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giovedì 7 settembre 2017

Perché è assurdo credere che i migranti portino la malaria

Due esponenti di Amref Health Africa spiegano a TPI cosa c'è di sbagliato in questa credenza

Credit: Reuters

“Ci stiamo battendo in queste ore affinché il caso di Sofia Zago non sia strumentalizzato dalle campagne mediatiche e politiche che alimentano l’odio contro i migranti”. Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa in Italia, parla a TPI delle bufale sul caso della bambina di Trento morta di malaria all’ospedale di Brescia.

“Quella cui ci troviamo di fronte è una tragedia, ma non dobbiamo strumentalizzarla. La malaria è una malattia terribile presente in tutto il mondo: i dati del 2015, parlano di 300 milioni di casi. Fra questi, 300 milioni annui, di cui il 90 per cento in Africa e 500mila morti ogni anno. Parliamo di migliaia di bambini. Ma è una tragedia che non tocca l’Italia, i numeri parlano chiaro”.

Sul processo di trasmissione cosa può dirci?

La malaria è una malattia che da anni è studiata dagli scienziati. Si parla già di una prima sperimentazione per un vaccino-test tra il 2018 e il 2020. Ma la letteratura medica sul tema già attesta che non c’è un processo di migrazione della malaria dall’Africa all’Europa.

Legare le migrazioni delle popolazioni africane a questa malattia è semplicemente una bufala. Si tratta, lo ripeto, di una schifosa strumentalizzazione.

In Italia cosa sta succedendo?

Quello che avviene è già sotto il controllo dell’Istituto superiore di sanità. I rischi che ci sono attualmente sono dovuti all’aumento dei movimenti globali dell’essere umano, come il trasporto delle zanzare nelle valigie, ma riguardano movimenti globali di persone che vanno ben oltre il concetto di migrazione.

Il rischio riguarda tutte le malattie trasmissimili e che possono ripresentarsi con casi isoalti in paesi dove non sono più presenti.

Chi si ammala in Africa e giunge nel nostro paese può contagiare altre persone?

Questa è un’assurdità. Le faccio un esempio per smontare questa bufala. Qualche anno fa, all’epoca dell’ebola, si credeva che la malattia sarebbe arrivata anche in Italia sempre a causa delle migrazioni.

Una persona che ha contratto l’ebola e viaggia nel Mediterraneo non sopravvive, perché il fisico non resiste. Con la malaria il processo di incubazione è sicuramente diverso e più lungo, ma la questione non cambia molto. Quando parliamo di cinque milioni di infetti, parliamo di persone debilitate. Se io prendo la malaria ho un fisico che mi permette di rispondere, ma quando la malattia tocca categorie più vulnerabili ha un processo di violento e porta velocemente alla morte.

È ridicolo pensare che un migrante malato sia in grado di percorrere l’intero tragitto, giungere in Libia e da lì partire per l’Italia, riuscendo a sopravvivere.

C’è quindi da avere paura?

Assolutamente no. Sul caso della bambina morta a Brescia non si conoscono le circostanze del contagio. Questo è l’unico che si sia mai presentato in Italia, paese nel quale sono giunti 200mila migranti solo quest’anno.

Senza considerare che il numero degli italiani che vanno in vacanza in Africa è tre volte superiore. È più facile che una zanzara sia portata nelle valigie piuttosto che il processo inverso.

***

Sul caso abbiamo intervistato anche Jared Oule, esperto di malaria per Amref.

Come si trasmette la malaria?

È una malattia che si trasmette con il morso di una zanzara anofele femmina infetta.

Disponiamo di prove di trasmissione da essere umano a essere umano?

Esistono indizi di trasmissioni congenite, ma non sono mai state quantificate. È anche possibile trasmettere la malaria per via sanguigna, con le trasfusioni, se un donatore di sangue non ha ricevuto i controlli specifici per la malattia.

Qual è la distanza maggiore che può percorrere una zanzara?

Il raggio di spostamento normale di una zanzara è di circa un chilometro, ma grazie al vento può arrivare fino a 10 chilometri.

Qual è la probabilità di morte se la malaria è diagnosticata e trattata in tempo?

In Kenya chiediamo di cercare cure immediate, ossia entro 24 ore dall’arrivo della febbre per evitare complicazioni e casi gravi, che possono diventare fatali. Il tasso di mortalità dipende dalla presenza o meno di complicazioni nell’infezione al momento della diagnosi e dalla disponibilità di strumenti negli istituti. Se è riconosciuta come severa, le probabilità di morte sono significativamente maggiori rispetto al caso contrario.

Esistono vaccini per la malaria?

La maggior parte dei vaccini contro la malaria sono in fase sperimentale. Il vaccino più avanzato utilizzato si chiama RTSS. Ha passato la fase tre della sperimentazione ed è al momento sottoposto al sistema di approvazione dell’Oms.

Le difficoltà nell’ottenere vaccini contro la malaria includono i costi di sviluppo e la natura temporanea dell’immunità data dalle vaccinazioni. Un vaccino sarà testato in Kenya e in altri due paesi africani il prossimo anno.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 20 gennaio 2017

La bufala sui “soldi scomparsi” per i terremotati

I 28 milioni di euro raccolti con gli SMS non sono "spariti", ovviamente: lo ha smentito anche la Protezione Civile

L'esercito al lavoro nelle aree colpite dal brutto tempo e dal terremoto, 19 gennaio 2017. (ANSA/ MINISTERO DELLA DIFESA)

Sui social network stanno circolando molto – anche perché rilanciati da alcuni siti di notizie false – diversi articoli che sostengono che i 28 milioni di euro raccolti dalla Protezione Civile con gli “SMS solidali” sarebbero “scomparsi” o “spariti”. La bufala cita un’interrogazione parlamentare di Laura Castelli, deputata del Movimento 5 Stelle, che chiede conto di un presunto “ritardo” nell’utilizzo di questi fondi.


La “sparizione” dei 28 milioni di euro è una notizia falsa: come ha risposto all’interrogazione la ministra Anna Finocchiaro, quei fondi erano destinati fin dall’inizio alla ricostruzione post-terremoto, e non sono “scomparsi”, mentre la gestione dell’emergenza è stata ed è finanziata con denaro stanziato dallo Stato. La Protezione Civile ha diffuso un comunicato per rispondere a queste “nuove errate informazioni” e smentire la bufala.


Terremoto centro Italia: chiarimenti sui fondi raccolti con il numero solidale 19 gennaio 2017


In riferimento alle nuove errate informazioni che circolano soprattutto sui social in merito all’utilizzo delle donazioni raccolte attraverso il numero 45500, si precisa che, come indicato anche nel Protocollo che ne disciplina il funzionamento, queste serviranno per supportare la ricostruzione dei territori colpiti. Per la fase di gestione dell’emergenza, infatti, sono destinate tutte le necessarie risorse attraverso i fondi pubblici. In particolare, in questa emergenza, come disposto dal decreto legge 189 convertito, le donazioni confluiranno nella contabilità speciale del Commissario straordinario alla ricostruzione e saranno gestite passando dal controllo di un Comitato dei Garanti, come prevede proprio il Protocollo. Saranno i territori a valutare, in raccordo con Regioni e Commissario e sulla base delle esigenze valutate nell’ambito del più complessivo piano della ricostruzione, a indicare su quali progetti destinarli. Lo stesso vale per le somme raccolte attraverso il conto corrente aperto dal Dipartimento

Fonte: Il Post

mercoledì 4 gennaio 2017

Perché si parla di Grillo e dei giornali

Il leader del M5S ha proposto l'istituzione di una giuria popolare per punire chi diffonde notizie false, rispondendo a un'altra proposta del presidente dell'Antitrust

Beppe Grillo (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Oggi i principali quotidiani nazionali parlano dell’ultimo scontro tra Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, e i giornalisti. È cominciato ieri, quando Beppe Grillo ha pubblicato sul suo sito un post per rispondere a una precedente proposta del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che chiedeva l’istituzione di enti terzi indipendenti che rimuovano dalla Rete i contenuti palesemente falsi, le cosiddette “fake news”, o illegali. Grillo ha definito l’ente proposto da Pitruzzella un “tribunale governativo” e ha scritto che dovrebbe essere invece istituita una “giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media”. La proposta di Grillo è stata molto criticata, anche perché da diverso tempo il suo partito – e quindi il suo blog, gli account social collegati e molti altri siti controllati dal M5S – è considerato una delle principali fonti di disinformazione in Italia.

