Visualizzazione post con etichetta Privacy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Privacy. Mostra tutti i post

lunedì 15 maggio 2017

Che cos'è Wannacry, il malware che ha infettato migliaia di computer in tutto il mondo

L'Europol, la polizia europea lo ha definito un "attacco senza precedenti". Tra le aziende colpite vi sono le ferrovie tedesche, Renault, il sistema sanitario britannico

Il virus minaccia di cancellare tutti i dati del computer colpito e sfrutta una falla di un protocollo per la gestione condivisa dei file

L'Europol, la polizia europea lo ha definito un "attacco senza precedenti". Si tratta di Wannacry, il malware che il 12 maggio 2017 ha infettato migliaia di computer di tutto il mondo. Tra le aziende colpite vi sono le ferrovie tedesche, la Renault, il sistema sanitario britannico, dove è andato in tilt un ospedale su cinque, l'Università di Milano Bicocca.

Secondo le ultime dichiarazioni di Rob Wainwright, il capo dell'Europol, il virus ha contagiato finora 200mila computer, in 150 paesi, dichiarando inoltre che il mondo si trova ad affrontare una minaccia via via crescente.

Il virus minaccia di cancellare tutti i dati del computer colpito e sfrutta una falla di un protocollo per la gestione condivisa dei file.

È stato un ragazzo britannico, che si nasconde dietro il suo account twitter 'MalwareTech', ad aver affrontato per primo la situazione, bloccandolo temporaneamente. Il ragazzo ha comprato un dominio a cui Wannacry rimandava, perché in quel modo avrebbe potuto studiarlo meglio. Senza sapere che in quel dominio i cyberterroristi avevano nascosto l'interruttore per spegnerlo: nel momento in cui sarebbe diventato attivo, il virus si sarebbe fermato.

Sullo schermo di migliaia di computer in Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Cina, Stati Uniti, Russia, Vietnam, Taiwan, e anche Italia è apparso un messaggio con cui si comunicava che il pc è stato preso "in ostaggio", con un virus, detto, "ransomware", e per liberarlo è necessario pagare un "riscatto" in bitcoin, ovvero l'equivalente di 300 dollari.

L'attacco è stato di dimensioni grandissime. Un ricercatore di cyber-security citato da Bbc News ha affermato su Twitter di aver rilevato 36 mila casi di un ransomware chiamato "WannaCry" e simili.

"L'Europol sta aiutando i Paesi, l'attacco del Ransomware Wannacry è a livelli senza precedenti e richiede un'indagine internazionale", ha fatto sapere l'agenzia, che sta lavorando per risolvere la situazione tramite la sua unità di Cybercrime.

Secondo esperti citati dal New York Times, si tratta si un virus che sfrutta delle vulnerabilità informatiche scoperte e sviluppate dalla Nsa, la Nationl Security Agency che nel 2013 è stata al centro dello scandalo internazionale innescato dalla talpa Edward Snowden.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 6 maggio 2017

Macron denuncia un massiccio attacco hacker

Alcune email sono state rilasciate online e secondo lo staff della campagna elettorale del candidato francese ci sarebbero anche documenti falsi mischiati a quelli veri

Emmanuel Macron. Credit: Reuters

La campagna elettorale del candidato alle presidenziali francesi Emmanuel Macron ha annunciato nella notte tra venerdì 5 e sabato 6 maggio di essere stata vittima di un “massiccio” attacco hacker a circa 36 ore dal ballottaggio che deciderà chi sarà il prossimo presidente francese.

Domenica 7 maggio i cittadini francesi sono chiamati a scegliere tra il candidato europeista e liberale di En Marche!, Emmanuel Macron e la leader del Front National, il partito di estrema destra, Marine Le Pen. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati prima della chiusura della campagna, Macron ha allungato il suo vantaggio su Le Pen.

I documenti sottratti (circa nove gigabyte di dati) sono stati pubblicati su un profilo chiamato EMLEAKS su Pastebin, un sito che consente di condividere file in modo anonimo. Non è chiaro chi sia il responsabile della diffusione dei dati o se questi siano tutti autentici.

“Il movimento En Marche! è stato vittima di un massiccio e coordinato hackeraggio questa sera, che ha portato alla diffusione sui social media di varie informazioni”, ha detto la campagna in una dichiarazione. Secondo i membri dello staff elettorale documenti veri sarebbero stati mischiati ad alcuni falsi per fare disinformazione.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 23 febbraio 2017

Trump ha abolito le regole sull'uso dei bagni delle scuole in base all'identità di genere

Le linee guida erano state introdotte durante l'amministrazione di Obama

Un adesivo attaccato per protesta su un bagno in North Carolina

L'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha revocato il provvedimento per cui i transgender possono usare i bagni delle scuole pubbliche in base all'identità di genere anziché al sesso biologico. Tali linee guida erano state introdotte durante l'amministrazione del precedente presidente, Barack Obama, e salutate come un'importante vittoria per la comunità LGBT.

Tuttavia, questi provvedimenti erano anche stati criticati e accusati di mettere a rischio la sicurezza e la privacy degli studenti. Un'altra critica è stata quella per cui un provvedimento di questo tipo sarebbe dovuto essere stabilito dai singoli stati, e non a livello nazionale.

La direttiva di Barack Obama è stata inoltre portata in tribunale in 13 diversi stati ed è stata bloccata in Texas da un giudice locale.

Mercoledì 22 febbraio l'amministrazione di Trump ha inviato una lettera a tutte le scuole pubbliche degli Stati Uniti in cui ha illustrato le nuove linee guida, aggiungendo che quelle precedenti creavano confusione.

Durante la campagna elettorale per le presidenziali, Donald Trump aveva dichiarato che i transgender avrebbero dovuto usare secondo lui i bagni che avessero loro stessi ritenuto più appropriati. Non è chiaro se la decisione di modificare le linee guida di Obama sia arrivata quindi per mettere ordine nel regolamento o per venire incontro alle critiche che si erano sollevate da parte di molti repubblicani dopo la sua precedente dichiarazione.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 11 febbraio 2017

"Hacker russi hanno attaccato la Farnesina", Mosca smentisce

A rivelarlo è il quotidiano The Guardian, l'hackeraggio avrebbe colpito le email dei dipendenti per quattro mesi nel 2016. Fonti del ministero: dati sensibili al sicuro

Rafforzato il sistema di sicurezza infomatico al ministero degli Esteri

La Russia è coinvolta in un attacco informatico contro il ministero degli Esteri italiano che ha compromesso le comunicazioni email, un hackeraggio scoperto solo dopo diversi mesi. A rivelarlo è il quotidiano britannico The Guardian venerdì 10 febbraio 2017.

Il giornale cita un funzionario del governo e sostiene che l’attacco, iniziato primavera scorsa è durato oltre quattro mesi ma non ha scardinato il sistema di codifica utilizzato per le informazioni secretate, né ha coinvolto l’allora titolare del dicastero Paolo Gentiloni il quale ha evitato di usare l’email durante il suo mandato ministeriale. Tuttavia i rapporti dei funzionari dislocati all’estero, inclusi membri del corpo diplomatico, sono stati colpiti dal malware.

L’attacco hacker alla Farnesina nel 2016 riportato dal Guardian "è una vicenda di cui si è già a conoscenza”, ha detto all’agenzia Ansa una fonte vicina alla Farnesina, sottolineando che “a seguito del primo attacco c'è stato subito un primo intervento di rafforzamento. Ma è bene precisare ancora una volta che non si è trattato di attacchi al sistema informatico criptato attraverso il quale si veicolano le informazioni più rilevanti e delicate bensì al sistema di gestione delle email del personale della Farnesina e delle Ambasciate".

Dopo la diffusione della notizia pubblicata dal Guardian, è intervenuto il ministero degli esteri russo attraverso la portavoce Maria Zakharova. "Non ci sono fatti che provano queste affermazioni", ha detto Zakharova, precisando che “la parte italiana può contattare direttamente i colleghi russi".

Nel riporatere la notizia il Guardian cita alcuni funzionazi italiani. Uno di loro non ha confermato il coinvolgimento di Mosca, ma altre due persone, che sarebbero al corrente dell’attacco informatico, hanno rivelato al quotidiano britannico che lo stato italiano sospetta che il mandatario sia proprio il Cremlino, e che il procuratore capo di Roma ha aperto un’inchiesta.

Altri membri della Nato, inclusi Stati Uniti, Francia, Germania, Paesi Bassi e Bulgaria temono di essere stati oggetti di attacchi cibernetici da parte della Russia. Per quanto riguarda l’Italia, a gennaio sono stati arrestati Giulio e Francesca Maria Occhionero, accusati di aver hackerato decine di migliaia di account email, inclusi quelli di figure politiche di primo piano, tra cui l’ex premier Renzi.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 10 gennaio 2017

Gli arresti per cyberspionaggio a Roma

Due persone sono state fermate con l'accusa di aver spiato molti personaggi importanti, tra cui Matteo Renzi e Mario Draghi, ma molti dettagli sono ancora poco chiari

(ANSA/POLIZIA)

Due persone sono state arrestate a Roma con l’accusa di aver creato una rete informatica per spiare politici e imprenditori. Si tratta di Giulio e Francesca Maria Occhionero, due fratelli residenti a Londra, ma che vivono a Roma. Secondo un comunicato del Centro nazionale anticrimine informatico della Polizia postale (CNAIPIC), ripreso da molti giornali, i due fratelli sono accusati di “procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, accesso abusivo a sistema informatico aggravato ed intercettazione illecita di comunicazioni informatiche e telematiche”.

