della Cassazione e la conferma di oggi del tribunale del Riesame di Genova danno la possibilità di aggredire anche questo denaro». A questo punto non è ancora chiaro se un eventuale ricorso alla Cassazione da parte degli avvocati della Lega potrebbe bloccare i sequestri. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e dirigente della Lega, aveva detto pochi giorni fa che la sentenza del riesame avrebbe portato alla “fine” della Lega.

Fonte: Il Post

giovedì 16 agosto 2018

Il crollo del ponte Morandi, per punti

Le cose essenziali da sapere sul disastro di Genova che ha causato almeno 39 morti

(ANSA/LUCA ZENNARO)

Il crollo del ponte Morandi a Genova è uno degli incidenti più gravi avvenuti in Italia negli ultimi anni. Almeno 39 persone sono morte, mentre altre 16 sono ferite: ma ci sono molti dispersi – potrebbero essere più di dieci – e i soccorritori li stanno ancora cercando. Ecco, in breve, quello che c’è da sapere sul disastro.

Il crollo
Martedì 14 agosto, poco prima di mezzogiorno, uno dei tre piloni che sostenevano il ponte Morandi, a Genova, è crollato, trascinando con sé un tratto di strada lungo circa 200 metri. Il ponte è crollato sul torrente Polcevera, su alcuni binari ferroviari e sopra alcuni capannoni che in quel momento erano deserti. Almeno trenta veicoli – tra macchine e camion – si trovavano sul tratto crollato al momento del disastro.

Le cause
Ancora non si conoscono le ragioni del crollo, ma in molti sostengono che il ponte avesse difetti di progettazione che richiedevano una costante manutenzione ed effettivamente da anni a Genova si parlava apertamente delle sue condizioni e anche della possibilità che crollasse. Fin dagli anni Novanta il ponte era stato sottoposto a cicli di interventi e, al momento del crollo, erano in corso alcuni importanti lavori di ristrutturazione. Non è ancora chiaro se avessero qualcosa a che fare con il crollo.

Il ponte
Il ponte Morandi era una stuttura lunga 1.182 metri, alta 45 e sostenuta da tre piloni alti 90 metri. Era stata costruito nel 1967 lungo l’A10, l’Autostrada dei fiori che da Genova arriva fino a Ventimiglia e al confine francese: era di fatto la principale via di uscita e di ingresso in città, IL ponte autostradale di Genova per eccellenza, e aveva un aspetto iconico che lo aveva reso molto riconoscibile e famoso. Il ponte venne costruito con una serie di tecniche innovative la cui efficacia e sicurezza è stata molto criticata nel corso degli anni. In passato si è spesso parlato della possibilità di demolirlo, preferendo però mantenerlo in piedi con alti costi di manutenzione.

Il crollo si poteva prevedere? 
Da anni il ponte era oggetto di frequenti lavori ed era costantemente monitorato da esperti ed ingegneri. La società Autostrade per l’Italia, incaricata della manutenzione, aveva sempre garantito la sicurezza del ponte. Non è ancora chiaro se il crollo fosse imprevedibile e se ci sono stati degli errori nei sistemi di prevenzione.

Le reazioni
Il governo ha immediatamente incolpato la società Autostrade per l’Italia, ha chiesto le dimissioni dei suoi vertici e ha annunciato di aver già avviato le procedure per ritirare la concessione, che sarebbe scaduta nel 2038. È una procedura molto complessa e che rischia di costare miliardi di euro alle casse dello Stato, se non si riuscirà a dimostrare che Autostrade ha commesso una colpa grave nella gestione della concessione (il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto che «non possiamo aspettare i tempi della giustizia»).

Fonte: Il Post

giovedì 2 agosto 2018

Bologna, 2 agosto 1980. La più grande strage italiana di terrorismo


Alle 10.25 del 2 agosto 1980 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente 20 chili di esplosivo militare militare gelatinoso, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il ristorante. In pochi secondi 85 morti e 205 feriti di cui 70 con invalidità permanente. La più grande strage italiana di terrorismo.

In trent’anni sono stati condannati due manovali neo-fascisti Francesca Mambro e Giusva Fioravanti ma non conosciamo ancora i mandanti e i complici che lavorarono a un gigantesco depistaggio che non è ancora finito.

