martedì 7 aprile 2015

Tikrit, nelle fosse comuni i corpi di 1.700 soldati uccisi dall’Isis

Gli scavi sono solo alla fase iniziale. Per ora rinvenute poche decine di cadaveri


Sono almeno dodici le fosse comuni scoperte a Tikrit, in Iraq, che contengono i soldati iracheni che l’Isis, l’esercito nero che terrorizza il Medio Oriente, sostiene di aver ucciso lo scorso mese di giugno. Il luogo è quello di Camp Speicher, ex base americana appena fuori dalla città sunnita.


FOSSE COMUNI A TIKRIT, 1.700 CORPI DI SOLDATI IRACHENI – Stando alle indiscrezioni riportate da Al Jazeera i corpi rinvenuti sono poche decine ma gli scavi sono solo alla fase iniziale e il bilancio sembra destinato a salire. Le fosse, a quanto si apprende, sarebbero in grado di contenere 1.700 corpi. «Abbiamo scavato nelle prima fossa e finora abbiamo rinvenuto 20 corpi. Le indicazioni iniziali mostrano in modo indiscutibile che si tratta delle vittime del campo Speicher (il luogo del massacro dello scorso anno)», ha affermato Khalid al-Atbi, un ufficiale sanitario inviato a Tikrit. «La scena che ci siamo trovati davanti – ha sottolineato – era straziante. Chi può uccidere 1.700 persone a sangue freddo?». Intanto Haider al Abadi, primo ministro iracheno, ritiene che la vendetta non sia la strada per gestire la scoperta dei corpi.

LEGGI ANCHE: Isis, l’orrore in Siria: decapitazioni e orrore nel campo profughi di Yarmuk

FOSSE COMUNI A TIKRIT, DNA PER STABILIRE L’IDENTITÀ DEI CORPI – I corpi rivenuti a Tikrit sono in stato di decomposizione e i resti sono stati inviati a Baghdad per l’esame del dna, che stabilirà l’identità. Le fosse comuni, a quanto emerge, si trovano all’interno del palazzo presidenziale, che contiene i resti dell’ex presidente Saddam Hussein, e in altre due siti fuori città. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite diffuso lo scorso mese, circa «1.500-1.700 membri dell’esercito iracheno da Camp Speicher sono stati sommariamente uccisi il 12 giugno dall’Isis». Human Right Watch, osservatorio sui diritti umani, descrive il massacro di Speicher come il maggiore incidente riportato dove l’Isis ha «catturato più di mille soldati e ne ha eseguiti almeno 800».

(Fonte: agenzie di Stampa Ansa e Agi. Foto di soldati iracheni a Tikrit da archivio Ansa. Photocredit: Ali Mohammed / AA / Abacapress.com)

Fonte: Giornalettismo

G8, alla scuola Diaz fu tortura: la Corte di Strasburgo condanna l’Italia

La Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro Paese non solo per quanto fatto ad uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura.


Quanto compiuto dalle forze dell’ ordine italiane nel blitz alla scuola Diaz il 21 luglio 2001 “deve essere qualificato come tortura”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto fatto ad uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura. Lo riporta l’Ansa. I giudici europei hanno dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti“.

Perchè l'Italia è stata condannata
Alla base della condanna, c'è un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, manifestante che all'epoca del pestaggio degli agenti aveva 61 anni.Nel ricorso l'uomo afferma che quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell'ordine tanto. Nonostante gli interventi subiti, oggi accusa ancora ripercussioni per le ferite subite. Cestaro pretendeva che chi lo ha ridotto in quel mondo andasse punito adeguatamente, ma che questo non è mai accaduto perché le leggi italiane non prevedono, come si sa, il reato di tortura o reati altrettanto gravi.

"Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti", è quanto hanno affermato i giudici della Corte di Strasburgo. Quindi il trattamento inflitto a Cestaro deve essere considerato come "tortura". Non solo, nella sentenza i giudici hanno scritto che se i responsabili non sono mai stati puniti, è soprattutto a causa dell'inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate.

