mercoledì 18 maggio 2016

Giuseppe Sala è ineleggibile?

Lo sostengono i Radicali e il M5S, anche se un primo ricorso è stato respinto dal Tar: c'entra il suo precedente incarico di commissario a Expo 2015

Giuseppe Sala durante una conferenza stampa nella sede di Expo a Milano, 16 gennaio 2015 (ANSA / MATTEO BAZZI)

Da settimane, dopo un articolo uscito su Panorama, si discute della candidabilità ed eleggibilità di Giuseppe Sala a sindaco di Milano. Sala è il candidato del centrosinistra alle amministrative del prossimo 5 giugno e ha vinto le primarie organizzate dalla sua coalizione. La candidatura di Sala e il fatto che possa essere eletto sindaco è stata messa in discussione per via della sua precedente qualifica di commissario unico di Expo 2015, incarico da cui si è dimesso: secondo alcuni però queste dimissioni non sono valide. Inoltre, per lo stesso motivo, Sala non potrebbe nemmeno ricoprire l’incarico di consigliere d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti, la Cdp, che invece ha assunto lo scorso ottobre.

Giuseppe Sala è stato sia amministratore delegato che commissario unico della società Expo, nominato il 6 maggio del 2013 con un decreto firmato dall’allora presidente del Consiglio Enrico Letta. Lo scorso 7 febbraio, poi, Sala ha vinto le primarie a Milano diventando il candidato sindaco per il centrosinistra. Sala si è dimesso da amministratore delegato di Expo il 18 dicembre del 2015, prima di candidarsi: l’atto delle dimissioni è stato ratificato ufficialmente due mesi dopo. La lettera con cui Sala si è dimesso da commissario è stata invece inviata il 15 gennaio ed è stata protocollata da Palazzo Chigi il 18 gennaio.

Chi ha sollevato il problema dell’ineleggiblità di Sala cita innanzitutto la procedura delle sue dimissioni. Panorama e altri sostengono che per essere valide le dimissioni avrebbero dovuto essere certificate da un “atto di pari efficacia costituzionale” rispetto a quello stesso incarico di nomina governativa. Poiché Sala è stato nominato con un decreto del presidente del Consiglio, ci sarebbe voluto un altro decreto per notificare l’accettazione delle dimissioni. Matteo Renzi avrebbe avuto tempo fino alla data di presentazione delle candidature per farlo, cioè fino all’8 maggio scorso. Poiché questo non è avvenuto, Sala non sarebbe eleggibile. Sia lo stesso Sala che alcune fonti consultate dai giornali a Palazzo Chigi, e citate da Repubblica, sostengono invece che un atto formale di dimissioni sia già pienamente efficace.

La questione è regolata dall’articolo 60 del TUEL, il Testo Unico sugli Enti Locali, ha a che fare con l’ineleggibilità e sembrerebbe dare ragione a Sala: dice che «non sono eleggibili a sindaco e altre cariche, nel territorio nel quale esercitano le loro funzioni, i commissari di governo e altri funzionari dello Stato», ma poi al comma 3 dello stesso articolo aggiunge che «le cause di ineleggibilità non hanno effetto se l’interessato cessa dalle funzioni per dimissioni, trasferimento, revoca dell’incarico o del comando». E Sala si è effettivamente dimesso. Al comma 5 la legge precisa che «la pubblica amministrazione è tenuta ad adottare i provvedimenti di cui al comma 3 [quello sulle dimissioni che permettono l’eleggibilità] entro cinque giorni dalla richiesta», ma si aggiunge anche che «ove l’amministrazione non provveda, la domanda di dimissioni o aspettativa accompagnata dalla effettiva cessazione delle funzioni ha effetto dal quinto giorno successivo alla presentazione». In conclusione: nonostante manchi un atto formale del governo sull’accettazione delle dimissioni, queste sono diventate automaticamente valide dopo cinque giorni; Sala si può candidare e potrà anche essere eletto. Ma la storia è più complicata.