Sempre secondo il comunicato, i due fratelli avrebbero infettato con virus e malaware i computer di alcune importanti personalità politiche e del mondo degli affari per sottrarre loro informazioni sensibili. Tra le vittime di questi attacchi, scrivono i giornali, ci sarebbero l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, il presidente della Bce Mario Draghi, Ignazio La Russa, Fabrizio Cicchito, l’ex sindaco di Torino Piero Fassino, l’ex ministro Fabrizio Saccomanni, Daniele Capezzone, Michela Vittoria Brambilla e monsignor Gianfranco Ravasi.

L’elenco è molto eterogeneo e comprende personalità di grande importanza a livello europeo e figure praticamente scomparsa anche in Italia. Non è chiaro se l’elenco di cui parlano i giornali contenga soltanto i bersagli di attacchi riusciti oppure tutto coloro per i quali i due fratelli avevano un interesse. La giornalista Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera, da per scontato che i due siano riusciti a entrare nella casella postale di Matteo Renzi, non è chiaro però se la sua personale o se quella usata quando era presidente del Consiglio. Dal comunicato non è chiaro nemmeno quanti attacchi abbiano avuto successo e quali informazioni siano state trafugate.

Fonte: Il Post

giovedì 15 dicembre 2016

Un miliardo di account Yahoo! sono stati hackerati

Secondo la società, l'attacco non sarebbe collegato con quello dello scorso settembre 2016, quando Yahoo aveva rivelato che 500 milioni di account erano stati violati

Oltre miliardo di account Yahoo sarebbero stati colpiti in un attacco hacker che risale al 2013. Credit: Reuters

Oltre miliardo di account Yahoo! sarebbero stati colpiti in un attacco hacker, che risale al 2013. Si tratta della più grande violazioni di dati di cui si abbia mai avuto notizia.

Secondo la società, l'attacco non sarebbe collegato con quello reso noto lo scorso settembre 2016, quando Yahoo! aveva rivelato che oltre 500 milioni di account erano stati violati.

L'azienda, guidata dall'amministratrice delegata Marissa Mayer, ha riferito che gli hacker sono entrati in possesso di nomi, numeri di telefono, password e indirizzi e-mail, ma non di dati bancari.

“Una terza parte non autorizzata, nell'agosto 2013, ha trafugato i dati associati a più di un miliardo di account", ha comunicato l'azienda, che sta lavorando a stretto contatto con la polizia e le autorità per far luce sull'attacco informato.

Gli utenti Yahoo! sono stati invitati a cambiare le loro password e le domande di sicurezza.

Questa notizia mette a rischio la cessione della società a Verizon, il più grande provider di telecomunicazioni wireless del paese, concordata a luglio 2016 per 4,8 miliardi di dollari. Secondo quanto aveva rivelato il Financial Times, Marissa Mayer era venuta a conoscenza dell'attacco hacker già nel luglio 2016, ma non lo aveva rivelato fino al settembre 2016, per non mettere a repentaglio l'operazione con Verizon.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 7 novembre 2016

Cadono le accuse dell'Fbi sulle email di Hillary Clinton

Il capo dell'agenzia investigativa James Comey ha fatto sapere che non cambiano le conclusioni dello scorso luglio. La candidata democratica in testa nei sondaggi

La candidata democratica alle elezioni presidenziali durante una manifestazione a Cleveland, in Ohio, il 6 novembre 2016. Credit: Brian Snyder

A ormai poche ore dalle elezioni statunitensi il capo dell’Fbi James Comey ha fatto sapere domenica 6 novembre che le indagini sulle email di Hillary Clinton non hanno evidenziato alcun illecito. Alla candidata democratica era contestato l’utilizzo di un server privato al posto di quello governativo per l’invio di mail contenenti informazioni classificate quando era segretario di Stato.

Dopo l'annuncio dell'Fbi, il candidato repubblicano Donald Trump ha accusato l'agenzia investigativa di scorrettezza, sostenendo che il sistema è "truccato". I responsabili della campagna di Clinton hanno fatto sapere di essere lieti che il problema sia stato risolto.

La nuova indagine è stata annunciata da Comey a circa dieci giorni dalle elezioni e questo ha suscitato aspre critiche da parte dei democratici, che lo hanno accusato di aver violato la legge che impedisce ai funzionari statali di influenzare l'esito delle elezioni. L'esito dell'inchiesta è in linea con quanto deciso lo scorso luglio, quando l'Fbi ha stabilito che la Clinton non sarebbe stata perseguita.

L'8 novembre gli americani voteranno per eleggere il successore di Barack Obama alla Casa Bianca. Gli ultimi sondaggi prima della notizia dell'archiviazione, davano Clinton a un vantaggio di quattro o cinque punti su Trump.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 6 ottobre 2016

Gli Stati Uniti temono una nuova fuga di informazioni riservate

Un contractor che lavorava per la stessa società con cui collaborava Snowden avrebbe sottratto documenti top secret e rischia ora 10 anni di carcere

La sede della società per cui lavora il contractor arrestato con l'accusa di aver sottratto documenti secretati, in Virginia. Credits: Reuters

Un contractor dell’Agenzia nazionale per la sicurezza (Nsa) americana è stato arrestato dall'Fbi ad agosto 2016 con l’accusa di aver sottratto file secretati.

La notizia è stata diffusa dal New York Times e confermata da un comunicato stampa del dipartimento della giustizia statunitense diffuso mercoledì 5 ottobre 2016.

Harold Thomas Martin III, 51 anni, lavorava per conto di Booz Allen Hamilton, la stessa società di consulenza con cui collaborava Edward Snowden, il tecnico informatico che nel 2013 ha reso noti i dettagli di diversi programmi di sorveglianza di massa di Washington.

Martin è stato accusato di furto di proprietà del governo, rimozione non autorizzata e conservazione di informazioni altamente riservate. Sei documenti trovati in suo possesso sarebbero infatti classificati come "top secret".

Secondo quanto riportato dal New York Times, il contractor avrebbe rubato i codici informatici utilizzati dall'Nsa per violare i sistemi informatici di altri paesi, tra cui Cina, Russia, Corea del Nord e l'Iran.

L'Fbi ha fatto sapere che in un primo momento Martin ha negato le accuse, ma in seguito ha ammesso la sottrazione di documenti e file digitali. Non sono ancora chiare le motivazioni che lo hanno spinto.

"Non c'è alcuna prova che Martin abbia tradito il suo paese", ha dichiarato l'avvocato James Wyda. "Quello che sappiamo è che Martin ama la sua famiglia e il suo paese. Ha servito con onore questa nazione nella marina degli Stati Uniti e ha dedicato tutta la sua vita a proteggere il suo paese".

Martin rischia fino a 10 anni di carcere per il furto di proprietà del governo, e fino a un anno per la rimozione di materiali classificati.

John Carlin, capo della divisione "sicurezza nazionale" del dipartimento di Giustizia, ha detto che l'arresto evidenzia la minaccia potenzialmente rappresentata dagli addetti ai lavori.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 23 settembre 2016

Attacco hacker a Yahoo!: rubate le password a 500 milioni di utenti

Dietro il cyber-attacco potrebbe esserci un paese straniero: le modalità sono simili a precedenti casi collegati ai servizi segreti russi

A giugno era stata annunciata la vendita di Yahoo! al gigante delle telecomunicazioni Verizon. Credit: Denis Balibouse

Yahoo! ha confermato di essere stata vittima nel 2014 di un maxi cyber-attacco con il quale sono stati rubati i dati di mezzo miliardo di persone, e che potrebbe essere stato condotto da un hacker sponsorizzato da un paese straniero.

Le indagini svolte dalla sicurezza del motore di ricerca, infatti, rivelerebbero la presenza di un “attore esterno sponsorizzato da uno stato” nella rete della società.

I dati piratati includono nomi, indirizzi email, numeri telefonici, date di nascita, password, ma non informazioni finanziarie o dati delle carte di credito, ha affermato Yahoo!.

Il Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Casa Bianca sono stati messi a conoscenza dell’attacco hacker e l’Fbi ha confermato che sta indagando sul possibile coinvolgimento di uno stato straniero.

Fra le vittime dei pirati informatici c’è anche la First lady americana Michelle Obama, il cui passaporto è finito online insieme alle mail personali di alcuni dipendenti della Casa Bianca che hanno lavorato per la campagna presidenziale di Hillary Clinton.

Negli ultimi tempi diverse società statunitensi sono state vittime di attacchi hacker da parte di soggetti legati a governi stranieri e i principali sospetti sono caduti su Russia e Cina. L'episodio che ha coinvolto Yahoo!, secondo fonti della sicurezza citate da Reuters, sarebbe infatti simile a precedenti casi collegati ai servizi segreti russi.

Le prime indiscrezioni su un possibile cyber-attacco contro Yahoo! risalgono ad agosto, quando l'hacker 'Peace' aveva annunciato di aver messo in vendita i dati di 200 milioni di utenti per 3 bitcoin, circa 1.800 dollari. Yahoo! si era detta consapevole delle voci, ma non aveva preso una posizione, avviando solo un'indagine interna.

A livello d’immagine, il danno è pesante. Yahoo!, pur consapevole dell'attacco, non ha invitato gli utenti a cambiare la password per precauzione, mostrandosi superficiale. E chiedere la modifica ora potrebbe essere troppo poco e troppo tardi.

