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domenica 27 gennaio 2019
27 gennaio: giornata della Memoria. Per non dimenticare...
Oggi è la giornata della Memoria, per commemorare le vittime del nazismo e del fascismo, dell'Olocausto. Il 27 gennaio del 1945 furono aperti i cancelli della città polacca di Auschwitz e fu svelato l'orrore del campo di sterminio, delle deportazioni, del genocidio nazista che causò la morte di milioni di persone, soprattutto ebrei. Ricordare la Shoah, conservare nel tempo la memoria di un periodo nero della nostra storia, per non dimenticare l'orrore e le vittime.
giovedì 7 giugno 2018
È stato fermato l’uomo indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko
È stato fermato Antonio Pontoriero, il 42enne indagato per l’omicidio di Soumayla Sacko, il sindacalista 29enne di origini maliane ucciso con una fucilata alla testa sabato scorso a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia. Il fermo è stato eseguito di persona dal pm a capo dell’indagine, Ciro Lotoro, per il rischio che Pontoriero scappasse. Pontoriero era stato indagato martedì, secondo i giornali per i molti indizi che suggerivano il suo coinvolgimento nell’omicidio: Repubblica, citando fonti investigative, scrive che è molto difficile che il fermo non venga convalidato allo scadere delle 48 ore.
Sacko era stato ucciso la sera di sabato mentre insieme a due conoscenti stava raccogliendo delle vecchie lamiere in una fornace abbandonata per ricostruire le baracche della vicina tendopoli di San Ferdinando, dove viveva. Un uomo era sceso da una Panda bianca e aveva sparato diversi colpi da circa 70 metri, per poi scappare. Sacko era piuttosto conosciuto perché collaborava con l’unione sindacale di base per i diritti dei braccianti dei campi della piana di Gioia Tauro.
Fonte: Il Post
sabato 10 febbraio 2018
Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle Foibe
Oggi, 10 febbraio, si celebra il Giorno del ricordo, una solennità civile nazionale italiana, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 in onore delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Tale legge è stata approvata «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Non possiamo dimenticare un'altra brutta pagina della nostra storia.
Per approfondire: Massacri delle foibe (da Wikipedia)
sabato 3 febbraio 2018
Sparatoria a Macerata, sei feriti tutti di nazionalità straniera, arrestato l’autore
Nella mattinata di sabato 3 febbraio una sparatoria ha sconvolto la città di Macerata.
Un uomo, armato di pistola, ha iniziato a sparare dalla sua auto in corsa, nella zona della stazione, in via dei Velini e via Spalato. Dopo alcune ore è stato fermato dalla polizia, dinanzi al Monumento ai Caduti, mentre faceva il saluto romano, con addosso un tricolore.
Secondo le prime informazioni l’uomo si chiama Luca Traini e ha ammesso la responsabilità dell’accaduto.
I feriti sono tutti stranieri, cinque uomini e una donna. Sono stati trasferiti in pronto soccorso, e uno di loro è in condizioni gravi
La zona dove è avvenuta la sparatoria, era la stessa di quella dove si sono svolte le indagini che hanno condotto al ritrovamento delle valigie con il cadavere della giovane Pamela Mastropietro, la 18enne romana uccisa alcuni giorni fa.
La ragazza era scomparsa da un centro di recupero per tossicodipendenti. L’unico indagato per l’omicidio al momento è un nigeriano di 29 anni.
Il sindaco di Macerata, Romano Carancini, aveva invitato tutti i cittadini a rimanere chiusi in casa a causa dell’uomo armato.
Anche dopo che l’allarme è rientrato, nella città blindata e barricata nelle case, vi è ancora un clima di terrore.
L’autore della sparatoria ha 28 anni, frequenta la palestra Robbys di Macerata e, secondo alcune fonti citate dalla Stampa, aveva annunciato più volte: “Vado a sparare ai neri”.
Nel 2017 era candidato alle elezioni comunali di Corridonia, in lista con la Lega Nord. Non prese neanche un voto.
Fonte: The Post Internazionale
sabato 27 gennaio 2018
27 gennaio: giornata della Memoria. Per non dimenticare...
Oggi è la giornata della Memoria, per commemorare le vittime del nazismo e del fascismo, dell'Olocausto. Il 27 gennaio del 1945 furono aperti i cancelli della città polacca di Auschwitz e fu svelato l'orrore del campo di sterminio, delle deportazioni, del genocidio nazista che causò la morte di milioni di persone, soprattutto ebrei. Ricordare la Shoah, conservare nel tempo la memoria di un periodo nero della nostra storia, per non dimenticare l'orrore e le vittime.
martedì 24 ottobre 2017
Gli adesivi antisemiti con Anna Frank fatti dalla tifoseria organizzata della Lazio
Sono stati trovati nella curva sud dello Stadio Olimpico, quella che di solito ospita la tifoseria organizzata della Roma
La tifoseria organizzata della Lazio ha riempito di adesivi antisemiti la curva sud dello Stadio Olimpico di Roma, dove era stata ammessa per il posticipo della nona giornata di Serie A contro il Cagliari — giocato domenica alle 20.45 — dopo la squalifica della curva nord in seguito ai cori razzisti dei tifosi contro un giocatore del Sassuolo nella partita di campionato disputata lo scorso 1 ottobre. La Lazio condivide lo Stadio Olimpico con la Roma e solitamente la sua tifoseria organizzata sta nella curva nord, mentre quella della Roma nella curva sud: gli adesivi antisemiti sono stati incollati proprio per offendere i tifosi della Roma. Sia tra gli ultras della Lazio che tra quelli della Roma è diffuso l’antisemitismo.
Tra gli adesivi trovati in curva sud ce n’è uno con la faccia di Anna Frank, l’autrice del famoso diario morta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen a 15 anni, con indosso una maglia della Roma. Gli stessi adesivi erano già stati attaccati in giro per Roma nel 2013.
Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha diffuso su Twitter una fotografia degli adesivi presa dall’account Instagram di un tifoso della Lazio. Dureghello ha scritto: «Fuori gli antisemiti dagli stadi». In serata la FIGC ha aperto un’inchiesta sugli adesivi.
Fonte: Il Post
(Twitter di Ruth Dureghello)
La tifoseria organizzata della Lazio ha riempito di adesivi antisemiti la curva sud dello Stadio Olimpico di Roma, dove era stata ammessa per il posticipo della nona giornata di Serie A contro il Cagliari — giocato domenica alle 20.45 — dopo la squalifica della curva nord in seguito ai cori razzisti dei tifosi contro un giocatore del Sassuolo nella partita di campionato disputata lo scorso 1 ottobre. La Lazio condivide lo Stadio Olimpico con la Roma e solitamente la sua tifoseria organizzata sta nella curva nord, mentre quella della Roma nella curva sud: gli adesivi antisemiti sono stati incollati proprio per offendere i tifosi della Roma. Sia tra gli ultras della Lazio che tra quelli della Roma è diffuso l’antisemitismo.
Tra gli adesivi trovati in curva sud ce n’è uno con la faccia di Anna Frank, l’autrice del famoso diario morta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen a 15 anni, con indosso una maglia della Roma. Gli stessi adesivi erano già stati attaccati in giro per Roma nel 2013.
(ANSA)
Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha diffuso su Twitter una fotografia degli adesivi presa dall’account Instagram di un tifoso della Lazio. Dureghello ha scritto: «Fuori gli antisemiti dagli stadi». In serata la FIGC ha aperto un’inchiesta sugli adesivi.
Fonte: Il Post
giovedì 7 settembre 2017
Perché è assurdo credere che i migranti portino la malaria
Due esponenti di Amref Health Africa spiegano a TPI cosa c'è di sbagliato in questa credenza
“Ci stiamo battendo in queste ore affinché il caso di Sofia Zago non sia strumentalizzato dalle campagne mediatiche e politiche che alimentano l’odio contro i migranti”. Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa in Italia, parla a TPI delle bufale sul caso della bambina di Trento morta di malaria all’ospedale di Brescia.
“Quella cui ci troviamo di fronte è una tragedia, ma non dobbiamo strumentalizzarla. La malaria è una malattia terribile presente in tutto il mondo: i dati del 2015, parlano di 300 milioni di casi. Fra questi, 300 milioni annui, di cui il 90 per cento in Africa e 500mila morti ogni anno. Parliamo di migliaia di bambini. Ma è una tragedia che non tocca l’Italia, i numeri parlano chiaro”.
Sul processo di trasmissione cosa può dirci?
La malaria è una malattia che da anni è studiata dagli scienziati. Si parla già di una prima sperimentazione per un vaccino-test tra il 2018 e il 2020. Ma la letteratura medica sul tema già attesta che non c’è un processo di migrazione della malaria dall’Africa all’Europa.
Legare le migrazioni delle popolazioni africane a questa malattia è semplicemente una bufala. Si tratta, lo ripeto, di una schifosa strumentalizzazione.
In Italia cosa sta succedendo?
Quello che avviene è già sotto il controllo dell’Istituto superiore di sanità. I rischi che ci sono attualmente sono dovuti all’aumento dei movimenti globali dell’essere umano, come il trasporto delle zanzare nelle valigie, ma riguardano movimenti globali di persone che vanno ben oltre il concetto di migrazione.
Il rischio riguarda tutte le malattie trasmissimili e che possono ripresentarsi con casi isoalti in paesi dove non sono più presenti.
Chi si ammala in Africa e giunge nel nostro paese può contagiare altre persone?
Questa è un’assurdità. Le faccio un esempio per smontare questa bufala. Qualche anno fa, all’epoca dell’ebola, si credeva che la malattia sarebbe arrivata anche in Italia sempre a causa delle migrazioni.
Una persona che ha contratto l’ebola e viaggia nel Mediterraneo non sopravvive, perché il fisico non resiste. Con la malaria il processo di incubazione è sicuramente diverso e più lungo, ma la questione non cambia molto. Quando parliamo di cinque milioni di infetti, parliamo di persone debilitate. Se io prendo la malaria ho un fisico che mi permette di rispondere, ma quando la malattia tocca categorie più vulnerabili ha un processo di violento e porta velocemente alla morte.
