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sabato 14 aprile 2018

Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato obiettivi militari in Siria

È successo questa notte come ritorsione per l'attacco chimico di Douma, gli obiettivi sono tutti collegati al regime di Bashar al Assad

Damasco, Siria (AP Photo/Hassan Ammar)

Nella notte tra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato tre obiettivi militari in Siria, come ritorsione per l’attacco chimico compiuto il 7 aprile a Douma, est di Damasco, dal regime del presidente Bashar al Assad. I bombardamenti aerei di questa notte hanno colpito un sito di ricerca a Damasco, sospettato di essere legato alla produzione di armi chimiche e biologiche, un deposito di armi chimiche a ovest della città di Homs, più a nord, e un’importante postazione militare del regime siriano, sempre vicino a Homs. La televisione siriana ha detto che le forze governative hanno intercettato più di una decina di missili e ha sostenuto che l’unico obiettivo danneggiato nel bombardamento sia stato il sito di ricerca a Damasco. Ha anche detto che tre persone sarebbero state ferite a Homs. I governi di Stati Uniti, Francia e Regno Unito non hanno commentato.

L’attacco, ha confermato il segretario della Difesa americano Jim Mattis, è terminato: non sono previsti altri bombardamenti a meno che Assad non usi di nuovo armi chimiche contro la sua popolazione. Mattis ha detto che l’attacco è stato due volte più grande e ha colpito due obiettivi in più del bombardamento che il presidente americano Donald Trump aveva ordinato lo scorso anno contro una base militare siriana come ritorsione dell’attacco chimico compiuto dal regime di Assad nella provincia di Idlib. Funzionari della Difesa americani hanno detto che nell’attacco sono stati usati missili da crociera Tomahawk, lanciati da almeno tre navi da guerra diverse, e un bombardiere B-1, che ha sganciato missili a lungo raggio sugli obiettivi. Missili a lungo raggio sono stati lanciati anche dagli aerei da guerra francesi e britannici, mentre un sottomarino britannico ha lanciato altri missili da crociera.

Il generale americano Joseph Dunford ha aggiunto che negli attacchi di questa notte si è evitato di colpire obiettivi che avrebbero potuto causare perdite ai russi, alleati di Assad, e anche il governo russo ha confermato che tra gli obiettivi non ci sono state basi militari con soldati russi. È un particolare importante: significa che gli Stati Uniti, in accordo con Francia e Regno Unito, hanno deciso di compiere un attacco mirato e limitato, per evitare di arrivare a uno scontro diretto con la Russia che avrebbe potuto innescare una nuova escalation di violenze in Siria. Il dipartimento della Difesa americano, comunque, ha detto che la Russia non è stata avvisata in anticipo degli obiettivi colpiti.

L’attacco di questa notte è stato annunciato da un discorso di Trump, che nei giorni scorsi aveva minacciato in diverse occasioni il regime di Assad per l’attacco chimico a Douma, nel quale erano state uccise almeno 40 persone. Trump ha detto:


«Un anno fa, Assad ha lanciato un feroce attacco con le armi chimiche contro la sua gente innocente. Gli Stati Uniti hanno risposto con 58 missili che hanno distrutto il 20 per cento delle forze aeree siriane. Lo scorso sabato, il regime di Assad ha colpito di nuovo per massacrare i civili innocenti, impiegando armi chimiche, questa volta nella città di Douma vicino alla capitale Damasco. Questo massacro è stato una significativa escalation nell’uso di armi chimiche da parte di un regime terribile. Il male e l’attacco spregevole hanno lasciato madri, padri, neonati e bambini dibattersi nel dolore e annaspare per respirare. Queste non sono le azioni di un uomo. Sono i crimini di un mostro»


Anche la prima ministra britannica Theresa May ha fatto un breve discorso trasmesso dalla televisione che ha confermato il coinvolgimento britannico: «non c’erano alternative praticabili all’uso della forza», ha detto May, che però ha aggiunto che gli attacchi non sono stati un tentativo di destituire il regime di Assad. Anche la Francia ha confermato la sua partecipazione all’intervento militare di questa notte e il presidente Emmanuel Macron ha diffuso un comunicato sull’intervento dal sito dell’Eliseo.

Anatoly Antonov, ambasciatore russo a Washington, ha diffuso un comunicato che dice: «Avevamo avvisato che azioni di questo tipo non sarebbero rimaste senza conseguenze. Tutta la responsabilità ricade su Washington, Londra e Parigi». Nella notte è arrivata anche la reazione dell’Iran, altro importante alleato di Assad. Il ministro degli Esteri iraniano ha detto: «Senza dubbio, l’America e i suoi alleati, che hanno intrapreso un’azione militare senza prove e prima che arrivasse un verdetto definitivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sono responsabili delle conseguenze regionali di questo avventurismo». L’Iran si riferisce alla tesi russa seconda la quale il 7 aprile a Douma non sarebbe stato compiuto alcun attacco chimico, che sarebbe stato invece una messinscena organizzata dalle intelligence di paesi stranieri che cercavano un pretesto per attaccare Assad. Questa tesi, comunque, fa acqua da tutte le parti, come avevamo spiegato qui.

L’attacco è stato condannato anche dal regime di Assad. L’account Twitter della presidenza siriana ha pubblicato un video che dice di mostrare Assad mentre cammina all’interno del palazzo presidenziale a Damasco, questa mattina.