Pitruzzella aveva parlato della sua proposta per la prima volta durante un’intervista al Financial Times, quando aveva chiesto agli stati membri dell’Unione Europea la creazione di una rete di agenzie per combattere la diffusione delle notizie false. Secondo Pitruzzella, questo è un lavoro di cui dovrebbe farsi carico lo stato e che non può essere demandato completamente alle società che gestiscono i social media, come per esempio Facebook: «La post-verità in politica è una di quelle cose che guida il populismo e una delle minacce alla nostra democrazia. Abbiamo raggiunto un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è ora, il selvaggio west, o se stabilire delle regole che si adeguino al modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di queste regole e questo è il ruolo che deve avere lo stato». Pitruzzella era tornato sull’argomento qualche giorno dopo, ribadendo la sua proposta con una lettera aperta indirizzata al Corriere della Sera.

La proposta di Pitruzzella ha provocato la reazione di Grillo, che sul suo blog ha definito l’ente terzo che dovrebbe giudicare le notizie false “un bel tribunale dell’inquisizione” e poi ha parlato della possibilità di istituire una giuria popolare per fare lo stesso lavoro. Secondo Grillo, della giuria dovrebbero far parte cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali: «Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo».

Il post di Grillo è stato molto criticato. Enrico Mentana, giornalista e direttore del telegiornale di La7, ha scritto su Facebook che intende denunciare Grillo perché sul post pubblicato il logo del suo tg appare tra quelli definiti “fabbricatori di notizie false”. Altre critiche sono arrivate da diversi esponenti politici, tra cui il senatore Francesco Giro di Forza Italia, il deputato Stefano Pedica del Partito Democratico e il capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera Arturo Scotto. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, ha parlato di “linciaggio mediatico di stampo qualunquista” contro i giornalisti e ha accusato Grillo di minacciare e intimidire la categoria.

Fonte: Il Post

martedì 3 gennaio 2017

La bufala sulla meningite e gli immigrati

Risale allo scorso aprile ed è infondata, ma è tornata a circolare dopo un post su Facebook di Forza Nuova


Un post condiviso su Facebook dalla pagina ufficiale di Forza Nuova, un movimento politico neofascista, ha rilanciato negli ultimi giorni una discussione sgangherata sui legami tra la diffusione del batterio della meningite e le persone che arrivano dall’Africa. L’immagine poi è stata rimossa, ma mostrava una persona toccarsi le tempie ed era accompagnata dalla scritta “Meningite. Tutti sappiamo da dove arriva. Basta accoglienza killer”.

Il post si riferiva al presunto “allarme meningite”. Il post di Forza Nuova, oltre a generare ulteriore allarmismo, conteneva un’accusa razzista e infondata, perché sosteneva che la meningite fosse portata dai migranti che arrivano in Italia (addirittura, secondo l’immagine, questa origine della malattia era molto evidente: “tutti sappiamo da dove arriva”). Nei commenti su Facebook molti utenti hanno segnalato link di siti che hanno smentito queste teorie. Il post è stato segnalato come offensivo da molti utenti e ora è stato apparentemente rimosso, non è chiaro se da Facebook o dai gestori della pagina.


Quella ripresa dal post di Forza Nuova è una vecchia bufala, fatta circolare lo scorso aprile inizialmente da alcuni siti che pubblicano notizie false (spesso dai contenuti razzisti) che avevano interpretato in malafede un documento dell’ASL di Firenze. Adriano Lazzarin, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale San Raffaele di Milano, ha spiegato a Repubblica che non c’è nessun collegamento tra l’immigrazione e i casi di meningite in Italia: «Prima di tutto perché in Africa è diffuso il meningococco di tipo A, mentre da noi si sono verificati finora soltanto casi di infezione riconducibili ai ceppi B e C. Bisogna poi considerare che il meningococco non lo “importiamo” dall’Africa ma è già presente in Italia: secondo l’Istituto Superiore di Sanità nel nostro paese ci sono tra i 5 e i 10 milioni di portatori sani di meningococco. Quindi è molto più probabile essere contagiati da un italiano piuttosto che da un migrante». Anche il medico Roberto Burioni, molto attivo su Facebook nella promozione dei vaccini, ha spiegato perché i migranti non c’entrano con i casi di meningite:



Molti medici hanno poi spiegato che non siamo in un momento emergenziale, per quanto riguarda la diffusione della meningite: nel 2016 ci sono stati 190 casi di meningite da meningococco, ha detto Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità, mentre nel 2015 erano stati 196. L’andamento è quindi stabile, ha spiegato Rezza: «In Italia non abbiamo un’emergenza meningite». Rezza ha precisato che è «innegabile che in tempo di globalizzazione i germi si muovono con gli uomini», ma ha detto che questo vale tanto per i viaggi dei migranti come per quelli dei cittadini italiani all’estero.

Fonte: Il Post

giovedì 17 novembre 2016

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false

Entrambe le società renderanno più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale

Facebook e Google contro la circolazione in rete di notizie false. Credit: Reuters

Facebook e Google si sono impegnate nella lotta contro le notizie false che circolano in rete, attraverso una nuova politica sulla pubblicità. Entrambe le società infatti hanno l'obiettivo di rendere più difficile fare i soldi attraverso la pubblicazione di notizie false, limitando gli annunci pubblicitari sui siti di bufale.

"Limiteremo la pubblicazione di annunci pubblicitari su pagine che travisano o nascondono informazioni sugli editori e sullo scopo principale della pagina web", ha detto un portavoce di Google a Reuters.

Non è ancora chiaro se Google abbia o meno la capacità di identificare correttamente tali siti. Lunedì 14 novembre, per alcune ore uno dei primi contenuti apparsi sul motore di ricerca digitando le parole "risultati elettorali definitivi", era di "70 news", e dava la notizia, falsa, secondo cui Donald Trump aveva vinto anche il voto popolare con un vantaggio di 700.000 voti. Si trattava chiaramente di una bufala dal momento che Clinton è in testa con un milione di voti, pur avendo perso le elezioni in termini di Grandi elettori, necessari per essere eletti presidenti.

Anche Facebook ha intrapreso la stessa via, vietando gli annunci pubblicitari su siti che mostrano contenuti "fuorvianti o illegali" e su siti di notizie false.

Facebook era stato accusato nei giorni successivi all’Election Day, di aver contribuito alla vittoria di Trump attraverso una serie di notizie false o manipolate che hanno influenzato il modo in cui ha votato l’elettorato americano. Secondo le accuse l'algoritmo di Facebook avrebbe promosso notizie bufale sui news feed di milioni di utenti. Secondo Buzzfeed circa 100 siti pro-Trump, che promuovevano notizie false, provenivano dalla stessa città nei Balcani.

Facebook si è ufficialmente difeso sostenendo di essere una fonte di informazione imparziale, tuttavia molti dirigenti hanno espresso preoccupazione per l’eccessiva diffusione di post e immagini razziste.

Tagliare gli introiti economici di tali siti, limitando la quantità di denaro ricavabile dalla pubblicità, può aiutare a limitarne la proliferazione. Ma Facebook si trova di fronte ad un altro problema: se gli utenti interagiscono più con le notizie false che con quelle vere, allora l'algoritmo di Facebook promuoverà maggiormente la notizia falsa. La lotta alla diffusione di notizie false è ancora aperta.

--- LEGGI ANCHE: Che ruolo ha avuto Facebook nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali

Fonte: The Post Internazionale

sabato 6 febbraio 2016

Giulio Regeni e la bufala dell’agente segreto


Smentita secca dai servizi di intelligence: «Stupiti e costernati, falsità inqualificabili: smentiamo categoricamente»

Era circolata sulla rete la notizia: Giulio Regeni, il giornalista e ricercatore italiano trovato morto in Egitto e che probabilmente è stato torturato dai suoi aguzzini, sarebbe stato un agente segreto, uno 007 sotto copertura, un membro dell’intelligence dell’Agenzia Italiana di Sicurezza Esterna che sarebbe stato intercettato dal controspionaggio e dall’antiterrorismo egiziana. Una versione dolorosa che è stata smentita categoricamente dagli stessi servizi di sicurezza egiziani.

