martedì 5 aprile 2016

I legami di Mossack Fonseca con i regimi siriano e nordcoreano

Tra i clienti di Mossack Fonseca ci sono anche 33 persone o aziende che sono state messe nella “lista nera” delle sanzioni degli Stati Uniti

Panama City. Credit: Carlos Jasso

Mossack e Fonseca, lo studio legale con sede a Panama al centro della più grande fuga di documenti riservati della storia, ha assistito un finanziere di alto rango del governo di Bashar al-Assad, Rami Makhlouf, cugino dello stesso presidente siriano.

Nel 2008 gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni contro di lui perché aveva "manipolato il sistema giudiziario siriano e utilizzato funzionari dei servizi segreti siriani per intimidire i suoi rivali in affari" e che egli beneficiasse "in modo improprio e favorisse la corruzione pubblica di funzionari del regime siriano". È nella lista nera anche il fratello, Hafen Makhlouf, dal 2007.

I documenti mostrano, tuttavia, che la società di Panama ha continuato a lavorare con i fratelli Makhlouf, e nel gennaio 2011 ha respinto i consigli di alcuni consulenti che invitavano a tagliare i legami con la famiglia in concomitanza con lo scoppio del conflitto in Siria.

Un responsabile di Mossack Fonseca scriveva: "Credo che se un individuo si trova su una lista di persone che hanno subito sanzioni, allora questa è una bandiera rossa e dobbiamo fare ogni sforzo per dissociarci da loro".

Anche se Mossack Fonseca non era legalmente tenuto a rispettare le sanzioni imposte degli Stati Uniti, aveva invece l'obbligo di reagire alle misure imposte dall’Unione europea nel maggio 2011 e poi estese alle Isole Vergini Britanniche nel giugno dello stesso anno. Ci sono voluti altri mesi, fino al settembre 2011, prima che Mossack Fonseca accettasse di slegarsi dalla società di Makhlouf.

I documenti rivelano inoltre che grazie alle pressioni da parte della banca britannica HSBC, Makhlouf sia stato in grado di mantenere i suoi conti bancari svizzeri aperti durante il primo periodo della guerra in Siria.

I documenti delineano quindi come Mossack Fonseca, HSBC e funzionari britannici abbiano assistito Makhlouf, la cui famiglia aveva un patrimonio del valore di 5 miliardi di dollari prima della guerra, e controllava il 60 per cento dell’economia siriana, tra cui la società telefonica Syriatel, registrata alle Isole vergini britanniche.

Tra i clienti di Mossack Fonseca ci sono anche 33 persone o aziende che sono state messe nella “lista nera” delle sanzioni degli Stati Uniti, tra cui società con sede in Iran, Zimbabwe e Corea del Nord.

Alcune delle imprese erano state registrate prima che fossero imposte sanzioni internazionali. Ma in molti casi Mossack Fonseca ha continuato ad agire con questi clienti anche in seguito.

Ad esempio, la DCB Finance era stata fondata nel 2006 a Pyongyang, è stata poi messa sotto sanzioni dagli Stati Uniti per aver raccolto fondi per il regime nord coreano e per aver finanziato al programma di armamento nucleare del regime.

Fonte: The Post Internazionale

lunedì 4 aprile 2016

La legge contro le moschee in Lombardia

Nonostante una sentenza della Corte Costituzionale, una legge regionale continuerà a impedire la costruzione di nuovi luoghi di culto, almeno nel breve termine


Nonostante una sentenza della Corte Costituzionale abbia dichiarato in parte incostituzionale una legge della giunta lombarda che voleva regolare in maniera stringente la costruzione di nuovi luoghi di culto, in Lombardia continuerà a essere molto difficile costruire nuove moschee. In particolare, il piano del comune di Milano per costruire tre nuovi luoghi di culto in città – due moschee e una chiesa evangelica – dovrà attendere come minimo un periodo di 12-18 mesi per via di una nuova e complicata procedura burocratica introdotta dalla giunta regionale.

La sentenza risale allo scorso febbraio, quando la Corte dichiarò incostituzionale la legge regionale numero 2 del 3 febbraio 2015 che stabiliva nuove regole per la costruzione di luoghi di culto. Secondo i suoi stessi promotori, la legge aveva l’obiettivo di bloccare la costruzione di nuove moschee e in particolare di fermare il piano del comune di Milano di costruirne due nel capoluogo lombardo. Il presidente della giunta regionale lombarda, Roberto Maroni, commentò con molta durezza la decisione della Corte Costituzionale.


