domenica 1 luglio 2018

Roberto Fico dice che non chiuderebbe i porti

In una visita all'hotspot di Pozzallo ha aggiunto che alcune ong «fanno un lavoro straordinario»

Il presidente della Camera Roberto Fico intervistato all'hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il 30 giugno 2018 (TG3)

Rispondendo alla domanda di una giornalista durante una visita all’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il presidente della Camera dei deputati e dirigente del Movimento 5 Stelle Roberto Fico ha detto: «Io i porti non li chiuderei». Ha anche parlato del lavoro delle ong, sostenendo che «quando si parla di ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario».

«Come terza carica dello Stato dico che bisogna essere solidale con chi emigra, che sono storie drammatiche che toccano il cuore. Tocca all’Europa farsi carico di quest’emergenza, non solo all’Italia, e bisogna tirare fuori gli estremismi perché la solidarietà si fa insieme. Se questo è un approdo, deve essere un approdo europeo», ha poi aggiunto Fico, secondo quanto riporta Ansa.

Fico è sembrato quindi almeno in parte in disaccordo con il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, che sulla chiusura dei porti alle navi delle ong ha basato la maggior parte della sua recente propaganda politica, e che ancora oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha commentato i risultati dell’ultimo summit del Consiglio europeo sulla questione dei migranti dicendo: «L’Italia ha già chiuso i suoi porti. Anzi, abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra».

Fonte: Il Post

sabato 30 giugno 2018

Almeno 100 morti in un naufragio al largo della Libia

Soltanto i corpi di tre bambini molto piccoli sono stati recuperati, gli altri sono dispersi

(Libyan Coast Guard via AP)

Almeno 100 persone sono morte in un naufragio avvenuto ieri a circa 6 chilometri al largo delle coste libiche, ha confermato la missione delle Nazioni Unite in Libia. Ieri sono stati ritrovati i corpi di tre bambini molto piccoli, probabilmente sotto i tre anni; altre 16 persone, tutti uomini, sono state salvate dalla Guardia costiera libica; tutti gli altri passeggeri sono dispersi: erano in tutto 123. È uno dei naufragi più gravi degli ultimi mesi in tutto il Mediterraneo.

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte da AFP, il barcone era in legno e ha preso fuoco dopo un’esplosione avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì, poco dopo la partenza da Garaboulli, a est di Tripoli. I migranti provenivano da Yemen, Egitto, Sudan, Marocco, Ghana, Nigeria e Zambia, secondo la Guardia costiera. Secondo AFP, a bordo del barcone c’erano almeno 15 donne, ma tutti e 16 i sopravvissuti sono uomini. Tra i dispersi ci sono almeno due bambini di pochi mesi e tre sotto i 12 anni. Nella zona del naufragio non stava operando nessuna nave di soccorso delle ong, ha scritto Sergio Scandura di Radio Radicale.

Amri Swileh, un sopravvissuto dello Yemen, ha detto ad AFP di essersi inizialmente rifiutato di salire sul barcone quando ha visto che a bordo c’erano oltre 100 persone, perché gli avevano promesso che i passeggeri sarebbero stati solo venti. Uno scafista ha però minacciato di sparargli se non fosse salito sulla barca, lunga soltanto otto metri. Tutti e cinque i compagni di viaggio yemeniti con cui era partito Swileh sono dispersi. Un altro sopravvissuto, di 17 anni, ha raccontato di essere rimasto aggrappato con una corda alla nave capovolta per due ore, prima che arrivassero i soccorsi. Ha detto di aver pagato circa 400 dollari per il viaggio.

Sempre ieri, la Guardia costiera libica ha soccorso e riportato a Tripoli circa 300 migranti, che stavano viaggiando a bordo di tre diversi barconi.

Fonte: Il Post

martedì 19 giugno 2018

Salvini vuole un “censimento” dei rom

E dice che quelli irregolari saranno espulsi, mentre «i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa»

(ANSA/FABRIZIO RADAELLI)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto a TeleLombardia che vuole fare «una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti», aggiungendo che vorrebbe rifare «quello che fu definito il censimento. Facciamo un’anagrafe». Salvini ha criticato come sia stata gestita dai suoi predecessori quella che definisce la «questione rom in Italia», sostenendo che «dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos». Secondo quanto ha scritto Repubblica in un pezzo successivamente condiviso su Twitter dallo stesso Salvini, ha poi detto:


«Gli stranieri irregolari andranno espulsi con accordi fra Stati. Ma i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa».


Secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, che risalgono al 2017, nei 516 campi rom presenti in Italia vivono poco meno di 30mila persone.

Fonte: Il Post

lunedì 11 giugno 2018

Salvini può davvero chiudere i porti ai migranti?

Qualcuno dice di sì, ma in realtà diverse leggi nazionali e trattati internazionali lo vietano

(Vincenzo Livieri - LaPresse)

Ieri sera il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato che non consentirà lo sbarco nei porti italiani della nave Aquarius, gestita dalla ong SOS Mediterranée, in arrivo dalla Libia con circa seicento migranti tra cui molti minorenni. È una decisione con pochi precedenti ma tutto sommato attesa; il governo Gentiloni aveva minacciato di farlo nell’estate del 2017, e Salvini aveva promesso più volte che avrebbe adottato un approccio ancora più duro nei confronti dell’immigrazione. Ma l’Italia può davvero decidere di chiudere i porti alle navi che trasportano migranti?

Il testo più citato da chi sostiene questa corrente di pensiero è l’articolo 19 della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (PDF). Stabilisce che il passaggio di una nave nelle acque di un altro stato è consentito finché «non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero». Al comma 2g, che elenca le attività che possono essere considerate offensive, c’è anche lo «scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero». Secondo questa linea di pensiero, le navi delle ong consentono che gruppi di persone entrino illegalmente in Italia, e quindi possano essere fermate. Questa tesi non regge di fronte ad altre norme nazionali e internazionali che regolano il salvataggio delle persone in mare e la gestione dei flussi migratori. Secondo la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo, gli sbarchi di persone soccorse in mare devono avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Per questi motivi le ong trasportano in Italia – e solo in Italia – tutte le persone che soccorrono nel tratto di mare fra Libia e Italia: è semplicemente il posto più vicino che può accogliere le persone soccorse in mare. Paesi come Malta, la Tunisia e soprattutto la Libia non sarebbero in grado di gestire sbarchi di questo tipo e occuparsi efficacemente delle persone sbarcate.

Bisogna poi tenere conto del fatto che tutte le persone a bordo di queste navi intendono fare richiesta di una forma di protezione internazionale, cioè o l’asilo politico o la protezione per motivi umanitari, e vanno perciò considerate dei richiedenti asilo. La loro condizione cambia il trattamento che per legge devono offrire le autorità italiane secondo il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, che regola «l’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato» dei migranti.

L’articolo 10 del Testo parla dei respingimenti, cioè la pratica di allontanare uno o più migranti che secondo lo stato non sono nella condizione di poter essere accolti. Il Testo specifica chiaramente che il respingimento non può avvenire «nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». La legge italiana, in sostanza, vieta di respingere persone che chiedono di ottenere una forma di protezione internazionale. Dato che tutti i migranti che arrivano in Italia hanno diritto di fare richiesta di protezione, sarebbe difficile trovare una base legale per respingerli ancora prima che ne abbiano avuto la possibilità.

I respingimenti di richiedenti asilo sono anche esplicitamente vietati dall’articolo 33 della convenzione sullo status dei rifugiati firmata a Ginevra nel 1951, e dal protocollo 4 che integra la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, entrato in vigore nel 1968.

L’Italia in passato è stata condannata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per avere compiuto respingimenti illegali di massa sui passeggeri di alcuni barconi di migranti, all’epoca dei governi Berlusconi. Una nuova decisione in questo senso – che dovrebbe essere presa sia da Salvini sia dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli – significherebbe probabilmente l’apertura di nuovi procedimenti da parte della Corte, e il peggioramento dei rapporti con gli alleati europei e occidentali.

Fonte: Il Post

giovedì 7 giugno 2018

È stato fermato l’uomo indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko


È stato fermato Antonio Pontoriero, il 42enne indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko, il sindacalista 29enne di origini maliane ucciso con una fucilata alla testa sabato scorso a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Il fermo è stato eseguito di persona dal pm a capo dell’indagine, Ciro Lotoro, per il rischio che Pontoriero scappasse. Pontoriero era stato indagato martedì, secondo i giornali per i molti indizi che suggerivano il suo coinvolgimento nell’omicidio: Repubblica, citando fonti investigative, scrive che è molto difficile che il fermo non venga convalidato allo scadere delle 48 ore.