C’è infatti un’altra questione, quella “dell’effettiva cessazione delle funzioni” stabilita dal comma 5 e precisata poi dal comma 6: «La cessazione delle funzioni importa la effettiva astensione da ogni atto inerente all’ufficio rivestito». Se ci fossero atti d’ufficio compiuti dopo le dimissioni, questi stessi atti renderebbero di fatto non valide le dimissioni. Lo scorso 3 febbraio – quindi dopo la lettera di dimissioni e dopo la sua automatica accettazione – Sala ha firmato il rendiconto della contabilità speciale di Expo. Sala il 27 aprile ha firmato anche la “Situazione dei conti Expo al 31 dicembre 2015 e 18 febbraio 2016” (anche per la non pubblicazione finale del bilancio di Expo Sala è molto criticato, ma questa è un’altra storia). Con questi due atti Sala sarebbe dunque tornato ad esercitare le sue funzioni di commissario di governo: le sue dimissioni non sarebbero più valide e tornerebbe ad essere valido l’articolo 60 del Tuel. Sala sarebbe insomma tornato a essere ineleggibile.

L’ultimo problema riguarda l’altro incarico che Sala ricopre dallo scorso ottobre, quello di consigliere d’amministrazione della Cassa depositi e prestiti. La Cassa depositi e prestiti è una società per azioni a controllo pubblico: il ministero dell’Economia e delle Finanze ne detiene circa l’80 per cento del capitale, mentre il 18 per cento appartiene a un gruppo di fondazioni di origine bancaria. Lo scorso 28 ottobre in un un documento per la Cassa depositi e prestiti Sala aveva dichiarato di non ricoprire cariche governative – come quelle di commissario – che sarebbero state incompatibili con la carica di consigliere che stava per accettare. La sua lettera di dimissioni è stata presentata solo dopo, a gennaio: a ottobre era ancora commissario.

Il Foglio ha pubblicato un articolo in cui presenta delle argomentazioni a favore di Sala. Dice in sostanza che l’incarico di commissario di Expo non è incompatibile con quello di sindaco, altrimenti non sarebbe stata possibile la nomina a commissario di Letizia Moratti quando era sindaco di Milano, tra il 2007 e il 2011, e che le firme di Sala successive alle dimissioni erano “atti dovuti”, cose di burocrazia.


«A ben vedere, tutta la questione della presunta incompatibilità neanche si pone: quello di commissario unico per Expo 2015 rappresenta infatti un incarico non riconducibile a quello di “commissario straordinario di governo” per il quale la legge prevede l’incompatibilità. Lo dimostra il fatto che la legge istitutiva della carica di commissario Expo prevedeva che a ricoprire la carica fosse il sindaco di Milano (Letizia Moratti): ma se il Testo unico stabilisce l’incompatibilità tra sindaco e commissario di governo, perché il governo ha nominato Moratti commissario dell’esposizione universale? Semplice: perché, secondo il legislatore, alla carica di commissario Expo non si applicano le cause di incompatibilità.


Anche la seconda argomentazione appare piuttosto ardita. Che Sala abbia firmato il rendiconto dell’esercizio Expo 2015 il 3 febbraio, cioè tre settimane dopo le sue dimissioni, non sorprende nessuno che abbia un minimo di conoscenze in fatti amministrativi. Si tratta infatti di “atti dovuti”, cioè di semplici attestazioni formali relative ad attività svolte in precedenza, per le quali appare ovvia la necessità di una firma del diretto responsabile».


Francesco Saverio Marini, ordinario di Diritto pubblico all’università di Roma Tor Vergata, ha spiegato al Post che c’è però una sostanziale confusione, in queste argomentazioni, tra il concetto di “incompatibilità” e quello di “ineleggibilità”. Incompatibilità significa che una persona non può svolgere contemporaneamente due funzioni che siano considerate dalla legge in conflitto tra loro. L’ineleggibilità (a cui si riferisce l’articolo 60 del Tuel) ha invece a che fare con il momento elettorale: con il fatto cioè che un soggetto possa in funzione della sua carica influenzare gli elettori. Ci sono cariche – per esempio quella di capo della polizia, di direttore sanitario, di prefetto, di commissario del governo – che se esercitate sul territorio di cui si vuole diventare sindaco possono influenzare gli elettori e le elettrici.

