giovedì 7 aprile 2016

Le email anonime ricevute da Repubblica sul caso di Giulio Regeni

Se ne parla da mercoledì: cosa contengono e cosa si dice sulla loro affidabilità

(ANSA/ WEB)

Repubblica ha scritto ieri di aver ricevuto alcune email anonime apparentemente molto informate su quanto accaduto a Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso e poi trovato morto in Egitto in circostanze ancora non chiarite. La fonte anonima di Repubblica – che secondo il giornalista Carlo Bonini, che si sta occupando della vicenda, comunica “da un account mail Yahoo, alternando, nei testi, l’inglese, qualche parola di italiano, e la sua lingua, l’arabo” – ha spiegato nel dettaglio gli spostamenti di Regeni dalla notte del suo rapimento, avvenuto probabilmente intorno alla fine di gennaio, elencando nomi e vari tipi di tortura che Regeni avrebbe subito nei giorni successivi. Alcuni giornali però, fra cui il Corriere della Sera e il giornale online egiziano Mada Masr, hanno fatto notare che il contenuto di queste mail è praticamente identico a quello di un post pubblicato su Facebook il 6 febbraio da Omar Afify, un ex colonnello della polizia egiziana dalla discutibile affidabilità.

Contattato dal Corriere della Sera, Afify ha detto però di non essere la fonte delle email anonime a Repubblica. La procura di Roma ha detto comunque al Corriere che le mail contengono una «molteplicità di imprecisioni» e che il testo pubblicato «non verrà preso neanche in considerazione» dalle indagini. Diversi esperti di Egitto e Medio Oriente hanno poi avvertito che Afify non è una fonte affidabile: Daniele Raineri, giornalista del Foglio che si occupa spesso di Medio Oriente, ha scritto su Twitter che le informazioni fornite dalla fonte anonima di Repubblica sono probabilmente “un falso”.

In tutto questo, mercoledì sera è arrivata a Roma una delegazione della polizia e dei servizi egiziani, che secondo i giornali italiani oggi consegnerà ai magistrati italiani una serie di documenti sull’indagine per la morte di Regeni. La versione ufficiale del governo egiziano è che Regeni sia stato ucciso da una banda specializzata nel rapinare gli stranieri, utilizzando per esempio uniformi della polizia: la prova principale del coinvolgimento della banda sarebbero i molti effetti personali di Regeni, tra cui i suoi documenti e le sue carte di credito, trovate nell’abitazione di uno dei rapinatori. Questa versione egiziana è stata immediatamente giudicata poco credibile da diversi osservatori e politici italiani, anche per la natura delicata degli studi di Regeni (che si occupava di sindacati e diritti dei lavoratori in Egitto) e per come la polizia e i servizi segreti egiziani non siano estranei ad arresti ingiustificati.

Cosa dicono le presunte mail arrivate a Repubblica
In un articolo firmato da Carlo Bonini e pubblicato il 6 aprile, Repubblica cita ampi stralci delle mail che dice di aver ricevuto dalla misteriosa fonte anonima. Secondo la ricostruzione della fonte, Regeni era da tempo sorvegliato da Khaled Shalabi, che viene definito il “capo della polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza”: è lui che secondo la fonte anonima ordinò di rapire Regeni e lo tenne prigioniero per 24 ore a Giza. Quest’accusa è particolarmente importante perché Shalabi fa parte degli investigatori egiziani che stanno indagando sulla morte di Regeni, e perché secondo alcuni documenti ottenuti da Reuters nel 2003 è stato condannato a un anno di carcere per non aver soccorso in tempo un detenuto ferito in una stazione di polizia di Alessandria d’Egitto (le accuse iniziali sostenevano che Shalabi avesse torturato il detenuto in questione assieme ad altri tre poliziotti).

Dopo essere passato per le mani di Shalabi, sempre secondo la fonte anonima di Repubblica, per ordine del ministero degli Interni egiziano Regeni venne consegnato alla Al Amn al Watani, cioè i servizi segreti interni egiziani, in una loro sede di Nasr City, un quartiere del Cairo. La fonte anonima sostiene che Regeni si rifiutò di collaborare con le forze di sicurezza e che per questo venne torturato per due giorni consecutivi.