La strage di Bologna parla così alla nostra memoria e noi dobbiamo ricordarlo se crediamo alla nostra costituzione e agli uomini e donne migliori della repubblica.

mercoledì 25 luglio 2018

È morto Sergio Marchionne

In un ospedale di Zurigo, in Svizzera, dove era ricoverato da fine giugno per un intervento alla spalla: aveva 66 anni

(Mark Thompson/Getty Images)

Sergio Marchionne è morto mercoledì mattina nell’ospedale universitario di Zurigo, in Svizzera: aveva 66 anni e dal 2004 fino a pochi giorni fa era stato il CEO di Fiat Chrysler Automobiles. Lo scorso 27 giugno, Marchionne era stato ricoverato per un’operazione alla spalla. La famiglia, così come FCA, aveva deciso di non fornire informazioni più precise sulle sue condizioni, né sulle gravi complicazioni sopraggiunte nell’ultima settimana. Recentemente i giornali hanno ipotizzato che fosse malato di tumore ai polmoni.

Nei suoi anni alla guida di FIAT, dal 2004, e in seguito di FCA, Marchionne è stato l’artefice del risanamento dell’azienda automobilistica e del suo rilancio internazionale, anche grazie all’acquisizione della statunitense Chrysler. Si sarebbe dovuto dimettere dal ruolo di amministratore di FCA nei primi mesi del 2019.

Il presidente di FCA e della holding Exor ha diffuso un messaggio, confermando la notizia della morte di Marchionne:


È accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler. Rinnovo l’invito a rispettare la privacy della famiglia di Sergio.


Come scrive Repubblica, dopo l’operazione subita alla spalla destra a fine giugno, le sue condizioni sembravano essere nella norma. Una decina di giorni fa c’è però stato un peggioramento per “complicazioni postoperatorie”, con la situazione che si è fatta ancora più difficile alla fine della scorsa settimana. Sabato il consiglio di amministrazione di FCA ha deciso la rimozione di Marchionne dai suoi incarichi, conferendoli al manager inglese Mike Manley, già responsabile del marchio Jeep della società.

L’ultima volta che Marchionne aveva rappresentato FCA in pubblico era stata a fine giugno, poco prima del ricovero, quando aveva presentato le nuove Jeep Wrangler fornite in dotazione ai Carabinieri. In quell’occasione era apparso affaticato, ma secondo i giornali italiani aveva spiegato ai collaboratori di prevedere una rapida convalescenza, dopo l’operazione a Zurigo.

Il 22 luglio il Corriere della Sera aveva poi pubblicato una lettera scritta da Elkann ai dipendenti per spiegare che le condizioni di Marchionne erano “purtroppo peggiorate” e non gli avrebbero permesso di proseguire il suo incarico. In seguito le condizioni di Marchionne erano state definite “irreversibili”. Le informazioni sulle cause del peggioramento dopo l’operazione non sono molte e non è quindi chiaro quali complicazioni ci siano state, né quale fosse l’effettiva natura dell’intervento chirurgico.

Marchionne entrò in FIAT nel 2003 come consigliere di amministrazione, assumendo la carica di amministratore delegato dell’azienda in pessime condizioni economiche l’anno seguente. La società perdeva circa 2 milioni di euro al giorno ed era necessario risanarla e rilanciare la produzione dei veicoli, aggiornando l’offerta. Marchionne ruppe l’accordo con la casa automobilistica statunitense GM, che avrebbe probabilmente portato alla fine della FIAT e della sua autonomia, e portò avanti il risanamento e il pagamento dei debiti alle banche. Negli anni della crisi finanziaria ed economica globale, guardò a Chrysler in altrettante difficoltà come possibile partner per rafforzare i marchi italiani. L’operazione portò alla nascita del settimo costruttore di automobili al mondo, con una produzione intorno ai 4,5 milioni di veicoli all’anno.

A partire dal 2010 Marchionne dovette fare i conti con i sindacati e un duro scontro con la CGIL, mentre chiedeva la possibilità di rinuncia allo sciopero. Fu poi al centro di critiche e dure polemiche quando mancò la promessa di realizzare Fabbrica Italia, un progetto molto ambizioso per rilanciare la produzione automobilistica italiana, che dovette però fare i conti con la crisi economica. Nel 2014 si impegnò ad azzerare i debiti di FCA e la cassa integrazione per gli operai. Mentre il primo obiettivo è stato realizzato, dando più stabilità all’azienda, la cassa integrazione interessa ancora il 7 per cento circa dei dipendenti.