GIULIO REGENI E QUELLA BUFALA: «ERA UN AGENTE SEGRETO»

La notizia era stata lanciata in rete dal blog del giornalista Marco Gregoretti.

Giulio Regeni, il ricercatore universitario di 28 anni, scomparso il 25 gennaio e trovato morto in un burrone al Cairo la sera del tre febbraio scorso, era un agente dell’Aise (Agenzia informazione sicurezza esterna), il servizio segreto italiano che si occupa di “minacce provenienti dall’estero”. In pratica l’intelligence che ha preso il posto del vecchio Sismi.

Gregoretti dettaglia addestramento e reclutamento di Regeni.

Regeni era stato arruolato qualche anno fa quando i servizi segreti italiani cominciarono a fare campagna pubblica per arruolare nuovi operatori chiedendo il curriculum. Quello di Regeni, a quanto pare, sarebbe stato in linea con le aspettative: buone conoscenze informatiche e dimestichezza con le lingue straniere, master vari. Era stato inviato in Usa prima e a Londra dopo. Poi, con la scusa della tesi di laurea, da sei mesi si trovava in Egitto

A “fomentare l’opposizione” al presidente egiziano Al Sisi, tanto da far muovere proprio l’antiterrorismo del Cairo che l’avrebbe così “torturato e malmenato”, in modo da inviare all’intelligence italiana un chiaro messaggio: fatevi gli affari vostri. Spy Story avvincente che i servizi segreti italiani, sul Giornale, smentiscono recisamente.

“Stupore e costernazione”. Reagiscono così gli 007 alla notizia su presunti collegamenti tra Giulio Regeni e i servizi di informazione per la sicurezza italiani.Ogni e qualsiasi collegamento di Regeni con l’intelligence italiana è da smentire categoricamente. Sono da rifiutare con determinazione” questo tipo di “inqualificabili falsità e strumentalizzazioni” della tragedia del giovane ricercatore universitario, dicono ancora le fonti degli 007.

Fonte: Giornalettismo

mercoledì 19 agosto 2015

La bufala di Marte grande come la Luna il 27 agosto

Il messaggio è diventato virale, ma si tratta di un evento astronomico irrealizzabile, seppur con qualcosa di "vero"


Marte grande come la Luna il 27 agosto: è questa la promessa di uno spettacolo astronomico che sta spopolando sul web in queste ultime ore. Peccato che si tratti di una bufala. Vecchia, per giunta, che torna in auge direttamente dal 2009.

Marte, il Pianeta Rosso – NASA/Getty Images

«MARTE GRANDE COME LA LUNA IL 27 AGOSTO» - Basta fare un giro per la Rete per rendersi conto di quanto sia diffusa la falsa notizia: circolano messaggi in lingua francese e spagnola, tutti che invitano ad alzare gli occhi al cielo poco dopo la mezzanotte del 27 agosto quando, per una non meglio precisata congiunzione astrale, Marte sarà «grande come la Luna», diventando il pianeta più luminoso del cielo. Uno spettacolo incredibile che, sempre secondo il testo del messaggio, si ripeterà in un futuro molto remoto, nel 2287.

«LA PROSSIMA VOLTA NEL 2287» - Purtroppo per chi ci sperava è una bufala: Marte non sarà mai grande quanto la Luna, né il 27 agosto 2015, né nel 2287. L’origine della “trovata virale” arriva da un evento astronomico realmente accaduto il 27 agosto 2003, quando il Pianeta Rosso si trovò alla distanza minima dalla Terra: 56 milioni di chilometri. Questo permise a tutti coloro dotati di un buon telescopio di ammirare un Marte più luminoso del solito, ma mai grande quanto la Luna.

«MARTE RESTA A DISTANZA» - Anche la data del 2287, riportata dalla bufala come anno in cui il fenomeno dovrebbe ripetersi, non è casuale: per quella data l’orbita del Pianeta Rosso dovrebbe tornare ad avvicinarsi ancora di più alla Terra, restando comunque a milioni di chilometri di distanza. Niente doppia Luna in cielo, quindi.

(Photocredit copertina: YouTube)

Fonte: Giornalettismo

giovedì 23 luglio 2015

Tassa sui condizionatori: una storia che vi hanno raccontato malissimo

Sui media si è scatenato il panico: ma la verità sembra un'altra


Tassa sui condizionatori, nuovo balzello? Quel crudele del presidente del Consiglio Matteo Renzi ha deciso di mettere una tassa per i condizionatori. E ora le famiglie dovranno pagare di più. Già, peccato che però (aldilà di come informano il Sole 24 ore e il blog Butac) il resto sia solo allarmismo: che si ripete ogni estate un po’ come i servizi tg sui più moderni gusti del gelato artigianale.


TASSA CLIMATIZZATORI: ESISTE UN LIMITE PER CUI PARTE L’ISPEZIONE – Partiamo da un presupposto. Dal 1° giugno 2014 i proprietari e amministratori di condominio devono preoccuparsi di dotare il proprio condizionatore o caldaia del nuovo libretto di impianto (che riporta date, manutenzione e rottamazione dell’impianto). Un documento che certifichi tutto, per (giuste) questioni di sicurezza. Chi dimentica il libretto rischia una multa che varia dai 500 a 3mila euro. Ma non tutti devono avere il libretto e non tutti devono pagare il famigerato bollino/tassa. L’imposta si paga solo se il nostro impianto climatizzazione è superiore ai 12 Kw. Non solo: oggetto delle ispezioni sono gli impianti di climatizzazione di potenza termica utile nominale non minore di 10 kW e di climatizzazione estiva di potenza termica utile nominale non minore di 12 kW.
Per rendersi conto di cosa sia un impianto a 12 Kw cerchiamo di capire come si calcola: basta moltiplicare i Btu del nostro impianto per 0.000293. Quindi 12.000 Btu sono equivalenti a 3,52 kw (se non ci credete leggete le info sul vostro condizionatore). Sui 12 Kw in casa insomma facciamo paura alla Groenlandia.

CHE COSA È LA “TASSA” SUI CONDIZIONATORI – Il controllo periodico sull’efficienza dell’impianto, ovvero il bollino blu o verde su questi tipi di apparecchiature, è stato introdotto con il DM 10/2/2014 (attenzione alle date) che fissava al 1 giugno 2014 il termine entro il quale doveva scattare l’obbligo di bollino. La data è stata rinviata al 15/10/2014 con il DM 20/6/2014. Dal 2015 il libretto è unico. Ecco qui i fac simile per dotarsi del vostro libretto perfetto. Il costo del rilascio del libretto può variare da 100 a 200 euro a seconda del tipo e dal numero dei componenti da verificare.

TASSA SUI CLIMATIZZATORI: COLPE E DOVERI – Perché abbiamo adeguato gli impianti di climatizzazione a quelli invernali? Perché ce lo chiede l’Europa, in quanto è prevista una direttiva europea che disciplina le emissioni di anidride carbonica. Ma l’Europa ce lo chiede da anni con la direttiva Ue 2002/91/CE e la 2010/31/UE (recepita nel DL 19 agosto 2005 n.192). Non solo: “l’invenzione” del libretto non è mica di Renzi ma del secondo governo Berlusconi con appunto il DL 192/2005 che istituisce il tanto agognato “libretto di centrale”. Un libretto e un bollino che potrebbe anche disinteressarvi a meno che non avete un ipermercato o aspirate al Polo Nord nella vostra modesta casa di 60 metri quadri. Niente allarmismi quindi: basta verificare cosa ci aspetta oltre ai proclami delle associazioni di consumatori.

(in copertina foto MEHDI FEDOUACH/AFP/Getty Images)

Fonte: Giornalettismo

sabato 27 giugno 2015

Un appello alla stampa responsabile

Perché non recensire ogni giorno i siti web virtuosi e segnalare quelli che spacciano bufale? Un servizio al pubblico sempre più necessario


L'opinione di Umberto Eco

Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.

La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.

Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.

