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mercoledì 17 ottobre 2018

Sono stati revocati gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, sindaco di Riace

Ma gli è stato imposto il divieto di dimora, dovrà quindi lasciare la sua città


Il Tribunale del Riesame ha revocato gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato il 2 ottobre per le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Lucano ha comunque ricevuto il cosiddetto divieto di dimora, una misura più tenue degli arresti domiciliari che però gli impedirà di vivere a Riace. Il Tribunale del Riesame ha modificato anche la misura cautelare che era stata imposta alla compagna di Lucano, Lemlem Tesfahun: il divieto di dimora a Riace è stato sostituito con l’obbligo di firma (Tesfahun dovrà quindi presentarsi ogni giorno a una certa ora da un ufficiale di polizia giudiziaria, ma potrà tornare a vivere a Riace).

L’arresto di Lucano era stato molto discusso e commentato, perché il piccolo comune calabrese di cui è sindaco era stato raccontato negli ultimi anni come un modello per l’accoglienza dei migranti. A Riace, che era un paese ormai semideserto, nelle case abbandonate del centro oggi vivono stabilmente centinaia di rifugiati in una specie di sistema di accoglienza diffuso. Per avviare il progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ricorda il Sole 24 Ore, «sono stati utilizzati immobili abbandonati, costruiti tra agli anni ‘30 e ’60, recuperati con fondi dell’Unione europea e progetti della Regione Calabria». Attorno ai richiedenti sono nati anche posti di lavoro che hanno riqualificato il paese: botteghe artigiane e ristoranti hanno riaperto, sono stati avviati asili, scuole multilingue, orti biologici; le case sono state ristrutturate ed è stato rifatto, tra le altre cose, tutto l’impianto di illuminazione del paese. Ora, per decisione del ministero dell’Interno, i migranti di Riace saranno trasferiti altrove.

Fonte: Il Post

La Francia ha ammesso di avere espulso irregolarmente due migranti in Italia

La procura di Torino intanto ha aperto un'inchiesta


Lunedì sera la Francia ha ammesso di avere espulso in Italia due migranti attraverso una procedura irregolare, cioè ha confermato un controverso episodio risalente a venerdì scorso che però era emerso solo lunedì. La prefettura del dipartimento delle Haute Alpes ha detto che «nell’ambito di una missione di rimpatrio di stranieri irregolari, un veicolo della gendarmeria francese ha attraversato il confine franco-italiano in direzione di Claviére (Italia) senza previa autorizzazione della polizia italiana»; ha aggiunto che la polizia di Bardonecchia, città poco più a nord di Claviére, sulle Alpi torinesi, era a conoscenza del fatto che i due migranti sarebbero stati coinvolti in una procedura di espulsione. Fonti governative francesi hanno detto all’ANSA che è stato un incidente.

La Francia ha ammesso quindi di avere fatto una cosa che non si può fare, visto che le eventuali espulsioni di migranti verso il paese di loro primo arrivo in Europa – in questo caso l’Italia – devono essere notificate dalle autorità prima di essere applicate e devono essere concordate con la polizia del paese ricevente. Sulla vicenda erano intervenuti lunedì il ministero degli Esteri e dell’Interno italiani, che avevano criticato il governo francese per quello che era accaduto, e la Procura di Torino aveva aperto un’inchiesta.

Fonte: Il Post

martedì 25 settembre 2018

Cosa c’è nel decreto “immigrazione e sicurezza”

Il governo ha abolito la "protezione umanitaria" e ha potenziato il DASPO urbano, tra le altre cose: cosa vuol dire?

(ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO)

Il Consiglio dei ministri ha approvato il cosiddetto “decreto immigrazione e sicurezza” che tra le altre cose abolisce la “protezione umanitaria” e introduce altre restrizioni per gli stranieri che arrivano in Italia. Negli ultimi giorni erano circolate numerose anticipazioni del decreto, insieme a voci di malumori sul suo contenuto da parte del Movimento 5 Stelle e di dubbi della presidenza della Repubblica sul fatto che il testo abbia i requisiti di “urgenza” che sono necessari per approvare un decreto legge.

Per queste ragioni il testo ha subìto numerose modifiche negli ultimi giorni. Questi sono i punti principali del decreto, in base alle informazioni raccolte prima della sua approvazione.

  • Abolizione della protezione umanitaria. È una delle tre forme di protezione che si possono garantire agli stranieri insieme all’asilo politico e alla protezione sussidiaria (queste due regolate da trattati internazionali). Sarà sostituita da un permesso di soggiorno della durata di un anno per sei fattispecie specifiche, tra cui motivi civili, medici o per calamità naturali nel paese di origine. Chi oggi gode di un permesso di soggiorno per protezione umanitaria (che ha durata biennale) lo perderà se fa ritorno nel suo paese di origine.
  • Revoca status di richiedente asilo. È una disposizione che allunga l’elenco di reati che comportano la sospensione della domanda d’asilo e causano l’espulsione immediata, con l’inserimento tra gli altri di violenza sessuale, lesioni aggravate e oltraggio a pubblico ufficiale. La revoca dello status di richiedente asilo a causa di violazioni di questo tipo dovrebbe arrivare dopo una sentenza di primo grado, il che rischia di essere incostituzionale visto che fino al terzo grado di giudizio c’è per tutti la presunzione di innocenza.
  • Revoca della cittadinanza. È una norma simile a quella approvata due anni fa in Francia e che prevede la revoca della cittadinanza per persone ritenute un pericolo per lo stato. La Corte Costituzionale, però, considera la cittadinanza tra i diritti inviolabili e anche questa disposizione rischia quindi di essere considerata incostituzionale.
  • Raddoppio del trattenimento. Nei Centri per il rimpatrio (i vecchi CIE) gli stranieri in attesa di espulsione potranno essere tenuti non più per 30 giorni, prorogabili per altri 15, ma per 60 giorni prorogabili di altri 30.
  • Nuove procedure per il noleggi di furgoni. Lo scopo della norma, secondo quanto riferito ai giornali, è rendere più complicato l’utilizzo di veicoli nel corso di attentati.
  • Aumento di pene per gli occupanti. Chi occupa abusivamente edifici o terreni potrà essere condannato a pene maggiori e nel corso delle indagini la magistratura sarà autorizzata a utilizzare intercettazioni telefoniche.
  • Estensione del DASPO urbano. Si tratta di un provvedimento introdotto dal decreto Minniti del 2017 che prevede che sindaco e prefetto possano multare e allontanare da alcune zone della città persone che mettono a rischio la salute di cittadini o il decoro urbano. Il decreto aggiunge alle aree proibite anche i mercati e include nella lista di chi può subire il DASPO anche i “sospettati di terrorismo internazionale”.
  • Ridimensionamento del sistema SPRAR. Nella conferenza tenuta al termine del Consiglio dei ministri, Salvini ha detto che lo SPRAR – il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, cioè quello della cosiddetta “seconda accoglienza” – continuerà ad esistere ma solo per «i titolari di protezione internazionale e per i minori non accompagnati».