Fonte: Il Post

sabato 31 marzo 2018

16 morti nelle proteste nella Striscia di Gaza

L'esercito israeliano ha sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere le migliaia di persone che si sono radunate ieri lungo il confine con Israele

I soldati israeliani al confine con Gaza, davanti ai manifestanti. (Oren Ziv/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 persone palestinesi sono morte e oltre 1.400 sono state ferite dall’esercito israeliano, durante le grandi proteste organizzate lungo il confine fra la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, e alle quali hanno partecipato circa 30mila persone. L’esercito israeliano ha sparato sui manifestanti e ha usato anche proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dai droni per disperdere la protesta, in quello che in molti hanno denunciato come uso eccessivo della forza. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha chiesto che sia fatta un’indagine indipendente e trasparente sulla morte dei 16 palestinesi. La protesta, chiamata “Marcia del Ritorno”, era prevista da settimane e si è svolta in sei diverse manifestazioni coordinate lungo il confine della Striscia.

Come già si sapeva nei giorni scorsi, infatti, Israele ha schierato oltre 100 tiratori scelti lungo il confine, con il permesso di sparare per rispondere alla protesta. Secondo Adalah, organizzazione per i diritti dei palestinesi in Israele, l’esercito israeliano ha sparato su manifestanti palestinesi disarmati. Anche diverse testimonianze e video diffusi venerdì sui social network da attivisti locali confermano questa versione. La protesta sembra essere stata infatti in larga parte pacifica, anche se Haaretz riporta di alcuni manifestanti che hanno tirato pietre e molotov contro i soldati israeliani.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha invece sostenuto che i soldati abbiano fatto fuoco solo sui manifestanti che provavano a sfondare la recinzione sul confine. Il generale dell’esercito Eyal Zamir ha detto che tra i manifestanti c’erano membri di organizzazioni terroristiche che hanno provato a compiere attacchi usando le proteste come copertura, e l’esercito ha insistito con questa versione.

Taye-Brook Zerihoun, vice capo del Dipartimento per gli Affari politici dell’ONU, ha avvertito il Consiglio di sicurezza dell’ONU che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni, e ha chiesto che Israele rispetti le leggi internazionali sui diritti umani, usando la forza solo quando è l’ultima risorsa. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha indetto un giorno di lutto nei territori palestinesi, per ricordare i morti delle proteste.

La protesta è stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione è decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta hanno insistito più volte che le manifestazioni non sarebbero state violente, ma l’esercito israeliano aveva espresso molti dubbi e ipotizzato che dietro gli organizzatori potesse esserci Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia dal 2007. Una fonte anonima del comitato organizzatore ha detto ad Haaretz che Hamas non ha pagato direttamente i manifestanti, ma che ha donato dei soldi al comitato organizzatore. Un altro elemento che fa pensare che dietro alla manifestazione potrebbe esserci Hamas è il fatto che Fatah – il principale partito palestinese “moderato”, tornato da poco in cattivi rapporti con Hamas – stia sostanzialmente ignorando le proteste.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano. Sono state allestiti dei campi lungo il confine, e sono previste nuove manifestazioni ogni venerdì.

Fonte: Il Post

sabato 24 febbraio 2018

I morti a Ghouta orientale sono più di 500

È il settimo giorno dei bombardamenti del regime di Assad e dei suoi alleati nell'enclave ribelle nella periferia di Damasco, in Siria

Ghouta orientale, fotografata venerdì. (AMMAR SULEIMAN/AFP/Getty Images)

L’Osservatorio siriano per i Diritti Umani – organizzazione non governativa con sede a Londra, considerata vicina ai ribelli e molto citata dai giornali internazionali – ha detto che i morti nei bombardamenti compiuti negli ultimi sette giorni dal regime di Bashar al Assad e dei suoi alleati a Ghouta orientale, un’area nella periferia di Damasco abitata da circa 400mila persone e controllata dai ribelli siriani, sono arrivati a 500. Proprio ieri la Russia aveva bloccato una risoluzione dell’ONU che prevedeva l’imposizione di una tregua di un mese a Ghouta orientale: ci si aspetta che nel pomeriggio di oggi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU provi di nuovo a votare la risoluzione.

L’Osservatorio siriano per i Diritti Umani ha detto che 29 civili sono morti nei bombardamenti di sabato, e che in tutto ci sono 129 bambini tra i morti di questa settimana. L’Osservatorio ha detto che i bombardamenti di Ghouta orientale sono stati compiuti dagli aerei dell’esercito siriano fedele ad Assad e da quelli russi, nonostante la Russia abbia negato un coinvolgimento diretto nell’operazione. Si tratta del bilancio più grave nella guerra siriana dall’agosto 2013, quando il regime di Assad bombardò con armi chimiche questa stessa zona.

I video, le immagini e le testimonianze degli ultimi giorni da Ghouta orientale sono molto forti. I bombardamenti, compiuti da aerei siriani e russi, stanno colpendo anche ospedali e altre infrastrutture civili. Gli abitanti di Ghouta sono costretti a nascondersi nei rifugi sotterranei, che però non sempre si dimostrano sicuri, e le strutture mediche rimaste in piedi hanno carenza di personale, di medicine e di attrezzature di vario tipo. Ghouta è infatti circondata dal 2013: per diverso tempo è stato possibile per i ribelli e la popolazione civile far entrare beni di ogni tipo sfruttando dei tunnel sotterranei, ma da quando le forze alleate di Assad hanno preso il controllo sui territori circostanti questo tipo di traffici si è interrotto.