Sacko era stato ucciso la sera di sabato mentre insieme a due conoscenti stava raccogliendo delle vecchie lamiere in una fornace abbandonata per ricostruire le baracche della vicina tendopoli di San Ferdinando, dove viveva. Un uomo era sceso da una Panda bianca e aveva sparato diversi colpi da circa 70 metri, per poi scappare. Sacko era piuttosto conosciuto perché collaborava con l’unione sindacale di base per i diritti dei braccianti dei campi della piana di Gioia Tauro.

Fonte: Il Post

sabato 2 giugno 2018

2 giugno: auguri alla Repubblica Italiana


Il 2 e il 3 giugno del 1946 si tenne il referendum istituzionale, indetto a suffragio universale, con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava Repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati. 

Link: Festa della Repubblica Italiana (da Wikipedia)

venerdì 1 giugno 2018

Governo Conte, ecco la lista ufficiale dei ministri


Giovedì 31 maggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il professor Giuseppe Conte per conferirgli l’incarico di formare un governo dopo l’accordo tra M5s e Lega.

Conte ha accettato senza riserva e ha presentato a Mattarella la lista dei ministri. Il nuovo esecutivo giurerà oggi alle ore 16.

Ecco la lista ufficiale dei ministri:

lunedì 28 maggio 2018

È saltato tutto, Mattarella convoca Cottarelli

Conte ha rinunciato dopo lo scontro tra Mattarella e Lega-M5S sulla nomina di Savona; Di Maio proporrà la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica: non era mai successo niente di simile

Sergio Mattarella. (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Giuseppe Conte ha rinunciato all’incarico da presidente del Consiglio, dopo un colloquio col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tutto è clamorosamente saltato perché la lista dei ministri presentata da Conte conteneva il nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia, un noto economista che aveva teorizzato l’uscita dell’Italia dall’euro.

Mattarella si è opposto alla nomina di Savona in ragione di quelle idee e progetti, e del rischio che avrebbero rappresentato per gli italiani; ha chiesto di proporre un’alternativa proveniente dallo stesso schieramento politico, ma M5S e Lega si sono opposti facendo saltare l’accordo (altre volte in passato era accaduto che il presidente della Repubblica si opponesse alla nomina di un ministro). Dopo aver rivolto un accorato discorso, Mattarella ha convocato al Quirinale per domattina Carlo Cottarelli, ex commissario per la spending review, probabilmente per affidargli l’incarico di formare un governo.

Luigi Di Maio, capo del M5S, ha annunciato che proporrà al Parlamento di discutere la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica per alto tradimento e attentato alla Costituzione. Matteo Salvini, capo della Lega, ha chiesto le elezioni anticipate. Entrambi hanno detto più volte che Mattarella ha voluto opporsi a Savona perché «sgradito a Berlino» e ai cosiddetti «poteri forti».

Vedi anche: Cosa dice la Costituzione sulla nomina dei ministri

Mattarella ha spiegato che, tra le altre cose, con Savona si sarebbe arrivati “probabilmente, o forse inevitabilmente, all’uscita dell’Italia dall’euro” – che Savona aveva teorizzato spiegando che dovrebbe avvenire “in segreto” – e che la sola sua nomina avrebbe messo a rischio immediato i risparmi degli italiani, per l’aumento dei tassi di interesse che avrebbe comportato. Mattarella ha ricordato anche che l’uscita dell’Italia dall’euro non è stata discussa durante la campagna elettorale, e che aveva chiesto a Lega e M5S di proporre un’altra persona del loro schieramento politico per quel ministero, ma nessuna proposta alternativa è arrivata.

Leggi anche: I ministri che volevano Lega e M5S

La Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere di nominare i ministri, e al presidente del Consiglio solo quello di proporli: nonostante questo, mai nella storia repubblicana si era arrivati a un simile scontro tra il presidente della Repubblica e una maggioranza parlamentare.

Fonte: Il Post

mercoledì 23 maggio 2018

26 anni fa la strage di Capaci


23 maggio 2018. Sono trascorsi 26 anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Per non dimenticare...


"Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini" (Giovanni Falcone)

martedì 22 maggio 2018

Giuseppe Conte, chi è e le altre cose da sapere

La persona indicata da M5S e Lega come nuovo presidente del Consiglio è un avvocato di 54 anni e non ha mai fatto politica

Giuseppe Conte (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Giuseppe Conte è stato indicato da Movimento 5 Stelle e Lega Nord come presidente del Consiglio del loro futuro governo. Conte ha 54 anni, è nato a Volturara Appula, in provincia di Foggia, è un avvocato civilista e insegnante di diritto, e non ha mai fatto politica. Il suo nome è stato annunciato lunedì pomeriggio da Luigi di Maio dopo avere incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Dal 2013 Giuseppe Conte è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Quando il Movimento 5 Stelle lo candidò per quell’incarico, scrive Repubblica, presentò un “curriculum di 18 pagine” e i giornali di oggi insistono molto sulle sue esperienze lavorative e di studio. Le più importanti, tra quelle che dichiara, sono la laurea in Giurisprudenza del 1988, gli studi di perfezionamento a Yale e alla New York University (che ha però smentito che Conte abbia studiato lì) e le docenze di Diritto Privato all’Università di Firenze e all’università LUISS di Roma. Conte, che lavora come avvocato a Roma e ha un suo studio legale, è anche avvocato patrocinante in Cassazione. Giuseppe Conte è stato inoltre il legale nella complessa vicenda sul caso Stamina della famiglia di Sofia, bambina con una grave malattia neurodegenerativa non curabile.

Di Conte non si era parlato molto fino a poche settimane fa, quando prima delle elezioni il Movimento 5 Stelle lo aveva indicato come ministro della Pubblica Amministrazione di un futuro eventuale governo Di Maio. Durante l’evento di presentazione della squadra di governo, Conte fu elogiato da Di Maio per il suo impegno per la de-burocratizzazione dell’amministrazione pubblica e lui stesso – parlando dei suoi obiettivi da futuro ministro – fece riferimento alla “semplificazione della pubblica amministrazione” e alla “cultura della legalità” da promuovere e valorizzare tra gli italiani.

In quell’occasione Conte raccontò di avere avuto i suoi primi contatti con il Movimento 5 Stelle nel 2013, quando gli fu chiesto di diventare membro del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa. «Luigi Di Maio ricorderà, fui molto chiaro», disse Conte, «per onestà intellettuale precisai: “non vi ho votato”, e precisai anche “non posso neppure considerarmi un simpatizzante”, non li conoscevo. In questi quattro anni in cui ho svolto questo incarico non ho ricevuto una telefonata che potesse in qualche modo interferire [..] nel delicato incarico che ho ricoperto». Intervistato a DiMartedì pochi giorni dopo, insistendo sulla sua parziale estraneità al Movimento 5 Stelle, Conte disse che «il mio cuore è tradizionalmente battuto a sinistra».

Durante la presentazione del futuro governo del Movimento 5 Stelle, Conte elogiò molto il “senso delle istituzioni” dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle e disse che a convincerlo a candidarsi a ministro di un loro futuro governo fu la composizione delle liste elettorali e «l’apertura a esponenti della società civile, a figure professionali, figure competenti. Un laboratorio politico meraviglioso, incredibile».

Parlando di quale sarebbe stato il suo programma di lavoro da ministro, Conte insistette molto sulla necessità di semplificare il «farraginoso» quadro normativo italiano e di combattere «l’ipertrofia normativa». Disse che sarebbe stato necessario un censimento di tutte le norme, per potere abrogare le «leggi inutili»; disse che sarebbe stata necessaria una grossa semplificazione della macchina burocratica dello Stato e un riassetto delle autorità indipendenti – «sono decine, ci sono sovrapposizioni di competenze e vuoti legislativi» – e parlò della necessità di rivedere le norme anticorruzione. Conte parlò anche della necessità di «valorizzare la meritocrazia», varando «un programma straordinario di riqualificazione del personale pubblico» e cambiando il modo in cui sono distribuiti gli incentivi economici ai lavoratori dell’amministrazione e, chiudendo il suo intervento, disse che sarebbe stato necessario rivedere integralmente quella che chiamò la riforma della «cattiva scuola», la riforma dell’istruzione approvata dal governo Renzi.

In altre occasioni, prima che di lui si parlasse per incarichi politici, Conte aveva presentato più estesamente le sue idee per la riforma della giustizia amministrativa, di cui ha più volte riconosciuto l’utilità e l’importanza ma anche quelli che secondo lui erano diventati dei limiti al suo funzionamento. Ne aveva parlato in un convegno dello scorso giugno alla Camera. Non sono note quindi le sue opinioni su tantissime altre questioni di cui dovrà occuparsi eventualmente da presidente del Consiglio, né le sue attitudini e capacità politiche nel guidare e gestire un governo, visto che non ha precedenti esperienze amministrative.

