lunedì 8 agosto 2016

Una bomba in un ospedale ha ucciso oltre 70 persone in Pakistan

Decine di persone si erano riunite per piangere un noto avvocato ucciso poche ore prima quando è un attentatore suicida si è fatto esplodere

Il sito dove è esplosa una bomba questa mattina, 8 agosto 2016, fuori da un ospedale a Quetta, in Pakistan. Credit: Naseer Ahmed

L’esplosione di una bomba, detonata da un attentatore suicida, in un ospedale in Pakistan ha ucciso oltre 70 persone e ferito altre trenta, lunedì 8 agosto 2016. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo estremista Jamaat-ur-Ahrar.

L’aggressione si è verificata a Quetta, il capoluogo della provincia sudoccidentale del Belucistan, percorsa da violenze, mentre alcune persone – per lo più giornalisti e avvocati – si erano raccolti per accompagnare il corpo di Bilal Anwar Kasi, un noto avvocato cui avevano sparato, uccidendolo, qualche ora prima. Diverse decine di persone stavano entrando nel reparto di emergenza dell’ospedale quando è esploso un ordigno.

Il ministro dell’Interno del Belucistan Bugti aveva inizialmente parlato di almeno dieci vittime e 30 feriti, ma il bilancio è salito a 75 morti e oltre 50 feriti, riferisce il ministro della salute del Belucistan Mohammed Omar Baloch, e si teme che sia destinato a crescere. Intanto, la polizia pakistana che ha isolato l'area intorno alla struttura medica.

Kasi è invece stato assassinato mentre si recava in tribunale. Questo tipo di omicidi mirati sono sempre più frequenti a Quetta. Il Belucistan è infatti attraversato da una crescente violenza connessa a un’insurrezione separatista, ma anche a tensioni confessionali e alti tassi criminali.

Il gruppo Jamaat-ur-Ahrar, ramo pachistano dei Taliban, ha rivendicato l'attacco suicida: "La Tehreek-e-Taliban del Pakistan Jamaat-ur-Ahrar rivendica l'attacco e promette di continuare a colpire. Diffonderemo presto un video", ha dichiarato in una email il portavoce Ehsanullah Ehsan.

Il movimento islamista è lo stesso che il giorno di Pasqua colpì Lahore uccidendo 72 persone, tra cui molti bambini, in un parco affollato.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 7 agosto 2016

Cosa succede a Ventimiglia

Ci sono stati scontri e tensioni tra polizia, attivisti e migranti che vogliono entrare in Francia: un poliziotto è morto d'infarto

(ANSA / FABRIZIO TENERELLI)

Domenica 7 agosto gli attivisti dell’associazione No borders hanno detto in una conferenza stampa di aver annullato la manifestazione prevista per oggi pomeriggio contro le condizioni dei migranti nel capo della Croce Rossa di Ventimiglia, e a favore dell’apertura del confine con la Francia. La manifestazione era stata annunciata ieri, dopo che tra venerdì e sabato si erano verificati una serie di scontri tra poliziotti, migranti che cercavano di attraversare il confine e attivisti No borders. Negli scontri, un dirigente della polizia è morto d’infarto. Venerdì circa 150 migranti sono riusciti ad entrare in Francia, ma sono stati fermati dalla polizia francese e riportati in Italia.

Un portavoce dell’associazione No borders ha detto: «Non vogliamo cadere in trappola, per questo abbiamo annullato la manifestazione a favore di un presidio fisso a difesa delle “persone in viaggio” che sono recluse nel centro di Ventimiglia». Negli ultimi giorni ci sono stati diversi momenti di tensione con la polizia e il governatore della Liguria, Giovanni Toti, aveva chiesto di impedire la manifestazione e di usare misure severe contro migranti e attivisti. Alcune decine di attivisti e tre cittadini francesi in possesso di spranghe e altri oggetti contundenti sono stati fermati. Un giornalista di Fanpage è stato allontanato bruscamente dalla polizia mentre cercava di riprendere la reazione degli agenti al tentativo di alcuni migranti di oltrepassare il confine.