E così cominciano 48 ore di torture progressive, durante le quali, per fortuna, Giulio comincia a essere semi-incosciente. Viene “picchiato al volto”, quindi “bastonato sotto la pianta dei piedi”, “appeso a una porta” e “sottoposto a scariche elettriche in parti delicate”, “privato di acqua, cibo, sonno”, “lasciato nudo in piedi in una stanza dal pavimento coperto di acqua, che viene elettrificata ogni trenta minuti per alcuni secondi”. “Bastonature sotto i piedi”.


Dopo due giorni, la fonte spiega che sempre su ordine di un consigliere del presidente egiziano Abd al Fattah al Sisi – e con il consenso dello stesso al Sisi – Regeni venne consegnato ai servizi segreti militari in un altro ufficio di Nasr City, dove continuò a essere torturato e infine ucciso.


Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora – ricostruisce l’Anonimo – che il ministro dell’Interno decide di investire della questione “il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr City, perché venga interrogato da loro”. È una decisione che segna la sorte di Giulio. “Perché i Servizi militari vogliono dimostrare al Presidente che sono più forti e duri della Sicurezza Nazionale “. Giulio “viene colpito con una sorta di baionetta” e “gli viene lasciato intendere che sarebbe stato sottoposto a waterboarding, che avrebbero usato cani addestrati” e non gli avrebbero risparmiato “violenze sessuali, senza pietà, coscienza, clemenza”. “Una sorta di baionetta”. […]


L’orrore non ha fine. “Regeni entrò in uno stato di incoscienza. Quando si svegliava, minacciava gli ufficiali del Servizio militare dicendogli che l’Italia non lo avrebbe abbandonato. La cosa li fece infuriare e ripresero a picchiarlo ancora più violentemente”. Gli stati di incoscienza di Regeni sono a questo punto sempre più lunghi. Come confermeranno i versamenti cerebrali riscontrati dall’autopsia. Ma la violenza non si interrompe. “Perché i medici militari visitano il ragazzo e sostengono che sta fingendo di star male. Che la tortura può continuare”. Questa volta “con lo spegnimento di mozziconi di sigaretta sul collo e le orecchie”. Finché Giulio non crolla “e a nulla valgono i tentativi dei medici militari di rianimarlo”.


La stessa fonte anonima sostiene che dopo la morte il corpo di Regeni è stato messo in una cella frigorifera in attesa della decisione di cosa farne, e che nel corso di «una riunione tra Al Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja» si decise di «far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore».

Cosa non torna
Repubblica ammette di non aver potuto verificare la ricostruzione della fonte anonima. Molti dettagli specifici citati nella ricostruzione sono ripresi identici dal post di Afify, come anche l’elenco degli spostamenti di Regeni: per esempio il riferimento al fatto che mentre venne trattenuto prigioniero dai servizi segreti interni egiziani, Regeni sarebbe stato lasciato in una stanza col pavimento coperto d’acqua che veniva elettrificato ogni trenta minuti. Oppure ancora che una delle ultime torture prevedeva spegnergli sigarette sul collo e sulle orecchie, e che poco dopo i medici egiziani hanno provato a rianimare Regeni ma senza successo. In generale le autorità italiane ritengono probabile che Regeni sia stato torturato – così come diversi giornali internazionali – anche se per ora i dettagli delle presunte torture non sono ancora noti.

Nel suo articolo, Bonini spiega di credere nella veridicità della ricostruzione perché alcuni dettagli, come per esempio la tortura del pavimento elettrificato, non sono stati «mai resi pubblici e conosciuti solo dagli inquirenti italiani» grazie all’autopsia su Regeni. La procura di Roma ha però smentito la rilevanza di queste mail, spiegando al Corriere della Sera che «si tratta di un anonimo, uno dei tanti, in casi come questi di forte risonanza mediatica. Non hanno nessuna rilevanza giudiziaria» e che in generale le mail contengono una «molteplicità di imprecisioni nella ricostruzione dei fatti e soprattutto in riferimento agli esami autoptici». Oggi, in un nuovo articolo di Bonini pubblicato sull’edizione cartacea, Repubblica riporta i dubbi del Corriere della Sera e della procura, continuando però a trattare la fonte anonima come attendibile.