Fonte: Il Post

mercoledì 16 maggio 2018

La bozza del “contratto” tra M5S e Lega

L'ha pubblicata lo HuffPost ed è stata definita una versione «superata» da Lega e M5S: ma permette di sapere di cosa si sta discutendo e in che termini


Martedì sera lo HuffPost ha pubblicato una bozza del cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, il documento a cui da giorni stanno lavorando Luigi Di Maio e Matteo Salvini insieme ai rispettivi staff e che dovrebbe servire da programma per il governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, dovesse nascere. Qui trovate i contenuti spiegati per esteso.

Nella bozza ci sono tantissime indicazioni di quali siano i temi intorno a cui si sta sviluppando la discussione, e quindi su quali potrebbero essere le linee politiche dell’azione del nuovo governo. È stata subito letta e analizzata da giornalisti e commentatori, che l’hanno molto criticata per la sua “ingenuità” e per alcune idee molto controverse che contiene. Tra le altre cose, la bozza del “contratto” sembra fare affidamento sull’idea che la Banca Centrale Europea cancellerà 250 miliardi di euro di debiti dell’Italia e parla esplicitamente dell’uscita dall’Euro. Il documento introduce inoltre l’idea di un “Comitato di conciliazione”: un organo parallelo al Consiglio dei ministri che gestisca il dibattito interno tra le due forze della coalizione.

L’autenticità del documento pubblicato dall’HuffPost è stata implicitamente confermata da un comunicato diffuso da Lega e Movimento 5 Stelle in cui si definisce questa bozza «superata», dicendo che «la versione attuale, dunque, non corrisponde a quella pubblicata. Molti contenuti sono radicalmente cambiati. Sull’euro, ad esempio, le parti hanno già deciso di non mettere in discussione la moneta unica».

Fonte: Il Post

mercoledì 9 maggio 2018

Un ricordo per Peppino Impastato


Il 9 maggio del 1978 nel piccolo paese di Cinisi, a 30 km da Palermo, viene ucciso Giuseppe Impastato. Il suo corpo viene dilaniato da una carica esplosiva posta sui binari della tratta Palermo-Trapani. Peppino era un militante della sinistra extraparlamentare. Sin da ragazzo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Peppino fu Gaetano Badalamenti, il capo di Cosa Nostra negli anni Settanta.

martedì 1 maggio 2018

Festa dei lavoratori?


Per milioni di persone, i disoccupati, quella del primo maggio è una giornata come le altre. Non c'è niente da festeggiare. Purtroppo, da diversi anni a questa parte, la festa dei lavoratori non coincide affatto con la festa del lavoro. Lavoro a tempo determinato, lavoro nero, lavoro part time. Lavoro e basta non se ne trova. C’è sempre un aggettivo appresso. E sono quegli aggettivi a modificare il senso del lavoro, la sua prospettiva futura, la sua sicurezza, il suo status. Il precariato ha diminuito sia i disoccupati che gli occupati a tempo indeterminato. Risultato, l’insicurezza. Quella sociale, però. Perché poi c’è anche l’insicurezza materiale, fisica, nel mondo del lavoro. Le morti bianche le chiamano. Anche qui un aggettivo a caratterizzare la morte. Bianca perché è innocente. Non si può morire sul lavoro!

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1 Cost.)

IL SIGNIFICATO DI QUESTA FESTA
Il primo maggio è la festa dei lavoratori o festa del lavoro. E’ una festività che annualmente viene celebrata per ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. L'origine della festa viene fatta risalire ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate alla Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialista ed anarchico - suggerirono come data della festività il Primo maggio. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia soltanto due anni dopo. In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945. Nel 1947 fu funestata a Portella della Ginestra (Palermo) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.

sabato 28 aprile 2018

È morto Alfie Evans


È morto Alfie Evans, il bambino britannico di 23 mesi con una grave malattia neurodegenerativa di cui si era parlato molto negli ultimi giorni per l’opposizione dei genitori alla sospensione del supporto vitale disposta dall’ospedale in cui era ricoverato. Lo hanno annunciato i genitori su Facebook. Interessandosi al caso, nei giorni scorsi l’Italia aveva concesso la cittadinanza al bambino, offrendo ai genitori di trasferirlo per prolungarne le terapie: il supporto vitale era stato interrotto lunedì, e la coppia aveva intrapreso una battaglia legale per ripristinarlo.

La malattia di Alfie Evans non era nota, ma lo aveva lasciato in uno stato semi-vegetativo: a febbraio un giudice aveva stabilito che i medici potevano interrompere le cure senza il consenso dei genitori, accogliendo le prove che ne dimostravano l’inutilità. Una corte d’appello aveva poi confermato la decisione, e un giudice aveva escluso la possibilità del trasferimento in Italia.

Fonte: Il Post

mercoledì 25 aprile 2018

25 aprile, la festa della Liberazione


Oggi si festeggia la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Il 25 Aprile è l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe, ormai di occupazione, naziste e i loro fiancheggiatori fascisti della repubblica sociale italiana. Grazie al sangue versato dai partigiani fu possibile dare agli italiani la libertà che era stata negata durante il ventennio di dittatura fascista.

domenica 22 aprile 2018

Almeno 48 morti in un attentato a Kabul

Una persona si è fatta esplodere in un centro per l'iscrizione nei registri elettorali, l'ISIS ha rivendicato l'attacco

(AP Photo/ Rahmat Gul)

Stamattina c’è stato un attentato suicida in un centro per l’iscrizione nei registri elettorali a Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Il ministero della Salute ha detto che sono morte almeno 48 persone. Altre 50 persone sono rimaste ferite, scrive Associated Press. Lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato l’attentato. Le prossime elezioni legislative in Afghanistan si terranno il 20 ottobre.

Quello di oggi è solo l’ultimo di una serie di attentati che ha colpito Kabul negli ultimi mesi. Il 21 gennaio un gruppo di miliziani ha attaccato per più di 12 ore il più grande hotel di Kabul, l’Intercontinental, uccidendo 22 persone; sabato 27 l’esplosione di un’ambulanza in un’area molto affollata della città ha ucciso 103 persone. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dai talebani, ma anche l’ISIS ne ha compiuti due di entità minore a gennaio.

L’impressione è che in Afghanistan nessuno stia davvero vincendo o perdendo e riuscire a fare un accordo di pace sembra sempre più improbabile. Come ha scritto Mark Fisher sul New York Times tre mesi fa, il problema di fare la pace tra le parti è che «mezza generazione di combattimenti ha eroso la fiducia e polarizzato le posizioni dei combattenti». Inoltre sembra mancare un mediatore, qualcuno che venga riconosciuto come interlocutore da entrambe le parti e che abbia su entrambe una certa influenza e credibilità.

Fonte: Il Post

sabato 21 aprile 2018

Le condanne per la “trattativa” stato-mafia

Politici e alti funzionari dello Stato accusati di avere trattato con la mafia, fra cui Marcello dell'Utri e Mario Mori, sono stati condannati a diversi anni di carcere

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Si è concluso il processo di primo grado sulla presunta “trattativa tra stato e mafia“, in corso da cinque anni a Palermo: sono stati condannati vari politici, alti funzionari dello stato e boss mafiosi. Fra gli altri, l’ex senatore di Forza Italia Marcello dell’Utri, già in carcere dal 2014, è stato condannato a 12 anni di carcere, e la stessa pena è stata decisa per l’ex comandante del ROS Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Il boss mafioso Leoluca Bagarella, in carcere dal 1995, è stato condannato ad altri 28 anni di carcere. L’ex super-testimone Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa, ha ricevuto una condanna a 8 anni. È stato invece assolto l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino.

Ciancimino era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Mancino era accusato di falsa testimonianza. Tutti gli altri erano accusati di violenza a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

Il processo riguardava le presunte trattative e scambi avvenuti tra politici, carabinieri e mafiosi nel corso degli anni Novanta. L’ipotesi dei magistrati è che nel corso degli anni Novanta, carabinieri e politici abbiano trattato con la mafia siciliana con lo scopo di far terminare le stragi. A condurre le indagini sono stati i magistrati della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. Il processo è durato quasi cinque anni, preceduto da altri cinque anni di indagini, e ha portato a 220 udienze e ad ascoltare oltre 200 testimoni.

L’oggetto delle indagini sono stati i cosiddetti “anni delle stragi” in cui erano avvenuti diversi attacchi violenti, anche molto gravi, da parte della mafia siciliana: l’omicidio del parlamentare siciliano della DC Salvo Lima (12 marzo 1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17 settembre 1992), le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via D’Amelio (19 luglio 1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le bombe in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993) e in via Palestro (27 luglio 1993) a Milano, le autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma, e il fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14 maggio 1993).