È ridicolo pensare che un migrante malato sia in grado di percorrere l’intero tragitto, giungere in Libia e da lì partire per l’Italia, riuscendo a sopravvivere.
C’è quindi da avere paura?
Assolutamente no. Sul caso della bambina morta a Brescia non si conoscono le circostanze del contagio. Questo è l’unico che si sia mai presentato in Italia, paese nel quale sono giunti 200mila migranti solo quest’anno.
Senza considerare che il numero degli italiani che vanno in vacanza in Africa è tre volte superiore. È più facile che una zanzara sia portata nelle valigie piuttosto che il processo inverso.
Sul caso abbiamo intervistato anche Jared Oule, esperto di malaria per Amref.
Come si trasmette la malaria?
È una malattia che si trasmette con il morso di una zanzara anofele femmina infetta.
Disponiamo di prove di trasmissione da essere umano a essere umano?
Esistono indizi di trasmissioni congenite, ma non sono mai state quantificate. È anche possibile trasmettere la malaria per via sanguigna, con le trasfusioni, se un donatore di sangue non ha ricevuto i controlli specifici per la malattia.
Qual è la distanza maggiore che può percorrere una zanzara?
Il raggio di spostamento normale di una zanzara è di circa un chilometro, ma grazie al vento può arrivare fino a 10 chilometri.
Qual è la probabilità di morte se la malaria è diagnosticata e trattata in tempo?
In Kenya chiediamo di cercare cure immediate, ossia entro 24 ore dall’arrivo della febbre per evitare complicazioni e casi gravi, che possono diventare fatali. Il tasso di mortalità dipende dalla presenza o meno di complicazioni nell’infezione al momento della diagnosi e dalla disponibilità di strumenti negli istituti. Se è riconosciuta come severa, le probabilità di morte sono significativamente maggiori rispetto al caso contrario.
Esistono vaccini per la malaria?
La maggior parte dei vaccini contro la malaria sono in fase sperimentale. Il vaccino più avanzato utilizzato si chiama RTSS. Ha passato la fase tre della sperimentazione ed è al momento sottoposto al sistema di approvazione dell’Oms.
Le difficoltà nell’ottenere vaccini contro la malaria includono i costi di sviluppo e la natura temporanea dell’immunità data dalle vaccinazioni. Un vaccino sarà testato in Kenya e in altri due paesi africani il prossimo anno.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters
“Ci stiamo battendo in queste ore affinché il caso di Sofia Zago non sia strumentalizzato dalle campagne mediatiche e politiche che alimentano l’odio contro i migranti”. Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa in Italia, parla a TPI delle bufale sul caso della bambina di Trento morta di malaria all’ospedale di Brescia.
“Quella cui ci troviamo di fronte è una tragedia, ma non dobbiamo strumentalizzarla. La malaria è una malattia terribile presente in tutto il mondo: i dati del 2015, parlano di 300 milioni di casi. Fra questi, 300 milioni annui, di cui il 90 per cento in Africa e 500mila morti ogni anno. Parliamo di migliaia di bambini. Ma è una tragedia che non tocca l’Italia, i numeri parlano chiaro”.
Sul processo di trasmissione cosa può dirci?
La malaria è una malattia che da anni è studiata dagli scienziati. Si parla già di una prima sperimentazione per un vaccino-test tra il 2018 e il 2020. Ma la letteratura medica sul tema già attesta che non c’è un processo di migrazione della malaria dall’Africa all’Europa.
Legare le migrazioni delle popolazioni africane a questa malattia è semplicemente una bufala. Si tratta, lo ripeto, di una schifosa strumentalizzazione.
In Italia cosa sta succedendo?
Quello che avviene è già sotto il controllo dell’Istituto superiore di sanità. I rischi che ci sono attualmente sono dovuti all’aumento dei movimenti globali dell’essere umano, come il trasporto delle zanzare nelle valigie, ma riguardano movimenti globali di persone che vanno ben oltre il concetto di migrazione.
Il rischio riguarda tutte le malattie trasmissimili e che possono ripresentarsi con casi isoalti in paesi dove non sono più presenti.
Chi si ammala in Africa e giunge nel nostro paese può contagiare altre persone?
Questa è un’assurdità. Le faccio un esempio per smontare questa bufala. Qualche anno fa, all’epoca dell’ebola, si credeva che la malattia sarebbe arrivata anche in Italia sempre a causa delle migrazioni.
Una persona che ha contratto l’ebola e viaggia nel Mediterraneo non sopravvive, perché il fisico non resiste. Con la malaria il processo di incubazione è sicuramente diverso e più lungo, ma la questione non cambia molto. Quando parliamo di cinque milioni di infetti, parliamo di persone debilitate. Se io prendo la malaria ho un fisico che mi permette di rispondere, ma quando la malattia tocca categorie più vulnerabili ha un processo di violento e porta velocemente alla morte.
È ridicolo pensare che un migrante malato sia in grado di percorrere l’intero tragitto, giungere in Libia e da lì partire per l’Italia, riuscendo a sopravvivere.
C’è quindi da avere paura?
Assolutamente no. Sul caso della bambina morta a Brescia non si conoscono le circostanze del contagio. Questo è l’unico che si sia mai presentato in Italia, paese nel quale sono giunti 200mila migranti solo quest’anno.
Senza considerare che il numero degli italiani che vanno in vacanza in Africa è tre volte superiore. È più facile che una zanzara sia portata nelle valigie piuttosto che il processo inverso.
***
Sul caso abbiamo intervistato anche Jared Oule, esperto di malaria per Amref.
Come si trasmette la malaria?
È una malattia che si trasmette con il morso di una zanzara anofele femmina infetta.
Disponiamo di prove di trasmissione da essere umano a essere umano?
Esistono indizi di trasmissioni congenite, ma non sono mai state quantificate. È anche possibile trasmettere la malaria per via sanguigna, con le trasfusioni, se un donatore di sangue non ha ricevuto i controlli specifici per la malattia.
Qual è la distanza maggiore che può percorrere una zanzara?
Il raggio di spostamento normale di una zanzara è di circa un chilometro, ma grazie al vento può arrivare fino a 10 chilometri.
Qual è la probabilità di morte se la malaria è diagnosticata e trattata in tempo?
In Kenya chiediamo di cercare cure immediate, ossia entro 24 ore dall’arrivo della febbre per evitare complicazioni e casi gravi, che possono diventare fatali. Il tasso di mortalità dipende dalla presenza o meno di complicazioni nell’infezione al momento della diagnosi e dalla disponibilità di strumenti negli istituti. Se è riconosciuta come severa, le probabilità di morte sono significativamente maggiori rispetto al caso contrario.
Esistono vaccini per la malaria?
La maggior parte dei vaccini contro la malaria sono in fase sperimentale. Il vaccino più avanzato utilizzato si chiama RTSS. Ha passato la fase tre della sperimentazione ed è al momento sottoposto al sistema di approvazione dell’Oms.
Le difficoltà nell’ottenere vaccini contro la malaria includono i costi di sviluppo e la natura temporanea dell’immunità data dalle vaccinazioni. Un vaccino sarà testato in Kenya e in altri due paesi africani il prossimo anno.
Fonte: The Post Internazionale
domenica 20 agosto 2017
Migliaia di persone hanno manifestato contro l’estrema destra a Boston
La tensione nel paese resta alta dopo le violenze a Charlottesville, in Virginia, della settimana scorsa, in cui una donna è rimasta uccisa, investita da un manifestante suprematista
Decine di migliaia di manifestanti anti-razzisti hanno marciato per opporsi alla manifestazione “Free Speech” di Boston, organizzata dall’estrema destra.
La tensione nel paese resta alta dopo le violenze a Charlottesville, in Virginia, della settimana scorsa, in cui una donna è rimasta uccisa, investita da un manifestante suprematista.
Il Boston Herald ha riferito che hanno preso parte alla marcia almeno 30mila persone.
Centinaia di poliziotti sono stati dispiegati per placare gli scontri che sono scoppiati più tardi tra alcuni poliziotti e i manifestanti. Sono state arrestate 33 persone.
I manifestanti anti-razzisti portavano con sé adesivi raffiguranti il volto della 32enne Heather Heyer, morta investita da un’auto a Charlottesville.
“È ora di fare qualcosa, siamo qui per unirci a coloro che resistono”, ha detto Katie Zipps.
La folla cantava: “Nessun nazista, nessun KKK, nessun fascista negli Stati Uniti!”, mostrando slogan come “Smettetela di spacciare il vostro razzismo per patriottismo”.
Il sindaco di Boston Marty Walsh ha ringraziato i contro-manifestanti, che hanno marciato per “per condividere il messaggio dell’amore, non dell’odio” e che hanno “combattuto contro i suprematisti bianchi e i nazisti che stanno arrivando nella nostra città”, ha detto.
Gli organizzatori della marcia “Free Speech” hanno affermato che è stato un errore paragonare la manifestazione di Boston a quella violenta di Charlottesville.
“Noi sosteniamo che ogni individuo ha diritto alla propria libertà di parola e difendiamo tale diritto umano fondamentale, non offriremo la nostra piattaforma al razzismo o al fanatismo”, ha scritto il gruppo su una pagina Facebook dedicata all’evento. “Denunziamo la politica della supremazia e della violenza”.
Alcuni degli speaker della marcia sono associati all’estrema destra.
Fonte: The Post Internazionale
Decine di migliaia di manifestanti anti-razzisti hanno marciato per opporsi alla manifestazione “Free Speech” di Boston, organizzata dall’estrema destra.
La tensione nel paese resta alta dopo le violenze a Charlottesville, in Virginia, della settimana scorsa, in cui una donna è rimasta uccisa, investita da un manifestante suprematista.
Il Boston Herald ha riferito che hanno preso parte alla marcia almeno 30mila persone.
Centinaia di poliziotti sono stati dispiegati per placare gli scontri che sono scoppiati più tardi tra alcuni poliziotti e i manifestanti. Sono state arrestate 33 persone.
I manifestanti anti-razzisti portavano con sé adesivi raffiguranti il volto della 32enne Heather Heyer, morta investita da un’auto a Charlottesville.