Qualche giorno fa Marco Cappato dei Radicali, anche lui candidato sindaco a Milano, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica, all’Autorità garante della concorrenza e all’Autorità anticorruzione, sull’eleggibilità di Sala. Un altro ricorso contro la sua candidatura è stato presentato al Tribunale amministrativo regionale (Tar) dal Movimento 5 Stelle, ma è stato dichiarato “inammissibile”. Nella motivazione del Tar si dice che il ricorso è inammissibile perché non spetta al Tar decidere sull’incandidabilità. Anche i giudici fanno una distinzione tra i concetti di “incandidabilità” e “ineleggibilità”: «La questione circa l’asserita ineleggibilità potrà trovare tutela, successivamente all’espletamento delle elezioni e a seguito della convalida degli eletti, davanti a un giudice ordinario, ai sensi della normativa in vigore». L’elezione di Sala – a sindaco o a consigliere comunale, se non dovesse vincere – potrà essere messa in discussione eventualmente solo dopo le elezioni. Gianluca Corrado, candidato sindaco del M5S a Milano, ha detto: «La sentenza del Tar è chiara, il nostro ricorso è inammissibile perché Sala è ineleggibile e non incandidabile. Questo è il frutto delle assurde leggi italiane che permettono a Sala di candidarsi, ma immediatamente dopo di poter essere dichiarato ineleggibile, con la conseguente decadenza dalla carica di sindaco».

La difesa presentata dagli avvocati di Sala contro il ricorso del M5S al Tar dice «che lo stesso Sala si è spogliato definitivamente delle funzioni di Commissario delegato» e che «non ha alcun rilievo la circostanza che lo stesso successivamente abbia sottoscritto alcuni atti, attenendo detta circostanza alla validità o meno di tali atti e non già alla permanenza in capo al suddetto delle funzioni di Commissario Delegato delle quali, come detto, si è definitivamente spogliato a far data del primo febbraio 2016». Commentando l’articolo di Panorama, Sala ha detto: «È l’ennesima puntata del fango che stanno cercando di buttare su di me e ne arriverà ancora, perché questi sono professionisti dell’infamia».

Fonte: Il Post

Primarie in Kentucky e Oregon vinte da Clinton e Sanders, ma la lotta per la nomination è ormai finita


Nelle primarie in Kentucky e Oregon i due candidati democratici si scambiano successi risicati, mentre Donald Trump non sfonda in Oregon

Primarie Kentucky Oregon

Le primarie in Kentucky e Oregon sono state vinte rispettivamente da Hillary Clinton e Bernie Sanders. I due candidati democratici hanno ottenuto successi piuttosto contenuti, dividendosi in modo simile i delegati distribuiti in questi due Stati. La lotta per la nomination appare ormai conclusa, vista l’impossibilità matematica per Bernie Sanders di conquistare il primato tra i delegati elettivi. Nelle primarie in Oregon Donald Trump ha vinto nettamente, ma nonostante la sospensione della campagna dei suoi avversari l’ormai certa nomination repubblicana non ha superato le percentuali ottenute quando c’era competizione. 

PRIMARIE KENTUCKY VITTORIA DI HILLARY CLINTON

Hillary Clinton ha vinto le primarie in Kentucky. Un successo estremamente risicato, con un valore puramente simbolico ormai. La pressochè certa nomination democratica è riuscita a fermare l’emorragia di sconfitte iniziata dopo i suoi trionfi in Pennsylvania e Maryland, primarie che avevano reso irraggiungibile il suo vantaggio nel calcolo dei delegati elettivi. Le sconfitte in Indiana e West Virginia, favorite dallo stop agli investimenti pubblicitari della sua campagna per dirottare le risorse verso la sfida a Donald Trump, avevano evidenziato quanto la candidata democratica sia ancora lontana dall’aver riconquistato i tanti elettori di Bernie Sanders.

PRIMARIE KENTUCKY LA TENUTA DI BERNIE SANDERS

In Kentucky, Stato dell’Appalachia, area meridionale e prevalentemente rurale una volta dominata da Bill Clinton, l’ex Segretaria di Stato è arrivata prima superando il suo avversario di solo mezzo punto percentuale. Hillary Clinton ha vinto grazie ai suoi successi nelle zone più popolose del Kentucky, mentre Bernie Sanders ha ottenuto i suoi successi più netti nelle aree rurali e a minor densità abitativa, dove vivono quasi esclusivamente bianchi. Il successo così risicato potrebbe portare a un riconteggio dei voti per determinare il vincitore, anche se dal punto di vista dei delegati elettivi nulla o quasi cambierà. Hillary Clinton e Bernie Sanders hanno conquistato entrambi lo stesso numero di delegati.