Marchionne aveva annunciato nel 2017 la sua decisione di lasciare la guida di FCA nei primi mesi del 2019, accompagnando la sua uscita con l’impegno di dirigenti come Manley, che ha ora anticipato l’assunzione del nuovo incaricato. Marchionne sarebbe dovuto rimanere presidente di Ferrari, marchio cui teneva particolarmente e sul quale aveva lavorato per il rilancio industriale e nel campo agonistico con la Formula 1.

Fonte: Il Post

giovedì 19 luglio 2018

In ricordo di Paolo Borsellino


Il 19 luglio del 1992, alle ore 16.55, una Fiat 126 con circa 100 kg di tritolo esplose fragorosamente in Via D'Amelio, assassinando il Giudice Paolo Borsellino e gli angeli della sua scorta.

'Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola' (Paolo Borsellino)

domenica 1 luglio 2018

Roberto Fico dice che non chiuderebbe i porti

In una visita all'hotspot di Pozzallo ha aggiunto che alcune ong «fanno un lavoro straordinario»

Il presidente della Camera Roberto Fico intervistato all'hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il 30 giugno 2018 (TG3)

Rispondendo alla domanda di una giornalista durante una visita all’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il presidente della Camera dei deputati e dirigente del Movimento 5 Stelle Roberto Fico ha detto: «Io i porti non li chiuderei». Ha anche parlato del lavoro delle ong, sostenendo che «quando si parla di ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario».

«Come terza carica dello Stato dico che bisogna essere solidale con chi emigra, che sono storie drammatiche che toccano il cuore. Tocca all’Europa farsi carico di quest’emergenza, non solo all’Italia, e bisogna tirare fuori gli estremismi perché la solidarietà si fa insieme. Se questo è un approdo, deve essere un approdo europeo», ha poi aggiunto Fico, secondo quanto riporta Ansa.

Fico è sembrato quindi almeno in parte in disaccordo con il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, che sulla chiusura dei porti alle navi delle ong ha basato la maggior parte della sua recente propaganda politica, e che ancora oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha commentato i risultati dell’ultimo summit del Consiglio europeo sulla questione dei migranti dicendo: «L’Italia ha già chiuso i suoi porti. Anzi, abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra».

Fonte: Il Post

sabato 30 giugno 2018

Almeno 100 morti in un naufragio al largo della Libia

Soltanto i corpi di tre bambini molto piccoli sono stati recuperati, gli altri sono dispersi

(Libyan Coast Guard via AP)

Almeno 100 persone sono morte in un naufragio avvenuto ieri a circa 6 chilometri al largo delle coste libiche, ha confermato la missione delle Nazioni Unite in Libia. Ieri sono stati ritrovati i corpi di tre bambini molto piccoli, probabilmente sotto i tre anni; altre 16 persone, tutti uomini, sono state salvate dalla Guardia costiera libica; tutti gli altri passeggeri sono dispersi: erano in tutto 123. È uno dei naufragi più gravi degli ultimi mesi in tutto il Mediterraneo.

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte da AFP, il barcone era in legno e ha preso fuoco dopo un’esplosione avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì, poco dopo la partenza da Garaboulli, a est di Tripoli. I migranti provenivano da Yemen, Egitto, Sudan, Marocco, Ghana, Nigeria e Zambia, secondo la Guardia costiera. Secondo AFP, a bordo del barcone c’erano almeno 15 donne, ma tutti e 16 i sopravvissuti sono uomini. Tra i dispersi ci sono almeno due bambini di pochi mesi e tre sotto i 12 anni. Nella zona del naufragio non stava operando nessuna nave di soccorso delle ong, ha scritto Sergio Scandura di Radio Radicale.