Il decreto immigrazione e sicurezza entrerà in vigore non appena sarà firmato dal presidente della Repubblica. Il presidente, però, potrebbe rifiutarsi di farlo se dovesse ritenere che al decreto manchino i requisiti di “urgenza” necessari in questi casi. Se dovesse entrare in vigore, il decreto andrà convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.

Fonte: Il Post

domenica 1 luglio 2018

Roberto Fico dice che non chiuderebbe i porti

In una visita all'hotspot di Pozzallo ha aggiunto che alcune ong «fanno un lavoro straordinario»

Il presidente della Camera Roberto Fico intervistato all'hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il 30 giugno 2018 (TG3)

Rispondendo alla domanda di una giornalista durante una visita all’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, il presidente della Camera dei deputati e dirigente del Movimento 5 Stelle Roberto Fico ha detto: «Io i porti non li chiuderei». Ha anche parlato del lavoro delle ong, sostenendo che «quando si parla di ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario».

«Come terza carica dello Stato dico che bisogna essere solidale con chi emigra, che sono storie drammatiche che toccano il cuore. Tocca all’Europa farsi carico di quest’emergenza, non solo all’Italia, e bisogna tirare fuori gli estremismi perché la solidarietà si fa insieme. Se questo è un approdo, deve essere un approdo europeo», ha poi aggiunto Fico, secondo quanto riporta Ansa.

Fico è sembrato quindi almeno in parte in disaccordo con il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, che sulla chiusura dei porti alle navi delle ong ha basato la maggior parte della sua recente propaganda politica, e che ancora oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha commentato i risultati dell’ultimo summit del Consiglio europeo sulla questione dei migranti dicendo: «L’Italia ha già chiuso i suoi porti. Anzi, abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra».

Fonte: Il Post

sabato 30 giugno 2018

Almeno 100 morti in un naufragio al largo della Libia

Soltanto i corpi di tre bambini molto piccoli sono stati recuperati, gli altri sono dispersi

(Libyan Coast Guard via AP)

Almeno 100 persone sono morte in un naufragio avvenuto ieri a circa 6 chilometri al largo delle coste libiche, ha confermato la missione delle Nazioni Unite in Libia. Ieri sono stati ritrovati i corpi di tre bambini molto piccoli, probabilmente sotto i tre anni; altre 16 persone, tutti uomini, sono state salvate dalla Guardia costiera libica; tutti gli altri passeggeri sono dispersi: erano in tutto 123. È uno dei naufragi più gravi degli ultimi mesi in tutto il Mediterraneo.

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte da AFP, il barcone era in legno e ha preso fuoco dopo un’esplosione avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì, poco dopo la partenza da Garaboulli, a est di Tripoli. I migranti provenivano da Yemen, Egitto, Sudan, Marocco, Ghana, Nigeria e Zambia, secondo la Guardia costiera. Secondo AFP, a bordo del barcone c’erano almeno 15 donne, ma tutti e 16 i sopravvissuti sono uomini. Tra i dispersi ci sono almeno due bambini di pochi mesi e tre sotto i 12 anni. Nella zona del naufragio non stava operando nessuna nave di soccorso delle ong, ha scritto Sergio Scandura di Radio Radicale.

Amri Swileh, un sopravvissuto dello Yemen, ha detto ad AFP di essersi inizialmente rifiutato di salire sul barcone quando ha visto che a bordo c’erano oltre 100 persone, perché gli avevano promesso che i passeggeri sarebbero stati solo venti. Uno scafista ha però minacciato di sparargli se non fosse salito sulla barca, lunga soltanto otto metri. Tutti e cinque i compagni di viaggio yemeniti con cui era partito Swileh sono dispersi. Un altro sopravvissuto, di 17 anni, ha raccontato di essere rimasto aggrappato con una corda alla nave capovolta per due ore, prima che arrivassero i soccorsi. Ha detto di aver pagato circa 400 dollari per il viaggio.

Sempre ieri, la Guardia costiera libica ha soccorso e riportato a Tripoli circa 300 migranti, che stavano viaggiando a bordo di tre diversi barconi.

Fonte: Il Post

lunedì 11 giugno 2018

Salvini può davvero chiudere i porti ai migranti?

Qualcuno dice di sì, ma in realtà diverse leggi nazionali e trattati internazionali lo vietano

(Vincenzo Livieri - LaPresse)

Ieri sera il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato che non consentirà lo sbarco nei porti italiani della nave Aquarius, gestita dalla ong SOS Mediterranée, in arrivo dalla Libia con circa seicento migranti tra cui molti minorenni. È una decisione con pochi precedenti ma tutto sommato attesa; il governo Gentiloni aveva minacciato di farlo nell’estate del 2017, e Salvini aveva promesso più volte che avrebbe adottato un approccio ancora più duro nei confronti dell’immigrazione. Ma l’Italia può davvero decidere di chiudere i porti alle navi che trasportano migranti?

Il testo più citato da chi sostiene questa corrente di pensiero è l’articolo 19 della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (PDF). Stabilisce che il passaggio di una nave nelle acque di un altro stato è consentito finché «non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero». Al comma 2g, che elenca le attività che possono essere considerate offensive, c’è anche lo «scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero». Secondo questa linea di pensiero, le navi delle ong consentono che gruppi di persone entrino illegalmente in Italia, e quindi possano essere fermate. Questa tesi non regge di fronte ad altre norme nazionali e internazionali che regolano il salvataggio delle persone in mare e la gestione dei flussi migratori. Secondo la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo, gli sbarchi di persone soccorse in mare devono avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Per questi motivi le ong trasportano in Italia – e solo in Italia – tutte le persone che soccorrono nel tratto di mare fra Libia e Italia: è semplicemente il posto più vicino che può accogliere le persone soccorse in mare. Paesi come Malta, la Tunisia e soprattutto la Libia non sarebbero in grado di gestire sbarchi di questo tipo e occuparsi efficacemente delle persone sbarcate.

Bisogna poi tenere conto del fatto che tutte le persone a bordo di queste navi intendono fare richiesta di una forma di protezione internazionale, cioè o l’asilo politico o la protezione per motivi umanitari, e vanno perciò considerate dei richiedenti asilo. La loro condizione cambia il trattamento che per legge devono offrire le autorità italiane secondo il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, che regola «l’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dal territorio dello Stato» dei migranti.

L’articolo 10 del Testo parla dei respingimenti, cioè la pratica di allontanare uno o più migranti che secondo lo stato non sono nella condizione di poter essere accolti. Il Testo specifica chiaramente che il respingimento non può avvenire «nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». La legge italiana, in sostanza, vieta di respingere persone che chiedono di ottenere una forma di protezione internazionale. Dato che tutti i migranti che arrivano in Italia hanno diritto di fare richiesta di protezione, sarebbe difficile trovare una base legale per respingerli ancora prima che ne abbiano avuto la possibilità.

