mercoledì 16 dicembre 2009

Massimo Tartaglia scrive al Premier e si scusa

Rottura del setto nasale, di due denti, ferimento del labbro e diversi tagli sul volto; questi i danni fisici causati da Massimo Tartaglia al Premier Silvio Berlusconi con l'oramai stradocumentato lancio della miniatura del Duomo di Milano. A due giorni di distanza, insieme al fiume tracimante di dichiarazioni e reazioni del mondo politico, arrivano le parole dell'aggressore, che si esprime con alcune righe scritte in una lettera indirizzata al Presidente in persona.
Attraverso i suoi legali Tartaglia ha rivolto un messaggio di scuse al Primo Ministro, definendo il suo gesto come "superficiale, vigliacco ed inconsulto". Continuando, ha poi precisato di non aver avuto nessuno mandante politico e di non riuscire a stabilire il movente del gesto. L'ingegnere informatico conclude rimarcando la sua assoluta estraneità agli atti di violenza come quello di cui si è reso protagonista e, difatti, guardando i precedenti del 42enne, si incasella quello di domenica come un episodio isolato e, al momento, ancora del tutto inspiegabile.

Intanto Il gip Cristina Di Censo si è riservata di poter decidere nei prossimi giorni sulla decisione di convalidare l'arresto dell'uomo mentre, i legali della difesa, hanno chiesto di poter far ricoverare Massimo in una "una comunità terapeutica che ci ha dato la sua disponibilità a partire dal 4 gennaio". Fino al quattro gennaio la sistemazione ideale proposta sarebbe all'interno di un ospedale psichiatrico.

Il profilo tracciato è infatti quello di un uomo solitario, amante degli animali e con problemi pschici fin dalla tenera età. Ciò che fa riflettere è sicuramente il fatto che, tra i tantissimi che hanno dichiarato di voler adirittura uccidere il Presidente del Consiglio, l'unico che sia riuscito a ferirlo è un uomo che non sapeva neppure quello che stava facendo (e perchè). Se fosse sul serio appurata l'instabilità mentale di Tartaglia e la "casualità" del suo gesto, la preoccupazione dilaniante del ministro Maroni e di tutti gli altri politici che vorrebbero controllare il web per impedire fantomatiche ripercussioni reali dovute a campagne d'odio virtuali, finirebbero con l'apparire come l'ennesima, goffa e poco democratica strumentalizzazione atta a mettere un freno deciso alla sacrosanta libertà d'espressione internettiana.

Fonte: Julienews

martedì 15 dicembre 2009

E se l'aggressione a Berlusconi fosse una montatura?


Guardate cosa ho trovato in rete, un articolo di un blogger che è convinto che l'aggressione a Berlusconi sia stata in realtà organizzata.

L'aggressione a Berlusconi è una montatura

Ho visto e rivisto video e fotografie dell'aggressione a Berlusconi e sono convinto di una cosa, è tutta una montatura.

Guardando alcuni video su YouTube si possono notare molte cose strane:

1) Nel video ripreso dalla telecamera che inquadra Berlusconi più da vicino e ad altezza uomo, presumibilmente la telecamera ufficiale del Pdl, l'operatore, che aveva precedentemente seguito Berlusconi incessantemente, sposta l'inquadratura sulla folla proprio pochi secondi prima dell'aggressione. Guardate al minuto/secondo 1:43 del seguente video:



Addirittura l'operatore sposta la telecamera proprio nel momento in cui il braccio dell'assalitore diventa visibile nell'inquadratura (in alto a sinistra).
Il movimento è inoltre alquanto repentino, non credo compatibile con qualsivoglia dettame che regoli il corretto utilizzo degli strumenti di ripresa.
Credo che basti chiedere a un qualsiasi operatore dilettante per sapere se una manovra del genere sia da considerarsi corretta. Una verifica in più può essere fatta scoprendo chi è l'operatore della telecamera in questione e per chi lavora.