Il cyber-attacco rappresenta anche un nuovo colpo per Marissa Mayer, l'amministratore delegato di Yahoo!, sulla quale erano state riposte le speranze del rilancio.

Yahoo! è stata fondata nel 1994 da Jerry Yang e David Filo. Per i primi dieci anni di vita la società è stata uno tra i pionieri dei servizi internet e il più popolare motore di ricerca degli Stati Uniti, con un valore pari a 125 miliardi di dollari, ma dopo il crollo, 4,4 miliardi di perdite solo nel 2015, Yahoo! è stata costretta a mettersi in vendita.

A giugno il gigante delle telecomunicazioni Verizon ha annunciato l’acquisto della società al prezzo di 4,8 miliardi di dollari, ma l’accordo non è stato ancora formalizzato perché manca il via libera delle autorità e degli azionisti del motore di ricerca.

L'impatto dell'attacco sull'operazione non è ancora chiaro ma, secondo gli analisti, potrebbe rendere la strada più in salita, soprattutto in termini di assunzione della responsabilità in un momento di transizione.

Ecco i cinque principali casi di account piratati:

- Myspace: 359 milioni di account

- LinkedIn: 164 milioni di account

- Adobe accounts: 152 milioni

- Badoo: 112 milioni di account

- Vk: 93 milioni di account

Fonte: haveibeenpwned.com

Fonte: The Post Internazionale

sabato 30 luglio 2016

Attacchi informatici sulla campagna di Hillary Clinton

I russi avrebbero violato i sistemi del partito democratico per influenzare le presidenziali dell'8 novembre, ma non ci sono pericoli per la sicurezza nazionale

Il candidato presidenziale democratico. Credit: Carlos Barrio

Un network informatico usato nella campagna elettorale della candidata democratica Hillary Clinton è stato violato venerdì 29 luglio 2016.

Quest’ultimo attacco cibernetico ne segue altri due che hanno colpito il Comitato nazionale democratico e il comitato per la raccolta fondi del partito.

“Il nostro sistema informatico per la campagna è stato esaminato da esperti di cyber sicurezza che non hanno trovato prove che i nostri sistemi interni siano compromessi”, ha dichiarato il portavoce della campagna di Clinton, Nick Merrill.

Gli hacker hanno violato il programma di analisi per cinque giorni, ma non hanno avuto accesso a dati sensibili. Il dipartimento di Giustizia, tuttavia, sta verificando se gli attacchi cibernetici sul partito democratico rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale.

Il coinvolgimento del dipartimento potrebbe indicare che l’amministrazione americana sospetta ci sia uno stato dietro agli episodi. Infatti, i funzionari dell’intelligence americana ritengono che gli hacker siano russi. Inoltre, si pensa che la Russia abbia pianificato la diffusione di email del partito democratico per influenzare le elezioni presidenziali, che si terranno il prossimo 8 novembre. Tuttavia, il sistema email privato che Clinton utilizzava quando era segretario di Stato non è stato violato.

Nel frattempo, il candidato presidenziale repubblicano Donald Trump ha pubblicamente invitato i russi a diffondere le email di Clinton, richiesta cui i democratici hanno risposto dicendo che Trump invita gli stranieri a spiare gli americani sottovalutando il fatto che queste intrusioni minacciano la sicurezza nazionale.

L’attribuzione alla Russia delle violazioni informatiche potrebbe compromettere gli attuali sforzi del segretario di Stato John Kerry per ottenere la cooperazione di Mosca nella guerra al sedicente Stato islamico in Siria.

Funzionari americani sostengono che l’amministrazione Obama tema che il presidente russo Vladimir Putin possa reagire ad accuse pubbliche intensificando gli attacchi cibernetici su obiettivi americani e le manovre militari nel Mar Baltico e Mar Nero.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 1 luglio 2016

Tutto quello che c'è da sapere sulla proposta di legge sulla cannabis

I punti fondamentali sono la legalizzazione del possesso e della vendita regolamentata, e anche il via libera alla coltivazione personale e associata

Un laboratorio per la coltivazione della marijuana negli Stati Uniti. Credit: Reuters

La proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis approderà in aula alla Camera per essere discussa il 25 luglio e il giorno dopo inizierà il voto. L’iniziativa è sottoscritta da 218 parlamentari, provenienti dai diversi schieramenti politici: Partito democratico, Movimento Cinque Stelle, Sel ma anche Forza Italia e Scelta civica.

La proposta intende rivoluzionare l’attuale normativa che, dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi da parte della Corte Costituzionale nel 2014, è tornata ad essere quella approvata nel 1990, la legge Jervolino-Vassalli.

Il testo della legge è stato presentato quasi un anno fa su iniziativa del sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. Ma cosa prevede nel dettaglio la proposta di legge? Ecco i punti fondamentali.

Possesso, consumo, cessione

Sarà possibile per i cittadini maggiorenni detenere lecitamente una certa quantità di cannabis per uso ricreativo: 5 grammi fuori dal proprio domicilio e 15 grammi all’interno, senza dover chiedere alcuna autorizzazione.

Rimane illecito e punibile il piccolo spaccio di cannabis, anche per quantità inferiori ai 5 grammi, ma è depenalizzata la cessione gratuita a una persona maggiorenne (e la cessione tra minorenni) di una modica quantità di cannabis.

Il divieto di fumo rimane in vigore nei luoghi pubblici, aperti al pubblico e negli ambienti di lavoro. In pratica sarà possibile fumare solo in luoghi privati.

Coltivazione

È possibile la coltivazione di piante di cannabis fino a un massimo di cinque e la detenzione del raccolto, che non potrà tuttavia essere venduto. Per la coltivazione personale è sufficiente inviare una comunicazione all’Ufficio regionale dei Monopoli competente per territorio e non è necessaria alcuna autorizzazione.

È anche possibile coltivare in modo associato, senza fini di lucro, sul modello dei cannabis social club spagnoli. Ogni club può coltivare fino a cinque piante di cannabis per ogni associato. Anche qui serve comunicazione all’ufficio regionale dei Monopoli. Gli associati non possono essere in numero superiore a cinquanta, devono essere maggiorenni e sono protetti dalle norme previste per i “dati sensibili” dal Codice della Privacy.

Vendita

È consentita la commercializzazione di cannabis all’interno del regime di monopolio per la coltivazione delle piante di cannabis, la preparazione dei prodotti da essa derivati e la loro vendita al dettaglio. In pratica l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli può autorizzare i privati a vendere la cannabis in locali dedicati (sul modello dei coffee shop olandesi), nel rispetto di alcuni principi, come la tracciabilità del processo produttivo, il divieto di importazione e altre regole.

Dal regime di monopolio è esclusa la coltivazione personale e associata.

Utilizzo a scopi terapeutici

Si introducono norme per semplificare la produzione di cannabis per medicine e scopi terapeutici così come le modalità di consegna e approvvigionamento. La detenzione di cannabis per uso terapeutico è consentita entro i limiti contenuti nella prescrizione medica, anche al di sopra dei limiti previsti per l’uso ricreativo.

“Oggi il diritto a curarsi con i derivati della cannabis è formalmente previsto, ma sostanzialmente impedito da vincoli burocratici, sia per l’approvvigionamento delle materie prime per la produzione nazionale, sia per la concreta messa a disposizione dei preparati per i malati”, si legge nella proposta di legge.

Sicurezza e prevenzione

Il 5 per cento dei proventi annui derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis sarà destinato al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga. Inoltre, i proventi delle sanzioni amministrative relative alla violazione dei limiti e delle modalità previste per la coltivazione e detenzione di cannabis sono interamente destinati ad interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e tossicodipendenti.

Per quanto riguarda la sicurezza, il testo della legge specifica che la legalizzazione della cannabis, al pari dell’alcol, non comporta l’attenuazione delle norme e delle sanzioni previste dal Codice della strada per la guida in stato di alterazione psicofisica.

LEGGI ANCHE: LA CANNABIS LEGALE PORTEREBBE OTTO MILIARDI DI EURO NELLE CASSE ITALIANE

Fonte: The Post Internazionale

martedì 29 marzo 2016

L’FBI è riuscita a ottenere i dati dell’iPhone di San Bernardino

E lo ha fatto senza l'aiuto di Apple: anche l'azione legale di cui si è molto parlato, quindi, è stata sospesa

Chip Somodevilla/Getty Images

L’FBI è riuscita senza l’aiuto di Apple a ottenere i dati criptati dell’iPhone di Syed Rizwan Farook, l’attentatore che lo scorso 2 dicembre ha ucciso 14 persone in una clinica di San Bernardino, in California. Di conseguenza il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ), l’equivalente americano del ministero della Giustizia, ha deciso di chiudere l’azione legale contro Apple di cui si è molto parlato nelle ultime settimane. La notizia circolava già dalla scorsa settimana quando l’udienza era stata posticipata proprio perché il Dipartimento di Giustizia aveva detto di avere trovato una possibile soluzione per lo sblocco del telefonino grazie all’aiuto di un «soggetto terzo» che resta tutt’ora sconosciuto. Lunedì 28 marzo il Dipartimento stesso ha comunicato che quella soluzione ha funzionato rendendo inutile un’udienza futura. L’FBI voleva obbligare Apple a recuperare i dati dall’iPhone in questione superando i sistemi di sicurezza presenti sul telefono.