I respingimenti di richiedenti asilo sono anche esplicitamente vietati dall’articolo 33 della convenzione sullo status dei rifugiati firmata a Ginevra nel 1951, e dal protocollo 4 che integra la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, entrato in vigore nel 1968.

L’Italia in passato è stata condannata più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per avere compiuto respingimenti illegali di massa sui passeggeri di alcuni barconi di migranti, all’epoca dei governi Berlusconi. Una nuova decisione in questo senso – che dovrebbe essere presa sia da Salvini sia dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli – significherebbe probabilmente l’apertura di nuovi procedimenti da parte della Corte, e il peggioramento dei rapporti con gli alleati europei e occidentali.

Fonte: Il Post

domenica 24 dicembre 2017

Perché è fallito lo ius soli

La discussione in Senato non è nemmeno iniziata per la mancanza del numero legale: mancava tutto il M5S, tutta la destra e anche un pezzo del centrosinistra

Auguri di buon Natale del senatore della Lega Stefano Candiani durante il voto di fiducia sulla Legge di Bilancio e poco prima dell'inizio della discussione sullo ius soli, Roma 23 dicembre 2017. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Sabato 23 dicembre, nell’ultima seduta prima della pausa natalizia, è mancato il numero legale al Senato per la votazione dello ius soli, la legge che prevede di concedere la cittadinanza italiana alle persone nate in Italia o che sono arrivate qui molto presto, alla presenza di alcune condizioni. L’inizio della discussione della proposta è stato rimandato al 9 gennaio, ma le Camere saranno sciolte il 28 o il 29 dicembre per andare a elezioni anticipate il prossimo marzo. Quando lo ius soli tornerà in aula, la legislatura sarà quindi già finita e la legge non avrà la possibilità di essere approvata.

Qualche giorno fa la legge sullo ius soli era stata inserita nel calendario d’aula del Senato dopo l’approvazione della legge di bilancio: la scelta era stata criticata dalla sinistra che aveva parlato di “calendarizzazione finta”, prevedendo di fatto quanto poi è accaduto. Il governo aveva spiegato il motivo della calendarizzione tardiva dicendo che la proposta non aveva i numeri sufficienti per essere votata: sarebbe stato necessario chiedere la fiducia, che su questo provvedimento non sarebbe quasi sicuramente passata, e quindi bisognava votare prima la manovra finanziaria. Far votare la fiducia sullo ius soli prima della manovra avrebbe comportato un rischio troppo alto di mancata approvazione della legge di bilancio.

Sabato 23 dicembre, dopo l’approvazione della manovra, il Senato ha dunque come stabilito cominciato la discussione sullo ius soli con l’esame delle pregiudiziali di costituzionalità. Su richiesta del senatore della Lega Roberto Calderoli, il presidente Pietro Grasso ha verificato il numero legale dei presenti in aula: il numero legale non c’era ed è mancato per 33 senatori. Erano assenti tutti i 35 senatori del Movimento 5 Stelle (alcuni erano in realtà presenti in aula, ma hanno deciso di non rispondere), così come tutti i senatori di Gal, Ala, Alternativa Popolare e Lega, quasi tutta Forza Italia, 29 senatori del PD (su 89) e 3 (su 16) di Mdp. Erano dunque assenti non solo i rappresentanti dei partiti contrari alla legge, ma anche una buona parte di quelli favorevoli.

Da ieri le varie forze politiche si accusano a vicenda della responsabilità del fallimento della legge: la sinistra accusa il PD e il PD accusa il Movimento Cinque Stelle. Maria Cecilia Guerra, di Liberi e Uguali, ha detto: «Non è il fato né la fine della legislatura ad aver portato la legge sulla cittadinanza su un binario morto ma una scelta politica del PD, che l’ha tenuta inutilmente ferma in commissione per la paura di perdere consensi, prima nella campagna per il referendum istituzionale, poi nelle amministrative. Sempre sbandierando una volontà che non si è mai concretizzata in una vera assunzione di responsabilità. Da ultimo la farsa di una calendarizzazione dopo la legge di bilancio che, come avevamo previsto, non poteva portare a nulla». Luigi Manconi, del PD, ha invece criticato il M5S. «Sono stati loro, con opportunismo piccino, a far mancare il numero legale». Manconi ha anche annunciato la fine dello sciopero della fame, iniziato il 18 dicembre a sostegno del provvedimento, mentre i Radicali hanno chiesto a Sergio Mattarella di rinviare lo scioglimento delle Camere, proprio per dare tempo al Senato di discutere del provvedimento.

Nel frattempo Roberto Calderoli ha detto di essere molto soddisfatto: «Colpito e affondato. Morto e sepolto. Per me è una grande vittoria, perché sono stato io in questi due anni e mezzo, con le mie decine di migliaia di emendamenti, a bloccare in Commissione e poi in Aula questa assurda e inutile proposta di legge». In generale si sono detti soddisfatti tutti i partiti di destra.

Lo ius soli era stato approvato dalla Camera lo scorso ottobre, dove il PD ha una larga maggioranza anche senza i voti di Alternativa Popolare, e da allora era rimasto bloccato al Senato. La legge avrebbe allargato i criteri per ottenere la cittadinanza italiana e avrebbe riguardato soprattutto i bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccoli: non era un vero e proprio ius soli, che prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza, ma uno ius soli ad alcune condizioni: la prima prevedeva che un bambino nato in Italia diventasse automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trovava legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proveniva dall’Unione Europea, doveva aderire ad altri tre parametri: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, disporre di un alloggio che rispondesse ai requisiti di idoneità previsti dalla legge, superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra condizione per ottenere la cittadinanza era il cosiddetto ius culturae, e passava attraverso il sistema scolastico italiano. Avrebbero potuto chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che avessero frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Fonte: Il Post

giovedì 14 dicembre 2017

Secondo Medici Senza Frontiere, la scorsa estate almeno 6.700 rohingya sono stati uccisi nelle violenze in Myanmar


Secondo l’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, lo scorso agosto almeno 6.700 rohingya sono stati uccisi nelle violenze in Myanmar da parte del governo e dell’esercito. Del tentativo dell’esercito del Myanmar di fare una pulizia etnica della minoranza musulmana rohingya si è molto parlato negli ultimi mesi: circa 647.000 persone erano state costrette con la forza a lasciare le loro case e cercare rifugio in Bangladesh e il governo del Myanmar aveva parlato di circa 400 persone morte (anche se non aveva mai ammesso la sua responsabilità nelle violenze).

Lo studio di Medici Senza Frontiere, basato su interviste con più di 600.000 profughi rohingya, dice che il numero dei morti è molto più alto di quello ammesso dal governo del Myanmar: secondo MSF circa 9.000 persone sono morte tra il 25 agosto e il 25 settembre dopo l’inizio delle violenze e il numero di 6.700 morti è la loro stima più conservativa. Tra i morti, dice MSF, circa 750 erano minorenni.