Amri Swileh, un sopravvissuto dello Yemen, ha detto ad AFP di essersi inizialmente rifiutato di salire sul barcone quando ha visto che a bordo c’erano oltre 100 persone, perché gli avevano promesso che i passeggeri sarebbero stati solo venti. Uno scafista ha però minacciato di sparargli se non fosse salito sulla barca, lunga soltanto otto metri. Tutti e cinque i compagni di viaggio yemeniti con cui era partito Swileh sono dispersi. Un altro sopravvissuto, di 17 anni, ha raccontato di essere rimasto aggrappato con una corda alla nave capovolta per due ore, prima che arrivassero i soccorsi. Ha detto di aver pagato circa 400 dollari per il viaggio.

Sempre ieri, la Guardia costiera libica ha soccorso e riportato a Tripoli circa 300 migranti, che stavano viaggiando a bordo di tre diversi barconi.

Fonte: Il Post

martedì 19 giugno 2018

Salvini vuole un “censimento” dei rom

E dice che quelli irregolari saranno espulsi, mentre «i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa»

(ANSA/FABRIZIO RADAELLI)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto a TeleLombardia che vuole fare «una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti», aggiungendo che vorrebbe rifare «quello che fu definito il censimento. Facciamo un’anagrafe». Salvini ha criticato come sia stata gestita dai suoi predecessori quella che definisce la «questione rom in Italia», sostenendo che «dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos». Secondo quanto ha scritto Repubblica in un pezzo successivamente condiviso su Twitter dallo stesso Salvini, ha poi detto:


«Gli stranieri irregolari andranno espulsi con accordi fra Stati. Ma i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa».


Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, che risalgono al 2017, nei 516 campi rom presenti in Italia vivono poco meno di 30mila persone.

Fonte: Il Post

lunedì 11 giugno 2018

Salvini può davvero chiudere i porti ai migranti?

Qualcuno dice di sì, ma in realtà diverse leggi nazionali e trattati internazionali lo vietano

(Vincenzo Livieri - LaPresse)

Ieri sera il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato che non consentirà lo sbarco nei porti italiani della nave Aquarius, gestita dalla ong SOS Mediterranée, in arrivo dalla Libia con circa seicento migranti tra cui molti minorenni. È una decisione con pochi precedenti ma tutto sommato attesa; il governo Gentiloni aveva minacciato di farlo nell’estate del 2017, e Salvini aveva promesso più volte che avrebbe adottato un approccio ancora più duro nei confronti dell’immigrazione. Ma l’Italia può davvero decidere di chiudere i porti alle navi che trasportano migranti?

Il testo più citato da chi sostiene questa corrente di pensiero è l’articolo 19 della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (PDF). Stabilisce che il passaggio di una nave nelle acque di un altro stato è consentito finché «non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero». Al comma 2g, che elenca le attività che possono essere considerate offensive, c’è anche lo «scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero». Secondo questa linea di pensiero, le navi delle ong consentono che gruppi di persone entrino illegalmente in Italia, e quindi possano essere fermate. Questa tesi non regge di fronte ad altre norme nazionali e internazionali che regolano il salvataggio delle persone in mare e la gestione dei flussi migratori. Secondo la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo, gli sbarchi di persone soccorse in mare devono avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Per questi motivi le ong trasportano in Italia – e solo in Italia – tutte le persone che soccorrono nel tratto di mare fra Libia e Italia: è semplicemente il posto più vicino che può accogliere le persone soccorse in mare. Paesi come Malta, la Tunisia e soprattutto la Libia non sarebbero in grado di gestire sbarchi di questo tipo e occuparsi efficacemente delle persone sbarcate.

Bisogna poi tenere conto del fatto che tutte le persone a bordo di queste navi intendono fare richiesta di una forma di protezione internazionale, cioè o l’asilo politico o la protezione per motivi umanitari, e vanno perciò considerate dei richiedenti asilo. La loro condizione cambia il trattamento che per legge devono offrire le autorità italiane secondo il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, che regola «l’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato» dei migranti.

L’articolo 10 del Testo parla dei respingimenti, cioè la pratica di allontanare uno o più migranti che secondo lo stato non sono nella condizione di poter essere accolti. Il Testo specifica chiaramente che il respingimento non può avvenire «nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». La legge italiana, in sostanza, vieta di respingere persone che chiedono di ottenere una forma di protezione internazionale. Dato che tutti i migranti che arrivano in Italia hanno diritto di fare richiesta di protezione, sarebbe difficile trovare una base legale per respingerli ancora prima che ne abbiano avuto la possibilità.