È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. E alcune scomposte reazioni che ho poi visto in rete confermano la mia ragionevolissima tesi. Addirittura, qualcuno aveva riportato che secondo me in rete hanno la stessa evidenza le opinioni di uno sciocco e quelle di un premio Nobel, e subito si è diffusa viralmente una inutile discussione sul fatto che io avessi preso o no il premio Nobel. Senza che nessuno andasse a consultare Wikipedia. Questo per dire come si è inclini a parlare a vanvera.

Un utente normale della rete dovrebbe essere in grado di distinguere idee sconnesse da idee ben articolate, ma non è sempre detto, e qui sorge il problema del filtraggio, che non riguarda solo le opinioni espresse nei vari blog o twitter, ma è questione drammaticamente urgente per tutti i siti web, dove (e vorrei vedere chi ora protesta negandolo) si possono trovare sia cose attendibili e utilissime, sia vaneggiamenti di ogni genere, denunce di complotti inesistenti, negazionismi, razzismi, o anche solo notizie culturalmente false, imprecise, abborracciate.

Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.

Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno.

Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avrà bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al di fuori della redazione. È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa.

Fonte: L'Espresso

Leggi anche: Umberto Eco: "Con i social parola a legioni di imbecilli"

venerdì 19 giugno 2015

I «30 euro al giorno» e tutte le altre bufale sui migranti

Compreso il famigerato "pericolo scabbia" e l'inutile allarmismo sulla requisizione degli appartamenti dei privati cittadini per sistemare i profughi


L’emergenza migranti degli ultimi giorni, con centinaia di profughi accampati nelle principali stazioni italiane e in quelle di frontiera in attesa di poter partire verso gli alti paesi europei, ha fatto tornare sulla cresta dell’onda alcune bufale e notizie false sull’assistenza agli immigrati. Su tutte c’è la bufala dei famosi 30 euro al giorno dati a ogni migrante arrivato in Italia che, come già stato chiarito in più di un’occasione, non riceve direttamente quei soldi ma vengono erogati alle strutture di accoglienza che ospitano i profughi.

ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com – ANSA

LE BUFALE SUI MIGRANTI - Quella dei 30 euro al giorno agli immigrati – che chiariremo meglio tra poco – non è l’unica falsa notizia che è circolata negli ultimi mesi: quasi tutte le bufale hanno a che fare principalmente con questioni legate a una presunta assistenza economica fornita dallo Stato ai migranti ma, alla luce degli ultimi sviluppi, non mancano nemmeno false notizie su emergenze mediche, come l’allarme scabbia.

I 30 euro al giorno agli immigrati che arrivano in Italia: Una bufala che ha cominciato a girare nell’autunno del 2014, e che vedrebbe ogni immigrato ricevere 30 euro al giorno non appena messo piede sul suolo italiano. Una questione chiarita in diverse occasioni da Mario Morcone, capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del ministero dell’Interno, che aveva spiegato come quei 30 euro pro-capite vengano versati ai centri di prima accoglienza che ospitano i richiedenti asilo e che lo stato sovvenziona in base al numero delle persone che ospita. «La verità è che ricevono 2,5 euro al giorno – aveva detto Morcone – Il resto va alle strutture che forniscono i servizi». Due euro e cinquanta che i richiedenti asilo utilizzano per chiamare i parenti o provvedere alle piccole necessità quotidiane.

I 2000 euro al mese (gratis) agli immigrati: Sempre lo scorso autunno – ma questa notizia si è riproposta anche in seguito variando in alcuni particolari – aveva cominciato a girare la notizia che la Provincia di Trento erogherebbe alle famiglie di extracomunitari 2000 euro al mese “gratis”, ovvero senza che nessun membro delle famiglie in questione svolgesse alcuna attività lavorativa e senza il pagamento delle varie tasse comunali. La storia era circolata su Facebook con un volantino fotografato che sottolineava come le famiglie di immigrati ricevessero questi soldi «senza lavorare». In realtà, come già scrivevamo lo scorso ottobre, si tratta di una bufala: non soltanto perché la Provincia di Trento fornisce aiuti economici a tutte le famiglie che ne hanno bisogno (e cioè anche a quelle italiane), ma sopratutto perché 2000 euro è il tetto massimo della cifra erogabile in presenza di tutti i requisiti richiesti:

[...] il volantino mescola diversi contributi che non hanno come destinatari “gli extracomunitari”, ma qualsiasi famiglia che abbia i requisiti richiesti, che variano per ogni contributo, rendendo altamente improbabile che in capo a una sola famiglia possano andarsi a concentrarne tanti, che nel volantino sono calcolati sempre al valore massimo.

Gli immigrati mangiano i cani di Lampedusa: Questa bufala risale all’ottobre 2013, pochi giorni dopo il primo grande naufragio del 3 ottobre dove persero la vita quasi 400 migranti che si trovavano su un barcone a pochi chilometri dalle coste di Lampedusa, una tragedia che riaccese improvvisamente i riflettori sull’isola a sud della Sicilia e sull’emergenza sbarchi. Dopo poco tempo su Facebook si diffuse la notizia che i profughi, per sfamarsi, avrebbero cominciato a mangiare i cani dei lampedusani. Si trattava chiaramente di una bufala, supportata addirittura da un video che girava sul web dal 2011 e che non aveva nulla a che vedere con Lampedusa, ma che fu ripreso da Quotidiano Nazionale che diffuse la notizia senza prima verificarla.

L’epidemia di scabbia: Di “allarme scabbia” si è parlato molto negli ultimi giorni, in seguito alle notizie che hanno cominciato ad arrivare dalle stazioni di Milano Centrale e Roma Tiburtina, dove i migranti sostano in attesa di poter partire per gli altri paesi europei. La scabbia è una malattia contagiosa della pelle che deriva da un parassita che si annida sotto la pelle. Si tratta di una delle malattie tipiche della povertà e il parassita si trasmette stando a stretto contatto con persone contagiate. Attraversare una stazione o sedersi su una sedia dove si è seduta una persona malata di scabbia non rappresenta un rischio di contagio, anche perché il parassita sopravvive soltanto poche ore lontano dall’organismo umano. Alcuni migranti sono malati di scabbia l’allarme contagio purtroppo, riguarda più che altro i gruppi di profughi che stanno a stretto contatto per lunghi periodi, favorendo il passaggio del parassita Una volta isolati i vari casi, la scabbia si cura abbastanza facilmente con pomate apposite. Nonostante questo, in molti hanno parlato di allarme scabbia come di un problema che riguarda la cittadinanza.

Gli appartamenti sfitti dei privati espropriati dallo Stato per ospitare i migranti: Anche in questo caso si tratta di una bufala ricorrente, che torna in auge ogni volta che le cronache parlano con una certa enfasi dell’emergenza migranti e che vedrebbe il ministero dell’Interno pronto a dare l’ordine alle Prefetture delle varie città di espropriare le case vuote dei privati cittadini per ospitare i migranti. L’ultima volta che questa notizia è tornata a circolare è stato lo scorso aprile, facendo riferimento a una circolare del Viminale firmata da Mario Morcone, direttore del Dipartimento Immigrazione del Viminale. Come spiegava un paio di mesi fa bufale.net, tuttavia, questa circolare non risulterebbe rintracciabile ma le varie testate giornalistiche ne hanno riportato alcune parti del contenuto in cui si legge che «non si esclude la possibilità che i prefetti ricorrano a misure drastiche pur di reperire strutture disponibili». In realtà, sebbene la legge preveda la possibilità di una requisizione temporanea di beni mobili e immobili dei privati cittadini per «gravi e urgenti necessità pubbliche, militari o civili» (Requisizione temporanea, non esproprio definitivo NdR) quella di collocare i migranti negli appartamenti sfitti è un’ipotesi remota e altamente improbabile visto che, nella circolare, si farebbe riferimento all’utilizzo di tende e caserme come sistemazioni temporanee.

(Photocredit copertina: Danilo Balducci – ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com – ANSA)

Fonte: Giornalettismo

giovedì 11 giugno 2015

Umberto Eco: “Con i social parola a legioni di imbecilli”

Allo scrittore la laurea honoris causa in «Comunicazione e Cultura dei media» a Torino

Il conferimento laurea honoris causa in “Comunicazione e Culture dei Media” a Umberto Eco LAPRESSE

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Attacca internet Umberto Eco nel breve incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino, dopo aver ricevuto dal rettore Gianmaria Ajani la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco.