Rohingya in attesa di essere chiamati per ricevere cibo e acqua nel campo profughi di Kutupalong (ED JONES/AFP/Getty Images)

Fonte: Il Post

giovedì 23 novembre 2017

La Birmania ha firmato un accordo col Bangladesh per il rimpatrio dei musulmani rohingya

Il governo birmano ha detto di essere pronto a ricevere i musulmani rohingya prima possibile. Per il Bangladesh è un “primo passo” per la soluzione della crisi

Rifugiati rohingya in Bagladesh. Credit: Shahnewaz Khan/Sputnik

La Birmania e il Bangladesh hanno firmato giovedì 23 novembre un memorandum d’intesa per il rimpatrio di centinaia di migliaia di musulmani rohingya che hanno lasciato lo stato birmano di Rakhine per sfuggire agli attacchi dell’esercito.

L’accordo è stato firmato dai funzionari nella capitale della Birmania, Naypidaw. Non sono stati diffusi dettagli sul contenuto del documento, ma le autorità del Bangladesh hanno detto che si è trattato di un “primo passo” per la soluzione della crisi.

La Birmania ha detto di essere pronta a ricevere i musulmani rohingya “prima possibile”. Il segretario del ministero birmano del lavoro, dell’immigrazione e della popolazione Myint Kyaing, ha detto che il paese è in attesa di ricevere i moduli di registrazione con i dati personali dei rohingya prima del rimpatrio.

Le agenzie umanitarie, però, hanno avanzato dei dubbi sul ritorno forzato degli appartenenti a questa minoranza, chiedendo che sia garantita la loro sicurezza.

Le violenze contro i rohingya si sono acuite alla fine di agosto del 2017, quando sono scoppiati gli scontri tra le forze di sicurezza birmane e alcuni miliziani del gruppo paramilitare Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), formazione paramilitare vicina alla comunità rohingya.

La lotta ha causato centinaia di morti nello stato di Rakhine e ha dato inizio a un esodo che ha portato finora 600mila musulmani rohingya ad attraversare il confine con il Bangladesh.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 29 ottobre 2017

L’esercito birmano ha stuprato centinaia di bambine rohingya

Lo riporta Medici Senza Frontiere, che nelle sue cliniche porta assistenza alle vittime di abusi sessuali, alcune delle quali hanno raccontato le loro terribili storie

Credit: Soe Zeya

Secondo Medici Senza Frontiere il 50 per cento delle ragazze rohingya minori di 18 anni fuggite in Bangladesh ha subito violenze sessuali sul territorio birmano.

In Bangladesh si sono rifugiati complessivamente 600mila rohingya, in fuga dalle persecuzioni dell’esercito della Birmania.

I rohingya sono una minoranza musulmana che conta circa un milione di persone perseguitate e discriminate da anni, che vive in prevalenza nella regione settentrionale della Birmania.

Vicino al campo profughi di Kutupalong nel distretto di Cox’s Bazar, Medici Senza Frontiere gestisce due cliniche che offrono cure sanitarie di base e di emergenza per i rifugiati rohingya.

All’interno delle cliniche gli operatori umanitari di MSF assistono psicologicamente e fisicamente le ragazze e bambine rohingya vittime di violenza sessuale.

“Il 50 per cento delle ragazze assistite è minorenne e molte di loro hanno meno 10 anni” ha spiegato un’operatrice dell’organizzazione.

Come ha riportato The Guardian, le ragazze presenti ora nelle cliniche sono solo una piccola parte delle bambine violentate durante le operazioni militari messe in atto dalle forze birmane.

“Molte donne e bambine non si fanno curare perché si vergognano di raccontare ciò che hanno subito. La scorsa settimana è arrivata una bambina di 9 anni violentata dai militari ” ha spiegato Aerlyn Pfeil, un medico presente nel campo profughi di Kutupalong.

“Alcune hanno solo 12 o 13 anni. Un caso recente riguarda una bambina che è stata violentata da 3 soldati”.

Una ragazza di 27 anni ha raccontato che, dopo la morte del marito e della madre durante le operazioni militari contro la minoranza musulmana, i soldati birmani hanno violentato la sorella di 14 anni.

“I soldati hanno messo gli uomini da una parte e le donne dall’altra per poi selezionare quelle che volevano prendere. Ho pianto quando ho visto mia sorella portata via ma non potevo fare niente”.

“Le donne venivano portate in una giungla per essere violentate. Poi i loro corpi venivano lasciati lì. Quando sono andata a cercare mia sorella l’ho trovata distesa e non capivo se fosse viva o morta”.

Il medico di MSF Aerlyn Pfeil ha spiegato che una delle richieste che viene effettuata dalle bambine vittime di violenza è quella di avere abiti nuovi. Quando arrivano, infatti, spesso hanno ancora addosso i vestiti di quando sono state stuprate.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 25 ottobre 2017

Trump riapre ai rifugiati ma restano esclusi 11 paesi e i controlli saranno più severi

Il nuovo testo, che sostituisce il bando varato quattro mesi fa e scaduto alla mezzanotte del 25 ottobre, introduce misure più dure per quanto riguarda i controlli sulla vita privata dei nuovi arrivati

Credit: Afp

Il presidente Donald Trump ha varato un nuovo ordine volto a regolare l’ingresso dei rifugiati negli Stati Uniti.

L’ordine sostituisce il bando, varato quattro mesi fa e scaduto alla mezzanotte di martedì, che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di Somalia, Corea del Nord, Ciad, Yemen, Libia, Iran, Siria e Venezuela e che era già stato in parte bloccato dai magistrati.

Le nuove misure introducono criteri di selezione più severi rispetto al passato: saranno raccolte più informazioni sulle vite dei nuovi arrivati e delle loro famiglie e controllate in anticipo alcune delle loro abitudini, dall’utilizzo dei social network alle frequentazioni.

Sono inoltre previste verifiche particolarmente attente per quanto riguarda i cittadini provenienti da 11 paesi, riconosciuti come “ad alto rischio” ma non ancora identificati con chiarezza dalla Casa Bianca.

L’ammissione dei rifugiati sul suolo statunitense sarà vincolata ai giudizi degli ufficiali federali, chiamati a decidere sull’interesse nazionale dei loro arrivi.

Tali introduzioni, che potrebbero allungare di anni i controlli necessari per dare il via libera agli ingressi, sono state difese dai funzionari statunitensi, in quanto volte a garantire maggiore sicurezza ai cittadini statunitensi.

Secondo l’agenzia di stampa Reuters, rappresentanti di gruppi che tutelano i diritti dei rifugiati hanno criticato le misure più severe e in particolare il nuovo bando alle persone provenienti dagli 11 paesi considerati più a rischio, definito “non necessario”.

Sono inoltre previste verifiche particolarmente attente per quanto riguarda i cittadini provenienti da 11 paesi, riconosciuti come “ad alto rischio” ma non ancora identificati con chiarezza dalla Casa Bianca.