“È ora di fare qualcosa, siamo qui per unirci a coloro che resistono”, ha detto Katie Zipps.
La folla cantava: “Nessun nazista, nessun KKK, nessun fascista negli Stati Uniti!”, mostrando slogan come “Smettetela di spacciare il vostro razzismo per patriottismo”.
Il sindaco di Boston Marty Walsh ha ringraziato i contro-manifestanti, che hanno marciato per “per condividere il messaggio dell’amore, non dell’odio” e che hanno “combattuto contro i suprematisti bianchi e i nazisti che stanno arrivando nella nostra città”, ha detto.
Gli organizzatori della marcia “Free Speech” hanno affermato che è stato un errore paragonare la manifestazione di Boston a quella violenta di Charlottesville.
“Noi sosteniamo che ogni individuo ha diritto alla propria libertà di parola e difendiamo tale diritto umano fondamentale, non offriremo la nostra piattaforma al razzismo o al fanatismo”, ha scritto il gruppo su una pagina Facebook dedicata all’evento. “Denunziamo la politica della supremazia e della violenza”.
Alcuni degli speaker della marcia sono associati all’estrema destra.
Fonte: The Post Internazionale
domenica 13 agosto 2017
Una donna è morta dopo che un’auto ha investito un corteo antirazzista negli Stati Uniti
La vicenda è avvenuta a Charlottesville, in Virginia dopo che alcuni suprematisti bianchi avevano marciato in città contro la rimozione di una statua del generale Lee da un parco pubblico
Una dimostrante è morta e almeno trenta persone sono rimaste ferite a Charlottesville, in Virginia, sulla costa est degli Stati Uniti, dopo che un’auto guidata da un suprematista bianco ha investito un corteo antirazzista in città.
La vittima si chiama Heather Heyer, aveva 32 anni ed era un’assistente legale di Green County, in Virginia e stava marciando contro la presenza dei razzisti a Charlottesville. “Se non sei arrabbiato, non stai prestando attenzione”, aveva scritto su Facebook in relazione alla manifestazione razzista in corso in città.
L’uomo alla guida dell’auto è stato invece arrestato e identificato dopo che ha tentato la fuga a bordo dello stesso veicolo. Si tratta di James Alex Fields Jr, un ventunenne suprematista bianco, residente a Maumee, in Ohio, negli Stati Uniti centrali.
La vicenda fa seguito agli scontri avvenuti nella notte tra i manifestanti del corteo e alcuni gruppi neonazisti che avevano sfilato il giorno prima per le strade di Charlottesville per protestare contro la rimozione di una statua del generale confederato Robert Edward Lee da un parco pubblico.
La decisione di rimuovere il monumento in memoria del comandante militare della confederazione schiavista durante la guerra civile americana aveva scatenato le ire dei gruppi razzisti e nazisti in tutti gli Stati Uniti.
I manifestanti avevano marciato con alcune torce in mano urlando cori tra cui “white lives matter” (“la vita dei bianchi conta”), in contrapposizione al movimento antirazzista “black lives matter”(“la vita dei neri conta”) e “gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.
“Sono morte delle persone, chiedo a tutti di andare a casa”, ha detto Michael Signer, sindaco di Charlottesville, che aveva già condannato la sfilata razzista in città e che, insieme al consiglio comunale locale, ha proclamato il coprifuoco.
Terry McAuliffe, governatore dello stato della Virginia, ha poi proclamato lo stato di emergenza in città, allertando la guardia nazionale e invitando i suprematisti ad andarsene. “Nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia, andatevene, non c’è posto per voi qui”.
Oltre l’attacco di Field al corteo, si è anche verificato un incidente collegato alle proteste. Un elicottero della polizia infatti, che stava pattugliando la zona, è precipitato e i due agenti a bordo sono morti sul colpo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato l’accaduto, con una dichiarazione pubblicata su Twitter.
“Non c’è posto per questo tipo di violenza in America”, ha scritto Trump. “Dobbiamo essere tutti uniti e condannare l’odio”, invitando poi la nazione a unirsi.
In una dichiarazione andata in onda sull’emittente televisiva statunitense NBC, il presidente ha poi ribadito la sua condanna dei fatti di Charlottesville, attirandosi però le critiche dei democratici perché ha evitato di nominare i neonazisti e i suprematisti bianchi.
“Condanniamo nel modo più forte possibile questa deprecabile manifestazione di odio, intolleranza e violenza, da qualunque parte provenga”, ha infatti detto Trump.
Il senatore democratico Bernie Sanders, nonché candidato alle primarie del partito contro Hillary Clinton, ha così invitato il presidente a non nascondere i veri autori dell’attacco.
“Questo è un tentativo provocatorio dei neonazisti di fomentare il razzismo e l’odio e di creare violenza”, scritto Sanders su Twitter. “Lo definisca per quello che è”, ha poi aggiunto, rivolgendosi al presidente Trump.
Fonte: The Post Internazionale
Credit: Reuters
Una dimostrante è morta e almeno trenta persone sono rimaste ferite a Charlottesville, in Virginia, sulla costa est degli Stati Uniti, dopo che un’auto guidata da un suprematista bianco ha investito un corteo antirazzista in città.
La vittima si chiama Heather Heyer, aveva 32 anni ed era un’assistente legale di Green County, in Virginia e stava marciando contro la presenza dei razzisti a Charlottesville. “Se non sei arrabbiato, non stai prestando attenzione”, aveva scritto su Facebook in relazione alla manifestazione razzista in corso in città.
L’uomo alla guida dell’auto è stato invece arrestato e identificato dopo che ha tentato la fuga a bordo dello stesso veicolo. Si tratta di James Alex Fields Jr, un ventunenne suprematista bianco, residente a Maumee, in Ohio, negli Stati Uniti centrali.
La vicenda fa seguito agli scontri avvenuti nella notte tra i manifestanti del corteo e alcuni gruppi neonazisti che avevano sfilato il giorno prima per le strade di Charlottesville per protestare contro la rimozione di una statua del generale confederato Robert Edward Lee da un parco pubblico.
La decisione di rimuovere il monumento in memoria del comandante militare della confederazione schiavista durante la guerra civile americana aveva scatenato le ire dei gruppi razzisti e nazisti in tutti gli Stati Uniti.
I manifestanti avevano marciato con alcune torce in mano urlando cori tra cui “white lives matter” (“la vita dei bianchi conta”), in contrapposizione al movimento antirazzista “black lives matter”(“la vita dei neri conta”) e “gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.
“Sono morte delle persone, chiedo a tutti di andare a casa”, ha detto Michael Signer, sindaco di Charlottesville, che aveva già condannato la sfilata razzista in città e che, insieme al consiglio comunale locale, ha proclamato il coprifuoco.
Terry McAuliffe, governatore dello stato della Virginia, ha poi proclamato lo stato di emergenza in città, allertando la guardia nazionale e invitando i suprematisti ad andarsene. “Nazisti e suprematisti bianchi non sono i benvenuti in Virginia, andatevene, non c’è posto per voi qui”.
Oltre l’attacco di Field al corteo, si è anche verificato un incidente collegato alle proteste. Un elicottero della polizia infatti, che stava pattugliando la zona, è precipitato e i due agenti a bordo sono morti sul colpo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato l’accaduto, con una dichiarazione pubblicata su Twitter.
We ALL must be united & condemn all that hate stands for. There is no place for this kind of violence in America. Lets come together as one!— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 12 agosto 2017
“Non c’è posto per questo tipo di violenza in America”, ha scritto Trump. “Dobbiamo essere tutti uniti e condannare l’odio”, invitando poi la nazione a unirsi.
In una dichiarazione andata in onda sull’emittente televisiva statunitense NBC, il presidente ha poi ribadito la sua condanna dei fatti di Charlottesville, attirandosi però le critiche dei democratici perché ha evitato di nominare i neonazisti e i suprematisti bianchi.
“Condanniamo nel modo più forte possibile questa deprecabile manifestazione di odio, intolleranza e violenza, da qualunque parte provenga”, ha infatti detto Trump.
No, Mr. President. This is a provocative effort by Neo-Nazis to foment racism and hatred and create violence. Call it out for what it is. https://t.co/WibPqkLsLa— Bernie Sanders (@SenSanders) 12 agosto 2017
Il senatore democratico Bernie Sanders, nonché candidato alle primarie del partito contro Hillary Clinton, ha così invitato il presidente a non nascondere i veri autori dell’attacco.
“Questo è un tentativo provocatorio dei neonazisti di fomentare il razzismo e l’odio e di creare violenza”, scritto Sanders su Twitter. “Lo definisca per quello che è”, ha poi aggiunto, rivolgendosi al presidente Trump.
Fonte: The Post Internazionale
martedì 21 marzo 2017
I venti minuti di razzismo e sessismo andati in onda su Rai Uno
Alla Vita in diretta, condotta da Paola Perego, è stato presentato il 18 marzo un servizio dal titolo “La minaccia arriva dall'est. Gli uomini preferiscono le straniere”
Il 18 marzo su Rai Uno sono andati in onda 20 minuti di siparietto in cui si faceva fatica a capire se indignarsi per il sessismo, per il razzismo, per la tristezza del dibattito, o per tutte e tre le cose insieme.
Un'ondata di sdegno in rete si è riversata sul programma Parliamone sabato, rubrica della Vita in diretta, condotta da Paola Perego, dove è stato presentato un servizio dal titolo: “La minaccia arriva dall'est. Gli uomini preferiscono le straniere”. Con un sottotitolo ancora più bello: “Sono rubamariti o mogli perfette?”.
In studio, protagonisti dell'infelice dibattito c'erano la conduttrice Marta Flavi, il direttore di Novella 2000 Roberto Alessi, l'ex Miss Italia Manila Nazzaro, l'attore Fabio Testi, una ragazza origine ucraina di nome Marina e una coppia formata da un uomo di Savona e una donna siberiana.
Il primo commento è per il fisico: quelle dell'est, sono tutte belle e dal corpo statuario.
“Sono geneticamente modificate”, dice la Perego, iniziando a leggere i motivi per cui gli uomini sarebbero portati a scegliere una donna dell'est.
1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo.
2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni.