2) Nelle riprese in cui si vede l'aggressione dall'alto invece (ce ne sono tante su YouTube) sembra che l'oggetto non colpisca B. in pieno, ma anzi quasi lo sfiori solamente.
Inoltre il suo capo rimane immobile; un colpo talmente forte da rompere labbro, due incisivi e naso avrebbe sicuramente provocato un contraccolpo molto forte dovuto al violento impatto, non credete?

3) Si può inoltre notare che appena dopo l'impatto non c'è sangue sul volto di Berlusconi.
Dopo l'impatto B. si porta le mani al volto, nascondendo qualsiasi possibile ferita.
Ma un impatto di tipo lacero-contusivo non dovrebbe provocare tagli e ferite in modo pressoche istantaneo?


Viene poi portato in auto e lì vi rimane alcuni secondi; purtroppo dai video che ho visto non sono riuscito a calcolarne l'ammontare esatto, credo comunque che vi rimanga almeno un minuto.

Al minuto 3:46 del video sopra citato si può vedere un agente della scorta che porta la mano sul viso di B. mentre impugna qualcosa; questo oggetto può essere un semplice fazzoletto, oppure l'aggeggio che si può vedere successivamente qui:

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/berlusconi-aggredito/12.html

Cosa può essere? Magari una pistoletta che lancia sangue finto?

4) Nella fotosequenza di Repubblica.it si vede come B. si porti le mani al volto tenendo tra le dita un sacchetto nero. Nella prima foto si vede come nel momento dello spasimo seguente il ferimento si porta le mani al volto tenendo i pugni serrati.
Nel momento in cui una persona prova un dolore inteso e porta le mani al volto è fattibile che tenga i pugni chiusi in modo da poter tenere in mano un oggetto?
Non sarebbe più logico che aprisse immediatamente le mani?

5) Nelle immagini su Repubblica.it si può notare come le mani di Berlusconi non siano minimamente sporche di sangue. Come è possibile?

Vi consiglio di scaricare il video da YouTube per poterlo visualizzare meglio al rallentatore.

In definitiva credo che B. non si sia fatto nulla nell'impatto avuto, di striscio, con l'oggetto lanciato dall'aggressore.
Si è invece truccato per bene nei secondi in cui è stato in auto, per poi uscirne in modo da mostrare a tutti le presunte conseguenze di quello che voleva far credere gli fosse successo.

Ecco un altro blogger che la pensa come me: eretici.blogspot.com/2009/12/berlusconi-aggressione-vera-o-tutta-una.html

Cosa ne pensate?

Fonte: Ace on the river

Per la verità anche a me, leggendo questo articolo e guardando al rallentatore il video, qualcosa non convince tantissimo. Mistero.

La vergognosa manipolazione su Facebook

Il principale gruppo su Facebook dedicato a Massimo Tartaglia ha superato i 50.000 fan. Oggi mi sono arrivati parecchi inviti che mi esortavano a diventare fan di Tartaglia. Ovviamente ho rifiutato. Non potrei mai diventare fan di quest'uomo. Se ancora qualcuno non l'avesse capito, condanno fermamente questo gesto di violenza. Come condanno chi è diventato fan. Nel frattempo, la procura di Roma ha avviato una indagine sui gruppi che inneggiano a Tartaglia. La decisione dell'iniziativa giudiziaria sarebbe dovuta in particolare ad alcuni messaggi ritenuti pericolosi, come "10, 100, 1000 Massimo Tartaglia" e "Berlusconi a morte". E Roberto Maroni, sta valutando di oscurare i siti Internet che incitano alla violenza.

Ma in verità c'è dell'altro. Alcuni gruppi, tra ieri e oggi, hanno cambiato il proprio nome, aggregando al suo interno gli utenti precedentemente iscritti. Ad alcuni è stata rubata l'identità degli amministratori, in altri invece questi ultimi hanno preso la palla al balzo, per guadagnare ulteriori soldi, da chiare truffe perpetrate via facebook. Un esempio: un gruppo che esprimeva solidarietà ai terremotati dell'Abruzzo è stato modificato per manifestare sostegno a Berlusconi. E tra l'altro non sono arrivate nè notifiche nè avvisi alle persone. In poche parole, sono migliaia i navigatori che si sono trovati iscritti al gruppo senza saperlo! Questo era solo un esempio, ma tanti gruppi hanno fatto lo stesso sporco gioco.