Il taglio alle ammissioni di rifugiati negli Stati Uniti è stato uno dei temi più discussi da Donald Trump nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 2016.

Una delle misure più discusse introdotte dalla sua amministrazione è stata il bando all’ingresso negli Usa dei cittadini provenienti da alcuni paesi a maggioranza musulmana (Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen), esteso poi anche a Ciad, Corea del Nord e Venezuela, più volte bloccato dai giudici statunitensi.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 20 ottobre 2017

Ogni settimana 12mila bambini rohingya fuggono dalla Birmania, secondo l’Unicef

Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire a sostegno dei minori rohingya perseguitati in Birmania

Una famiglia rohingya nella terra di nessuno al confine tra la Birmania e il Bangladesh. Credit: Afp 

L’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha lanciato l’allarme sulla situazione dei minori appartenenti alla minoranza musulmana rohingya presente al confine tra Bangladesh e Birmania. Secondo l’Onu infatti, sono almeno 12mila ogni settimana i bambini costretti a fuggire dalle violenze dell’esercito e dei nazionalisti birmani.

L’Unicef sostiene inoltre come siano almeno 320mila i bambini rohingya a essersi rifugiati in Bangladesh dalla Birmania dalla fine di agosto. Soltanto negli ultimi giorni sono 10mila i minori che hanno attraversato la frontiera tra i due paesi asiatici.

Questi bambini sono a rischio di contrarre malattie e di subire abusi di ogni tipo. “Molti piccoli rifugiati rohingya hanno assistito ad atrocità in Birmania che nessun bambino dovrebbe vedere”, ha detto Anthony Lake, direttore esecutivo dell’Unicef.

L’Unicef ha sottolineato la situazione disperata in cui si trovano i minori oggetto di questa vera e propria crisi umanitaria. “Questi bambini hanno urgente bisogno di cibo, acqua potabile, igiene e vaccinazioni per essere protetti dalle malattie che prosperano in situazioni di emergenza”, ha aggiunto Lake.

“Hanno bisogno di aiuto per superare tutto ciò che hanno sopportato, hanno bisogno di istruzione e di speranza”.

Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, i bambini ospitati nei campi profughi in Bangladesh presentano segni di malnutrizione acuta.

In questi campi mancano i servizi essenziali per le partorienti e i neonati. “Questa crisi sta rubando ai bambini l’infanzia, ma non dobbiamo lasciare che gli rubi anche il futuro”.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 18 ottobre 2017

Un giudice delle Hawaii ha bloccato il nuovo travel ban di Trump

Secondo il magistrato federale, la norma crea una discriminazione e viola le leggi in vigore in materi di immigrazione. La Casa Bianca parla di un “errore pericoloso“

Credit: Afp

Negli Stati Uniti, il giudice federale delle Hawaii, Derrick Watson, ha bloccato il nuovo “travel ban”, l’ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump il 24 settembre che vietava l’arrivo negli Stati Uniti ai cittadini proveniente da otto diversi paesi del mondo. Il provvedimento doveva entrare in vigore nel giro di poche ore

Watson ha motivato la propria decisione sostenendo che il provvedimento crea delle discriminazioni e viola le leggi federali in vigore negli Stati Uniti in materi di immigrazione.

Questa sentenza è arrivata alla fine di un procedimento che ha visto lo stato federato delle Hawaii fare ricorso contro l’ordine firmato dal presidente Trump.

Il giudice federale ha infatti accolto la richiesta dei rappresentanti del governo locale che hanno chiesto di bloccare il provvedimento perché discriminatorio nei confronti dei musulmani.

Il “travel ban” voluto dal presidente, nella sua ultima versione del settembre 2017, estendeva le restrizioni previste inizialmente per soli sei paesi, tutti a maggioranza musulmana, anche alla Corea del Nord e ad alcune persone vicine al presidente venezuelano Nicolas Maduro.

La decisione del giudice Watson riguarda proprio i primi sei paesi a maggioranza musulmana: Ciad, Iran, Libia, Siria, Somalia e Yemen. La sentenza quindi mantiene valide le restrizioni imposte dal provvedimento nei confronti dei cittadini della Corea del Nord e del Venezuela.

Il giudice Watson, nominato da Barack Obama, aveva già bloccato la prima versione del provvedimento voluto dal presidente nel marzo 2017 e la sua decisione sulla nuova versione della norma non è diversa da quella proposta pochi mesi fa.

“Non ci sono prove valide che l’ingresso di 150 milioni di individui da sei specifici paesi sarebbe nocivo per gli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Watson nella motivazione della sentenza.

L’amministrazione statunitense ha risposto alla decisione del giudice delle Hawaii definendo “pericolosamente sbagliata” la sentenza.

“Queste restrizioni sono vitali per garantire che nazioni straniere rispettino gli standard di sicurezza minimi per l’integrità del sistema e la sicurezza degli Stati Uniti”, si può leggere in una dichiarazione ufficiale rilasciata dalla Casa Bianca.

Anche il dipartimento di Giustizia statunitense ha criticato la decisione del giudice Watson, definendola “non corretta”, annunciando l’impugnazione della sentenza.

Oltre al procedimento svoltosi alle Hawaii, altri stati federati come quelli di Washington, Massachusetts, California, Oregon, New York e Maryland hanno intentato un’azione legale contro il bando voluto da Trump.

Queste amministrazioni hanno posto al giudice federale James Louis Robart di Seattle, che in gennaio bloccò la prima versione del provvedimento, la questione se il presidente abbia l’autorità per emettere un ordine del genere in materia di immigrazione.

Risulta probabile che queste azioni legali finiranno davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 22 settembre 2017

Un nuovo grave naufragio nel Mediterraneo

Un barcone si è ribaltato al largo di Sabratha, la città al centro del traffico di questi mesi: ci sono un centinaio di dispersi

(TAHA JAWASHI/AFP/Getty Images)

Un naufragio di un barcone è avvenuto al largo di Sabratha, la città costiera da dove negli ultimi tempi parte la maggior parte di barche e gommoni di migranti (e che è la sede delle milizie con cui il governo italiano avrebbe stretto un accordo per ridurre le partenze). Secondo informazioni raccolte dall’ufficio libico dell’agenzia ONU per i rifugiati, la nave era partita circa una settimana fa dalla zona ovest di Tripoli, ed era rimasta per giorni alla deriva prima di ribaltarsi. Associated Press parla di cinque morti accertati e almeno 90 dispersi. Secondo Nancy Porsia, esperta di Libia, al naufragio sono sopravvissute 16 persone.

A luglio e agosto gli arrivi di migranti via mare in Italia erano nettamente diminuiti. Alcuni analisti hanno attribuito il calo all’accordo fra governo italiano e milizie libiche, stato smentito più volte dal governo italiano. La scorsa settimana però c’è stata una ripresa delle partenze: circa 3.000 migranti sono stati intercettati dalla Guardia costiera libica, mentre duemila sono stati soccorsi dalle autorità italiane.

