mercoledì 4 novembre 2009

Non è un paese per internet


Siamo in fondo a tutte classifiche europee per uso della Rete e per qualità delle connessioni Web. Un problema culturale? Sì, ma anche politico. Perché il governo preferisce la tivù.

Per Emilio Fede si tratta di "un dramma vero e autentico", perché "milioni di italiani sono presi da questa paranoia" e dunque "anche se le difficoltà per poter chiudere un sito sono tantissime, qualcosa bisogna fare e subito".

Certo, il direttore del Tg4 non è il più raffinato intellettuale della destra italiana, ma il suo bell'editoriale in tivù contro Facebook a molti non è sembrato buttato lì per caso. Negli stessi giorni, ad esempio, il Tg1 si concentrava sulle cliniche per disintossicarsi da Internet ("Giovani che abbandonano tutto per dedicarsi a quella che non è più una passione ma una droga"), mentre il Tg2 si performava in un altro servizio contro Facebook come luogo in cui si rischia di "incontrare potenziali violentatori".

Solo informazione un po' tendenziosa di un vecchio medium geloso della Rete? Può darsi. Ma è nei giorni successivi a questi servizi che trova improvvisa notorietà un gruppo esistente da oltre un anno su Facebook, quello che auspicava la morte del premier Berlusconi: uguale (nella sua idiozia, s'intende) a moltissimi altri più o meno goliardici che si augurano il decesso di varie persone (da Marco Travaglio a Simone Perrotta, da Max Pezzali ad Anna Tatangelo) inclusi capi di Stato o di governo stranieri (da Gordon Brown a Nicolas Sarkozy, e molti altri). Ma quel che all'estero viene serenamente snobbato, in Italia diventa un caso gigantesco, con i giornali di destra che immediatamente si scatenano contro Internet e i suoi "kretini" (Giampiero Mughini su 'Libero').

E subito dopo scoppia un altro 'scandalo' internettiano: per un video su YouTube con migliaia di commenti, alcuni dei quali assai poco garbati verso Totò Cuffaro. Il quale fa partire urgentemente un'inchiesta della procura, benché il filmato fosse on line dal gennaio 2007 e anche i messaggi degli utenti fossero in gran parte datati.

"Più che di scoperte, si tratta di ritrovamenti archeologici sul Web", scherza Guido Scorza, che insegna Diritto delle nuove tecnologie a Roma: "E ci sarebbe da chiedersi perché questi ritrovamenti avvengano adesso, tutti insieme. Non vorrei che si trattasse di una mossa a orologeria per preparare il terreno e il clima a un provvedimento per censurare Internet".

Scorza si riferisce ai vari progetti e disegni di legge che a raffica, negli ultimi mesi, sono stati presentati dal centrodestra: dal ddl Alfano sulle intercettazioni (in cui è inserita un articolo ammazza-blog) alle proposte della Carlucci, fino al recente disegno firmato dall'avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, e portato alla Commissione Giustizia della Camera. Tutti contenenti norme che, al di là delle intenzioni più o meno censorie, avrebbero l'effetto di disincentivare l'uso della Rete in un Paese che invece avrebbe bisogno come il pane di innovazione e di sviluppo on line, elementi considerati in tutto l'Occidente fondamentali sia per la crescita civile sia per l'uscita dalla recessione.

Ovviamente sui motivi politici di questo disprezzo della destra italiana verso la Rete ci si può dare diverse risposte: per qualcuno è frutto semplicemente di un gap culturale e generazionale (le leve del potere sono in mano a over 60 che non conoscono il Web); per altri c'è alla base il consueto conflitto di interessi (se il governo è presieduto da un imprenditore televisivo, difficile che investa soldi pubblici per una Rete che gli sta già sottraendo milioni di giovani telespettatori); per altri c'è invece un ragionamento più mediatico-politico, essendo Internet l'unico luogo di comunicazione e informazione che il premier non controlla (e anzi tra i siti e i blog più cliccati difficilmente se ne trova uno vicino al centrodestra).

Ma quali che siano le ragioni, certo è che oggi l'Italia è il solo paese occidentale a non avere un piano sistematico per quelle autostrade digitali che portano al tempo stesso pluralismo televisivo, ripresa economica e meno inquinamento grazie a comunicazioni veloci a distanza. I ritardi di cui soffriamo sono di due tipi. Il primo è il cosiddetto analfabetismo informatico: il 50 per cento degli italiani non ha mai messo le mani su un computer, l'80 per cento è senza banda larga, insomma siamo in coda alle classifiche europee (lo dicono tra gli altri i dati Ocse 2009 e di Between 2009). Il secondo ritardo è nelle infrastrutture: la rete italiana perde colpi e avrebbe bisogno di ammodernamenti, a partire dalla fibra ottica. Per entrambi i ritardi c'è una responsabilità politica: vale a dire che, se nessun governo finora si è mai occupato del problema, quello in carica è andato oltre, destinando alle varie emergenze (dal sisma in Abruzzo ai vaccini per l'influenza suina) quelle risorse che in origine dovevano essere riservate allo sviluppo del Web.

Fonte: L'Espresso

3 commenti:

@enio ha detto...

se dipendesse solo da questo governo, farebbero come in Cina, limiterebbero ancor di più anzi si chiuderebbe !

SCIUSCIA ha detto...

Sanno un cazzo questi...

Andrea De Luca ha detto...

esatto