A mio parere è una cosa gravissima. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria manipolazione dell'individuo. Manco fossimo in dittatura (se non lo siamo già). Ognuno deve essere libero di scegliere cosa parlare, scrivere, in che modo manifestare il proprio pensiero e a quali gruppi iscriversi senza essere costretto da nessuno. E' assolutamente da condannare la slealtà di certe persone che cercano di manipolare in maniera vigliacca il consenso della gente e l'informazione. Tutto ciò è vergognoso!

lunedì 14 dicembre 2009

Berlusconi aggredito a Milano: la mia opinione

Nel post precedente ho espresso solo in maniera molto veloce la mia opinione sull'aggressione a Berlusconi, dedicandomi più al fatto di cronaca. La mia opinione l'ho scritta su Facebook, e l'ho detta parlando in queste ore con amici e conoscenti. Sento il bisogno di scriverla anche sul mio blog.

Personalmente, senza troppi giri di parole, condanno questo gesto di violenza, perchè la violenza non serve assolutamente a nulla ed è sempre da condannare. Ogni atto di aggressione, fisica o morale che sia, è sempre da dissociare. A maggior ragione quando viene fatto nei confronti di chi rappresenta le istituzioni. E tralasciamo che è stata fatta a Berlusconi. Accantoniamo (dunque) le idee e il colore politico di ognuno di noi. Non c'è molto da aggiungere: è davvero molto grave questo gesto.
E voglio precisare che chi vi scrive è un elettore di sinistra e anti-berlusconiano doc. Ma ripeto, questo non c'entra e ve l'ho scritto prima.



In ogni caso, a mio parere, appare comunque strumentale e demagogico il tentativo da parte di esponenti della maggioranza di Governo di collegare un atto scellerato e impulsivo con le parole di Antonio Di Pietro che ha dichiarato: "Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza". Di Pietro cosa ha fatto di male? Semplicemente ha detto che Berlusconi istiga la violenza con le sue dichiarazioni e modi di fare, che è sacrosanto.

Addirittura Cicchitto e Bossi hanno detto che, oltre a Di Pietro, anche Eugenio Scalfari (La Repubblica) e Annozero sono i responsabili di questo folle gesto. Per non parlare poi di Emilio Fede, servo del premier, che ha addirittura detto che è colpa di 'Annominchia':



Non diciamo cavolate, per favore! Non penso proprio che Annozero o Di Pietro abbiano innescato nella mente (tra l'altro malata purtroppo) di Massimo Tartaglia la decisione di arrivare a compiere un gesto folle, sconsiderato e aberrante. In parte concordo con Di Pietro, ma solo in parte.

Io penso anche che questo gesto non farà altro che alimentare le sue manie di persecuzione e le sue folli arringhe a quei lobotomizzati che ancora lo ascoltano. Non è da escludere che magari guadagnerà anche più consensi. Perchè fra qualche giorno (e ne sono straconvinto) dirà attraverso i suoi mezzi di comunicazione che la colpa è della sinistra. Si accettano scommesse? Lasciate stare. Vincerei in partenza!

Ritornando all'aggressione, il gesto è assolutamente da condannare. Ampia solidarietà a Berlusconi. Ma solo per poco...

domenica 13 dicembre 2009

Berlusconi aggredito a Milano


Stasera il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato aggredito a Milano in Piazza del Duomo dove ha avuto luogo il comizio del Pdl. Il suo aggressore si chiama Massimo Tartaglia, che non risulta avere precedenti penali e che è in cura da dieci anni al Policlinico di Milano per disturbi mentali, che non si ancora con precisione se abbia sferrato un pugno, oppure abbia colpito con una statuetta il premier.

Tartaglia è stato arrestato. Le accuse sono di lesioni pluriaggravate, contestata anche la premeditazione, perché in tasca aveva un piccolo crocifisso e una bomboletta di spray urticante al peperoncino.