In cambio della fine della strategia stragista, secondo i magistrati dell’accusa, politici e carabinieri avrebbero offerto l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi che si trovavano in prigione. Secondo i magistrati la trattativa sarebbe proseguita anche dopo l’arresto del capo della mafia siciliana, Totò Riina, avvenuto nel 1993, e avrebbe effettivamente portato diversi benefici alla mafia. La prova principale, secondo loro, è il mancato rinnovo del 41bis per circa 300 persone condannate per associazione mafiosa (tra cui però non c’era alcun boss, né personaggi di spicco dell’organizzazione criminale).

Il secondo elemento, sempre secondo l’accusa, è il mancato arresto del successore di Riina, Bernardo Provenzano, nel 1995, che sarebbe stato impedito dal generale dei carabinieri Mario Mori. Un episodio, però, che è stato raccontato soltanto molti anni dopo da alcuni pentiti e da testimoni ritenuti poco affidabili, come Massimo Ciancimino. Mori è stato separatamente processato sia per questa ipotetica “mancata cattura” sia per un’altra ipotesi di reato, la “mancata perquisizione” del covo di Riina. In entrambi i procedimenti Mori è stato assolto definitivamente e questo, hanno scritto diversi giornalisti, aveva indebolito molto le posizioni dell’accusa.

In questi anni più volte sono stati espressi dubbi sulla reale esistenza della “trattativa”, per la quale sostanzialmente non si trovano documenti o altre fonti scritte che ne attestino l’esistenza. Quasi tutte le prove consistono in testimonianze rese molti anni dopo da ex mafiosi e personaggi come minimo di dubbia affidabilità. L’unica prova di uno scambio, cioè di qualcosa che la mafia avrebbe ricevuto da parte dello stato, è il mancato rinnovo dei 300 41bis, che però non riguardò personaggi particolarmente importanti.

Il processo sulla trattativa ha avuto anche diversi momenti eclatanti, come la deposizione nel 2014 dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che venne interrogato al Quirinale dai magistrati di Palermo (il testo completo della deposizione si può leggere qui). Un altro momento molto intenso del procedimento fu quando i magistrati, che stavano intercettando Nicola Mancino, registrarono una telefonata tra quest’ultimo e il presidente della Repubblica Napolitano. I magistrati chiesero di poter utilizzare la telefonata, ma la Corte costituzionale ne ordinò la distruzione (la Corte stabilì che non si poteva intercettare un presidente della Repubblica in carica).

Fonte: Il Post

Lo stallo sul nuovo governo, spiegato semplice

A che punto siamo arrivati dopo il terzo giro di consultazioni, andato di nuovo a vuoto

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Sono passati quasi 50 giorni dalle elezioni politiche italiane del 4 marzo, e ancora non c’è un nuovo governo. Il motivo è che dalle elezioni non è uscito nessun partito o nessuna coalizione con la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato: e la maggioranza è una condizione necessaria perché il presidente della Repubblica dia a qualcuno l’incarico di formare un nuovo governo. Ieri sera si è concluso il terzo giro di consultazioni fra le forze politiche, guidato dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Anche questo è andato a vuoto, come i due precedenti. Che sta succedendo?

Veti incrociati
Senza perdersi in eccessive complicazioni (appoggi esterni, ricerca di “responsabili” e cose simili) le maggioranze possibili sono sostanzialmente tre. Una prevede un accordo fra Movimento 5 Stelle e centrodestra, l’altra fra la sola Lega e il M5S, e l’ultima fra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.

Al centro di tutte le trattative c’è il Movimento 5 Stelle, il partito che ha preso più voti di tutti. Per formare un governo potrebbe formare una maggioranza col centrodestra, che invece è la coalizione più votata. Ma il M5S non vuole stare insieme a Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché li considera da sempre come avversari politici. Negli ultimi giorni il M5S ha proposto a Forza Italia di dare un appoggio esterno a un eventuale governo M5S-Lega, ma Berlusconi si è rifiutato di farlo perché si troverebbe in una posizione di debolezza: un eventuale governo del genere non avrebbe bisogno dei voti di Forza Italia per ottenere la maggioranza. Escludendo Forza Italia dalla coalizione, però, la Lega metterebbe a rischio le alleanze locali, dovex il centrodestra unito governa moltissimi comuni e regioni.

In più, sembra chiaro che Matteo Salvini, leader della Lega, non voglia che Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle, diventi presidente del Consiglio: la storia politica recente ci insegna che i partner di minoranza di coalizione escono sembra malridotti da governi del genere. Anche ammettendo che Salvini rinunci a Berlusconi, poi, lui e Di Maio dovrebbero comunque mettersi d’accordo su un programma, una lista di ministri e un presidente del Consiglio. Qualcuno dice che potrebbe essere Giancarlo Giorgetti, che la Stampa descrive come «leghista bocconiano e filo atlantico, volto istituzionale e poco ruspante del Carroccio, assai più gradito al Quirinale rispetto al leader leghista». Siamo ancora lontani da questa possibilità, che però al momento sembra la più vagamente concreta.

Bisognerebbe poi capire cosa fare di Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni: Di Maio ha già detto che non la vorrebbe nella maggioranza di governo, probabilmente per non diluire la sua posizione di forza.

In teoria il Movimento 5 Stelle potrebbe anche allearsi con il PD. Qualche giorno fa, Di Maio ha detto: «Tutti mi prendono in giro sulla politica dei “due forni”. Io ho semplicemente proposto a due forze politiche una soluzione. Io aspetto qualche altro giorno ma poi uno di questi due forni si chiude. Non è che siamo qui ad aspettare i comodi di chi si deve fare le campagne elettorali sulla pelle degli italiani». Ma il Movimento 5 Stelle non vuole governare con un PD che sia in qualche modo guidato da Matteo Renzi, e moltissimi dirigenti del partito – che di fatto è ancora controllato da Renzi – hanno a loro volta escluso questa possibilità.

È da escludersi, invece, un’alleanza tra centrodestra (Lega compresa) e PD, perché Salvini ha più volte detto di non volerla, accusando tra l’altro Berlusconi di muoversi di proposito verso quella situazione.

Le ultime dichiarazioni
Ieri pomeriggio, parlando del M5S, Berlusconi ha detto: «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi». Sempre del M5S ha detto, parlando in Molise (dove si vota domani), che gli verrebbe «voglia di mandarli affanculo». Ha anche detto che secondo lui servirebbe un «governo del centrodestra che deve andare in Parlamento a trovare dei voti di supporto a se stesso e al proprio programma».

Salvini ha detto di non essere per niente d’accordo con le parole di Berlusconi e che «Se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo col Partito Democratico, lo fa senza la Lega». Ha aggiunto: «Voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa. Lo voglio fare partendo da una coalizione che ritenevo e ritengo compatta. Se qualcuno se ne tira fuori insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».

Quindi, che si fa?
Nell’ultimo mese e mezzo è spesso successo che le cose cambiassero in pochi giorni, quindi chissà. Al momento sembra che Mattarella sia intenzionato a dare a Roberto Fico, presidente della Camera e leader della corrente “di sinistra” del M5S, un mandato simile a quello di Casellati. A Fico potrebbe essere chiesto di sondare la possibilità di un accordo tra M5S e PD, che però al momento sembra davvero lontano.

Le alternative sarebbero un governo tecnico o di scopo, supportato da chissà quale coalizione, o delle elezioni anticipate. Ma diversi quirinalisti hanno scritto che Mattarella vuole evitare questa ipotesi, perché ci sarebbe il rischio di trovarsi a dover ricominciare da capo, con una simile assenza di maggioranza.

Intanto, continua a essere operativo il governo guidato da Paolo Gentiloni, per il cosiddetto disbrigo degli affari correnti.

Fonte: Il Post

sabato 14 aprile 2018

Guida al governo che non c’è

Ci sarà? Cosa sta succedendo e cosa può succedere per uscire dallo stallo

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Venerdì è terminato il secondo giro di consultazioni dopo le elezioni del 4 marzo e la varie forze politiche non sono riuscite ad accordarsi per trovare una maggioranza parlamentare in grado di dare la fiducia a un nuovo governo. In un brevissimo discorso al termine degli incontri, il presidente della Repubblica ha detto che a più di un mese dal voto «non sono stati fatti passi in avanti» e che si prenderà ancora qualche giorno per decidere come provare a risolvere la questione. Cerchiamo di capire perché le trattative sono fallite e cosa possono fare Mattarella e i partiti per uscire da questa situazione.

Cosa è successo nelle ultime settimane?
Le elezioni del 4 marzo hanno eletto un Parlamento senza una chiara maggioranza politica. Per dare fiducia a un governo c’è quindi bisogno di accordi trasversali tra partiti avversari. Le combinazioni possibili che possono garantire una maggioranza sono:

– Movimento 5 Stelle più centrodestra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia);
– Movimento 5 Stelle più Lega;
– Movimento 5 Stelle più Partito Democratico;
– Partito Democratico più centrodestra.