L’unico particolare “originale”, che cioè non era già presente nel post di Afify, è il riferimento a Shalabi: cosa che potrebbe far pensare che la fonte anonima sia effettivamente una persona diversa da Afify, che però abbia ripreso estese parti dal suo post. Il coinvolgimento di Shalabi è stato suggerito in maniera indipendente anche da un articolo di Francesca Paci pubblicato ieri sulla Stampa, che fa il punto su cosa aspettarsi dall’incontro fra la delegazione egiziana e i magistrati italiani. A un certo punto Paci spiega infatti che “una fonte al Cairo suggerisce che il nome da «sacrificare» potrebbe essere quello del generale Khaled Shalaby”, facendo intuire che in questi giorni le autorità egiziane potrebbero cambiare versione e incolpare Shalabi, che Paci definisce comunque “realisticamente coinvolto nel caso Regeni”.

Rimane poi il fatto che Afify è un personaggio considerato poco affidabile. Al Jazeera ha spiegato che nel 2012 è stato condannato a cinque anni da un tribunale del Cairo «per avere aizzato le violenze contro le ambasciate di Israele e Arabia Saudita» durante le rivolte di piazza nel 2011, e che in generale «in passato ha utilizzato i social network per incoraggiare la violenza contro le autorità egiziane». Mokhtar Awad, un ricercatore che si occupa di terrorismo per la George Washington University di Washington, ha scritto che «un articolo che ha come fonte Omar Afify non è “discutibile”, ma chiaramente sballato».

Fonte: Il Post

Ci sono delle nuove immagini del terzo attentatore di Bruxelles

È l'unico che non si è fatto esplodere ed è scappato: la polizia ha diffuso un video che mostra dov'era fino a due ore dopo le bombe


L’ufficio del pubblico ministero di Bruxelles ha diffuso un video che offre alcune nuove informazioni sull’uomo che è ormai noto come “l’attentatore col cappello”, uno dei tre uomini accusati di terrorismo, strage e tentato omicidio in relazione agli attacchi di Bruxelles del 22 marzo. L’uomo col cappello è l’unico dei tre che non si è fatto esplodere: nei giorni dopo gli attentati un uomo era stato arrestato perché sospettato di essere l’uomo col cappello, ma non era lui ed è stato poi rilasciato. Le autorità belghe hanno chiesto di diffondere il video, così che chiunque lo possa vedere ed eventualmente fornire informazioni. Il numero da chiamare è 0800.30.300 (dal Belgio) o lo 0032.25.54.44.88 per chi chiama dall’estero.



Le autorità belghe hanno spiegato che, grazie ad alcuni video di sicurezza dell’aeroporto e di altri luoghi di Zavantem e altri comuni lì vicino, hanno ricostruito parte del percorso che l’uomo ha fatto per andarsene dall’aeroporto dopo l’attentato.

Alle 7.58 lo si vede passare davanti allo Sheraton appena fuori dall’aeroporto e da lì girare a destra e andare verso il parcheggio AVIS, per poi uscire a piedi e andare fino all’abitato di Zavantem. Durante il percorso l’uomo si è anche tolto una sorta di soprabito chiaro (quello che si vede invece nei video che arrivano da dentro l’aeroporto).

Da qui in poi le informazioni sono sulle strade su cui l’uomo è stato visto (la mappa qui sotto spiega tutto): alle 8.50 l’uomo è arrivato all’intersezione tra Grote Daalstraat e la Chaussée de Louvain (una lunga strada che arriva fino al centro di Bruxelles). Da quel momento lo si vede indossare una camicia chiara. Alle 9.52 l’uomo è stato visto da altre telecamere all’incrocio tra la Chaussée de Louvain e carrefour Meiser. L’uomo è stato visto un’ultima volta alle 9.50, all’incrocio tra l’avenue de la Brabanconne e rue du Noyer, nel comune di Schaerbeek (sempre a piedi). Schaerbeek è a circa 10 chilometri da Zavantem e sta tra Zavantem e Bruxelles. C’è anche una ricostruzione del suo percorso, in cui ogni tappa è indicata su Google Maps. Oltre a chiedere informazioni sull’uomo le autorità sono anche interessate a qualsiasi informazione sul ritrovamento dei suoi vestiti.

Fonte: Il Post

Papa Francesco andrà in Grecia in un viaggio a sostegno dei migranti

Il Vaticano ha annunciato che il pontefice si recherà in viaggio sull'isola greca di Lesbo il prossimo 16 aprile 

Papa Francesco durante la lavanda dei piedi del 24 marzo 2016 presso il Cara di Castelnuovo di Porto. Credit: Reuters

Papa Francesco si recherà in viaggio sull'isola greca di Lesbo il prossimo 16 aprile. Lo ha annunciato il portavoce della Santa sede, padre Federico Lombardi.