Ovviamente condanno il gesto. L'aggressione nei confronti di Berlusconi è un gesto inconsulto e sconsiderato. In un certo senso, sono vicino a Berlusconi.

Le polemiche più aspre, in queste ore, sono rivolte nei confronti di Antonio Di Pietro che ha testualmente detto: "Condanno il gesto, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza. Condivido le rimostranze dei cittadini che ogni giorno vedono un premier che tiene bloccato il Parlamento per fare leggi che servono a lui e soltanto a lui, mentre milioni di cittadini perdono il lavoro e faticano ad arrivare a fine mese".




ONU: Somalia a rischio di crisi umanitaria gravissima


La recessione globale e il dirottamento degli aiuti internazionali sono i principali fattori dietro ai quali si cela la profonda crisi della Somalia. Per essere più precisi, la nazione africana, secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite, rischia seriamente di dover far fronte a una crisi umanitaria che minaccia di decimare la popolazione, visto che i finanziamenti in questo senso stanno diminuendo. Come si è potuti arrivare a una situazione del genere? Le parole del coordinatore umanitario Mark Bowden sono significative: Se non provvediamo a risolvere questa faccenda in tempi rapidi, le conseguenze della crisi umanitaria saranno davvero gravi. I fari sono ora puntati sul primo trimestre del 2010: fonti dell’ONU sostegono che se per quel periodo non si dovessero reperire almeno 12 milioni di dollari, la questione assumerà contorni a dir poco catastrofici.

La Somalia si ritroverà letteralmente stritolata da una delle peggiori crisi umanitarie di cui il mondo è a conoscenza. Si tratta, senza dubbio, della principale conseguenza della guerra civile che infuria in questo territorio dal 1991, un conflitto che ha addirittura varcato i confini somali, coinvolgendo la vicina Etiopia nel 2006. Questo ulteriore coinvolgimento ha fatto sì che una vasta porzione della parte meridionale somala finisse sotto il controllo dei ribelli islamici. La siccità di quest’ultimo anno, poi, non ha fatto altro che esacerbare la situazione per oltre 3 milioni e mezzo di civili, i quali necessitano della primaria assistenza. Lo scorso giovedì, comunque, lo stesso Bowden ha lanciato un programma umanitario da 689 milioni di dollari, un progetto che intende sviluppare altri 174 interventi umanitari in Somalia per il 2010.

Una proposta simile era stata varata anche lo scorso anno, ma in quell’occasione l’iniziativa si fermò a metà strada rendendo tutto vano, quindi i propositi per l’anno che sta per incominciare sono soprattutto quelli di non ripetere lo stesso errore e di portare avanti fino alla fine l’aiuto umanitario. Tra l’altro, non bisogna dimenticare che le continue fluttuazioni che si stanno verificando negli scambi valutari, dovute principalmente alla crisi economica attuale, sono le responsabili della modestia quantitativa dei fondi destinati alla Somalia. Se qualcosa di drammatico dovesse avvenire, allora il 2010 si aprirà con un ammontare monetario vicino allo zero, quindi si cercano dei generosi donatori e altri gruppi che possano essere interessati a prevenire un simile gap finanziario.

Gli Stati Uniti sono la nazione più impegnata nell’assistenza umanitaria al Paese africano, ma sono anche entrati a far parte degli stati coinvolti nell’intercettamento terrorista degli aiuti stranieri. Il discorso di Bowden può rappresentare l’ideale chiusura di ciò che finora abbiamo descritto: C’è una sorta di visione indiscriminata, si tende a pensare che qualsiasi tipo di sostegno sia troppo difficile da spedire ed è ora di smetterla di ragionare in questo modo. Non è impossibile fornire assistenza in Somalia, anche se i disagi sono più che evidenti.

Fonte: Periodico italiano

Abbiamo sete: il governo del Botswana continua a negare l’acqua ai Boscimani


Ieri, nella giornata ONU per i Diritti Umani, Babbo Natale ha consegnato all’Alto Commissariato del Botswana a Londra un regalo speciale da parte dei Boscimani del Kalahari.