Il problema di queste settimane è che ognuna di queste combinazioni ha ricevuto il veto di uno o più dei suoi possibili sostenitori, bloccando le trattative e impedendo la formazione di un governo.

Il più ovvio dei possibili governi è quello tra le forze che sono andate meglio alle ultime elezioni (Movimento 5 Stelle e centrodestra), che peraltro si sono già accordate con successo per decidere le presidenze delle camere e delle commissioni parlamentari speciali. Ma questa soluzione ha ricevuto un netto veto da parte del Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento, ha detto in diverse occasioni – l’ultima giovedì sera dopo aver incontrato il presidente della Repubblica – che il Movimento 5 Stelle non è disposto a governare né con Silvio Berlusconi né con Forza Italia, ma solo e soltanto con la Lega.

Rimane quindi l’ipotesi di governo Movimento 5 Stelle più Lega, ma questa possibilità ha incontrato il veto del segretario della Lega. Matteo Salvini ha detto che l’unico governo possibile dopo le elezioni del 4 marzo è quello del centrodestra (tutto intero) insieme al Movimento 5 Stelle: dopo le ultime consultazioni, Berlusconi ha criticato il veto su di lui imposto da Di Maio, e Salvini ha dovuto provare a mediare chiedendo a Forza Italia e M5S di essere “responsabili”: «se continua così, se continuano a bisticciare, si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne, quindi: o la smettono o si vota». Anche Salvini ha ripetuto le sue condizioni dopo aver terminato il colloquio con il presidente Mattarella, aggiungendo che esclude assolutamente un governo con il Partito Democratico.

Dietro questo doppio veto ci sono probabilmente considerazioni sia di opportunità che di tattica politica. Il Movimento 5 Stelle non vuole che del governo facciano parte Berlusconi e Forza Italia in parte perché teme il contraccolpo che questo potrebbe avere sui suoi elettori. Ma è importante considerare che la coalizione di centrodestra unita ha molti più parlamentari del Movimento 5 Stelle, e quindi sarebbe la forza principale del governo (al contrario, il M5S sarebbe la forza maggioritaria di un’alleanza con la sola Lega).

Questo significherebbe che Di Maio dovrebbe rinunciare alla presidenza del Consiglio, una condizione che sin dal 4 marzo ha sempre definito irrinunciabile. Salvini, probabilmente, ha il timore opposto. La Lega da sola ha meno parlamentari del Movimento e quindi, se accettasse di formare un governo senza Forza Italia, sarebbe la forza di minoranza e dovrebbe probabilmente cedere le principali posizioni di governo. Proprio ieri Salvini ha ripetuto che per lui l’unico governo possibile è quello di cui la Lega indichi il presidente del Consiglio.

Resta quindi un’ultima alternativa: quella di un governo PD più Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio ha più volte provato a percorrere questa strada e numerosi parlamentari del PD raccontano di un improvviso atteggiamento amichevole da parte dei colleghi del Movimento a partire dal 4 marzo. Fino a questo momento, però, il PD ha nettamente escluso la possibilità di raggiungere un simile accordo. Nonostante non tutti i dirigenti del partito si oppongano con la medesima intensità, fino a questo momento il PD non ha accettato nemmeno di incontrare il leader del Movimento per discutere della possibilità di governare insieme, e da parte del Movimento sono arrivati solo appelli generici al dialogo e non una vera proposta di compromesso.

Se per quanto riguarda la formazione del governo nessuno ha voluto collaborare con nessuno, in altri ambiti ci sono stati parecchi accordi che hanno avuto successo. Movimento 5 Stelle e centrodestra sono riusciti infatti ad accordarsi per dividersi quasi tutti gli incarichi parlamentari. Hanno votato insieme la presidente del Senato, che è andata al centrodestra, e quello della Camera, che è andato al Movimento 5 Stelle. Si sono spartiti anche quasi tutti gli incarichi degli uffici di presidenza, l’organo parlamentare che aiuta i presidenti delle camere, lasciando a PD e altre forze soltanto pochissimi posti. Si sono divisi anche le presidenze delle Commissioni speciali, che svolgeranno una serie di importanti incarichi fino all’insediamento del governo.

Quindi come se ne esce?
La fase di trattative per formare il governo può durare un tempo indeterminato. A differenza di altri paesi europei, infatti, in Italia non ci sono norme che impongono di tornare alle urne se non si dovesse riuscire a formare un governo entro una certa data. In teoria, quindi, si potrebbe continuare nell’attuale situazione per tutti i cinque anni di legislatura. Questo però appare uno scenario estremo: il governo Gentiloni nel frattempo resta in carica per gli “affari correnti”, definizione vaga ma che esclude azioni e riforme di grande rilevanza politica, anche perché non avrebbero probabilmente una maggioranza in parlamento per essere approvate. È più probabile che nelle prossime settimane si formi un governo, oppure che il presidente della Repubblica decida di sciogliere le camere e convocare nuove elezioni.

La prima strada, però, quella che porta alla formazione di un governo, sembra particolarmente difficile a meno che una delle principali forze in campo non decida di abbandonare – e quindi contraddire clamorosamente – i veti che ha posto fino a questo momento. Un’altra possibilità è un progressivo avvicinamento delle reciproche posizioni. Berlusconi, per esempio, potrebbe decidere di compiere un gesto simbolico per soddisfare le richieste del Movimento (nelle scorse settimane si parlava della nomina di un coordinatore di Forza Italia che potrebbe fare le sue veci come leader di partito).

A quel punto il Movimento 5 Stelle potrebbe accettare una qualche forma di appoggio da parte del partito di Berlusconi, ma senza più Berlusconi, e così dare il via a un governo. Anche in questa circostanza, però, rimane il problema di decidere chi sarà il capo del governo, un diritto che rivendicano con forza sia la Lega che il Movimento; e in ogni caso Di Maio qualche giorno fa ha detto che «Forza Italia è Berlusconi» e quindi un passo indietro di Berlusconi non sarebbe sufficiente. Questo scenario, sostengono alcuni, potrebbe diventare più probabile dopo le elezioni regionali in Molise, il prossimo 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, il 29. Se il Movimento dovesse ottenere un cattivo risultato in Molise e se invece la Lega dovesse andare molto bene in Friuli, la posizione di Salvini ne uscirebbe rafforzata e quella del Movimento e di Berlusconi indebolita, rendendo così più facile il superamento parziale dei veti e la formazione del governo.

Un’altra possibilità, per quanto estrema, è la nascita di un governo di minoranza, cioè che sopravvive grazie all’astensione di uno o più partiti al momento del voto di fiducia. Sarebbe la prima volta nella storia della Seconda Repubblica e rappresenterebbe un ritorno ai cosiddetti “governi della non sfiducia” della Prima, quelli che sopravvivevano grazie all’astensione dei partiti di opposizione che avrebbero potuto farli cadere se gli avessero votato contro.

Un’altra possibilità, ancora più remota, è che si formi un cosiddetto “governo del presidente”, cioè un governo senza particolare colore politico, espressione della volontà del presidente della Repubblica e appoggiato da una larghissima coalizione. Al momento sia Lega che Movimento 5 Stelle (che da soli hanno più del cinquanta per cento dei seggi in entrambe le camere) hanno escluso apertamente questa possibilità, che gode del sostegno del solo PD: sembra quindi difficile immaginare che un simile governo possa raccogliere i voti necessari a ottenere la fiducia. Alcuni però ipotizzano che, se l’alternativa fossero le elezioni anticipate, numerosi parlamentari che temono per la loro rielezione potrebbero correre in soccorso di un eventuale governo del presidente e dargli così i numeri necessari a sopravvivere.

In ogni caso, è sicuro che nelle prossime settimane ci saranno ancora discussioni e trattative. Non è chiaro invece in che forma queste avverranno. Il presidente Mattarella ha detto che aspetterà alcuni giorni prima di comunicare come intende gestire la questione in futuro. Mattarella potrebbe decidere di condurre in prima persona una terza sessione di consultazioni oppure potrebbe decidere di affidare l’incarico a una figura istituzionale, come la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In questi casi si dice, in gergo, che il presidente affida un “mandato esplorativo”. Se tutte le trattative dovessero fallire, la decisione su cosa fare rimarrà comunque di Mattarella. La Costituzione gli dà il potere di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Secondo quasi tutti gli esperti, attualmente la prima data utile per il voto sarebbe il prossimo ottobre. E certo: con un elettorato diviso fra tre poli, l’esito delle nuove elezioni potrebbe essere sovrapponibile a quello delle vecchie elezioni, col risultato di trovarsi daccapo.