I fatti della Scuola Diaz
La notte del 21 luglio 2001, al termine del G8 di Genova, alcune decine di agenti della Polizia di stato fecero irruzione nel complesse scolastico Diaz-Pertini, dove dormivano alcuni “no global”. Sul 93 persone arrestate, con l’accusa di appartenere al “black bloc”, oltre 60 rimasero ferite, anche gravemente, nel pestaggio seguito al blitz. La posizione dei 93 fu poi archiviata dalla Procura di Genova qualche anno più tardi, mentre il processo contro dirigenti e agenti protagonisti dell’attacco si è concluso nel 2012 con 25 condanne. Il processo ha inoltre accertato che la polizia creò prove false per incastrare i manifestanti, a cominciare da due bottiglie molotov portate nella scuola dagli stessi poliziotti e poi esibite alla stampa tra gli oggetti sequestrati.

Fonte: fanpage.it

lunedì 6 aprile 2015

6 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo


Sono trascorsi esattamente 6 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.

domenica 5 aprile 2015

Buona Pasqua


Auguro a tutti i lettori, assidui o frequentatori, e a tutti i blog amici di trascorrere una serena e felice Pasqua 

Andrea De Luca

sabato 4 aprile 2015

Storico accordo sul nucleare iraniano, ma Israele si infuria


I negoziati sul nucleare tra le cosiddette potenze del “5+1″ e l’Iran, condotti a Losanna in modo quasi febbrile e a oltranza dalle rispettive delegazioni, sono finalmente decollati ed hanno permesso di raggiungere un accordo che si preannuncia come storico. Alla fine la soluzione trovata, almeno sulla carta, accontenta tutti ma non Israele che continua a diffidare della Repubblica Islamica. E dire che le trattative stavano quasi per saltare nelle scorse ore con la delegazione americana che aveva messo le mani avanti sostenendo di essere pronta a lasciare il tavolo anche senza un accordo con la controparte. Tutto sembrava essere in procinto di saltare, e se fosse accaduto probabilmente oggi staremmo discutendo dell’imminente invasione dell’Iran dal momento che le sanzioni economiche avrebbero fallito nel portare Teheran a più miti consigli, imponendo quindi di considerare altre soluzioni. E invece, per fortuna, ha vinto la diplomazia, permettendo così alle parti in causa di ritirarsi dal tavolo tutto sommato soddisfatte. Alla fine il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, ha commentato raggiante: “Le potenze del “5+1″ e l’Iran ”si sono accordati sui parametri chiave per arrivare a un accordo quadro sul nucleare iraniano. Un passo storico verso un mondo migliore. L’Iran non potrà sviluppare l’arma nucleare“. In sostanza il nodo su cui si è sancito l’accordo è quello della cancellazione delle sanzioni economiche contro Teheran a fronte della riduzione di due terzi dell’arricchimento dell’uranio da parte iraniana e del controllo da parte di ispettori internazionali della sospensione del programma nucleare, che comunque a detta iraniana ha sempre avuto finalità civili e non militari, come invece Netanyahu ha sempre accusato. E infatti è proprio Israele l’unico attore scontento per il raggiungimento dell’intesa, al punto che lo stesso presidente americano Barack Obama ha dovuto rassicurare Tel Aviv promettendo che se l’Iran dovesse mentire circa i suoi impegni, “il mondo lo saprà“. Non per questo però in Israele sembrano disposti ad attendere passivamente che l’Iran faccia quanto stabilito, sembra infatti che lo stesso Netanyahu in una telefonata con Obama abbia parlato di un accordo che “mette a rischio la sopravvivenza di Israele” in quanto permetterebbe all’Iran di dotarsi dell’arma atomica, un’arma di cui peraltro Tel Aviv dispone. Insomma Israele non avrebbe mai voluto il raggiungimento di un accordo, anzi, avrebbe preferito inasprire le sanzioni e la pressione su Teheran per portarla al tavolo a trattare un’intesa migliore, ovviamente per gli interessi israeliani. Insomma, per “Bibi” l’accordo vale fino a un certo punto dal momento che ha fatto capire che, qualora valutasse in pericolo la sicurezza israeliana, non esiterebbe a prendere decisioni militari anche in modo unilaterale. Ora Israele farà di tutto perchè il Congresso Usa blocchi o modifichi questa intesa, ancor più che l’estrema destra israeliana ha già cominciato a effettuare pressioni e paragoni arditi come quello fatto dal leader di “Focolaio Ebraico” Naftali Bennett, che in un tweet ha paragonato l’accordo di Losanna a quello di Monaco del 1938.