Sarà un viaggio a sostegno dei profughi, per richiamare l'attenzione sulla crisi dei migranti in Europa. Papa Francesco è stato invitato in Grecia dal patriarca ecumenico Bartolomeo I. Insieme alle due autorità religiose ci sarà anche l'arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Hierominus II.

Centinaia di migliaia di profughi, molti in fuga dalla guerra in Siria, si sono riversati sulle isole greche del mar Egeo nel corso del 2015. All’inizio di questa settimana, nell'ambito di un piano controverso con Ankara, l'Unione europea ha iniziato il trasferimento dei migranti in Turchia.

Il papa ha più volte parlato a sostegno dei rifugiati, esortando le chiese cattoliche in Europa ad accogliere le famiglie migranti. Il suo primo viaggio dopo essere diventato pontefice nel 2013 è stato a Lampedusa che, come Lesbo, ha accolto centinaia di migliaia di migranti.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 6 aprile 2016

7 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo


Sono trascorsi esattamente 7 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.

Tre cose nuove sul caso Guidi

L'ex ministro ha cambiato strategia nei confronti del suo compagno? Perché si parla anche di Claudio De Vincenti? E cosa c'entrano i referendum sulle trivellazioni?

Il deposito di Tempa Rossa in Basilicata, di proprietà della Total (Emiliano Albensi/LaPresse)

Giovedì 7 aprile Federica Guidi sarà interrogata a Potenza in relazione all’inchiesta della procura sull’estrazione del petrolio in Basilicata. L’ex ministro non è indagata e sarà sentita in qualità di persona informata dei fatti. I filoni aperti dalla procura di Potenza sono tre: quello sui presunti illeciti nelle autorizzazioni nell’impianto di estrazione petrolifera di Tempa Rossa, che ha a che fare con il famoso emendamento già bocciato nel decreto “Sblocca Italia” e poi riproposto (e approvato) con la presunta “intesa” del ministro Boschi all’interno della legge di stabilità 2015; quello sui presunti illeciti nella gestione dei rifiuti e delle emissioni nell’impianto gestito da Enel a Viggiano, a sud di Potenza; quello, infine, che riguarda il “traffico di influenze” attraverso cui Gianluca Gemelli, compagno di Federica Guidi, avrebbe ottenuto la gestione di uno dei due pontili militari del porto di Augusta per far attraccare le petroliere. Sui giornali di oggi ci sono tre nuovi principali aggiornamenti della storia.

Federica Guidi ha cambiato strategia?
Due giorni dopo le dimissioni, lo scorso 2 aprile, Federica Guidi aveva scritto una lettera al Corriere della Sera in cui diceva: «La polemica nasce da una telefonata a colui che considero a tutti gli effetti mio marito nella quale lo informavo di un provvedimento parlamentare di portata nazionale». Più avanti Guidi continuava a definire Gemelli “marito” e “familiare”.

Ieri Federica Guidi sembra però aver rivisto la propria posizione nei confronti di Gemelli. L’agenzia di stampa ANSA, citando un’amica di Guidi, scrive che l’ex ministra «sta verificando il ruolo di Gianluca Gemelli, padre di suo figlio ma con il quale non ha mai convissuto», aggiungendo che «da tempo si vedono solo ogni sette-quindici giorni» e che con Gemelli, quindi, Guidi «non ha interessi comuni, non ha conti cointestati e hanno sempre provveduto lei e la sua famiglia alle necessità del figlio» che hanno insieme.

Sempre ieri i giornali parlavano di una telefonata intercettata tra Guidi e Gemelli in cui si sentirebbe Guidi dire «Mi stai usando», ma occhio: la Procura, precisa il Corriere, ha smentito che la frase alludesse all’emendamento. Sempre stando ai racconti dei giornali, basati su informazioni trapelate dalla procura, in altre telefonate si sentirebbe l’ex ministra piangere: questo è stato interpretato come una conferma dell’ipotesi che il legame tra i due non fosse così lineare, ma naturalmente le cose potrebbero tranquillamente essere diverse. Restano comunque le telefonate intercettate, nel corso delle quali Guidi informava Gemelli sull’iter per l’approvazione del famoso emendamento per sbloccare Tempa Rossa in Basilicata – attività nella quale, per dei subappalti della Total, Guidi aveva interessi diretti come imprenditore.