Un mese dopo la Corte ha però pubblicato le motivazioni della sentenza, oltre che alcune ulteriori specificazioni che ribaltano completamente il significato della bocciatura. In sostanza, non tutta la legge è stata bocciata e restano ancora in vigore diversi articoli. Maroni, inoltre, ha promesso che farà riapprovare in forma diversa anche gli articoli che erano stati bocciati. Come ha ammesso lo stesso assessore alle Politiche sociali del comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, costruire moschee in Lombardia rimane estremamente difficile e addirittura impossibile nel breve termine. Era stato il governo a fare ricorso presso la Corte Costituzionale contro la legge voluta da Maroni.

La Corte Costituzionale ha definito incostituzionali soltanto alcune parti della legge, lasciandone inalterato il resto. Maroni ha detto: «abbiamo battuto il governo 6 a 2», riferendosi al numero di eccezioni di incostituzionalità accolte dalla Corte: due appunto, sul totale delle otto sollevate dal governo. In particolare la Corte ha eliminato tutte quelle parti della legge che avrebbero determinato una discriminazione di trattamento ricevuto dai diversi gruppi religiosi. Ad esempio ha eliminato la norma che consentiva solo ai gruppi religiosi con adeguata rappresentanza sul territorio di poter richiedere la costruzione di luoghi di culto. È stata eliminata anche la parte della legge in cui veniva istituita una commissione nominata dalla giunta regionale che avrebbe dovuto decidere se concedere o meno il permesso di costruzione. La Corte ha anche bocciato la parte della legge che imponeva la costruzione di impianti di videosorveglianza per tenere sotto controllo tutti i nuovi luoghi di culto.

Le parti che sono rimaste in vigore, però, renderanno molto difficile costruire nuovi luoghi di culto in Lombardia. L’ostacolo principale sembra essere il comma 1 dell’articolo 72 che impone che i comuni interessati a costruire nuovi luoghi di culto approvino prima un “piano per le attrezzature religiose”, cioè un tipo di piano urbanistico. Far approvare un piano di questo tipo è un procedimento molto lungo e complesso, che richiede parecchi passaggi burocratici. L’assessorato all’Urbanistica del comune di Milano ha detto al Post che la procedura potrà richiedere tra i 12 e i 18 mesi.

Un’altra parte della legge potrebbe causare ulteriori ritardi. Al comma 7 dell’articolo 72 si specifica che i nuovi luoghi di culto dovranno sorgere a una distanza “adeguata” dai luoghi di culto di altre confessioni. La distanza minima, specifica la legge, sarà fissata con una delibera della regione Lombardia. Questa delibera non è stata ancora emanata e fino a che non lo sarà sarà impossibile procedere con i piani necessari per costruire i nuovi luoghi di culto.

Fonte: Il Post

Il trasferimento dei migranti dalla Grecia alla Turchia è iniziato

Al momento sull’isola di Lesbo, in Grecia, si trovano 3.300 migranti, e 2.000 di loro hanno già fatto richiesta di asilo politico

Migranti vengono fatti salire a bordo di una nave per il trasferimento in Turchia. Credit: Giorgos Moutafis 

Nelle prossime ore migranti siriani saranno trasferiti dalla Grecia alla Turchia, nella città di Osmaniye.

Le prime due navi passeggeri con a bordo 131 migranti sono già arrivate nella città di Dikili, scortate da due motovedette turche e da un elicottero. Questi migranti erano perlopiù pakistani e bangladesi. Nessuno di loro era siriano, ha fatto sapere Volkan Bozkir, il ministro per gli affari con l’Unione europea.

Sull’isola di Lesbo, un gruppo di manifestanti ha intonato il coro "Shame on you", "Vergogna", alla partenza delle prime navi questa mattina all’alba.

Presto partiranno navi verso la Turchia anche dall’isola di Chios, ha fatto sapere Ewa Moncure, la portavoce della Fronte, l’agenzia europea per le frontiere.

Intanto il primo gruppo di 16 siriani richiedenti asilo è arrivato in Germania dalla Turchia, in base all’accordo che prevede che per ogni migrante siriano "illegale" rimandato in Turchia, un altro che gode dei requisiti della protezione internazionale, venga portato in un paese dell’Unione europea.

L’Unhcr e altre organizzazioni per la tutela dei diritti umani hanno già criticato l’accordo tra Unione europea e Turchia, dicendo che mancano le tutele legali dei migranti. Amnesty international ha mandato degli osservatori sull’isola di Lesbo per monitorare la situazione.

Al momento sull’isola di Lesbo si trovano 3.300 migranti, e 2000 di loro hanno già fatto richiesta di asilo politico.