Fonte: Il Post

giovedì 7 settembre 2017

Perché è assurdo credere che i migranti portino la malaria

Due esponenti di Amref Health Africa spiegano a TPI cosa c'è di sbagliato in questa credenza

Credit: Reuters

“Ci stiamo battendo in queste ore affinché il caso di Sofia Zago non sia strumentalizzato dalle campagne mediatiche e politiche che alimentano l’odio contro i migranti”. Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa in Italia, parla a TPI delle bufale sul caso della bambina di Trento morta di malaria all’ospedale di Brescia.

“Quella cui ci troviamo di fronte è una tragedia, ma non dobbiamo strumentalizzarla. La malaria è una malattia terribile presente in tutto il mondo: i dati del 2015, parlano di 300 milioni di casi. Fra questi, 300 milioni annui, di cui il 90 per cento in Africa e 500mila morti ogni anno. Parliamo di migliaia di bambini. Ma è una tragedia che non tocca l’Italia, i numeri parlano chiaro”.

Sul processo di trasmissione cosa può dirci?

La malaria è una malattia che da anni è studiata dagli scienziati. Si parla già di una prima sperimentazione per un vaccino-test tra il 2018 e il 2020. Ma la letteratura medica sul tema già attesta che non c’è un processo di migrazione della malaria dall’Africa all’Europa.

Legare le migrazioni delle popolazioni africane a questa malattia è semplicemente una bufala. Si tratta, lo ripeto, di una schifosa strumentalizzazione.

In Italia cosa sta succedendo?

Quello che avviene è già sotto il controllo dell’Istituto superiore di sanità. I rischi che ci sono attualmente sono dovuti all’aumento dei movimenti globali dell’essere umano, come il trasporto delle zanzare nelle valigie, ma riguardano movimenti globali di persone che vanno ben oltre il concetto di migrazione.

Il rischio riguarda tutte le malattie trasmissimili e che possono ripresentarsi con casi isoalti in paesi dove non sono più presenti.

Chi si ammala in Africa e giunge nel nostro paese può contagiare altre persone?

Questa è un’assurdità. Le faccio un esempio per smontare questa bufala. Qualche anno fa, all’epoca dell’ebola, si credeva che la malattia sarebbe arrivata anche in Italia sempre a causa delle migrazioni.

Una persona che ha contratto l’ebola e viaggia nel Mediterraneo non sopravvive, perché il fisico non resiste. Con la malaria il processo di incubazione è sicuramente diverso e più lungo, ma la questione non cambia molto. Quando parliamo di cinque milioni di infetti, parliamo di persone debilitate. Se io prendo la malaria ho un fisico che mi permette di rispondere, ma quando la malattia tocca categorie più vulnerabili ha un processo di violento e porta velocemente alla morte.

È ridicolo pensare che un migrante malato sia in grado di percorrere l’intero tragitto, giungere in Libia e da lì partire per l’Italia, riuscendo a sopravvivere.

C’è quindi da avere paura?

Assolutamente no. Sul caso della bambina morta a Brescia non si conoscono le circostanze del contagio. Questo è l’unico che si sia mai presentato in Italia, paese nel quale sono giunti 200mila migranti solo quest’anno.

Senza considerare che il numero degli italiani che vanno in vacanza in Africa è tre volte superiore. È più facile che una zanzara sia portata nelle valigie piuttosto che il processo inverso.

***

Sul caso abbiamo intervistato anche Jared Oule, esperto di malaria per Amref.

Come si trasmette la malaria?

È una malattia che si trasmette con il morso di una zanzara anofele femmina infetta.

Disponiamo di prove di trasmissione da essere umano a essere umano?

Esistono indizi di trasmissioni congenite, ma non sono mai state quantificate. È anche possibile trasmettere la malaria per via sanguigna, con le trasfusioni, se un donatore di sangue non ha ricevuto i controlli specifici per la malattia.

Qual è la distanza maggiore che può percorrere una zanzara?

Il raggio di spostamento normale di una zanzara è di circa un chilometro, ma grazie al vento può arrivare fino a 10 chilometri.

Qual è la probabilità di morte se la malaria è diagnosticata e trattata in tempo?

In Kenya chiediamo di cercare cure immediate, ossia entro 24 ore dall’arrivo della febbre per evitare complicazioni e casi gravi, che possono diventare fatali. Il tasso di mortalità dipende dalla presenza o meno di complicazioni nell’infezione al momento della diagnosi e dalla disponibilità di strumenti negli istituti. Se è riconosciuta come severa, le probabilità di morte sono significativamente maggiori rispetto al caso contrario.

Esistono vaccini per la malaria?

La maggior parte dei vaccini contro la malaria sono in fase sperimentale. Il vaccino più avanzato utilizzato si chiama RTSS. Ha passato la fase tre della sperimentazione ed è al momento sottoposto al sistema di approvazione dell’Oms.

Le difficoltà nell’ottenere vaccini contro la malaria includono i costi di sviluppo e la natura temporanea dell’immunità data dalle vaccinazioni. Un vaccino sarà testato in Kenya e in altri due paesi africani il prossimo anno.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 3 settembre 2017

Almeno 75mila rohingya stanno fuggendo dalla Birmania

Credit: Reuters/Soe Zeya

Quasi 75mila musulmani rohingya stanno fuggendo dalle violenze in Birmania per cercare rifugio in Bangladesh, dove i campi profughi sono ormai pieni. Da quando le violenze sono scoppiate, lo scorso 25 agosto, migliaia di persone cercano di attraversare il confine tra i due paesi.

“La maggior parte delle persone in arrivo sono completamente esauste, alcune di loro dicono che non hanno mangiato per giorni e alcuni sono completamente traumatizzati dalle loro esperienze”, ha detto Vivian Tan, portavoce regionale per l’UNHCR, citato da Al Jazeera.

In Birmania le forze di sicurezza si stanno scontrando con i musulmani rohingya. Tutto è iniziato il 25 agosto, quando alcuni combattenti appartenenti alla minoranza musulmana hanno attaccato 30 avamposti militari tra stazioni della polizia e basi di frontiera in Birmania. Gli scontri sono continuati per oltre 24 ore. Alla fine oltre 100 persone, la maggior parte militanti rohingya, sono rimasti uccisi negli scontri con le forze di sicurezza birmane.

Da quel giorno i villaggi rohingya sono soggetti a spedizioni punitive e uccisioni di massa da parte delle forze dell’ordine.

Le condizioni degli esuli rohingya in molti casi sono precarie, a causa di malattie respiratorie, infezioni, malnutrizione. Le strutture sanitarie al confine sono insufficienti per affrontare l’afflusso di migliaia di profughi.

Le Nazioni Unite ritengono che il governo della Birmania stia compiendo una pulizia etnica ai danni della minoranza, e lo accusano di crimini contro l’umanità.

Le autorità birmane affermano invece che i musulmani rohingya siano pericolosi “terroristi estremisti”.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 30 agosto 2017

L’Italia ha fatto un accordo con i trafficanti di migranti?