Quello tra Apple e l’FBI è un confronto che ha aperto un esteso dibattito sui confini entro i quali aziende e istituzioni devono muoversi per tutelare la privacy degli individui. E ora, dopo l’ultimo sviluppo, la questione principale è capire se il Dipartimento di Giustizia sceglierà di rendere tutti gli iPhone più sicuri comunicando ad Apple come sono stati superati i sistemi di sicurezza dell’iPhone (per cui Apple riteneva necessario progettare una versione modificata del suo sistema operativo) o di conservare per sé la tecnica di indagine. Non è infatti chiaro quale sia stato il metodo usato dall’FBI e se funzioni solo sul modello di iPhone 5C appartenuto all’attentatore di San Bernardino o anche sugli altri modelli che usano lo stesso sistema operativo.

Da settimane l’FBI chiedeva a Apple di collaborare per recuperare dei dati criptati nello smartphone di Farook, che era stato trovato durante le indagini e dal quale sperava di ottenere informazioni sulle attività dei terroristi nelle settimane precedenti all’attacco. Finora l’FBI aveva sostenuto che i dati sarebbero stati accessibili solo con la collaborazione di Apple dopo che erano falliti i primi tentativi di recuperarli. Alcuni dati archiviati online tramite il servizio iCloud erano già stati recuperati grazie all’aiuto di Apple, ma l’FBI aveva scoperto che non erano i più recenti e quelli più importanti per le indagini. L’FBI aveva quindi chiesto a Apple, tramite un’ordinanza di un giudice, di sviluppare un’apposita versione del suo sistema operativo iOS da installare su quel telefono, così da fornire un accesso secondario agli investigatori e permettere loro di ottenere i dati più recenti dall’iPhone di Farook, che sono criptati. Apple si era opposta, dicendo che una soluzione di questo tipo avrebbe creato un precedente molto pericoloso, perché l’FBI avrebbe potuto accedere a qualsiasi altro iPhone in suo possesso e che una modifica di questo tipo a iOS sarebbe stata tecnicamente molto difficile da realizzare.

Dopo la notizia dello sblocco riuscito senza l’aiuto di Apple, l’azienda ha pubblicato un comunicato in cui dice: «Fin dall’inizio abbiamo contestato la richiesta dell’FBI di costruire una backdoor (cioè una porta di accesso che consentisse di superare le procedure di sicurezza, ndr) nell’iPhone credendo fosse sbagliato e un precedente pericoloso». Apple ha anche fatto sapere di credere «profondamente che le persone negli USA e in tutto il mondo abbiano il diritto alla protezione di dati, alla sicurezza e alla privacy. Sacrificare un principio in nome di un altro pone le persone e i paesi in una posizione di maggiore rischio. Noi continueremo ad aiutare le forze dell’ordine nelle indagini, come abbiamo sempre fatto, e continueremo ad aumentare la sicurezza dei nostri prodotti mentre le minacce e gli attacchi contro i nostri dati diventano più frequenti e più sofisticati».

Fonte: Il Post

lunedì 22 febbraio 2016

Perché Apple litiga con l’FBI, dall’inizio

Dietro la decisione di non fornire un accesso a un iPhone per le indagini su un attentato c'è un tema che riguarda tutti: spetta alle aziende o agli stati proteggere la privacy delle persone?

Il CEO di Apple, Tim Cook (Stephen Lam/ Getty Images)

Apple vuole spostare il confronto in corso con l’FBI e il governo degli Stati Uniti riguardo l’iPhone della strage di San Bernardino dai tribunali al Congresso, in modo da farlo diventare un dibattito più generale sui confini entro i quali aziende e istituzioni devono muoversi per tutelare la privacy degli individui. La proposta è contenuta in un nuovo comunicato di Apple – con “domande e risposte” – che fa seguito alla lettera della settimana scorsa del CEO Tim Cook.

Secondo Apple, il modo migliore per affrontare il tema è attraverso “una commissione o un gruppo di esperti su intelligence, tecnologia e libertà civili in cui discutere le implicazioni per la legge, la sicurezza nazionale, la privacy e le libertà individuali”; “Apple sarebbe contenta di partecipare”. Cook ha ribadito lo stesso concetto in un’email inviata stamattina a tutti i dipendenti Apple, nella quale li ringrazia per il sostegno alla decisione senza precedenti con cui una delle più grandi e redditizie aziende del mondo ha deciso di contestare un’ordinanza di tribunale, per lo più su un tema di sicurezza nazionale.

Cosa vuole l’FBI
Durante le indagini sulla strage di San Bernardino, in California, in cui sono state uccise 14 persone e i due autori dell’attacco, è stato trovato un iPhone 5C appartenuto a Syed Rizwan Farook, uno dei due assalitori. L’FBI ha ottenuto da Apple i backup che il telefono fa automaticamente online tramite il servizio iCloud, ma ha scoperto che non sono recenti abbastanza per ottenere informazioni sulle attività dei terroristi nelle settimane precedenti all’attacco. Gli agenti hanno quindi chiesto a Apple – tramite un’ordinanza di un giudice – di creare una versione modificata ad hoc del suo sistema operativo iOS da installare su quel telefono, in modo da fornire un accesso secondario agli investigatori e permettere loro di ottenere i dati più recenti dall’iPhone di Farook, che sono criptati sul dispositivo. Apple si è opposta, dicendo che una soluzione di questo tipo creerebbe un precedente molto pericoloso, perché l’FBI potrebbe accedere a qualsiasi altro iPhone in suo possesso e che una modifica di questo tipo a iOS sarebbe tecnicamente molto difficile. Tim Cook ha spiegato le motivazioni dell’azienda nella sua lunga lettera, che ha ricevuto il sostegno di tutte le grandi aziende statunitensi del web – come Facebook e Google – e che ha aperto un dibattito molto ampio sul delicatissimo tema della tutela dei dati online.

Accesso secondario
Nei giorni seguenti alla lettera, è emerso che la vicenda si è complicata in parte proprio a causa dell’FBI. L’iPhone 5C del terrorista di San Bernardino era un telefono “aziendale”, gli era stato fornito dalla contea di San Bernardino, per cui lavorava. Dopo avere recuperato l’iPhone 5C, l’FBI ha chiesto ai tecnici della contea di resettare la password da remoto, cioè da un altro dispositivo, pensando così di poter ottenere direttamente i dati dal backup di iCloud, senza coinvolgere direttamente Apple. Questa soluzione ha però bloccato i backup dei file più recenti verso iCloud, perché se la modifica è stata effettuata da un altro dispositivo Apple chiede per renderla effettiva si debba sbloccare il telefono utilizzando il codice deciso dalla persona che lo utilizza. Il codice che utilizzò Farook non è noto e non si possono provare tutti quelli possibili, perché dopo un certo numero di tentativi sbagliati iOS blocca completamente l’accesso.

L’FBI vorrebbe che Apple creasse una versione di iOS per superare questo problema, in modo che l’FBI possa fare tentativi infiniti fino a ottenere il codice giusto (“brute force”). Secondo il Dipartimento di Giustizia (DOJ), che ha emesso una mozione molto dura nei confronti di Apple accusandola di aver preso questa posizione per mere ragioni di marketing, le informazioni all’interno dei backup non sono sufficienti e occorre quindi sbloccare il telefono.

Privacy e NSA
Il modo in cui iOS protegge i dati sugli iPhone e sugli iPad è conseguenza, almeno in parte, di quanto è emerso negli ultimi anni grazie a Edward Snowden sul piano di sorveglianza di massa delle telecomunicazioni messo in atto dalla National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti. I documenti riservati resi pubblici da Snowden dimostrarono che la NSA aveva ottenuto accessi secondari a tutti i principali servizi di comunicazione online, ai sistemi operativi più diffusi e ad altri programmi, in modo da recuperare informazioni praticamente su qualsiasi obiettivo. Le rivelazioni portarono a una maggiore attenzione da parte delle aziende di Internet, che negli ultimi anni hanno aggiunto sistemi per criptare meglio i dati e renderli inaccessibili.

Apple ha assunto misure molto incisive a riguardo: con la versione 8 di iOS si è volontariamente tagliata fuori dai dati contenuti negli iPhone e negli iPad. Le informazioni oggi sugli iPhone vengono criptate e se non si possiedono i codici di accesso è impossibile ottenere i dati, che nel caso di ripetuti tentativi di accesso non autorizzati vengono cancellati dai dispositivi. Qualcosa può essere recuperato nel caso esistano dei backup fatti tramite iCloud, ma la maggior parte delle informazioni resta criptata nel telefono e si tratta di dati difficili da recuperare. Per questo motivo Apple si rifiuta di obbedire all’ordinanza, sostenendo inoltre che per creare una copia alternativa di iOS sarebbero necessari mesi di lavoro e che molte cose potrebbero andare storte, non trattandosi di una versione sperimentata a sufficienza del software prima della sua diffusione: un solo errore di programmazione potrebbe causare ugualmente la distruzione dei dati criptati nel telefono.

Polemiche
Attraverso il DOJ, il governo degli Stati Uniti ha chiesto formalmente ad Apple di collaborare, L’azienda entro venerdì dovrà presentare in tribunale le sue obiezioni all’ordinanza e non è chiaro quali potrebbero essere gli sviluppi della vicenda, considerato che non ci sono precedenti di questo tipo. Intanto il dibattito negli Stati Uniti è montato molto e ha coinvolto anche i candidati alle primarie per le presidenziali di quest’anno. Donald Trump, il candidato attualmente in testa tra i Repubblicani, ha scritto in un tweet che gli statunitensi dovrebbero boicottare Apple per la sua scelta, anche se nei giorni seguenti ha continuato a twittare da un iPhone (ha poi detto di usare sia i telefoni Apple sia quelli Android).