Ma se le rimostranze di Israele erano ampiamente prevedibili, non era affatto prevedibile che prevalesse, dopotutto, la ragionevolezza. Del resto nonostante Israele definisca l’Iran come “il regime islamico più radicale al mondo”, Teheran negli ultimi mesi è l’unico paese che sta fattivamente e realisticamente fronteggiando l’avanzata dello Stato Islamico in Iraq, dove i pasdaran addestrano e guidano le milizie sciite di Baghdad contro le truppe del Califfo. E qui ci si addentra verso l’altro corno del problema, ovvero quello geopolitico. Secondo diversi analisti infatti il Medio Oriente è scosso da una violenta guerra civiletra sciiti e sunniti, una guerra civile che viene in qualche modo fomentata anche da potenze esterne come gli Stati Uniti, che ovviamente vorrebbero trarne dei vantaggi dal punto di vista geopolitico e pratico. L’accordo raggiunto a Losanna con Teheran potrebbe portare a una nuova stagione di stabilizzazione regionale con l’Iran che verrebbe a questo punto accreditato come un riferimento con tutto quello che ne consegue. Attenti osservatori del Medio Oriente hanno suggerito che non fosse casuale la decisione della Casa Bianca di togliere l’embargo sulle armi all’Egitto sunnita di Al-Sisi proprio alla viglia dell’accordo del 5+1 con l’Iran, forse un modo per rassicurare il fronte sunnita che gli Usa non intendono effettuare un “change” delle proprie alleanze. In ogni caso questo accordo potrebbe preludere molto presto a delle svolte sul campo dal momento che un Iran privo finalmente delle sanzioni economiche potrebbe ingerire maggiormente nella guerra contro lo Stato Islamico, i cui indiretti finanziatori, non è un segreto, si trovano nel Golfo e in Turchia.

Fonte: OltremediaNews

venerdì 3 aprile 2015

La strage di al Shabaab in Kenya, 147 morti

Miliziani del gruppo estremista somalo hanno preso in ostaggio e sparato a centinaia di studenti all'Università di Garissa


Almeno 147 persone, per lo più studenti, sono state uccise giovedì in un attacco armato del gruppo estremista somalo al Shabaab presso il Garissa University College, un campus universitario di Garissa, nel nord-est del Kenya vicino al confine con la Somalia. Stando alle ricostruzioni delle autorità locali, quattro miliziani sono entrati in uno degli edifici del college, hanno ucciso le due guardie all’ingresso e poi si sono messi a sparare “indiscriminatamente” uccidendo decine di studenti in pochi minuti. Circa 500 studenti sono riusciti a scappare, 79 dei quali feriti nella sparatoria. Gli assalitori sono stati in seguito isolati dalle forze di sicurezza in un dormitorio, dove si sono fatti esplodere. Si parla di un quinto miliziano che sarebbe stato invece arrestato.

Al Shabaab aveva rivendicato l’attacco ore dopo il suo inizio, dicendo anche di avere in ostaggio diversi cristiani. La giornalista di BBC Mary Harper si era messa in contatto con alcuni membri di al Shabaab che le avevano dato alcune informazioni sull’attacco. Harper ha scritto su Twitter che una volta entrati nel campus i miliziani di al Shabaab hanno separato i musulmani dai non musulmani: mentre i primi sono stati fatti uscire, i cristiani sono stati presi in ostaggio.