I respingimenti di richiedenti asilo sono anche esplicitamente vietati dall’articolo 33 della convenzione sullo status dei rifugiati firmata a Ginevra nel 1951, e dal protocollo 4 che integra la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, entrato in vigore nel 1968.

L’Italia in passato è stata condannata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per avere compiuto respingimenti illegali di massa sui passeggeri di alcuni barconi di migranti, all’epoca dei governi Berlusconi. Una nuova decisione in questo senso – che dovrebbe essere presa sia da Salvini sia dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli – significherebbe probabilmente l’apertura di nuovi procedimenti da parte della Corte, e il peggioramento dei rapporti con gli alleati europei e occidentali.

Fonte: Il Post

giovedì 7 giugno 2018

È stato fermato l’uomo indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko


È stato fermato Antonio Pontoriero, il 42enne indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko, il sindacalista 29enne di origini maliane ucciso con una fucilata alla testa sabato scorso a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Il fermo è stato eseguito di persona dal pm a capo dell’indagine, Ciro Lotoro, per il rischio che Pontoriero scappasse. Pontoriero era stato indagato martedì, secondo i giornali per i molti indizi che suggerivano il suo coinvolgimento nell’omicidio: Repubblica, citando fonti investigative, scrive che è molto difficile che il fermo non venga convalidato allo scadere delle 48 ore.

Sacko era stato ucciso la sera di sabato mentre insieme a due conoscenti stava raccogliendo delle vecchie lamiere in una fornace abbandonata per ricostruire le baracche della vicina tendopoli di San Ferdinando, dove viveva. Un uomo era sceso da una Panda bianca e aveva sparato diversi colpi da circa 70 metri, per poi scappare. Sacko era piuttosto conosciuto perché collaborava con l’unione sindacale di base per i diritti dei braccianti dei campi della piana di Gioia Tauro.

Fonte: Il Post

sabato 2 giugno 2018

2 giugno: auguri alla Repubblica Italiana


Il 2 e il 3 giugno del 1946 si tenne il referendum istituzionale, indetto a suffragio universale, con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava Repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati. 

Link: Festa della Repubblica Italiana (da Wikipedia)

venerdì 1 giugno 2018

Governo Conte, ecco la lista ufficiale dei ministri


Giovedì 31 maggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il professor Giuseppe Conte per conferirgli l’incarico di formare un governo dopo l’accordo tra M5s e Lega.

Conte ha accettato senza riserva e ha presentato a Mattarella la lista dei ministri. Il nuovo esecutivo giurerà oggi alle ore 16.

Ecco la lista ufficiale dei ministri:

lunedì 28 maggio 2018

È saltato tutto, Mattarella convoca Cottarelli

Conte ha rinunciato dopo lo scontro tra Mattarella e Lega-M5S sulla nomina di Savona; Di Maio proporrà la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica: non era mai successo niente di simile

Sergio Mattarella. (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Giuseppe Conte ha rinunciato all’incarico da presidente del Consiglio, dopo un colloquio col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tutto è clamorosamente saltato perché la lista dei ministri presentata da Conte conteneva il nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia, un noto economista che aveva teorizzato l’uscita dell’Italia dall’euro.

Mattarella si è opposto alla nomina di Savona in ragione di quelle idee e progetti, e del rischio che avrebbero rappresentato per gli italiani; ha chiesto di proporre un’alternativa proveniente dallo stesso schieramento politico, ma M5S e Lega si sono opposti facendo saltare l’accordo (altre volte in passato era accaduto che il presidente della Repubblica si opponesse alla nomina di un ministro). Dopo aver rivolto un accorato discorso, Mattarella ha convocato al Quirinale per domattina Carlo Cottarelli, ex commissario per la spending review, probabilmente per affidargli l’incarico di formare un governo.

Luigi Di Maio, capo del M5S, ha annunciato che proporrà al Parlamento di discutere la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica per alto tradimento e attentato alla Costituzione. Matteo Salvini, capo della Lega, ha chiesto le elezioni anticipate. Entrambi hanno detto più volte che Mattarella ha voluto opporsi a Savona perché «sgradito a Berlino» e ai cosiddetti «poteri forti».