Fonte: Il Post

Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato obiettivi militari in Siria

È successo questa notte come ritorsione per l'attacco chimico di Douma, gli obiettivi sono tutti collegati al regime di Bashar al Assad

Damasco, Siria (AP Photo/Hassan Ammar)

Nella notte tra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato tre obiettivi militari in Siria, come ritorsione per l’attacco chimico compiuto il 7 aprile a Douma, est di Damasco, dal regime del presidente Bashar al Assad. I bombardamenti aerei di questa notte hanno colpito un sito di ricerca a Damasco, sospettato di essere legato alla produzione di armi chimiche e biologiche, un deposito di armi chimiche a ovest della città di Homs, più a nord, e un’importante postazione militare del regime siriano, sempre vicino a Homs. La televisione siriana ha detto che le forze governative hanno intercettato più di una decina di missili e ha sostenuto che l’unico obiettivo danneggiato nel bombardamento sia stato il sito di ricerca a Damasco. Ha anche detto che tre persone sarebbero state ferite a Homs. I governi di Stati Uniti, Francia e Regno Unito non hanno commentato.

L’attacco, ha confermato il segretario della Difesa americano Jim Mattis, è terminato: non sono previsti altri bombardamenti a meno che Assad non usi di nuovo armi chimiche contro la sua popolazione. Mattis ha detto che l’attacco è stato due volte più grande e ha colpito due obiettivi in più del bombardamento che il presidente americano Donald Trump aveva ordinato lo scorso anno contro una base militare siriana come ritorsione dell’attacco chimico compiuto dal regime di Assad nella provincia di Idlib. Funzionari della Difesa americani hanno detto che nell’attacco sono stati usati missili da crociera Tomahawk, lanciati da almeno tre navi da guerra diverse, e un bombardiere B-1, che ha sganciato missili a lungo raggio sugli obiettivi. Missili a lungo raggio sono stati lanciati anche dagli aerei da guerra francesi e britannici, mentre un sottomarino britannico ha lanciato altri missili da crociera.

Il generale americano Joseph Dunford ha aggiunto che negli attacchi di questa notte si è evitato di colpire obiettivi che avrebbero potuto causare perdite ai russi, alleati di Assad, e anche il governo russo ha confermato che tra gli obiettivi non ci sono state basi militari con soldati russi. È un particolare importante: significa che gli Stati Uniti, in accordo con Francia e Regno Unito, hanno deciso di compiere un attacco mirato e limitato, per evitare di arrivare a uno scontro diretto con la Russia che avrebbe potuto innescare una nuova escalation di violenze in Siria. Il dipartimento della Difesa americano, comunque, ha detto che la Russia non è stata avvisata in anticipo degli obiettivi colpiti.

L’attacco di questa notte è stato annunciato da un discorso di Trump, che nei giorni scorsi aveva minacciato in diverse occasioni il regime di Assad per l’attacco chimico a Douma, nel quale erano state uccise almeno 40 persone. Trump ha detto:


«Un anno fa, Assad ha lanciato un feroce attacco con le armi chimiche contro la sua gente innocente. Gli Stati Uniti hanno risposto con 58 missili che hanno distrutto il 20 per cento delle forze aeree siriane. Lo scorso sabato, il regime di Assad ha colpito di nuovo per massacrare i civili innocenti, impiegando armi chimiche, questa volta nella città di Douma vicino alla capitale Damasco. Questo massacro è stato una significativa escalation nell’uso di armi chimiche da parte di un regime terribile. Il male e l’attacco spregevole hanno lasciato madri, padri, neonati e bambini dibattersi nel dolore e annaspare per respirare. Queste non sono le azioni di un uomo. Sono i crimini di un mostro»


Anche la prima ministra britannica Theresa May ha fatto un breve discorso trasmesso dalla televisione che ha confermato il coinvolgimento britannico: «non c’erano alternative praticabili all’uso della forza», ha detto May, che però ha aggiunto che gli attacchi non sono stati un tentativo di destituire il regime di Assad. Anche la Francia ha confermato la sua partecipazione all’intervento militare di questa notte e il presidente Emmanuel Macron ha diffuso un comunicato sull’intervento dal sito dell’Eliseo.

Anatoly Antonov, ambasciatore russo a Washington, ha diffuso un comunicato che dice: «Avevamo avvisato che azioni di questo tipo non sarebbero rimaste senza conseguenze. Tutta la responsabilità ricade su Washington, Londra e Parigi». Nella notte è arrivata anche la reazione dell’Iran, altro importante alleato di Assad. Il ministro degli Esteri iraniano ha detto: «Senza dubbio, l’America e i suoi alleati, che hanno intrapreso un’azione militare senza prove e prima che arrivasse un verdetto definitivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sono responsabili delle conseguenze regionali di questo avventurismo». L’Iran si riferisce alla tesi russa seconda la quale il 7 aprile a Douma non sarebbe stato compiuto alcun attacco chimico, che sarebbe stato invece una messinscena organizzata dalle intelligence di paesi stranieri che cercavano un pretesto per attaccare Assad. Questa tesi, comunque, fa acqua da tutte le parti, come avevamo spiegato qui.

L’attacco è stato condannato anche dal regime di Assad. L’account Twitter della presidenza siriana ha pubblicato un video che dice di mostrare Assad mentre cammina all’interno del palazzo presidenziale a Damasco, questa mattina.

Fonte: Il Post

venerdì 6 aprile 2018

9 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo


Sono trascorsi esattamente 9 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.

domenica 1 aprile 2018

Buona Pasqua


Auguro a tutti i lettori, assidui o frequentatori, e a tutti i blog amici di trascorrere una serena e felice Pasqua

Andrea De Luca

sabato 31 marzo 2018

16 morti nelle proteste nella Striscia di Gaza

L'esercito israeliano ha sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere le migliaia di persone che si sono radunate ieri lungo il confine con Israele

I soldati israeliani al confine con Gaza, davanti ai manifestanti. (Oren Ziv/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 persone palestinesi sono morte e oltre 1.400 sono state ferite dall’esercito israeliano, durante le grandi proteste organizzate lungo il confine fra la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, e alle quali hanno partecipato circa 30mila persone. L’esercito israeliano ha sparato sui manifestanti e ha usato anche proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dai droni per disperdere la protesta, in quello che in molti hanno denunciato come uso eccessivo della forza. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha chiesto che sia fatta un’indagine indipendente e trasparente sulla morte dei 16 palestinesi. La protesta, chiamata “Marcia del Ritorno”, era prevista da settimane e si è svolta in sei diverse manifestazioni coordinate lungo il confine della Striscia.

Come già si sapeva nei giorni scorsi, infatti, Israele ha schierato oltre 100 tiratori scelti lungo il confine, con il permesso di sparare per rispondere alla protesta. Secondo Adalah, organizzazione per i diritti dei palestinesi in Israele, l’esercito israeliano ha sparato su manifestanti palestinesi disarmati. Anche diverse testimonianze e video diffusi venerdì sui social network da attivisti locali confermano questa versione. La protesta sembra essere stata infatti in larga parte pacifica, anche se Haaretz riporta di alcuni manifestanti che hanno tirato pietre e molotov contro i soldati israeliani.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha invece sostenuto che i soldati abbiano fatto fuoco solo sui manifestanti che provavano a sfondare la recinzione sul confine. Il generale dell’esercito Eyal Zamir ha detto che tra i manifestanti c’erano membri di organizzazioni terroristiche che hanno provato a compiere attacchi usando le proteste come copertura, e l’esercito ha insistito con questa versione.

Taye-Brook Zerihoun, vice capo del Dipartimento per gli Affari politici dell’ONU, ha avvertito il Consiglio di sicurezza dell’ONU che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni, e ha chiesto che Israele rispetti le leggi internazionali sui diritti umani, usando la forza solo quando è l’ultima risorsa. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha indetto un giorno di lutto nei territori palestinesi, per ricordare i morti delle proteste.

La protesta è stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione è decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta hanno insistito più volte che le manifestazioni non sarebbero state violente, ma l’esercito israeliano aveva espresso molti dubbi e ipotizzato che dietro gli organizzatori potesse esserci Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia dal 2007. Una fonte anonima del comitato organizzatore ha detto ad Haaretz che Hamas non ha pagato direttamente i manifestanti, ma che ha donato dei soldi al comitato organizzatore. Un altro elemento che fa pensare che dietro alla manifestazione potrebbe esserci Hamas è il fatto che Fatah – il principale partito palestinese “moderato”, tornato da poco in cattivi rapporti con Hamas – stia sostanzialmente ignorando le proteste.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano. Sono state allestiti dei campi lungo il confine, e sono previste nuove manifestazioni ogni venerdì.