Nel centro allestito dalla Croce Rossa a Ventimiglia, nel Parco Roja, sono ospitati circa 450 migranti. Normalmente il campo ospita 250 persone, ma diverse centinaia di nuovi migranti sono arrivati negli ultimi giorni. I gestori del campo hanno spiegato all’ANSA che la situazione sarebbe ancora peggiore se i 150 migranti che venerdì hanno cercato di entrare in Francia non fossero stati tutti trasferiti in centri del sud Italia per essere espulsi.

Episodi simili si erano verificati la scorsa estate, quando per settimane alcune centinaia di migranti si accamparono vicino al confine di Ventimiglia chiedendone l’apertura e tentando in alcune occasione di forzarne l’ingresso (il Post era andato a vedere come funzionava il campo). All’epoca, il governo francese aveva iniziato a controllare in maniera sistematica la frontiera di Ventimiglia, respingendo in Italia tutti i migranti che la attraversavano. Anche se il rimpatrio dei migranti illegali è previsto dagli accordi bilaterali tra Italia e Francia, in base al trattato di Schengen i controlli sistematici ai posti di frontiera sono vietati. La protesta, iniziata a giugno, terminò alla fine di settembre, quando la polizia smantellò il campo messo in piedi dai migranti e dagli attivisti No borders.

Fonte: Il Post

L’attacco di sabato a Charleroi

In Belgio due poliziotte sono state ferite da un uomo che ha gridato "Allah è grande": lo Stato Islamico ha rivendicato l'attacco

(AP Photo/Virginia Mayo)

Sabato 6 agosto a Charleroi, in Belgio, due agenti di polizia sono state ferite in maniera grave da un uomo che ha gridato “Allah è grande” in arabo prima di attaccarle con un coltello. Una delle due poliziotte è riuscita a ferire l’uomo con la sua pistola di ordinanza. Un terzo agente è intervenuto, ferendo di nuovo l’uomo e neutralizzandolo. L’uomo, un algerino di 33 anni con precedenti penali, è morto successivamente in ospedale.

Domenica l’agenzia di stampa semiufficiale dello Stato Islamico (o ISIS) Amaq ha rivendicato l’attacco utilizzando la formula “un attacco compiuto da uno dei nostri soldati”, usata in precedenza per altri attacchi compiuti dai cosiddetti “lupi solitari”, come i due avvenuti in Baviera lo scorso luglio.


Le due agenti di polizia si trovano al momento in coma farmacologico. Entrambe hanno riportato gravi ferite al volto. L’attacco è avvenuto nei pressi del comando della polizia di Charleroi, una città utilizzata come base da alcuni dei terroristi che hanno compiuto gli attacchi di Parigi dello scorso novembre e quelli di Bruxelles di marzo. La procura antiterrorismo del Belgio ha detto di avere aperto un’inchiesta per terrorismo. Il cittadino algerino che ha compiuto l’attacco era conosciuto alla polizia per i suoi precedenti penali, nessuno dei quali legato al terrorismo.

Fonte: Il Post

venerdì 5 agosto 2016

Non ci sono novità sulla morte di Regeni

E continua a essere una notizia, perché nel frattempo è sempre più chiaro il coinvolgimento dell'Egitto nel caso

Attivisti di Amnesty International durante una manifestazione per chiedere la verità su quello che è successo a Giulio Regeni (AP Photo/Luca Bruno)

Giovedì Reuters ha pubblicato un articolo che mette insieme le cose che si sanno sulla morte di Giulio Regeni, il dottorando italiano di Cambridge trovato morto lo scorso 3 febbraio al Cairo, in Egitto. L’articolo di Reuters – che è molto dettagliato e ricco di testimonianze anonime di membri delle forze di sicurezza egiziane – è stato scritto da Michael Georgy, il capo dell’ufficio di Reuters in Egitto: Georgy aveva già attirato le attenzioni della polizia egiziana lo scorso aprile, quando aveva sostenuto in un altro articolo che Regeni era stato arrestato la sera prima della sua scomparsa, accusando le forze di sicurezza egiziane di essere coinvolte nella sua morte. La stessa accusa è stata fatta in diverse occasioni anche dagli investigatori italiani che si stanno occupando del caso e da importanti membri del governo guidato da Matteo Renzi. L’Italia accusa l’Egitto di non collaborare a sufficienza, di nascondere le informazioni e di cercare di depistare le indagini. Per esempio: gli investigatori italiani che si stanno occupando del caso Regeni stanno ancora aspettando – ormai da mesi – di ricevere i video delle telecamere a circuito chiuso della fermata della metropolitana del Cairo dove è stato visto Regeni per l’ultima volta.