PRIMARIE OREGON SUCCESSO DI BERNIE SANDERS

Nelle primarie in Oregon Bernie Sanders ha ottenuto una successa più netta rispetto a quella di Hillary Clinton in Kentucky, anche se i circa 8 punti di vantaggio determineranno un guadagno ridotto in termini di delegati elettivi. Secondo i primi calcoli il senatore del Vermont avrebbe ottenuto 4 delegati in più della sua avversaria, un guadagno sostanzialmente nullo se si considera un ritardo poco inferiore ai 300. La lotta per la nomination può ormai considerarsi sostanzialmente conclusa, visto che per avere un vantaggio tra i delegati elettivi Bernie Sanders dovrebbe vincere le rimanenti elezioni con margini tra il 70 e l’80%. La competizione tra i rappresentanti delle due campagne rimane molto accesa, come dimostrano anche gli scontri al congresso dei Democratici in Nevada che ha suscitato diverse polemiche sui media americani.

PRIMARIE OREGON VITTORIA DI DONALD TRUMP

Donald Trump non ha trionfato nelle primarie in Oregon. Il candidato repubblicano ha conquistato circa il 67% dei voti, mentre Ted Cruz e John Kasich hanno ottenuto entrambi poco meno del 17%. Il senatore del Texas e il governatore dell’Ohio hanno però sospeso la loro campagna presidenziale da due settimane, dopo la trionfale vittoria di Trump in Indiana. Il risultato dell’ormai certo candidato repubblicano alle presidenziali non è esaltante, visto la corsa senza avversari, ed evidenzia ancora una volta come sia Donald Trump che Hillary Clinton scontino una marcata freddezza in una vasta parte della loro base elettorale. La fine delle primarie, che avverrà a inizio giugno, e l’inizio della campagna presidenziale dovrebbero comunque compattare l’elettorato, come quasi sempre capita nelle elezioni Usa.

(Photocredit copertina: John Sommers II/Getty Images)

Fonte: Giornalettismo

Centinaia di dispersi per una frana causata dalle piogge in Sri Lanka

Tre villaggi sono rimasti sepolti dal fango: finora i soccorritori hanno trovato 16 cadaveri e messo in salvo 150 persone


Centinaia di persone sono considerate disperse in Sri Lanka dopo una frana di grandi dimensioni causata dalle piogge torrenziali degli ultimi giorni.

La Croce Rossa mercoledì 18 maggio ha fatto sapere che almeno duecento famiglie sono rimaste sepolte dal fango in almeno 60 abitazioni dei villaggi del distretto centro-occidentale di Kegalle.

Finora sono stati ritrovati 16 cadaveri. Circa 150 persone sono state tratte in salvo e sono state alloggiate in un tempio vicino, dove hanno trovato generi di conforto. Trecento soccorritori sono all’opera nelle zone colpite dalle alluvioni.

Nei tre giorni precedenti di piogge incessanti, secondo i dati ufficiali, sono morte almeno 32 persone e 350mila sono state evacuate.

Le immagini girate dalle televisioni locali mostrano un’enorme frana staccarsi da un pendio trascinando con sé fango, rocce e alberi che investono i villaggi sottostanti.

(Le immagini dell'alluvione in Sri Lanka)



Fonte: The Post Internazionale

martedì 17 maggio 2016

Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia


Oggi è la giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia. Il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Amministrative, Alfano: «Si vota solo domenica 5 giugno». Urne aperte un giorno solo anche al referendum


Dopo le polemiche, la retromarcia. Per le Comunali e per il futuro referendum di ottobre si voterà soltanto un giorno. Lo ha spiegato il ministro Alfano dopo il Cdm, per poi proporre il nome di Paola Basilone come prefetto di Roma

Nuova retromarcia sulla data delle elezioni Comunali 2016. Come ha anticipato il ministro Alfano al termine del Consiglio dei ministri, «si voterà soltanto domenica». Ovvero, il 5 giugno, con ballottaggi eventuali il 19. Quindi non ci sarà il decreto per consentire il voto in due giorni.