Vedi anche: Cosa dice la Costituzione sulla nomina dei ministri

Mattarella ha spiegato che, tra le altre cose, con Savona si sarebbe arrivati “probabilmente, o forse inevitabilmente, all’uscita dell’Italia dall’euro” – che Savona aveva teorizzato spiegando che dovrebbe avvenire “in segreto” – e che la sola sua nomina avrebbe messo a rischio immediato i risparmi degli italiani, per l’aumento dei tassi di interesse che avrebbe comportato. Mattarella ha ricordato anche che l’uscita dell’Italia dall’euro non è stata discussa durante la campagna elettorale, e che aveva chiesto a Lega e M5S di proporre un’altra persona del loro schieramento politico per quel ministero, ma nessuna proposta alternativa è arrivata.

Leggi anche: I ministri che volevano Lega e M5S

La Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere di nominare i ministri, e al presidente del Consiglio solo quello di proporli: nonostante questo, mai nella storia repubblicana si era arrivati a un simile scontro tra il presidente della Repubblica e una maggioranza parlamentare.

Fonte: Il Post

mercoledì 23 maggio 2018

26 anni fa la strage di Capaci


23 maggio 2018. Sono trascorsi 26 anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Per non dimenticare...


"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini" (Giovanni Falcone)

martedì 22 maggio 2018

Giuseppe Conte, chi è e le altre cose da sapere

La persona indicata da M5S e Lega come nuovo presidente del Consiglio è un avvocato di 54 anni e non ha mai fatto politica

Giuseppe Conte (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Giuseppe Conte è stato indicato da Movimento 5 Stelle e Lega Nord come presidente del Consiglio del loro futuro governo. Conte ha 54 anni, è nato a Volturara Appula, in provincia di Foggia, è un avvocato civilista e insegnante di diritto, e non ha mai fatto politica. Il suo nome è stato annunciato lunedì pomeriggio da Luigi di Maio dopo avere incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Dal 2013 Giuseppe Conte è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Quando il Movimento 5 Stelle lo candidò per quell’incarico, scrive Repubblica, presentò un “curriculum di 18 pagine” e i giornali di oggi insistono molto sulle sue esperienze lavorative e di studio. Le più importanti, tra quelle che dichiara, sono la laurea in Giurisprudenza del 1988, gli studi di perfezionamento a Yale e alla New York University (che ha però smentito che Conte abbia studiato lì) e le docenze di Diritto Privato all’Università di Firenze e all’università LUISS di Roma. Conte, che lavora come avvocato a Roma e ha un suo studio legale, è anche avvocato patrocinante in Cassazione. Giuseppe Conte è stato inoltre il legale nella complessa vicenda sul caso Stamina della famiglia di Sofia, bambina con una grave malattia neurodegenerativa non curabile.

Di Conte non si era parlato molto fino a poche settimane fa, quando prima delle elezioni il Movimento 5 Stelle lo aveva indicato come ministro della Pubblica Amministrazione di un futuro eventuale governo Di Maio. Durante l’evento di presentazione della squadra di governo, Conte fu elogiato da Di Maio per il suo impegno per la de-burocratizzazione dell’amministrazione pubblica e lui stesso – parlando dei suoi obiettivi da futuro ministro – fece riferimento alla “semplificazione della pubblica amministrazione” e alla “cultura della legalità” da promuovere e valorizzare tra gli italiani.

In quell’occasione Conte raccontò di avere avuto i suoi primi contatti con il Movimento 5 Stelle nel 2013, quando gli fu chiesto di diventare membro del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa. «Luigi Di Maio ricorderà, fui molto chiaro», disse Conte, «per onestà intellettuale precisai: “non vi ho votato”, e precisai anche “non posso neppure considerarmi un simpatizzante”, non li conoscevo. In questi quattro anni in cui ho svolto questo incarico non ho ricevuto una telefonata che potesse in qualche modo interferire [..] nel delicato incarico che ho ricoperto». Intervistato a DiMartedì pochi giorni dopo, insistendo sulla sua parziale estraneità al Movimento 5 Stelle, Conte disse che «il mio cuore è tradizionalmente battuto a sinistra».