Georgy ha scritto: «Mettendo insieme le cose che si sanno dei mesi precedenti alla sua morte, è chiaro che ci sono due fattori che hanno messo a rischio la vita dello studente: il suo interesse passionale per le questioni politiche ed economiche e la sua convinzione che l’Egitto avesse bisogno di cambiare». Georgy ha ricostruito meglio i contatti che aveva tenuto Regeni con i sindacati locali – il tema della sua tesi di dottorato e secondo molti il motivo per cui è stato ucciso. La questione dei sindacati è molto delicata in Egitto: furono i sindacati indipendenti a organizzare le rivolte e gli scioperi nelle industrie che portarono alla rimozione dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, nel 2011, e due anni dopo furono di nuovo i sindacalisti a sostenere le proteste di massa che si conclusero con un colpo di stato contro Mohammed Morsi, il successore di Mubarak e leader dei Fratelli Musulmani. L’attuale presidente, Abdel Fattah al Sisi, ha represso fin da subito le proteste organizzate dai sindacati e ha impedito che si creasse un sindacato indipendente unico.

Per queste ragioni il tema di dottorato di Regeni avrebbe potuto facilmente attirare le attenzioni dei servizi di intelligence egiziani. Anche perché quando Regeni scomparve «l’Egitto era in uno stato di paranoia. La televisione del governo e le stazioni radio e i giornali descrivevano continuamente il paese come vittima di cospirazioni straniere», ha scritto Reuters. Tre fonti dei servizi segreti egiziani hanno detto a Georgy che Regeni aveva attirato le attenzioni dell’intelligence a causa degli incontri che aveva avuto con alcuni sindacalisti. Secondo una delle fonti, questi incontri avevano fatto sospettare che Regeni fosse un informatore di un paese straniero, un’ipotesi che finora non è stata sostenuta da alcuna prova. Si sa però che Regeni pensava di essere sorvegliato e durante un evento con alcuni sindacalisti gli sembrò che ci fosse qualcuno con il cellulare puntato su di lui, come per fare delle fotografie. Dieci giorni prima di scomparire, Regeni aveva anche fatto una chiamata via Skype a una sua ex collega tedesca, Georgeta Auktor, con cui aveva trascorso qualche settimana nel 2015 al German Development Institute di Bonn. Auktor ha raccontato: «Mi disse che sentiva di dover stare attento a dove andava in città e chi incontrava».

Un’altra ipotesi che è stata fatta è che ci potesse essere stato qualche informatore dei servizi egiziani nei sindacati dei venditori di strada del Cairo, il tema su cui Regeni aveva focalizzato la sua ricerca. Uno dei leader sindacali ha detto a Reuters che un altro leader, Mohamed Abdallah, aveva chiesto a Regeni di comprargli un telefono cellulare e dei voli aerei (non è chiaro il motivo: si sa solo che Regeni si era offerto più volte di mettere in contatto i sindacati con possibili finanziatori o organizzazioni che potevano fornire loro un qualche tipo di aiuto). Regeni aveva risposto di no. Il leader sindacale ha detto che secondo lui era stato Abdallah a informare la polizia egiziana delle attività di Regeni, ma finora non è stata trovata alcuna prova a sostegno di questa tesi.