La sua lectio magistralis, dopo la laudatio di Ugo Volli, è dedicata alla sindrome del complotto, uno dei temi a lui più cari, presente anche nel suo ultimo libro `Numero zero´. In platea il sindaco di Torino, Piero Fassino e il rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi. Quando finisce di parlare scrosciano gli applausi. Eco sorride: «non c’è più religione, neanche una standing ovation». La risposta è immediata: tutti in piedi studenti, professori, autorità.

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osserva Eco che invita i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno».

Eco vede un futuro per la carta stampata. «C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale».

Fonte: La Stampa

mercoledì 29 aprile 2015

Bufale e giornali, quando i clic sostituiscono la serietà

Le notizie false girano sul web ad una velocità impressionante. Anche colpa dei giornali online. Che non verificano e non rettificano


Ricordate quando sono stati ritrovati in Messico i corpi degli studenti rapiti in una fossa comune? E la notizia della donna che si è fatta impiantare il terzo seno? O la più recente notizia dell’abolizione del bollo per l’auto? Per non parlare delle arance infettate con Aids e quella della bambina malata ibernata in attesa di nuove cure? Beh, se ve le ricordate forse non sapete che tutte e tre queste notizie che sono circolate in rete tra lo scorso autunno e questa primavera hanno un unico comun denominatore: sono false.

Bufale, un tanto al chilo. È il prezzo del web. Se è vero che la rete consente a tutti di esprimere il proprio pensiero ad una sempre più ampia platea, è altrettanto vero che c’è un maggior rischio che notizie non verificate o certamente false passino da schermo a schermo e da tastiera a tastiera, diventando “vere”. Talvolta è colpa dell’ingenuità di chi scrivere, molto più spesso la creazione di bufale (e il loro effetto virale sui social network e sui giornali online) fruttano agli inventori e ai giornali che li riprendono svariate migliaia di euro di ritorno pubblicitario. E non mancano poi le bufale create ad arte come quelle prodotte da regimi autoritari. La Russia, per esempio, è uno dei paesi che maggiormente utilizza la propaganda via web per far passare una certa e predeterminata visione della situazione in Ucraina. Tra i fake più clamorosi quella foto satellitare che ritrarrebbe il volo civile abbattuto sui cieli ucraini da un Mig di Kiev. Peccato che la foto sia un clamoroso falso che ha girato sul web ad una velocità impressionante, diventando per molti, anche grazie alle cosiddette “pagine” di contro-informazione, “verità accertate” e “prove inconfutabili”.

Un libro per riflettere. Craig Silverman, giornalista canadese esperto di bufale sul web, ha scritto un interessante libro “Bugie, bugie virali e giornalismo” (tradotto in italiano e distribuito gratuitamente in ebook da il Post), un ottimo manuale per chi produce informazione ma importante compendio anche per chi sulla rete si informa, per conoscere i meccanismi che stanno dietro ad una bufala: propaganda politica, interessi pubblicitari o fake per colpire aziende concorrenti. Lo potete scaricare qui.

La rettifica, questa sconosciuta. Silverman spiega come i giornali online spesso non verificano notizie false e, anche quando la bufala è conclamata, raramente rettificano la notizia. Quasi mai vengono corretti i primi articoli, ma vengono – semmai – scritti dei nuovi per specificare meglio la notizia o per chiedere venia ai propri lettori. In questo modo, però, la bufala rimane online e continua a girare per mesi, se non – addirittura – per anni. Così, l’industria del falso si alimenta da sé: produce guadagni ai creatori del fake (o un ritorno non necessariamente economico) e ai giornali che l’hanno ripresa, e genera caos informativo sui social network dove è sempre più difficile distinguere le notizie vere da quelle false. E non aiuta nemmeno più autorevolezza della testata che la riporta. Anzi, una buona fascia degli utenti di internet è più propensa a credere ad un blog sconosciuto che ad un giornale storicamente affermato.

Razzisti, narcisi e Lercio. Il fenomeno è mondiale e non interessa solo l’Italia. Nel nostro Paese esistono siti di propaganda politica (soprattutto di estrema destra e filo-Putin) che pubblicano notizie false o inesatte soprattutto contro immigrati, politici e personaggi famosi. A farne le spese, proprio in questi giorni, è Gianni Morandi che aveva difeso i migranti e per questo “colpito” sul web con una foto bufale di una sua presunta villa (“Dove può ospitare gli immigrati”), che poi si è scoperto sia un ospizio. Ci sono poi i creatori di bufale che potremmo definire “narcisi”. È il caso di Ermes Maiolica, già scovato dalla trasmissione Le Iene qualche mese fa, che firma tutte le bufale che fa girare sul web. E non mancano nemmeno i siti satirici come l’oramai noto “Lercio”. In realtà, questo è un sito di satira che produce bufale per irridere il mondo dell’informazione. Il problema è che ci sono ancora giornali che prendono Lercio come fonte attendibile pur essendo chiaro l’intento provocatorio.

Fonte: Diritto di critica

martedì 17 marzo 2015

La bufala delle arance libiche contaminate dal virus HIV

Sta circolando molto su Facebook un'immagine allarmista che non ha niente di vero e neanche di verosimile 


Sta circolando molto su Facebook un post con un’immagine di alcune arance tagliate a spicchi con quelle che sembrano essere delle venature rosse. Il messaggio scritto sopra alla foto – tradotto malamente in italiano, perché il post originale era scritto in arabo – spiega che le arance, importate dalla Libia, sarebbero state bloccate alla dogana algerina perché infettate col sangue di un malato di HIV (virus dell’immunodeficienza umana).


La stessa immagine era già stata condivisa l’anno scorso su un forum con la stessa versione, ma non aveva avuto così risalto sui social media. Senza considerare il fatto che la fonte da cui arrivano queste immagini è sconosciuta, la notizia è chiaramente una bufala. Innanzitutto non ci sono conferme da qualsiasi fonte di anche minima affidabilità. Ma soprattutto, anche se le arance fossero state effettivamente contaminate con sangue infetto con il virus dell’HIV, non ci sarebbe pericolo di contaminazione: è noto che il virus HIV non si può prendere per via aerea o attraverso il cibo, perché sopravvive per un tempo brevissimo fuori dal corpo umano.

Inoltre, come sa chiunque mangi di tanto in tanto un’arancia, è piuttosto normale che ci siano venature di colori diversi.

Fonte: Il Post

mercoledì 18 febbraio 2015

Di Battista, le bufale e quella comunicazione politica avvelenata


di Carol Verde

Ottobre 2014. Provarci, sempre: deve averla pensata così Alessandro Di Battista quando, alla manifestazione “Italia5Stelle” al Circo Massimo, ha dedicato il suo intervento alla politica estera. “Nigeria, vai su Wikipedia: 60% del territorio è in mano ai fondamentalisti islamici di Boko Haram” aveva detto, “la restante parte Ebola”. Numeri netti e affermazioni pesanti, che non vengono certo verificate sul momento con lo smartphone, e, nella folla, provocano anche un grande “ooohhh” di stupore. Peccato che, nella smania di factchecking - la stessa che i 5 Stelle hanno pesantemente contribuito a diffondere - le dichiarazioni in questione vengono passate al vaglio del sito Pagella Politica e bollate come “panzana pazzesca”. E non solo i numeri relativi al controllo del gruppo terrorista si riducono drasticamente (Boko Haram controllerebbe direttamente appena 25 insediamenti urbani), ma anche i casi di Ebola totali scendono a 20, di cui 8 decessi - tanto che, qualche giorno dopo l’intervento, l’OMS dichiarerà la Nigeria “Ebola-free”. Tra l’altro, manco a dirlo: la pagina di Wikipedia della Nigeria neanche lo citava, Boko Haram. Ed ecco che, con 679 voti e bacio accademico, Di Battista scala la classifica e si aggiudica senza troppa fatica il premio di Panzana 2014 sul sovracitato sito di factchecking.