ALFANO: «VOTO IN UN GIORNO SOLO AD AMMINISTRATIVE E REFERENDUM»

Ma non solo. Dopo le polemiche sul possibile voto in due giorni anche per il referendum costituzionale di ottobre, Alfano ha precisato che pure per la consultazione si voterà soltanto in un giorno.

In Consiglio dei ministri è stato affrontato anche il nodo della successione di Gabrielli come prefetto di Roma, dopo la sua nomina come capo della polizia: «Ho proposto la dottoressa Paola Basilone come nuovo prefetto di Roma. La dottoressa Basilone, che vanta un brillante curriculum, ha ben operato a Torino e altrettanto saprà fare a Roma in un momento così delicato», ha anticipato lo stesso Alfano.

Fonte: Giornalettismo

Il Venezuela è a un passo dal crollo

Scontri tra manifestanti e polizia durante una protesta contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro, a Caracas, l’11 maggio 2016. (Marco Bello, Reuters/Contrasto)

Le Monde, Francia

Il Venezuela ha raggiunto, se non superato, il punto di non ritorno? Di fronte ai suoi critici, sempre più numerosi e aggressivi, il governo di Caracas non è disposto a cedere neanche di un millimetro. Il 15 maggio il vicepresidente Aristobulo Isturi ha assicurato che non sarebbe stato indetto alcun referendum sulla possibile destituzione del presidente Nicolás Maduro.

I responsabili dell’opposizione “hanno cominciato troppo tardi, in modo scorretto e commettendo dei brogli”, ha aggiunto Isturi alludendo alla situazione di Dilma Rousseff in Brasile. Rieletta nell’ottobre 2014, Rousseff è stata di recente sospesa dall’esercizio delle sue funzioni per sei mesi nel quadro di una procedura di destituzione e sostituita dal suo vicepresidente Michel Temer.

Attaccato da ogni parte, anche da alcuni esponenti del suo Partito socialista unificato del Venezuela, Maduro moltiplica le affermazioni minacciose nei confronti di chi ha osato sfidare la sua autorità.

Mancano il cibo e i medicinali

Nel frattempo oltre alla proroga dello “stato di emergenza economico” – in nome del quale sono state estese per decreto il 16 maggio le sue prerogative in materia di sicurezza – e all’annuncio di esercitazioni militari previste nel fine settimana per “rispondere alle intimidazioni straniere”, il presidente ha minacciato di sequestrare le fabbriche che hanno interrotto la produzione e di far arrestare i loro proprietari.

Anche se dotato delle più grandi riserve di petrolio del mondo, il paese, gestito in modo inefficiente, è sull’orlo del crollo secondo i servizi segreti statunitensi. Di fatto l’anno scorso la crescita economica è scesa del 5,7 per cento e il tasso di inflazione ufficiale ha superato il 180 per cento.

"Il margine di manovra del presidente Maduro si sta riducendo

Inoltre la mancanza di beni di prima necessità si fa sempre più evidente. Alla popolazione manca il cibo e gli ospedali sono senza medicinali, ormai disponibili solo sul mercato nero. In mancanza di cure adeguate i malati e i neonati rischiano di morire, osserva The New York Times.

Sempre convinto dei benefici della “rivoluzione bolivariana”, Maduro sta vivendo i suoi ultimi giorni da capo dello stato? Adesso che l’opposizione controlla l’assemblea nazionale grazie alla vittoria alle elezioni politiche di dicembre e con l’amplificarsi delle proteste, il suo margine di manovra si sta riducendo. Un recente sondaggio afferma che il 70 per cento dei venezuelani vorrebbe che il presidente si dimettesse quest’anno. 

Arnaldo Esté del quotidiano di opposizione El Nacional ne è convinto: in questa situazione di “caos” il presidente è destinato a essere destituito “nel 2016 o nel 2017. In ogni caso ci sarà un cambiamento”. Un cambiamento che non sarà certo sufficiente, ma che potrebbe aprire la strada a una maggiore coesione nazionale e a un risanamento dello stato.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Fonte: Internazionale

Duplice attacco a Baghdad

Due attentati in due quartieri nel nord e nel sud della capitale irachena hanno ucciso almeno 44 persone e ferito oltre 90

Credit: Reuters

Due attacchi separati hanno colpito Baghdad, capitale irachena, uccidendo almeno 44 persone e ferendone oltre 90, martedì 17 maggio 2016, riferiscono fonti della polizia e fonti mediche.