Negli ultimi giorni anche il governo italiano ha espresso la sua frustrazione per la mancanza di novità sul caso Regeni. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha accusato l’Università di Cambridge di non cooperare con gli investigatori italiani: Renzi ha definito l’atteggiamento dell’università “inspiegabile” e ha detto di avere chiesto un intervento diretto della prima ministra britannica Theresa May. Sembra che la disputa tra investigatori italiani e Università di Cambridge riguardi la richiesta dell’Italia di avere più informazioni sulle persone che Regeni aveva contattato per le sue ricerche accademiche. Le accuse di Renzi sono state negate da Cambridge e il governo britannico non ha voluto commentare né dire se darà seguito alla richiesta dell’Italia.

Fonte: Il Post

Ucciso il leader dell'Isis nel Sinai

L'esercito egiziano ha detto di aver ucciso il numero uno di Wilayat Sayna, costola egiziana del sedicente Stato islamico nella regione del Sinai

Un'abitazione fatta saltare in aria dall'esercito egiziano durante un'operazione militare.

Le forze armate egiziane hanno annunciato di aver ucciso il numero uno di Wilayat Sayna, costola egiziana dell'Isis nella regione del Sinai, Abu Duaa al-Ansari.

La sua uccisione è avvenuta in seguito a una serie di raid aerei compiuti dall'esercito egiziano vicino la città di al-Arish, capoluogo del governatorato del Sinai del nord.

L'esercito ha anche aggiunto che i raid hanno causato la morte di altri 45 combattenti del sedicente Stato islamico, e distrutto armi e munizioni utilizzati dal gruppo estremista nella regione del Sinai.

Non è ancora giunta una confermata ufficiale dell'uccisione di al-Ansari da parte di Wilayat Sayna.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 4 agosto 2016

I nuovi direttori dei TG Rai

Le nomine sono state approvate a maggioranza dal consiglio di amministrazione della Rai: Luca Mazzà dirigerà il Tg3 e Ida Colucci il Tg2

Luca Mazzà e Ida Colucci (ANSA)

Giovedì 4 agosto il Consiglio di amministrazione della Rai ha approvato le nomine dei nuovi direttori di Tg2, Tg3, Rai Parlamento e di Giornale Radio proposti dal Direttore generale Antonio Campo dall’Orto. La nuova direttrice del Tg2 sarà Ida Colucci, che sostituirà Marcello Masi. Al Tg3 Luca Mazzà prenderà il posto di Bianca Berlinguer. Andrea Montanari sarà il nuovo direttore dei Giornali Radio e Nicoletta Manzione di Rai Parlamento. Sono stati confermati, invece, Mario Orfeo alla direzione del Tg1 e Vincenzo Morgante al TGR.

Le nomine sono passate con una maggioranza di sei consiglieri contro tre: secondo alcuni giornali i voti contrari sono stati quelli di Carlo Freccero, Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca. Subito dopo le votazioni due dei tre consiglieri del PD nella commissione di vigilanza, Miguel Gotor e Federico Fornaro, vicini a Pierluigi Bersani, si sono dimessi per protesta dicendo che le nomine dei Tg sono state fatte con uno scopo politico, dicendo, come riporta Repubblica, che si è trattato di “una decisione che risponde unicamente a logiche di normalizzazione di occupazione governativa del servizio pubblico”

Ida Colucci, nominata direttrice del Tg2 era stata vicedirettrice della testata dal 2009 a oggi. È entrata in Rai nel 1991 dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa Asca, Nuova Ecologia e Legambiente. Colucci è sposata con Flavio Mucciante, direttore del Giornale Radio fino alla nomina di oggi di Montanari. Luca Mazzà, nuovo direttore del Tg3, è entrato in Rai nel 1991, come responsabile redazione economica del GR1. È stato poi anche vicedirettore di Rai 3, caporedattore centrale Rai Sport e responsabile dei programmi Ballarò, Mi manda Rai3 e Agorà. Prima di essere nominato direttore del Tg3 è stato inviato di Rai Parlamento. Mazzà lasciò lo scorso anno Ballarò in polemica con Massimo Giannini, ed è conosciuto in Rai per essere un oppositore di Bianca Berlinguer. Nicoletta Manzione, che dirigerà Rai Parlamento, ha lavorato al Tg1 prima nella redazione esteri, occupandosi in particolare degli attentati a New York dell’11 settembre 2001 e della guerra in Afghanista, e poi come corrispondente da Berlino. Dal 2009 al 2013 ha anche condotto l’edizione delle 13.30 del telegiornale e la sezione giornalistica del programma Unomattina. Andrea Montanari, che sarà il direttore del Giornale Radio, è entrato in Rai nel 1991. Ha iniziato lavorando a Radio Rai per poi passare al Tg1, di cui nel 2013 è stato nominato vicedirettore.