Ma la Rete - libera e sovrana, sempre - non perdona, e le gesta del deputato grillino valicano i confini internazionali, arrivando fino alla stampa di serie A: a distanza di quattro mesi il New York Times ha regalato, infatti, la prima posizione in un articolo, che titola Lies heard round the world, proprio alle affermazioni sulla Nigeria. Affermazioni reputate ridicole dai giornalisti americani, ancor di più se accostate al ruolo non proprio marginale del Nostro (“vice president of the Committee on Foreign Relations in Italy’s Chamber of Deputies”, ricordano, “and rising star in the Five Star Movement party”).

Such lies are fun to read, scrivono Bill Adair e Maxime Fischer-Zernin nel loro pezzo, e non gli si può dar torto. Che il primato mondiale per la bugia più grossa lo vinca proprio chi si fregia del titolo di smascheratore di bugie e “scassinatore” professionista di scatolette di tonno, certo, è cosa buffa. Roba che se la questione non fosse seria, bisognerebbe chiamare Staffelli per consegnargli un tapiro (e non è detto che non succeda). E poi diciamocelo: il fatto che sia successo a Di Battista ci fa gongolare un po’ tutti. Perché dopo le analisi di geopolitica spicciola sull’Isis, in fondo una “sanzione” se la meritava - e se proprio non una sanzione, una figuraccia planetaria può andar bene lo stesso. Siamo d’accordo, non è l’unico a raccontar panzane: proprio sul sito di Pagella Politica è possibile controllare gli scores di diversi altri politici italiani, e nel suo caso la percentuale, rispetto alla valutazione della veridicità complessiva delle dichiarazioni verificate, è del 77%, in cui è abbondantemente superato dal 66% di Matteo Salvini, dal 61% di Beppe Grillo e, soprattutto, dal 58% di Silvio Berlusconi.

Ma che i politici di professione usino informazione manipolata per guadagnarsi un posto nel cuore dell’elettore è storia antica e fa, nostro malgrado, anche un po’ parte del gioco. Il problema compare quando un partito che si ostina a non definirsi tale, con i suoi politici che di professione non sono (anzi!, dicono loro), che si propone come alternativa totale rispetto a quanto ci fosse prima, a ben vedere non fa che comportarsi come tutti gli altri - attingendo, anzi, al peggio della tradizione comunicativa e populistica. Di Battista non è che un caso tra i tanti: come dimenticare la foto del civile, ucciso dai terroristi Rhodesiani, spacciata come morte da Ebola sui social network? Per non parlare delle teorie sulla “Gran balla dell’HIV”, divulgate dal responsabile della Comunicazione al Senato, Claudio Messora. E ancora: tutti i dati, le analisi, i video e le contraddizioni sull’uscita dall’euro, nonostante sia stato detto in tante e diverse occasioni che uscire oggi dalla moneta unica non sia la cosa migliore - al punto che persino Alberto Bagnai, noto economista antieuro, poco tempo fa ha dichiarato che è stato per lui un enorme problema essere circondato da “cialtroni” nella sua azione di divulgazione.

La lista sarebbe lunga, e non ci soffermiamo. Ma resta un interrogativo: questo tipo di comunicazione, che non si cura troppo della propria diffusa superficialità, che conta sulla quantità e meno sulla quantità (tanto poi, sui grandi numeri, gli scivoloni si diluiscono, si perdono, si dimenticano), che si fa stendardo di onestà politica scoprendosi carente di accuratezza , può far crescere le coscienze alla quale si rivolge? Il timore è che, nella cieca fiducia riposta nell’Idea e nei suoi rappresentanti, si crei e cresca una generazione politica che non riesca a riconoscere la realtà fattuale da quella demistificata che gli è stata spacciata troppe volte per buona.

Fonte: Diritto di critica

domenica 16 novembre 2014

La bufala dei "40 euro al giorno agli immigrati". A Tor Sapienza e non solo

I soldi erogati dal ministero per l’accoglienza vanno a coprire i costi di gestione, ai migranti meno di 3 euro per le spese quotidiane. Più consistenti invece i contributi per i minori: quelli non accompagnati arrivati quest'anno in Italia sono 11mila. Di Capua (Sprar): "Per loro obbligo di tutela fino alla maggiore età, anche se non sono richiedenti asilo”


ROMA – “Gli italiani non hanno lavoro e ai rifugiati diamo 40 euro al giorno”. “Noi se stiamo senza lavoro non riceviamo un euro, a loro invece li manteniamo senza far niente”. Frasi ripetute spesso, come un mantra, in questi giorni di scontri nella periferia romana, per spiegare il clima di insofferenza dei cittadini nei confronti dei migranti ospitati nei centri di accoglienza. Ma quanto ricevono davvero i migranti, richiedenti asilo e rifugiati? E chi sono i minori non accompagnati, finiti al centro delle polemiche dopo le rivolte scoppiate nella periferia est della capitale?

40 euro date in media alle cooperative, meno di tre euro ai migranti. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno. Un importo non definito per decreto, ma da una valutazione sui costi di gestione dei centri. Gli enti locali che decidono di partecipare al bando Sprar (Sistema di protezione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo), come l’ultimo del 2014/2016, hanno l’obbligo infatti di presentare un piano finanziario che deve essere approvato dalla commissione formata da rappresentati di enti locali (comuni, province e regioni), del ministero dell’Interno e dell’Unhcr. Le spese di gestione per migrante, valutate in media intorno ai 35 euro pro capite pro die, possono subire dunque delle variazioni da regione a regione, secondo il costo della vita locale e dell’affitto delle strutture. Questi soldi però, dai 35 ai 40 euro al giorno, non finiscono in tasca agli ospiti dei centri ma vengono erogati alle cooperative, di cui i comuni si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. E servono a coprire le spese per il vitto, l’alloggio, la pulizia dello stabile e la manutenzione. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto pocket money, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche per chiamare i parenti lontani, alle sigarette, alle piccole necessità come comprarsi una bottiglia d’acqua o un caffè).

I soldi per l’accoglienza vengono presi dal fondo ordinario che il ministero dell’Interno ha a disposizione per l’immigrazione e l’asilo. “L’accoglienza dei richiedenti asilo è una risposta alla convenzione dei Diritti dell’uomo e alla nostra Costituzione – spiega Daniela Di Capua, direttrice del servizio centrale Sprar -. In questi giorni sono state dette molte cose errate che vanno chiarite. Innanzitutto i 40 euro al giorno non vengono dati in nessuno modo ai richiedenti asilo e ai rifugiati. Sono soldi erogati per la gestione dei centri, che vanno a chi si prende la responsabilità di gestirli. Servono dunque a pagare gli operatori, l’affitto ai privati degli immobili, i fornitori di beni di consumo. Una piccola quota va per gli interventi di riqualificazione professionale, come i tirocini, orientati a permettere ai migranti di vivere in autonomia una volta usciti dal sistema di accoglienza. E solo una quota residua viene data direttamente a loro. Si tratta del pocket money, pochi euro per le piccole spese quotidiane. Queste risorse fanno parte di un fondo ordinario del ministero. Non sono spese straordinarie – spiega - solo nel caso dell’Emergenza nord Africa ci fu un aumento delle accise per far fronte all'accoglienza. Cosa che non sta accadendo oggi”.

Per quanto riguarda i minori non accompagnati, il discorso è diverso e il costo pro capite varia a seconda delle rette delle singole comunità di accoglienza. “Questo dipende – spiega ancora Di Capua – dal fatto che per i minori non accompagnati si fa riferimento a una normativa diversa, rispetto agli adulti, originariamente indirizzata ai minori allontanati dalle famiglie in Italia. Gli standard in questo caso sono più elevati, così come i costi – aggiunge - La competenza è dei Comuni che si avvalgono per la gestione delle comunità di accoglienza. Queste devono assicurare anche un servizio sociale e di tutela, che comporta una spesa maggiore. Le rette possono dunque superare anche i 140 euro, ma per quelli che rientrano nello Sprar, indipendentemente dalla rette della comunità, noi eroghiamo 80 euro al massimo. Il ministero sta comunque lavorando per abbattere i costi di queste rette, pensando a una differenziazione anche per fasce d’età”.