Fonte: Il Post

mercoledì 24 gennaio 2018

L’attacco contro Save the Children in Afghanistan

Un gruppo di uomini armati è entrato nell'edificio dell'organizzazione a Jalalabad: ci sono almeno 2 morti, l'ISIS ha rivendicato

Soldati afghani fuori dall'edificio di Save the Children a Jalalabad (NOORULLAH SHIRZADA/AFP/Getty Images)

In Afghanistan è in corso un attacco contro la sede dell’organizzazione internazionale Save the Children a Jalalabad, 150 chilometri a est della capitale Kabul. L’attacco è iniziato alle 9.10 ora locale (in Italia erano le 5.40 di notte) con l’esplosione di un’autobomba, ha raccontato il portavoce del governo provinciale a BBC News. Poi alcuni uomini armati sono entrati nell’edificio, forse usando un lanciarazzi per abbattere il cancello. Sohrab Qaderi, un membro del consiglio provinciale di Nangarhar (la provincia di Jalalabad), ha detto che le forze speciali afghane si stanno scontrando con due o tre assalitori armati di granate e mitragliatrici.

Per il momento ci sono notizie di 2 persone uccise e 12 ferite. Lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato l’attacco, parlando di tre assalitori, mentre in precedenza il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, aveva smentito su Twitter il coinvolgimento del suo gruppo. Non è chiaro se all’interno dell’edificio ci sia ancora personale di Save the Children.

Il portavoce di Save the Children ha detto che il gruppo è «devastato» dalla notizia dell’attacco. Save the Children, che è presente in Afghanistan dal 1976 e che oggi gestisce progetti in 16 diverse province afghane, ha deciso di sospendere tutte le sue attività nel paese.

L’ultimo attacco in Afghanistan era stato compiuto nella notte tra il 20 e il 21 gennaio, quando un gruppo di uomini armati aveva tenuto prigionieri per dodici ore gli ospiti dell’Intercontinental Hotel di Kabul, uccidendo 22 persone, molte delle quali straniere.

Fonte: Il Post

Almeno 34 persone sono morte in un duplice attentato a Bengasi, in Libia

La città libica di Bengasi. Credit: Afp

Almeno 34 persone sono morte in un duplice attentato avvenuto il 23 gennaio 2018, a Bengasi, nell’est della Libia, dove due autobombe sono esplose, nei pressi della moschea di Bait Radwan.

Secondo quanto riportano alcune fonti ospedaliere locali, sono almeno 87 le persone rimaste ferite negli attacchi. Secondo i primi resoconti, le esplosioni sarebbero avvenute a poca distanza di tempo l’una dall’altra, la seconda all’arrivo delle ambulanze, in un attacco che sembra sia stato programmato per causare vittime tra i soccorritori.

Il capitano Tarek Alkharraz, portavoce delle forze militari e di polizia a Bengasi, ha detto che la prima esplosione è avvenuta nel quartiere di Salmani verso le 20:20 di ieri, mentre la seconda bomba è denotata mezz’ora dopo, proprio quando medici e residenti erano accorsi per assistere i feriti.

Le Nazioni Unite hanno condannato l’attacco sui social media, affermando che tali atti indirizzati contro i civili sono contrari al diritto internazionale.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attentato.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 4 gennaio 2018

Almeno 28 morti in Siria per i bombardamenti di caccia russi sui civili

Tra le vittime anche dei bambini. Il 31 dicembre due soldati russi erano stati uccisi in un attacco dei miliziani dell'opposizione armata siriana


Secondo quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, almeno 28 persone sono morte nelle ultime 24 ore in seguito ad alcuni attacchi di caccia russi e dell’artiglieria dell’esercito fedele al governo di Bashar al-Assad in zone residenziali dell’enclave ribelle assediata in Ghouta orientale, alla periferia di Damasco.

Tra le vittime ci sono anche undici donne, sette bambini e un volontario dei Caschi bianchi, l’organizzazione umanitaria per la difesa dei civili in Siria.

L’attacco potrebbe rappresentare una rappresaglia per l’uccisione, avvenuta il 31 dicembre, di due militari russi nella aerea di Hmeymim, a sud di Latakia. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa russo il 4 gennaio, i responsabili dell’attentato sarebbero dei miliziani dell’opposizione armata siriana.

“Il 31 dicembre 2017, al calar della notte, il campo d’aviazione di Hmeymim ha subito un improvviso fuoco di mortaio da parte di un gruppo di miliziani sovversivi: due militari sono rimasti uccisi nel bombardamento”, recita il comunicato del ministero della Difesa russo.

Sempre secondo questo comunicato, citato dall’agenzia di stampa russa TASS, ci sarebbero state 10 violazioni del cessate il fuoco in Siria nelle ultime 24 ore.

Secondo il ministero russo, la maggior parte di queste si è verificata in territori controllati dal gruppo terroristico al-Nusra, legato ad al-Qaeda.

A maggio, Russia, Iran e Turchia hanno raggiunto un accordo per stabilire in Siria quattro zone di de-escalation dove è vietato condurre attacchi. Queste si trovano in Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, nella provincia meridionale di Daraa, nell’area circostante la città di Homs e nella provincia di Idlib, insieme ad alcune aeree delle vicine province di Aleppo, Latakia e Hama.