Il ministero degli Interni kenyano ha pubblicato su Twitter la foto di quello che ritiene essere il responsabile dell’attacco: si tratta di Mohamed Kuno, che è stato il capo di una madrassa di Garissa, una scuola islamica, fino al 2007. Negli anni successivi Kuno si è unito prima alle Corte Islamiche in Somalia e poi a al Shabaab. Di recente, scrive BBC, è stato coinvolto in diverse attività di al Shabaab in Kenya: le autorità keniane hanno messo una taglia su di lui di 215mila dollari.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moom, ha definito la strage di Garissa un “attacco terroristico” e ha annunciato che l’ONU è pronta ad aiutare il Kenya “per prevenire e contrastare il terrorismo e l’estremismo nelle sue forme violente”. Gli Stati Uniti hanno dato la loro disponibilità ad assistere il governo del Kenya per tenere sotto controllo e risolvere il problema al Shabaab.

Al Shabaab, che in arabo significa “la gioventù”, è un gruppo formato da estremisti islamici che si è sviluppato dall’Unione delle Corti Islamiche in Somalia, una rete di gruppi islamici che all’inizio del 2006 prese il controllo di Mogadiscio, la capitale somala. Al Shabaab ha cominciato a compiere diversi attacchi terroristici anche in Kenya dall’ottobre del 2011, cioè da quando i soldati keniani sono intervenuti in Somalia per fermare l’avanzata del gruppo. L’attacco più violento è stato compiuto nel settembre 2013, quando alcuni miliziani hanno assaltato il centro commerciale Westgate a Nairobi, uccidendo almeno 67 persone. Nel 2012 l’organizzazione ha annunciato di essersi affiliata con al Qaida.


(nella foto un militare delle forze speciali accompagna una studentessa fuggita dal campus, CARL DE SOUZA/AFP/Getty Images)

Fonte: Il Post

giovedì 2 aprile 2015

Autismo, in Italia mancano anche i dati sulle diagnosi

Le persone affette da autismo sono tra 350 e 500mila. Ma ogni regione cura i pazienti a modo suo

Lidia Baratta

(Flickr/Eleonora Di Quattro)

Silenzi, balbettii, occhi bassi, isolamento. La diagnosi dell’autismo non è immediata. Non c’è alcun difetto fisico che si possa individuare a occhio né un problema di salute evidente da curare. Fino a qualche anno fa bisognava aspettare i tre-quattro anni per diagnosticare la malattia. Oggi si può fare anche a 18 mesi. Che non è una cosa da niente. Perché con l’autismo prima si comincia le terapie rieducative e riabilitative del comportamento meglio è. In Italia gli autistici sono tra i 350 e i 500mila. Dati certi non ne esistono. E già questo fa capire quanta attenzione ci sia verso questa sindrome le cui diagnosi sono in continuo aumento. Gli ultimi dati americani parlano di un bambino ogni 68, quattro volte su cinque si tratta di maschi.

Il 2 aprile l’Onu celebra la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Quella del 2015 è l’ottava edizione. E proprio il 1 aprile è nata a Roma la Fondazione italiana per l’autismo onlus ideata dall’Associazione nazionale genitori soggetti autistici (Angsa) con la collaborazione del ministero dell’Istruzione, e presieduta dal sottosegretario Davide Faraone, anche lui papà di una bimba affetta da autismo (la nascita della fondazione sarà celebrata il 2 aprile a Roma, qui per iscriversi e donare). Il primo compito della fondazione sarà l’avvio della linea blu per l’autismo, un numero verde per dare sostegno alle famiglie e indicazioni sulle cure e le strutture più adeguate sul territorio.

In Italia, ormai da quattro anni esistono le linee guida per il trattamento dei disturbi dello spettro autistico stilate dall’Istituto superiore di sanità e approvate dalla Conferenza Stato Regioni. Ogni regione avrebbe dovuto adeguare le sue strutture a questi standard condivisi, ma finora ognuno ha fatto a modo suo. «Nessuno segue le linee guida perché comportano una riprogrammazione del lavoro nelle singole strutture», spiega Liana Baroni, presidente dell’Angsa. «Bisognerebbe formare adeguatamente gli operatori e rivedere gli accreditamenti. Oggi si fa un’ora di psicomotricità e un’ora di logopedia alla settimana senza neanche un progetto individuale. Se si seguono le linee guida, questo schema va cambiato e adeguato a ciascun paziente».