Quale potrebbe essere allora il significato di questo cambio di strategia? Repubblica: «La tesi è: non avendo alcun tipo di rapporto economico o patrimoniale con Gemelli non ho operato in conflitto di interessi come ministro». Corriere: «Ora che lui è accusato di aver fatto parte di un’associazione a delinquere per accaparrarsi affari, la domanda sulla retromarcia affettiva fa domandare: sarà strategia difensiva o delusione personale?».

Guidi contro De Vincenti
Claudio De Vincenti è un economista e dal 10 aprile del 2015 è sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Renzi. Fino a quella data e dal febbraio del 2014 era stato viceministro allo Sviluppo economico, dunque viceministro di Guidi. Oggi Repubblica ha pubblicato un articolo in cui riporta le trascrizioni di nuove intercettazioni agli atti delle procura, in cui si sente Guidi pronunciare frasi molto pesanti nei confronti di De Vincenti. Nell’articolo c’è scritto che l’interlocutore della Guidi è Gianluca Gemelli. In una telefonata registrata il 24 novembre del 2014, Guidi parla in terza persona e dice:


«La Guidi c’ha anche una sua reputazione, una sua azienda, una sua cosa da tutelare che è meglio anche per te, nel senso che non è che facciamo un favore a De Vincenti, allora stiamo meglio tutti, hai capito? Ed io non mando a puttane come ho già rischiato di fare un pezzo della mia roba per fare un favore a tutta quella combriccola lì. De Vincenti è un pezzo di m…, lo tratto da pezzo di m…»


Nella telefonata, secondo quanto annotato dalla polizia, «la Guidi si lamentava dell’atteggiamento assunto da Claudio De Vincenti, aggiungendo di avere intenzione di cacciarlo fuori, e di sbattersene che qualcuno dei suoi (del Gemelli) “amici” se la sarebbero presa. Gli diceva che visto che lui si era sempre occupato delle cose “a latere”, poteva tranquillamente comunicare ai suoi amici che si era definitivamente rotta; di riferire che avrebbero dovuto adeguarsi. Aggiungeva di aver capito qual era il giochino, affermando a tal proposito: “O il giochino è sempre uguale o si interrompe”».

Repubblica scrive che Guidi era arrabbiata per la gestione del dossier petrolio e per un incontro programmato tra l’amministratore delegato di Eni, Claudio De Scalzi, e De Vincenti per il “programma Finmeccanica”, una questione molto importante per il suo ministero «che il vice le avrebbe sottratto, incontrando il ministro dell’Economia Padoan a sua insaputa». La Guidi, infine, avrebbe minacciato di togliere le deleghe a De Vincenti e detto al suo compagno di riferirlo agli “amici”. Infine mette in guardia Gemelli da De Vincenti perché si «fa i fatti suoi e se può mi danneggia, perché probabilmente, come sempre è, anche lui, nel suo retrocranio ha il pensiero che se qualcosa succede lui può fare qualcos’altro». E lo mette in guardia da quei suoi stessi amici che avrebbero dunque dei legami con De Vincenti: «Però siccome è diciamo amico di quel tuo clan lì, sappi… perché oltretutto, come dire, lui lì è uno che sa le cose, quindi prova a prenderci le misure anche tu Gianluca, hai capito? Perché loro lì sono dei figli di p…, è chiaro?».

Il nome di Claudio De Vincenti è circolato in queste ore come prossimo ministro dello Sviluppo economico. In attesa della nomina, Renzi ha assunto l’interim del ministero.

La storia dell’emendamento e cosa c’entra il referendum sulle trivelle
Ci sarebbero novità anche sull’emendamento bocciato nel decreto “Sblocca Italia” e poi riproposto (e approvato) con la presunta “intesa” di Maria Elena Boschi in legge di stabilità che avrebbe sbloccato una serie di interventi strutturali legati all’impianto di Tempa Rossa, che il governo di Matteo Renzi considera come «il principale programma privato di sviluppo industriale in corso in Italia».