I funzionari del Botswana hanno ricevuto una bottiglia d’acqua avvolta in una splendida carta da regalo e un etichetta recante la scritta “Abbiamo sete”. A distanza di tre anni dalla vittoria dello storico caso giudiziario con cui l’Alta Corte del Botswana ha sancito il diritto dei Boscimani del Kalahari a vivere nelle loro terra, infatti, il governo continua a negare loro l’accesso all’acqua.

Nel 2002, i Boscimani avevano trascinato il governo del Botswana in tribunale accusandolo di averli sfrattati dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR) contro la loro volontà. Il processo, che diventò presto il più lungo e il più costoso della storia del paese, si chiuse il 13 dicembre 2006 con una sentenza storica, che riconobbe che i Boscimani erano stati cacciati “illegalmente” e che potevano quindi tornare a casa.

A tre anni di distanza dal verdetto, i Boscimani sono stati costretti a intraprender una nuova causa giudiziaria per vedersi riconoscere il diritto di attingere acqua nella riserva, loro terra ancestrale. Il governo sta promuovendo il turismo nella loro terra, e ha autorizzato una società di safari a costruirvi un complesso turistico con piscina. Ma contemporaneamente, ai Boscimani viene ancora negato il diritto di accedere al loro unico pozzo, cementato dalle autorità all’epoca degli sfratti, e sono costretti a compiere un viaggio di 400 km per andare a procurarsi l’acqua al di fuori della riserva.

Consegnando il regalo all’Alto Commissariato del Botswana, Babbo Natale ha commentato: “Auguro al governo del Botswana un Natale veramente felice, e spero vivamente che voglia festeggiare insieme ai Boscimani permettendo loro di esercitare il più basilare dei diritti umani: quello di accedere all’acqua nella propria terra”.

Nel mese di marzo, anche il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni aveva visitato le comunità boscimani del Kalahari confermando la loro mancanza di accesso all’acqua.

Fonte: Mondoraro Magazine

sabato 12 dicembre 2009

40 anni fa la strage di Piazza Fontana


Esattamente 40 anni fa avvenne la strage di Piazza Fontana. Ancora oggi non si è fatta luce su questa vicenda. Voglio, a tal proposito, riportare questo articolo tratto da Dazebao. Leggetelo, è molto interessante.

12 dicembre 1969: la strage di piazza Fontana. Un “mistero” che non si è mai voluto chiarire

La memoria corta della storia italiana colloca la deflagrazione delle 16,37 nella centralissima Banca Nazionale dell’Agricoltura milanese come un episodio unico. Ed invece fu l’atto finale di una lunga serie di attentati attribuibili ad un gruppo neo-nazista nato nel Veneto padovano e mestrino, a partire dalle bombe senza vittime del 25 aprile 1969 sempre a Milano e molti altri attentati compiuti nel Veneto “bianco”, fino alla strage finale di cui oggi ricorre il quarantesimo anniversario. Basti pensare che tra il 1968 e il 1974 si susseguirono 140 attentati dinamitardi, tutti di origine fascista-nazista, perché, come asserisce Salvini, “Ordine nuovo” « era l’unica organizzazione terroristica che non si poneva il problema dell’eventuale verificarsi di vittime civili e, nei documenti cui si ispirava, era teorizzata la necessità di contrastare subito e con ogni mezzo, compreso il caos, l’avanzata del comunismo, favorita da un sistema parlamentare borghese ritenuto imbelle e putrescente in cui si salvavano, forse, solo i militari»

In quel pomeriggio invernale fervono le trattative fra operatori del mercato agricolo e dunque il grande salone della banca è particolarmente pieno di persone. La borsa con il tritolo e il timer viene collocata sotto il grande tavolo dove si appoggiano gli avventori, anche per redigere una distinta di versamento. La deflagrazione è tremenda: muoiono 17 persone (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti); i feriti sono 88.