Negli anni nei cassetti del Parlamento si sono accumulate quattro proposte e diversi disegni di legge. E solo lo scorso 18 marzo una legge organica per la cura e l’inserimento sociale delle persone affette da autismo ha tagliato il primo traguardo, con l’approvazione in sede deliberante in Commissione sanità del Senato. Quattro articoli in tutto che puntano a inserire le attività di riabilitazione delle linee guida tra i Lea, livelli essenziali di assistenza gratuiti o accompagnati dal ticket, che sono in fase di aggiornamento da parte del ministero della Salute. Dove, raccontano i genitori, la presenza delle linee guida finora è stata talmente ignorata che lo stesso dipartimento che si occupa dei Lea non ne era a conoscenza.

«Finora l’autismo è stato confuso tra tutte le altre patologie», spiega Giovanni Marino, papà di due ragazzi autistici e presidente della federazione di associazioni Fantasia. «L’autismo ha bisogno invece di percorsi specifici, con una organizzazione sociale e sanitaria adeguata che dia garanzia della diagnosi e della presa in carico del paziente con progetti individuali costanti lungo tutto l’arco della vita».

Progetti che potrebbero cambiare di anno in anno, visto che l’approccio con l’autismo è in fase di studio ed evoluzione continua. E negli ultimi anni si sono fatti passi da gigante, a partire dall’individuazione delle cause. «Fino a qualche decennio fa si credeva che l’autismo del bambino dipendesse dalla mamma che non voleva in grembo il figlio», racconta Marino. «Così si curavano la mamma e il figlio con sedute psicologiche». Oggi si parla invece di cause biologiche e addirittura genetiche. «Non malati psicologici ma organici, che quindi hanno bisogno di cure specifiche».

Cure che non possono essere uguali per tutti. L’autismo ha diverse sfumature. Si va dalle persone non autosufficienti, che hanno bisogno di aiuto per qualsiasi attività quotidiana, fino a quelli che si laureano e si sposano. La diagnosi è un momento importante. «In passato davanti a bambini che non parlavano o che ripetevano più volte lo stesso suono ci si sentiva dire dal pediatra che erano bambini chiusi e che bisognava aspettare, oggi si può avere la diagnosi precoce già a 18 mesi». La terapia più indicata da attuare subito si chiama Aba, Applied Behavioral Analysis, analisi applicata del comportamento. «Se applicata precocemente cambia la vita», dice Giovanni Marino. «E questo potrebbe far risparmiare sui costi sanitari. Oggi mantenere un autistico non autosufficiente in una residenza costa da 6mila euro in su. Se si punta da subito sullo sviluppo della persona, in futuro si spenderà di meno».

Ma riuscire ad avere la giusta diagnosi in Italia è un po’ una lotteria. «Da noi si parla di un’incidenza di circa il 3-4 per mille», spiega Liana Baroni. «Negli Stati Uniti si sale al 12-13 per mille. Questo significa che da noi le diagnosi sono molte meno. Diversi articoli scientifici dicono inoltre che l’aumento dei casi di autismo non dipende dalla crescita delle diagnosi ma dall’aumento intrinseco della malattia stessa».

E anche la scuola non è preparata. Ogni anno molti bambini si trovano ad avere a che fare con insegnanti di sostegno diversi, e spesso non formati. Se negli elenchi specializzati non è rimasta più alcuna disponibilità, il ministero all’inizio dell’anno scolastico pesca nel mare magnum dei precari. Laureati in matematica, lettere o filosofia accettano di fare gli insegnanti di sostegno per qualche anno per guadagnare punti e salire in graduatoria, nella speranza di arrivare un giorno dietro la cattedra. «In pratica», spiega Giovanni Marino, «si spendono dei soldi per pagare gli insegnanti di sostegno ma senza alcuna efficacia sui bambini malati». Nel disegno di legge sulla “Buona scuola” qualcosa sembra muoversi, con la previsione di percorsi di formazione e graduatorie ad hoc per insegnanti di sostegno specializzati in specifici disturbi. «Avendo due figli autistici», racconta Giovanni Marino, «ogni anno mi sono trovato a dover conoscere insegnanti di sostegno diversi, tutti precari, che cambiavano anche durante l’anno». Una logica, dice, «contraria all’autismo stesso. L’autismo è una patologia antitetica al cambiamento. I ragazzi autistici vogliono sempre gli stessi colori, diventano aggressivi se cambiano classe o si pitturano le pareti di un altro colore».