Nell’ottobre del 2014 l’emendamento che doveva rientrare nello “Slocca Italia” era stato bocciato in commissione Ambiente della Camera. Il 5 novembre Guidi rassicura Gemelli che «se Maria Elena è d’accordo sarà inserito nella legge di stabilità». La norma era effettivamente ricomparsa nel dicembre del 2014 in commissione Bilancio al Senato, entrando a far parte del maxi-emendamento presentato dal governo alla legge di stabilità del 2015, poi approvato dal Senato nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2014. Nella legge di stabilità del 2016 sono stati però inseriti alcuni emendamenti che di fatto intervengono di nuovo sulla vicenda Tempa Rossa e annullano in parte gli effetti dell’approvazione precedente.

L’emendamento numero 2.9818, che è al centro delle intercettazioni tra Guidi e Gemelli, diceva che l’autorizzazione alle opere necessarie per trasporto, stoccaggio, trasferimento di idrocarburi in raffineria e altre cose ancora spettava al governo. Era anche il tema del quarto quesito sulle trivellazioni non ammesso al referendum: il quarto quesito chiedeva proprio di modificare quella parte della legge stabilità 2015 e di reintrodurre il ruolo di controllo e partecipazione nelle autorizzazioni degli enti locali. Con l’obiettivo di svuotare il referendum, il governo Renzi nella legge di stabilità 2016 ha poi in parte assorbito i quesiti, compreso il quarto. In questo modo è stato ripristinato il fatto che per quelle opere le autorizzazioni devono essere rilasciate d’intesa con le regioni interessate.

Questione politica a parte, scrive Repubblica, l’ipotesi è che attorno a quella prima decisione di approvare l’emendamento «si sia mosso un “comitato d’affari” che aveva interessi affinché fosse approvato, visto che – secondo l’accusa – in cambio Gemelli avrebbe intascato circa due milioni e mezzo di lavori proprio dagli appaltatori di Total. E che la sua azienda sarebbe stata inserita nella lista “d’oro” delle società che lavoravano con la compagnia petrolifera». Il Corriere scrive che «il sospetto è che in realtà quell’emendamento sia stato approvato su pressioni delle aziende petrolifere e che poi, una volta sbloccati i fondi, si sia deciso di modificarlo».

Fonte: Il Post

Come sono andate le primarie nel Wisconsin

Bernie Sanders per i democratici e Ted Cruz per i repubblicani si sono aggiudicati lo stato

Bernie Sanders. Credit: Lucas Jackson

Ted Cruz per i repubblicani e Bernie Sanders per i democratici si sono aggiudicati le primarie nel Wisconsin. 

Con questa vittoria Ted Cruz è arrivato a ottenere 510 delegati, restringendo la distanza con Donald Trump e rendendo sempre più complicata e incerta la corsa alla nomination. "Quello di stasera è un punto di svolta", ha detto Cruz commentando la vittoria, dicendosi sempre più convinto di riuscire a raggiungere prima di Trump i 1237 delegati necessari alla nomination del partito. "Hillary, tieniti pronta, sto arrivando", ha detto lui.

Bernie Sanders ha invece raggiunto quota 1066 delegati, contro i 1295 di Hillary Clinton (escludendo i super delegati). Festeggiando la vittoria, Sanders ha puntato l'attenzione sul fatto che appena un anno fa era considerato assolutamente marginale, mentre adesso sta guadagnando un numero sempre maggiore di stati, mettendo in difficoltà Hillary Clinton. Sanders si è detto inoltre molto fiducioso di poter vincere nello stato di New York, dove si voterà il prossimo 19 aprile.

Fonte: The Post Internazionale

Panama Papers, il premier islandese si dimette

Il primo ministro dell'Islanda, Sigmundur David Gunnlaugsson, è la prima vittima della diffusione dei Panama Papers, la più grande fuga di notizie della storia

Il primo ministro dell'Islanda, Sigmundur David Gunnlaugsson. Credit: Sigtryggur Johannsson

Il primo ministro dell'Islanda, Sigmundur David Gunnlaugsson, si è dimesso in seguito alle accuse che lo vedono coinvolto per i Panama Papers, la più grande fuga di notizie di cui siamo a conoscenza, attraverso cui è emersa la pratica del trasferimento di ricchezze nei paradisi fiscali da parte di migliaia di imprenditori, politici e personaggi dello spettacolo di tutto il mondo.

Il premier islandese è la prima vittima della diffusione dei documenti riservati della Mossack Fonseca.