La pista anarchica

Il 17 dicembre il “Corriere della Sera”, diretto dallo storico Giovanni Spadolini, apre con la notizia dell’arresto del “mostro”, cioè l’autore materiale dell’attentato: si chiama Pietro Valpreda, un ballerino anarchico che frequenta i suoi compagni del circolo di Ponte della Ghisolfa a Milano. Il Presidente della Repubblica Giovanni Saragat si affretta a inviare un inopinato biglietto di congratulazioni all’allora questore di Milano Marcello Guida. Lo inchioderebbe la testimonianza di un tassista, Cornelio Rolandi, secondo il quale proprio quel pomeriggio avrebbe accompagnato Valpreda (che riconosce dalle foto e da un confronto all’americana ampiamente inquinato dagli investigatori e quindi inattendibile) a piazza Fontana. L’anarchico milanese sconta tre anni di carcere preventivo, prima di essere liberato nel dicembre del 1972, dopo che il Parlamento ha approvato una legge che introduce la libertà provvisoria anche per gravi reati. Oramai, le indagini hanno imboccato la strada del neo-fascismo padovano e i magistrati si convincono che, con piazza Fontana, gli anarchici non c’entrano nulla. Sarà assolto con formula dubitativa insieme a tutti i fascisti imputati. Morirà nel 2002. Il tassista Rolandi era già morto nel 1971.

Il neo-nazismo veneto

Il grumo di contraddizioni che seguono le indagini nei primi anni sembra diradarsi già il 13 aprile del 1971, quando il giudice di Treviso Giancarlo Stiz arresta Franco Freda e Giovanni Ventura. Proprio su questi nomi si giocano i destini delle indagini, come poi chiarirà in modo netto l’inchiesta riavviata dal giudice Salvini negli anni Novanta. Freda e Ventura sono due pericolosi neo-nazisti; Freda è l’ideologo, fonda una casa editrice, “Ar” e nel 1963 scrive di suo pugno il manifesto del Gruppo di “Aristocrazia ariana”, seguendo le teorie naziste di Julius Evola. Stiz li accusa di essere gli autori dei precedenti attentati dinamitardi e della stessa strage milanese. Ma, dopo un tortuoso iter giudiziario, i due sono assolti per insufficienza di prove. La Cassazione, nel 1995, prospetterà un quadro del tutto diverso, ma i due non possono più essere processati e condannati per lo stesso reato (in base al principio del “ne bis in idem”). Lo stesso Salvini individua nella coppia i veri responsabili della bomba di piazza Fontana: «Certamente, la matrice della strage è ormai indiscutibile, la sua firma è la croce celtica di Ordine nuovo. Le ultime sentenze di assoluzione hanno una “virtù segreta”, e cioè scrivono esplicitamente cose chiare: dopo le nuove indagini, è da ritenersi raggiunta la “prova postuma” della colpevolezza di Freda e Ventura, non più processabili perché assolti per insufficienza di prove per la strage di piazza Fontana, anche se già condannati per gli attentati precedenti».

Le indagini di Guido Salvini

Se oggi noi conosciamo quella che, con tutta probabilità, è la verità storica e, in parte, anche giudiziaria della strage di piazza Fontana, lo dobbiamo ad un coraggioso ed abile giudice, Guido Salvini, che, nel 1989, quasi per caso (o per un colpo di fortuna), dopo il ritrovamento fortuito di alcuni documenti in un’indagine sull’omicidio di Sergio Ramelli (uno studente missino ucciso a Milano nel 1975), riapre la pista neo-nazista e, in breve, si trova di fronte a due persone: Carlo Digilio e Martino Siciliano, entrambi destinati a diffondere una nuova luce sulla strage. Il primo era stato estradato da Santo Domingo, dove si era rifugiato; fu individuato come lo “zio Otto”, indicato da vari pentiti della destra, come Sergio Calore, quale persona che si occupò materialmente dell’esplosivo da collocare a piazza Fontana (ma non lo collocò lui). Il secondo viveva in Colombia, si era rifatto una vita e una nuova famiglia ma fu convinto a collaborare da elementi dei servizi segreti, quelli stessi che avevano contribuito pesantemente a depistare le indagini, in un evidente e postumo tentativo di riscattare moralmente la loro storia deviata. Digilio e Siciliano portano il giudice Salvini a fare luce sul gruppo mestrino di neo-nazisti, sui preparativi per la strage e per tutti gli attentati compiuti precedentemente e successivamente.