Al momento, quasi 400mila civili sono assediati in Ghouta orientale dalle forze fedeli al governo di Damasco.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 28 dicembre 2017

Ci sono almeno 41 morti per un attacco suicida a Kabul

È successo nei pressi della redazione di un'agenzia stampa e di un centro culturale sciita: l'attacco è stato rivendicato dall'ISIS

(SHAH MARAI/AFP/Getty Images)

Stamattina c’è stato un attacco suicida nella zona ovest di Kabul, in Afghanistan, nei pressi della redazione di un’agenzia stampa e di un centro culturale musulmano di dottrina sciita. Il ministero della Salute afghano ha detto che ci sono almeno 41 morti e 84 feriti. Parlando con BBC, il ministero degli Interni ha aggiunto che l’attacco suicida è stato seguito da altre due esplosioni. L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico (o ISIS).

Il capo della polizia di Kabul ha detto che l’attentato è avvenuto mentre nel centro culturale sciita, chiamato Tebyan, era in corso una discussione di gruppo.

Due mesi fa c’erano stati due attacchi simili ad altrettante moschee, una sciita e una sunnita: morirono 72 persone. A maggio, invece, un’autobomba esplose nella zona fra il palazzo presidenziale e le ambasciate causando più di 90 morti.

Fonte: Il Post

giovedì 14 dicembre 2017

Ci sono almeno 15 morti per un attentato suicida in una scuola di polizia di Mogadiscio, in Somalia


Un attentatore suicida travestito da poliziotto si è fatto esplodere in una scuola di polizia di Mogadiscio, in Somalia, uccidendo almeno 15 agenti. Un funzionario di polizia ha detto a Reuters che ci sono altri 17 feriti. Il gruppo terrorista islamista al Shabaab ha rivendicato l’attentato, sostenendo però di avere ucciso 27 poliziotti: un bilancio molto più alto di quello confermato.

(AP Photo/Farah Abdi Warsameh) 

Fonte: Il Post

Secondo Medici Senza Frontiere, la scorsa estate almeno 6.700 rohingya sono stati uccisi nelle violenze in Myanmar


Secondo l’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, lo scorso agosto almeno 6.700 rohingya sono stati uccisi nelle violenze in Myanmar da parte del governo e dell’esercito. Del tentativo dell’esercito del Myanmar di fare una pulizia etnica della minoranza musulmana rohingya si è molto parlato negli ultimi mesi: circa 647.000 persone erano state costrette con la forza a lasciare le loro case e cercare rifugio in Bangladesh e il governo del Myanmar aveva parlato di circa 400 persone morte (anche se non aveva mai ammesso la sua responsabilità nelle violenze).

Lo studio di Medici Senza Frontiere, basato su interviste con più di 600.000 profughi rohingya, dice che il numero dei morti è molto più alto di quello ammesso dal governo del Myanmar: secondo MSF circa 9.000 persone sono morte tra il 25 agosto e il 25 settembre dopo l’inizio delle violenze e il numero di 6.700 morti è la loro stima più conservativa. Tra i morti, dice MSF, circa 750 erano minorenni.

Rohingya in attesa di essere chiamati per ricevere cibo e acqua nel campo profughi di Kutupalong (ED JONES/AFP/Getty Images)

Fonte: Il Post

martedì 5 dicembre 2017

Esplosione su un autobus a Homs, in Siria: 8 morti

Otto persone sono morte e 16 sono rimaste ferite. Molti dei passeggeri erano studenti universitari

Il luogo dell'esplosione a Homs, in Siria. Credit: AFP

Almeno 8 persone sono morte dopo che una bomba è esplosa a bordo di un autobus nella città di Homs, in Siria, presso la strada di al-Ahram martedì 5 dicembre 2017.

A riferirlo è stata la tv pubblica siriana Ikhbariya.“Un’esplosione è stata causata da una bomba all’interno di un autobus passeggeri nel quartiere di Akrama”, hanno detto i giornalisti del network siriano.

Otto persone sono morte e 16 sono rimaste ferite, secondo l’agenzia Reuters che cita l’autorità sanitaria locale.

Molti dei passeggeri erano studenti universitari, secondo quanto ha riferito il governatore di Homs, Talal al-Barazi, alla televisione di stato Ikhbariya. L’esplosione si è verificata nel quartiere in cui si trova l’università di al-Baath.

Lo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità per un attacco simile a Homs nel mese di maggio, quando un’autobomba ha ucciso 4 persone e ne ha ferite 32.

Homs si trova nella parte occidentale della Siria ed è la terza città più grande del paese. A maggio 2017 è rientrata sotto il pieno controllo governativo per la prima volta dallo scoppio della guerra civile siriana nel 2011. Centinaia di ribelli siriani hanno lasciato in quel periodo al-Waer, il quartiere sotto il controllo dell’opposizione, insieme alle loro famiglie.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 24 novembre 2017

Attacco in una moschea nel Sinai, almeno 235 morti e 125 feriti

L'attentato è avvenuto presso la moschea di Al Rawdah a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish


Almeno 235 persone sono state uccise da sospetti miliziani che hanno fatto esplodere una bomba e hanno aperto il fuoco presso una moschea nel Sinai, nel nord dell’Egitto, venerdì 24 novembre 2017. La notizia è stata riportata dall’agenzia statale Mena, che cita fonti ufficiali.