Fonte: The Post Internazionale

Cosa ha rivelato l'inchiesta internazionale dei Panama papers

L’inchiesta rivela il trasferimento di ricchezze nei paradisi fiscali da parte di migliaia di imprenditori, politici e altri personaggi dello spettacolo di tutto il mondo

Credit: Carlos Jasso

I Panama papers sono i documenti diffusi da una inchiesta giornalistica condotta dall’International consortium of investigative journalists, insieme al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, e ad altre 100 testate giornalistiche di tutto il mondo (per l’Italia ha preso parte all’inchiesta il settimanale l’Espresso).

L’inchiesta rivela la pratica del trasferimento di ricchezze nei paradisi fiscali da parte di migliaia di imprenditori, politici e personaggi dello spettacolo di tutto il mondo. Con undici milioni e mezzo di documenti, si tratta probabilmente della più grande fuga di notizie della storia.

L’inchiesta coinvolge leader politici del calibro di Vladimir Putin, il presidente ucraino Poroshenko e il premier britannico David Cameron. E ancora, il primo ministro islandese e quello pakistano, il re saudita, i figli del presidente dell’Azerbaigian, o alti funzionari della Fifa e di altre organizzazioni, oltre al calciatore Lionel Messi. Tra le banche coinvolte anche i colossi Ubs e Hsbc.

I 2,6 terabyte di dati, tra messaggi di posta elettronica, fogli di calcolo, rapporti aziendali e altri documenti, e che prendono in considerazione un periodo che va dal 1977 al dicembre del 2015, sono stati rivelati da una fonte anonima dello studio legale Mossack Fonseca, la società con sede a Panama ma con filiali in tutto il mondo, a cui i clienti si rivolgono per creare società offshore.

Le società offshore sono quelle società registrate in base alle leggi di uno stato estero, spesso con pochi controlli fiscali come ad esempio Panama, Cipro, le isole Vergini e altri, ma che conducono le proprie attività fuori da quello stato. Lo studio legale e di consulenza era stato fondato nel 1977 da Jurgen Mossack e Ramon Fonseca.

I giornalisti coinvolti nell’inchiesta, iniziata ormai un anno fa, sono circa 370 e sono di almeno 80 paesi diversi.

Non sempre avere dei conti offshore è sinonimo di illegalità, se queste attività sono dichiarate al fisco. Ma spesso banche, studi legali e privati cittadini utilizzano i paradisi fiscali per riciclaggio di denaro o evasione fiscale e altre attività illecite o addirittura criminali.

In questo caso i documenti hanno rivelato che in molti casi tra quelli analizzati dai giornalisti investigativi, sia gli intermediari che i loro clienti usavano i conti a Panama per nascondere operazioni segrete.

I nomi degli italiani coinvolti sarebbero almeno 800. Luca Cordero di Montezemolo, Giuseppe Donaldo Nicosia, il pilota Jarno Trulli, oltre a Unicredit e Ubi banca sono solo alcuni di loro.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 2 aprile 2016

Inchiesta petrolio: i pm ascolteranno Maria Elena Boschi e Federica Guidi


I pm di Potenza ascolteranno il ministro Boschi e il ministro dimissionario Guidi come persone informate dei fatti, nell'ambito dell'inchiesta sul petrolio in Basilicata. Al momento non risultano indagate

Nell’ambito dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata, i pm di Potenza ascolteranno il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, e il Ministro dimissionario dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

ANSA/ GIUSEPPE LAMI

INCHIESTA PETROLIO: MARIA ELENA BOSCHI E FEDERICA BOSCHI E GUIDI DAI PM 

Secondo quanto riferisce l’ANSA, i magistrati si recheranno a Roma per ascoltare Maria Elena Boschi e Federica Guidi. Al momento né Guidi né Boschi risultano indagate e verranno sentite come persone informate dei fatti. Stamattina il ministro Boschi è arrivata a Villa Morghen per partecipare al master Eunomia, dal titolo ‘L’Italia nella transizione’, ma il ministro delle Riforme ha evitato le domande dei cronisti sugli sviluppi dell’inchiesta. L’intervento sarà a porte chiuse e i giornalisti sono stati obbligati a rimanere dietro un cordone.

RENZI: «GUIDI HA COMMESSO UN ERRORE»

Della questione è tornato a parlare anche il premier che ha commentato come, comunicando al suo compagno la presentazione dell’emendamento prima dei tempi previsti, «Federica Guidi ha compiuto un errore e giustamente ha deciso subito di dare le dimissioni, per evidenti ragioni di opportunità. Ricordate quando nel 2013 chiesi le dimissioni del ministro Cancellieri per una telefonata inopportuna? Noi crediamo che la coerenza non sia un optional». Così Matteo Renzi nell’e-news ha spiegato la decisione del ministro. «Se è vero che il governo di allora – sostiene il il Presidente del Consiglio – non vuole procedere alle dimissioni, noi ci siamo comportati in modo diverso. Perché, diciamo la verità, noi siamo oggettivamente diversi da chi ci ha preceduto: se uno sbaglia con noi paga. E a quelli che vogliono far credere che siamo tutti uguali rispondiamo con i fatti».