Fonte: Il Post

giovedì 29 marzo 2018

Nicolas Sarkozy sarà processato

È stato rinviato a giudizio per corruzione e traffico di influenze: una storia diversa da quella che aveva portato al fermo della settimana scorsa

Nicolas Sarkozy (LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

Il quotidiano francese Le Monde ha scritto che l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato rinviato a giudizio per corruzione e traffico di influenze. Insieme a lui sono stati rinviati a giudizio e saranno processati anche il suo avvocato Thierry Herzog e l’ex magistrato Glibert Azibert.

Le accuse si riferiscono a fatti risalenti al 2014, quando Sarkozy, tramite Herzog, cercò di ottenere informazioni riservate da Azibert, che allora era giudice della Corte di Cassazione francese. Dalle intercettazioni della polizia, risulta che Sarkozy si offrì di usare i suoi contatti per garantire a Azibert un ruolo prestigioso a Monaco, in Francia, in cambio di informazioni relative alle indagini che la magistratura stava facendo su presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale di Sarkozy del 2007: si ipotizzava che questi finanziamenti arrivassero da Liliane Bettencourt, a lungo capa della società L’Oreal.

Quello per corruzione e traffico di influenze non è l’unico procedimento penale a cui è sottoposto Sarkozy. Una settimana fa Sarkozy era stato formalmente accusato di avere ricevuto finanziamenti illeciti dall’ex presidente libico Muammar Gheddafi durante la campagna elettorale del 2007.

Fonte: Il Post

Sono stati eletti i vicepresidenti del Senato

Sono Roberto Calderoli (Lega), Ignazio La Russa (FdI), Paola Taverna (M5S) e Anna Rossomando (PD), ma ci sono state tensioni sull'elezione dei questori

(ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Mercoledì il Senato ha eletto i suoi quattro vicepresidenti, i tre questori e gli otto segretari, frutto di accordi, spartizioni e giochi di forza tra i principali gruppi parlamentari. Come vicepresidenti, il ruolo più importante tra quelli in ballo, sono stati eletti Roberto Calderoli della Lega (164 voti), Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia (119 voti), Paola Taverna del Movimento 5 Stelle (105 voti) e Anna Rossomando del Partito Democratico (63 voti).

Se sulle vicepresidenze i principali partiti hanno ottenuto una rappresentanza, ci sono state però tensioni per quanto riguarda i questori, che hanno il compito di controllare il corretto svolgimento dei lavori delle camere e l’applicazione delle direttive dei loro presidenti, e sono considerati strategici dai partiti. Sono stati eletti Antonio De Poli di Forza Italia (165 voti), Paolo Arrigoni della Lega (130 voti) e Laura Bottici del M5S (115 voti).

Il PD ha protestato per non aver ricevuto nessun questore: il suo candidato Gianni Pittella ha ottenuto solo 59 voti. Secondo i giornali, il problema è stato un mancato accordo con il M5S, che voleva ottenere per Bottici il ruolo di questore anziano, che garantisce maggiori poteri ed è assegnato al candidato più votato. Il PD ha rifiutato la proposta, ritenendola un ricatto, e il ruolo di questore anziano è andato a De Poli. Secondo i giornali c’è stata qualche discussione anche tra FdI e FI su De Poli, poi approvato dal partito di Giorgia Meloni. Secondo i giornali, le tensioni di oggi avranno effetti anche sulle elezioni dei componenti dell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati, che si terranno domani.

Il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci ha commentato la mancata elezione di un questore del PD dicendo: «che in Senato sia stato negata al PD la possibilità di avere un questore è un fatto gravissimo. Per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione parlamentare non avrà accesso al funzionamento della macchina del Senato. Siamo davanti ad un fatto senza precedenti. Quale è il concetto di democrazia del M5S e della destra? Facciamo tutto da soli?». Maurizio Martina, vice segretario del PD, ha detto: «La presenza del PD nelle presidenze di Camera e Senato con funzioni di rappresentanza e controllo è una questione democratica e dovrebbe riguardare tutti. Siamo il secondo partito del Parlamento e rappresentiamo milioni di elettori che non hanno votato destra e Cinquestelle. La nostra funzione non può essere svilita né la nostra presenza in questi organi fondamentali parlamentari può essere condizionata da contropartite di altri e su altre responsabilità».

I segretari, che hanno il compito di collaborare con il presidente durante i lavori del Senato, saranno Paolo Tosato della Lega, Francesco Giro di Forza Italia, Tiziana Nisini della Lega, Vincenzo Carbone di Forza Italia, e Michela Montevecchi, Sergio Puglia, Giuseppe Pisani e Gianluca Castaldi, tutti e quattro del M5S. Anche in questo caso, al PD non è toccato nessun segretario. In tutto, dei componenti dell’ufficio di presidenza del Senato 8 sono del centrodestra, più la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, 6 sono del Movimento 5 Stelle e uno del PD.

Fonte: Il Post

martedì 27 marzo 2018

I capigruppo dei partiti alla Camera e al Senato

Forza Italia ha eletto Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, il PD Graziano Delrio, il M5S Giulia Grillo e Danilo Toninelli

Un momento della riunione dei deputati di Forza Italia per l'elezione del nuovo capogruppo. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Martedì i gruppi politici che si sono formati nel nuovo Parlamento – cioè, almeno per ora, i partiti che sono stati eletti lo scorso 4 marzo – hanno eletto i propri capigruppo alla Camera e al Senato. Sono le persone che, oltre a essere i rappresentanti dei gruppi, incontreranno il presidente della Repubblica durante le consultazioni, insieme eventualmente ai leader dei partiti. L’elezione dei capigruppo, nella maggior parte dei casi, è avvenuta per acclamazione durante le assemblee dei gruppi parlamentari, che si sono costituiti ufficialmente proprio oggi.

Il Movimento 5 Stelle, il partito che ha ottenuto più voti alle ultime elezioni, ha nominato Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato, come era stato annunciato qualche giorno fa. Il Partito Democratico ha invece eletto alla Camera l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio, mentre al Senato verrà con ogni probabilità eletto Andrea Marcucci: il suo nome è stato proposto dal vice segretario Maurizio Martina ma deve ancora essere confermato dall’assemblea. Secondo quanto scrivono i giornali, Renzi voleva eleggere Marcucci e Lorenzo Guerini, considerati parlamentari a lui molto fedeli. Una parte del partito voleva però un qualche tipo di rottura con il PD “renziano”, dopo la sconfitta alle elezioni: sarebbe quindi stato trovato il compromesso di Delrio, considerato comunque vicino a Renzi ma indipendente e un po’ più critico, soprattutto recentemente.

Per quanto riguarda il centrodestra, Forza Italia ha nominato l’ex ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini come capogruppo alla Camera, e Anna Maria Bernini – brevemente candidata alla presidenza del Senato – come capogruppo al Senato. Alla Camera la Lega ha nominato Giancarlo Giorgetti e Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, mentre non sono state ancora comunicate le nomine per il Senato.

Liberi e Uguali, che ha superato di poco la soglia alle elezioni, non può per ora costituire dei gruppi autonomi, visto che ha 14 deputati e 4 senatori, e il minimo è rispettivamente 20 e 10. Ha detto però che chiederà una deroga, concessa in passato anche a partiti con meno rappresentanti. Per ora i suoi parlamentari sono iscritti al Gruppo misto, insieme a quelli di Noi con l’Italia, ai fuoriusciti del M5S, alle minoranze linguistiche, a +Europa e a Civica popolare. Oggi i gruppi parlamentari hanno discusso anche delle altre cariche che compongono gli uffici di presidenza di ciascuna camera: vicepresidenti, questori e segretari. Saranno spartiti tra i vari partiti, ed eletti formalmente domani dalle Camere riunite.

Fonte: Il Post

lunedì 26 marzo 2018

Almeno 64 persone sono morte per un incendio in Siberia

Si è sviluppato domenica in un centro commerciale nella città di Kemerovo, nell'area dell'edificio che ospitava un cinema multisala

(Russian Ministry for Emergency Situations photo via AP)

Almeno 64 persone sono morte domenica in un incendio in un centro commerciale nella città russa di Kemerovo, in Siberia. Ieri il governo russo aveva confermato la morte di 53 persone, ma aveva aggiunto di aspettarsene altre nelle ore successive. Secondo BBC, almeno 40 morti potrebbero essere bambini.

Sembra che l’incendio sia iniziato intorno alle 10 di domenica mattina (le 15 in Italia) nell’area dell’edificio che ospitava un cinema multisala, al terzo piano. In quel momento – scrivono i giornali – il centro commerciale e i cinema erano molto affollati e ai soccorritori non è stato subito chiaro quante persone ci fossero all’interno degli edifici in fiamme. Le fiamme hanno raggiunto presto un’area giochi per bambini e una pista di pattinaggio. A causa dell’incendio, inoltre, sono crollati i tetti di due sale cinematografiche, complicando ancora di più le ricerche dei soccorritori. Alcuni video postati sui social network mostrano persone che saltano dalle finestre per scappare dall’incendio.