3) Perdonano il tradimento.
4) Sono disposte a far comandare il loro uomo.
5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa.
6) Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio.
E lì si apre un acceso dibattito tra gli ospiti in sala, che rivolgono le domande alle donne dell'est presenti in studio. È vero che in casa non usate mai i piagiamoni? È vero che perdonate il tradimento?
“Se per caso l'uomo italiano ha qualche difficoltà nell'approccio finale con la donna, la brutta figura la fa l'uomo”, commenta Fabio Testi, tra le risate in studio e gli applausi. “Mentre se una donna russa vede che l'uomo non riesce a ottenere l'orgasmo, è lei che si sente in colpa. La femminilità esce in un altro modo.
“Alla fine te la sei sposata italiana no?”, chiede Manila Nazzaro con aria di compiacimento a Testi, difendendo la femmina di pura razza italiana.
Altro momento di grande spessore è il servizio che va in onda sulle agenzie che si occupano di far incontrare il maschio italiano e la donna dell'est, tramite un sito su cui sono caricate le schede con le caratteristiche delle donne, con tanto di descrizione fisica, segno zodiacale e lingue parlate.
Si torna in studio, e alla domanda “È vero che deve essere l'uomo a comandare?”, le due donne ucraine e siberiane rispondono di sì, che ci deve essere rispetto, ma è l'uomo a comandare.
A quel punto Perego mette in scena un altro siparietto, e fa finta di alzarsi e andare via dallo studio sdegnata da questa frase, come se la cornice in cui quella risposta era inserita fosse più edificante.
Il dibattito continua, fino alle domande conclusiva. La prima rivolta alla miss italiana: “Perché meglio le donne italiane?”. L'altra rivolta alle due donne ucraine e russe: “Perché meglio le donne dell'est?”.
Tanto allucinante è il dibattito che non si fa in tempo a essere basiti per il sessismo trasudante che un minuto dopo ci si ritrova a indignarsi per tanto razzismo.
Forse vale la pena ricordare che questa trasmissione è andata in onda non in uno squallido salotto di una tv locale ma su Rai Uno, in una rubrica della Vita in diretta.
Letteralmente sommersi dalle critiche in rete, i responsabili del canale televisivo hanno ammesso l'errore. “Gli errori vanno riconosciuti sempre, senza se e senza ma. Chiedo scusa a tutti per quanto visto e sentito a #Parliamonesabato”, ha twittato il direttore di Rai Uno, Andrea Fabiano.
Fonte: The Post Internazionale
I motivi per cui gli uomini sarebbero portati a scegliere una donna dell'est
Il 18 marzo su Rai Uno sono andati in onda 20 minuti di siparietto in cui si faceva fatica a capire se indignarsi per il sessismo, per il razzismo, per la tristezza del dibattito, o per tutte e tre le cose insieme.
Un'ondata di sdegno in rete si è riversata sul programma Parliamone sabato, rubrica della Vita in diretta, condotta da Paola Perego, dove è stato presentato un servizio dal titolo: “La minaccia arriva dall'est. Gli uomini preferiscono le straniere”. Con un sottotitolo ancora più bello: “Sono rubamariti o mogli perfette?”.
In studio, protagonisti dell'infelice dibattito c'erano la conduttrice Marta Flavi, il direttore di Novella 2000 Roberto Alessi, l'ex Miss Italia Manila Nazzaro, l'attore Fabio Testi, una ragazza origine ucraina di nome Marina e una coppia formata da un uomo di Savona e una donna siberiana.
Il primo commento è per il fisico: quelle dell'est, sono tutte belle e dal corpo statuario.
“Sono geneticamente modificate”, dice la Perego, iniziando a leggere i motivi per cui gli uomini sarebbero portati a scegliere una donna dell'est.
1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo.
2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni.
3) Perdonano il tradimento.
4) Sono disposte a far comandare il loro uomo.
5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa.
6) Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio.
E lì si apre un acceso dibattito tra gli ospiti in sala, che rivolgono le domande alle donne dell'est presenti in studio. È vero che in casa non usate mai i piagiamoni? È vero che perdonate il tradimento?
“Se per caso l'uomo italiano ha qualche difficoltà nell'approccio finale con la donna, la brutta figura la fa l'uomo”, commenta Fabio Testi, tra le risate in studio e gli applausi. “Mentre se una donna russa vede che l'uomo non riesce a ottenere l'orgasmo, è lei che si sente in colpa. La femminilità esce in un altro modo.
“Alla fine te la sei sposata italiana no?”, chiede Manila Nazzaro con aria di compiacimento a Testi, difendendo la femmina di pura razza italiana.
Altro momento di grande spessore è il servizio che va in onda sulle agenzie che si occupano di far incontrare il maschio italiano e la donna dell'est, tramite un sito su cui sono caricate le schede con le caratteristiche delle donne, con tanto di descrizione fisica, segno zodiacale e lingue parlate.
Si torna in studio, e alla domanda “È vero che deve essere l'uomo a comandare?”, le due donne ucraine e siberiane rispondono di sì, che ci deve essere rispetto, ma è l'uomo a comandare.
A quel punto Perego mette in scena un altro siparietto, e fa finta di alzarsi e andare via dallo studio sdegnata da questa frase, come se la cornice in cui quella risposta era inserita fosse più edificante.
Il dibattito continua, fino alle domande conclusiva. La prima rivolta alla miss italiana: “Perché meglio le donne italiane?”. L'altra rivolta alle due donne ucraine e russe: “Perché meglio le donne dell'est?”.
Tanto allucinante è il dibattito che non si fa in tempo a essere basiti per il sessismo trasudante che un minuto dopo ci si ritrova a indignarsi per tanto razzismo.
Forse vale la pena ricordare che questa trasmissione è andata in onda non in uno squallido salotto di una tv locale ma su Rai Uno, in una rubrica della Vita in diretta.
Letteralmente sommersi dalle critiche in rete, i responsabili del canale televisivo hanno ammesso l'errore. “Gli errori vanno riconosciuti sempre, senza se e senza ma. Chiedo scusa a tutti per quanto visto e sentito a #Parliamonesabato”, ha twittato il direttore di Rai Uno, Andrea Fabiano.
Fonte: The Post Internazionale
venerdì 10 febbraio 2017
Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle Foibe
Oggi, 10 febbraio, si celebra il Giorno del ricordo, una solennità civile nazionale italiana, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 in onore delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Tale legge è stata approvata «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Non possiamo dimenticare un'altra brutta pagina della nostra storia.
Per approfondire: Massacri delle foibe (da Wikipedia)
Ancora scontri nelle banlieue parigine, 25 arresti
Altra notte di tafferugli nei sobborghi della capitale francese dopo l'aggressione di un giovane da parte di quattro agenti
Resta alta la tensione nelle banlieue parigine dopo le accuse di violenza alla polizia nei confronti di Théo, il ragazzo di colore 22enne picchiato da quattro agenti nel sobborgo di Aulnay-sous-Bois il 3 febbraio.
Secondo quanto riportato dal sito del settimanale francese l’Express, la notte tra il 9 e il 10 febbraio le forze dell’ordine sono dovute intervenire sia a Aulnay-sous-Bois sia nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, a seguito di tafferugli e auto incendiate. La polizia ha fermato in tutto 25 persone.
Dalla sera del 3 febbraio, nonostante gli appelli alla calma lanciati dal presidente francese Hollande e dallo stesso Théo, i disordini nelle banlieue si sono ripetuti ogni notte. Il giovane di colore resta intanto ricoverato in ospedale, mentre continua l’indagine sui quattro agenti. Uno di loro, oltre che di violenza di gruppo, è accusato di aver violentato il 22enne.
Fonte: The Post Internazionale
Gendarmerie in pattugliamento a Seine-Saint-Denis, banlieue parigina
Resta alta la tensione nelle banlieue parigine dopo le accuse di violenza alla polizia nei confronti di Théo, il ragazzo di colore 22enne picchiato da quattro agenti nel sobborgo di Aulnay-sous-Bois il 3 febbraio.
Secondo quanto riportato dal sito del settimanale francese l’Express, la notte tra il 9 e il 10 febbraio le forze dell’ordine sono dovute intervenire sia a Aulnay-sous-Bois sia nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, a seguito di tafferugli e auto incendiate. La polizia ha fermato in tutto 25 persone.
Dalla sera del 3 febbraio, nonostante gli appelli alla calma lanciati dal presidente francese Hollande e dallo stesso Théo, i disordini nelle banlieue si sono ripetuti ogni notte. Il giovane di colore resta intanto ricoverato in ospedale, mentre continua l’indagine sui quattro agenti. Uno di loro, oltre che di violenza di gruppo, è accusato di aver violentato il 22enne.
Fonte: The Post Internazionale
venerdì 27 gennaio 2017
27 gennaio: giornata della Memoria. Per non dimenticare...
Oggi è la giornata della Memoria, per commemorare le vittime del nazismo e del fascismo, dell'Olocausto. Il 27 gennaio del 1945 furono aperti i cancelli della città polacca di Auschwitz e fu svelato l'orrore del campo di sterminio, delle deportazioni, del genocidio nazista che causò la morte di milioni di persone, soprattutto ebrei. Ricordare la Shoah, conservare nel tempo la memoria di un periodo nero della nostra storia, per non dimenticare l'orrore e le vittime.
giovedì 26 gennaio 2017
Raid della polizia tedesca contro estremisti di destra
Il gruppo Reichsbuerger, nostalgico della Germania nazista, è sospettato di voler compiere attacchi contro forze dell'ordine, richiedenti asilo ed ebrei
La polizia tedesca ha compiuto mercoledì 25 gennaio 2017 un’operazione volta a smantellare un gruppo estremista accusato di pianificare attacchi terroristici, come riporta Deutsche Welle.
Non si tratta di una cellula jihadista, bensì del gruppo di estrema destra Reichsbuerger che è sospettato di voler compiere attentati contro la polizia, i richiedenti asilo e gli ebrei. Come il nome suggerisce, i cittadini del Reich sono un gruppo di nostalgici della Germania nazista anti semiti e nazionalisti.