RENZI ALL’ATTACCO DELL’OPPOSIZIONE

«Andremo in Parlamento, spero il prima possibile. E ancora una volta il Parlamento potrà mandarci a casa, se vorrà. Ma non credo succederà neanche stavolta» continua Matteo Renzi nella nota. «Perché le opposizioni sanno perfettamente che l’unico modo per molti di loro di restare aggrappati a una poltrona comoda e ben pagata è che questa legislatura vada avanti: con la nuova legge elettorale e con le preferenze, molti di loro non rientrerebbero in Parlamento nemmeno con le gite scolastiche. E quando la nostra riforma costituzionale sarà finalmente Legge e i posti da parlamentare diminuiranno in modo drastico, la stragrande maggioranza dei deputati delle opposizioni proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, anziché pontificare tutti i giorni sulle agenzie di stampa».

LORO PARLANO, NOI CAMBIAMO L’ITALIA

«Loro parlano – punta ancora il dito Renzi – noi stiamo cambiando l’Italia. Dunque faranno ancora qualche piccolo show in aula. E poi torneranno alle loro cene romane a fantasticare su nuovi complotti: del resto i capipopolo sono persone che pensano che l’uomo non sia mai andato sulla Luna, che le sirene esistono, che la mafia non ha mai ucciso nessuno. Noi del governo invece non raccoglieremo le polemiche, continueremo a lavorare, per l’Italia e per gli italiani».

(Photocredit copertina: ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Fonte: Giornalettismo

Che succede nel Nagorno-Karabakh

Stepanakert, la città più grande del Nagorno-Karabakh. (David Mdzinarishvili, Reuters/Contrasto)

Dodici soldati azeri sono stati uccisi e un elicottero delle forze azere è stato abbattuto nelle ultime ore, durante gli scontri in corso nel Nagorno-Karabakh, una regione del Caucaso contesa tra Armenia e Azerbaigian dal 1988.

Il ministero della difesa armeno ha detto che circa cento militari armeni sono stati feriti negli scontri in corso al confine, e sei carri armati sono stati distrutti nei combattimenti. Secondo alcuni analisti, si tratta degli scontri più violenti dal 1994, quando è stato raggiunto un accordo sul cessate il fuoco.

Baku ed Erevan si accusano a vicenda di aver violato la tregua. L’Azerbaigian afferma di essere stato attaccato dall’artiglieria armena, che ha lanciato granate ed è avanzata prendendo il controllo di un villaggio, mentre l’Armenia accusa l’Azerbaigian di avere attaccato in maniera massiccia le postazioni armene con carri armati, artiglieria ed elicotteri.

Il presidente russo Vladimir Putin ha fatto appello perché sia rispettato il cessate il fuoco in vigore tra i due paesi dal 1994, che però è periodicamente violato da entrambi le parti. Putin ha chiesto “moderazione per evitare ulteriori vittime”.

Tra il 1988 e il 1994 Baku ed Erevan si sono combattute per il controllo della regione semiutonoma in un conflitto che ha provocato trentamila morti e migliaia di profughi. Dal 1994 la regione è controllata dalle truppe armene, ma rimane un’enclave armena nel territorio dell’Azerbaigian.

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh in otto punti

  • Il territorio montuoso del Nagorno-Karabakh, nel Caucaso meridionale, è conteso tra popolazioni turco azere e armeni dall’inizio del novecento, ma dopo la costituzione dell’Unione sovietica la regione divenne parte del territorio dell’Azerbaigian (nel 1923).
  • Karabakh è una parola di origine turca di origini persiane che significa “giardino nero”, mentre “Nagorno” è una parola russa che significa “montagna”.
  • La guerra del Nagorno-Karabakh cominciò nel febbraio del 1988, quando il parlamento locale dell’enclave azera abitata da una maggioranza armena decise di chiedere l’annessione all’Armenia. Ci furono episodi di pulizia etnica da entrambe le parti: le popolazioni turco azere del Nagorno-Karabakh abbandonarono la zona e gli armeni dell’Azerbaigian si spostarono nel Nagorno-Karabakh.
  • Nell’agosto del 1991, in seguito alla caduta dell’Unione sovietica, l’Azerbaigian si dichiarò indipendente da Mosca, ma la regione del Nagorno-Karabakh non riconobbe la sovranità di Baku.
  • Nel 1991 la regione si è autoproclamata unilateralmente indipendente da Baku, ma per la comunità internazionale è ancora parte del territorio azero.
  • Dal 1992 al 1994 le truppe armene e gli abitanti del Nagorno-Karabakh combatterono contro le truppe azere in un conflitto che è costato la vita a 3omila persone.
  • Nel maggio del 1994 l’Armenia, l’Azerbaigian e la repubblica del Nagorno-Kabarakh hanno sospeso le ostilità in base all’accordo di Bishkek, raggiunto con la mediazione di Mosca. Da quel momento il territorio è rimasto sotto l’occupazione militare dell’Armenia.
  • Il processo di pace tra i due paesi è in stallo dal 2009 e le violazioni del cessate il fuoco sono frequenti.