Durante la presentazione del futuro governo del Movimento 5 Stelle, Conte elogiò molto il “senso delle istituzioni” dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle e disse che a convincerlo a candidarsi a ministro di un loro futuro governo fu la composizione delle liste elettorali e «l’apertura a esponenti della società civile, a figure professionali, figure competenti. Un laboratorio politico meraviglioso, incredibile».

Parlando di quale sarebbe stato il suo programma di lavoro da ministro, Conte insistette molto sulla necessità di semplificare il «farraginoso» quadro normativo italiano e di combattere «l’ipertrofia normativa». Disse che sarebbe stato necessario un censimento di tutte le norme, per potere abrogare le «leggi inutili»; disse che sarebbe stata necessaria una grossa semplificazione della macchina burocratica dello Stato e un riassetto delle autorità indipendenti – «sono decine, ci sono sovrapposizioni di competenze e vuoti legislativi» – e parlò della necessità di rivedere le norme anticorruzione. Conte parlò anche della necessità di «valorizzare la meritocrazia», varando «un programma straordinario di riqualificazione del personale pubblico» e cambiando il modo in cui sono distribuiti gli incentivi economici ai lavoratori dell’amministrazione e, chiudendo il suo intervento, disse che sarebbe stato necessario rivedere integralmente quella che chiamò la riforma della «cattiva scuola», la riforma dell’istruzione approvata dal governo Renzi.

In altre occasioni, prima che di lui si parlasse per incarichi politici, Conte aveva presentato più estesamente le sue idee per la riforma della giustizia amministrativa, di cui ha più volte riconosciuto l’utilità e l’importanza ma anche quelli che secondo lui erano diventati dei limiti al suo funzionamento. Ne aveva parlato in un convegno dello scorso giugno alla Camera. Non sono note quindi le sue opinioni su tantissime altre questioni di cui dovrà occuparsi eventualmente da presidente del Consiglio, né le sue attitudini e capacità politiche nel guidare e gestire un governo, visto che non ha precedenti esperienze amministrative.

Fonte: Il Post

mercoledì 16 maggio 2018

La bozza del “contratto” tra M5S e Lega

L'ha pubblicata lo HuffPost ed è stata definita una versione «superata» da Lega e M5S: ma permette di sapere di cosa si sta discutendo e in che termini


Martedì sera lo HuffPost ha pubblicato una bozza del cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, il documento a cui da giorni stanno lavorando Luigi Di Maio e Matteo Salvini insieme ai rispettivi staff e che dovrebbe servire da programma per il governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, dovesse nascere. Qui trovate i contenuti spiegati per esteso.

Nella bozza ci sono tantissime indicazioni di quali siano i temi intorno a cui si sta sviluppando la discussione, e quindi su quali potrebbero essere le linee politiche dell’azione del nuovo governo. È stata subito letta e analizzata da giornalisti e commentatori, che l’hanno molto criticata per la sua “ingenuità” e per alcune idee molto controverse che contiene. Tra le altre cose, la bozza del “contratto” sembra fare affidamento sull’idea che la Banca Centrale Europea cancellerà 250 miliardi di euro di debiti dell’Italia e parla esplicitamente dell’uscita dall’Euro. Il documento introduce inoltre l’idea di un “Comitato di conciliazione”: un organo parallelo al Consiglio dei ministri che gestisca il dibattito interno tra le due forze della coalizione.

L’autenticità del documento pubblicato dall’HuffPost è stata implicitamente confermata da un comunicato diffuso da Lega e Movimento 5 Stelle in cui si definisce questa bozza «superata», dicendo che «la versione attuale, dunque, non corrisponde a quella pubblicata. Molti contenuti sono radicalmente cambiati. Sull’euro, ad esempio, le parti hanno già deciso di non mettere in discussione la moneta unica».

Fonte: Il Post

mercoledì 9 maggio 2018

Un ricordo per Peppino Impastato


Il 9 maggio del 1978 nel piccolo paese di Cinisi, a 30 km da Palermo, viene ucciso Giuseppe Impastato. Il suo corpo viene dilaniato da una carica esplosiva posta sui binari della tratta Palermo-Trapani. Peppino era un militante della sinistra extraparlamentare. Sin da ragazzo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Peppino fu Gaetano Badalamenti, il capo di Cosa Nostra negli anni Settanta.

martedì 1 maggio 2018

Festa dei lavoratori?


Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)

IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.