Lo sostiene un'inchiesta molto dettagliata di Associated Press, smentita dal governo ma confermata da una delle milizie coinvolte

(ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images)

Un’inchiesta pubblicata ieri da Associated Press ipotizza che per fermare il flusso di migranti dal Nord Africa il governo italiano abbia stretto degli accordi con due potenti milizie libiche che solo qualche tempo fa erano direttamente coinvolte nello stesso traffico. Il governo italiano ha smentito di avere un accordo di questo tipo e rispondendo ad AP ha detto che «non negozia con i trafficanti». L’inchiesta sembra comunque molto solida e cita molte e varie fonti, fra cui il portavoce di una delle due milizie coinvolte che ha confermato l’accordo con le autorità italiane.

L’approccio del governo italiano in Libia – un paese che da circa cinque anni non ha un governo funzionante, e che è diventato la tappa finale di decine di migliaia di migranti diretti in Europa – è stato molto lodato dagli altri paesi europei, e dal punto di vista dei numeri sta portando dei risultati. Nell’agosto 2017 sono sbarcati sulle coste italiane solo 3.507 migranti, contro i 21.294 dell’agosto 2016. In molti però hanno criticato il governo italiano per aver stretto accordi con partner poco affidabili come il governo di Fayez al Sarraj, che controlla quasi solo il territorio della città di Tripoli, e la sua Guardia costiera, un’accozzaglia di bande armate che è difficile descrivere come un unico corpo di polizia. L’inchiesta di Associated Press porta le accuse al governo italiano a un altro livello: lo accusa di aver saltato l’intermediazione di Sarraj e aver stretto accordi direttamente con gli stessi personaggi che fino a poco tempo fa erano in combutta con i trafficanti.

In Libia le milizie armate hanno riempito il vuoto di potere che si è creato dalla caduta del regime di Gheddafi: secondo Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia, oggi fanno parte di un sistema che «permea tutta la struttura della società» libica. Fra le altre cose le milizie controllano anche i centri di detenzione per migranti (dove i diritti umani vengono sistematicamente violati).

Le due milizie di cui parla Associated Press si chiamano “Martire Abu Anas al Dabbashi” e “Brigata 48” ed entrambe hanno la sede a Sabratha, una piccola città non distante da Tripoli che negli ultimi mesi è diventata il principale punto di partenza dei barconi e gommoni dei migranti. La prima milizia è sicuramente nota ai funzionari italiani: dal 2015 si occupa della sicurezza dell’impianto di Eni per l’estrazione di petrolio nel vicino paese di Mellita. La seconda è stata oggetto di un’inchiesta di Reuters pubblicata il 21 agosto, che descriveva l’efficacia della campagna anti-trafficanti in corso a Sabratha. I capi delle milizie sono due fratelli che provengono dal clan che controlla la città, quello dei Dabbashi.

Cinque fonti fra funzionari di sicurezza e attivisti hanno confermato ad Associated Press che entrambe le milizie erano coinvolte nel traffico di migranti: una di loro ha definito i fratelli Dabbashi i “re del traffico di migranti” a Sabratha. «I trafficanti di ieri sono le forze anti-trafficanti di oggi», ha raccontato una fonte di sicurezza libica sentita da Associated Press. Non sarebbe l’unico caso di autorità libiche coinvolte in questi traffici: secondo un recente rapporto dell’ONU (PDF) il capo della Guardia costiera di Zawiyah, una città vicino a Sabratha, è contemporaneamente a capo di una milizia in combutta coi trafficanti. In questa storia c’è anche un dettaglio piuttosto inquietante: secondo il giornalista del Foglio Daniele Raineri, la stesso clan Dabbashi aveva espresso anche il capo locale dello Stato Islamico, Abdullah “Abu Maria” Dabbashi, poi ucciso ad aprile.

Abdel Salam Helal Mohammed, un dirigente del ministro degli Interni del governo di Tripoli che si occupa di immigrazione, ha raccontato che l’accordo è stato raggiunto durante un incontro fra italiani e membri della milizia Al Ammu, che si sono impegnati a fermare il traffico di migranti (cioè loro stessi o dei loro alleati, in sostanza). Dell’incontro aveva parlato anche la giornalista Francesca Mannocchi in un articolo pubblicato da Middle East Eye il 25 agosto, senza però trovare conferme ufficiali. Anche il portavoce di Al Ammu, Bashir Ibrahim, ha confermato ad Associated Press che circa un mese fa entrambe le milizie hanno stretto un accordo “verbale” col governo italiano e quello di Sarraj per fermare i trafficanti. Sempre secondo Bashir, l’accordo prevede che in cambio del loro aiuto le milizie ottengano soldi, barche e quello che Associated Press definisce “equipaggiamento” (non è chiaro se si tratti o meno di armi).

L’accordo è stato confermato anche da due attivisti locali che si occupano dei diritti umani dei migranti, che hanno aggiunto che le stesse milizie hanno preso il controllo della prigione della città per ospitare i migranti bloccati e che stavano preparando una pista d’atterraggio nei pressi dell’ospedale per ricevere aiuti umanitari dall’Italia. Sulla sua pagina Facebook, Daniele Raineri ha pubblicato una foto dell’ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Perrone vicino a “un aereo carico di aiuti medici italiani” atterrato il 16 agosto in città. Una settimana dopo, il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere di aver consegnato 5.000 “kit igienico-sanitari e di primo soccorso per migranti” alla città di Zuwara, mentre non viene citata alcuna consegna avvenuta a Sabratha.

«Quello che gli italiani stanno facendo a Sabratha è davvero sbagliato», ha raccontato ad Associated Press uno degli attivisti contattati, Gamal al Gharabili: «state accrescendo il potere delle milizie».

Fonte: Il Post

martedì 29 agosto 2017

Cos’è stato deciso al vertice di Parigi sui migranti

Approvato un piano che prevede centri di ricollocamento nei paesi di transito dei profughi in Africa. Si apre alla revisione del sistema di Dublino

Credit: Charles Platiau

Si è tenuto il 28 agosto a Parigi un vertice sulla gestione dei flussi migratori a cui hanno partecipato il premier italiano Paolo Gentiloni, il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, e il premier spagnolo Mariano Rajoy.

All’incontro erano presenti anche Idriss Déby, presidente del Ciad, e Mahamadou Issoufou, presidente del Niger, insieme al capo del governo libico, Fayez El Sarraj, e all’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini.

Il vertice riguardava la discussione di nuove politiche di cooperazione per la gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia.

Alla conclusione dell’incontro il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto che “nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, anche nella rotta del Mediterraneo centrale abbiamo conseguito dei risultati, ma sono risultati iniziali che vanno consolidati”. Gentiloni ha auspicato che l’impegno sui flussi migratori diventi “un impegno europeo”.