In un’intervista, il procuratore di Manhattan, Cyrus R. Vance Jr., ha detto che se Apple fornisse lo strumento richiesto dall’FBI questo dovrebbe essere utilizzato in qualsiasi altra indagine penale, confermando di fatto che le preoccupazioni di Cook sono fondate. Ha poi spiegato che attualmente solo a New York ci sono 175 iPhone che le forze dell’ordine non riescono a sbloccare per ottenere i dati al loro interno. Il direttore dell’FBI, James Comey, ha scritto una lettera aperta in cui dice che il governo “non vuole creare un precedente nP mandare un qualche tipo di segnale”, aggiungendo che l’intera vicenda si riduce al tema “delle vittime e della giustizia”.

Alcuni investitori di Apple hanno sollevato perplessità sulla scelta di mettersi così esplicitamente contro il governo, considerato che gli interessi dell’azienda dovrebbero essere altri e prettamente commerciali. Molti osservatori hanno invece commentato positivamente l’iniziativa di Tim Cook, che già in passato ha impegnato la sua azienda su altri temi legati alla privacy e ai diritti civili, sostenendo tra le altre cose quelli per la comunità LGBT. In questo il CEO di Apple si sta dimostrando molto diverso dal cofondatore dell’azienda, Steve Jobs, e ha spiegato che alcune decisioni devono essere prese anche solo perché “sono la cosa giusta da fare”.

Fonte: Il Post

venerdì 7 agosto 2015

Un nuovo attacco informatico agli Stati Uniti

Qualcuno ha attaccato un sistema di e-mail del dipartimento della Difesa e si sospetta sia stata la Russia

Il segretario della Difesa Ash Carter, a sinistra, e il capo dello stato maggiore congiunto Martin Dempsey. (AP Photo/Andrew Harnik)

Alcuni funzionari dell’esercito statunitense hanno detto giovedì che un sistema di posta elettronica usato dal dipartimento della Difesa americano ha subìto un attacco informatico, forse compiuto dal governo russo. Il sistema attaccato era usato dagli impiegati del “Joint Chief of Staff”, ovvero quell’organo che riunisce i capi di stato maggiore di ciascun ramo delle forze armate statunitensi, e non conteneva materiale segreto. L’attacco è stato rilevato il 25 luglio ma solo negli ultimi giorni il governo americano ha ricostruito quello che è successo, accusando il governo russo di esserne responsabile.

Il sistema di posta elettronica attaccato era usato da circa 4.000 militari e civili: è rimasto disabilitato dal giorno dell’attacco, per evitare ulteriori danni, ma dovrebbe essere ripristinato a breve. Il governo statunitense ha detto che la complessità dell’attacco fa pensare che sia stato organizzato e compiuto da un governo straniero, invece che da singoli hacker autonomi. Tuttavia alcuni funzionari hanno spiegato al Washington Post come sia difficile tracciare la provenienza di queste azioni. Uno di loro ha detto: «Attribuire responsabilità in questo campo è praticamente impossibile. Raramente si è in grado di dire al 100 per cento» chi ha compiuto l’attacco.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti accusano dei governi stranieri di essere dietro ad attacchi contro sistemi informatici governativi. Nel 2008 le agenzie di intelligence russe furono sospettate di essere state dietro l’attacco ad alcune reti con materiale classificato dell’esercito statunitense: il governo americano ci mise dei mesi per contenere l’attacco e prendere contromisure adeguate. Negli ultimi due mesi in particolare ci sono stati due grossi attacchi informatici all’Office of Personnel Management (OPM), un’agenzia che raccoglie i dati di tutti gli impiegati federali tra cui anche quelli di chi lavora con la sicurezza nazionale e ha accesso a informazioni riservate. Nel primo, rivelato all’inizio di giugno, erano stati rubati i dati di quattro milioni di impiegati ed ex impiegati. Nel secondo, annunciato il 12 giugno, erano stati rubati dati riguardanti parenti e amici degli impiegati che lavorano nella sicurezza nazionale. Per entrambi gli attacchi gli Stati Uniti avevano accusato hacker cinesi.

In passato la Russia ha negato qualsiasi coinvolgimento negli attacchi informatici contro agenzie federali statunitensi e Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha detto: «È diventato una specie di sport dare la colpa alla Russia di tutto quello che succede». Negli ultimi anni, comunque, le agenzie di intelligence russe sono state accusate di attacchi informatici anche contro altri paesi della NATO. Lo scorso maggio, per esempio, la Russia era stata accusata di essere dietro a un grande attacco informatico contro la rete informatica della Camera bassa del Parlamento tedesco.

Fonte: Il Post

martedì 23 giugno 2015

Expo, il controllo a distanza dei lavoratori esiste già

Alla kermesse milanese Manpower fa usare un’app con geolocalizzazione per timbrare il cartellino. E per la registrazione si usa la mail personale

Lidia Baratta

(Getty Images/Vincenzo Lombardo)

Applicazioni per smartphone con geolocalizzazione e ingressi nei padiglioni tramite l’indirizzo email personale. Mentre a Roma i sindacati gridano al “Grande Fratello” per la norma prevista dal Jobs Act che consente il controllo a distanza dei dipendenti, a Milano si sarebbe passati ai fatti già da un po’. Gli oltre 500 lavoratori assunti da Expo spa tramite l’agenzia Manpower sono stati invitati ad attivare su tablet e telefonini personali un’applicazione con geolocalizzazione per timbrare il cartellino in entrata e uscita dal sito espositivo. Alla app si accede tramite l’indirizzo di posta elettronica «fornito a Manpower in fase di assunzione». Cioè: la propria email personale. E per farla funzionare è necessario attivare il wifi o il Gps, con il rischio che i lavoratori possano essere controllati a distanza in qualsiasi momento. Dentro e fuori Expo. Proprio quello che i sindacati contestano al decreto del Jobs Act, in esame nelle Commissioni, che modifica l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori.

La denuncia arriva dal Nidil, la costola della Cgil che si occupa dei lavoratori atipici. «Ci sono arrivate decine di segnalazioni da parte dei lavoratori assunti nei padiglioni di Expo che ci chiedono una opinione sulla legittimità o meno dei metodi usati da Manpower», spiega Maurizio Crippa, segretario del Nidil Milano. «Abbiamo chiesto un incontro con l’agenzia per capire se ci sia stata una violazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori. Almeno finché non passa il decreto, la presenza di video e controlli a distanza deve essere discussa con le parti sociali».

Per la gestione delle presenze dei lavoratori nel sito di Expo, Manpower ha realizzato un sistema digitale di monitoraggio insieme a Microsoft e PeopleLink. L’applicazione People@TimeMap, realizzata da People Link, permette di rilevare i dati di presenza dei dipendenti in movimento. Attraverso lo smartphone, i dipendenti possono inviare, in qualunque luogo si trovino, le timbrature al sistema. Che identifica persona, data e ora di ingresso e uscita.

I lavoratori assunti a Expo, in pratica, timbrano il cartellino attraverso il proprio smartphone personale quando entrano ed escono dal sito. E «per scaricare la app», spiega Crippa, «si usa la propria email personale comunicata a Manpower al momento dell’assunzione, fornendo quindi tutti i propri dati, con un evidente rischio di violazione della privacy». Non solo: «Per far funzionare l’applicazione, è stato comunicato che è necessario attivare il wifi o il Gps». Ed è qui l’inghippo, perché, dice Crippa, «i lavoratori dicono che devono tenere il Gps della app sempre acceso e quindi sono controllabili a distanza in ogni momento dentro e fuori l’Expo».

Nidil Cgil, Felsa Cisl e Uiltemp, le tre sigle che nei sindacati confederali si occupano dei lavoratori atipici, in un comunicato congiunto contestano a Manpower la violazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, quello che vieta “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori” a meno che non ci sia un accordo con le parti sociali.

Manpower ha fatto sapere di essere disponibile a un incontro con i sindacati per illustrare il funzionamento dell’applicazione. Il sistema tecnologico usato, dicono dalla multinazionale, «è uno strumento che rileva esclusivamente la presenza del lavoratore presso il sito Expo al momento dell’ingresso nel luogo di lavoro. Ciò avviene tramite il Gps dello smartphone del lavoratore. Non è quindi un sistema di geolocalizzazione, e di conseguenza non monitora i lavoratori durante lo svolgimento dell'attività. Proprio perché non comporta nessun controllo delle attività prestate dal lavoratore, questo strumento è totalmente in linea con le normative vigenti». Per quanto riguarda l’uso dell’email personale, Manpower risponde che l’indirizzo «che il lavoratore utilizza, esclusivamente per il proprio riconoscimento, è quello fornito dallo stesso lavoratore al momento della sigla del contratto di lavoro per il quale viene manifestato il proprio consenso per un suo utilizzo per fini lavorativi». La app, sottolineano, «serve per aderire a uno specifico adempimento di legge che obbliga il datore di lavoro a raccogliere la presenza dei suoi lavoratori». In più, «l’adesione a questo sistema di rilevazione della presenza sul luogo di lavoro avviene su base volontaria in quanto a tutti i lavoratori viene lasciata la libertà di scegliere tra l’utilizzo di questa nuova tecnologia oppure di registrare la propria presenza tramite badge attraverso i rilevatori dislocati sul sito Expo». Rilevatori, quelli tradizionali, che però non si trovano in tutti i padiglioni di Expo.