Una volta usciti dalla scuola, le cose vanno anche peggio. Le alternative sono due: l’isolamento in famiglia, o le residenze. Le strutture private accreditate, al contrario di quanto scritto nelle linee guida, ospitano spesso ospitano oltre 40 persone. Le eccellenze ci sono, ma sono sparse a macchia di leopardo. E non sempre si ha la possibilità di accedervi.

Per quanto riguarda le possibilità di lavoro, le persone affette da autismo rientrerebbero nelle categorie protette. In base a una legge del 1999 le aziende sopra i 15 dipendenti sono obbligate ad assumere un certo numero di lavoratori dalle categorie protette. Ma meno della metà delle aziende rispetta gli obblighi di legge. La stessa cosa vale per la pubblica amministrazione. E oggi l’80% degli autistici non lavora. Senza dimenticare però che «le persone con autismo non possono essere semplicemente portate a lavorare», dice Marino. «Bisogna disegnare un percorso protetto all’interno di un contesto in cui non si cambino abitudini da un giorno all’altro». Il signor Marino, ex ingegnere nucleare in pensione, un percorso del genere lo sta creando in provincia di Reggio Calabria, con la sua Fondazione Marino. «Tre dei dieci ospiti della fondazione avevano raggiunto un livello di autosufficienza tale per cui avrebbero potuto fare esperienze lavorative», racconta. Così a ottobre 2014, vicino alla fondazione è nata una mensa per i poveri in cui i tre ragazzi autistici lavorano. «I ragazzi vanno dalla fondazione alla mensa e hanno le loro abitudini», dice. Il passo successivo? «Mi devo adoperare perché questi ragazzi si sentano sprecati a dormire nella fondazione, e vadano ad abitare in una casa protetta, da dove partono per lavorare magari in un vero ristorante».

Fonte: Linkiesta.it

mercoledì 1 aprile 2015

La bambina che si è arresa al fotografo

L'immagine del fotoreporter che ha spezzato il cuore della rete

di Sabika Shah Povia

Osman Sağırlı

Hudea è una bambina siriana di quattro anni. Ha percorso circa 150 chilometri dalla sua casa di Hama, in Siria, per poter raggiungere il campo profughi di Atmeh, nel nord del Paese, insieme agli unici superstiti della sua famiglia: la madre e due fratelli.

Osman Sağırlı è un fotogiornalista turco che crede che per documentare al meglio la sofferenza degli sfollati, specie in zone di guerra come la Siria, sia necessario catturare gli sguardi dei bambini all'interno dei campi.

“Sono i bambini a riflettere i loro sentimenti con innocenza”, ha detto in un'intervista alla Bbc.

Hudea conosce bene gli orrori della guerra. Il suo sguardo si incrocia con quello del fotografo turco che le punta contro la macchina fotografica per immortalarla in uno scatto che non ha bisogno di parole per descriverne il disagio.

Hudea è terrorizzata. Alza le mani in segno di resa, si morde le labbra e spalanca gli occhi.

“Stavo usando un teleobiettivo,” racconta il fotografo turco. “Ma lei pensava fosse un'arma”.

L'immagine è stata pubblicata lo scorso gennaio sul giornale turco Türkiye, per cui Osman copre guerre e catastrofi da 25 anni, ma è diventata virale soltanto martedì scorso quando la fotogiornalista di Gaza Nadia Abu Shaban l'ha condivisa su twitter, ottenendo quasi 20mila retweet.

Quest'immagine riassume visivamente le conseguenze della guerra civile in Siria sui bambini. Secondo l'Unicef, sarebbero 5.6 milioni i bambini siriani che hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria.

Fonte: The Post Internazionale