Circa 200 agenti hanno partecipato a una serie di raid: dodici appartamenti sono stati perquisiti a Baden-Wuerttemberg, Berlino, Brandeburgo, Bassa Sassonia, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt.
L’obiettivo dell’operazione erano sei persone accusate di essere i fondatori del gruppo, ma non sono emerse informazioni relativi a eventuali arresti. “L’obiettivo delle perquisizioni era quello di ottenere ulteriori prove della creazione di un gruppo e dei suoi presunti piani criminali”, hanno dichiarato gli inquirenti, i quali non avrebbero però trovato alcuna evidenza concreta.
Fonte: The Post Internazionale
La polizia tedesca ha perquisito 12 appartamenti legati ai sei presunti fondatori del gruppo estremista. Credit: Michaela Rehle
La polizia tedesca ha compiuto mercoledì 25 gennaio 2017 un’operazione volta a smantellare un gruppo estremista accusato di pianificare attacchi terroristici, come riporta Deutsche Welle.
Non si tratta di una cellula jihadista, bensì del gruppo di estrema destra Reichsbuerger che è sospettato di voler compiere attentati contro la polizia, i richiedenti asilo e gli ebrei. Come il nome suggerisce, i cittadini del Reich sono un gruppo di nostalgici della Germania nazista anti semiti e nazionalisti.
Circa 200 agenti hanno partecipato a una serie di raid: dodici appartamenti sono stati perquisiti a Baden-Wuerttemberg, Berlino, Brandeburgo, Bassa Sassonia, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt.
L’obiettivo dell’operazione erano sei persone accusate di essere i fondatori del gruppo, ma non sono emerse informazioni relativi a eventuali arresti. “L’obiettivo delle perquisizioni era quello di ottenere ulteriori prove della creazione di un gruppo e dei suoi presunti piani criminali”, hanno dichiarato gli inquirenti, i quali non avrebbero però trovato alcuna evidenza concreta.
Fonte: The Post Internazionale
martedì 17 gennaio 2017
Il Partito Nazionaldemocratico di Germania non sarà sciolto
La Corte Costituzionale tedesca ha respinto la richiesta di mettere al bando un movimento politico neonazista perché non è un "potenziale pericolo per la democrazia"
La Corte Costituzionale della Germania ha respinto la richiesta di messa al bando del Partito Nazionaldemocratico di Germania (NPD), un partito di estrema destra e spesso descritto dalla stampa tedesca come un’organizzazione neonazista. Secondo i giudici, il fatto che in più occasioni l’NPD si sia espresso contro la Costituzione tedesca non costituisce un potenziale pericolo per la democrazia. La decisione è stata accolta con delusione da buona parte degli esponenti del Bundesrat, la Camera alta del Parlamento tedesco, che aveva presentato la mozione per mettere al bando l’NPD. Il Bundesrat è l’unico organo federale che può chiedere di bandire un partito politico e solo la Corte Costituzionale ha il potere per imporne lo scioglimento, a patto che due terzi dei giudici che la compongono siano d’accordo.
Dopo un ampio dibattito parlamentare, il Bundesrat era arrivato alla conclusione che l’NPD fosse una minaccia per la democrazia tedesca. La prima udienza per analizzare il caso si era svolta a marzo del 2016. Il Parlamento tedesco, insieme con il governo, aveva già provato a far sciogliere il partito nel 2001. All’epoca la Corte Costituzionale rigettò la richiesta perché emersero notizie sull’infiltrazione dei servizi segreti nell’NPD fino alla dirigenza del partito: lo Stato poteva avere influenzato l’NPD al punto da modificare l’eventuale sentenza della Corte, e per questo i giudici si erano rifiutati di procedere contro l’NPD. La nuova richiesta di esame presso la Corte era stata poi presentata sostenendo che attualmente nell’NPD non ci siano più infiltrati dei servizi segreti, cosa che secondo l’avvocato difensore del partito non corrisponde al vero.
L’NPD conta poco più di 6mila iscritti e non è mai entrato nel Parlamento tedesco, perché alle elezioni non ha mai superato la soglia di sbarramento del 5 per cento. Alle ultime elezioni politiche federali ha ottenuto l’1,3 per cento, mentre spesso riesce ad andare meglio in ambito locale, facendo eleggere diversi suoi rappresentanti nei consigli comunali. L’NPD ha anche un seggio nel Parlamento europeo: il suo rappresentante è l’ex leader del partito Udo Voigt, che nel 2004 è stato condannato per aver elogiato il nazismo dicendo che Adolf Hitler era stato “un grande statista”.
Il Partito Nazionaldemocratico di Germania (NPD) è stato fondato nel 1964 ed è considerato il successore del Partito Socialista del Reich, di orientamento apertamente neonazista e messo al bando nel 1952 dalla Corte Costituzionale, in quella che all’epoca era la Germania Ovest. Quattro anni dopo la Corte aveva messo al bando anche il Partito Comunista di Germania, che nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR, la Germania Est) si era fuso con il Partito di Unità Socialista di Germania. Dopo il 1956 nessun altro partito tedesco è stato dichiarato illegale.
Oltre a essere considerato vicino al neonazismo, l’NPD ha da sempre posizioni xenofobe e contrarie all’accoglienza dei migranti, tema molto sentito in Germania dove il governo Merkel ha promosso una politica dell’accoglienza piuttosto aperta. L’NPD ha organizzato numerose manifestazioni e proteste contro il governo e la presenza di stranieri nel paese. Diversi suoi esponenti sono stati accusati di avere organizzato attacchi violenti contro i centri di accoglienza per i richiedenti asilo.
Nel caso in cui la Corte Costituzionale avesse decretato lo scioglimento, tutte le risorse finanziarie dell’NPD sarebbero state confiscate e assunte dallo Stato. Eva Högl, capogruppo del Partito Socialdemocratico di Germania (SPD) ha detto di essere dispiaciuta per la decisione di oggi, ma ha promesso che l’impegno del partito contro le organizzazioni di estrema destra non si fermerà. Volker Beck, portavoce dei Verdi ha invece detto di comprendere le motivazioni della Corte: “L’NPD fa di tutto per minacciare il nostro ordine democratico, ed è sicuramente molesto con il suo modo di fare apertamente anticostituzionale. Ma non costituisce comunque un vero pericolo per le nostre leggi e la nostra democrazia”.
L’NPD non è comunque l’unico partito tedesco di estrema destra: ci sono diversi altri movimenti che condividono le medesime posizioni, con consensi ancora più marginali e non sempre con posizioni riconducibili al neonazismo. I Repubblicani sono un partito nazionalista e nazionalconservatore populista fondato a Monaco nei primi anni Ottanta e ha tra i primi punti del suo programma la lotta all’immigrazione. Il movimento Pegida (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente), fondato a Dresda nel 2011, è apertamente antislamista.
Il partito di destra e populista di maggior successo resta comunque Alternativa per la Germania (AfD), con un programma anti-islam e contro l’immigrazione. Alle ultime elezioni europee ha ottenuto due seggi al Parlamento europeo, ma è nei Parlamenti dei Länder che gode di un discreto seguito, con 145 seggi sui 1857 complessivamente disponibili nelle varie camere. AfD conta circa 20mila iscritti. Alle ultime elezioni locali, nel settembre del 2016, l’AfD ha sfruttato le preoccupazioni di parte dell’elettorato, che sta abbandonando i partiti più grandi e storici della Germania, per seguire il primo partito di destra che sta riuscendo a radicarsi in Germania dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il partito si è formato nel 2013 ma ha ottenuto diversi buoni risultati alle precedenti elezioni regionali. L’AfD non ha comunque raggiunto il 24 per cento ottenuto a marzo 2016 nelle elezioni della Sassonia-Anhalt. Inoltre ha sottratto diversi voti all’NPD, che non ha superato il 5 per cento e non è quindi rappresentato nel Parlamento del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Secondo i sondaggi, l’AfD potrebbe superare la soglia di sbarramento e ottenere qualche seggio nel Parlamento federale alle prossime elezioni politiche, che si svolgeranno in autunno.
Fonte: Il Post
(Uli Deck/picture-alliance/dpa/AP Images)
La Corte Costituzionale della Germania ha respinto la richiesta di messa al bando del Partito Nazionaldemocratico di Germania (NPD), un partito di estrema destra e spesso descritto dalla stampa tedesca come un’organizzazione neonazista. Secondo i giudici, il fatto che in più occasioni l’NPD si sia espresso contro la Costituzione tedesca non costituisce un potenziale pericolo per la democrazia. La decisione è stata accolta con delusione da buona parte degli esponenti del Bundesrat, la Camera alta del Parlamento tedesco, che aveva presentato la mozione per mettere al bando l’NPD. Il Bundesrat è l’unico organo federale che può chiedere di bandire un partito politico e solo la Corte Costituzionale ha il potere per imporne lo scioglimento, a patto che due terzi dei giudici che la compongono siano d’accordo.
Dopo un ampio dibattito parlamentare, il Bundesrat era arrivato alla conclusione che l’NPD fosse una minaccia per la democrazia tedesca. La prima udienza per analizzare il caso si era svolta a marzo del 2016. Il Parlamento tedesco, insieme con il governo, aveva già provato a far sciogliere il partito nel 2001. All’epoca la Corte Costituzionale rigettò la richiesta perché emersero notizie sull’infiltrazione dei servizi segreti nell’NPD fino alla dirigenza del partito: lo Stato poteva avere influenzato l’NPD al punto da modificare l’eventuale sentenza della Corte, e per questo i giudici si erano rifiutati di procedere contro l’NPD. La nuova richiesta di esame presso la Corte era stata poi presentata sostenendo che attualmente nell’NPD non ci siano più infiltrati dei servizi segreti, cosa che secondo l’avvocato difensore del partito non corrisponde al vero.
L’NPD conta poco più di 6mila iscritti e non è mai entrato nel Parlamento tedesco, perché alle elezioni non ha mai superato la soglia di sbarramento del 5 per cento. Alle ultime elezioni politiche federali ha ottenuto l’1,3 per cento, mentre spesso riesce ad andare meglio in ambito locale, facendo eleggere diversi suoi rappresentanti nei consigli comunali. L’NPD ha anche un seggio nel Parlamento europeo: il suo rappresentante è l’ex leader del partito Udo Voigt, che nel 2004 è stato condannato per aver elogiato il nazismo dicendo che Adolf Hitler era stato “un grande statista”.