Fonte: Il Post

Londra, attacco con coltello in centro: uccisa una donna

Non sono ancora chiare le ragioni dell'attacco. La polizia ha arrestato una persona e messo in sicurezza l'area. Almeno 5 feriti

La polizia sul luogo dell'attacco avvenuto a Russell Square a Londra.

Una donna è rimasta uccisa e almeno cinque persone sono rimaste ferite dopo che un ragazzo armato di coltello ha attaccato i passanti a Russell Square, in pieno centro a Londra.

L'aggressore, un ragazzo di 19 anni, è stato arrestato ma non sono ancora note le ragioni dell'attacco. La polizia, che ha messo molto velocemente in sicurezza l'area, sta indagando sull'accaduto.

Secondo le prime ricostruzioni, si potrebbe essere trattato di un caso di squilibrio mentale. Ma non è ancora del tutto esclusa la pista terrorismo. In un comunicato diffuso dalle autorità si legge: "La matrice terroristica è una delle possibilità che stiamo indagando al momento".

La Metropolitan Police ha confermato che una donna di circa 60 anni è morta e che almeno cinque persone (una donna e quattro uomini) sono rimaste ferite. Le loro condizioni non sono state rese note al pubblico.

L'incidente si è verificato vicino al British Museum, a Russell Square, verso le 22:30 locali di mercoledì 3 agosto 2016. L'uomo è stato fermato subito dopo l'attacco contro i passanti, intorno alle 22:39, e uno degli agenti ha usato un taser per immobilizzarlo e neutralizzarlo. Poi è stato portato in ospedale.

Russell Square si trova nel centro di Londra, in un'area dove ci sono diversi alberghi e frequentata tanto da turisti quanto da impiegati e studenti. Nei paraggi ci sono anche le università UCL, SOAS, LSE e King's College tra le altre.

Sul posto sono immediatamente accorse le forze di sicurezza e numerosi agenti di polizia, tra cui anche l'unità anti-terrorismo. Poche ora prima dell'attacco, Scotland Yard aveva dispiegato altri 600 agenti di polizia su Londra per questioni di sicurezza in seguito ai recenti attacchi in Francia e Germania.

Le autorità hanno anche annunciato che oggi, giovedì 4 agosto, la presenza di agenti e poliziotti armati a Londra sarà considerevole per questioni di sicurezza.

Intanto, il neosindaco della capitale britannica Sadiq Khan ha invitato i cittadini a rimanere calmi ma vigili e di segnalare alla polizia qualsiasi circostanza sospetta.

"Abbiamo tutti un ruolo vitale come occhi e orecchie della nostra polizia e delle nostre forze di sicurezza per aiutare a far sì che Londra sia protetta", ha dichiarato Khan giovedì mattina.

(Nella foto qui sotto: una scena del luogo dove si è verificato l'accoltellamento a Russell Square)


Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 3 agosto 2016

Gli arresti per terrorismo a Genova e Milano

Due storie particolari di cui si è parlato negli ultimi giorni: un siriano fermato perché voleva unirsi ad al Qaida in Siria e un pakistano che aveva giurato fedeltà all'ISIS

(ANSA/CESARE ABBATE)

Mercoledì la polizia ha fermato a Genova un 23enne siriano con l’accusa di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo. Secondo una nota diffusa dal ministero dell’Interno, l’uomo – identificato come Mahmoud Jrad – aveva intenzione di andare in Siria e unirsi al Fronte al Nusra, il gruppo jihadista siriano legato ad al Qaida. Oltre a Jrad, sono indagate altre sei persone, tra cui tre imam (due di Genova e uno di Rapallo). Un giorno prima, martedì, i giornali italiani si erano occupati di un altro caso legato al terrorismo: l’espulsione dall’Italia di Aftab Farooq, un 26enne pakistano che aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico (o ISIS): stando ad alcuni stralci di intercettazioni dei carabinieri dei ROS pubblicate da diversi giornali italiani, Farooq stava pensando di attaccare l’aeroporto di Orio al Serio, a Bergamo.