Fonte: Internazionale

venerdì 1 aprile 2016

L’inchiesta sulla casa di Bertone

Sono indagati due amministratori della Fondazione Bambin Gesù, accusata di aver pagato dei lavori con soldi destinati a un ospedale pediatricoBertone nel 2013

(GABRIEL BOUYS,GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

Il 31 marzo il Vaticano ha aperto un’inchiesta che riguarda i lavori di ristrutturazione casa del cardinale Tarcisio Bertone a Roma, ipotizzando reati di peculato, appropriazione e uso illecito di denaro. L’inchiesta riguarda il sospetto che i lavori di ristrutturazione della casa di Bertone siano stati pagati con i soldi della Fondazione Bambin Gesù, cosa che era già stata anticipata lo scorso novembre da due libri e di cui si era a suo tempo molto discusso. Il caso, sui giornali, era stato chiamato Vatileaks 2. Gli indagati al momento sono due: Giuseppe Profiti e Massimo Spina; Bertone non è per ora indagato.

La casa di Bertone, che è spesso definita “attico” ma sono in realtà due appartamenti uniti tra loro, si trova all’ultimo piano di Palazzo San Carlo in Vaticano, vicino alla casa Santa Marta, dove vive papa Francesco. La vicenda delle ristrutturazioni era stata raccontata per la prima volta a novembre da due libri, Avarizia del giornalista Emiliano Fittipaldi e Via Crucis di Gianluigi Nuzzi. Fittipaldi aveva ricostruito la vicenda della sua ristrutturazione, scrivendo che era costata circa 200.000 euro e che era stata pagata dalla Fondazione Bambin Gesù, che raccoglie fondi per l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di proprietà della Santa Sede. Profiti è l’ex presidente della Fondazione Bambin Gesù, mentre Spina è l’ex tesoriere della fondazione. Sia Profiti che Spina, che sono per ora gli unici indagati, sono considerati dal Vaticano dei “pubblici ufficiali vaticani”.

Alcuni dettagli in più sulla faccenda della ristrutturazione sono contenuti in un nuovo articolo-inchiesta scritto da Fittipaldi sulla casa di Bertone (quello online è un estratto dell’inchiesta; per leggerla tutta è necessario registrarsi alla versione a pagamento). Nell’articolo di Fittipaldi ci sono anche le lettere che Bertone e Profiti si sono scritti a proposito dei lavori di ristrutturazione: la prima è del 7 novembre 2013. I lavori di ristrutturazione, spiega Fittipaldi, sono costati 422mila euro e sono stati fatturati nel 2014. Fittipaldi spiega che non sono però stati fatturati dalla “società italiana che ha materialmente effettuato il restauro (La Castelli Re, fallita a luglio del 2015), ma a una holding britannica con sede a Londra, la LG Concractor Ltd”. Fittipaldi scrive anche che la LG Contractor Ltd è una holding “controllata da Gianantonio Bandera, titolare della Castelli Re e amico personale di Bertone”.

A novembre, quando Fittipaldi iniziò a occuparsi della questione, Bertone aveva detto di essere stato lui a pagare la ristrutturazione, usando i suoi risparmi. Fittipaldi sostiene che almeno sette fatture per quella ristrutturazione siano state invece pagate tramite conti controllata dalla Fondazione Bambin Gesù e che le lettere pubblicate dall’Espresso provano che Bertone è “sempre stato a conoscenza che i soldi del restauro del suo appartamento venivano (anche?) dall’ente di beneficenza dell’ospedale vaticano”. Secondo Fittipaldi, Profiti avrebbe accettato di pagare i lavori di ristrutturazione della casa di Bertone in cambio della possibilità di usare la casa per “incontri istituzionali”.

Nel documento sull’apertura dell’inchiesta in cui Profiti e Spina sono indagati, il nome di Bertone non compare mai e si parla della “ristrutturazione edilizia di un immobile di terzi sito all’interno della Città del Vaticano”. Fittipaldi spiega comunque che “se Bertone fosse incriminato non sarebbe comunque giudicato dal tribunale ordinario che sta indagando su Profiti e il tesoriere [Spina], ma dalla Corte di Cassazione della Città del Vaticano”. In base alla giurisdizione vaticana la Corte di Cassazione del Vaticano è l’unico organo che può aprire un’indagine riguardante un cardinale. Fittipaldi spiega che se dovesse succedere “sarebbe il primo caso nella storia”.