Il Partito Nazionaldemocratico di Germania (NPD) è stato fondato nel 1964 ed è considerato il successore del Partito Socialista del Reich, di orientamento apertamente neonazista e messo al bando nel 1952 dalla Corte Costituzionale, in quella che all’epoca era la Germania Ovest. Quattro anni dopo la Corte aveva messo al bando anche il Partito Comunista di Germania, che nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR, la Germania Est) si era fuso con il Partito di Unità Socialista di Germania. Dopo il 1956 nessun altro partito tedesco è stato dichiarato illegale.
Oltre a essere considerato vicino al neonazismo, l’NPD ha da sempre posizioni xenofobe e contrarie all’accoglienza dei migranti, tema molto sentito in Germania dove il governo Merkel ha promosso una politica dell’accoglienza piuttosto aperta. L’NPD ha organizzato numerose manifestazioni e proteste contro il governo e la presenza di stranieri nel paese. Diversi suoi esponenti sono stati accusati di avere organizzato attacchi violenti contro i centri di accoglienza per i richiedenti asilo.
Nel caso in cui la Corte Costituzionale avesse decretato lo scioglimento, tutte le risorse finanziarie dell’NPD sarebbero state confiscate e assunte dallo Stato. Eva Högl, capogruppo del Partito Socialdemocratico di Germania (SPD) ha detto di essere dispiaciuta per la decisione di oggi, ma ha promesso che l’impegno del partito contro le organizzazioni di estrema destra non si fermerà. Volker Beck, portavoce dei Verdi ha invece detto di comprendere le motivazioni della Corte: “L’NPD fa di tutto per minacciare il nostro ordine democratico, ed è sicuramente molesto con il suo modo di fare apertamente anticostituzionale. Ma non costituisce comunque un vero pericolo per le nostre leggi e la nostra democrazia”.
L’NPD non è comunque l’unico partito tedesco di estrema destra: ci sono diversi altri movimenti che condividono le medesime posizioni, con consensi ancora più marginali e non sempre con posizioni riconducibili al neonazismo. I Repubblicani sono un partito nazionalista e nazionalconservatore populista fondato a Monaco nei primi anni Ottanta e ha tra i primi punti del suo programma la lotta all’immigrazione. Il movimento Pegida (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente), fondato a Dresda nel 2011, è apertamente antislamista.
Il partito di destra e populista di maggior successo resta comunque Alternativa per la Germania (AfD), con un programma anti-islam e contro l’immigrazione. Alle ultime elezioni europee ha ottenuto due seggi al Parlamento europeo, ma è nei Parlamenti dei Länder che gode di un discreto seguito, con 145 seggi sui 1857 complessivamente disponibili nelle varie camere. AfD conta circa 20mila iscritti. Alle ultime elezioni locali, nel settembre del 2016, l’AfD ha sfruttato le preoccupazioni di parte dell’elettorato, che sta abbandonando i partiti più grandi e storici della Germania, per seguire il primo partito di destra che sta riuscendo a radicarsi in Germania dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il partito si è formato nel 2013 ma ha ottenuto diversi buoni risultati alle precedenti elezioni regionali. L’AfD non ha comunque raggiunto il 24 per cento ottenuto a marzo 2016 nelle elezioni della Sassonia-Anhalt. Inoltre ha sottratto diversi voti all’NPD, che non ha superato il 5 per cento e non è quindi rappresentato nel Parlamento del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Secondo i sondaggi, l’AfD potrebbe superare la soglia di sbarramento e ottenere qualche seggio nel Parlamento federale alle prossime elezioni politiche, che si svolgeranno in autunno.
Fonte: Il Post
martedì 3 gennaio 2017
La bufala sulla meningite e gli immigrati
Risale allo scorso aprile ed è infondata, ma è tornata a circolare dopo un post su Facebook di Forza Nuova
Un post condiviso su Facebook dalla pagina ufficiale di Forza Nuova, un movimento politico neofascista, ha rilanciato negli ultimi giorni una discussione sgangherata sui legami tra la diffusione del batterio della meningite e le persone che arrivano dall’Africa. L’immagine poi è stata rimossa, ma mostrava una persona toccarsi le tempie ed era accompagnata dalla scritta “Meningite. Tutti sappiamo da dove arriva. Basta accoglienza killer”.
Il post si riferiva al presunto “allarme meningite”. Il post di Forza Nuova, oltre a generare ulteriore allarmismo, conteneva un’accusa razzista e infondata, perché sosteneva che la meningite fosse portata dai migranti che arrivano in Italia (addirittura, secondo l’immagine, questa origine della malattia era molto evidente: “tutti sappiamo da dove arriva”). Nei commenti su Facebook molti utenti hanno segnalato link di siti che hanno smentito queste teorie. Il post è stato segnalato come offensivo da molti utenti e ora è stato apparentemente rimosso, non è chiaro se da Facebook o dai gestori della pagina.
Quella ripresa dal post di Forza Nuova è una vecchia bufala, fatta circolare lo scorso aprile inizialmente da alcuni siti che pubblicano notizie false (spesso dai contenuti razzisti) che avevano interpretato in malafede un documento dell’ASL di Firenze. Adriano Lazzarin, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale San Raffaele di Milano, ha spiegato a Repubblica che non c’è nessun collegamento tra l’immigrazione e i casi di meningite in Italia: «Prima di tutto perché in Africa è diffuso il meningococco di tipo A, mentre da noi si sono verificati finora soltanto casi di infezione riconducibili ai ceppi B e C. Bisogna poi considerare che il meningococco non lo “importiamo” dall’Africa ma è già presente in Italia: secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel nostro paese ci sono tra i 5 e i 10 milioni di portatori sani di meningococco. Quindi è molto più probabile essere contagiati da un italiano piuttosto che da un migrante». Anche il medico Roberto Burioni, molto attivo su Facebook nella promozione dei vaccini, ha spiegato perché i migranti non c’entrano con i casi di meningite:
Molti medici hanno poi spiegato che non siamo in un momento emergenziale, per quanto riguarda la diffusione della meningite: nel 2016 ci sono stati 190 casi di meningite da meningococco, ha detto Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità, mentre nel 2015 erano stati 196. L’andamento è quindi stabile, ha spiegato Rezza: «In Italia non abbiamo un’emergenza meningite». Rezza ha precisato che è «innegabile che in tempo di globalizzazione i germi si muovono con gli uomini», ma ha detto che questo vale tanto per i viaggi dei migranti come per quelli dei cittadini italiani all’estero.
Fonte: Il Post
Un post condiviso su Facebook dalla pagina ufficiale di Forza Nuova, un movimento politico neofascista, ha rilanciato negli ultimi giorni una discussione sgangherata sui legami tra la diffusione del batterio della meningite e le persone che arrivano dall’Africa. L’immagine poi è stata rimossa, ma mostrava una persona toccarsi le tempie ed era accompagnata dalla scritta “Meningite. Tutti sappiamo da dove arriva. Basta accoglienza killer”.
Il post si riferiva al presunto “allarme meningite”. Il post di Forza Nuova, oltre a generare ulteriore allarmismo, conteneva un’accusa razzista e infondata, perché sosteneva che la meningite fosse portata dai migranti che arrivano in Italia (addirittura, secondo l’immagine, questa origine della malattia era molto evidente: “tutti sappiamo da dove arriva”). Nei commenti su Facebook molti utenti hanno segnalato link di siti che hanno smentito queste teorie. Il post è stato segnalato come offensivo da molti utenti e ora è stato apparentemente rimosso, non è chiaro se da Facebook o dai gestori della pagina.
Quella ripresa dal post di Forza Nuova è una vecchia bufala, fatta circolare lo scorso aprile inizialmente da alcuni siti che pubblicano notizie false (spesso dai contenuti razzisti) che avevano interpretato in malafede un documento dell’ASL di Firenze. Adriano Lazzarin, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale San Raffaele di Milano, ha spiegato a Repubblica che non c’è nessun collegamento tra l’immigrazione e i casi di meningite in Italia: «Prima di tutto perché in Africa è diffuso il meningococco di tipo A, mentre da noi si sono verificati finora soltanto casi di infezione riconducibili ai ceppi B e C. Bisogna poi considerare che il meningococco non lo “importiamo” dall’Africa ma è già presente in Italia: secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel nostro paese ci sono tra i 5 e i 10 milioni di portatori sani di meningococco. Quindi è molto più probabile essere contagiati da un italiano piuttosto che da un migrante». Anche il medico Roberto Burioni, molto attivo su Facebook nella promozione dei vaccini, ha spiegato perché i migranti non c’entrano con i casi di meningite:
Molti medici hanno poi spiegato che non siamo in un momento emergenziale, per quanto riguarda la diffusione della meningite: nel 2016 ci sono stati 190 casi di meningite da meningococco, ha detto Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità, mentre nel 2015 erano stati 196. L’andamento è quindi stabile, ha spiegato Rezza: «In Italia non abbiamo un’emergenza meningite». Rezza ha precisato che è «innegabile che in tempo di globalizzazione i germi si muovono con gli uomini», ma ha detto che questo vale tanto per i viaggi dei migranti come per quelli dei cittadini italiani all’estero.
Fonte: Il Post
giovedì 17 novembre 2016
Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false
Entrambe le società renderanno più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale
Facebook e Google si sono impegnate nella lotta contro le notizie false che circolano in rete, attraverso una nuova politica sulla pubblicità. Entrambe le società infatti hanno l'obiettivo di rendere più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale.
"Limiteremo la pubblicazione di annunci pubblicitari su pagine che travisano o nascondono informazioni sugli editori e sullo scopo principale della pagina web", ha detto un portavoce di Google a Reuters.