I paesi presenti hanno concordato un piano d’azione che prevede l’introduzione di campi di ricollocazione in territorio africano, dove i migranti siano identificati e sia stabilito quali di questi hanno diritto all’asilo in Europa. Questi saranno accolti in Ue, mentre i cosidetti “migranti economici” saranno rimpatriati nei paesi d’origine.

“Abbiamo dato il via libera a un piano d’azione a breve termine rapido: è la risposta più efficace al fenomeno dei trafficanti di esseri umani che ha provocato un cimitero”, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron.

I leader europei hanno lodato l’accordo di cooperazione sui flussi migratori tra Italia e Libia, ritenuto meritevole di aver ridotto il numero degli sbarchi sulle coste italiane nelle ultime settimane.

Altro punto cruciale è la necessità di stabilità in Libia, per il quale è stato sancito il sostegno all’accordo di pace tra le tribù del sud del paese e la cooperazione per la creazione di una guardia di frontiera libica.

“Chiaramente l’Italia e la Libia sono elemento fondamentale come interfaccia, ringrazio quindi il presidente libico Fayez Al Serraj e il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, che in un’intervista al giornale Welt am Sonntag la scorsa domenica aveva già dichiarato che i profughi dovrebbero essere distribuiti in modo solidale a livello europeo, senza gravare esclusivamente su Italia e Grecia.

“Penso che gli hotspot non siano proprio il termine ideale per designare dei centri di ricollocazione”, ha aggiunto Merkel. “Il sistema Dublino deve essere rivisto, non offre soluzioni soddisfacenti, i paesi cosiddetti d’arrivo sono sfavoriti. Visto che non c’è solidarietà reale, dobbiamo trovare nuove soluzioni”.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 24 agosto 2017

Cosa sta succedendo a Roma con lo sgombero dei rifugiati di piazza Indipendenza

Lo sgombero del palazzo occupato di via Curtatone era iniziato il 19 agosto. Oggi, 24 agosto, la polizia in assetto antisommossa si è scontrata con i rifugiati etiopi ed eritrei che dormivano all'aperto nella piazza


Tutto è iniziato sabato 19 agosto 2017, quando il palazzo di via Curtatone, piazza Indipendenza, a un passo dalla stazione Termini di Roma, viene sgomberato. In quel palazzo abitavano richiedenti asilo e rifugiati provenienti da Eritrea ed Etiopia. Centinaia di persone che vivevano lì sono state portate fuori dai poliziotti che hanno fatto irruzione nel palazzo, insieme a tutti i loro averi, e da ormai quattro giorni vivono per strada, senza alcuna alternativa.

Nella mattina di 24 agosto, secondo quanto raccontano giornalisti e attivisti che si trovano sul posto, ci sono stati scontri tra la polizia e i rifugiati in piazza, e sono stati usati idranti e manganelli. La polizia è arrivata all’alba, mentre c’erano persone che dormivano all’aperto, nella piazza. Due persone sono state fermate.

C’è chi parla di “guerriglia urbana”.

“Voglio ricordare che tutte le persone sgomberate erano regolari, con tanto di passaporto e lavoro”, ha detto Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia.

Si tratta di circa 250 famiglie che vivono in città da anni, i cui figli vanno regolarmente a scuola e i genitori a lavoro, titolari dello status di rifugiato o di qualche forma di protezione internazionale. Il palazzo occupato dal 2013 è l’ex sede dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’Ispra.

Grandissima l’indignazione per quello che sta succedendo, uno sgombero senza dare alcuna alternativa alle centinaia di persone che vivevano nel palazzo occupato.

Ieri, 23 agosto, in prefettura c’è stato un incontro tra comune, regione e la Idea Fimit S.g.r, la società che gestisce lo stabile.

“Paradossalmente, la Idea Fimit è stata l’unica a offrire un’alternativa: sessanta alloggi fuori Roma per sei mesi, senza nessun costo per il comune. E per gli altri duecento che dormono da quattro giorni per strada? L’unica proposta dell’amministrazione romana è stata quella di alloggiare ottanta di loro (sessanta uomini e venti donne) in locali tra Boccea e Torre Maura, che però oltre che essere insufficienti per numero di posti letto sarebbero anche inadeguati: in alcuni non ci sarebbero neanche i bagni. Una delegazione di eritrei ha fatto un sopralluogo e ha rifiutato la proposta”, ha scritto Christian Raimo su Internazionale.

Questa è la situazione di piazza Indipendenza in queste ore:


Fonte: The Post Internazionale

giovedì 17 agosto 2017

L’Austria invia 70 militari al confine con il Brennero per i controlli sull’immigrazione

I soldati saranno utilizzati per coadiuvare le forze di polizia, ma per il ministero dell'Interno italiano è una “misura ingiustificata”


Il comandante militare territoriale del Tirolo, Herbert Bauer, ha annunciato in una conferenza stampa che l’Austria sta inviando 70 militari al confine del Brennero per “aiutare la polizia nei controlli, anche sull’immigrazione”.

“Ciò non significa che al Brennero saranno messi in azione i carri armati”, ha spiegato il capo della polizia locale Helmut Tomac.

Rispetto ai toni delle ultime settimane, durante le quali si era ipotizzato l’utilizzo dei panzer per azioni repressive alla frontiera italo-austriaca, l’Austria ha deciso di agire in maniera più leggera, annunciando l’invio dei militari per coadiuvare le forze di polizia. Ma per il ministero dell’Interno italiano questa decisione è una “misura ingiustificata”.

Lo stesso ministro Marco Minniti ha spiegato che la situazione al confine è assolutamente tranquilla.

“Gli ingressi alla frontiera italo-austriaca sono in calo, complice la diminuzione degli sbarchi e i maggiori controlli. Sono stati 4.463 gli immigrati irregolari fermati dalla polizia tirolese fino ai primi di agosto, nel 2016 erano 7.749”, ha spiegato Minniti in conferenza stampa.

Nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1.200 cittadini stranieri, che dimostrano come i maggiori movimenti migratori siano dall’Austria verso l’Italia.

Per questo motivo, secondo La Stampa, Minniti avrebbe chiesto al Dipartimento della Polizia di Stato di fare un passo verso i propri omologhi austriaci, perché iniziative “unilaterali” come queste “rischiano di pregiudicare il positivo lavoro di cooperazione che quotidianamente viene svolto”.

Il Viminale, inoltre, sottolinea con dati come l’Austria a tutt’oggi non abbia accolto neanche un richiedente asilo, quando il primo ministro Wolfgang Sobotka, a marzo 2017, aveva annunciato l’impegno del governo di Vienna ad accettarne da Grecia e Italia.

Inoltre, secondo i dati diffusi dal Viminale, al 10 agosto i richiedenti asilo ricollocati sono 8.129, di cui 759 minori. Il paese che ne ha accolti di più è la Germania con 3.215, davanti a Norvegia (816), Svizzera (751), Paesi Bassi (714), Finlandia (707), Svezia (513), Francia (330), Portogallo (302), Belgio (259) e Spagna (168).

Fonte: The Post Internazionale