Il sistema tecnologico, sottolineano da Manpower, è stato tra l’altro «condiviso con Expo e con i sindacati che partecipano all’Osservatorio permanente». Lo stesso che ha sottoscritto la clausola di tregua sullo sciopero dei lavoratori. E che ha dato il via libera ai contratti a tempo determinato senza causalità e agli apprendistati deregolamentati.

Fonte: Linkiesta.it

sabato 13 giugno 2015

Un altro attacco informatico agli Stati Uniti

Alcuni hacker, probabilmente cinesi, hanno rubato i dati dei parenti di milioni di impiegati americani che hanno a che fare con la sicurezza nazionale


Venerdì 12 giugno l’amministrazione degli Stati Uniti ha annunciato che c’è stata una seconda violazione dei computer di un’importante agenzia federale americana dopo quella annunciata all’inizio di giugno. Il database colpito dai pirati informatici è quello dell’Office of Personnel Management (OPM), un’agenzia che raccoglie i dati di tutti gli impiegati federali tra cui anche quelli di chi lavora con la sicurezza nazionale e ha accesso a informazioni riservate. Nel primo attacco all’inizio di giugno erano stati rubati i dati di quattro milioni di impiegati ed ex impiegati. Nel secondo sembra che siano stati rubati dati riguardanti parenti e amici degli impiegati che lavorano nella sicurezza nazionale. Secondo gli investigatori gli hacker sono cinesi.

Il furto di dati potrebbe servire a ricattare il personale che ha accesso a dati sensibili. Uno dei documenti rubati si chiama Standard Form 86 ed è lungo 127 pagine. Si tratta di un modulo che devono compilare tutti gli impiegati che lavorano con la sicurezza nazionale e contiene domande come: «Hai mai cercato volontariamente aiuto in seguito a problemi con l’alcol?», oppure: «Negli ultimi sette anni hai mai fatto uso di droga o di altre sostanze vietate?». Secondo Associated Press, aggiungendo i nuovi dati a quelli rubati nel primo attacco, potrebbero essere state sottratte informazioni che riguardano in tutto 14 milioni di impiegati o ex impiegati del governo degli Stati Uniti.

Diversi esperti di sicurezza informatica hanno detto al New York Times che gli attacchi sembrano compiuti dallo stesso gruppo di pirati informatici cinesi responsabile di altre violazioni negli ultimi anni, come l’attacco al dipartimento della Homeland Security lo scorso novembre o il fallito tentativo di intrusione nei computer dell’OPM nel marzo del 2014. Sempre il New York Times precisa che anche se il gruppo di pirati informatici lavorasse per gli interessi cinesi, non farebbe automaticamente parte dell’esercito. Secondo alcuni esperti di sicurezza, in Cina esiste un mercato di hacker “freelance”: alcuni attacchi avvenuti in passato sono stati attribuiti a insegnanti di informatica, studenti e impiegati di società che lavorano su internet. Il governo cinese probabilmente utilizza questi professionisti in modo da poter negare di essere coinvolto negli attacchi.

Fonte: Il Post

martedì 3 marzo 2015

Internet in Cina, così il governo controlla e censura

Viaggio nel web di Stato cinese, tra grandi fratelli, protezionismo, e qualcuno che non ne può più

Cecilia Attanasio Ghezzi, China Files

Credits: WANG ZHAO/AFP/Getty Images

«Oltre la Grande muraglia, possiamo raggiungere qualunque angolo del mondo». Una frase che è passata alla storia. Si tratta della prima entusiasta email spedita dalla Cina. Era il 14 settembre del 1987, una data che segna un traguardo raggiunto e un nuovo inizio. Oggi, a quasi trent'anni di distanza, gli internauti cinesi battono tutti i record: otre 649 milioni di utenti e quattro milioni di siti. E sono cinesi quattro delle dieci più grandi aziende dell'information technology (It) a livello globale. Il commercio online ha superato i numeri degli Stati Uniti e continua a crescere a ritmi vertiginosi. Nel 2014 le transazioni hanno superato i duemila miliardi di dollari, il 25 per cento in più rispetto all'anno precedente. È le previsioni parlano di un tasso di crescita che si manterrà costante anche quest'anno. Un mercato che nessuno può permettersi di ignorare, ma con caratteristiche tutte proprie. Prima tra tutte il Grande Firewall, anche per questo quella prima mail suona profetica.

Una moderna muraglia

La grande muraglia è una delle opere d'ingegno più mastodontica e duratura che la civiltà umana ha prodotto. Non sempre ha tenuto lontano i “barbari”, ma li ha fatti entrare nell'Impero di mezzo in maniera controllata. Nei secoli alcuni temuti nomadi hanno perfino preso il potere e creato nuove dinastie. Non prima però di essersi conformati alla cultura locale. Varcare la Grande Muraglia significava essere consapevoli della grandezza della civiltà cinese, saper trattare con i mandarini e, soprattutto, adeguarsi alle loro regole. Il Grande Firewall, moderna muraglia digitale, è nato nel 1996 più o meno con lo stesso antico scopo: controllare le informazioni che entrano nel paese ed evitare l'ingresso di quelle più “pericolose”. Negli anni si è trasformata in una vera propria infrastruttura capace di bloccare parole chiave, pagine e perfino interi domini web. Provate a digitare le parole sulla lista nera, a entrare nel sito del New York Times o ad accedere a Twitter dal territorio cinese. Il risultato sarà sempre lo stesso: “errore 404”, “pagina non trovata”.

Sovranità della rete

Il Partito, quell'entità che nella Repubblica popolare si sovrappone quasi completamente allo Stato, è riuscito così in qualcosa che in pochi avrebbero creduto realizzabile: la costruzione di un internet nazionale, in tutto e per tutto simile al resto della rete. Ma separato. All'interno gli internauti cinesi si muovono come i loro colleghi nel resto del mondo. L'ambiente è caotico, ci sono blog, chat e informazioni. Si può giocare, vedere film, ascoltare musica e fare shopping. Ma a guardia dell'intero traffico ci sono paternalistici censori che giudicano, secondo le direttive del Partito, su cosa è giusto discutere e quali sono i social e le applicazioni che rispettano le (loro) regole.

La parola d'ordine è “wangluo zhuquan”, ovvero “sovranità sulla rete”. Una politica che si è fatta più chiara e pressante dopo le rivelazioni di Snowden secondo le quali gli Stati uniti avrebbero spiato il cyberspazio cinese per anni arrivando a intercettare l'ex presidente Hu Jintao il ministro del commercio e ad accumulare illegalmente dati di banche e aziende importanti come la Huawei. Anche per questo Xi Jinping, da quando è al potere, ha cercato di centralizzare ulteriormente il controllo su Internet attraverso la creazione di due nuovi organi: il Gruppo dirigente centrale per il cyberspazio, presieduto da lui stesso, e l'Ufficio di informazione per l'Internet dello stato, diretto da Lu Wei. Il primo dovrebbe sovraintendere e sviluppare «le strategie nazionali, i piani di sviluppo e le politiche più importanti» mentre il secondo di trasformarle in legge e farle applicare. Il presidente non si stanca di affermare che le tecnologie internet non devono violare la “sovranità sulla rete” del paese, mentre il secondo ripete senza sosta che alle aziende straniere è permesso fare affari in Cina solo in obbedienza alla legge cinese. In un editoriale aperto, ospitato dall'Huffington Post, è stato ancora più esplicito: «Le aziende statunitensi che operano in Cina dimostrano che chi rispetta la legge cinese può sfruttare le opportunità offerte dalla rete cinese. Chi sceglie di opporsi sarà isolato e costretto ad abbandonare il mercato cinese».

Sovranità o protezionismo?

Il mercato It della Repubblica popolare dovrebbe crescere di un altro 11 per cento nel 2015, raggiungendo un giro d'affari superiore ai 460 miliardi di dollari. È senza dubbio un mercato che fa gola a molti. Bene, il governo cinese ha appena redatto la lista di computer e sistemi operativi che ministeri e pubblici uffici possono comprare e adoperare. L'anno scorso era sparito Windows8, quest'anno spariscono Cisco, Apple, Intel e McAfee a favore dei concorrenti locali. Complessivamente, il numero di prodotti che i ministeri possono inserire nei loro budget è più che raddoppiato salendo da 2 a 5mila, ma nessuna dei nuovi ingressi è un prodotto con marca straniera. Cisco, l'azienda americana concorrente alla sopracitata Huawei, nel 2012 aveva una sessantina di prodotti in questa lista. Quest'anno, stando alle fonti di Reuters, non ne avrà neanche uno. Potrebbe essere una risposta alle rivelazioni Snowden o semplicemente un caso di protezionismo economico. Di fatto risponde a entrambe le esigenze e mette in luce quanti erano in molti a sospettare. La Cina sta cercando di avvantaggiare le aziende cinesi a danno dei concorrenti stranieri. E questi ultimi hanno sempre più difficoltà ad operare sul suo mercato.