I due casi sono stati molto ripresi dalla stampa italiana, per alcune particolarità: per esempio per il fatto che Jrad è stato arrestato a Genova, una città che era già finita in passato in mezzo a storie di jihadismo (per esempio Giuliano Delnevo, l’italiano convertito all’Islam morto in Siria mentre combatteva con i ribelli, era di un quartiere del centro di Genova). E perché Farooq era finito in un servizio pubblicato su Sportweek nel 2009, quando giocava per la nazionale italiana di cricket (per un periodo fu anche il capitano della nazionale giovanile under 19).

Farooq nel servizio di Sportweek e in una foto più recente.

Mahmoud Jrad ha 23 anni e abita a Varese. Secondo la ricostruzione dei giornali italiani, che citano fonti investigative, era arrivato in Italia nel 2012 e dal 2015 aveva cominciato ad andare spesso a Genova, dove aveva iniziato a frequentare moschee e centri di preghiera «soprattutto in piazza Durazzo e vico Amandorla», scrive la redazione genovese di Repubblica. Nel 2015 era stato un paio di mesi in Siria per combattere contro Assad, ma il suo nome sembra non risultasse nell’elenco dei circa 110 “foreign fighter” (“combattenti stranieri”) tenuti sotto controllo dall’intelligence italiana. Jrad stava pianificando un altro viaggio in Siria, questa volta per unirsi al Fronte al Nusra, un gruppo legato ad al Qaida ma che in diverse città della Siria è alleato con i ribelli che combattono Assad (è invece nemico dello Stato Islamico).

La storia di Farooq è invece precedente a quella di Jrad e si è già conclusa, visto che l’uomo è stato espulso su decreto del ministero degli Interni italiano e già rimandato in Pakistan, il suo paese di origine. Farooq lavorava come magazziniere notturno al Decathlon di Basiano, in provincia di Milano, e viveva in una casa in affitto di Vaprio d’Adda, una cittadina di circa ottomila abitanti a est di Milano con molta immigrazione. Il Corriere ha scritto che fino a una decina di mesi fa Farooq sembrava condurre una vita piuttosto normale; poi, verso la metà del 2015, ha cominciato a radicalizzarsi e avvicinarsi all’estremismo islamista, non si sa ancora come e perché. Ha giurato fedeltà a Abu Bakr al Baghdadi, il leader dello Stato Islamico, e ha cominciato a informarsi sui campi di addestramento del gruppo in Siria. Da quanto è emerso finora, non sembra che Farooq avesse legami con gruppi criminali: si sa però che picchiava la moglie (che voleva completamente coperta) e che si era radicalizzato su Internet (non frequentava moschee o altri religiosi). Gli investigatori hanno anche detto che Farooq aveva festeggiato dopo gli attacchi di Parigi di novembre 2015, definendoli come una legittima reazione alle operazioni della Francia contro lo Stato Islamico tra Siria e Iraq.

Il Corriere della Sera ha scritto anche che le indagini su Farooq si sono legate a quelle su Ibdrahim Bledar, un uomo albanese di 25 anni rimpatriato dalle autorità italiane il 3 marzo scorso. Sembra che i due non si fossero mai incontrati, ma negli ultimi mesi si erano scambiati molte informazioni e messaggi sul jihad e sullo Stato Islamico. Tra gli obiettivi che Farooq diceva di voler colpire, c’era un’enoteca vicino a casa sua e l’aeroporto di Orio al Serio. Nella sua casa non è però stato trovato niente che possa far pensare che Farooq fosse in fase avanzata di pianificazione di un attentato. Sembra comunque che gli investigatori si stiano concentrando su una presunta rete attorno a Farooq che non è ancora stata svelata.

Fonte: Il Post