L’attacco è avvenuto presso la moschea di Al Rawdah a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish, capoluogo della regione. Altre 125 persone sarebbero rimaste ferite. I testimoni dicono che numerose ambulanze sono arrivate sulla scena.

Un leader tribale e capo di una milizia beduina che combatte al fianco delle forze governative egiziane ha detto all’agenzia di stampa Afp che la mosche colpita dall’attacco è un luogo conosciuto come punto di raccolta di fedeli musulmani sufi. Questa confraternita islamica è la più “mistica” della religione musulmana ed è considerata “eretica” dai gruppi fondamentalisti.

Gli attentatori avrebbero collocato ordigni artigianali intorno al luogo di culto, facendoli esplodere all’uscita dei fedeli, dopo la preghiera del venerdì, giorno sacro per i musulmani. Sempre gli attentatori, avrebbero poi sparato sui fedeli in fuga.

Secondo quanto riportato dal canale televisivo Sky News Arabia, alcuni droni armati delle forze egiziane hanno ucciso 15 miliziani coinvolti nell’ attacco.

Stando a quanto riportato dall’emittente araba, gli attacchi aerei sono stati effettuati in un’area desertica vicino al luogo dell’attacco, a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha convocato un incontro d’emergenza poco dopo l’attacco.

Il governo ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale.

Le forze di sicurezza egiziane stanno combattendo contro un’insurrezione del sedicente Stato islamico nel governatorato del Sinai del Nord, dove i miliziani hanno ucciso centinaia di membri della polizia e soldati con l’intensificarsi dei combattimenti negli ultimi tre anni

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 23 novembre 2017

La Birmania ha firmato un accordo col Bangladesh per il rimpatrio dei musulmani rohingya

Il governo birmano ha detto di essere pronto a ricevere i musulmani rohingya prima possibile. Per il Bangladesh è un “primo passo” per la soluzione della crisi

Rifugiati rohingya in Bagladesh. Credit: Shahnewaz Khan/Sputnik

La Birmania e il Bangladesh hanno firmato giovedì 23 novembre un memorandum d’intesa per il rimpatrio di centinaia di migliaia di musulmani rohingya che hanno lasciato lo stato birmano di Rakhine per sfuggire agli attacchi dell’esercito.

L’accordo è stato firmato dai funzionari nella capitale della Birmania, Naypidaw. Non sono stati diffusi dettagli sul contenuto del documento, ma le autorità del Bangladesh hanno detto che si è trattato di un “primo passo” per la soluzione della crisi.

La Birmania ha detto di essere pronta a ricevere i musulmani rohingya “prima possibile”. Il segretario del ministero birmano del lavoro, dell’immigrazione e della popolazione Myint Kyaing, ha detto che il paese è in attesa di ricevere i moduli di registrazione con i dati personali dei rohingya prima del rimpatrio.

Le agenzie umanitarie, però, hanno avanzato dei dubbi sul ritorno forzato degli appartenenti a questa minoranza, chiedendo che sia garantita la loro sicurezza.

Le violenze contro i rohingya si sono acuite alla fine di agosto del 2017, quando sono scoppiati gli scontri tra le forze di sicurezza birmane e alcuni miliziani del gruppo paramilitare Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), formazione paramilitare vicina alla comunità rohingya.

La lotta ha causato centinaia di morti nello stato di Rakhine e ha dato inizio a un esodo che ha portato finora 600mila musulmani rohingya ad attraversare il confine con il Bangladesh.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 21 novembre 2017

Almeno 50 persone sono morte in un attentato in Nigeria

Un attentatore si è fatto esplodere nella moschea di Mubi, nel nord-est del paese

Almeno 50 persone sono morte in un attentato nella città di Mubi, nel nord-est della Nigeria, e ci sono decine di feriti. Secondo la polizia, l’attacco è stato compiuto da un attentatore suicida che è entrato in una moschea prima di farsi esplodere. Sembra che l’attentatore fosse molto giovane.



Non c’è ancora un numero chiaro dei morti e feriti nell’attacco, perché la polizia sta cercando di rintracciare tutte le persone coinvolte che sono state trasportate disordinatamente nei vari ospedali della città.

L’attentato non è stato rivendicato, ma molti scrivono che il responsabile più probabile è Boko Haram, un’organizzazione terroristica nigeriana affiliata allo Stato Islamico (o ISIS). In passato Boko Haram ha spesso utilizzato attentatori molto giovani per compiere le sue operazioni terroristiche e militari.

Fonte: Il Post

giovedì 16 novembre 2017

Almeno 9 morti nell’attacco a Kabul rivendicato dall’Isis

L'attentatore si è avvicinato a piedi all'hotel che ospitava il raduno, nel quartiere Khair Khana. 

Funzionari di sicurezza afghani di fronte al luogo dell'attacco. Credit: Haroon Sabawoon

Un attacco suicida è stato registrato nella capitale dell’Afghanistan, Kabul, nei pressi di un raduno politico dei sostenitori del leader regionale Atta Mohammad Noor. Almeno nove persone sono morte nell’esplosione, e molte altre sono rimaste ferite, secondo quanto riportato dal ministero dell’Interno.

Il sedicente Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco attraverso la sua agenzia di stampa Amaq, senza fornire alcuna prova, dicendo che l’attentatore era membro dell’Isis. Lo riporta l’agenzia Reuters.