A causa delle proteste e del possibile voto di sfiducia nei suoi confronti, Gunnlaugsson aveva chiesto al presidente islandese, Olafur Ragnar Grimsson, di sciogliere il parlamento, che avrebbe in ogni caso quasi certamente portato il paese a nuove elezioni.

I Panama Papers hanno rivelato che la moglie del premier Gunnlaugsson possedeva una società offshore alle isole Vergini britanniche, la Wintris, che è stata a lungo utilizzata per investire milioni di dollari e che sarebbe collegata con le tre banche islandesi fallite nella crisi del 2008.

Gunnlaugsson ha dichiarato che i beni riconducibili alla moglie sono stati tassati in Islanda e che ha sempre anteposto il bene del paese ai suoi interessi privati.

Ma i suoi oppositori ritengono che si tratti di un conflitto di interessi dei quali il primo ministro avrebbe dovuto informare l’opinione pubblica, tanto più che il governo sta stringendo degli accordi con i creditori degli istituti di credito che hanno dichiarato bancarotta.

Pertanto, lunedì 4 aprile, l’opposizione aveva fatto sapere di voler votare la sfiducia mentre migliaia di islandesi sono scesi in piazza di fronte al parlamento per chiedere le dimissioni del leader del governo di coalizione di centro-destra, al potere dal 2013.

Un portavoce del governo ha riferito che i crediti vantati dalla società nei confronti delle banche islandesi fallite ammontava a quasi 4 milioni di euro. Le principali banche commerciali del paese erano state duramente colpite nel corso della crisi finanziaria del 2008. Molti cittadini islandesi avevano ritenuto responsabile la classe politica per non aver saputo gestire la crisi.

Con undici milioni e mezzo di documenti, i Panama Papers costituiscono la più grande fuga di notizie della storia grazie a un'inchiesta giornalistica condotta dall’International consortium of investigative journalists, insieme al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, e ad altre 100 testate giornalistiche di tutto il mondo, tra cui l'Espresso.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 5 aprile 2016

Aggiornamenti sul caso Guidi

Ci sono nuove intercettazioni in cui si parla dell'impianto di Tempa Rossa e che fanno pensare che l'ex ministro possa aver ricevuto richieste anche di altri «favori»

Federica Guidi (Fabio Cimaglia / LaPresse)

Lunedì 4 aprile i pm della procura di Potenza hanno interrogato per due ore nel suo ufficio di Palazzo Chigi il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, in relazione all’inchiesta in corso sullo stabilimento petrolifero di Tempa Rossa, in Basilicata. Boschi non è indagata ed è stata sentita in qualità di persona informata sui fatti, in particolare sull’emendamento già bocciato nel decreto “Sblocca Italia” e poi riproposto (e approvato) con la presunta “intesa” di Boschi in legge di stabilità che sbloccava una serie di interventi strutturali legati all’impianto.

Quell’emendamento era stato l’oggetto della telefonata tra l’ex ministro Federica Guidi e il compagno Gianluca Gemelli, la cui intercettazione telefonica e successiva pubblicazione sui giornali aveva portato Guidi giovedì 31 marzo a dare le sue dimissioni. Oggi il Corriere della Sera ha pubblicato nuove intercettazioni agli atti dell’inchiesta «che delineano in maniera più evidente» il ruolo di Guidi «nella vicenda e i suoi rapporti con l’imprenditore».

Di cosa parliamo, in breve
Tempa Rossa è un grande centro di estrazione petrolifera che si trova in provincia di Potenza e che è gestito dalla società francese Total. Per molto tempo i lavori di costruzione dell’impianto erano stati bloccati a causa delle proteste di associazioni e comuni per il timore che l’inquinamento prodotto avrebbe creato gravi danni ambientali. Nel dicembre del 2014 mancavano ancora le autorizzazioni per la costruzione di alcune opere accessorie all’impianto di estrazione. L’emendamento al centro di questa storia aggiunge le opere come quelle per l’impianto di Tempa Rossa tra quelle la cui approvazione compete al governo (dunque al ministero dello Sviluppo Economico, cioè a Federica Guidi) e non agli enti locali. Il governo di Matteo Renzi considera il progetto come «il principale programma privato di sviluppo industriale in corso in Italia». Secondo la procura di Potenza Gianluca Gemelli, il compagno di Federica Guidi, aveva interessi commerciali legati all’avanzamento dei lavori per la costruzione dell’impianto.