Per spegnere l’incendio sono intervenuti più di 300 vigili del fuoco e in tutto 660 soccorritori, inclusi agenti di polizia e personale medico. Per portare l’incendio sotto controllo ci sono volute 17 ore e le operazioni di ricerca e soccorso non sono ancora terminate. Il Guardian ha scritto che si stanno cercando ancora 16 persone di cui si sono perse le tracce.

Le cause dell’incendio non sono ancora note. BBC ha scritto che quattro persone sono state fermate dalla polizia per essere interrogate e che tra loro c’è anche il direttore della società che gestiva il centro commerciale. Kemerovo è una città di circa 500,000 abitanti, la più importante della regione del Kuzbass, uno delle più grandi aree di estrazione del carbone al mondo.

Fonte: Il Post

Breve guida al nuovo governo

Le consultazioni cominceranno il 3 aprile: cosa dobbiamo aspettarci e cosa succederà nel frattempo, già a partire da oggi

(ANSA/ETTORE FERRARI)

Se tutto procederà senza intoppi, l’Italia potrebbe avere un nuovo governo già nel corso delle prime due settimane di aprile. Il problema principale è che gli intoppi potenziali sono moltissimi: visto il risultato inconcludente delle elezioni del 4 marzo servirà un accordo trasversale tra Movimento 5 Stelle e centrodestra, oppure tra una di queste due forze e il Partito Democratico, per arrivare alla formazione di un governo.

La novità principale dalle elezioni a oggi è l’accordo raggiunto da centrodestra e Movimento 5 Stelle per la scelta dei presidenti di Camera e Senato, che secondo gran parte degli osservatori ha reso un po’ più probabile la formazione di un qualche tipo di governo con il sostegno sia della Lega che del Movimento. Ne sapremo di più la prossima settimana, quando il 3 aprile cominceranno le consultazioni con il presidente della Repubblica. Nel frattempo, queste sono le principali date da tenere d’occhio.

Lunedì 26 marzo
Si formano i gruppi parlamentari: tutti i deputati e i senatori devono dichiarare a quale gruppo appartengono. Sarà interessante vedere se ci sarà qualche sorpresa. Per esempio, il Movimento 5 Stelle accetterà nel suo gruppo parte o tutti gli espulsi durante la campagna elettorale, come promesso, oppure li terrà tutti quanti fuori? In realtà uno se lo sono già ripreso.

Martedì 27 marzo
Alle 15.30 i gruppi parlamentari si riuniscono ed eleggono formalmente i capigruppo. Non ci si aspettano sorprese per Movimento 5 Stelle e Lega, che hanno già deciso e i cui capigruppo in pectore sono impegnati in attività parlamentari da giorni (quelli del Movimento 5 Stelle, a differenza della passata legislatura in cui venivano eletti dai parlamentari, sono stati scelti direttamente da Luigi Di Maio). Sarà invece un’elezione un po’ più movimentata in Forza Italia e soprattutto dentro il PD.

I due capigruppo uscenti del partito di Berlusconi, Renato Brunetta e Paolo Romani, si sono dimessi nei giorni scorsi in dissenso per come il loro leader ha gestito l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, cedendo alle pressioni del Movimento 5 Stelle e Lega per sostituire la candidatura dello stesso Romani al Senato con Maria Elisabetta Alberti Casellati. Secondo i giornali i nuovi capigruppo saranno Anna Maria Bernini al Senato e Mara Carfagna alla Camera.

Se in Forza Italia la successione dovrebbe avvenire comunque in maniera abbastanza indolore, il PD rischia invece di trovarsi in difficoltà. Quasi tutto il partito è concorde nel confermare come capogruppo alla Camera Ettore Rosato, vicino all’ex segretario Matteo Renzi, ma ci sono grosse divisioni su cosa fare al Senato. La parte del partito più vicina a Renzi secondo i giornali vorrebbe scegliere Andrea Marcucci, considerato un “renziano”, mentre il resto del partito vorrebbe confermare l’attuale capogruppo Luigi Zanda. Secondo i giornali Renzi sarebbe disposto ad andare “alla conta” sul nome di Marcucci, cioè sottoporlo al voto del gruppo, in modo da dimostrare di controllare ancora la maggioranza dei voti dei parlamentari.

Mercoledì 28 marzo
Le camere si riuniscono per eleggere le altre cariche che compongono gli uffici di presidenza di ciascuna camera: vicepresidenti, questori e segretari. I regolamenti di Camera e Senato stabiliscono che i parlamentari di ciascuna camera eleggono i rappresentanti che devono occupare questi incarichi e stabiliscono che tutti i gruppi parlamentari devono essere rappresentati all’interno degli uffici di presidenza. Di solito questi incarichi vengono distribuiti tra i vari partiti prima di arrivare alle votazioni, che servono essenzialmente a confermare gli accordi presi in precedenza.

I giornali scrivono in questi giorni che al Senato i quattro vicepresidenti dovrebbero andare al PD (che indicherà Valeria Fedeli), alla Lega (che indicherà Roberto Calderoli), al Movimento 5 Stelle (che indicherà Vito Crimi) e infine a Liberi Uguali. Forza Italia non esprimerà vicepresidenti, perché ha già il presidente del Senato. Alla Camera il PD indicherà Roberto Giachetti, un altro vicepresidente sarà espresso dalla Lega, uno da Forza Italia e il quarto da Fratelli d’Italia.

3 aprile
Le consultazioni cominceranno ufficialmente il 3 aprile, dopo una pausa per la Pasqua in cui non ci saranno altri eventi importanti. È il momento in cui il presidente della Repubblica incontra i rappresentanti dei partiti, di solito una delegazione formata dai capigruppo e dal leader del partito, e chiede loro se e a quale governo sarebbero disposti a votare la fiducia. Al termine delle consultazioni, il presidente può affidare l’incarico di formare un governo alla persona che secondo lui ha le maggiori possibilità di trovare il sostegno della maggioranza dei parlamentari. Chi riceve l’incarico, e giura insieme ai suoi ministri, è formalmente il nuovo presidente del Consiglio, anche nel caso non dovesse poi riuscire a raccogliere una maggioranza parlamentare (in quel caso lo sarebbe solo per “il disbrigo degli affari correnti”, evidentemente, e Mattarella ricomincerebbe a cercare un governo in grado di ottenere la fiducia nel Parlamento).

Le consultazioni sono una prassi utilizzata da decenni ma non sono regolate dalla legge o dalla Costituzione. Per tradizione cominciano dai gruppi parlamentari con meno membri e si concludono con il partito che ha la rappresentanza più numerosa. Se il centrodestra deciderà di partecipare con un’unica delegazione sarà probabilmente l’ultimo gruppo ricevuto, altrimenti il gruppo più numeroso risulterà il Movimento 5 Stelle. Al termine delle consultazioni il presidente della Repubblica può anche decidere di affidare un “pre-incarico”, come accadde al segretario del PD Pier Luigi Bersani nel 2013. È una pratica non codificata dalla legge che serve per dare al possibile presidente del Consiglio ulteriore tempo per verificare se sia possibile formare una maggioranza. Bersani lo utilizzò per fare una seconda serie di consultazioni (ricordate lo streaming con Crimi e Lombardi?) al termine del quale disse al presidente della Repubblica che non sarebbe stato in grado di formare un governo.

Quindi che governo ci sarà?
Lo sapremo meglio nei prossimi giorni. Questa settimana ci saranno probabilmente trattative intense tra Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia in cui si discuterà della possibilità di formare una maggioranza di governo. Sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini rivendicano il diritto di essere incaricati presidenti del Consiglio, ma le loro posizioni si sono molto ammorbidite nel corso degli ultimi giorni ed entrambi hanno fatto aperture più o meno significative all’idea di formare un governo di coalizione.

Dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, quasi tutti gli esperti e i giornali sostengono che un accordo tra i due sia più vicino. L’ipotesi che viene data per la maggiore è quella di un governo senza esponenti di primo piano di Lega e Movimento, che nasca sulla base di un programma concordato (questo governo, commentano i giornalisti, non dovrebbe necessariamente restare in carica a lungo). Se invece i due partiti non riuscissero ad accordarsi restano aperte altre ipotesi, che però sembrano sempre meno probabili con il passare dei giorni. Una è quella di un governo di minoranza del centrodestra: senza esponenti di primo piano (senza Salvini, sostanzialmente) e nato grazie all’astensione del PD. Ma si parla anche di un “governo del presidente”, cioè un governo formato da figure istituzionali non direttamente legate ai partiti e sostenute da tutte le forze politiche. Un’eventualità, però, che oramai quasi tutti i cronisti politici definiscono molto improbabile.

Fonte: Il Post