Un portavoce del ministero dell’Interno ha detto che l’attentatore suicida si è avvicinato a piedi all’hotel che ospitava il raduno, nel quartiere Khair Khana di Kabul. Tra le vittime ci sono cinque poliziotti e due civili.

Noor è il governatore della provincia settentrionale di Balkh ed è il leader del partito Jamiat-i-Islami, che è composto da una maggioranza di tagiki, un gruppo etnico originario dell’Asia centrale e diffuso soprattutto in Tagikistan.

In Afghanistan nel corso del 2017 si sono registrati diversi attacchi che hanno provocato l’uccisione e il ferimento di migliaia di civili. L’escalation è dovuta all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2019.

Il presidente afghano Ashraf Ghani mercoledì ha estromesso il presidente della Commissione elettorale indipendente, diffondendo dubbi sul fatto che le elezioni parlamentari e amministrative programmate per il prossimo anno si tengano come programmato.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 12 novembre 2017

È stata scoperta un’altra fossa comune in Iraq

Contiene almeno 400 corpi e si trova ad Hawija, una città vicino a Kirkuk che fino a un mese fa era controllata dall'ISIS

(MARWAN IBRAHIM/AFP/Getty Images)

Ieri vicino alla città irachena di Hawija, occupata fino al mese scorso dallo Stato Islamico (o ISIS), è stata scoperta una fossa comune con almeno 400 corpi. La fossa è stata scoperta in una base aerea poco fuori dalla città. Alcuni dei corpi ritrovati avevano indosso abiti civili, mentre altri la tuta arancione con cui l’ISIS vestiva i condannati a morte ripresi nei suoi video di propaganda. La fossa è stata scoperta in seguito ai racconti di alcuni abitanti della zona.

Durante la riconquista del territorio occupato dall’ISIS, l’esercito iracheno ha trovato decine di fosse comuni. L’anno scorso Associated Press aveva pubblicato un rapporto in cui venivano identificate 72 fosse comuni che al loro interno contenevano tra i 5.200 e i 15mila corpi.

Hawija era caduta sotto il controllo dell’ISIS durante l’offensiva dell’estate 2014, quella che portò i miliziani dello Stato Islamico a occupare Mosul. La città è rimasta occupata per due anni, fino a quando non è stata liberata lo scorso 5 ottobre. Hawija era l’ultimo avamposto dell’ISIS nel nord dell’Iraq. Gli ultimi territori che oggi controlla nel paese sono le aree desertiche al confine con la Siria.

Fonte: Il Post

mercoledì 1 novembre 2017

Chi è l’attentatore di New York

Si chiama Sayfullo Habibullaevic Saipov, è originario dell'Uzbekistan: nel furgone usato nell'attacco sono stati trovati riferimenti all'ISIS

(St. Charles County Department of Corrections/KMOV via AP)

Ieri sera un uomo a bordo di un furgone ha colpito uno scuolabus e investito diverse persone su una pista ciclabile nella zona sud di Manhattan, New York. Nell’attacco sono state uccise 8 persone e altre 11 sono state ferite: le autorità americane lo considerano un attentato terroristico. L’uomo alla guida è stato ferito da colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia e poi arrestato. La polizia non ha diffuso la sua identità, ma i giornali americani lo hanno identificato come Sayfullo Habibullaevic Saipov, un 29enne originario dell’Uzbekistan. Oggi il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha confermato una notizia che era già circolata ieri sera: cioè che dentro il furgone usato per compiere l’attacco sono stati trovati dei riferimenti allo Stato Islamico (o ISIS).

Saipov è emigrato negli Stati Uniti nel 2010. Alle autorità americane ha detto di essere originario di Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan. Il Guardian ha intervistato Dilfuza Iskhakova, una donna dell’Ohio che lo ha ospitato nei suoi primi mesi negli Stati Uniti. Iskhakova ha spiegato di avere accolto Saipov perché suo marito conosceva il padre dell’uomo, che non aveva nessun altro contatto nel paese. «Sembrava un bravo ragazzo, anche se parlava poco. Si limitava ad andare al lavoro e a tornare a casa. Lavorava in un magazzino», ha raccontato Iskhakova.

Negli ultimi anni Iskhakova ha detto di avere praticamente perso i contatti con Saipov. Da alcuni documenti pubblici sappiamo che si è sposato. Il matrimonio risale al 2013 ed è stato registrato nella contea di Summit, a sud di Cleveland, in Ohio: secondo i documenti, la moglie di Saipov si chiama Nozima Odilova, è originaria di Tashkent e all’epoca del matrimonio aveva 19 anni. Non è chiaro se Saipov e Odilova siano ancora sposati, anche se Iskhakova dice di aver saputo che Saipov ha avuto due figli.

Sappiamo anche che dopo il matrimonio Saipov si è trasferito due volte. Kobiljon Matkarov, un immigrato uzbeko di 37 anni, ha detto al New York Times di averlo conosciuto qualche anno fa a Fort Myers, in Florida, dove Saipov aveva trovato lavoro come camionista. Matkarov lo ha descritto come «un’ottima persona». Negli anni successivi sono successe altre due cose rilevanti, anche se non sappiamo in quale ordine: Saipov ha ottenuto una green card – cioè un permesso di soggiorno illimitato negli Stati Uniti – e si è trasferito nella città di Paterson, New Jersey, dove ha iniziato a lavorare per Uber. L’azienda ha confermato questa informazione, e ha specificato che Saipov aveva passato i controlli di sicurezza previsti dal proprio regolamento.