In tutto sono 11 mila i minori non accompagnati arrivati quest’anno in Italia. Si tratta di ragazzi, di età media tra i 12 e i 17 anni, che arrivano da soli sul territorio italiano. La maggior parte sono maschi e provengono dall’Afganistan, dal Nord Africa e dalla Siria. “Alcuni di loro sono stati aiutati a fuggire da zone di guerra o di conflitto dai genitori – conclude Di Capua – e hanno diritto a fare richiesta d’asilo. Altri vengono per lavorare o sono vittime dei trafficanti. In ogni caso per tutti, anche per i non richiedenti asilo, c’è un obbligo di tutela fino alla maggiore età”. (ec)

Fonte: Redattore Sociale

martedì 19 agosto 2014

Il Corriere del Mezzogiorno cancella la bufala sulla Reggia di Caserta e Scorsese

L'articolo del 15 agosto in formato grande e ben visibile

La rettifica effettuata dal Corriere del Mezzogiorno, ovviamente in un formato ben diverso dalla notizia originale

Molti si chiedono del perché di cotanta difesa di questo monumento. E’ molto semplice, la provincia di Caserta è già piuttosto disastrata e in condizioni precarie. Siamo già stati sconfessati, traditi e umiliati in tutta Italia per colpa di politici incapaci. La Terra dei Fuochi, la Camorra, la corruzione e tutto il resto. La Reggia di Caserta era uno dei pochi veri fiori all’occhiello della nostra terra.

Non posso assolutamente SOPPORTARE che un giornale che dovrebbe, in qualche modo, essere il più importante del Sud Italia possa pubblicare una notizia senza verificarla in maniera seria e coerente. Perché un giornale così importante deve assumere toni scandalistici per alzare la tiratura?

Un attacco ingiustificato a tutta alla Soprintendenza, alla PA ma più in generale alla Reggia di Caserta senza pubblicare una smentita, né una correzione, senza pietà, ancora senza nessuna pietà per questa terra, pur di vendere qualche copia in più.

VERGOGNA.

E adesso, come per magia, è stato eliminato dal portale del Corriere l’articolo che ha dato inizio a tutto ciò, ma la RETE NON MENTE e noi, nel video che segue, abbiamo fatto un’indagine che spiega bene tutto e vi fa vedere che l’articolo, effettivamente, prima c’era.

Sono sconcertato dalle condizioni in cui versa l’informazione nella nostra bella Nazione, ma tant’è. Vi lascio al video, sarà facile fare due più due dopo averlo visto, dura solo 3 minuti, utilizzateli per capire e chiedetevi perché si sta tentando, in tutti i modi, di fare a pezzi questa già martoriata terra.



Thomas Scalera

Fonte: Oggi Insieme Magazine - www.vairanonews.it

Leggi anche: Scorsese e la Reggia, la bufala del Corriere del Mezzogiorno

giovedì 3 luglio 2014

Immigrazione: i veri numeri, la presunta emergenza e le tante bufale

Quella di Pozzallo è solo l’ultima di quelle che ormai sono definite le “tragedie del mare”, con una lunga scia di sangue che accompagna in maniera drammatica gli sbarchi dei migranti sulle coste italiane. Altri 45 cadaveri che si aggiungono ad un elenco lungo e certamente lacunoso, dal momento che non è possibile stimare il numero complessivo dei migranti che hanno perso la vita in mare negli ultimi anni (l’Oim ad esempio parla di oltre ventimila morti in venti anni, precisando che si tratta di stime per difetto). Ma soprattutto numeri che vanno inquadrati nel complesso dei flussi migratori, che in quest’ultimo anno hanno subito un notevole incremento. Fino al 2013, le cifre erano quelle comunicate dal Governo nel tradizionale rapporto di Ferragosto, con la puntuale precisazione del ministro Alfano su “flussi assolutamente gestibili“, ovvero:

  • 2008 – 2009 = 29.076
  • 2009 – 2010 = 3.499
  • 2010 – 2011 = 48.032
  • 2011 – 2012 = 17.365
  • 2012 – 2013 = 24.277

Per il calcolo su base annuale si possono invece considerare le elaborazioni grafiche del ministero dell’Interno:



Dai primi mesi del 2014 però, si è evidenziata una costante crescita del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste e lo stesso ministro dell’Interno, nell’ultima audizione al Comitato Schengen, ha stimato in oltre 40mila gli immigrati sbarcati nei primi 6 mesi dell’anno (cifra ritoccata qualche giorno fa fino a 47mila), per una proiezione annuale che supera le 80mila unità. Si tratterebbe cioè, del record storico, determinato dalla “maggior instabilità politica del Nord Africa, dalla situazione di frammentarietà in Libia” e dalle tensioni in Siria e Palestina.

Che cosa sta facendo il Governo
Il 18 ottobre 2013 è diventata pienamente operativa l’operazione “Mare Nostrum”, nata sulla scia della tragedia di Lampedusa nella quale persero la vita 366 migranti. Da un punto di vista strettamente tecnico si tratta del “potenziamento del dispositivo di controllo dei flussi migratori già attivo nell’ambito della missione Constant Vigilance (con la Marina Militare che dal 2004 impiega navi e aeromobili da pattugliamento nello stretto di Sicilia), tramite il coinvolgimento del personale e dei messi navali ed aerei della “Marina Militare, dell’Aeronautica Militare, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto, personale del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana nonché del Ministero dell’Interno – Polizia di Stato imbarcato sulle unità della M.M. e di tutti i Corpi dello Stato che, a vario titolo, concorrono al controllo dei flussi migratori via mare”. L’obiettivo è quello di garantire la salvaguardia della vita in mare dei migranti e di “assicurare alla giustizia” i trafficanti di morte: non si tratta, dunque, di una operazione “difensiva” o di semplice pattugliamento, quanto di una operazione più articolata e solo apparentemente determinata dall’aumento del numero dei migranti in transito.

Solo per quel che concerne la Marina Militare, il dispiegamento di forze è imponente:

  • 920 militari;
  • 1 Nave Anfibia tipo LPD con funzione di Comando e Controllo dell’intero dispositivo. L’Unità è dotata di spinte capacità sanitarie di primo intervento con disponibilità di mezzi da sbarco e gommoni a chiglia rigida.
  • 2 fregate Classe Maestrale, ciascuna con un elicottero AB-212 imbarcato;
  • 2 pattugliatori, Classe Costellazioni/Comandanti, con la possibilità di imbarcare un elicottero AB-212, ovvero Cl. MINERVA, di cui una con missione primaria di Vigilanza Pesca;
  • 2 elicotteri pesanti tipo EH-101 (MPH) imbarcati sulla Nave Anfibia, ovvero rischierati a terra su Lampedusa/Pantelleria/Catania come necessario;
  • 1velivolo P180, munito di dispositivi ottici ad infrarosso;
  • 1 LRMP Breguet Atlantic;
  • rete radar costiera della M.M. con capacità di ricezione dei Sistemi Automatici di Identificazioni della Navi Mercantili

Nemmeno questa però è una operazione trasversalmente condivisa: anzi, nelle ultime settimane la polemica nei confronti di Mare Nostrum è ripresa con estrema violenza. Sotto accusa lo “spreco” di risorse (l’operazione costerebbe intorno ai 10 milioni di euro al mese), nonché alcuni “effetti collaterali”, riassunti sul Tempo dall’ex sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Finora Mare Nostrum, e cioè l’avanzamento della linea delle nostre unità navali nel Mediterraneo, per raccogliere i migranti in prossimità delle acque territoriali della Libia, al di là delle intenzioni, ha prodotto questi effetti: per salire su una imbarcazione, visto il minor numero di miglia marine da percorrere, si paga di meno, circa a 800 euro a testa […] il ticket ridotto, la distanza inferiore da coprire e l’affidamento sulle navi italiane fanno sì che le barche degli scafisti siano ancora più precarie, e ciò aumenta la possibilità di affondamenti: i morti in mare non sono diminuiti, e sarebbe onesto stimarne l’entità dall’avvio dell’operazione; la maggiore facilità di arrivo in Italia ha moltiplicato gli affari dei trafficanti”.