Chi è il cardinal Bertone?
Bertone ha 81 anni ed è arcivescovo e cardinale. È diventato prete nel 1960 e dal 1967 ha insegnato teologia morale all’ateneo salesiano di Roma, che dal 1973 è diventato l’Università Pontificia Salesiana. Insegnò per molti anni nell’università e nel 1989 ne divenne rettore magnifico. Nel 2006 papa Benedetto XVI nominò Bertone Segretario di Stato del Vaticano: una sorta di primo ministro del Vaticano. Bertone ha mantenuto l’incarico fino all’ottobre 2015, lavorando quindi alcuni mesi anche durante il papato di papa Francesco. Per alcuni anni Bertone è stato anche Camerlengo, il cardinale che ha il principale compito di presiedere la sede vacante del Vaticano.

La versione di Bertone
A novembre Bertone spiegò in un’intervista al Corriere della Sera la sua versione dei fatti: l’appartamento gli era stato assegnato in accordo con papa Francesco e con il Governatorato del Vaticano, l’organo di governo della Santa Sede: come gli altri appartamenti assegnati ai cardinali, anche quello di Bertone è di proprietà del Governatorato e avrebbe dovuto essere ristrutturato a spese del Governatorato. Nell’anno in cui è stato assegnato l’appartamento a Bertone, non era stata però messa a bilancio alcuna somma per la ristrutturazione: “Avrei dovuto sostenere io le spese. (…) Mentre avanzavano i lavori e alla Ragioneria arrivavano le fatture da pagare, fui invitato dal Governatorato a saldare”. Il Vaticano ha spiegato, parlando della casa al centro dell’inchiesta, che “non si tratta comunque di un alloggio di proprietà e dopo Bertone tornerà a disposizione del Governatorato”.

Bertone – che si definì una “vittima” della vicenda – spiegò che “come risulta da una precisa documentazione” lui versò al Governatorato la somma prelevandola dal suo conto e pagando la ristrutturazione con i propri «risparmi». Sul coinvolgimento della Fondazione Bambin Gesù, Bertone disse di aver saputo solo dopo che erano state presentate fatture anche alla Fondazione: “Io non ho visto nulla. Ed escludo in modo assoluto di aver mai dato indicazioni o autorizzato la Fondazione ad alcun pagamento”. Bertone concluse l’intervista dicendo di aver “dato istruzioni” al suo avvocato “di svolgere indagini per verificare cosa sia realmente accaduto”.

Bertone spiegò anche che il suo contributo era “una donazione volontaria resa possibile grazie ai miei [di Bertone] risparmi e alla beneficenza ricevuta per finalità caritative”. Bertone disse anche che avrebbe aiutato “un progetto di ricerca per malattie rare che riguarda 50 bambini”. Sulle dimensioni della casa di Bertone circolano diverse cifre: 700 metri quadri, 500, 350. Bertone dice che è di 296 metri quadrati e che il terrazzo è condominiale.

La Repubblica ha spiegato la tesi di Michele Gentiloni Silveri, l’avvocato di Bertone. Secondo Silveri le lettere pubblicate dall’Espresso confermano la versione di Bertone e che “il cardinale Bertone, non avendo ricevuto sussidio da parte di terzi, ha pagato personalmente l’importo richiesto dal Governatorato in relazione ai lavori effettuati nell’appartamento a lui assegnato e di proprietà di quest’ultimo”.

Sulla questione dei pagamenti Fittipaldi scrive anche che potrebbe esserci una seconda possibilità, ovvero che i lavori siano stati pagati due volte, sia da Bertone che dalla Fondazione.


Dal momento che finora è certo che la Fondazione ha girato al costruttore Bandera [ex titolare della Castelli Re] 422mila euro per gli stessi lavori, delle due l’una: o Bertone mente di nuovo – ed è coperto dagli uffici del Governatorato – e in realtà non ha mai versato un euro, oppure il costruttore ha ottenuto per la medesima ristrutturazione non solo i denari della Fondazione, ma anche i 300 mila euro di Bertone fatturati dagli uffici della Santa Sede.

Fonte: Il Post

Perché Federica Guidi si è dimessa, spiegato

La storia di un controverso impianto di estrazione petrolifera – e soprattutto delle intercettazioni telefoniche agli atti di un'inchiesta giudiziaria – messa in ordine, dall'inizio Federica Guidi

(ANSA/ANGELO CARCONI)

Giovedì sera Federica Guidi si è dimessa da ministro dello Sviluppo Economico, dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni di conversazioni del novembre 2014 tra lei e il suo compagno Gianluca Gemelli, in cui Guidi lo rassicurava sull’approvazione di un emendamento che, secondo gli atti dell’inchiesta della procura di Potenza che contengono l’intercettazione, avrebbe favorito i suoi interessi economici inerenti a un centro di estrazione petrolifera in Basilicata.