Il New York Times dà per certo che una volta sceso dal furgone l’attentatore abbia gridato Allahu Akbar, “Dio è il più grande” in arabo. Finora però non c’è stata alcuna rivendicazione. Non ci sono nemmeno elementi che raccontino come e quando Saipov si sia radicalizzato, e se fosse noto o meno alle autorità statunitensi. CBS News ha scritto che finora dalle sue ricostruzioni Saipov non avrebbe precedenti penali: solo quattro multe per violazione del codice stradale.

Fonte: Il Post

Cosa sappiamo finora sull’attentato a New York

Il sospetto attentatore è rimasto gravemente ferito dopo essere stato colpito all'addome dalla polizia. I media lo hanno identificato come un immigrato uzbeko che ha lavorato per Uber


Nel pomeriggio di martedì 31 ottobre 2017 (intorno alle 20:30 in Italia) un furgone noleggiato da Home Depot è piombato su una pista ciclabile a Manhattan, New York, investendo pedoni e ciclisti. Ecco cosa sappiamo finora:

L’attacco
  • Otto persone sono rimaste uccise e 11 sono rimaste ferite dopo che un furgone è piombato su una pista ciclabile a Manhattan. Un uomo è sceso dal veicolo e la polizia gli ha sparato, ferendolo all’addome. Secondo le autorità, il sospetto ha urlato “Allahu Akbar” nell’uscire dal furgone con cui ha investito le persone.
  • Il presunto aggressore, identificato dalla polizia come un 29enne, è stato portato in ospedale e sottoposto a un’operazione chirurgica, ma è in condizioni critiche.
  • Sul luogo dell’attacco le autorità hanno trovato pistole ad aria compressa e da painball.
  • L’attacco è avvenuto a pochi passi dal memoriale del World Trade Center, dove avvenne l’attentato dell’11 settembre nel 2001. L’area ospita anche un prestigioso liceo di Manhattan, la Stuyvesant high school.
  • Il sindaco di New York Bill de Blasio ha parlato di un “vile atto di terrorismo“.
Le vittime
  • Tra le otto vittime ci sono cinque amici argentini, parte di un gruppo più grande che si trovava a New York per festeggiare i 30 anni dal loro diploma. Il ministero degli Esteri argentino ha indicato i nomi delle vittime. Si tratta di: Hernán Diego Mendoza, Diego Enrique Angelini, Alejandro Damián Pagnucco, Ariel Erlij e Hernán Ferruchi. Tutti avevano quasi 50 anni. Un altro membro del gruppo, Martin Ludovico Marro, è rimasto ferito.
  • Un’altra vittima è una donna belga. Il ministro degli Esteri del Belgio, Didier Reynders, ha detto che era una donna di Roeselare, nelle Fiandre occidentali, che si trovava in visita in città con la sorella e la madre. Il suo nome non è stato ancora reso noto.
  • Le altre due vittime non sono state ancora identificate.
  • I feriti sono almeno 11. Tra loro anche due bambini che si trovavano a bordo di uno scuolabus, che però non sono feriti in modo grave, secondo quanto dichiarato da Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York.
Il sospetto
  • La polizia ha detto che il presunto aggressore è un uomo di 29 anni. I media lo hanno identificato come Sayfullo Saipov, un immigrato uzbeko arrivato negli Stati Uniti nel 2010.
  • L’uomo ha vissuto in Ohio, in Florida e successivamente a Paterson, nel New Jersey. Ha lavorato come autista di Uber.
  • Uber ha confermato che Saipov lavorava per loro, aggiungendo che l’uomo aveva passato un controllo di background.
  • Quando l’uomo è sceso dal furgone, la polizia gli ha sparato colpendolo all’addome.
  • Il sospetto è rimasto gravemente ferito ed è stato portato in ospedale, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico. Resta in condizioni critiche, ma si pensa che sopravviverà.
 Fonte: The Post Internazionale

domenica 29 ottobre 2017

L’esercito birmano ha stuprato centinaia di bambine rohingya

Lo riporta Medici Senza Frontiere, che nelle sue cliniche porta assistenza alle vittime di abusi sessuali, alcune delle quali hanno raccontato le loro terribili storie

Credit: Soe Zeya

Secondo Medici Senza Frontiere il 50 per cento delle ragazze rohingya minori di 18 anni fuggite in Bangladesh ha subito violenze sessuali sul territorio birmano.

In Bangladesh si sono rifugiati complessivamente 600mila rohingya, in fuga dalle persecuzioni dell’esercito della Birmania.

I rohingya sono una minoranza musulmana che conta circa un milione di persone perseguitate e discriminate da anni, che vive in prevalenza nella regione settentrionale della Birmania.

Vicino al campo profughi di Kutupalong nel distretto di Cox’s Bazar, Medici Senza Frontiere gestisce due cliniche che offrono cure sanitarie di base e di emergenza per i rifugiati rohingya.

All’interno delle cliniche gli operatori umanitari di MSF assistono psicologicamente e fisicamente le ragazze e bambine rohingya vittime di violenza sessuale.

“Il 50 per cento delle ragazze assistite è minorenne e molte di loro hanno meno 10 anni” ha spiegato un’operatrice dell’organizzazione.

Come ha riportato The Guardian, le ragazze presenti ora nelle cliniche sono solo una piccola parte delle bambine violentate durante le operazioni militari messe in atto dalle forze birmane.