La camera di commercio europea ha recentemente emesso un comunicato in cui denuncia come la Repubblica popolare stia lentamente trasformando «internet in una intranet», una di quelle reti aziendali ad accesso ristretto, limitato o riservato per gli utenti. Questo, si legge ancora nel comunicato, influenza il mondo degli affari e di fatto «costituisce una tassa corporativa». L'80 per cento delle aziende europee intervistate - infatti - percepisce un ulteriore restringimento dell'accesso alla rete avvenuto tra la fine dell'anno scorso e l'inizio del 2015. Con conseguenti lungaggini nel lavoro quotidiano e nella comunicazione con le aziende madri, collocate fuori dalla Grande Muraglia.

Una gabbia dorata

Per definire l'Internet cinese, sempre più spesso i commentatori stranieri fanno ricorso alla definizione di “gabbia dorata”: può renderti ricco ma al prezzo di costanti limitazioni e compromessi. Da giugno scorso, i controlli su media e social media si sono fatti più frequenti e efficaci. E a seguito delle proteste di Hong Kong, la stretta del governo su internet si è fatta sempre più pesante. Instagram e Google sono stati bloccati completamente. Da ottobre le autorità hanno lanciato ripetuti attacchi contro Yahoo, Google, Microsoft e Apple. Gmail non funziona più da dicembre, neppure scaricando la posta su server terzi. Di fatto a chiunque abiti in Cina e voglia accedere a informazioni e social media in uso nel resto del mondo è indispensabile affidarsi a servizi che reindirizzano il traffico internet fuori dal Grande Firewall. Ma da gennaio, il governo ha colpito anche questi ultimi.

Una mossa arrivata quasi in contemporanea a un nuovo progetto di legge che insiste sul fatto che le aziende It che operano sul territorio cinese devono conservare i dati degli utenti in server ubicati all'interno della Repubblica popolare e garantire al governo l'accesso ai codici sorgenti dei loro software. Conoscere il codice sorgente di un programma significa anche avere accesso alle backdoor, quelle “porte di servizio” che consentono di superare in parte o in tutto le procedure di sicurezza attivate da un sistema informatico o un computer e permettono dunque di violarne la memoria e accedere a dati riservati. In poche parole, si tratta degli accessi principali attraverso i quali i censori possono monitorare da un computer remoto il traffico e le informazioni digitali su dispositivi altri.

È indubbio che questo ridurrà ulteriormente la già poca privacy a cui sono abituati gli utenti che si collegano dal territorio della Repubblica popolare, ma è altrettanto chiaro che le nuove misure saranno un nuovo ostacolo per quelle aziende straniere che vogliono lavorare nel mercato più grande e a più rapida espansione del mondo. Prova ne è che nessuno di loro ha ancora rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale in merito a questa nuova bozza di legge. Si trovano di fronte a un rompicapo. Difficile rinunciare al mercato cinese, ma altrettanto controproducente potrebbe essere spiegare un passo indietro sulla privacy a clienti e azionisti ubicati nel resto del mondo.

E intanto i concorrenti locali continuano a crescere. Bat, la triade dell'It cinese - Baidu (motore di ricerca), Alibaba (sito di ecommerce) e Tencent (social network) - ha registrato una crescita incredibilmente rara nel panorama dell'industria Internet globale: il 50 per cento in più nell'ultimo quadrimestre del 2014.

Niente più tunnel?

«Questo è solo un altro modo della Cina per dire “non vi vogliamo”». Così Astrill, uno tra i due vpn stranieri più utilizzati per superare la censura cinese, qualche settimana fa ha salutato con un pop up i suoi clienti. Se siete abituati a navigare nel mondo libero, probabilmente non ne avete mai sentito parlare. Il vpn o virtual private network è un servizio che cripta e reindirizza il traffico internet. Ad esempio questo articolo è stato scritto in una redazione a Pechino, ma la sua autrice risulta connessa da Hong Kong una città esterna al Grande Firewall. Bloccando gli strumenti di questo tipo, le autorità cinesi di fatto lasciano sempre meno possibilità di aggirare il Grande Firewall, forzando indirettamente gli internauti ad affidarsi ai servizi offerti dalle aziende cinesi.

Se il governo riesce a spingere sempre più utenti ad utilizzare i servizi offerti dalle aziende domestiche - che per inciso controlla più facilmente - è un'ulteriore passo in avanti verso quella che chiama pubblicamente “sovranità sulla rete”. Di questo passo, presto non avrà più bisogno di chiedere a Yahoo i dati dei suoi utenti o ad Apple di eliminare qualche applicazione dallo store cinese. E non dovrà neanche più intimare a LinkedIn di rimuovere i contenuti negativi sulla Cina dalla sua piattaforma. Perché? Perché saranno veramente pochi gli internauti all'interno della Grande Muraglia in grado di aggirare il Grande Firewall per utilizzarli. Peraltro al momento le vpn cinesi funzionano molto meglio di quelle straniere, soprattutto sugli smartphone. Un altro elemento che lascia pensare che, oltre alla censura sui contenuti scomodi, le considerazioni economiche siano sempre più importanti per chi regola l'intranet cinese.

Il peso economico della censura

È giusto e normale che la Repubblica popolare veda in Internet il grilletto che faccia esplodere la propria industria dell'innovazione, ma la sua attitudine al controllo potrebbe avere effetti negativi anche sulle aziende cinesi. Ne è convinto Jörg Wuttke, presidente della Camera di commercio europea quando asserisce che «le aziende cinesi sono frustrate quanto i nostri membri». Il problema è anche di infrastrutture. Pur ospitando la più vasta popolazione di utenti a livello mondiale, la Repubblica popolare si colloca 93esima per velocità della rete, il tasso di connettività è di media meno di un quarto di quello di Hong Kong. Ciò è dovuto all'incessante attività dei censori e al fatto che l'intero traffico nazionale ha soli tre punti di entrata e uscita dal paese: Pechino, Shanghai e Guangzhou.

La lentezza della rete influisce negativamente sulle ore-lavoro di qualsiasi impiegato. Per non parlare di chi fa dell'innovazione tecnologica il suo core business. Pin Wang fondatore di una start up di videogames a Pechino, sintetizza così la sua frustrazione al quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post: «Ciò che dovrebbe essere fatto in 15 secondi, prende dai tre ai cinque minuti con conseguenti ricadute sul lavoro. Siamo una start up e non abbiamo le risorse per trasferirci, ma ne riparleremo a tempo debito». Così mentre le grandi aziende dell'It cinese prosperano in assenza di competizione, quelle piccole o appena nate faticano ad affermarsi, strangolate dalle regole e dalla lentezza della rete nella Repubblica popolare.

La portavoce del ministero degli esteri Hua Chunying ha risposto alle accuse della Camera di commercio europea - a cui ha fatto subito eco quella americana - mostrando un rapporto Onu che dimostra come la Repubblica popolare sia diventata la principale destinazione degli investimenti esteri nel 2014. Un modo di mettere in dubbio la sfiducia che le due Camere di commercio che fanno base a Pechino registrano tra i propri membri. Ma i dati riportati evidentemente non tengono conto dello scontento che serpeggia tra gli imprenditori stranieri e cinesi. I primi si chiedono sempre più spesso fino a che punto si possa pagare per essere presenti sul mercato della seconda economia mondiale. I secondi stanno prendendo le loro decisioni. Un sondaggio di Barclays condotto tra i cinesi con un patrimonio personale superiore al 1,5 miliardi di dollari mostra come il 47 per cento programmi di lasciare la Cina entro i prossimi cinque anni. Piani quinquennali permettendo, verrebbe da aggiungere.

Fonte: Linkiesta.it

venerdì 23 gennaio 2015

La Tecnologia ha cambiato le nostre vite. Ma la privacy?


E’ indubbio che la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione digitale hanno cambiato e migliorato la nostra vita, specie nei paesi sviluppati. E a questo risultato arriva anche il sondaggio di Microsoft, “Views from Around the Globe: 2nd Annual Poll on How Personal Technology Is Changing Our Lives”. Ma la privacy resta comunque un problema.

La tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione hanno cambiato le nostre vite in meglio e questo è un dato ormai sotto gli occhi di tutti. Ma come sempre (o quasi) accade di fronte a innovazioni così importanti c’è sempre un prezzo da pagare, un qualcosa da dare indietro in un certo senso. E in questo caso parliamo di privacy. Ma, nonostante tutto, è fatto salvo, e lo deve essere sempre, il principio per cui un utente ha la possibilità di “far conoscere si sè solo ciò che vuole davvero far sapere” e non tutto, la Privacy resta comunque un aspetto che preoccupa e non poco gli utenti di tutto il mondo. Gli utenti, noi tutti, dobbiamo assumere maggiore consapevolezza riguardo alla privacy. Ma il problema esiste nel momento in cui si vuole fruire di quei servizi nati e sviluppatisi grazie alla tecnologia.

Questa premessa era doverosa perchè lo studio che vogliamo presentarvi oggi tratta anche di questo. E quindi vedremo se e come la Privacy viene vissuta come un problema da risolvere. Lo studio è stato realizzato da Microsoft e si intitola “Views from Around the Globe: 2nd Annual Poll on How Personal Technology Is Changing Our Lives“, una ricerca effettuata in 12 paesi (Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Giappone, Russia, Sud Africa, Corea del Sud, Turchia e Stati Uniti) presentata a Davos dove da domani, fino al 24 gennaio, si terrà World Economic Forum. Gli utenti intervistati sono 12 mila e tutti utenti internet (intervistati tra il 17 dicembre 2014 e il 1° gennaio 2015). Il sondaggio non è stato effettuato in Italia, ma risulta comunque di estremo interesse.