Non è ancora chiaro se Google abbia o meno la capacità di identificare correttamente tali siti. Lunedì 14 novembre, per alcune ore uno dei primi contenuti apparsi sul motore di ricerca digitando le parole "risultati elettorali definitivi", era di "70 news", e dava la notizia, falsa, secondo cui Donald Trump aveva vinto anche il voto popolare con un vantaggio di 700.000 voti. Si trattava chiaramente di una bufala dal momento che Clinton è in testa con un milione di voti, pur avendo perso le elezioni in termini di Grandi elettori, necessari per essere eletti presidenti.
Anche Facebook ha intrapreso la stessa via, vietando gli annunci pubblicitari su siti che mostrano contenuti "fuorvianti o illegali" e su siti di notizie false.
Facebook era stato accusato nei giorni successivi all’Election Day, di aver contribuito alla vittoria di Trump attraverso una serie di notizie false o manipolate che hanno influenzato il modo in cui ha votato l’elettorato americano. Secondo le accuse l'algoritmo di Facebook avrebbe promosso notizie bufale sui news feed di milioni di utenti. Secondo Buzzfeed circa 100 siti pro-Trump, che promuovevano notizie false, provenivano dalla stessa città nei Balcani.
Facebook si è ufficialmente difeso sostenendo di essere una fonte di informazione imparziale, tuttavia molti dirigenti hanno espresso preoccupazione per l’eccessiva diffusione di post e immagini razziste.
Tagliare gli introiti economici di tali siti, limitando la quantità di denaro ricavabile dalla pubblicità, può aiutare a limitarne la proliferazione. Ma Facebook si trova di fronte ad un altro problema: se gli utenti interagiscono più con le notizie false che con quelle vere, allora l'algoritmo di Facebook promuoverà maggiormente la notizia falsa. La lotta alla diffusione di notizie false è ancora aperta.
--- LEGGI ANCHE: Che ruolo ha avuto Facebook nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali
Fonte: The Post Internazionale
Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false. Credit: Reuters
Facebook e Google si sono impegnate nella lotta contro le notizie false che circolano in rete, attraverso una nuova politica sulla pubblicità. Entrambe le società infatti hanno l'obiettivo di rendere più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale.
"Limiteremo la pubblicazione di annunci pubblicitari su pagine che travisano o nascondono informazioni sugli editori e sullo scopo principale della pagina web", ha detto un portavoce di Google a Reuters.
Non è ancora chiaro se Google abbia o meno la capacità di identificare correttamente tali siti. Lunedì 14 novembre, per alcune ore uno dei primi contenuti apparsi sul motore di ricerca digitando le parole "risultati elettorali definitivi", era di "70 news", e dava la notizia, falsa, secondo cui Donald Trump aveva vinto anche il voto popolare con un vantaggio di 700.000 voti. Si trattava chiaramente di una bufala dal momento che Clinton è in testa con un milione di voti, pur avendo perso le elezioni in termini di Grandi elettori, necessari per essere eletti presidenti.
Anche Facebook ha intrapreso la stessa via, vietando gli annunci pubblicitari su siti che mostrano contenuti "fuorvianti o illegali" e su siti di notizie false.
Facebook era stato accusato nei giorni successivi all’Election Day, di aver contribuito alla vittoria di Trump attraverso una serie di notizie false o manipolate che hanno influenzato il modo in cui ha votato l’elettorato americano. Secondo le accuse l'algoritmo di Facebook avrebbe promosso notizie bufale sui news feed di milioni di utenti. Secondo Buzzfeed circa 100 siti pro-Trump, che promuovevano notizie false, provenivano dalla stessa città nei Balcani.
Facebook si è ufficialmente difeso sostenendo di essere una fonte di informazione imparziale, tuttavia molti dirigenti hanno espresso preoccupazione per l’eccessiva diffusione di post e immagini razziste.
Tagliare gli introiti economici di tali siti, limitando la quantità di denaro ricavabile dalla pubblicità, può aiutare a limitarne la proliferazione. Ma Facebook si trova di fronte ad un altro problema: se gli utenti interagiscono più con le notizie false che con quelle vere, allora l'algoritmo di Facebook promuoverà maggiormente la notizia falsa. La lotta alla diffusione di notizie false è ancora aperta.
--- LEGGI ANCHE: Che ruolo ha avuto Facebook nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali
Fonte: The Post Internazionale
mercoledì 26 ottobre 2016
Le barricate a Gorino contro i migranti
Un gruppo di cittadini ha bloccato le vie di accesso a un paese nel ferrarese per impedire l'arrivo di 12 donne e 8 bambini, da ospitare in un ostello in zona
Nella serata di lunedì 24 ottobre un gruppo di abitanti di Gorino, una frazione del comune di Goro nel ferrarese, ha bloccato le vie di accesso al paese con alcune barricate per impedire il passaggio a due pullman che trasportavano una ventina di profughi verso l’Ostello Amore-Natura, indicato dal prefetto di Ferrara per ospitarli nei prossimi mesi nell’ambito del programma di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale. Intorno alle barricate c’è stato qualche momento di tensione con le forze dell’ordine, intervenute per tenere sotto controllo la situazione, e dopo alcune ore le autorità hanno deciso di cambiare destinazione per le 12 donne e 8 bambini trasportati dai pullman, scegliendo un altro locale in un paese vicino. La vicenda di Goro sta facendo molto discutere perché si inserisce nel delicato tema dell’ospitalità per i migranti in Italia, già al centro di numerose polemiche nei mesi scorsi spesso anche a causa della disinformazione o di campagne politiche intransigenti, come quelle condotte da alcuni esponenti della Lega Nord.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in un’intervista registrata per la puntata di martedì sera del talk show Porta a Porta, ha detto: «Goro e Gorino è una vicenda molto difficile da giudicare: da un lato c’è comprensione, anche se non condivisione, nei confronti di una parte della popolazione molto stanca e preoccupata, dall’altra sono 12 donne e 8 bambini. Forse noi come Stato non siamo stati all’altezza, probabilmente da parte dello Stato andava gestita meglio, ma anche dal punto di vista del dialogo.Ma voglio essere chiaro l’Italia che conosco io, quando ci sono 11 donne e otto bambini si fa in quattro per risolvere il problema».
La Nuova Ferrara spiega che ieri notte i profughi sono rimasti bloccati per alcune ore a Bosco Mesola, a pochi chilometri da Gorino in attesa di ricevere l’autorizzazione per proseguire e raggiungere l’ostello. Intorno alla mezzanotte è stata comunicata la decisione sul cambio di destinazione, mentre continuava la protesta di alcuni cittadini sulle vie di accesso a Gorino. Per bloccarle sono stati utilizzati bancali e barili portati dal vicino porto di Goro.
Nel pomeriggio di lunedì erano iniziate le prime proteste dopo che si era diffusa la notizia sull’ordine di requisizione da parte del prefetto di Ferrara di alcune stanze dell’ostello Amore-Natura, per destinarle “all’ospitalità di richiedenti protezione internazionale, assegnati alla Prefettura di Ferrara”, con effetto immediato e fino al 28 febbraio 2017 o “fino a nuove esigenze”. Il documento definiva “urgente” l’intervento e di “preminente interesse pubblico”, ma alcuni cittadini del paese si sono opposti e hanno organizzato la protesta. Secondo alcune testimonianze raccolte dall’Estense, sono contrari all’utilizzo dell’ostello perché è l’unico bar rimasto in paese e uno dei punti di ritrovo per molti cittadini, non è però chiaro come la presenza di 12 donne e 8 bambini potesse incidere sulle possibilità di accesso e di utilizzo del bar da parte della popolazione.
Prima di rinunciare definitivamente alla sistemazione a Gorino, il comandante provinciale dei carabinieri, Andrea Desideri, e il vicequestore aggiunto Pietro Scroccarello, hanno raggiunto i punti in cui erano state costruite le barricate per raggiungere una mediazione. A quanto pare non ci sono state molte possibilità di dialogo e per evitare problemi di ordine pubblico si è deciso di dirottare i profughi in un’altra zona del ferrarese.
Fonte: Il Post
(Estense)
Nella serata di lunedì 24 ottobre un gruppo di abitanti di Gorino, una frazione del comune di Goro nel ferrarese, ha bloccato le vie di accesso al paese con alcune barricate per impedire il passaggio a due pullman che trasportavano una ventina di profughi verso l’Ostello Amore-Natura, indicato dal prefetto di Ferrara per ospitarli nei prossimi mesi nell’ambito del programma di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale. Intorno alle barricate c’è stato qualche momento di tensione con le forze dell’ordine, intervenute per tenere sotto controllo la situazione, e dopo alcune ore le autorità hanno deciso di cambiare destinazione per le 12 donne e 8 bambini trasportati dai pullman, scegliendo un altro locale in un paese vicino. La vicenda di Goro sta facendo molto discutere perché si inserisce nel delicato tema dell’ospitalità per i migranti in Italia, già al centro di numerose polemiche nei mesi scorsi spesso anche a causa della disinformazione o di campagne politiche intransigenti, come quelle condotte da alcuni esponenti della Lega Nord.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in un’intervista registrata per la puntata di martedì sera del talk show Porta a Porta, ha detto: «Goro e Gorino è una vicenda molto difficile da giudicare: da un lato c’è comprensione, anche se non condivisione, nei confronti di una parte della popolazione molto stanca e preoccupata, dall’altra sono 12 donne e 8 bambini. Forse noi come Stato non siamo stati all’altezza, probabilmente da parte dello Stato andava gestita meglio, ma anche dal punto di vista del dialogo.Ma voglio essere chiaro l’Italia che conosco io, quando ci sono 11 donne e otto bambini si fa in quattro per risolvere il problema».
La Nuova Ferrara spiega che ieri notte i profughi sono rimasti bloccati per alcune ore a Bosco Mesola, a pochi chilometri da Gorino in attesa di ricevere l’autorizzazione per proseguire e raggiungere l’ostello. Intorno alla mezzanotte è stata comunicata la decisione sul cambio di destinazione, mentre continuava la protesta di alcuni cittadini sulle vie di accesso a Gorino. Per bloccarle sono stati utilizzati bancali e barili portati dal vicino porto di Goro.