“Molte donne e bambine non si fanno curare perché si vergognano di raccontare ciò che hanno subito. La scorsa settimana è arrivata una bambina di 9 anni violentata dai militari ” ha spiegato Aerlyn Pfeil, un medico presente nel campo profughi di Kutupalong.

“Alcune hanno solo 12 o 13 anni. Un caso recente riguarda una bambina che è stata violentata da 3 soldati”.

Una ragazza di 27 anni ha raccontato che, dopo la morte del marito e della madre durante le operazioni militari contro la minoranza musulmana, i soldati birmani hanno violentato la sorella di 14 anni.

“I soldati hanno messo gli uomini da una parte e le donne dall’altra per poi selezionare quelle che volevano prendere. Ho pianto quando ho visto mia sorella portata via ma non potevo fare niente”.

“Le donne venivano portate in una giungla per essere violentate. Poi i loro corpi venivano lasciati lì. Quando sono andata a cercare mia sorella l’ho trovata distesa e non capivo se fosse viva o morta”.

Il medico di MSF Aerlyn Pfeil ha spiegato che una delle richieste che viene effettuata dalle bambine vittime di violenza è quella di avere abiti nuovi. Quando arrivano, infatti, spesso hanno ancora addosso i vestiti di quando sono state stuprate.

Fonte: The Post Internazionale

Somalia: due autobombe a Mogadiscio, almeno 17 morti

Il bilancio è di almeno 17 vittime e diversi feriti. L'attentato è stato rivendicato dal gruppo estremista al-Shabaab


Due esplosioni hanno avuto luogo il 28 ottobre nel centro di Mogadiscio, in Somalia, ad appena due settimane da un grande attentato nella stessa città in cui sono rimaste uccise oltre 350 persone.

L’attentato è stato rivendicato dal gruppo estremista islamico al-Shabaab.

Il bilancio è di almeno 17 vittime e diversi feriti.

Due autobombe kamikaze a Mogadiscio

La prima delle due esplosioni è stata causata da un furgone che si è abbattuto contro l’hotel Nasahablod Two mentre la seconda, avvenuta poco dopo, ha colpito la zona nei dintorni del parlamento.

Secondo quanto riferito a Reuters dal sindaco di Mogadiscio, Abdullahi Aden, uomini armati appartenenti al gruppo estremista al-Shabaab hanno fatto irruzione nell’hotel dopo l’esplosione.

La struttura ricettiva colpita si trova a poche centinaia di metri dal palazzo presidenziale.

Nell’attentato sono rimasti uccisi anche il capo del distretto della polizia e un deputato locali.

L’attentato del 14 ottobre scorso era stato definito “la peggiore strage di sempre” a Mogadiscio.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 25 ottobre 2017

Trump riapre ai rifugiati ma restano esclusi 11 paesi e i controlli saranno più severi

Il nuovo testo, che sostituisce il bando varato quattro mesi fa e scaduto alla mezzanotte del 25 ottobre, introduce misure più dure per quanto riguarda i controlli sulla vita privata dei nuovi arrivati

Credit: Afp

Il presidente Donald Trump ha varato un nuovo ordine volto a regolare l’ingresso dei rifugiati negli Stati Uniti.

L’ordine sostituisce il bando, varato quattro mesi fa e scaduto alla mezzanotte di martedì, che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di Somalia, Corea del Nord, Ciad, Yemen, Libia, Iran, Siria e Venezuela e che era già stato in parte bloccato dai magistrati.

Le nuove misure introducono criteri di selezione più severi rispetto al passato: saranno raccolte più informazioni sulle vite dei nuovi arrivati e delle loro famiglie e controllate in anticipo alcune delle loro abitudini, dall’utilizzo dei social network alle frequentazioni.

Sono inoltre previste verifiche particolarmente attente per quanto riguarda i cittadini provenienti da 11 paesi, riconosciuti come “ad alto rischio” ma non ancora identificati con chiarezza dalla Casa Bianca.

L’ammissione dei rifugiati sul suolo statunitense sarà vincolata ai giudizi degli ufficiali federali, chiamati a decidere sull’interesse nazionale dei loro arrivi.

Tali introduzioni, che potrebbero allungare di anni i controlli necessari per dare il via libera agli ingressi, sono state difese dai funzionari statunitensi, in quanto volte a garantire maggiore sicurezza ai cittadini statunitensi.

Secondo l’agenzia di stampa Reuters, rappresentanti di gruppi che tutelano i diritti dei rifugiati hanno criticato le misure più severe e in particolare il nuovo bando alle persone provenienti dagli 11 paesi considerati più a rischio, definito “non necessario”.

Sono inoltre previste verifiche particolarmente attente per quanto riguarda i cittadini provenienti da 11 paesi, riconosciuti come “ad alto rischio” ma non ancora identificati con chiarezza dalla Casa Bianca.

Il taglio alle ammissioni di rifugiati negli Stati Uniti è stato uno dei temi più discussi da Donald Trump nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 2016.

Una delle misure più discusse introdotte dalla sua amministrazione è stata il bando all’ingresso negli Usa dei cittadini provenienti da alcuni paesi a maggioranza musulmana (Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen), esteso poi anche a Ciad, Corea del Nord e Venezuela, più volte bloccato dai giudici statunitensi.

Fonte: The Post Internazionale