Cosa fare dunque? La risposta “a destra” è sempre la stessa: accordi bilaterali (con chi e a che prezzo in termini di “diritti umani”, non sembra interessare più di tanto) e richiesta di intervento dell’Europa.

Cosa vogliamo dall’Europa e che cosa (non) fa Frontex
Ciclicamente torna la polemica sul ruolo e sul peso che ha Frontex, l’istituzione della Ue che dovrebbe coordinare il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri della Ue, nonché portare avanti i rapporti diplomatici con i Paesi confinanti per quel che concerne i meccanismi di ingresso e rimpatrio degli extracomunitari. L’organismo ha a disposizione un budget, cosa che rappresenta un primo oggetto di polemica: all’Italia sono andati in questi mesi poco più di 12 milioni di euro (7 annuali, più altri 5 per le operazioni speciali fino ad aprile), Mare Nostrum, come detto, costa quasi 10 milioni al mese. La sede centrale di Frontex è poi in Polonia, scelta avversata dall’Italia (che chiede “almeno” lo sdoppiamento della sede). Tornando al pattugliamento delle coste, il problema è che Mare Nostrum non è sotto l’egida Frontex, bensì opera “in sinergia e congiuntamente” con i programmi dell’organismo Ue (tra l’altro anche con Eurosur, il sistema di sorveglianza che prevede l’uso di droni, del quale si sono smarrite le tracce begli ultimi mesi…).

Finora sono naufragati i tentativi italiani di “fare in modo che Frontex assuma la regia ed il coordinamento non solo delle attività di pattugliamento del Mediterraneo, ma anche delle attività di cooperazione operativa con i Paesi di origine e di transito dei flussi” (che poi era l’intenzione espressa alla Camera da Alfano solo qualche settimana fa). Alla prima risposta che suonava come un beffardo “l’Italia ci dica cosa vuole da noi”, è seguito un invito ben più articolato e riassumibile intorno a 3 punti: la Ue si faccia carico dei costi di gestione di Mare Nostrum, amplii e rafforzi il ruolo di Frontex e si impegni direttamente nelle operazioni gestite dall’agenzia europea per il controllo della frontiera marittima italiana, snellisca e velocizzi ‘esame della decisione delle istanze di protezione internazionale. Questioni tutte sul tappeto, che saranno riprese, si spera, nel semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea. (Solo per inciso, vale la pena di ribadire che quella dell’Europa “che non ci aiuta” resta comunque una favoletta, dal momento che è in piena attuazione il “Programma Generale Solidarietà e gestione dei flussi migratori”, che si sostanzia di 4 fondi: per Rifugiati, per rimpatri, per l’integrazione e, appunto, per le frontiere esterne).

L’emergenza sanitaria (che non c’è)
Non contenti della speculazione politica su tali aspetti della questione immigrazione, “noi italiani” abbiamo sentito il bisogno di rilanciare l’allarme sanitario, prefigurando agli occhi dell’opinione pubblica l’arrivo di calamità ed epidemie. Così un ammalato di varicella era diventato “untore del vaiolo” e si è provato a speculare anche alcuni migranti affetti da scabbia (determinata dalle condizioni igieniche in cui avevano vissuto nelle ultime settimane) o su un improbabile “allarme ebola”. Ecco, come confermato più e più volte da fonti ufficiali, vale la pena di ribadire che non c’è alcun allarme sanitario all’orizzonte. E questa è solo l’ennesima bufala. Come quella dell’invasione / aggressione, di cui parliamo qui.

Fonte: fanpage.it

giovedì 20 febbraio 2014

La vera storia dei disoccupati al Festival di Sanremo


La storia dei due disoccupati che hanno interrotto il Festival di Sanremo oggi è su tutti i giornali italiani, e assume pericolosamente i contorni della bufala. Antonio Sollazzo e Marino Marsicano sono i due operai senza stipendio da sedici mesi pur lavorando ogni giorno che si sono presentati al teatro Ariston e hanno interrotto la kermesse:


Con una scena che rimarrà nella storia della televisione italiana, anche se non è inedita

COSA C’E’ DIETRO I DISOCCUPATI AL FESTIVAL DI SANREMO – Ma sulla storia qualche dubbio è nato ieri. Perché per realizzarla è stata necessaria una messinscena. Un finto malore, simulato da una “complice” che li accompagnava, ha permesso ad Antonio Sollazzo e Marino Marsicano, i due lavoratori che hanno minacciato il suicidio nella prima puntata del Festival, di distrarre gli addetti alla sicurezza della kermesse. Così da poter poi raggiungere la postazione in galleria e salire sull’impalcatura. A svelarlo è stato il direttore di Rai1, Giancarlo Leone: il dirigente ha spiegato come fossero in realtà quattro le persone coinvolte. Oltre a Sollazzo e Marsicano, che avevano intimato di volersi gettare nel vuoto qualora non fossero state ascoltate le motivazioni della loro protesta, c’erano anche Salvatore Ferrigno e una donna, Maria Rosaria Pascale, la stessa che ha finto lo svenimento. Gli operai sono stati denunciati per violenza privata. Il motivo? Con la loro azione hanno costretto il conduttore Fabio Fazio a leggere una lettera per denunciare la loro situazione occupazionale.

LA VERA STORIA DELLA VITA IN DIRETTA - E oggi Silvia Truzzi sul Fatto racconta i particolari:

La versione ufficiale è questa: i lavoratori del Consorzio Unico di bacino di Napoli e Caserta – Salvatore Ferrigno, Antonio Sollazzo, Marino Masicano e Maria Rosaria Pascale – si sono comprati un biglietto di galleria, due al botteghino (100 euro) e due ai bagarini (180 euro). Poi sono entrati e subito la Pascale ha finto uno svenimento, attirando l’attenzione della sicurezza e degli spettatori che erano lì accanto. Approfittando della distrazione generale, Sollazzo e Marsicano si sono arrampicati sulle ringhiere laterali e hanno interrotto il monologo ambientalista di Fazio.

Non sono esattamente degli sconosciuti, anzi:

Secondo le forze dell’ordine, i quattro – denunciati per violenza privata – hanno precedenti di polizia per diversi reati: truffa per assenteismo dal posto di lavoro, interruzione di pubblico servizio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, reati contro il patrimonio, e sono stati sottoposti anche a misure di prevenzione (Daspo). QUANDO sono stati condotti fuori dall’Ariston, sono stati portati in questura per l’identi – ficazione. Poi hanno trascorso la notte all’hotel Nazionale, un albergo nel centro di Sanremo.

Come hanno fatto quattro disoccupati a pagarsi un albergo a quattro stelle, che nel periodo del Festival ha prezzi inavvicinabili?, dice il Fatto.

Lo abbiamo chiesto a loro. “Ieri sera siamo usciti dall’Ariston e siamo stati avvicinati da una persona che ci ha detto di lavorare a La vita in diretta”, spiega Sollazzo. “Ci ha invitato a partecipare al programma, il giorno dopo. Ci ha raccomandato di non dire una parola a nessun giornalista, di non parlare prima della trasmissione. E ha aggiunto che ci avrebbe pagato l’albergo. Sennò noi tornavamo subito verso casa in macchina, non c’avevamo i soldi per un albergo così. Poi noi siamo stati al commissariato e dopo siamo andati a dormire, nell’ho – tel che ci hanno indicato. Hanno pagato loro, anche se poi ci hanno detto che qualcuno, in alto, ha messo il veto, che non potevamo andarci”.

Perché la scenetta, in effetti, rischiava altamente la strumentalizzazione: Ma chi è il personaggio “in alto” che ha messo il veto? Giancarlo Leone spiega che “non è il caso di dare un palcoscenico e ulteriore risonanza a queste persone”. Certo, dal punto di vista della Rai, il ragionamento non fa una piega. Infatti: è possibile che i dirigenti de La vita in diretta non abbiano pensato di fare un torto alla direzione di Rete, ospitando coloro che il giorno prima avevano messo in subbuglio il programma più importante dell’anno? Al di là delle intenzioni, resta – se è vero quello che dice Sollazzo – il paradosso di un’azienda danneggiata nell’immagine (e non solo, visto che c’è una denuncia per violenza privata) che paga l’albergo ai guastatori

Fonte: Giornalettismo

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