Una prima esplosione si è verificata in un mercato nel distretto di al-Shaab, nel nord di Baghdad, uccidendo 38 persone e ferendone oltre 70. Un’autobomba è esplosa invece nella parte meridionale della città, nel quartiere di al-Rasheed. Le vittime sono sei mentre altre 21 persone sono rimaste ferite.

Un portavoce del comando operativo di Baghdad ha riferito alla televisione di stato che l’attentatore di al-Shaab ha innescato un giubbotto imbottito di esplosivo facendo deflagrare contemporaneamente un secondo ordigno.

Il duplice attacco non è ancora stato rivendicato, ma l’Isis ha colpito a Baghdad e nei dintorni nel corso della settimana scorsa, causando la morte di circa cento persone.

La popolazione accusa il governo di non essere in grado di garantire la sicurezza.

Il primo ministro Haider al-Abadi sostiene che la crisi politica innescata dal rimpasto di governo inserito nel quadro della lotta alla corruzione sta minando gli sforzi dell’Iraq nella lotta al sedicente Stato islamico e creando lo spazio per attacchi continui contro la popolazione civile.

La sicurezza nella capitale era migliorata negli ultimi anni nonostante l’Isis avesse ottenuto il controllo di diverse aree del paese, anche a ridosso di Baghdad.

Ma la prospettiva che i giorni del terrore per i continui attacchi suicidi contro la popolazione inerme aumenta la pressione sul primo ministro perché risolva al più presto la crisi politica.

Fonte: The Post Internazionale

Armenia e Azerbaijan si impegnano per la pace in Nagorno-Karabakh

Cresce l’ottimismo dopo l’incontro del Gruppo di Minsk a Vienna, che si è riunito per la prima volta dopo il riaccendersi delle tensioni del mese scorso

L'incontro tra il presidente armeno Serzh Sargsyan e quello azero Illham Aliyev a Vienna. Credit: Reuters

Il presidente armeno Serzh Sargsyan e quello azero Illham Aliyev hanno concordato sulla necessità di trovare un accordo per la risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno-Karabakh.

Il Nagorno-Karabakh è ufficialmente un’enclave a maggioranza etnica armena in territorio azero. Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, la regione è stata contesa da Armenia e Azerbaijan in una guerra che ha consolidato la nascita di una repubblica de facto indipendente governata dai separatisti armeni e non riconosciuta dalla comunità internazionale. Il conflitto rimane irrisolto dopo la tregua del 1994.

I due capi di stato si sono incontrati ieri 16 maggio a Vienna, in occasione del vertice multilaterale dei ministri degli Esteri su Siria e Libia.

Il “Gruppo di Minsk” – creato dall’Osce nel 1992 proprio per risolvere la disputa fra i due paesi caucasici e presieduto congiuntamente da Stati Uniti, Russia e Francia – si è riunito per la prima volta dopo il riaccendersi delle tensioni del mese scorso, quando l’esercito azero e i separatisti armeni hanno ripreso le ostilità, causando più di trenta vittime e centinaia di feriti.

Entrambe le parti si accusano di aver provocato la recente escalation bellica. Mentre l’Armenia sottolinea la necessità di proteggere la popolazione locale e minaccia il riconoscimento unilaterale della de facto repubblica indipendente, l’Azerbaijan fa appello a Onu, Unione europea e Nato affinché Yerevan liberi tutti i territori occupati e garantisca la sua integrità territoriale.

Nonostante le tensioni, Armenia e Azerbaijan si sono impegnate a portare avanti i negoziati a giugno e, nel frattempo, a vigilare sulla nuova fragile tregua, rafforzandola.

Alla fine del vertice, l’Osce ha rilasciato un comunicato sulle posizioni dei co-presidenti del Gruppo di Minsk i quali hanno ribadito che non ci può essere una soluzione militare al conflitto. I co-presidenti hanno insistito sull’importanza di rispettare gli accordi del 1994.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è detto ottimista, dichiarando che c’è margine per un compromesso e per la piena risoluzione del conflitto.

Fonte: The Post Internazionale