Nel pomeriggio di lunedì erano iniziate le prime proteste dopo che si era diffusa la notizia sull’ordine di requisizione da parte del prefetto di Ferrara di alcune stanze dell’ostello Amore-Natura, per destinarle “all’ospitalità di richiedenti protezione internazionale, assegnati alla Prefettura di Ferrara”, con effetto immediato e fino al 28 febbraio 2017 o “fino a nuove esigenze”. Il documento definiva “urgente” l’intervento e di “preminente interesse pubblico”, ma alcuni cittadini del paese si sono opposti e hanno organizzato la protesta. Secondo alcune testimonianze raccolte dall’Estense, sono contrari all’utilizzo dell’ostello perché è l’unico bar rimasto in paese e uno dei punti di ritrovo per molti cittadini, non è però chiaro come la presenza di 12 donne e 8 bambini potesse incidere sulle possibilità di accesso e di utilizzo del bar da parte della popolazione.
Prima di rinunciare definitivamente alla sistemazione a Gorino, il comandante provinciale dei carabinieri, Andrea Desideri, e il vicequestore aggiunto Pietro Scroccarello, hanno raggiunto i punti in cui erano state costruite le barricate per raggiungere una mediazione. A quanto pare non ci sono state molte possibilità di dialogo e per evitare problemi di ordine pubblico si è deciso di dirottare i profughi in un’altra zona del ferrarese.
Fonte: Il Post
lunedì 3 ottobre 2016
Il referendum sui migranti in Ungheria non raggiunge il quorum
L'affluenza alle urne non ha raggiunto il 50 per cento, ma quasi tutti coloro che si sono recati a votare hanno respinto le quote di ripartizione decise dall'Ue
Il referendum in Ungheria sulla ripartizione dei migranti nell'Unione europea non ha raggiunto il quorum del 50 per cento.
Ma il quadro della votazione tenuta domenica 2 ottobre, è molto chiaro. Quasi tutti gli elettori ungheresi che si sono recati alle urne hanno votato NO alle quote di ripartizione di migranti decise dall'Unione europea.
Secondo l’Ufficio elettorale nazionale, a scrutinio quasi terminato, il 98,3 per cento di coloro che hanno espresso una preferenza, si sono schierati al fianco del primo ministro Viktor Orban a sfidare Bruxelles.
Attaccato dalle opposizioni, il premier ha dichiarato che modificherà la costituzione per garantire che l'Unione europea non invii i migranti in Ungheria dopo il referendum.
"Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque. L'importante è che i NO siano maggioranza", aveva dichiarato il premier ungherese dopo essersi recato al seggio nel suo quartiere a Budapest.
Degli 8,26 milioni di aventi diritto, solo il 40 per cento, ossia circa 3,249 milioni di persone, si sono recati a votare. Nel 2004, quando si votava sull’accesso all’Unione europea, avevano partecipato 3,056 milioni di elettori.
Malgrado il referendum non abbia raggiunto il quorum e proprio come sostiene Orban, quindi, i risultati di questa domenica sono altamente significativi.
Come altri paesi ex comunisti del blocco dell’est europeo, l’Ungheria si oppone strenuamente alla politica dell’Ue di ripartire i richiedenti asilo tra i paesi membri, nonostante la quota assegnata a Budapest sia di meno di 1.300 persone.
Il governo di destra ungherese ha reagito all’afflusso dei migranti provenienti dai Balcani e diretti verso i paesi del nord Europa sigillando i suoi confini con filo spinato e migliaia di uomini dell’esercito e della polizia schierati lungo le frontiere meridionali.
L’Ungheria, con le sue radici cristiane, non intende accogliere i migranti musulmani che minerebbero la sicurezza del paese, sostiene Orban.
Inoltre, Budapest ritiene che la questione dell’immigrazione sia un affare interno dei singoli paesi membri dell’Ue e che non devono esserci ingerenze da parte di Bruxelles, contrariamente all’esigenza sottolineata dai leader di Germania e Italia rispetto alla collaborazione di tutta l’Europa nella gestione della cosiddetta crisi dei migranti.
Orban non si è attirato solo le critiche degli altri leader europei, ma anche dei gruppi in difesa dei diritti umani che ne hanno denunciato la retorica populista e demagogica a chiaro sfondo xenofobo e anti islamico.
Fonte: The Post Internazionale
Elettrici ungheresi si sono recate a votare il referendum sui migranti in abito tradizionale. Credit: Bernadett Szabo
Il referendum in Ungheria sulla ripartizione dei migranti nell'Unione europea non ha raggiunto il quorum del 50 per cento.
Ma il quadro della votazione tenuta domenica 2 ottobre, è molto chiaro. Quasi tutti gli elettori ungheresi che si sono recati alle urne hanno votato NO alle quote di ripartizione di migranti decise dall'Unione europea.
Secondo l’Ufficio elettorale nazionale, a scrutinio quasi terminato, il 98,3 per cento di coloro che hanno espresso una preferenza, si sono schierati al fianco del primo ministro Viktor Orban a sfidare Bruxelles.
Attaccato dalle opposizioni, il premier ha dichiarato che modificherà la costituzione per garantire che l'Unione europea non invii i migranti in Ungheria dopo il referendum.
"Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque. L'importante è che i NO siano maggioranza", aveva dichiarato il premier ungherese dopo essersi recato al seggio nel suo quartiere a Budapest.
Degli 8,26 milioni di aventi diritto, solo il 40 per cento, ossia circa 3,249 milioni di persone, si sono recati a votare. Nel 2004, quando si votava sull’accesso all’Unione europea, avevano partecipato 3,056 milioni di elettori.
Malgrado il referendum non abbia raggiunto il quorum e proprio come sostiene Orban, quindi, i risultati di questa domenica sono altamente significativi.
Come altri paesi ex comunisti del blocco dell’est europeo, l’Ungheria si oppone strenuamente alla politica dell’Ue di ripartire i richiedenti asilo tra i paesi membri, nonostante la quota assegnata a Budapest sia di meno di 1.300 persone.
Il governo di destra ungherese ha reagito all’afflusso dei migranti provenienti dai Balcani e diretti verso i paesi del nord Europa sigillando i suoi confini con filo spinato e migliaia di uomini dell’esercito e della polizia schierati lungo le frontiere meridionali.
L’Ungheria, con le sue radici cristiane, non intende accogliere i migranti musulmani che minerebbero la sicurezza del paese, sostiene Orban.
Inoltre, Budapest ritiene che la questione dell’immigrazione sia un affare interno dei singoli paesi membri dell’Ue e che non devono esserci ingerenze da parte di Bruxelles, contrariamente all’esigenza sottolineata dai leader di Germania e Italia rispetto alla collaborazione di tutta l’Europa nella gestione della cosiddetta crisi dei migranti.
Orban non si è attirato solo le critiche degli altri leader europei, ma anche dei gruppi in difesa dei diritti umani che ne hanno denunciato la retorica populista e demagogica a chiaro sfondo xenofobo e anti islamico.
Fonte: The Post Internazionale
martedì 27 settembre 2016
A Dresda sono esplose due bombe davanti alla moschea e al centro congressi
Nessuna vittima, la polizia segue la pista xenofoba
Due ordigni artigianali sono esplosi lunedì 26 settembre davanti a una moschea e a un centro congressi internazionale a Dresda, in Germania. Le esplosioni non hanno provocato vittime.
“Anche se non c’è stata alcuna rivendicazione, dobbiamo concludere che il movente è la xenofobia”, ha detto in una dichiarazione il capo della polizia di Dresda Horst Kretschmar.
Al momento dell’esplosione l’imam era all’interno della moschea con la moglie e i figli, ma nessuno è rimasto ferito, anche se l’edificio è stato danneggiato.
Poco dopo, un altro ordigno artigianale è esploso davanti a un centro congressi internazionale. Sono stati immediatamente evacuati un bar e un hotel nelle vicinanze.
Durante la notte le autorità hanno innalzato l’allerta davanti a tutte le moschee della città.
La polizia ha aggiunto che potrebbe esserci un legame anche con la festa dell’unità tedesca, che quest’anno verrà celebrata a Dresda nel fine settimana alla presenza delle massime autorità dello stato.
Dresda è la città dove è nato il movimento xenofobo “anti-islamizzazione” Pegida, che nel 2015 ha organizzato marce di protesta con oltre 20mila manifestanti.
In Germania, l’arrivo di oltre un milione di rifugiati nell’ultimo anno, ha accresciuto le tensioni sociali, in particolare in Sassonia, dove ci sono stati frequenti attacchi alle strutture che ospitano i profughi e fenomeni di violenza a sfondo xenofobo.
Fonte: The Post Internazionale
Dopo l’arrivo di oltre un milione di profughi In Germania sta crescendo il sentimento anti-rifugiati e sono in aumento fenomeni di violenza a sfondo xenofobo. Credit: Reuters
Due ordigni artigianali sono esplosi lunedì 26 settembre davanti a una moschea e a un centro congressi internazionale a Dresda, in Germania. Le esplosioni non hanno provocato vittime.
“Anche se non c’è stata alcuna rivendicazione, dobbiamo concludere che il movente è la xenofobia”, ha detto in una dichiarazione il capo della polizia di Dresda Horst Kretschmar.
Al momento dell’esplosione l’imam era all’interno della moschea con la moglie e i figli, ma nessuno è rimasto ferito, anche se l’edificio è stato danneggiato.
Poco dopo, un altro ordigno artigianale è esploso davanti a un centro congressi internazionale. Sono stati immediatamente evacuati un bar e un hotel nelle vicinanze.
Durante la notte le autorità hanno innalzato l’allerta davanti a tutte le moschee della città.
La polizia ha aggiunto che potrebbe esserci un legame anche con la festa dell’unità tedesca, che quest’anno verrà celebrata a Dresda nel fine settimana alla presenza delle massime autorità dello stato.
Dresda è la città dove è nato il movimento xenofobo “anti-islamizzazione” Pegida, che nel 2015 ha organizzato marce di protesta con oltre 20mila manifestanti.
In Germania, l’arrivo di oltre un milione di rifugiati nell’ultimo anno, ha accresciuto le tensioni sociali, in particolare in Sassonia, dove ci sono stati frequenti attacchi alle strutture che ospitano i profughi e fenomeni di violenza a sfondo xenofobo.
Fonte: The Post Internazionale
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