Il progetto Tempa Rossa
Tempa Rossa è un grande centro di estrazione petrolifera che si trova in provincia di Potenza (Basilicata), “nell’alta Valle del Sauro a cavallo tra la Val d’Agri e la Val Camastra”: è gestito dalla società francese Total. Al momento, secondo il sito di Total, negli impianti del centro di estrazione sono stati scavati sei degli otto pozzi previsti dal progetto: “A regime l’impianto – tra i più evoluti nel settore petrolifero – avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo”. Si stima che il progetto valga 1,6 miliardi di euro in investimenti e comporti l’assunzione di 300 persone solo per la fase di costruzione.

Per molto tempo i lavori di costruzione dell’impianto erano stati bloccati a causa delle proteste di associazioni e comuni – soprattutto il comune di Taranto, mentre la regione Puglia aveva espresso parere favorevole – per il timore che l’inquinamento prodotto avrebbe creato gravi danni ambientali. Nel dicembre del 2014 mancavano ancora le autorizzazioni per la costruzione di alcune opere accessorie all’impianto di estrazione: un oleodotto che lo collegasse al porto di Taranto e una nuova e più lunga banchina nel porto. I ricorsi e le delibere del comune di Taranto avevano di fatto bloccato i lavori. L’emendamento al centro di questa storia, il 2.9818 del maxiemendamento alla legge di stabilità del 2015, aggiunge le opere come quelle per l’impianto di Tempa Rossa tra quelle la cui approvazione compete al governo – precisamente al ministero dello Sviluppo Economico, cioè a Federica Guidi – e non agli enti locali, e in questo modo rende più facile lo sblocco dei lavori. Pochi mesi prima dell’approvazione dell’emendamento, Matteo Renzi aveva visitato il centro di Tempa Rossa e lo aveva definito di “interesse strategico”; il governo considera il progetto come «il principale programma privato di sviluppo industriale in corso in Italia».

Secondo la procura di Potenza Gianluca Gemelli – il compagno di Federica Guidi, descritto dal Corriere come titolare di due società, la Ponterosso Group e la Its srl – aveva interessi commerciali legati all’avanzamento dei lavori per la costruzione dell’impianto, per via di due subappalti. Le dimensioni dell’investimento complessivo e il coinvolgimento di grandi aziende internazionali fa pensare che la posizione pubblicamente favorevole del governo non si possa ricondurre agli interessi del compagno di Federica Guidi, ma quanto accaduto con un particolare emendamento alla legge di stabilità rende evidente un conflitto di interessi e, secondo la procura di Potenza, anche alcune ipotesi di reato. Federica Guidi non è indagata, comunque, mentre il suo compagno è indagato per millantato credito (“Chiunque, millantando credito presso un pubblico ufficiale, o presso un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio, riceve o fa dare o fa promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato”): la procura insomma non accusa lei di avere favorito lui, ma lui di avere approfittato della posizione di lei.

L’emendamento
L’emendamento di cui si parla è quello che diventerà il numero 2.9818, contenuto nel maxi-emendamento presentato dal governo alla legge di stabilità del 2015 e approvato dal Senato nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2014. L’emendamento 2.9818 modificava un comma del decreto legge del 9 febbraio 2012, che stabiliva la competenza del governo nel dare autorizzazioni per la costruzione e la gestione di impianti per l’estrazione di oli minerali, aggiungendo che l’autorizzazione spettava al governo anche per “le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle connessioni di coltivazione”.


Il giorno dopo l’approvazione del maxiemendamento, il Sole 24 Ore scrisse: “il progetto Tempa Rossa fa un passo avanti nella parte che riguarda Taranto. Nel maxi-emendamento alle legge di Stabilità approvato nelle scorse ore dal Senato dopo che è stata posta la fiducia, c’è anche la norma che sblocca la costruzione della base logistica del giacimento petrolifero della Basilicata. […] Nel caso specifico le opere che a Taranto, all’interno della raffineria Eni, serviranno a raccogliere il petrolio in arrivo, via oleodotto, dalla Basilicata, stoccarlo e poi caricarlo sulle petroliere. Incassato il via libera del Senato, la legge di Stabilità torna adesso alla Camera per l’approvazione finale ma di fatto per Tempa Rossa il percorso autorizzativo si è rafforzato”. Il Corriere della Sera scrive però che l’emendamento di fatto “non è stato poi mai attuato perché l’esecutivo ha preferito non utilizzare i poteri sostitutivi nei confronti del Comune di Taranto che si opponeva al sito”.