Il quadro politico che si delinea è esattamente quello descritto dalla prima “contro-inchiesta” su piazza Fontana, fatta da militanti e giornalisti della sinistra extra-parlamentare pubblicata nel 1972 ("La strage di Stato", che allora fu dileggiata come opera estremista dai "benpensanti" lettori dell'inaffidabile "Corriere della Sera" o dalla "maggioranza silenziosa" milanese che appoggiava direttamente il partito neo-fascista, l'Msi di Giorgio Almirante), che ribaltò la “verità ufficiale”, quella uscita fuori dalla polizia e dai servizi segreti deviati. I “fascisti rivoluzionari” veneti, in collegamento con apparati dello Stato, organizzarono gli attentati dinamitardi per preparare il terreno ad un colpo di Stato di destra, sull’esempio di quello verificatosi in Grecia nel 1967. Dal caos sociale generato da quelle stragi, sarebbe emersa la necessità di un governo di emergenza, per bloccare l’avanzata del movimento operaio e della sinistra in generale, allora in forte ascesa. Ma il Presidente del Consiglio, Mariano Rumor, fu in qualche modo da ostacolo al progetto e così si spiegherebbe anche l’attentato contro di lui compiuto da Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, che causò quattro morti.

Un ruolo fondamentale fu svolto da un personaggio, diventato famoso solamente dopo la sua morte nel 1996 (prima era conosciuto come gastronomo e titolare di una celebre rubrica di recensioni ai ristoranti sull’Espresso): Federico Umberto D’Amato, il potente capo dell’Ufficio affari riservati. Iscritto alla loggia P2 di Gelli, D’Amato lavorava in stretto contatto con la Cia. A distanza di sedici giorni dalla sua morte, il consulente di Salvini, Aldo Giannulli, scopre in un vecchio deposito sulla via Appia a Roma circa 150 documenti riservati dell’archivio D’Amato. In quelle carte è raccontato il “milieu” della strage e dell’opera edificatoria dell’Ufficio affari riservati, perché si descrive puntigliosamente il progetto di infiltrare agenti nei gruppi anarchici, esperti di armi ed esplosivi, «come se loro compito fosse non solo prevenire attentati ma anche crearne le condizioni o ispirarli», afferma Salvini.

Le sentenze e la Storia

La coraggiosa inchiesta di Guido Salvini porta ad un primo effimero risultato: il 30 giugno 2001 sono condannati all’ergastolo Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni, tutti neo-nazisti della cellula veneta. In appello (12 marzo 2004) vengono tutti assolti. La Cassazione chiude definitivamente il caso, confermando quest’ultima sentenza perché le prove non sono riuscite a dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio” la colpevolezza degli imputati. Ma gli stessi giudici del Supremo collegio attribuiscono al neo-fascismo la responsabilità della strage, per quanto non siano oramai accertabili gli esecutori.

Ora, dice ancora Salvini, ci sarebbe un’ulteriore testimonianza, in grado di produrre un altro passo in avanti nell’accertamento delle responsabilità della strage di piazza Fontana. Si tratta di un ulteriore pentito, già conosciuto negli anni Novanta, ma reticente per paura: Gianni Casalini. Un anno fa ha scritto una lettera al giudice milanese, asserendo di voler raccontare tutto. E ci sarebbe un altro misterioso esponente del gruppo di Freda e amico di Delfo Zorzi, di cui Casalini riferisce, che nessuno ha mai cercato. Perché l’assenza di colpevoli, nella tragica storia di piazza Fontana, non smuove la storia di questo Paese, non la riscrive. Per la fortuna di pochi potenti e dei loro attuali eredi.