La tecnologia per la maggioranza degli utenti intervistati sta rendendo il mondo un posto migliore dove vivere, migliorando notevolmente condizioni e situazioni con cui ci misuriamo tutti i giorni come il lavoro, come fare la spesa e anche come comunicare, aspetto assolutamente rilevante. Ma dalla ricerca emergono delle differenze dal punto di vista dell’atteggiamento tra gli utenti dei paesi sviluppati e gli utenti delle economie emergenti (come si definiscono ora i paesi che prima si definivano in via di sviluppo). In pratica, mentre gli utenti dei paesi delle economie emergenti vivono le novità elogiandone i vantaggi che queste comportano, come l’impatto sociale, l’impatto sull’economia e delle opportunità che nascono da questa, gli utenti dei paesi sviluppati, quindi dove la tecnologia è molto più presente, esprimono invece delle preoccupazioni, specie in fatto di Privacy.


Intanto c’è da evidenziare che:

- in tutti e 12 paesi gli utenti pensano che la tecnologia ha un impatto positivo nella ricerca di prodotti più accessibili e nella possibilità di poter avviare nuovi business. Inoltre sostengono che benefici si vedono nel maggior utilizzo dei social media e nell’innovazione delle imprese;

- la maggioranza degli utenti ritiene che le “tecnologie personali” hanno incrementato la loro produttività;

- rispetto alla scorsa edizione dello studio, molto utenti affermano che la tecnologia ha avuto effetti positivi nei trasporti e anche nell’alfabetizzazione; mentre sono meno gli utenti che dicono che le tecnologie hanno avuto un effetto positivo sui legami sociali, sulle libertà personali e sulla politica, in termini di espressione;

- la preoccupazione per la Privacy ha avuto un balzo significativo. Infatti in 11 paesi su 12 gli utenti hanno affermato che l’effetto della tecnologia sulla privacy è stato negativo. La maggioranza degli utenti sostiene che i livelli di protezione per gli utenti stessi sono insufficienti. Solo in India e in Indonesia gli utenti hanno la consapevolezza delle informazioni raccolte.

Come abbiamo detto prima, dalla ricerca emergono delle differenza tra paesi sviluppati ed economie emergenti. Infatti il 60% degli utenti dei paesi economie emergenti pensano che le nuove tecnologie hanno avuto un impatto positivo nei loro legami sociali; nei paesi sviluppati la percentuale si ferma al 36%. Il 59% degli utenti dei paesi delle economie emergenti pensa che i servizi di sharing economy, come Uber e Airbnb sono migliori dei servizi tradizionali. Nei paesi sviluppati solo il 33% degli utenti la pensa in questo modo. Il 59% degli utenti dichiara che grazie alla tecnologia hanno interesse a lavorare nel settore delle scienze, delle tecnologie, dell’ingegneria e della matematica. Questa percentuale sale all’85% invece tra gli utenti dei paesi sviluppati. In particolare, il 77% delle donne dei paesi delle economie emergenti dichiara di sentirsi incoraggiate a lavorare proprio in quei settori (in inglese, STEM); tra le donne dei paesi sviluppati questa percentuale scende al 46%.

Ma anche voi siete del parere che la tecnologia ha cambiato il nostro modo di vivere e le nostre società? E siete anche voi preoccupati per ciò che riguarda la privacy?

Francesco Russo

Fonte: InTime, Condivido per Comunicare

mercoledì 26 novembre 2014

Barbara D'Urso denunciata da Ordine dei giornalisti: 'Esercizio abusivo professione'

Il presidente Enzo Iacopino pubblica su Facebook l'esposto contro la conduttrice che, sebbene non sia iscritta all'albo, "compie un’attività specifica della professione senza rispettare le regole" e "con negative ripercussioni sull'immagine di quest’ordine"


"Ho firmato la prima denuncia/esposto nei confronti della signora Barbara D'Urso. Il femminicidio non si consuma solo con l'uccisione di una donna, ma, oltre la morte, anche con l'oltraggio alla sua vita e a quello della sua carne: i suoi figli". Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, annuncia su Facebook la decisione di presentare la denuncia "a due Procure della Repubblica (Milano e Roma), all'Agcom, al Garante per la protezione dei dati personali e al Comitato Media e minori". All'origine della decisione dell'ordine un'intervista che la conduttrice di Domenica Live ha fatto ad un amico di Elena Ceste, la donna scomparsa il 24 gennaio e trovata morta a metà ottobre nell'Astigiano. L’intervento è stato aspramente criticato sul web per le ripetute illazioni sulle relazioni della vittima.

Nella denuncia si richiama l’attenzione sul susseguirsi nel programma televisivo di “interviste con modalità che non tengono conto di esigenze quali la difesa della privacy e/o il coinvolgimento di minori”. Dopo aver richiamato i limiti al diritto di cronaca posti dal codice di deontologia e dalla Carta dei doveri del giornalista, Iacopino evidenzia che "la signora D'Urso, pur non essendo iscritta all'Albo dei Giornalisti, compie sistematicamente un'attività individuata come specifica della professione giornalistica, senza esserne titolata e senza rispettare le regole, con negative ripercussioni sull'immagine di quest'Ordine". Il 23 novembre, Iacopino aveva preannunciato l'iniziativa giudiziaria in un post intitolato "Basta soubrette, ora le denunciamo", in cui contestava la spettacolarizzazione del dolore e l'invasione della privacy nelle vicende di Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Melania Rea, Melissa Bassi, Elena Ceste "e tutti coloro i quali a queste vicende sono collegati".

"Noi giornalisti abbiamo il dovere di informare i cittadini, senza toni forti, senza speculazioni, senza strumentalizzazioni per fare audience", ha detto Iacopino nel corso di un dibattito organizzato dal Comitato Unitario delle Professioni in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. "C'è un tipo di informazione che è un'autentica vergogna - ha aggiunto - ed è quella che io chiamo la tv del dolore, stile Barbara D'Urso, dove si esibisce la vita e la morte con l'unico obiettivo di acquisire attenzione da parte di un'opinione pubblica che forse non è il meglio di questa società"

Fonte: il Fatto Quotidiano

Basta soubrette, ora le denunciamo (il post di Enzo Iacopino su Facebook)
Soubrette e informazione. La prima denuncia (il secondo post di Enzo Iacopino)

lunedì 31 marzo 2014

Il partito di Erdoğan vince le elezioni amministrative


Il premier turco Tayyip Erdogan festeggia i risultati delle elezioni ad Ankara, il 31 marzo 2014. (Reuters/Contrasto)

Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato la vittoria del suo partito alle elezioni amministrative del 30 marzo, considerate una prova generale delle presidenziali in programma ad agosto. Le elezioni rappresentavano anche un banco di prova per la popolarità di Erdoğan dopo gli scandali degli ultimi mesi.

Il Partito giustizia e sviluppo (Akp), la formazione islamica conservatrice guidata da Erdoğan, ha preso il 47 per cento dei voti in tutto il paese, scrive al Jazeera. Il principale partito di opposizione, il Partito popolare repubblicano (Chp), si è fermato al 28 per cento, e il Partito del movimento nazionalista (Mhp) al 13 per cento.

A Istanbul il sindaco uscente Kadir Topbas è stato riconfermato con il 47,8 per cento dei voti, secondo risultati ancora non definitivi, mentre il suo avversario Mustafa Sarigül, del Partito popolare repubblicano, si è fermato al 40 per cento.

Ad Ankara il candidato di Erdoğan, Melih Gökçek, ha raccolto il 44,7 per cento dei voti contro il 43,8 per cento del suo rivale del Chp, Mansur Yavas, scrive Libération.


Una protesta del Partito popolare repubblicano (Chp) di fronte a un seggio di Ankara, il 31 marzo 2014. (Umit Bektas, Reuters/Contrasto)

Pugno di ferro. A dicembre l’esecutivo di Erdoğan è stato coinvolto in un’inchiesta su un caso di corruzione che ha portato in carcere i figli di alcuni ministri, che sono stati costretti alle dimissioni. Erdoğan ha accusato il predicatore islamico Fehtullah Gülen di aver organizzato l’inchiesta per estrometterlo dal potere.

Negli ultimi mesi Erdoğan ha lanciato un’offensiva contro internet. Il 6 febbraio il parlamento turco ha approvato una legge che intensifica il controllo su internet permettendo a un’agenzia governativa per le telecomunicazioni, la Tib, di bloccare l’accesso a siti che violano la privacy oppure ospitano contenuti considerati “offensivi”.

Il 20 marzo il governo ha bloccato l’accesso a Twitter, dopo che sul social network erano apparsi diversi documenti su possibili casi di corruzione nel governo. Ma il 26 marzo un tribunale amministrativo di Ankara ha revocato il blocco.

Il 27 marzo le autorità delle telecomunicazioni hanno bloccato l’accesso a YouTube, in seguito alla diffusione di alcune registrazioni che riguardavano i piani militari della Turchia in Siria.

Nel maggio del 2013 il violento sgombero di un sit in contro la ristrutturazione del parco Gezi a Istanbul aveva dato inizio alle manifestazioni di piazza Taksim, le prime proteste di massa contro il governo di Erdoğan, che accusavano l’Akp di autoritarismo e di violazione della laicità ed erano andate avanti per settimane, attirando le critiche della comunità internazionale per la brutale risposta delle forze di polizia.

Fonte: Internazionale