Cosa c’è nelle intercettazioni telefoniche
L’inchiesta riguarda presunte attività illecite intorno a un impianto di smaltimento di rifiuti a Potenza, e ha portato all’arresto di cinque persone: tra gli indagati c’è lo stesso Gemelli. L’intercettazione è contenuta nell’ordinanza sugli arresti. La conversazione tra Guidi e Gemelli che ha portato alle dimissioni del ministro, come riportata dagli atti dell’inchiesta, è avvenuta il 5 novembre 2014: Guidi rassicura Gemelli sul fatto che l’emendamento – che era stato bocciato in precedenza – sarebbe stato discusso nuovamente al Senato:


«Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se… è d’accordo anche Maria Elena la… quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte. Alle quattro di notte… Rimetterlo dentro alla legge… con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa… ehm… dall’altra parte si muove tutto!»


La “Maria Elena” dovrebbe essere il ministro Maria Elena Boschi, che non risulta coinvolta nell’inchiesta ed era ed è titolare della delega ai rapporti con il Parlamento: non risulta che Guidi la considerasse a conoscenza degli interessi privati di Gemelli in merito, ma questa è probabilmente la questione che farà discutere di più nei giorni a venire.

Subito dopo la telefonata del 5 novembre con Guidi, Gemelli aveva chiamato al telefono il dirigente della Total Giuseppe Cobianchi per comunicargli la “buona notizia”, ovvero che l’emendamento sarebbe stato inserito dal governo nel maxi-emendamento alla legge di stabilità e che quindi sarebbe certamente stato approvato in breve tempo. Spiega il Corriere della Sera, riprendendo gli atti della procura di Potenza:


Gemelli a questo punto informa i suoi interlocutori, i dirigenti della Total che devono concedergli i subappalti, e all’ingegner Cobianchi dice: «La chiamo per darle una buona notizia… si ricorda che tempo fa c’è stato casino, che avevano ritirato un emendamento… pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al Senato, pare che ci sia l’accordo con Boschi e compagni… che pare… siano d’accordo tutti…perché la Boschi ha accettato di inserirlo… è tutto sbloccato! (ride, ndr)…volevo che lo sapesse in anticipo! mi hanno chiamato adesso… e quindi siamo a posto!». Cobianchi mostra soddisfazione: «Mi sta parlando di Taranto? Vabbè intanto la ringrazio dell’anticipazione, speriamo vada a finire così». Anche nei giorni successivi Gemelli «dimostra una conoscenza approfondita delle dinamiche che regolavano le decisioni che avrebbero dovuto essere assunte in seno al Parlamento perché afferma: “Ci stanno provando, ci stanno provando, mi creda, c’è da leggere, ci sarà da leggere lo Sblocca Italia che dovrebbe andare oggi alle sei. Hanno messo la fiducia e quindi speriamo che esce fuori, perché ci sono le correzioni fino all’ultimo secondo. Non si sta capendo niente, mi creda, non si sta capendo nulla”».


Le dimissioni di Guidi
Al momento l’ex ministro Federica Guidi non risulta essere indagata dalla procura di Potenza e dall’indagine è stata toccata solo in modo indiretto, per via dell’intercettazione della conversazione con Gemelli. Comunicando le sue dimissioni al presidente del Consiglio Matteo Renzi, Guidi ha detto di essere “assolutamente certa della mia buona fede e della correttezza del mio operato” e ha motivato le dimissioni parlando di “una questione di opportunità politica”.

Renzi – che in questi giorni si trova in visita negli Stati Uniti – ha risposto dicendo di rispettare la decisione e di ritenerla corretta, e ha aggiunto che nei prossimi giorni presenterà al presidente della Repubblica il nome di un possibile sostituto. Se Renzi – che per il momento assumerà l’incarico ad interim – vorrà mantenere un equilibrio tra uomini e donne nel governo, dovrà sostituire Guidi con una donna: il rapporto tra i ministri non è più 50-50 da quando Federica Mogherini è stata sostituita da Paolo Gentiloni al ministero degli Esteri. È improbabile comunque che l’intera vicenda porti a ridiscutere le decisioni prese sull’impianto di Tempa Rossa, che il governo continua a considerare di importanza strategica.

Federica Guidi ha 45 anni ed è un’imprenditrice. È laureata in Giurisprudenza ed è figlia di Guidalberto Guidi, che è stato vicepresidente di Confindustria e presidente di Ducati Energia (nella quale la stessa Guidi ha lavorato). È stata presidente dei giovani di Confindustria.

Fonte: Il Post