I filoni aperti dalla procura di Potenza sono due: quello sui presunti illeciti nelle autorizzazioni nell’impianto Tempa Rossa e quello sui presunti illeciti nella gestione dei rifiuti e delle emissioni nell’impianto gestito da Enel a Viggiano, a sud di Potenza. C’è infine un terzo filone che i giornali definiscono “siciliano” e che riguarda il “traffico di influenze” attraverso il quale Gianluca Gemelli avrebbe ottenuto, grazie all’appoggio del capo di stato maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi, la gestione di uno dei due pontili militari del porto di Augusta e il permesso di far attraccare a quel molo le petroliere «trasformando così la zona», scrive Repubblica, «in un punto strategico per l’altro suo business, quello del petrolio subappaltato da Total a Tempa Rossa».

Le nuove intercettazioni
Federica Guidi, scrivono oggi i principali giornali nazionali, verrà interrogata a Potenza probabilmente in settimana: Guidi, che non è indagata, verrà ascoltata come testimone ma potrà avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto convivente di un indagato. Oggi il Corriere della Sera – e in un certo senso anche Repubblica – parlano di nuove intercettazioni agli atti dell’inchiesta. Repubblica in realtà non riporta alcuna trascrizione ma parla genericamente di una telefonata tra Guidi e Gemelli in cui si sentirebbe Guidi piangere «quando si è accorta che la cricca stava utilizzando il suo ruolo per altri affari»: questo potrebbe confermare la posizione della procura che non accusa lei di avere favorito lui, ma lui di avere approfittato della posizione di lei.

Il Corriere riporta invece le trascrizioni di due nuove intercettazioni che sarebbero agli atti dell’inchiesta, la prima avvenuta il 23 ottobre tra il dirigente della Total Giuseppe Cobianchi con Gemelli, la seconda avvenuta l’11 settembre 2014 tra Gabriella Megale, esponente di Confindustria Basilicata, e il collega Pasquale Criscuolo, anche lui sotto inchiesta. Nella prima intercettazione Cobianchi dice:


«Lei sa che c’è una parte importante del progetto che si sviluppa a Taranto e la situazione è anche abbastanza complessa diciamo, quindi… stiamo cercando…Vediamo, speriamo bene… So che anche a livello centrale con i ministeri, insomma i colleghi di Roma hanno dei contatti continui, frequenti, quindi mi auguro che quello che viene dichiarato a livello governativo poi possa trovare applicazione insomma». 


Questa conversazione, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere, sarebbe la «conferma, secondo i magistrati, delle promesse fatte da esponenti dell’esecutivo di trovare una soluzione»: ma anche qui, il governo ha sempre detto di voler “trovare una soluzione” per sbloccare un’opera pubblica che considera importante, a torto o a ragione; il punto è capire se l’opera ha ricevuto indebiti trattamenti di favore allo scopo di avvantaggiare Guidi. Il fatto che Cobianchi parli al plurale, secondo Sarzanini, dimostrerebbe che «oltre a Guidi anche altri si adoperarono in quei due mesi per raggiungere il risultato».


Nella seconda telefonata Megale dice:


«Già gliel’ha detto al mi… alla compagna che lo stiamo aiutando qua guarda… hai capito Pasquale perché dico che va fatta questa cosa? Ma poi loro nei nostri confronti si sono comportati bene a suo tempo quindi! Insomma non si può… allora diciamo che io entro domani mattina alle 10 ti confermo tutto».


Il Corriere riporta anche le note degli investigatori della squadra mobile di Potenza su questa tefonata di Megale e scrive che Guidi dovrà anche chiarire ai magistrati quali altri favori le siano stati chiesti:


«È importante evidenziare ulteriormente il passaggio in cui Megale comunica a Criscuolo che Gemelli aveva già provveduto a far sapere alla propria compagna (ovvero al ministro Guidi) che lo stavano aiutando, poiché appare evidente — ed è un dato che troverà ulteriore conferma anche in altre circostanze — come proprio Gemelli avesse inteso rassicurare i due Criscuolo e Megale che il loro «aiuto» non sarebbe stato vano e che certamente ne avrebbe tenuto conto anche la compagna». Da quanto risulta dalla documentazione sequestrata «la società Its di Gemelli ha ottenuto in subappalto dalla Tecnimont i “servizi di supervisione specialistica alle attività” di costruzione e montaggio impianti».

Fonte: Il Post